Michael Harvey | Brighton

Kevin uscì dall’area di battuta e fissò i fantasmi che aleggiavano sull’infield vuoto. Crescere a Brighton significava essere legati al passato. Alcuni di questi legami ti lasciavano poco spazio, erano un circolo vizioso e autodistruttivo, che preva le misure di chiunque ci si imbattesse. Altri legami erano più labili e indistinti, e finivano per coinvolgere i nuovi amici e la famiglia, il denaro, il potere, anche l’infamia. Ma tutti avevano come fulcro quel posto. Un posto tentacolare, che ti afferrava nella sua morsa. Un luogo di buio e di luce [Michael Harvey, Brighton, trad. N. Manuppelli]

Kevin Pearce, vecchia promessa del baseball, è un reporter investigativo che ha conquistato il prestigioso premio Pulizer per un’inchiesta sull’omicidio di Rosie Tallent avvenuto a Brighton, del quale era stato accusato un uomo di colore dimostratosi poi innocente.

Kevin conosce bene Brighton, un sobborgo di Boston, perché è il luogo in cui è cresciuto e dove, nel 1975, aveva assistito a due omicidi piuttosto violenti. L’uno aveva coinvolto una persona molto vicina a Kevin, il secondo aveva coinvolto il suo presunto assassino, un nero di nome Curtis Jordan; Kevin dopo quell’episodio aveva lasciato Brighton per entrare in una scuola prestigiosa e per allontanarsi dalla violenza.

Dopo aver ricevuto la notizia del premio Pulizer, Kevin Pearce torna a Brighton per comunicarlo alla vedova dell’uomo accusato ingiustamente dell’omicidio della Tallent, ma una volta ritornato a Brighton i fantasmi del suo passato iniziano nuovamente a tormentarlo.

Brighton è un luogo che non si può scordare ed è ancora molto, molto violento e razzista nei confronti dei neri. Kevin incontra sua sorella Bridget e i suoi vecchi amici Bobby e Finn. Tutti coloro che sono rimasti a Brighton sono caduti nella spirale della violenza, tutti vogliono fare soldi in fretta e in modo semplice; nessuno lavora onestamente, nessuno va in giro disarmato, nessuno si fa scrupoli se bisogna pestare qualcuno o se c’è da regolare un conto in sospeso.

L’omicidio di una poliziotta sotto copertura, Sandra Patterson, collegato alla morte di un’altra donna di nome Chrissy McNabb, impegnano Lisa, la compagna di Kevin, e il giornalista stesso che inizia ad indagare. Le morti della Patterson e della McNabb sono simili a quelle di Rosie Tallent e della persona vicina a Kevin uccisa nel 1975. Persino l’arma parebbe la stessa, come la modalità di uccisione: quindi queste persone sono state uccise tutte dalla stessa mano?

Negli anni Settanta, non c’era modo di confonderla. Rumorosa, nera, povera e maleodorante. Piena di droga e disperazione. Straccioni e vagabondi fermi agli angoli della strada che vendevano coca a dieci centesimi a bustina; mamme adolescenti sedute in veranda nel tardo pomeriggio a guardare i figli e attendere che il peggio passasse; vecchi uomini neri che giocavano rapide partite a scacchi bevendo birra doppio malto chiusa in sacchetti di carta; fratelli che guidavano auto superaccessoriate a dieci miglia all’ora giù per le strade, con le mani sul volante nella miglior posa da teppisti. Questa era Fidelis. La vita [Michael Harvey, Brighton, trad. N. Manuppelli]

“Brighton” di Michael Harvey (trad. N. Manuppelli, Nutrimenti editore, 365 pagine, 19 €) è un romanzo che contiene tutte le caratteristiche necessarie per essere classificato come thriller impostato come un classico cold case. Un uomo piuttosto pacato e tranquillo come Kevin Pearce – affermato reporter vincitore del premio Pulizer – torna a Brighton dopo molto tempo e scopre che tutto è rimasto come ricordava e che i suoi vecchi amici – e persino sua sorella – sono diventati dei criminali, uomini e donne senza nessuno scrupolo, cresciuti nella violenza, imbebiti di violenza, che non conoscono null’altro che violenza.

