Jane Alison | Meglio sole che nuvole

Le parole scritte sono parte del problema? Tradurre, trasporre, è parte del problema? Prima dell’invenzione della scrittura, le parole nuotavano da sole nella testa della gente? Voglio dire, esistevano le parole nel silenzio prima dell’invenzione della scrittura, o esistono solo quando vengono soffiate al di là dai denti? Le cose al tempo di Omero erano diverse? O siamo sempre stati tutti una piscina piena privata di parole che nuotano mute? [Jane Alison, Meglio sole che nuvole, trad. L. Noulian]

J è una donna di mezz’età che, a seguito dell’ennesima delusione amorosa, sceglie di ritornare a Miami, in Florida, dove prende in affitto un appartamento in un condominio fatiscente. Miami è tutta grattacieli di vetro, cieli blu a tratti velati da sottili nuvole e personaggi piuttosto bislacchi. Per esempio, c’è una donna che getta oggetti dal balcone lassù in alto, e a J farebbe davvero piacere scoprire che cosa butta giù.

J porta con sé tre cose: la sua insicurezza, l’anziano gatto Buster e il suo amato Ovidio. J è una traduttrice, si occupa di rendere in inglese versi del poeta latino Ovidio. I brani de Le Metamorfosi che J deve tradurre durante quella calda estate le entrano sottopelle e non è raro che si ritrovi a fantasticare storie ispirate ad Ovidio, usando i personaggi che incontra quotidianamente a Miami.

Avrete notato, immagino, la simmetria di tali eziologie: Furia + Amore; Non Bisogno + Bisogno. Ira e lussuria. Non posso vivere con te né senza di te e mi sembra di non sapere nemmeno io quello che voglio, dice Ovidio. Gia, tutti lo capiamo [Jane Alison, Meglio sole che nuvole, trad. L. Noulian]

I dubbi e le insicurezze di J, in particolar modo sugli uomini, assorbono buona parte dei suoi pensieri. Il matrimonio è fallito, gli amanti che ha avuto le sembrano essi stessi dei falliti, sente che forse è meglio restare da sola, al posto di collezionare tutte queste storie d’amore che in realtà d’amore non hanno nulla. J fa amicizia con N e P, accudisce Buster come fosse un figlio, si prende a cuore un’anatra di un parco che le pare menomata e cerca di convincere sua madre ad andare a vivere in una casa di riposo. J si preoccupa anche del corallo che vive vicino al porto: l’inquinamento non lo ucciderà?

L’estate avanza, le traduzioni devono essere completate. Mentre nel condominio si inizia a parlare di lavori di restauro e smantellamento della piscina a clessidra, lavori costosissimi d’altronde, J incomincia a rendersi conto che l’essere sola non significa necessariamente aver fallito in qualcosa, e forse è proprio dentro di sé che si può trovare il miglior equilibrio, soprattutto smettendo di essere ciò che non si è.

Be’, le trasformazioni sono logiche. Ovidio lo fece capire molto bene. Le trasformazioni sono eque. Si diventa ciò che si era destinati ad essere; si diventa ciò che si è realmente. Non volevi essere di pietra? O di vetro, o di cromo? O qualcosa del genere? [Jane Alison, Meglio sole che nuvole, trad. L. Noulian]

Miami (Photo by Francesca Saraco on Unsplash)

Meglio sole che nuvole” di Jane Alison (trad. Laura Noulian, NN Editore, 18 €) è prima di tutto un libro non-fiction, un collage di tanti pensieri della protagonista che si affastellano a tratti senza logica apparente. È come un lungo monologo interiore, dove non sempre J fa entrare il lettore nel suo mondo: J non rivela il suo nome, né quello dei condomini o dei suoi amanti, che chiama usando pseudonomi assurdi; gli unici che hanno un nome, nel libro, sono il gatto Buster e Virgil.  J dà voce ai pensieri e alle riflessioni sulla sua vita; questo non è un diario e non è un’autobiografia. È una forma di scrittura, una confessione talmente intima e spirituale, che non avevo mai incontrato prima e che inizialmente mi ha lasciata un po’ confusa.

Non è un libro di immediata lettura e a mio avviso necessita di parecchia concentrazione, sia per lo stile narrativo che la Alison utilizza, sia per i riferimenti all’opera di Ovidio qui e là nel testo. Una mia grande pecca è il non aver mai studiato né letto letteratura latina, pertanto ho avuto non poche difficoltà a cogliere i riferimenti e allusioni a Ovidio disseminati nel testo.

Ho riconosciuto alcuni miti citati, conoscevo quello di Dafne e Apollo, con la metamorfosi di Dafne in alloro raccontata da Ovidio e quello delle sfere di Aristofane di Platone, ma altri mi sono sfuggiti.

Le sfere di Aristofane nel racconto di Platone (…) sono quei mostri felici fatti ciascuno da due persone, uomo-donna o uomo-uomo o donna-donna (…) l’unico modo per essere interi constisteva nell’essere in due. Ma questi aggregati sferici erano troppo potenti, e una saetta li divise in due. Adesso loro, noi, passiamo la vita a cercare la metà perduta. No. Non c’è nessuna metà. Ecco cosa pensavo mentre nuotavo con foga, vasca dopo vasca (…) [Jane Alison, Meglio sole che nuvole, trad. L. Noulian]

Photo by Coby Shimabukuro on Unsplash

Ciò che invece mi è piaciuto, oltre al continuo mettermi alla prova durante la lettura, è il fatto che J col tempo capisca che non è necessario avere a tutti i costi qualcuno a fianco, soprattutto se questa persona non è adatta a noi. Un po’ come dice il proverbio “Meglio soli che mal accompagnati”, meglio un cielo illuminato dai raggi solari che annebbiato da una coltre di nuvole.

“Meglio sole che nuvole” è un libro introspettivo, intimo e cerebrale, dove emerge quanto la letteratura possa far parte della vita reale e dove spicca il fatto che essere soli, anche per un breve periodo, non significa essere un fallito o una persona arresa nei confronti dell’amore.

Titolo: Meglio sole che nuvole. Leggere Ovidio a Miami
L’Autrice: Jane Alison
Traduzione dall’inglese: Laura Noulian
Editore: NN Editore
Perché leggerlo: per mettersi alla prova, per chi cerca un libro intimo, introspettivo e cerebrale

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Jesmyn Ward | Salvare le ossa

La prima volta che mamma mi aveva spiegato cos’è un uragano, ero convinta che gli animali scappassero tutti, che fuggissero prima della tempesta, che fiutassero il vento in anticipo e capissero che stava arrivando (…) Che i cervi guardassero i compagni e poi balzassero via. Che le volpi parlottassero tra loro, incassassero le spalle e si dessero alla fuga. E forse gli animali più grandi lo fanno davvero. Adesso però sono convinta che gli altri, come gli scoiattoli e i conigli, non si comportino affatto così. Forse gli animali piccoli non scappano. (…) fiutano l’aria del temporale in arrivo, quell’aria che sa di sale, di sale e fuoco che brucia tutto, e si preparano come noi [Salvare le ossa, J. Ward, trad. M. Pareschi]

Nell’entroterra del Mississippi, gli ultimi giorni di agosto sono densi quanto il cielo gonfio di nuvole grigie e lattiginose, così pesante che potrebbe cadere in terra da un momento all’altro. Il tempo sembra scorrere lentamente mentre la famiglia di Claude Batiste attende gli aggiornamenti sull’andamento dell’uragano che si muove nel Golfo del Messico.

