Tadeusz Pankiewicz | Il farmacista del ghetto di Cracovia

Nonostante tutto, in quell’epoca non si accettava ancora l’idea dell’assassinio di massa, della messa a morte col gas, delle cremazioni nei forni. Ma sempre più sovente pervenivano voci sulle atrocità che avevano luogo nel momento in cui la gente veniva caricata sui vagoni, su misteriose stazioni senza nome, su binari morti che quei treni pieni di gente in attesa per giornate intere senza cibo né acqua imboccava prima di sparire nel folto delle foreste circondate da fili spinati, da dove non giungeva più alcuna voce [Il farmacista del ghetto di Cracovia, T. Pankiewicz, trad. I. Picchianti]

Il farmacista del ghetto di Cracovia” di Tadeusz Pankiewicz (trad. Irene Picchianti, UTET) è un libro che ho apprezzato per il suo prezioso contenuto riguardo alla vita quotidiana di chi fu imprigionato nel del ghetto di Cracovia, ma che ho fatto fatica a leggere a causa dello stile dell’Autore.

È il 3 marzo 1941 quando nel quartiere di Podgórze di Cracovia, oltre il fiume Vistola, le autorità naziste creano il ghetto ebraico. L’intenzione è quella di isolare completamente la popolazione ebraica di Cracovia, numerosa e presente in città da molti anni. Curiosamente, alcuni ebrei inizialmente sono sollevati all’idea di vivere in un ghetto, poiché immaginano una comunità chiusa e protetta dalle ingiurie dei nazisti e dei polacchi. Nulla di più errato.

(…) ogni abitante del ghetto serbava nell’anima una tenue speranza di sopravvivere. Sopravvivere… Era una grande parola, a quel tempo. C’era forse qualcosa di più potente delle parole “libertà” [Il farmacista del ghetto di Cracovia, T. Pankiewicz, trad. I. Picchianti]

La vita nel ghetto di Cracovia diventa ogni giorno più dura: il cibo scarseggia, il riscaldamento delle abitazioni non funziona, le famiglie sono costrette a dividere la casa con sconosciuti, viene instaurato il coprifuoco, mancano i medici e i medicinali, le condizioni igieniche si deteriorano in fretta e scoppiano epidemie che uccidono i più deboli e coloro già debilitati dalla fame. Oltre a tutto questo, i nazisti hanno carta bianca, si divertono a prendere in giro gli ebrei e ad umiliarli pubblicamente.

I tedeschi sono maestri nel creare un’atmosfera di panico, di minaccia e di terrore. Lo strepito dei colpi d’arma da fuoco si mescola, in un modo stranamente sgradevole, ai fischi, all’abbaiare dei cani e alle grida dei tedeschi. L’angoscia per la sorte che sarà riservata ai bambini toglie alla gente ogni capacità di ragionare [Il farmacista del ghetto di Cracovia, T. Pankiewicz, trad. I. Picchianti]

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Immagine del ghetto di Cracovia, Polonia (fonte: Wikipedia)

Incominciano a circolare voci sui campi di concentramento, ma non tutti danno peso a queste apparenti dicerie; la vita nel ghetto è sufficientemente surreale, senza pensare pure a questi luoghi ove si sostiene che vengano uccisi in modo tanto brutale e violento. Benché alcuni non credano a ciò che si dice, sempre più spesso i nazisti rastrellano gli ebrei del ghetto di Cracovia e li caricano su carri o vagoni merci per allontanarli da Cracovia. A molti, il destino di costoro è ignoto ma certamente non si suppone felice.

Come ombre, spiriti delle storie di fantasmi, andavano a passo lento portando sulle spalle tutto ciò che possedevano e che pesava tanto quanto il loro tragico destino errante [Il farmacista del ghetto di Cracovia, T. Pankiewicz, trad. I. Picchianti]

Quando i nazisti avviano “soluzione finale“, il ghetto di Cracovia deve essere liquidato. In attesa della liquidazione totale, in prossimità del ghetto viene costruito il campo di concentramento di Plaszów. Qui i disgraziati attendevano la deportazione finale.

Testimone diretto degli anni bui dell’occupazione nazista a Cracovia è Tadeusz Pankiewicz, il farmacista del ghetto di Cracovia, che pur essendo polacco decide di restare – quasi fino all’ultimo – nella sua farmacia All’Aquila, nel quartiere di Podgórze.

Il dottor Pankiewicz prosegue la gestione della farmacia All’Aquila: fornisce agli ebrei un rifugio sicuro, passa loro documenti falsi per cercare di espatriare e soprattutto cura e fornisce medicine gratuitamente a coloro che non possono permetterlo. Pankiewicz, come un cronista, osserva e appunta tutto ciò che succede, dalla creazione del ghetto alla liquidazione finale.

