Ornela Vorpsi | Il paese dove non si muore mai

L’Albania intera lavora per la capitale, che è il sogno dei paesani ed è la loro schiavitù – i loro raccolti fuggono tutti a Tirana: una volta usciti dalla capitale, si trova un solo tipo di pane rotondo, fatto di mais e acqua di cipolle e basta. Oh, quanto dispiaceva adesso il loro destino alle donne del quartiere! (Vivi che ti odio, e muori che ti piango.) [Il paese dove non si muore mai, Ornela Vorpsi]

Ornela Vorpsi è nata a Tirana nel 1968, nel bel mezzo del mandato del dittatore di stampo comunista Enver Hoxha, l’uomo che con la sua folle politica ha condotto l’Albania sull’orlo del disastro.

Nel breve memoir “Il paese dove non si muore mai“, ripubblicato da Minimum fax qualche mese fa, la Vorpsi raccoglie i suoi ricordi, da quando era una bambina al giorno in cui, su un aereo, ha lasciato l’Albania dopo la morte del compagno Hoxha.

Il paese dove non si muore mai” è l’ideale descrizione dell’Albania perché per la Vorpsi gli albanesi sono fatti di ferro, sono robusti, sono persone che non hanno paura di nulla, niente li spaventa. Gli uomini lavorano senza sosta e non sono tenuti a criticare il regime del compagno Hoxha, diversamente scattano punizioni molto severe. Perché l’Albania di Hoxha è il paradiso, è il Paese perfetto per nascere, vivere ma non per morire.

Le donne vengono trattate alla stregua di animali, buone solo per soddisfare le voglie degli uomini e generare bambini che saranno gli albanesi forti di domani. Se muoiono in seguito agli aborti clandestini non è un gran problema, se lo meritavano di certo, quelle prostitute che non sono altro.

Vivi che ti odio, e muori che ti piango. In questa frase c’è la crudeltà e la durezza degli anni del regime di Hoxha; le persone all’epoca perdevano la loro umanità, tutto era volto verso la sopravvivenza e il proprio interesse. Mors tua vita mea, lo riassumerei.

Ornela assume diverse identità, racconta della sua famiglia, del padre incarcerato e della gente che li schifa un po’ per questo. La maestra stessa ce l’ha con lei: per via del padre, certo, ma anche perché Ornela è bella e la bellezza non è una buona qualità. Parla della madre e della nonna, del nonno avvocato che non può praticare la professione e parla di lei, di cosa sogna una ragazzina in trappola in un Paese che è un inferno spacciato per paradiso e racconta di quanto l’Italia la affascini.

Ero figlia di un condannato politico, quindi dovevo impegnarmi d’educazione comunista più degli altri perché ero a rischio, anche a causa della mia avvenenza, che mi stava conducendo senza dubbio verso la perdizione [Il paese dove non si muore mai, Ornela Vorpsi]

Berat, città Patrimonio Mondiale dell’UNESCO (fonte: Wikipedia)

Eppure, nonostante le premesse e le positive recensioni lette, questo libro non mi è piaciuto.

Anzitutto, non ha aggiunto nulla che già non conoscessi sull’Albania al tempo del dittatore Enver Hoxha. A questo proposito, ho letto due libri molto più illuminanti e interessanti: “Breve diario di frontiera” di Gazmend Kapllani (Del Vecchio Editore) e “Appartenersi” di Karim Miské (Fazi editore).

Entrambi memoir, nel primo Kapllani racconta la sua vita in Albania e la sua fuga in Grecia all’indomani della morte del compagno Enver Hoxha; nel secondo, Miské racconta della sua vita divisa tra Francia, Mauritania e Albania, dove viveva con la madre, fervente comunista, ma non in grado di rinunciare alle comodità dei “capitalisti”, come la televisione, gli autisti privati, e le bevande proibite tipo la Coca-Cola.

Questi due memoir contengono molte informazioni, mentre “Il paese dove non si muore mai” della Vorpsi è troppo scarno, asciutto, poco approfondito. Lo stile che usa la Vorpsi non mi è piaciuto: eccessivamente lento, per nulla scorrevole, benché fosse un libro breve l’ho vissuto con la pesantezza di un macigno.

