Jane Alison | Meglio sole che nuvole

Le parole scritte sono parte del problema? Tradurre, trasporre, è parte del problema? Prima dell’invenzione della scrittura, le parole nuotavano da sole nella testa della gente? Voglio dire, esistevano le parole nel silenzio prima dell’invenzione della scrittura, o esistono solo quando vengono soffiate al di là dai denti? Le cose al tempo di Omero erano diverse? O siamo sempre stati tutti una piscina piena privata di parole che nuotano mute? [Jane Alison, Meglio sole che nuvole, trad. L. Noulian]

J è una donna di mezz’età che, a seguito dell’ennesima delusione amorosa, sceglie di ritornare a Miami, in Florida, dove prende in affitto un appartamento in un condominio fatiscente. Miami è tutta grattacieli di vetro, cieli blu a tratti velati da sottili nuvole e personaggi piuttosto bislacchi. Per esempio, c’è una donna che getta oggetti dal balcone lassù in alto, e a J farebbe davvero piacere scoprire che cosa butta giù.

J porta con sé tre cose: la sua insicurezza, l’anziano gatto Buster e il suo amato Ovidio. J è una traduttrice, si occupa di rendere in inglese versi del poeta latino Ovidio. I brani de Le Metamorfosi che J deve tradurre durante quella calda estate le entrano sottopelle e non è raro che si ritrovi a fantasticare storie ispirate ad Ovidio, usando i personaggi che incontra quotidianamente a Miami.

Avrete notato, immagino, la simmetria di tali eziologie: Furia + Amore; Non Bisogno + Bisogno. Ira e lussuria. Non posso vivere con te né senza di te e mi sembra di non sapere nemmeno io quello che voglio, dice Ovidio. Gia, tutti lo capiamo [Jane Alison, Meglio sole che nuvole, trad. L. Noulian]

I dubbi e le insicurezze di J, in particolar modo sugli uomini, assorbono buona parte dei suoi pensieri. Il matrimonio è fallito, gli amanti che ha avuto le sembrano essi stessi dei falliti, sente che forse è meglio restare da sola, al posto di collezionare tutte queste storie d’amore che in realtà d’amore non hanno nulla. J fa amicizia con N e P, accudisce Buster come fosse un figlio, si prende a cuore un’anatra di un parco che le pare menomata e cerca di convincere sua madre ad andare a vivere in una casa di riposo. J si preoccupa anche del corallo che vive vicino al porto: l’inquinamento non lo ucciderà?

L’estate avanza, le traduzioni devono essere completate. Mentre nel condominio si inizia a parlare di lavori di restauro e smantellamento della piscina a clessidra, lavori costosissimi d’altronde, J incomincia a rendersi conto che l’essere sola non significa necessariamente aver fallito in qualcosa, e forse è proprio dentro di sé che si può trovare il miglior equilibrio, soprattutto smettendo di essere ciò che non si è.

Be’, le trasformazioni sono logiche. Ovidio lo fece capire molto bene. Le trasformazioni sono eque. Si diventa ciò che si era destinati ad essere; si diventa ciò che si è realmente. Non volevi essere di pietra? O di vetro, o di cromo? O qualcosa del genere? [Jane Alison, Meglio sole che nuvole, trad. L. Noulian]

Miami (Photo by Francesca Saraco on Unsplash)

Meglio sole che nuvole” di Jane Alison (trad. Laura Noulian, NN Editore, 18 €) è prima di tutto un libro non-fiction, un collage di tanti pensieri della protagonista che si affastellano a tratti senza logica apparente. È come un lungo monologo interiore, dove non sempre J fa entrare il lettore nel suo mondo: J non rivela il suo nome, né quello dei condomini o dei suoi amanti, che chiama usando pseudonomi assurdi; gli unici che hanno un nome, nel libro, sono il gatto Buster e Virgil.  J dà voce ai pensieri e alle riflessioni sulla sua vita; questo non è un diario e non è un’autobiografia. È una forma di scrittura, una confessione talmente intima e spirituale, che non avevo mai incontrato prima e che inizialmente mi ha lasciata un po’ confusa.

Non è un libro di immediata lettura e a mio avviso necessita di parecchia concentrazione, sia per lo stile narrativo che la Alison utilizza, sia per i riferimenti all’opera di Ovidio qui e là nel testo. Una mia grande pecca è il non aver mai studiato né letto letteratura latina, pertanto ho avuto non poche difficoltà a cogliere i riferimenti e allusioni a Ovidio disseminati nel testo.