I Batiste vivono nella “Fossa”, una porzione del bayou ribassata a causa dell’estrazione di argilla. Nella Fossa, dove tutto è polvere rossa e umidità e puzza di rifiuti bruciati, a regnare è il disordine: carcasse di furgoni, pezzi di ricambio di vario tipo, galline che razzolano nel cortile ma nascondo le uova nella foresta. Poco più in là si trova una piscina scavata nell’argilla dove l’acqua è rosa-arancione.

I componenti della famiglia nuotano nell’aria rovente e nei propri pensieri, in quei giorni di febbrile attesa. Claude Batiste, il padre, è spesso alticcio ma sa quale può essere la violenza di un uragano, ha vissuto Camille nel ’69, una tempesta leggendaria che spesso ricorreva anche nei racconti di mamma.

Randall è maturo per i diciassette anni che ha, sogna di poter andare al campo estivo di basket per dimostrare agli allenatori che la meriterebbe lui, la una borsa di studio il college. Skeetah, sedici anni, possiede un pit bull da combattimento, la bianchissima China, che ha appena dato alla luce cinque bellissimi cuccioli. Junior ha sette anni, l’ultimo fiore di mamma Rose, la quale vive solo più nei ricordi dei suoi figli.

Quando era morta, mamma mi aveva detto che era andata via, e io mi chiedevo dove. Siccome piangevano tutti, mi ero avvinghiata a mamma come una scimmia, mi ero aggrappata al suo corpo morbido con le braccia e con le gambe, e mi ero messa a piangere anch’io, lasciandomi attraversare da caterve d’amore, come pioggia estiva, continua, accecante. E poi era morta anche mamma, e non mi ero più potuta aggrappare a nessuno [Salvare le ossa, J. Ward, trad. M. Pareschi]

Alba nel bayou (fonte: WIkipedia CC BY-SA 4.0.)

L’unica ragazza in questo universo maschile è Esch, che ha quindici anni e vorrebbe essere amata. Esch si occupa come può della casa e della famiglia, ama segretamente Manny, l’amico di Randall, e legge e rilegge la storia di Medea e Giasone.

Nell’attesa di scoprire quale sarà la traiettoria dell’uragano e di sapere se colpirà anche il Mississippi, la vita alla Fossa scorre come se fossero giornate normali. Skeetah assiste la sua pitt bull che ha appena partorito; Randall si allena senza sosta per la partita di selezione per il campo estivo; Junior bazzica qua e là coi fratelli maggiori; i ragazzi organizzano un piccolo furto a casa dei bianchi, una grigliata con gli amici, un combattimento con i cani di Marquise, Manny e Rico, mentre Big Henry è sempre disponibile per dare una mano a tutti. Ed Esch, in quell’attesa rovente, fa la scoperta più incredibile di tutte: diventerà madre.

Il sole piomba su di me bruciandomi, facendo evaporare il sudore, acqua, sangue e lasciando solo la pelle, i miei organi dissecati, le ossa friabili: il mio corpo, un acino d’uva secca. Se potessi mi ficcherei dentro una mano e mi strapperei via il cuore, e quel minuscolo seme bagnato che diventerà il bambino. Prima quelli; il resto non farà così male [Salvare le ossa, J. Ward, trad. M. Pareschi]

Nel romanzo c’è un altro protagonista, ingombrante e spaventoso. Viene nominato spesso e quando si manifesta lo fa senza nessuna misura, devastando e distruggendo tutto, urlando e frustando gli alberi con la sua furia: l’uragano Katrina. I Batiste sanno che il luogo dove vivono è sulla linea di passaggio degli uragani e da Katrina vengono presi in pieno.

Katrina li costringe a chiudersi in quella casa pericolante, fa saltare la corrente elettrica, li terrorizza riversando piogge torrenziali e stradicando querce secolari. Devasta il bayou. Devasta le esistenze. Miete vittime al suo passaggio. Ma allo stesso tempo, rinsalda i rapporti, unisce i Batiste, ora che hanno un nemico comune, fortissimo, da combattere. Se l’uragano Katrina dispensa morte, Esch deve resistere al suo passaggio perché dentro di lei sono racchiusi vita, speranza e futuro. È racchiuso Jason, se sarà maschio. È racchiusa Rose, se sarà femmina.

Legherò i pezzi di vetro e mattone con lo spago e appenderò i frammenti sopra il letto, in modo che brillino nel buio e raccontino la storia di Katrina, la madre che è entrata nel golfo come una regina per portare la morte. Il suo carro era una tempesta terribile e nera (…) La madre assassina che ci ha feriti a morte e tuttavia ci ha lasciati vivi, nudi, stupefatti e raggrinziti come bimbi appena nati, come cuccioli ciechi, come serpentelli appena usciti dal guscio, affamati di sole. Ci ha lasciato un mare buio e una terra bruciata dal sale. Ci ha lasciati qui perché impariamo a camminare da soli. A salvare ciò che possiamo [Salvare le ossa, J. Ward, trad. M. Pareschi]

Tipiche abitazioni nei bayou del Sud degli USA (fonte: Wikipedia: CC BY 2.0)

Salvare le ossa” di Jesmyn Ward (trad. M. Pareschi, NN Editore, 19 €) è un romanzo narrato in prima persona da Esch, spettatrice e protagonista in attesa dell’arrivo di Katrina, suddiviso in dodici giorni. La Ward delinea la storia come se fosse lei stessa un urgano: senza usare mezze misure, con schiettezza e senza nascondere nulla. La paura, la gioia, l’attesa, tutte le emozioni sono estreme. Non ci sono sconti.  Allo stesso tempo, la scrittrice utilizza dei paragoni così poetici e toccanti che sembra incredibile che stia parlando di un qualcosa che dispenserà morte e panico.

Katrina ha ferito l’America, ha distrutto tutto, ha seminato morte. Ma ai Batiste ha insegnato che c’è solo un modo per salvare le ossa: restare uniti, soprattutto se la furia distruttrice si palesa sotto forma di fenomeno naturale impossibile da fermare.

Titolo: Salvare le ossa
L’Autrice: Jesmyn Ward
Traduzione dall’inglese: Monica Pareschi
Editore: NN Editore
Perché leggerlo: perché la Ward delinea la storia come se fosse lei stessa un urgano: senza usare mezze misure, con schiettezza e senza nascondere nulla. Perché un fenomeno naturale ingovernabile può insegnare quanto preziosa è la vita.

(© Riproduzione riservata)

Roberto Camurri | A misura d’uomo

(…) pensa ai gol segnati nella porta senza rete, ai pali arrugginiti, al pericolo, alla fiducia dei loro genitori nel farli giocare lì da soli, pensa alle loro risate prive di responsabilità, al fatto che la vita nei pomeriggi della loro primavera sembrava perfetta. Sembrava, mentre correvano sudando e calpestando i fiori, che tutto quello di cui avevano bisogno si trovasse lì, a portata di mano [A misura d’uomo, Roberto Camurri]

Davide e Valerio sono amici. Vivono a Fabbrico, un paese della bassa emiliana, un luogo non-luogo di passaggio dal quale le persone preferirebbero scappare piuttosto di viverci. Il rapporto tra Davide e Valerio inizia a vacillare quando Davide incontra Anela, e se ne innamora. Davide e Valerio si allontanano, si riavvicinano, provano a ricucire il loro rapporto. Un giorno Valerio decide di andare via da Fabbrico, di lasciarsi alle spalle tutto e tutti e di ricominciare daccapo.