Harvey cattura l’attenzione del lettore grazie al vecchio caso d’omicidio, quello del 1975 ai danni della persona vicina a Kevin (continuo a scrivere così per non rivelarvi l’identità di questa persona: rovinerei il gusto della lettura), che forse non è stato realmente commesso dall’uomo accusato e giustiziato, il nero Curtis Jordan; e chi ha ucciso la persona vicina a Kevin molto probabilmente ha ucciso di nuovo, e col tempo è diventato sempre più abile e preciso.

“Brighton” inizia nel 1975 con uno stile molto avvincente che tiene incollato il lettore alle pagine; prosegue con una parte centrale più lenta e spenta, dove vengono introdotti molti personaggi legati specialmente alla malavita di Boston e dintorni, e si chiude con una terza parte ricca di suspance dove in ogni secondo si ha la sensazione che accadrà qualcosa di brutto e dove, infine, viene risolto il caso da Kevin Pearce grazie all’aiuto dell’amico Bobby.

È un buon libro onesto nel senso che il lettore può arrivare alle stesse conclusioni di Kevin Pearce. È scritto bene benché sia poco coinvolgente nella parte centrale (dove però vengono forniti dettagli importanti per la risoluzione del caso) e ogni personaggio alla fine incontra il suo destino, mentre ogni evento trova la sua spiegazione.

Brighton” di Michael Harvey è un romanzo che consiglierei di mettere in valigia tra le letture estive agli amanti del genere thriller.

Titolo: Brighton
L’Autore: Michael Harvey
Traduzione dall’inglese: Nicola Manuppelli
Editore: Nutrimenti
Perché leggerlo: perché è un buon thriller, onesto e scrito bene, dove ogni personaggio alla fine incontra il giusto destino, buono e cattivo che sia

(© Riproduzione riservata)

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João Ricardo Pedro | Il tuo volto sarà l’ultimo

È per continuare la scoperta del Portogallo attraverso i libri che ho scelto di leggere “Il tuo volto sarà l’ultimo” di João Ricardo Pedro (Nutrimenti trad. G. De Marchis, 207 pagine, 16 €). Presentata in modo intrigante, la trama mi ha conquistata immediatamente, come la bellissima copertina e il titolo molto particolare. L’ho letto in circa una settimana, ci sono stati giorni in cui ho letto poche pagine e giorni in cui ne ho lette quasi cinquanta. Ci ho messo un po’ a raccogliere le idee e ora vi parlo di questa lettura e della mia possibile interpretazione.

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Era tardi. Il paese era in buone mani ed era tardi. Troppo tardi per un vecchio. Spense il televisore. Si ricordò del figlio. Si ricordò del nipote. Si ricordò della nuora. Spense le luci. Salì le scale. Entrò in camera. Estrasse la rivoltella che aveva le sue iniziali incise nel calcio. La mise nel cassetto del comodino. Chiuse il cassetto a chiave. Mise la chiave sotto il cuscino. La moglie, in pace con Dio e con il mondo, dormiva tranquillamente. Puntò la sveglia alle sette e mezza. Mentre si toglieva le scarpe, si accorse che aveva i calzini sporchi di sangue. Là fuori, un trambusto di gatti [Il tuo volto sarà l’ultimo, J. R. Pedro, trad. G. De Marchis]

Celestino scompare il giorno della Rivoluzione dei Garofani, il venticinque aprile millenovecentosettantaquattro. Gli uomini che vivono nel paese dal nome di mammifero lo cercano in lungo e in largo; Celestino, quell’uomo un po’ misterioso che quarant’anni prima era giunto in paese senza un occhio ed era stato soccorso dal dottor Augusto Mendes, viene trovato morto verso sera proprio da quello che fu il suo primo soccorritore, tanti anni prima.