Ho riconosciuto alcuni miti citati, conoscevo quello di Dafne e Apollo, con la metamorfosi di Dafne in alloro raccontata da Ovidio e quello delle sfere di Aristofane di Platone, ma altri mi sono sfuggiti.

Le sfere di Aristofane nel racconto di Platone (…) sono quei mostri felici fatti ciascuno da due persone, uomo-donna o uomo-uomo o donna-donna (…) l’unico modo per essere interi constisteva nell’essere in due. Ma questi aggregati sferici erano troppo potenti, e una saetta li divise in due. Adesso loro, noi, passiamo la vita a cercare la metà perduta. No. Non c’è nessuna metà. Ecco cosa pensavo mentre nuotavo con foga, vasca dopo vasca (…) [Jane Alison, Meglio sole che nuvole, trad. L. Noulian]

Photo by Coby Shimabukuro on Unsplash

Ciò che invece mi è piaciuto, oltre al continuo mettermi alla prova durante la lettura, è il fatto che J col tempo capisca che non è necessario avere a tutti i costi qualcuno a fianco, soprattutto se questa persona non è adatta a noi. Un po’ come dice il proverbio “Meglio soli che mal accompagnati”, meglio un cielo illuminato dai raggi solari che annebbiato da una coltre di nuvole.

“Meglio sole che nuvole” è un libro introspettivo, intimo e cerebrale, dove emerge quanto la letteratura possa far parte della vita reale e dove spicca il fatto che essere soli, anche per un breve periodo, non significa essere un fallito o una persona arresa nei confronti dell’amore.

Titolo: Meglio sole che nuvole. Leggere Ovidio a Miami
L’Autrice: Jane Alison
Traduzione dall’inglese: Laura Noulian
Editore: NN Editore
Perché leggerlo: per mettersi alla prova, per chi cerca un libro intimo, introspettivo e cerebrale

(© Riproduzione riservata)

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Amy Fusselman | Il medico della nave/8

La storia della mia vita non era una linea retta che mi lasciavo dietro come una scia, un avvenimento dopo l’altro, alcuni più vicini e altri più lontani. Era come se la storia della mia vita non fosse affatto collegata a me. Era una sfera sul tavolo di una biblioteca chissà dove, e le violenze che avevo subito erano finite sul suo fondo, una chiazza bianca come l’Antartide sul mappamondo. E non è un posto in cui ti viene voglia di andare, l’Antartide, se non per condurre ricerche [8, Amy Fusselman, trad. L. Taiuti]

Le storie intime sono difficili da raccontare. Pensate alla morte di un padre, alla voglia di una maternità che non arriva, ad un’infanzia profanata da un vecchio pedofilo. Pensate a quanto possa essere difficile riportare su carta questi sentimenti, quanto possa essere faticoso rielaborarli, anche se un lieto fine c’è stato.

Dall’elaborazione di questi eventi drammatici, Amy Fusselman ha scritto due lunghi racconti fortemente autobiografici, raccolti insieme nel volume “Il medico della nave/8” (trad. Leonardo Taiuti, Edizioni Black Coffee, 205 pagine, 13€). I racconti vanno letto nell’ordine di pubblicazione, prima “Il medico della nave”, quindi il racconto “8”.

Ne “Il medico della nave” Amy Fusselman racconta della morte del padre (che durante la seconda guerra mondiale fu apprendista medico su una nave militare ma che quando rientrò non completò gli studi in medicina) e del suo desiderio di maternità. Amy è una donna adulta e sposata, un’artista che vive a New York, ma sotto l’apparenza è fragile e preda di malinconie e dispiaceri.

Amy racconta del suo rapporto con il padre, della malattia, dell’agonia e della morte di quest’ultimo; intervalla questi racconti con i numerosi tentativi di riuscire a restare incinta; descrive i meccanismi che stanno dietro alla fecondazione artificiale, ai farmaci, ai trattamenti e alle delusioni di scoprire che neppure dopo l’ennesimo tentativo è rimasta incinta.

C’è la voce di Amy Fusselman, ne “Il medico dela nave“, c’è la sua voce emozionata quando parla del padre e quella distaccata quando racconta del difficile cammino per diventare madre. Oltre alla voce di Amy, ci sono stralci del diario che il padre teneva quando era medico apprendista sulla nave da guerra.