Attorno a Fabbrico ruotano Luigi, Mario, Elena, Giuseppe, Maddalena e la Bice, anziana proprietaria di un bar che orgogliosamente apre ogni giorno. Ognuno di loro, in modo diverso, è collegato a Davide, Anela e Valerio. Andare via da Fabbrico può sembrare difficile, eppure è più difficile tornare, riprendere le fila della vita di un tempo che oggi non c’è più.

Il treno è piccolo, ci sono tre vagoni, sono tre vagoni tristi, di quelli che si muovono piano, che arrivano sempre in ritardo, che ti aspetti di trovarci un camino in cima, di vedere il vapore. Il treno si muove svogliato, sembra quasi inciampare nelle erbacce che trova lungo i binari, lungo il cammino, gli sembra di essere sulle spalle di un vecchio, vede case diroccate fuori dal finestrino, il treno è vuoto. A Brescello scende per salire su un autobus che finalmente lo lascerà a Fabbrico, il paese dove è nato [A misura d’auomo, Roberto Camurri]

A misura d’uomo” di Roberto Camurri (NN Editore, 168 pagine, 16 €) è uno di quei libri che attirano l’attenzione, vuoi per la bella copertina – quello sfondo color Lambrusco e il ragazzo in bianco e nero con lo sguardo trasognato – vuoi per la trama semplice e intrigante allo stesso tempo. Dopo averlo letto, però, mi sono chiesa cosa effettivamente avessi letto. Tra me e “A misura d’uomo” non è scattata la scintilla, non ci sono stati ammirazione o incanto. Provo a raccontarvi il perché.

Innanzi tutto per i personaggi. I personaggi, principali e secondari, sono incosistenti. Ad eccezione di uno di loro, gli altri mi sono sembrati dei fantasmi incompiuti e immateriali. Le loro azioni sono spesso ripetitive, i dialoghi tra loro sono secchi, asciutti, vuoti; i silenzi sono troppi, quasi nessuno di loro è in grado di comunicare con gli altri.

L’unico personaggio ad avermi convinta è Valerio, perché descritto con più cura. Per me, è Valerio è il collante di tutte le storie raccontate in “A misura d’uomo“; è Valerio che cura con dedizione delle persone di Fabbrico – Giuseppe, Mario, Elena, la Bice, la sua compagna e, poi, sua figlia. È Valerio che va via da Fabbrico sapendo che non potrà andare via per sempre. È Valerio che cerca di ristabilire il caos che gli altri creano, continuamente.

L’amore a Fabbrico è insicuro, incerto, acerbo. L’amore è stare con una persona anche se non la sia ama. L’amore è abbracciarsi perché non si ha nulla da dirsi. L’amore è trascorrere una vita senza dichiararsi mai e vivere un’esistenza solitaria ai margini di un paese dimenticato, vuoto, un po’ triste. L’amore tra Davide e Anela convince, ma non dura. L’amore tra Valerio e Anela non convince, ma dura. L’amore più bello è, forse, quello tra Mario ed Elena, perché lei nonostante tutti i problemi, gli resta accanto.

A Mario piace quando piove, quando fuori fa freddo, quando è sabato. Gli piace passare i pomeriggi e le serate in casa con lei, sdraiati sul divano, a leggere, a guardare film, gli piace che sia lei, a volte, a cucinare, gli piace che veda quel posto come casa sua, che si senta libera, che si senta a casa [A misura d’uomo, Roberto Camurri]

A misura d’uomo” è un romanzo composto da racconti, dove questi ultimi possono essere letti in ordine casuale oppure nell’ordine in cui vengono proposti. Nei racconti a comparire sono sempre gli stessi personaggi, per questo viene naturale pensare un collegamento tra loro. I racconti saltano in avanti e indietro nel tempo, in modo imprevedibile.

L’idea di raccontare una storia saltando avanti e indietro nel tempo è un espediente che funziona quando l’autore ha in mente una trama forte, ben precisa. Leggendo i racconti nel libro “A misura d’uomo” ho avuto la sensazione che la storia si inceppasse ogni tanto, che alle vicende narrate mancassero i tasselli importanti, quelli necessari al lettore per capire la storia, i pezzi fondamentali per vedere il disegno di puzzle; al contrario, Camurri si concentra su quei dettagli che all’apparenza sono insignificanti ma risultano piacevoli da sottolineare.

Forse in questo suo esordio Camurri ha messo troppa carne al fuoco, concentrando tutte le sue forze sullo stile narrativo e mettendo in secondo piano la storia vera e propria, trascurando la cura di alcuni personaggi che potenzialmente potevano essere molto interessanti (come la Bice, Giuseppe, Elena, Mario… avrei voluto sapere di più su di loro, avrei voluto ascoltare le loro storie).

Romanzo in racconti in parte collegati e in parte no; salti temporali avanti e indietro negli anni, dove spesso sono i vuoti a farla da padrona; stile narrativo asciutto, freddo, con tutte tutte quelle virgole, il periodare infinito, i lunghi elenchi di azioni e gesti. Scelte stilistiche che, tutte concentrate in poco meno di 200 pagine, a mio avviso hanno appesantito il libro nella sua globalità.

Leggere “A misura d’uomo” è stato come guardare un film a spezzoni in ordine caotico: si incomincia guardando l’inizio, poi si guardano un paio di scene a metà film, poi si passa alle scene appena prima del finale, quindi al finale e di nuovo ad inizio film. Ma gli spezzoni tra una scena e l’altra, tra un fotogramma e l’altro, non vedono mostrati tutti, lasciando un senso di incompletezza. I vuoti e i silenzi che Camurri ha lasciato sono troppi e io ho fatto fatica a colmarli tutti.

Sono cresciuta e vivo anche io in un paese di provincia, ma tutto questo male di vivere non lo vedo. Sarà che noi piemontesi abbiamo le montagne, punti fermi nei nostri orizzonti, invece nella bassa emiliana è tutto piatto e lì forse sì, forse perdersi è più facile.

Titolo: A misura d’uomo
L’Autore: Roberto Camurri
Editore: NN Editore
Perché leggerlo: per chi ama i libri che lasciano vuoti da colmare con la propria immaginazione

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Megan Mayhew Bergman | Paradisi minori

C’è posto per me nel paesino di porcellana? Per la mia casa cadente, i cani, le pecore? (…) Entrai a versarmi altra vodka e limonata. Pensai alle foglie di Gray nel cassetto del mio comodino e andai di sopra a prenderle. Il procione aveva fatto il nido nel mio cuscino. Sembrava così tenero, e dormiva tanto bene che non cacciai. Portai fuori l’album e mi sedetti sui gradini, con il coniglio sordo ai miei piedi, i cani accanto, le pecore che mi fissavano con le pupille a fessura. La gente dice sempre, Non abbandonare le cose che ami. Ma si può fare, e io l’ho fatto. [dal racconto Collezioni, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Sono dodici i racconti che compongono la raccolta “Paradisi minori” di Megan Mayhew Bergman, tradotti da Gioia Guerzoni per NN Editore, dove figure femmili e animali sono protagonisti.

Le donne vengono ritratte nei momenti cruciali della loro esistenza. Alcune quando devono prendere delle decisioni che cambieranno la loro vita, come tenere un bambino, abbandonare il proprio compagno, far operare il cane, lottare contro il senso di pietà che la gente manifesta dopo un grave incidente.

La sua sicurezza, che un tempo mi affascinava, era sgradevole, un ostacolo alla mia felicità (…) Adesso so cosa voglio fare, dissi. Abbassai lo sguardo e mentre cominciavo a spiegare vidi la speranza nel mio corpo, la mia stupida, grezza speranza [dal racconto Le balene di ieri, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Altre stanno per perdere qualcosa di importante: la madre, il compagno, l’affetto di una figlia, la memoria del padre; o vedono messe in discussione le loro convinzioni, trasformandole in donne più fragili, insicure e indecise.

