György Konrád | Partenza e ritorno

Nel febbraio del 1945 eravamo seduti sulla panca di un carro bestiame fermo, immobile. Non riuscivo a staccarmi dalla porta aperta, dalla quale penetrava il vento tagliente della pianura innevata. Volevo tornare a casa da Budapest per non rimanere ospite, e per farlo mi sobbarcai un viaggio di una settimana a Berettyóújfalu, dove erano stati prelevati i nostri genitori e da dove eravamo riusciti a venir via il giorno prima della deportazione. Se avessimo tardato un solo giorno, saremmo finiti ad Auschwitz. Mia sorella aveva quattorci anni e forse sarebbe sopravvissuta, ma io ne avevo undici e il dottor Mengele aveva inviato tutti i miei compagni di classe nella camera a gas [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]

L’autore ungherese György Konrád ha solamente undici anni quando le leggi razziali e l’odio contro gli ebrei incominciano a dilagare in Ungheria. La vita prima del 1944 procedeva molto bene nel paese di Berettyóújfalu: con il papà titolare di un negozio di ferramenta (molti altri prodotti) la famiglia si poteva concedere una vita agiata, con tanto di servitù e tata tedesca.

Ma con l’arrivo delle idee di quell’Hitler e con la presa di potere delle Croci uncinate, tutto cambia. Da un giorno all’altro, György perde tutto, a cominciare dai suoi amati genitori; gli adulti della famiglia vengono deportati, così György e sua sorella Eva restano da soli.

La loro immensa fortuna, paradossalmente, è quella di essere rimasti senza genitori: György e la sorella non possono restare al paese da soli, ma vanno a Budapest ospiti di altri parenti. A Budapest, città molto più grande che Berettyóújfalu, è più facile nascondersi dalle Croci uncinate e quindi è più semplice scampare la deportazione in Polonia, o Germania, o Austria.

Partii dal presupposto che la legge che mi dichiarava oggetto da annientare non poteva che essere illegale, perché io ero innocente. Vedevo piccoli mascalzoni uccidere nel nome del nostro Paese, della nostra nazione, con la facilità con cui si spara a una lepre o si prende una mosca. Nacque l’odio estremo che voleva solo le nostre vite e, se non c’era altro modo, era disposto a spararci e farci cadere nel Danubio, affinché l’acqua ci trascinasse via [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]

György ed Eva, assieme ad altri due minori, partono dal loro paesino, abbandonano la loro casa, lasciano alle spalle le loro vite e con esse la speranza di veder tornare mamma e papà. Di nuovo la fortuna è dalla parte dei bambini: fuggono a Budapest esattamente un giorno prima che le Croci uncinate rastrellino tutti gli ebrei di Berettyóújfalu per condurli ad Auschwitz. György sa cosa accade ai bambini ad Auschwitz, sa che quello è il luogo dell’orrore: nella sua famiglia molti hanno subito quella grama sorte.

Vera era stata uccisa con il gas e bruciata. Non sapevo che dei duecento bambini ebrei eravamo vivi solo noi quattro che avevamo lasciato il villaggio (…) Gli altri perirono tutti. [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]

Un’antica cartolina di Berettyóújfalu (fonte: web)

Ma a Budapest la vita è tutt’altro che facile: benché sotto la protezione svizzera, i nazisti appena possono scaricano proiettili contro gli ebrei, per poi gettarli – vivi o morti, non importa – nel Danubio. A Budapest György patisce la fame, capisce cos’è l’odio e quanti danni può fare, vive di ricordi del passato e sogna di poter tornare al suo paese e di incontrare di nuovo i suoi genitori.

Quando arrivano i sovietici è una festa in Ungheria, anche se il popolo ungherese non sa quali idee abbiano in serbo per loro i russi (una storia tanto amara che oggi in Ungheria è reato fare l’apologia dei simboli sia nazisti che comunisti). I nazisti iniziano la ritirata e György, dopo un anno da rifiugiato, ritorna a casa. Ciò che trova lo sconvolge, ma continua a sognare di riabbracciare mamma e papà mentre le persone di ritorno dai campi di concentramento – gente che ha perso tutto – colpevolizza il bambino di essere sopravvissuto.