L’ho trovato esageratamente essenziale per i miei gusti ed enigmatico: d’accordo che sull’Albania avevo già letto dei libri e molte cose le conoscevo, ma per un lettore che si approccia alla scoperta dell’Albania da questo libro trarrà ben poche informazioni. Gli episodi raccontati sono frammentati, ho percepito poca continuità e mi ha dato abbastanza fastidio questo saltare di palo in frasca dell’Autrice.

In generale, i memoir mi piacciono, ma preferisco quelli contestualizzati, per conoscere anche parte della storia del Paese dove sono ambientati.

Insomma, è un libro che non consiglio a chi vuole iniziare a scoprire l’Albania, ma che potrebbe essere un libro interessante per chi ama i memoir molto personali, le storie composte da frammenti e lo stile essenziale e molto asciutto.

Titolo: Il paese dove non si muore mai
L’Autrice: Ornela Vorpsi
Editore: Minimum fax

(© Riproduzione riservata)

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Librinpillole: le letture di maggio

Librinpillole è la rubrica che vi racconta e vi consiglia i libri che ho letto nel mese appena trascorso. Buone letture!

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Le letture di maggio!

Il mese di maggio è praticamente volato: grandi protagonisti sono stati le belle letture, il Salone del Libro di Torino, il quinto appuntamento di Una valigia di libri – Viaggio in Nord America e Canada e il viaggio a Bologna per andare a vedere l’emozionantissima mostra di Edward Hopper ospitata a Palazzo Fava (della quale presto vi parlerò qui sul blog!).

Al Salone del Libro ho incontrato molte persone che avevo solo sentito via mail, ho conosciuto editori nuovi dei quali presto vi parlerò e ho portato a casa un bel po’ di libri che ora sono impilati con gli arrivi di maggio e che non vedono l’ora di essere letti

Il quinto appuntamento di Una valigia di libri – Viaggio in Nord America e Canada, creato da Elisa La lettrice rampante e me, grazie all’ospitalità della libraia Stefania della Libreria Sulla Parola a Caluso (TO) ha portato noi lettori e lettrici in Nord America: la partecipazione è stata buona e sono arrivati davvero tantissimi consigli di lettura, sia fisicamente che on line. Il prossimo viaggio, e purtroppo ultimo della rassegna, sarà il 18 giugno e andremo a scoprire le letterature dell’Africa e dell’Oceania: insomma, una bella sfida.

Del viaggio a Bologna ne parlerò presto: ho scaricato le foto che ho scattato, devo ancora rileggere i frettolosi appunti di viaggio e finalmente sarò pronta per parlarvi di questa bella città e soprattutto della mostra del famoso pittore americano.

Passando alle letture, ecco i libri che ho letto questo mese con i relativi consigli ed emozioni:

E adesso? di A Yi (Metropoli d’Asia, 112 pagine, 10 euro) è la storia di un giovane ragazzo cinese che per noia decide di commettere un crimine abominevole ed efferato. E’ un romanzo decisamente inquietante, una sorta di discesa negli inferi nella mente di uno psicopatico e sociopatico. Non lo consiglierei proprio a tutti.

Andarsene di Rodrigo Hasbún (SUR edizioni, 120 pagine, 15 euro) è senza dubbio il romanzo più bello letto questo mese. Il giovane scrittore boliviano ci racconta la storia della famiglia Erlt, in particolare di Monika Erlt, la donna che giustiziò colui che aveva tagliato le mani a Ernesto Che Guevara. Spiegarvi tutte le emozioni scaturite durante la lettura è difficile, per cui non posso che consigliarlo caldamente.

Canto della pianura di Kent Haruf (NN editore, 303 pagine,18 euro) è un romanzo per chi è già stato a Holt, sarà come tornare a casa; ma anche per chi non c’è mai stato, dato che son certa che si innamorerà di questo paese delle pianure del Colorado e delle persone che lo abitano. Bellissimo ed emozionante.

Neve, cane, piede di Claudio Morandini (Exòrma edizioni, 138 pagine, 13 euro) è un romanzo per chi apprezza gli scenari alpini e per chi vuole sentirsi narrare una storia che ha quasi il sapore di una fiaba, davvero piacevole da leggere.

Trilobiti di Breece D’J Pancake (minimum fax, 191 pagine, 16 euro) è una raccolta di racconti non sempre facili da comprendere, e non solo per il linguaggio ma per la simbologia che sta dietro a molti fatti narrati. Non lo consiglio a tutti, ma solo a chi è motivato a conoscere uno scrittore particolare che ha segnato la storia della narrativa americana.