Forse era solo il suo corpo, e non le sue idee, a essere in declino. Ero sorpresa che la nostra piccola tragedia personale facesse più male di un oceano morto, che quella sua vita troppo lunga mi desse angoscia, in quel momento (…) Ero sorpresa da quanto avevo fatto per proteggere la sua vita, per arricchirla, per prolungarla. Un istante dopo averlo ucciso con la fantasia, mi sentii di nuovo pronta a qualunque cosa per farlo star bene, per regalargli qualche attimo di felicità [dal racconto Il cuore artificiale, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Assieme alle donne, dicevo, gli altri protagonisti sono degli animali di diversa specie. C’è un pappagallo che custodisce un segreto molto importante e la protagonista corre a cercarlo; ci sono tre vecchi e acciaccati Golden Retriever che una giovane donna ama più delle persone; c’è un raro aye-aye accudito da una donna adulta vittima dell’alcool che grazie all’animale capisce gli errori che ha commesso con la figlia; c’è un coyote bianco che vuole proteggere i propri cuccioli dalla furia di una ragazza che presto perderà la madre.

Voglio chiamarla e dirle della notte in cui ho salvato un aye-aye (…) Voglio chiamarla e dirle che mi dispiace, che capisco, che il mondo non finirà (…) Voglio raccontarle della proscimmia in via di estinzione che ho nell’armadio. Voglio chiamarla e dirle che le voglio bene. Voglio raccontarle un’altra storia a cui lei non crederà [dal racconto Un’altra storia a cui lei non crederà, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Ci sono racconti davvero toccanti, come “Salvare la faccia“, “Le balene di ieri” o, il mio preferito, “Collezioni” (preferito perché la protagonista prende la decisione giusta e poi, sapete, io ho una passione per i Golden Retriever). Ci sono racconti che fanno riflettere e allo stesso tempo sono ben strutturati, come “Le arti della casalinga” e “Il cuore artificiale“, “Caccia notturna” e “Il calzino da duemila dollari” hanno un finale agrodolce perché spesso la vita non sempre va nella direzione che vogliamo. Non mi hanno convinta le storie racchiuse nei racconti “La mucca che si mungeva da sola” e “L’orto urbano“.

Ciò che ho sempre apprezzato, anche nei racconti che mi sono piaciuti meno, è lo stile della Bergman: avviare un racconto parlando del presente quindi prendere per mano il lettore e raccontargli i trascorsi delle protagoniste; l’ho trovato bello, questo modo di strutturare il racconto, perché è solo conoscendo il passato – con gli errori, le paure e i dubbi – di chi ci sta accanto che possiamo provare a comprendere le loro scelte.

Ma il sentimento più tangibile che provava era la rabbia, rabbia nei confronti di se stessa per aver sottovalutato un animale, rabbia nei confronti di Clay che rendeva le cose più difficili, tentando continuamente di strapparla alla solitudine in cui lei si sentiva al sicuro [dal racconto Salvare la faccia, Megan M. Bergam, trad. G. Guerzoni]

Titolo: Paradisi minori
L’Autrice: Megan Mayhew Bergman
Traduzione dall’inglese: Gioia Guerzoni
Editore: NN Editore
Perché leggerlo: perché al di là della storia- che può coinvolgere o meno – questi racconti sono tecnicamente perfetti

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Tom Drury | La fine dei vandalismi

Fecero una passeggiata tra i boschi fino a un dirupo presso il grande lago. “Non sapevo che ci fossero posti del genere” disse Louise. Il vento soffiava loro in faccia e tra i capelli, e quella sera a Dan venne il mal d’orecchio. Il giorno dopo aveva più di trentotto di febbre, perciò andarono da un medico dell’isola, che disse a Dan di mettersi della senape nell’orecchio. Louise e Dan, allora, presero un traghetto per tornare sulla terraferma, comprarono degli antibiotici a Escanaba e tornarono a casa (…) Erano le undici e un quarto di una mattina limpidissima quando furono di ritorno a Grafton. Gli allibratori clandestini avevano lasciato la zona e, nel luogo in cui un tempo si trovava la casa mobile di Dan, la soia cresceva a file ricurve [Tom Drury, La fine dei vandalismi, trad. G. Pannofino]

Lo sceriffo Dan Norman si innamora di Louise Darling, sposata con Charles ‘Tiny’ Darling, durante l’iniziativa per la raccolta di sangue alla stazione dei pompieri di Grafton. Louise è una fotografa che lavora presso uno studio a Grafton, mentre Tiny è un uomo che si aggiusta facendo più danni che lavori onesti.

Mary Monrose, la madre di Louise, ama Hans Cook, un uomo che cura i dolori alla cervicale con l’LSD; Mary è una donna molto severa che al consiglio comunale durante la discussione riguardante il cane mordace di Alvin propone delle soluzioni drastiche. Ma è anche una madre che qualche volta fa emergere un lato gentile verso la figlia Louise, al contrario della fredda madre di Tiny.

Il giovane Albert Robeshaw, ultimogenito del vecchio Robeshaw, si innamora perdutamente di Lu Chiang, una studentessa orginaria di Taiwan in America per uno scambio culturale temporaneo (anche se, in realtà, la famiglia che la ospita le assegna il compito di tenere in ordine il pollaio e curare le galline).

Quando Louise chiede il divorzio a Tiny, Dan Norman dichiara il suo amore per Louise e le chiede di andare a vivere con lui. Alla festa contro i vandalismi, Tiny arriva su di giri e vedendo Dan abbracciare teneramente Louise, distrugge il monumento contro gli atti vandalici realizzato dagli studenti di miss Thorsen e corre a rifugiarsi dal fratellastro Jerry, decidendo poi di andare a vedere il Gran Canyon e di cercare fortuna sugli altopiani del Colorado.

“Cos’è che stavi scrivendo?” disse Dan mentre uscivano, e lei gli porse un foglietto su cui aveva scritto, quattro volte: Dimostrami amore. “Lo farò” disse lui. [Tom Drury, La fine dei vandalismi, trad. G. Pannofino]

La vita scorre lenta nei paesi della contea di Grouse County; le stagioni si susseguono: le piogge di aprile danno spazio alle torride estati, le quali introducono tiepidi autunni che scivolano in nevosi e gelidi inverni. Albert e i suoi amici commettono buffi atti per attirare l’attenzione degli adulti; una donna abbandona un neonato in un carrello di un supermercato; Tiny torna a Grouse County per spiare la vita di Louise; Joan Grower cerca di instillare la religione nel cuore delle persone; Johnny Withe sfida Dan Norman alle elezioni per la carica di sceriffo della contea.

A Dan sembrava di averla sposata senza conoscerla, di non averla conosciuta neanche dopo e forse di essere destinato a non conoscerla mai, ma quelle cose sparse avevano su di lui una specie di potere magico. [Tom Drury, La fine dei vandalismi, trad. G. Pannofino]

La fine dei vandalismi” di Tom Drury (trad. G. Pannofino, NN Editore, 384 pagine, 19 €) è romanzo composto dalle tante fotografie delle vite di chi abita nei piccoli paesini sparsi in un immaginario, ma realistico, Midwest americano dalla fine degli anni Ottanta ai primi anni Novanta, Grouse County.

Primo di una trilogia, “La fine dei vandalismi” è privo di una trama vera e propria, ma le fotografie letterarie che Drury scatta ai personaggi della contea di Grouse County sono nitide e precise, e le vicende si compenetrano mentre gli abitanti di Grafton, uno dei paesini della contea, interagiscono tra loro.