Essendo un sopravvissuto devo la massima gratitudine alla provvidenza e non vorrei attribuire la mia salvezza al puro caso. La mia sopravvivenza però è anche motivo del mio rancore nei confronti dell’illusiorio dono della provvidenza, perché ha voluto che io vivessi e non ha pensato alla salvezza degli altri bambini che non erano più colpevoli di me (…) Al posto dell’infanzia è rimasto un vuoto, una storia mai trattata in profondità o forse non trattabile [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]

Partenza e ritorno” di György Konrád è il romanzo che ripercorre la vita dell’autore, con particolare gli anni dal 1944 al 1950. Scritto molto bene, in prima persona, è un testo scorrevole e decisamente istruttivo. Nel romanzo si ritrova quel periodo infelice del Novecento che corrisponde all’ascesa di Hitler al potere: anche in Ungheria vengono emanate le leggi razziali e la libertà al popolo ebraico viene tolta giorno dopo giorno, fino ad arrivare alle deportazioni nei campi di lavoro e concentramento.

Leggere un libro come questo fa necessariamente riflette sul come sia facile seminare odio e far attecchire il germe della cattiveria; Konrád racconta della spietatezza che molti soldati nazisti avevano nei confronti della gente, anche dei bambini, ma non risparmia le descrizioni delle violenze che i sovietici infliggevano alla popolazione locale, soprattutto verso donne.

Attraverso gli occhi di un Konrád bambino si percepisce con più intensità il dolore che ha dovuto provare e le memorie dello scrittore unghere aiutano il lettore a districarsi in una delle più drammatiche pagine di storia del Novecento. Un libro per cercare di non dimenticare le sofferenze patite da un popolo intero, non solo ebraico ma ungherese in generale, un libro per far capire che l’odio sonnecchia sotto le ceneri che un qualsiasi personaggio può tornare ad accendere, generando un fuoco distruttore in grado di cancellare ogni singolo tentativo di rispettare il prossimo e vivere in pace.

Titolo: Partenza e ritorno
L’Autore: György Konrád
Traduzione dall’ungherese: Andrea Rényi
Editore: Keller
Perché leggerlo: per non dimenticare le sofferenze patite da un popolo intero, non solo ebraico ma ungherese in generale, un libro per far capire che l’odio sonnecchia sotto le ceneri che un qualsiasi personaggio può tornare ad accendere

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Alexandra Scheiman | Il diario perduto di Frida Kalho

Non so bene quando vidi un dipinto o sentii parlare per la prima volta della pittrice messicana Frida Kahlo. Forse avevo visto uno dei suoi tantissimi autoritratti, o un suo quadro piuttosto bizzarro.

Alla GAM di Torino c’è una libreria specializzata in arte che è favolosa: approfittando dello sconto del 15% perché sono tesserata Musei Torino, ho comprato di recente una monografia della Taschen su Frida. Sfogliandolo distrattamente in treno mi sono detta: “mamma mia che quadri! Oltre che strani sono pure inquietanti”.

Già.

Ma mica lo sapevo io quanto aveva sofferto Frida in vita sua. I tradimenti di Diego Rivera. Gli aborti. L’incidente con il tram. Mica lo sapevo io quello che questa povera donna aveva patito.

Titolo: Il diario segreto di Frida Kahlo

L’autrice: Alexandra Scheiman è una psicologa messicana, questo è il suo primo romanzo

Editore: Rizzoli

Il mio consiglio: Sì, se vi può appassionare la vita di una delle pittrici più eccentriche del Novecento.

il piccolo cervo

“Il cervo ferito” Frida Kahlo (1946) Il cervo con la testa di Frida rappresenta le speranze deluse della pittrice dopo l’ennesima operazione alla spina dorsale che, malauguratamente, non pose fine alle sue pene.