Si può tornare indietro di Ada Murolo (Astoria edizioni, 205 pagine, 16 euro) è un romanzo dolce e commovente che si svolge durante la cerimonia di annessione del 4 novembre 1954, quando le truppe italiane entrarono a Trieste, in una giornata in cui la Storia si fonde con le vicende personali delle due protagoniste femmili Alina e Berta.

Inoltre, questo mese ho letto il romanzo “Lettera d’amore in scrittura cuneiforme” di Tomáš Zmeškal (Safarà edizioni) la cui recensone sarà pubblicata il 10 giugno, ma vi lascio la prima tappa del blog tour organizzato da Safarà editore dove parlo di Praga e del libro (>>qui).

Infine, ho letto i due volumi della collezione Antiprincipesse pubblicati da Rapsodia editore, che hanno come protagoniste Frida Kahlo e Violeta Parra (>>qui).

E voi, avete partecipato a qualche evento letterario questo mese? Quali libri avete letto a maggio? Quali mi consigliate?

L’appuntamento con Librinpillole è per il prossimo mese, con tante (spero belle!) nuove letture!

Breece D’J Pancake | Trilobiti

Il tempo e i sentimenti sono cristallizzati nei dodici racconti che compongono il volume Trilobiti di Breece D’J Pancake (minimum fax, 191 pagine, 16 euro), sono gli unici dodici racconti che potrete mai leggere di Pancake, morto suicida a soli ventisei anni nel lontano 1979. Affrontare la lettura di questi racconti non è semplice, vi sono aspetti che trascendono dalla semplice comprensione di un testo; vi sono simbologie e difficoltà nel decifrare le emozioni, ma per i lettori che amano le sfide Trilobiti è un libro irrinunciabile.

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Titolo: Trilobiti

L’Autore: Breece D’J Pancake (1952-1979) nacque a South Charleston e visse a Milton, in West Virginia. Dopo la laurea frequentò un corso di scrittura creativa e insegnò all’accademia militare. Amava cacciare, campeggiare e andare a pesca. Morì suicida a soli 26 anni

Traduzione dall’inglese: Cristiana Mennella

Editore: minimum fax

Il mio consiglio: Trilobiti è una raccolta di racconti non sempre facili da comprendere, non solo per il linguaggio ma per la simbologia che sta dietro a molti fatti narrati. Non lo consiglio a tutti, ma solo a chi è motivato a conoscere uno scrittore particolare che ha segnato la storia della narrativa americana

Dal soffice tappeto di muschio vicino alla chiusa Reva fissava le due lune, una quieta, sospesa sull’Ohio, l’altra spezzata dalla corrente placida del fiume. Le zanzare ronzavano nelle orecchie, succhiavano sangue dal suo tenero scalpo, ma lei non si mosse. Più a monte, lo zoccolo di un cervo sprofondò nel fango morbido, ma Reva continuò a guardare la luna acquatica, la stessa luna che – lo sapeva – Clinton guardava con la sua troia a Cincinnati. Si toccò il ventre per sentire il bambino che non c’era mai stato, e avrebbe voluto quasi disfare quello che aveva fatto, perfino dimenticarlo (…) Si alzò, le schioccarono le ossa perché era rimasta seduta troppo a lungo sulla rugiada, e con le dita fredde seguì le lettere incise sull’albero. Toccò tutto quello che restava della sua famiglia: L. C. N. C. ’67 [dal racconto Il marchio, Breece D’J Pancake, trad. C. Mennella]

Per parlare dell’intera raccolta ho scelto di partire dall’estratto del racconto Il marchio, perché è uno dei più belli – a mio modesto avviso – e perché in questo preciso estratto si concentrano un po’ tutti i temi cari a Breece D’J Pancake. Reva è la protagonista femminile del racconto, moglie di un allevatore di tori; dopo la giornata trascorsa ad una fiera di paese dove il marito ha deciso di esporre il toro Pippi per cercare di vincere un premio, Reva una volta tornata a casa realizza che nemmeno questa volta è incinta ma soprattutto e lungo il corso del fiume dove si siede capisce di essere davvero sola e che della sua famiglia è rimasto ben poco.