Da questo incipit prende avvio la storia della famiglia Mendes, dal nonno Augusto, medico, al figlio António soldato due volte in Angola e Congo nei periodi appena precedenti alla decolonizzazione, fino a Duarte, l’enigmatico nipote.

Mentre vengono presentati gli episodi, sempre narrati in terza persona ma con protagonisti una volta Augusto, una António e una Duarte, conosciamo questi tre uomini, così diversi uniti solo dallo stesso cognome. Augusto è stato medico, ha curato tantissima gente, e aveva deciso di andare a vivere in campagna dopo aver visto la tenuta in rovina dell’amico Policarpo, uomo che al contrario di Augusto, aveva deciso di lasciare il Portogallo per scoprire e vivere il mondo; António, ribelle e un po’ violento fin da ragazzo, non poteva che avviarsi alla carriera militare: due volte in Africa, dopo aver conosciuto quasi per caso la ragazza che gli avrebbe fatto prima da madrina di guerra e poi da moglie e madre di Duarte; infine, Duarte, bambino enigmatico, strano, appassionato di musica e d’arte ma così sfuggente e misterioso da non riuscire a inquadrarlo correttamente.

Dalla scomparsa di Celestino, che sembra venir dimenticata in fretta, João Ricardo Pedro racconta al lettore episodi dei tre protagonisti maschili, avanti e indietro nel tempo, saltando qua e là, tanto spesso è complesso raccapezzarsi.

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Campo di grano in Alentejo (fonte: Faísca from Lisboa, Wikipedia Commons CC BY 2.0)

João Ricardo Pedro passa da un periodare lunghissimo, frasi che occupano quasi una pagina, a frasi asciutte e secche dove si trovano esclusivamente un articolo, un soggetto e un verbo, la rapida descrizione di un’azione. Lo stile di João Ricardo Pedro è molto originale: polifonico ma in terza persona e alcuni episodi sembrano dei racconti a sé, come uno dei più bei capitoli “Le lettere di Policarpo“, bello forse perché proprio una delle lettere di Policarpo dovrebbe essere la chiave per risolvere un mistero perso nei meandri del tempo.

Il Portogallo, con Lisbona e il paese di campagna dal nome di mammifero, assieme alle colonie, è sullo sfondo e viene accennato solo con brevi pennellate di colore, mentre i personaggi vengono analizzati attraverso l’occhio preciso di João Ricardo Pedro, mostrati nelle loro paure, debolezze e particolarità.

Gli eventi dei tre rappresentanti della famiglia Mendes, dicevo, sembrano essere sconnessi tra loro e quando emerge una coincidenza e sembra di aver compreso qualcosa – un dettaglio, un particolare, un fatto – in realtà si ribalta tutto poco dopo, perché in un libro come questo non è facile distinguere il vero dal falso.

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Serra do Topo, isole Azzorre (fonte: José Luís Ávila Silveira e Pedro Noronha e Costa, Wikipedia Commons, Pubblic Domain)

Durante questa lettura ho pensato molto al romanzo “Le ossa di San Lorenzo” di Vincente Alfonso (NN editore, trad. F. Cremonesi), perché come stile e modalità di presentare la storia e soprattutto gli enigmi, mi pareva simile. Ma se ne “Le ossa di San Lorenzo” alla fine ognuno può avere un’interpretazione diversa dei misteri del libro, e Alfonso fornisce ai lettori le chiavi di lettura, ne “Il tuo volto sarà l’ultimo” non si risolve nulla, i dubbi persistono e sono più forti che all’inizio della lettura.