Nell’annientamento del ghetto di Cracovia non erano stati assassinati solo i singoli individui, erano perite intere famiglie, a volte molto numerose che si erano stabilite a Cracovia molti secoli addietro e i cui nomi ricorrevano nelle cronache e nei documenti più antichi della vecchia Cracovia. Con loro scomparivano anche le loro tradizioni [Il farmacista del ghetto di Cracovia, T. Pankiewicz, trad. I. Picchianti]

Gli ebrei di Cracovia sono costretti ad abbandonare il ghetto, marzo 1943 (fonte: Wikipedia)

Come dicevo nelle prime righe dell’articolo, “Il farmacista del ghetto di Cracovia” ha un grande limite: lo stile con cui è scritto. Il libro è una raccolta di appunti e cronache, spesso presentate senza soluzione di continuità, saltando da un episodio all’altro o presentando un elenco di personaggi e loro azioni che annoiano. Inoltre, è particolarmente fastidioso il continuo cambio del tempo verbale nella narrazione, che un po’ è scritta al presente e un po’ al passato remoto, senza una logica ben definita.

Al dottor Pankiewicz, come riconoscenza dei suoi gesti eroici nei confronti degli ebrei, è stato nominato dallo Yad Vashem Giusto tra le nazioni, come il più noto imprenditore tedesco Oskar Schlinder.

Riconosco che “Il farmacista del ghetto di Cracovia” di Tadeusz Pankiewicz sia un libro di notevole importanza storica, un documento fondamentale perché il farmacista ha vissuto nel ghetto e ne è stato diretto testimone oculare; ha testimoniato le violenze, i soprusi, le minacce e le deportazioni per mano tedesca ai danni della popolazione ebraica di Cracovia, ma non è un libro semplice da seguire, a tratti è particolarmente soporifero a causa del come è scritto e forse è una testimonianza che, per essere apprezzata, andrebbe letta non tutta d’un fiato – è quasi impossibile, io l’ho intervallato con “Le voci di Marrakech” di Elias Canetti – ma a frammenti.

Titolo: Il farmacista del ghetto di Cracovia
L’Autore: Tadeusz Pankiewicz
Traduzione dal polacco: Irene Picchianti
Editore: UTET
Perché leggerlo: perché si tratta di una preziosa testimonianza della vita entro il ghetto di Cracovia durante l’occupazione nazista. Da leggere, però, a piccoli sorsi e non tutto d’un fiato

(© Riproduzione riservata)

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Israel Joshua Singer | La famiglia Karnowski

Il romanzo “La famiglia Karnowski” era da molto tempo tra le letture che mi ero preposta di portare a termine. Tra i generi letterari che apprezzo maggiormente, ci sono anche le saghe famigliari con uno sfondo storico ben definito e preciso, libri che mi appassionano ma mi insegnano anche molte cose che non conoscevo o che nel corso del tempo, dopo gli studi, avevo dimenticato. “La famiglia Karnowski“, ha ripagato completamente le mie aspettative: esso avrà un posto speciale nel mio cuore e nella mia libreria.

Titolo: La famiglia Karnowski

L’autore: Israel Joshua Singer (Bilgoraj, Polonia 1893 – New York 1944) è stato uno scrittore polacco autore in lingua yiddish. Fratello del celebre Isaac Bashevis Singer, premio Nobel per la Letteratura, nel 1918 entrò a far parte del circolo letterario yiddish del Circolo Kiev e nel 1921 fu corripondente del giornale americano yiddish The Forward. Nel 1943 emigrò definitivamente negli Stati Uniti. Adelphi ha in progetto di pubblicare altre sue opere.

Traduzione: Anna Linda Callow

Il mio voto: 5/5

L’indomani mattina Georg salì su un autobus e andò da suo padre. David Karnowski fu sbalordito di rivedere il figlio dopo tanti anni. Rimase interdetto, impietrito. Georg lo abbracciò. «Non abbiamo più motivo di essere in collera, papà,» disse con un sorriso amaro «adesso siamo tutti ebrei allo stesso modo». David Karnowski gli accarezzò le guance, come si fa con un bambino che ha compiuto una marachella e torna a casa a chiedere perdono. «Sii forte, figlio mio, come lo sono io e tutti gli ebrei della vecchia generazione,» disse «ci siamo abituati da sempre e lo sopportiamo, da ebrei». [La famiglia Karnowski, pagina 280]

Il romanzo racconta le vicende di tre generazioni di Karnowski, coprendo un lasso di tempo che va dal 1860 al 1940, passando dalla Polonia a Berlino sino ad approdare a New York. E’ suddiviso in tre parti, dove in ognuna viene analizzato un singolo rappresentante della generazione. La prima parte è incentrata su David Karnowski, la seconda sul figlio Georg e l’ultima sul nipote Jegor. La narrazione scorre via fluida e placida come le acque di un fiume e pagina dopo pagina entriamo nel vivo della storia, nel vivo della famiglia stessa. La cultura ebraica, che a molti può sembrar ostica da comprendere, viene presentata in modo semplice e chiaro, anche se spesso il lettore si deve aiutare con il glossario in calce per capire alcuni termini che non sono stati tradotti.