Usando uno stile coinvolgente e talvolta divertente e scanzonato, Tom Drury riesce a descrivere con grande sensibilità anche episodi drammatici e con molta tenerezza l’amore che Dan prova per Louise e quello (impossibile) che Albert prova per Lu Chiang.

La fine dei vandalismi” introduce il lettore a Grouse County ed è un libro da assaporare lentamente per seguire vicente, storie e sviluppi degli abitanti di Grafton e dintorni, sullo sfondo dell’incessante trascorrere del tempo e dell’alternarsi delle stagioni. Un romanzo bello, poetico, struggente e a tratti drammatico, che mette in scena la vita nelle sue mille sfaccettature.

Titolo: La fine dei vandalismi
L’Autore: Tom Drury
Traduzione dall’inglese: Gianni Pannofino
Editore: NN editore
Perché leggerlo: perché “La fine dei vandalismi” è un romanzo bello, poetico, struggente e a tratti drammatico, che mette in scena la vita nelle sue mille sfaccettature

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Kent Haruf | Le nostre anime di notte

Chissà se sarò in grado di trasmettere tutte le emozioni che ho provato leggendo “Le nostre anime di notte” di Kent Haruf (trad. F. Cremonesi, 166 pagine, 17 €), in particolare a chi a Holt non ci è ancora stato. Ho atteso questo romanzo di Kent Haruf con grande curiosità e quando l’ho avuto tra le mani, in anteprima, mi sono imposta di non leggerlo subito; ma non ci sono riuscita e sono corsa a leggerlo, sicura che mi avrebbe conquistata tanto quanto i libri che compongono la Trilogia della Pianura.

Sei di nuovo troppo severo con te stesso, osservò Addie. Chi riesce ad avere quello che desidera? Non mi pare che capiti a tanti, forse proprio a nessuno. E’ sempre un incontro alla cieca tra due persone che mettono in scena vecchie idee e sogni e impressioni sbagliate. Anche se, ripeto, questo non vale per noi due. Non in questo momento, non oggi.
Anche per me è così. Eppure persino tu potresti stancarti di me e non volerne più sapere.
Se dovesse succedere, possiamo smettere, disse lei. Questo è l’accordo tra noi, no? Anche se non ce lo siamo mai detti. [Le nostre anime di notte, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi]

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Addie e Louis sono due anziani vicini di casa che vivono a Holt, in Colorado, entrambi vedovi con figli adulti ormai lontani; le giornate sono lunghe ma le notti ancor di più, per questo ad Addie viene un’idea un po’ bislacca: chiedere a Louis se gli va di trascorrere le notti da lei. Non si tratta di sesso, precisa immediatamente Addie, è qualcosa di molto più profondo: attraversare le notti assieme, parlare a letto, nel buio, delle loro vite e dei loro progetti.

Louis accetta e inizia così a uscire di casa ogni sera dopo la cena. La prima sera Louis passa dal cortile sul retro, bussa alla porta di un’emozionata Addie che lo sta aspettando. La donna, però, preferisce che Louis passi dalla porta principale e non da quella di servizio; se la gente di Holt avrà voglia di spettegolare, che lo faccia pure, ad Addie non importa poiché sa che con Louis non sta facendo nulla di male.

Addie e Louis, con una tenerezza incredibile, attraversano le notti assieme. Addie racconta dell’incidente della figlia, della morte del marito e della difficile situazione famigliare di suo figlio; Louis parla del suo tradimento alle promesse matrimoniali, della sua redenzione, della malattia e della morte della moglie e infine del difficile rapporto con la figlia.

Ma la gente di Holt, specialmente quelli con la mente più chiusa, prendono a parlar male di questo bel rapporto tra Addie e Louis; parlano talmente tanto che le voci arrivano sino alle orecchie dei figli, che con prepotenza chiedono ai rispettivi genitori di non vedersi più.

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George Ault “Bright Light at Russell’s Corners” (1946)

Cos’è che ci siamo detti? Che è impossibile aggiustare le vite degli altri, no?
Questo vale per te, disse lei. Non per me.
Capisco, disse Louis.
Oh, mi sento già meglio a parlare con te avendoti accanto.
Non abbiamo parlato molto per il momento.
Eppure mi sento già meglio. Te ne sono grata. Ti ringrazio per tutto questo. Adesso mi sento di nuovo molto fortunata. [Le nostre anime di notte, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi]

Leggendo, anche questa volta Kent Haruf mi ha emozionata, con la sua capacità di intrecciare le storie delle vite dei suoi personaggi, descrive situazioni, sentimenti e paesaggi con grande semplicità.

Le nostre anime di notte” non è un romanzo molto lungo: in queste poche pagine sono condensati molti sentimenti ed episodi della vita di Addie e Louis, sia del passato che del presente. Quella di Kent Haruf è una scrittura asciutta e incisiva, mai ridondante eppure sempre precisa e coinvolgente.

Stava iniziando a fare caldo. Metà luglio. Il cielo terso e il grano già falciato nei campi lungo la strada, le stoppie regolari e ordinate, nel campo accanto il granturco verde scuro che correva in file dritte. Una luminosa, torrida giornata estiva [Le nostre anime di notte, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi]

Usa pochissime parole, Haruf, anche per descrive la campagna attorno a Holt, un campo di grano appena falciato, il mais verde brillante che sta crescendo lentamente, un cielo stellato che illumina le notti di Addie e Louis o la Main Street di Holt. E poche parole per rendere concetti quali l’amore, l’amicizia, l’essere genitori, i drammi della vita che tutti, purtroppo, ci ritroviamo ad affrontare.

Dopo aver letto i quattro romanzi di Kent Haruf finora editi in Italia ho capito che la potenza della sua scrittura è la semplicità ed è così che il lettore si identifica facilmente negli avvenimenti che accadono ai protagonisti.

Se volte farvi un regalo, leggete Kent Haruf: le sue storie vi arriveranno dritte dritte al cuore.

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Titolo: Le nostre anime di notte
L’Autore: Kent Haruf
Traduzione dall’inglese: Fabio Cremonesi
Editore:NN Editore
Perché leggerlo: per farvi un regalo, perché la scrittura di Kent Haruf vi entrerà dritta nel cuore

Brian Turner | La mia vita è un paese straniero

Raccontare la guerra non è facile. Chi vive un’esperienza traumatica si trova per tutto il resto della propria vita a fare i conti con le azioni commesse e i comportamenti tenuti. Se si hanno padri e nonni che la guerra l’hanno fatta e la conoscono bene, non si può che essere irrimediabilmente segnati. Ne “La mia vita è un paese straniero” (NN editore, trad. G. Calza, 208 pagine, 18 €) Brian Turner prova a raccontare le sue esperienze, e lo fa sempre in bilico tra uno stile poetico e uno crudo e violento.