João Ricardo Pedro tiene sulle spine il lettore fino all’ultimo, lettearlmente fino all’ultima pagina, e quando si arriva a leggere una lettera che dovrebbe spiegare almeno in parte un fatto ma, no, di nuovo Ricardo Pedro non ci fornisce la spiegazione. Forse, la vita è un po’ così, spesso pensiamo di essere arrivati alla soluzione ma questa ci sfugge; pensiamo di aver chiara la verità, ma un fatto la confuta.

O forse, non tutta la verità può essere svelata completamente, perché nella vita di ognuno un pizzico di mistero permane nel tempo. Come la morte – incidente? omicidio? –, misteriosa e cruenta, del povero Celestino.

Titolo: Il tuo volto sarà l’ultimo
L’Autore: João Ricardo Pedro
Traduzione dal portoghese: Giorgio De Marchis
Editore: Nutrimenti
Perché leggerlo: per mettervi alla prova

(© Riproduzione riservata)

Jane Urquhart | Sanctuary Line

La prima cosa che mi ha colpita del romanzo “Sanctuary Line” di Jane Urquhart (Nutrimenti, 239 pagine, 17 euro) è la bellissima copertina: c’è una farfalla monarca che pare appoggiata su quello che ha l’aria di un taccuino ricco di appunti. Leggendo la trama ho avuto la sensazione che questo romanzo fosse nelle mie corde e l’istinto mi ha dato ragione.

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Titolo: Sanctuary Line

L’Autrice: Jane Urquhart è nata nel 1949 nell’Ontario, Canada. E’ autrice di otto romanzi acclamati dal pubblico. Ha vinto diversi premi letterari prestigiosi, tra cui nel 1992 il Prix du meilleur livre étranger in Francia, unica autrice canadese. E’ Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere in Francia e ufficiale dell’Ordine del Canada, la più alta onoreficienza civile nel suo Paese

Traduzione dall’inglese: Nicola Manuppelli

Editore: Nutrimenti edizioni

Il mio consiglio: questo è un libro per chi ama la luce calda della fine dell’estate, per chi ha trascorso l’infanzia tra boschi e campagne, con amici, cugini e zii un po’ folli; è un romanzo per chi cerca la storia di una famiglia, con i suoi segreti e le mille difficoltà. Un romanzo per chi si sente come una farfalla monarca, sempre in bilico tra un luogo e l’altro

Io credo che le cose che ci attraggono e quelle che ci respingono abbiano lo stesso potere sul nostro corpo e sulla nostra mente, e sembrano, almeno a me, ugualmente determinani nel nostro destino. Un ragazzo di campagna divenuto soldato fa sì che una ragazza sposti la sua attenzione da un fratello all’altro (…) Un giovane messicano in un paese straniero si fa prendere dal panico di fronte alla violenza degli adulti, quella violenza che confina con la loro paura, e lui e la passione sono cancellati per sempre dalla mia vita. Messa fuori rotta da un improvviso salto di vento, una farfalla non raggiungerà mai la sua destinazione. Morirà in volo, senza accoppiarsi, e le meravigliose potenzialità contenute nelle sue cellule e affidate alla sua migrazioni non potranno mai realizzarsi [Sanctuary Line, Jane Urquhart, trad. N. Manuppelli]

All’entomologa Liz Crane viene chiesto di ritornare in Canada per studiare le dinamiche della migrazione delle farfalle monarca presso il Sanctuary Point, in prossimità del Lago Erie, nell’Ontario. Approfittando della vicinanza tra la vecchia fattoria degli zii e il luogo di lavoro, Liz torna a vivere nell’antica casa colonica che oggi è in rovina e abitata solo più dai fantasmi degli avi.