Lungo la sponda dove siede Reva si abbevera un cervo: gli animali sono un’altra costante dei racconti di Pancake. Si trovano cervi, volpi, opossum, scoiattoli, serpenti, cani, tartarughe acquatiche; in ogni racconto ci sono gli animali, spesso fanno solo da contorno, spesso sono vittime innocenti del disagio e della follia umana. Gli animali sono simboli, e spezzare le loro vite oppure salvarli o ancora osservarli, ha per Pancake un significato intrinseco.

Il paesaggio, sempre accuratamente descritto, è un’altra costante dei racconti di Pancake. Siamo in West Virginia, dove visse l’autore e dove vivono i personaggi dei racconti; personaggi che amano e odiano le campagne della West Virginia, anche se alcuni non le lascerebbero mai anche se sogna di saltare su un treno per l’Ohio (come il protagonista del racconto Trilobiti), altri vorrebbero scapparsene lontano, come hanno fatto i suoi amici più furbi.

Ho sentito dire che in Georgia non sanno guidare con la neve e che in Arizona sbroccano al volante con la pioggia, ma nessun ragazzo purosangue del West Virginia andrebbe a meno di centoventi all’ora su un rettilineo, perché certe occasioni non te perdi in una terra dove le cartine stradali somigliano a un barile di vermi con il ballo di San Vito. A quei tempi Chester scoprì che la gente filava via dal West Virginia sulla Interstate 64 in rotta verso posti più interessanti come l’Ohio e l’Iowa, e per prima volta in vita sua Chester mise la quarta sulla sua Chevy con motore Pontiac (…) non chiedetemi dove andò Chester, perché lo rividi solo quattro anni dopo e a quel punto non parlava [dal racconto “La mia salvezza”, Breece D’J Pancake, trad. C. Mennella]

I personaggi dei racconti svolgono sempre mestieri semplici, sottopagati, denigranti e rappresentano uno spaccato reale della provincia americana degli anni Sessanta e Settanta. Sono benzinai, carrozieri, minatori, prostitute, agricoltori, allevatori di tori e maiali, camionisti, scaricatori di porto, bracconieri, ex-pugili. I dialoghi dei personaggi sono spesso sgrammaticati, mancano i congiuntivi oppure le espressioni sono difficili da interpretare (I maiali mi fissano, sbuffano vicino al trogolo. Aspettano che gli do da mangiare e mi avvio verso il recinto).

Echeggiano le guerre, nelle voci e nei racconti dei personaggi. La Seconda Guerra Mondiale, con i ricordi di chi l’ha combattuta in Europa, e si odono gli inquietanti echi della guerra in Vietnam.

Infine, la sensazione del tempo che passa, come l’acqua di un fiume, senza aspettare né guardare in faccia nessuno è un ulteriore aspetto dei racconti di Pancake. Tutti i protagonisti dei racconti si guardano indietro e accettano le scelte compiute, oramai impossibili da cambiare. Sono persone che hanno perso qualcosa e più riflettono sulle loro scelte, più hanno difficoltà ad accettarle. Collezionano oggetti di vario tipo: punte di freccia indiane, fossili, cristalli, pietre, foglie, fiori, carte. Come Colly, il protagonista di Trilobiti, che osserva le colline nella valle del fiume Teays e immagina com’era milioni di anni fa, forse invaso dalle acque, dove un tempo passeggiavano i trilobiti sul fondali marini.

Dicevo che lo stile non è per niente facile da capire alla prima lettura: al di là della mancanza dei congiuntivi nei dialoghi per sottolineare forse la povertà e l’ignoranza di certi personaggi, ma le immagini e certi gesti sono stati difficili da interpretare. Alcuni li ho riletti a distanza di qualche giorno, per capirli meglio. In alcuni casi questa tecnica ha funzionato: mi sono resa conto soprattutto dell’essenzialità delle parole di Pancake, con pochissime frasi spiega qualche concetto o qualche azione. Per altri, come Valle o L’attaccabrighe, penso dovrò rileggerli di nuovo. Perché la scrittura di Breece D’J Pancake non può essere letta in modo superficiale, credo; ha bisogno di essere metabolizzata e alla fine ai lettori necessariamente porterà a dire che fu una grave perdita, quella di Pancake, per la letteratura americana del Novecento.