“Il diario perduto di Frida Kahlo” è un ottimo romanzo per entrare pian pianino nel mondo della grande pittrice messicana. Il libro è decisamente scorrevole, ben tradotto in italiano, e decisamente coinvolgente.

La Scheiman inizia a raccontarci la vita di Frida sin dalla tenera età, presentandoci per primi i genitori: una donna messicana dalla notevole bellezza e un uomo tedesco naturalizzato messicano tanto cambiarsi il nome da Wilhelm in Guillermo. Frida cresce con dei piccoli problemi di salute, ma niente di grave, sino a quell’incidente che cambierà per sempre la sua vita in modo drammatico e sconvolgente: mentre viaggiava su un bus per tornare a casa, un tram tagliò loro la strada, cozzando contro il bus e facendo sì che la piccola Frida si distruggesse molte ossa, tra cui bacino e vertebre.

La vita di Frida cambia, il suo fidanzatino Alexander se ne va e lei resta sola. Inizia a dipingere in questo periodo, per sfogare la frustrazione di non poter uscire di casa. Pian piano inizia a guarire e così incontra il già famoso pittore Diego Rivera: se ne innamora subito.

Diego però non è l’uomo perfetto, anzi. Ha 18 anni più di lei, è già divorziato, ha già dei figli e ama tutte le donne, tradendole a vicenda. Ma per Frida lui è Diego il pittore, il comunista, l’artista, colui col quale dividere passioni, arte, politica e discorsi appassionati.

Lo sposa. Anzi, a dirla tutta, lo sposerà ben due volte!

fridakahlo

“Diego nei miei pensieri” Frida Kahlo (1943) Frida amò Diego per tutta la vita, nonostante i tradimenti e gli inganni. Lo amò così tanto che dopo essersi separata da lui lo risposò.

Frida e Diego si trasferiscono negli USA per motivi di lavoro, e negli Stati Uniti Frida ripone molte speranze: pensa che i medici possano aiutarla a guarire dai suoi terribili mali e la possano aiutare a realizzare il suo sogno più grande: diventare mamma. Ma Frida è costretta ad abortire perché il suo bacino è troppo piccolo e il feto non cresce. Da qui escono i quadri inquietanti dove lei riversa nel letto pensa al suo bambino morto, il piccolo Dieguito.

Frida-Kahlo-Letto-volante

“Il letto volante” Frida Kalho 1932 Per dipingere con precisione il feto del piccolo Dieguito Frida chiese ai dottori di procurargliene uno della stessa età sotto formalina.

Frida ritorna in Messico e conoscerà Lev Trozkij, esiliato russo dal regime di Stalin; vola ad esporre in Europa, dove a Paraigi conoscerà Picasso, Dalì ed Ernest Hemingway. Di ritorno in Messico divorzia da Diego ma entro un anno lo risposa. In patria inizia ad insegnare in una scuola d’arte per ragazzi disagiati e continua la sua opera di raccolta firme per la pace e purtroppo subisce altre operazioni alla schiena (ben sette). Morirà nel 1954 nella Casa Azul dove nacque, oggi questa casa è il Museo Frida Kalho.

La vita di Frida è senz’altro stata affascinante e particolare, lei così strana e bizzarra, ma così pronta a scoprire e viaggiare pur con tutti i suoi dolori, fisici e psicologici.

Il romanzo è, dicevo, scritto molto bene decisamente documentato e interessante. Un buon modo per avvicinarsi all’arte di Frida. Oltre a questo libro, consiglio la monografia della Taschen (dalla quale ho preso i dipinti che ho inserito nel post): KAHLO di Andrea Kettenmann.

Inoltre, per chi dopo queste letture si appassionasse all’eclettica artista messicana, in Italia quest’anno sono in programma due mostre: una in corso a Roma e una a Genova partirà in autunno.

Quella di Roma me la perderò, ma a Genova andrò di sicuro!