Adesso che vivo qui, mi mancano i bambini che noi tutti eravamo prima che ogni cosa andasse in pezzi, e mi mancano i bambini che avrebbero dovuto sostituirci ma non lo hanno fatto [Sanctuary Line, Jane Urquhart, trad. N. Manuppelli]

Un tempo la fattoria di zio Stanley era viva. Liz, orfana di padre, trascorreva con la madre le tiepide estati dagli zii materni; zio Stanley raccontava ai bambini le storie degli antenati della famiglia Butler, coloro che dall’Irlanda si erano imbarcati verso il Nuovo Mondo in cerca di fortuna: alcuni erano diventati agricoltori, altri guardiani del faro. Liz amava soprattutto trascorrere del tempo con Mandy, la sua adorata cugina amante della poesie e con le idee ben chiare. E poi, c’era Teo, il timidissimo figlio di una donna messicana senza marito, quei messicani che giungevano ogni primavera per lavorare stagionalmente nell’azienda di zio Stanley, per ritornare in Messico a settembre. Proprio come Liz, che alla fine dell’estate sarebbe tornata in città, e proprio come le farfalle monarca che abbandonano l'”albero delle farfalle” per andare a svenare a sud.

Le farfalle sono tornate sull’albero. Questo annuncio, più di ogni alto, era il faro che illuminava la fine della stagione, il codice segreto che ci annunciava che i giochi estivi erano terminati [Sanctuary Line, Jane Urquhart, trad. N. Manuppelli]

L’incanto di un tempo che non c’è più aleggia nella vecchia casa. Non c’è più nessuno che canta nei frutteti mentre raccoglie le mele; nessuno munge più le Holstein da latte. Non si organizzano più grigliate in riva al lago, non si nuota più fino a farsi venire le labbra blu dal freddo, non si va più in esplorazione nei vecchi cimiteri con l’entusiasmo dello zio Stanley alla ricerca della leggendaria tomba della povera Nellie.

Ci raccontava storie di burrasche ululanti durante le quali gli ardimentosi guardiani dei fari della famiglia Butler riuscivano ad accendere migliaia di candele nell’immensa lanterna simile a un gioiello sulla cima delle loro torri [Sanctuary Line, Jane Urquhart, trad. N. Manuppelli]

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The long leg, Eward Hopper, 1953

Il tempo è trascorso troppo in fretta dall’ultima estate in cui Liz è stata alla fattoria: quell’ultima notte di settembre in cui molte cose sono andate in pezzi e ognuno dei Butler ha seguito caparbiamente il proprio destino. Sono accaduti eventi diversi che si sono legati assieme la notte in cui le farfalle monarca sono andate via senza che nessuno se ne accorgesse. Liz racconterà tutta la storia, o meglio, tutto ciò che sa su quella storia, all’ultima persona che si sarebbe immaginata di conoscere.

Mia zia, invece, aveva cacciato gli imbianchini quando erano arrivati, e stava in piedi davanti al bancone della cucina vuota, entrambe le mani appoggiate ai lati del lavello, le braccia tese come se temesse di poter vomitare o svenire. Guardava fuori dalla finestra, verso la strada alla fine del viale, in attesa [Sanctuary Line, Jane Urquhart, trad. N. Manuppelli]

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Morning to Cape Cod, Edward Hopper, 1950

Sanctuary Line” è un romanzo che mi ha coinvolta e appassionata moltissimo. Il tono con cui Liz Crane racconta è quello di chi sa che l’infanzia, con tutti i suoi giochi e le scorribande, e soprattutto la spensieratezza, non tornerà più; il tono di chi sa che il tempo è trascorso, le scelte sono state fatte – giuste o sbagliate questo lo si è scoperto solo in seguito.

Nel romanzo sono davvero molti gli spunti su cui riflettere: a partire dal tempo che scorre inesorabile, fino alla differenze culturali che dividono e separano le persone, rendendo a volte le cose complicate, per arrivare a capire quanto in realtà siamo fragili e pieni di paure. Ho amato molto le descrizioni dei luoghi dove vive Liz Crane, in bilico tra un passato dove echeggiano antichi fasti e splendori, sino al presente pieno di fantasmi. Ho apprezzato le soprattutto le storie degli avi raccontati da zio Stanley, un po’ invidiosa di non conoscere così bene la storia della mia famiglia.