Mi alzo. Stanotte dormirò a casa. Un giorno chiuderò gli occhi in Michigan, forse anche in Germania o in Cina, ancora non lo. Cammino, ma non ho paura. Sento la paura allontanarsi nel tempo, come cerchi che si allargano, per milioni di anni. [dal racconto Trilobiti, Breece D’J Pancake, trad. C. Mennella]

I consigli di lettura di Dicembre: speciale Natale

Regalare un libro e ricevere un libro in regalo: cosa c’è di più bello, per una lettrice o un lettore? Mi piace molto donare libri agli amici e alle amiche, soprattutto i libri che io ho amato. Se ci pensate, un libro è un oggetto piuttosto economico da regalare e quando lo si regala in realtà si dona un intero piccolo universo, il tutto in poche pagine. Per questo, ho pensato di scrivere i consigli di lettura del mese di Dicembre come una piccola guida per aiutarvi a regalare “il libro giusto” ai vostri amici.

Con la speranza di esservi utile, scriverò per chi consiglio quel preciso libro e se cliccherete sul link verrete reindirizzati alla mia recensione e nel caso di un libro che vorrei leggere – ma che vorrei anche consigliare – verrete reindirizzati alla recensione di Federica del blog Una ciliegia tira l’altra.

Siete pronti, prendete carta e penna e… ecco il mio piccolo vademecum di Natale con letture per tutti i gusti!

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Per far appassionare i ragazzi alla lettura…

L’ultima stagione da esordienti di Cristiano Cavina (marcos y marcos)

Ti scriverò prima del confine di Diego Barbera (CasaSirio editore)

Il posto giusto di Simona Garbarini (CasaSirio editore)

Per i lettori che amano viaggiare…

Anime baltiche di Jan Brokken (Iperborea)

C’era una volta l’URSS… di Dominique La Pierre (Il Saggiatore)

My Little China Girl di Giuseppe Culicchia (EDT)

Per i lettori che amano i classici intramontabili…

Le avventure di Oliver Twist di Charles Dickens (Mondadori)

Ragazzo negro di Richard Wright (Einaudi)

Frankenstein di Mary Shelley (Mondadori)

Per chi ama le biografie e le autobiografie…

Memorie di una ragazza perbene di Simone De Beauvoir (Einaudi)

Io sono Malala di Malala Yousafzai e Christina Lamb (Garzanti)

Santa Evita di Tomas Eloy Martinez (SUR)

Per chi ama i gialli…

Il messaggio nella bottiglia di Jussi Adler Olsen (Marsilio)

La leggenda del sesto uomo di Monica Kristensen (Iperborea)

Mistero a Villa del Lieto Tramonto di Minna Lindgren (Sonzogno)

Per chi ama i racconti…

Fiori artificiali di Luiz Ruffato (la Nuova frontiera)

La congiura di Jaan Kross (Iperborea)

Manuale per ragazze di successo di Paolo Cognetti (minumum fax)

Per chi cerca letture rilassanti ma con spunti di riflessione…

La donna dal taccuino rosso di Antoine Laurain (Einaudi)

Verrà il vento e ti parlerà di me di Francesca Barra (Garzanti)

Il dolore del mare di Alberto Cavanna (Nutrimenti)

Per chi cerca saghe familiari e storie di famiglie…

Academy Street di Mary Costello (Bollati e Boringhieri)

Cigni selvatici di Jung Chang (TEA)

Lo sguardo del leone di Maaza Mengiste (Neri Pozza)

Per chi vuole informarsi e capire meglio il mondo in cui vive…

Proibito parlare di Anna Politkovskaja (Mondadori)

Memorie di un soldato bambino Ishmael Beah (Neri Pozza)

Il crollo di Chinua Achebe (E/O)

 

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L’albero di Natale realizzato con i libri presso la Biblioteca Civica di Rivarolo (Torino) (foto: Claudia)

Kurt Vonnegut | Un uomo senza patria

Ammetto che se non fosse stato per la stupenda copertinaUn uomo senza patria” di Kurt Vonnegut (minimum fax, pagine 108, 8 euro) forse non avrebbe attratto la mia attenzione: mi ha colpita l’uccellino che esce da una gabbia mentre sicuramente anela la libertà . Un uomo senza patria, cosa può significare? Un uomo che ha radici lontane, come tanti americani, oppure un uomo senza patria è chi si sente deluso dal mondo e un po’ disilluso? In ogni caso, senza farmi troppe domande, visto che ero curiosa di scoprire il punto di vista di Kurt Vonnegut su mondo, ho acquistato il libro. Così va la vita.