Prima che mio padre morisse, consideravo il mondo un luogo. Con luogo intendo uno spazio. Fisso. Lo spazio non si muovo, sono le persone a spostarsi al suo interno. Le persone e lo spazio possono toccarsi, ma solo superficialmente. Alla sua morte ho capito che persone e spazio sono compenetrabili, a differenza delle persone tra loro. Ho capito che lo spazio è come l’acqua. Le persone possono entrarci [Il medico della nave, Amy Fusselman, trad. L. Taiuti]

New York (Photo by ben o’bro on Unsplash)

Nel secondo racconto della raccolta, intitolato “8” come una delle figure che si realizzano nelle gare di pattinaggio artistico, Amy torna a parlare della sua famiglia, di suo marito Frank e dei loro figli King e Mick, e di un personaggio che ha cambiato la sua infanzia, colui che chiama “il mio pedofilo“.

I pedofili sono fuori di testa. Lo so perché ne ho avuto uno. Ho avuto il mio pedofilo personale. Era il marito della donna che mi faceva da baby-sitter. Di cognome faceva Dauth, ed era una patita di Gesù. Anche il pedofilo si chiamava Dauth. Di nome non so. Ormai sarà morto. [8, Amy Fusselman, trad. L. Taiuti]

Questa rivelazione può essere scioccante, e a tutti gli effetti lo è. Ma nel racconto “8” benché compaia spesso lo spettro del signor Dauth, Amy parla con entusiasmo della sua famiglia, della voglia di tornare a scuola guida per imparare a guidare una motocicletta, dei progressi dei suoi figli e della gioia che finalmente ha nel cuore essendo riuscita a diventare madre, anche se non è sempre uno spasso occuparsi di bambini piccoli.

Parla delle gare di pattinaggio artistico, una delle sue passioni, racconta dei trattamenti medici ai quali si sottopone per ritrovare equilibrio e rielaborare vecchi traumi. Parla di un segreto che la madre le ha sempre tenuto nascosto e del quale non vuole aggiungere molto. Parla del passato, del significato dell’infazia, del tempo che scorre in modo diverso tra bambini e adulti; parla del presente, della gioia, della musica.

Provavo gioia quando pattinavo. Adoravo accendere lo stereo e pattinare liberamente. Era come ballare con un motore attaccato, perché andavo più veloce, piroettavo più veloce e non pensavo, ascoltavo la musica con il corpo e mi abbandonavo a essa per parla entrare dentro di me (…) A volte cadevo e non mi importava, saltavo e cadevo e non mi importava. La felicità in tutto ciò sta nell’aprirsi a un qualcosa che è migliore di te [8, Amy Fusselman, trad. L. Taiuti]

New York (Photo by Karla Alexander on Unsplash)

I racconti della Fusselman sono caratterizzati da una forte componente autobiografica e non sono ascribili ad alcun genere, per questo vengono definiti non-fiction. La trama non si svolge in modo lineare, bensì da un perfetto collage di episodi distanti tra loro nel tempo. La scrittura di Amy Fusselman è fortemente magnetica e lucida, decisamente coinvolgente pur dando l’impressione di essere una voce monotonale.

Tra la vicenda del padre, quella della maternita, i traumi infantili e le successive rielaborazioni, Amy Fusselman trova lo spunto per porre il lettore di fronte a riflessioni sulla vita, sulla morte e sul tempo. Come se la Fusselman stoppasse l’andamento della storia – già trasformata in collage, con i suoi salti temporali annessi – e obbligasse con gentilezza il lettore a fermarsi e a pensare. E’ in questi punti che mi sono ritrovata, che mi sono fermata, che ho chiuso il libro e poi l’ho riaperto per sottolineare le frasi, per ricordarmele, per tornare a rifletterci su. Male non fa mai.

Se non è lo spazio, allora cosa separa le persone? Conoscevo la risposta: quello che separa le persone non è lo spazio ma il tempo [8, Amy Fusselman, trad. L. Taiuti]

Titolo: Il medico della nave/8
L’Autrice: Amy Fusselman
Traduzione dall’inglese: Leonardo Taiuti
Editore: Edizioni Black Coffee
Perché leggerlo: i due racconti di stampo autobiografico di Amy Fusselman sono magnetici, lucidi, coinvolgenti benché all’apparenza monotonali e forniscono notevoli spunti per riflettere. Quella della Fusselman è una voce interessante del panorama newyorkese, per la prima volta tradotta in lingua italiana.

(© Riproduzione riservata)