Le immagini che Jane Urquhart propone ai lettori sono di una bellezza struggente: i bicchieri che vanno in pezzi al contatto con l’acqua perché qualcuno li aveva rotti e poi, pentito, incollati di nuovo; la ricerca delle parole incise per caso su una scrivania di legno; gli alberi pieni di farfalle che sembrano vivi, tanto palpitano le ali degli insetti.

Sanctuary Line” è un romanzo che ho apprezzato a tutto tondo: la storia dei Butler, degli avi, dello zio Stanley, di Mandy, di Liz e di chi riposa nel cimitero di famiglia, mi resterà nel cuore per sempre. E ogni volta che vorrò tornare a Sanctuary Point in estate, potrò farlo percorrendo la dritta Sanctuary Line, rileggendo questo splendido romanzo e sì, allora sì, rivedrò le farfalle monarca sugli alberi lungo del rive del Lago Erie.

Oggi penso che c’era tutta una vita in quei baci, o perlomeno tutta una giovinezza. C’erano le lettere che non saremmo mai arrivati a scriverci. C’era l’estate successiva e quella dopo ancora [Sanctuary Line, Jane Urquhart, trad. N. Manuppelli]

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Summer evening, Edward Hopper, 1947

Intervista d’autore #1 |”Il dolore del mare” di Alberto Cavanna

Dopo aver letto “Il dolore del mare“, Nutrimenti, pp. 237, 16 euro, di cui ho già pubblicato la recensione, ho deciso di contattare lo scrittore Alberto Cavanna per proporgli un’intervista da pubblicare sul mio blog. L’Autore ha gentilmente accettato di rispondere alle mie domande a proposito del suo romanzo ed ecco l’intervista completa.

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Il dolore del mare di Alberto Cavanna, Nutrimenti , 237 pp., 16 euro (foto: Claudia)

  Inizio con una domanda personale. Dai cantieri navali alla scrittura: quando e perché ha deciso che sarebbe diventato scrittore?

Non è stata una decisione. Sono sempre stato un accanito lettore e ho amato, anche se la studiavo poco, la letteratura. Scrivere è innanzitutto un atteggiamento mentale che ci porta a osservare, ascoltare, ricordare… In poche parole vivere con attenzione il mondo e gli altri. Scatta poi un desiderio di trasmettere queste cose, in genere in un momento di cambiamento o di crisi. Così è stato per me.

Parliamo della genesi del libro “Il dolore del mare”: da dove deriva l’idea di scrivere un romanzo con questi contenuti?

Stiamo vivendo cambiamenti epocali. In “Da bosco e da riviera” ho parlato della crisi d’identità in seguito alla perdita della cultura del lavoro, del vivere per un mestiere. Ne “L’uomo che non contava i giorni” il dramma delle migrazioni subsahariana che stanno cambiando la geografia umana del pianeta. Eppure, in genere, a parte uno sdegno o disagio generico, nessuno percepisce di vivere in un tempo sbagliato che comporterà grandi problemi per le generazioni future. Saranno loro a giudicarci. Il tempo tra le due guerre mondiali fu un tempo sbagliato per antonomasia… Quanti ne ebbero la certezza? Vogliamo ricordare Neville Chambelrlain mentre scende dall’aereo dopo aver parlato con Hitler e dichiara alla stampa “E’ pace per il resto della nostra vita“.

L’isola di Palmaria è presente nella storia in modo così costante, tanto che la si potrebbe quasi considerare una dei protagonisti: che cosa rappresenta per lei questo luogo? E perché l’ha scelta come ambientazione per il romanzo?