Titolo: Un uomo senza patria

L’Autore: Kurt Vonnegut (1922 – 2007) è stato uno dei più importanti scrittori americani contemporanei. Fra i suoi romanzi, spicca il suo capolavoro “Mattatoio n.5” edito in Italia da Feltrinelli. Nel catalogo minimum fax si trovano altre opere di Vonnegut.

Traduzione: Martina Testa

Editore: minimum fax

Il mio consiglio: conoscere l’opinione degli altri è il primo passo verso la comprensione e la tolleranza, leggete Vonnegut, vi farete anche qualche risata

Sono cresciuto in un’epoca in cui, in America, esisteva una comicità di altissimo livello: cioè durante la Grande Depressione. Alla radio c’erano un’infinità di comici assolutamente formidabili. E anche senza volerlo, io li studiavo. Per tutta la mia infanzia ho ascoltato varietà radiofonici almeno un’ora ogni sera, e mi interessava sempre di più capire com’erano fatte le battute e come funzionavano [Un uomo senza patria, Kurt Vonnegut, citazione pagina 10]

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Nei dodici capitoli di questo agile libretto è contenuta una parte della visione del mondo di Kurt Vonnegut sotto forma di interventi che si presentano come discorsi rivolti a chiunque abbia voglia di ascoltarlo. Nato qualche anno prima della Grande Depressione, lo scrittore americano di origini tedesche ha sempre infuso una vena umoristica a ciò che scriveva. Sia che parlasse di guerre, di politica o del massacro di Dresda, Vonnegut non riesce a non usare la comicità perché “l’uomorismo è una reazione fisiologica alla paura“.

Addentrandosi nel suo universo, Vonnegut parla di vari argomenti, aprendo lo sguardo del lettore al suo personale punto di vista. Utilizzando citazioni e episodi della vita di Gesù, di Mark Twain, di Abram Lincoln, Vonnegut prende spunto per parlare di argomenti di attualità che gli stanno a cuore, spesso in modo addirittura profetico.

I nostri figli hanno ereditato tecnologie i cui effetti collaterali, sia in codizioni di pace che di guerra, stanno rapidamente distruggendo l’intero pianeta in quanto sistema capace di sostentare qualunque forma di vita grazie all’aria respirabile e alle risorse idriche. Chiunque abbia studiato scienze naturali o parli con uno scienziato si accorge che stiamo correndo un pericolo gravissimo. Gli esseri umani, di ieri e di oggi, hanno mandato questo posto a catafascio. La verità più grossa a cui oggi dobbiamo far fronte – quella che probabilmente mi renderà incapace di scrivere alcunché di spiritoso per il resto dei miei giorni – è che secondo me alla gente non gliene frega un fico secco se il pianeta continua a esistere o meno. Mi sembra che oggi tutti quanti vivano come sono abituati a fare i membri degli Alcolisti Anonimi: giorno per giorno. Qualche altro giorno, e poi tanti saluti. Conosco pochissime persone che sognano un mondo da lasciare ai propri nipoti [Un uomo senza patria, Kurt Vonnegut, citazione pagina 56].

L’Autore stesso scrive nei suoi consigli di marketing che “alla gente che si può permettere di comprare i libri e le riviste e di andare al cinema non piace sentir parlare di gente povera o malata“, ma io penso che ascoltare ciò che Vonnegut ha da dirci sia importante, anche se spesso racconta di episodi spiacevoli o di tristi conseguenze riguardo al nostro futuro. Perché il potere della sua scrittura è, oltre a quello di farci riflettere, anche quello di farsi sorridere, benché forse da ridere non ci sia proprio niente. Un altro prezioso insegnamento è quello di inziare a “renderci conto dei momenti di felicità, e a esclamare, mormorare o pensare fra voi, a un certo punto: ‘Ah, questa sì che è vita’!“, e di non abbandonare mai la nostra immaginazione, che non è una dote innata ma “dobbiamo imparare a svilupparla con l’aiuto di genitori ed insegnanti“.

E infine, non dimentichiamo che noi siamo persone vere in carne ed ossa che forse trascorrono troppo tempo su una comunità irreale. Per Kurt Vonnegut che cosa sono gli esseri umani e perché son stati creati?