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Titolo: La mia vita è un paese straniero

L’Autore: Brian Turner ha servito per sette anni nell’esercito americano. È stato in Bosnia-Erzegovina e in Iraq, in Medio ed Estremo Oriente. Saggista e docente universitario, ha debuttato nel 2005 con la raccolta di poesie Here, Bullet, ottenendo riconoscimenti di critica e di pubblico. La sua seconda raccolta, Phantom Noise, è stata candidata al premio T.S. Eliot nel 2010

Traduzione dall’inglese: Guido Calza

Editore: NN Editore

Il mio consiglio: è un libro non facile, non divertente, non semplice. Ma è un libro poetico, ricco, necessario. Ed io sono veramente contenta di averlo letto

(…) direi che ci è capitata una sistemazione solida per dormire e prepararci alle missioni. Nel giro di pochissimo tempo, qualche giorno al massimo, l’America scompare. Strade e città si allontanano e svaniscono, sostituite da frutteti e boschetti di datteri e dal Tigri, dal paesaggio iracheno di un’epoca di violenza [La mia vita è un paese straniero, Brian Turner, trad. G. Calza]

Militare, che tu lo voglia o no, lo sarai per sempre. Hai la guerra nel sangue, hai la dimestichezza con le armi, ti sei nutrito sin da piccolo dei racconti dei bisnonni, dei nonni e dei tuoi padri. Sarai sempre il sergente Turner perché certe cose dalla mente non si cancellano. Ci si può provare, certo, a togliersi dalla retina le immagini dei corpi dei compagni smembrati, il rumore raccapricciante dei colpi di mortaio, l’ansia che sale nella notte quando si dovrebbe riposare ma non si dorme per paura di un attacco suicida.

Che cos’è la guerra? Il verde triste delle divise, la ruvidezza della polvere del deserto sotto i molari, il vento caldo che impasta la sabbia col sudore. E’ l’acqua del fiume Tigri che continua placida a scorrere, nonostante a Mosul si scateni l’inferno. E’ il colpo d’arma da fuoco che colpisce la testa di un compagno. E’ il sangue rosso brillante che sgorga dalla tempia di un bambino che credevi imbottito di esplosivo. Sono le lacrime fredde di una bambina che abbraccia la bara avvolta dalla bandiera americana dove riposa per sempre suo padre.

Quanto dura la guerra? Per sempre. Per sempre sarà con chi l’ha vissuta, obbligato alla leva o volontario. Per sempre restano i fantasmi e si aggirano lievi attorno a te, quando pensi di essertene liberati ecco che tornano all’improvviso: durante una cena di Natale, durante una vacanza, durante una giornata trascorsa con tua moglie.

Come si racconta la guerra? Sembra impossibile raccontare la guerra. Ho letto tanti libri che parlano di guerra, visti con gli occhi dei militari, dei giornalisti, degli amici e parenti rimasti a casa ad attendere. Attendere cosa? Il ritorno del loro figlio, amico, marito, amante. No, non venite a suonare alla mia porta, voi del governo, non venite a dirmi che mio figlio, il mio amico, mio marito, il mio amante è morto.

Eppure, nonostante sembri impossibile raccontare la guerra, ci sono scrittori e scrittrici che ci riescono e lo fanno molto bene. Brian Turner prima di essere scrittore o militare è un poeta e quest’ultima affermazione trova conferma in ciò che lui riesce a scrivere.

Come fa uno a lasciarsi alle spalle una guerra, qualche che sia, e a riprendere il cammino della vita che gli resta? (…) Il mondo in rovina prenderà casa dentro di me. E tutti costoro ci seguiranno fino ai nostri aerei e s’imbarcheranno con noi. Cammineranno per le strade americane, nella mia città, staranno nel mio giardino a notte fonda, magari si siederanno ai piedi del letto per vedere me e mia moglie attorcigliati insieme in un sogno [La mia vita è un paese straniero, Brian Turner, trad. G. Calza]

Soldiers from the Iraqi army and 4th Platoon, Alpha Company, 1st Battalion, 111th Infantry Regiment (Associators), 56th Stryker Brigade Combat Team, 28th Infantry Division, Pennsylvania National Guard, Multi-National Division Baghdad, load onto UH-60 Blackhawk helicopters at the end of a Joint Air Assault Operation to intercept and prevent illegal weapons movement near Mushada, Iraq, on May 11.

Joint Air Assault Operation in Mushada (Joint Combat Camera Center Iraq, photo by Spc. Neil Stanfield. Credits: Attribution 2.0 Generic CC BY 2.0)

“La mia vita è un paese straniero” è un libro prima di tutto molto particolare: non è un romanzo, ma una raccolta di pensieri, all’apparenza sconnessi, che hanno la guerra come filo conduttore; guerra che, come scrivevo, non è solo quella alla quale ha partecipato il sergente Turner, ma vengono citate anche le guerre dei suoi padri e in generale le guerre che hanno visto i giovani militari americani in prima linea.

Questi pensieri forti e sparsi sono molto personali e sono nati in tempi diversi: per questo si registrano cambi di tempo verbale, dal passato remoto al presente al futuro, e spesso non sono facilmente interpretabili (ma alla fine si trovano delle note scritte dall’autore che aiutano il lettore a districarsi tra il gergo militare, i luoghi e le guerre citate).

Ci sono frammenti di memoria bellissimi, nella loro crudezza, così poetici che si stenta a credere che nella guerra ci possa essere tanta poesia; altri sono più contorti e di difficile interpretazione. I pensieri del sergente Turner rispecchiano la vita militare e cambiano velocità della narrazione: lenti quando i soldati sono in attesa, con l’ansia crescente man mano che si avvicina l’azione; veloci quando si entra nel cuore dell’azione, quando si corre leggendo le parole di Turner, fino a ritrovarsi senza fiato e a rileggere di nuovo dall’inizio per godersi con più calma le parole.

Forse il punto non è tanto che è difficile tornare a casa, quanto che a casa non c’è spazio per tutto quello che devo portarci. L’America, smisurata ed estesa da un oceano all’altro, non ha abbastanza spazio per contenere la guerra che ognuno dei suoi soldati porta a casa. E anche se ne avesse, non vorrebbe [La mia vita è un paese straniero, Brian Turner, trad. G. Calza]

“La mia vita è un paese straniero” di Brian Turner è un libro non facile, non divertente, non semplice. Ma è un libro poetico, ricco, necessario. Ed io sono veramente contenta di averlo letto.

Vicente Alfonso | Le ossa di san Lorenzo

Tra i ricordi più particolari del mio viaggio a Praga c’è la visita al Labirinto degli Specchi sulla collina di Petřín, un piccolo spazio dove entrando si ha la sensazione di vedersi riflessi all’infinito e deformati rispetto alla realtà. Leggere “Le ossa di san Lorenzo” di Vicente Alfonso (trad. F. Cremonesi, 200 pagine, 17 €) è stato come rivivere quelle sensazioni, e se vorrete seguirmi alla scoperta di un Messico inquietante e affascinante, scoprirete il perché.

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© Il giro del mondo attraverso i libri

Titolo: Le ossa di san Lorenzo

L’Autore: Vicente Alfonso è nato a Torreón nel 1977. Ha davvero un fratello gemello e sua mamma è stata un magistrato, ma le somiglianze con il protagonista del libro terminano qui. “Le ossa di san Lorenzo” ha vinto il Premio International de Novela Sor Juana Inés de la Cruz 2014

Traduzione dallo spagnolo: Fabio Cremonesi

Editore: NN editore

Il mio consiglio: affascina, trascina, inquieta, distorce la realtà. Una lettura per chi si vuole mettere alla prova e ha voglia di giocare con l’Autore per cercare di capire quale sia la realtà giusta. Un romanzo dall’incantesimo narrativo perfetto

La realtà è una; le sue letture, infinite. Il mago e il suo pubblico hanno interpretazioni diverse dei fatti. Per gli spettatori l’esibizione è unica e inspiegabile: un istante di fede. Per chi esegue il trucco invece la magia è precisione, allenamento. Fluidità ottenuta a forza di ripetere i movimenti. Conoscere la tecnica, quel meccanismo nascosto fatto di molle e pulegge, ha un prezzo altissimo per il mago: lo rende scettico. Però in cambio gli consente di far credere agli altri [Le ossa di san Lorenzo, V. Alfonso, trad. F. Cremonesi]

Quando Alberto Albores, pscoterapeura, decide di approfondire la vicenda dell’omicidio di Farid Sabag e di scrivere un libro sul suo paziente Remo Ayala, quest’ultimo e il suo gemello Rómulo riposano già da tempo sotto il fico del giardino della casa del loro padre.