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“L’ebreo errante” Marc Chagall

David Karnowski è il personaggio che si ribella ai rabbini polacchi e dopo il matrimonio con Lea fugge a Berlino, capitale della cultura e della luce, a suo parere. David si integra benissimo, ha un lavoro solido che gli permette di guadagnare parecchi soldi e frequenta ebrei colti e raffinati, col quale intavola conversazioni forbite e complesse. Benché non abbia potuto studiare, è un uomo che si è fatto da sé, leggendo molto e appunto frequentando persone erudite. La moglie Lea invece soffre a Berlino, odia il tedesco e lo parla scorrettamente, preferendo la sua lingua madre, l’yiddish; lei si sente una straniera in Germania, non riesce a fare amicizie né a fare buona impressione sulla gente che frequenta il marito, proprio perché è una donna molto semplice.

Georg Karnowski è il primo figlio di David e Lea, nato a Berlino. Georg ha qualche difficoltà di integrazione con i ragazzi tedeschi, a causa delle sue origini ebraiche. Georg si sente un emarginato e inizia a vivere in modo sregolato trasgredendo alle ferree regole del padre. Scialaqua il denaro che David gli regala per pagarsi gli studi, ma un incontro con una ragazza ebrea, Elsa, gli cambia la vita. Elsa è la figlia di un medico ebreo e studia medicina, ma ad Elsa interessa la politica. Georg decide di iscriversi a medicina e, benchè David sia convinto che non finirà mai gli studi, si laurea e inizia ad esercitare come medico militare. Al ritorno dalla guerra, conoscerà Teresa, un’infermiera di una clinica privata. Per sposare Teresa, cristiana, sfida il padre che decide di non parlargli più.

Jegor Karnowski è l’unico figlio di Georg e Teresa ed è il personaggio più difficile e forse meglio riuscito dell’intero romanzo. Jegor si definisce un mezzosangue, a causa del matrimonio misto dei genitori. Odia la parte ebrea perchè odia suo padre, vorrebbe essere un tedesco puro, come quelli che marciano tra le fila dei sostenitori di Terzo Reich. Jegor sembra la copia di suo padre: commette gli stessi errori, ma a differenza del padre non riesce proprio ad adattarsi, in nessun modo e in nessun contesto. Non è tedesco, quindi non può militare tra le fila dei nazisti che tanto approva e ammira. Non è ebreo, odia la religione e odia suo padre che gli ha trasmesso quei capelli neri da zingaro e quegli occhi scuri.

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“Solitudine” di March Chagall

Il romanzo di Israel Singer dipinge l’ascesa e la caduta della famiglia Karnowski, che nonostante tutte le difficoltà, resta sempre unita e nel momento del bisogno l’un per l’altro si aiutano, e sopportano con grande coraggio e forza interiore le persecuzioni e gli affronti dei gentili. Ma quando in Germania per un ebreo diventa davvero impossibile vivere, loro riescono a scappare a New York, dove ad attenderli c’è un nuovo mondo, con molte più sfide di quello vecchio.

Israel Singer morì nel 1943 a New York, forse prima di scoprire le atrocità che il popolo tedesco infliggeva agli ebrei, o semplicemente nel suo romanzo ha deciso non concentrarsi sui risvolti negativi e cruenti della storia. Israel Singer preferisce mostrarci una famiglia unita, i cui componenti sono senza dubbio caparbi e testoni – ce lo dice presentantoli nelle prime righe del romanzo: “I Karnowski della Grande Polonia erano noti per il loro carattere testardo e provocatore, ma allo stesso tempo stimati per la vasta erudizione e l’intelligenza penetrante.”; ma nonostante essi siano davvero testardi e, aggiungo io, molto orgogliosi, alla fine riescono sempre a trovare il modo per perdonarsi a vicenda e per continuare ad amarsi come una vera famiglia.

Ciò che lascia il romanzo è proprio questo: nonostante le difficoltà, economiche o sociali, non bisogna mai soccombere. Si deve lottare, anche se si viene umiliati e si deve ricominciare da capo. E soprattuto, bisogna restare uniti, sempre, e bisogna avere l’umiltà di chiedere aiuto ed essere aiutati.