Le comunità virtuali non costituiscono nulla. Non ti resta niente in mano. Gli uomini sono animali fatti per danzare. Quant’è bello alzarsi, uscire di casa e fare qualcosa. Siamo qui sulla Terra per andare in giro a cazzeggiare. Non date retta a chi dice altrimenti [Un uomo senza patria, Kurt Vonnegut, citazione pagina 50].

Così è la vita. Insomma, fatevi un regalo: leggete Kurt Vonnegut.

Marco Peano | L’invenzione della madre

Quando ho terminato di leggere “L’invenzione della madre” di Marco Peano (minimum fax, 252 pp., 14 euro) il mio cuore di lettrice si è letteralmente diviso a metà: mi sentivo vuota ma al contempo colma di speranza. Leggere “L’invenzione della madre” è come fare un lunghissimo viaggio, costellato di piccolissime gioie e grandissimi dolori; un viaggio difficile, ma necessario per reinventare ogni giorno la nostra vita.

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L’Autore: Marco Peano è nato a Torino nel 1979. Si occupa di narrativa italiana presso la casa editrice Einaudi. “L’invenzione della madre” è il suo primo romanzo.

Editore: minimum fax

Il mio consiglio: per me è uno dei libri più belli letti negli ultimi tempi

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(Come avrebbe potuto spiegarle, Mattia, l’idea folle e magnifica che aveva avuto? Da giorni stava tentando di capire in quanto tempo i palloncini, una volta gonfiati, si afflosciano. E se c’è un modo perché ciò non accada. Osservando la madre respirare, gli era venuto in mente di riempire dei palloncini con il suo fiato, per poi tenerli da qualche parte come provviste per l’inverno. Quando la mancanza sarebbe stata insostenibile, Mattia avrebbe potuto prendere uno di quei palloncini preziosi, avvicinarlo alla bocca e aspirare quel fiato. Inalare sua madre). [“L’invenzione della madre”, Marco Peano, citazione pagina 130]

Mattia è un ragazzo giovane – figlio unico – che ha rinunciato al sogno di frequentare la suola di cinema e oggi lavora in una videoteca in un paese poco distante dal suo. Sin da bambino, Mattia ha imparato a convivere con i problemi di salute della madre, senza però mai perdere la speranza che lei – con la sua forza – li avrebbe superati tutti, uno per uno. Ma la vita della madre di Mattia è una vera e propria corsa ad ostacoli: ad ogni salto che deve compiere per superare l’ostacolo, la madre è sempre più spossata, più stanca, ha sempre meno forza di combattere. E ad ogni ostacolo, immediatamente se ne aggiunge un altro, e un altro ancora, sembra una corsa folle e senza fine. Anzi, la fine c’è, esiste, non si vede ancora perché c’è chi tenta il tutto e per tutto per tenerla sempre più lontana.

Attraverso un sapiente uso di flashback ben calibrati, veniamo a conoscenza dell’intera anamnesi della madre di Mattia: alcuni ostacoli superati, le gioie, le vacanze assieme, i pranzi e le cene con gli amici, e poi di nuovo lo spettro di un nuovo ostacolo e ogni volta con l’asticella sempre più alta e faticosa da saltare.

Tornati a casa, avevano continuato a sbirciare a turno il foglio dell’esito, inutilmente. Quella sera ogni membro della famiglia – di nascosto l’uno dall’altro – si era messo alla ricerca di maggiori informazioni sul significato del referto, ciascuno ricorrendo a mezzi diversi. Mattia si era chiuso in camera sua, e si era rivolto a internet. Il padre aveva preso a sfogliare l’enciclopedia medica che teneva in uno scaffale del suo studio. La madre, in camera da letto, si era messa davanti allo specchio per interrogare il proprio corpo. [“L’invenzione della madre”, Marco Peano, citazione pagina 83]

Dopo la fine dell’ultimo ricovero ospedaliero, la madre di Mattia – ora confinata in un letto dal quale sa che non si alzerà più – vorrebbe ancora combattere e non perdere la speranza, ma il suo corpo sembra ribellarsi e non le dà tregua un attimo. L’ostacolo, anzi gli ostacoli, che deve affrontare sono il cancro e quelle metastasi che si sparpagliano in tutto il suo corpo, che sembra che i raggi X e le chemioterapie non intacchino minimamente.