Il medico inizia a raccontare la storia dei gemelli Ayala, partendo dalla versione di Remo. Dalla prematura scomparsa della madre Rosario agli anni rinchiuso nel collegio gesuita, Remo è un fiume in piena di ricordi e confessioni; parla degli anni trascorsi con il Grande Padilla, un mago che organizzava gli spettacoli itineranti, racconta della bellissima Magda, giovane amata da entrambi i gemelli; arrivando sino alla notte dell’omicidio di Farid Sabag e al momento in cui, febbrilmente, Remo dissotterra delle ossa bruciate per dimostrare un fatto cruento al dottor Albores.

Albores cerca di ricostruire una storia, ma ben presto – ascoltando anche altri personaggi – si rende conto che di verità non ce n’è una sola e compaiono persone che hanno identità che non corrispondono ai racconti di Remo e situazioni che non si avvicinano alla realtà.

Come una tomba sotto la quale dovrebbe riposare Rosario, la madre dei gemelli, ma con inquietante lucidità i ragazzi scoprono che forse sotto quella lapide non giace nessuno; come i misteri legati alla figura della Niña Cande, una specie di santona vestita di bianco, bellissima, che ha i miracolosi poteri di guarire le persone. Come le contrastanti versioni la notte dell’omicidio di Farid Sabag al Último Trago. Come la Notte degli Apostoli al collegio dei gesuiti e l’incendio della sala proiezioni. Come Zamora, ossessionato dalla figura della Niña Cande, che studiando gli ex-voto in una chiesa aspetta la notte di san Lorenzo.

Come si costruiscono i ricordi? Cambiano, si assestano, maturano con il tempo? O si cancellano a poco a poco come giornali al sole? Può darsi che a volte i fatti si vadano sedimentando nella memoria come acqua torbida, all’inizio ci impedisce di vedere ciò che intuiamo essere vicino. In ogni caso, ricostruire un fatto a partire da varie fonti è come radersi di fronte ad uno specchio rotto: le versioni differiscono in certi dettagli e coincidono in altri [Le ossa di san Lorenzo, V. Alfonso, trad. F. Cremonesi]

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Altare messicano in onore della Santa Muerte, Tropenmuseum (fonte: Niels, Wikipedia, CC BY-SA 2.0)

Quando ho letto le prime trenta pagine de “Le ossa di san Lorenzo” sono rimasta spiazzata: non comprendevo il nesso tra i vari personaggi, gli eventi, i capitoli erano in parte narrati in prima persona, in parte in terza. Così, l’ho ricominciato. Ed è in quel momento che ho iniziato a capire che la realtà non era una sola, i personaggi fornivano la loro versione e non è detto che fosse quella giusta. Anzi, il più delle volte era la verità sbagliata.

Le ossa di san Lorenzo” di Vicente Alfonso è un romanzo che mette alla prova il lettore: la storia dei gemelli Ayala e dei personaggi che ruotano loro attorno è come un rebus da decifrare; molte sono le domande che sorgono durante la lettura ma non tutte sono destinate ad ottenere una risposta soddisfacente. Si possono tentare molte interpretazioni, eppure chi può dare la conferma che quella che crediamo sia la nostra realtà sia davvero corretta?

Attraverso lettere scritte al magistrato Ayala, spezzoni di racconto narrati dal dottor Alberto Albores, i pensieri di Zamora, rivelazioni durante le sedute di psicoterapia, ricordi di Magda ed ex-voto, Vicente Alfonso dà vita ad un incantesimo narrativo pressoché perfetto e ci consegna un libro che non è solo originale, ma è geniale. Perché incastrare alla perfezione vite, storie, fantasmi, morti, ossa, guaritrici e anche un pizzico della storia del Messico, non è semplice: è magia, come quella del Grande Padilla, che esce dalle pagine e brilla attraverso le parole che abbiamo la fortuna di leggere.

(…) mi inquieta pensare che, se avessi preso altre decisioni, questa storia sarebbe andata in un’altra direzione. Immagino succeda sempre così: sembra semplice uscire dal labirinto, una volta che si è trovata la strada. [Le ossa di san Lorenzo, V. Alfonso, trad. F. Cremonesi]

(© Riproduzione riservata)

Librinpillole: le letture di agosto e settembre

Dopo la pausa estiva ritorna Librinpillole, la rubrica che vi racconta e vi consiglia i libri che ho letto nel mese appena trascorso. Buone letture!

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Da lettrici e lettori attenti avrete notato – probabilmente! – che alla fine del mese di agosto non ho scritto l’articolo della rubrica Librinpillole con l’elenco delle letture del mese; questa mancanza è dovuta al fatto che il 30 agosto sono partita per la vacanza estiva a Malta, quindi in questa puntata di Librinpillole vi parlerò delle letture di agosto e di settembre assieme.

Iniziamo con il mese di agosto, mese che non amo particolarmente come ho già detto più volte, ma durante il quale ho letto (e pedalato!) parecchio, ecco quali libri:

  • Sono il guardiano del faro Éric Faye (trad. Valentina D’Onofrio, Racconti edizioni, 150 pagine, 14 €). Un’ottima raccolta di racconti, molto raffinati e sofisticati, per chi cerca una prosa che la potenza di una poesia.
  • Sassi vivi di Anna Rottensteiner (trad. Carla Festi Keller editore, 128 pagine, 13€). Una lettura molto interessante che apre una finestra su di un difficile periodo storico così vicino a noi e così importante da non dover assolutamente essere dimenticato.
  • Nessuno scompare davvero di Catherine Lacey (trad. Teresa Ciuffoletti, SUR editore, 243 pagine, 16,50 €). Il romanzo mi è piaciuto ma è necessario leggerlo con lo spirito giusto e prendere il personaggio di Elyria per quello che è: una donna insoddisfatta che non sa cosa vuole dalla vita.
  • Crepuscolo di Kent Haruf (trad. Fabio Cremonesi, NN Editore, 314 pagine, 17 €). Per chi è già stato a Holt sarà di nuovo come tornare a casa, dove si incontrano vecchi amici e conoscenze. Consiglio di leggere Crepuscolo solo dopo aver letto Canto della pianura.
  • La Repubblica del Catch di Nicolas De Crécy (trad. Fay R. Ledvinka, Eris edizioni, 222 pagine, 17 €). E’ una bella graphic novel per chi cerca una storia assolutamente visionaria, strampalata e bizzarra.
  • Il paese dei segreti addii di Mimmo Sammartino (Hacca edizioni, 184 pagine, 15 €). E’ un romanzo dal titolo poetico e affascinante, struggente e trascinante. Davvero consigliato.
  • Isole minori di Lorenza Pieri (edizioni E/O, 207 pagine, 17 €). Un romanzo che ho amato tantissimo, mi ha colpita, stregata, emozionata. Mi sono commossa alla fine, perché è successo ciò che speravo sin dalle prime pagine. Per me è un libro imperdibile.
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Le letture di agosto!