La Palmaria è una sorta di testimonianza fossile di un tempo erroneo, una città perduta di un tempo e un mondo che, dopo l’apocalisse della guerra, “… Non sarebbe mai tornato a essere come prima…”. Visitare i vecchi campi a ulivo circondati dalle fortezze costruite per una guerra da sempre attesa, oggi solo rovine e erbacce, ci da la dimensione dell’erroneità del tempi vissuto dai protagonisti, ignari e impotenti. È lo stesso sentimento che si prova oggi nel visitare periferie abbandonate ricoperte da fabbriche in rovina, ricovero di un’umanità alla deriva… Vogliamo immaginare tra trent’anni i nostri quartieri dove negozi e artigiani hanno lasciato il posto alle banche?

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Isola di Palmaria e Tino © Laura on Flickr

Il personaggio di Elvira è quello di una donna forte, senza grilli per la testa e con il senso del sacrificio, soprattutto perché è cresciuta senza uomini in casa a causa delle guerre. Per tratteggiare il personaggio di Elvira si è ispirato a qualche donna che conosce o che ha conosciuto?

Elvira riassume la figura femminile, matriarcale e materna che faceva parte di un tempo perduto… Un tempo che non era sicuramente migliore del nostro ma erano migliori, più forti, più attaccate alla vita le persone. Elvira rappresenta una saggezza senza cultura capace di sopportare pressioni psicologiche inimmaginabili… Pensate un caro in guerra e nessuno contatto. Cosa possa essere per noi dipendenti dai cellulari e dalla comunicazione invasiva e immediata.

La figura di Ermes Correggiani è molto interessante, cresciuto all’ombra del ricordo del padre morto durante la guerra, colma questo vuoto abbracciando con devozione la causa fascista. “E’ figlio di questo tempo”, come ricorda Don Elmo: lei pensa che Ermes avrebbe ugualmente scritto quella lettera al duce se suo padre fosse tornato dalla Grande Guerra?

Ermes scrive al duce proprio per la mancanza di una figura importante, quella del padre. Agisce in presenza di un vuoto, un vuoto che il regime seppe colmare proprio dedicando un’enorme attenzione alle nuove generazione, strumentalizzate a fini del regime in modo scientifico. Ma forse oggi non succede la stessa cosa? I vuoti che noi lasciamo ai nostri figli non vengono colmati da sistemi e convenzioni sociali che non sappiamo ancora dove li porteranno? Non siamo forse noi impotenti come la piccola Elvira di fronte alla irregimentazione che viene fatta alle nuove generazioni con la minaccia dell’esclusione dal gruppo se no si assumono necessariamente atteggiamenti e consumi massificati?

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Panoramica da Palmaria © Michele Francia on Flickr

Ilio Correggiani è un gran lavoratore, ha fatto la guerra ed è tornato, avrebbe voglia di cambiare il mondo ma alla fine cede e si iscrive al partito fascista: lei crede che anche ai giorni nostri sia così difficile opporci al sistema come ai tempi di Ilio?

Oggi opporsi al sistema è impossibile. L’irregimentazione politica finalizzata allo stato egemone è stata sostituita da una subdola dipendenza dal superfluo garantita da flussi economici viziati (economie gonfiate, prestiti irragionevolmente concessi, bombardamento mediatico al consumo compulsivo). Una volta tutto girava in funzione della forza bellica come elemento trainante dello sviluppo, oggi invece tutto è misurabile in benessere economico e flussi finanziari: da carne da cannone siamo diventati carne da consumo e contribuzione.

Uno scrittore è sempre in attività: può dirci se sta lavorando al prossimo romanzo?

Sto lavorando ad una traduzione, commento e illustrazione di un vecchio libro di Conrad non più tradotto da anni. Ma è solo un momento di pausa per affrontare tempi più importanti. Cose che rendano i portante e utile il dolore di Elvira che il mare ci ha portato.

Nell’augurare buon lavoro ad Alberto Cavanna per i suoi prossimi scritti, lo saluto e lo ringrazio per aver accettato di rispondere a queste domande.

Intervista a cura di Claudia Pezzetti