Settembre è il mio mese preferito, chissà forse perché lo inizio sempre in vacanza o perché mi piace l’idea di ricominciare con entusiasmo dopo la pausa estiva, o forse perché è il mese del mio compleanno (e io compio gli anni con Frodo e Bilbo Baggins). Insomma, anche durante il mese di settembre ho letto libri e graphic novel molto interessanti. Eccoli:

  • Itero perpetuo di Adam Tempesta (Eris edizioni, 408 pagine, 18 €). Gli amanti dei fumetti di fantascienza, molto visionari e surreali, troveranno un’ottima graphic novel con una storia ben congegnata.
  • Le cose che non facciamo di Andrés Neuman (trad. Silvia Sichel, SUR edizioni, 152 pagine, 15€ ): la raccolta di brevi e brevissimi racconti di Neuman la consiglio agli appassionati del genere narrativo breve, a chi piace leggere qualcosa di sperimentale e assurdo, a chi cerca qualcosa di decisamente innovativo.
  • Aiuto! di Isaak Friedl e Yi Yang (BAO Publishing, 18 €)
  • Mio fratello rincorre dinosauri di Giacomo Mazzariol (Einaudi, 174 pagine, 16,50 €): è un romanzo bellissimo, commovente e scritto molto bene. Consigliato a chi ama le storie tratte dalla vita vera e a chi crede che le barriere siano soprattutto mentali. Un romanzo consigliatissimo ai ragazzi giovani.
  • Risposta multipla di Alejandro Zambra (trad. Maria Nicola, SUR edizioni, 107 pagine, 12 €): lo consiglio a chi cerca una lettura orginale e molto interessante e decisamente diverso dal solito libro!
  • Tumulto di Alice Milani e Silvia Rocchi (Eris edizioni, 167 pagine, 17,50 €): un bel fumetto per chi ama i viaggi on the road, la musica, il senso di libertà che deriva dall’essersi liberati di un grande peso sul cuore
  • Terra di confine di Emil Tode (trad. Francesco Rosso Marescalchi Iperborea, 169 pagine, 10,50 €): è un libro che può sfuggire alle definizioni perché è davvero particolare. Uniche le descrizioni dei luoghi e dei sentimenti, gli eventi descritti attraverso lettere mai spedite. Un libro per chi vuole scoprire autori poco noti in Italia e viaggiare attraverso le pagine.
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Le letture di settembre!

Prima di darvi l’appuntamento al mese prossimo con questa rubrica, vi anticipo una cosa super bella che troverete sul blog prossimamente: il 7 ottobre passate di qui perché ci sarà una sorpresa! Vi dò un piccolissimo indizio: quello che si avvierà il 7 ottobre sarà una cosa che avevo sperato si avverasse e la trovate mescolata nella lista dei buoni propositi per il 2016. Curiosi? Se sì, non vi resta che seguirmi!

L’appuntamento con Librinpillole è per il prossimo mese, con tante (spero belle!) nuove letture!

(© Riproduzione riservata)

Kent Haruf | Crepuscolo

Si ha quella sensazione, quando si legge un romanzo di Kent Haruf, di venir presi per mano e accompagnati in un luogo dove all’apparenza non succede nulla, se non la vita delle persone comuni. Leggere Crepuscolo di Kent Haruf (NN Editore, 314 pagine, 17 €) è un’emozione che cresce pagina dopo pagina.

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Titolo: Crepuscolo

L’Autore: Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani. Ha ricevuto diversi riconoscimenti tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speziale alla PEN/Hemingway Foundation

Traduzione dall’inglese: Fabio Cremonesi

Editore: NN editore

Il mio consiglio: per chi è già stato a Holt, sarà di nuovo come tornare a casa, dove si incontrano vecchi amici e conoscenze. Consiglio di leggere Crepuscolo dopo aver letto Canto della pianura

Intanto all’esterno della casa, fuori dalla stanza silenziosa in cui erano seduti, il buio iniziò ad avvolgere le strade. Presto i lampioni si sarebbero accesi tremolando, sfarfallando, per illuminare tutti gli angoli di Holt. E ancora più in là, fuori città, sugli altipiani, le luci blu dei lampioni nei cortili avrebbero brillato dagli alti pali sulle fattorie e sugli allevamenti isolati nella campagna aperta e brulla, si sarebbe alzato il vento, avrebbe soffiato negli spazi aperti senza trovare ostacoli sui vasti campi di grano invernale, sugli antichi pascoli e sulle strade sterrate, portando con sé una polvere pallida mentre il buio si avvicinava e scendeva la notte. E loro erano ancora seduti insieme nella stanza, in silenzio (…) fra le braccia, in attesa. [Crepuscolo, Ken Haruf, trad. F. Cremonesi]

In Colorado c’è un paesino che si chiama Holt. D’inverno è sferzato dai freddi venti che portano spesso nevischio e ghiaccio, d’estate è illuminato da un sole che fa brillare gli sterminati campi di grano. Victoria è una ragazza che ha dovuto crescere in fretta e ora ha da pensare al suo futuro e a sua figlia Katie; lascia la casa dei fratelli McPheron, Harold e Raymond, quei due uomini timidi, all’apparenza rudi, ma dal cuore immenso.

DJ è un ragazzino che vive con il nonno, ferroviere in pensione, un po’ testone ma affezionato al nipote; Mary Wells è una giovane madre che deve prendere delle decisioni molto importanti, per sé stessa e per le figlie, Emma e Dena. Betty e Luther sono due coniugi che vivono ai margini, in una roulotte con i due figli Joy Rae e Richard, una famiglia bisognosa a carico dei servizi sociali e seguita da Rose Tyler.

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George Ault, “Daylight at Russell’s Corners” (1944)

Crepuscolo è un romanzo dove all’apparenza sembra non accadere nulla, se non la semplice vita di un paesino immerso nelle pianure del Colorado. C’è chi soffre, chi impara ad amare, chi a camminare con le proprie gambe, chi cade e cerca di rialzarsi, chi cade e si rialza e chi non ce la fa.

Narrato in terza persona, Haruf conduce il lettore attraverso un turbine di storie e di vite che non possono che affascinare. La dura vita di campagna, quella dei fratelli McPheron; la difficile vita di chi non sa badare a se stesso, come Betty e Luther; i ragazzi che hanno dovuto crescere velocemente, come Victoria, DJ e Dena. Insomma, Crepuscolo è uno di quei romanzi ai quali è impossibile non affezionarsi ai personaggi, alle situazioni, addirittura al paese stesso, Holt, descritto con cura attraverso le stagioni.

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Rockwell Kent, “December 8, 1941”, (1941).

Se Benedizione era il romanzo della morte, quella di Dad Lewis, ferramenta di Holt, e se Canto della pianura era il romanzo della vita, quella che nasce da Victoria, in Crepuscolo vengono tirate le fila di alcune vite lasciate in sospeso; non mancano i lutti e le rinascite, le difficoltà e le soddisfazioni. C’è sia la vita che la morte, in Crepuscolo, e c’è l’amore che alla fine vince su tutto.

Una volta arrivati, sotto il cielo che impallidiva, andarono alla scuderia, ai recinti del bestiame e alla stalla per controllare che tutto andasse bene, e bovini e cavalli sembravano a posto. Quindi risalirono a casa attraverso il vialetto coperto di ghiaia. Ma l’eccitazione della giornata era ormai passata (…) Alle dieci accesero il vecchio, massiccio televisore in cerca di un notiziario qualsiasi proveniente da qualunque punto dal mondo, prima di salire le scale e buttarsi a letto sfiniti, ciascuno nella propria stanza ai due lati del corridoio, confortati oppure no, demoralizzati oppure no, da ricordi e pensieri familiari logorati dal tempo [Crepuscolo, Ken Haruf, trad. F. Cremonesi]