Mattia sa di avere poco, pochissimo tempo da trascorrere con la madre; il tempo scappa via, corre veloce, e Mattia, quel figlio così premuroso, si inventa ogni giorno nuovi modi per ricordare la madre quando lei purtroppo non ci sarà più. Mattia cerca di immagazzinare più ricordi possibili, quelli di quando era un bambino che per rabbia aveva distrutto le musicassette preferite della madre, sino ai giorni in cui si è ritrovato costretto ad imboccare la madre perché i dolori non la lasciavano in pace.

Ogni giorno, col pensiero, Mattia inventa per sua madre nuove vite: lui che da lei è nato, lui che da lei è stato inventato, la fa costantemente rinascere perché possa continuare ad esistere, almeno nell’invenzione. Perché sa bene che quando anche il padre non ci sarà più, e quando Mattia stesso non ci sarà più, nessuno potrà mai ricordare ciò che lei è stata. [“L’invenzione della madre”, Marco Peano, citazione pagina 149]

Mattia è il protagonista di questo romanzo grandioso, potente e sincero nel quale, eccetto lui, nessuno ha un nome. La madre è semplicemente la madre, il padre è solo il padre, la ragazza di Mattia, la dottoressa dalla lunga treccia, il proprietario della videoteca dove lavora Mattia, le amiche della madre di Mattia. Tutto il romanzo ruota attorno a Mattia e alla madre e al loro fortissimo rapporto.

L’opera prima di Marco Peano è un distillato di emozioni fortissime, personalissime, ma condivisibili da tutti gli altri. Ogni parola suona musicalmente e perfettamente con le altre, c’è essenzialità in questo romanzo, non ci sono lettere superflue, tutto è calibrato con precisione quasi chirurgica. L’Autore non cerca mai compassione o facili pietismi: descrive cosa prova Mattia, anche le cose più strampalate come appunto l’idea di intrappolare il respiro della madre nei palloncini colorati. Ciò che deve imparare Mattia è dire addio alla persona che ama, e lo farà in modo personale e unico, attraverso i ricordi e le sue emozioni.

Paolo Cognetti | Manuale per ragazze di successo

Credo che chi segue il mio giro del mondo attraverso abbia notato come, ultimamente, le mie letture siano rimaste entro i confini della nostra penisola a forma di stivale; questo è dovuto soprattutto al merito della casa editrice minimum fax e alla sua interessante selezione di titoli dedicati alla letteratura italiana contemporanea. Ammetto che dopo alcune forti delusioni (vedi “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano) avevo smesso di leggere letteratura italiana contemporanea; per fortuna, ora mi sono ricreduta. Senza questo ripensamento, mi sarei persa la scrittura di Paolo Cognetti, che, vi assicuro, è davvero un notevole scrittore.

25_cognetti_manualeTitolo: Manuale per ragazze di successo

L’Autore: Paolo Cognetti nasce a Milano nel 1978. La raccolta di racconti “Manuale per ragazze di successo” segna il suo fortunato esordio; seguono romanzi e racconti editi per la casa editrice minimum fax

Editore: minimum fax

Il mio consiglio: se pensate che la letteratura italiana contemporanea non abbia niente da offrire al lettore, ricredetevi e correte ad acquistare i racconti di Cognetti

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Bet fa la cameriera e io sono a spasso. Lei lavora al ristorante dell’autogrill, stazione di servizio di Modena Nord, così appena si è ambientata ho cominciato a passare a trovarla verso l’ora di pranzo, tanto per vedere come stava dietro al bancone e se riusciva a mandarmi qualcosa al tavolo. Bet è la cosa migliore che mi sia capitata nella vita: prendi Elisabeth Shue, aggiungi dieci centimetri e mettila con uno come me, uno che si è perso e sta cercando di trovare la rotta. Uno che l’ha portata via di casa a diciannove anni costringendola ad una rivoluzione per avere questo in cambio, un posto da cameriera tra l’autostrada del Sole e il Brennero. Avreste detto che ce l’avremmo fatta? Avreste detto che l’amore salverà tutti quanti? [dal racconto “Orientarsi con le stelle“, Paolo Cognetti, citazione pagina 86].

La raccolta “Manuale per ragazze di successo” è composta da sette racconti, alcuni narrati dal punto di vista maschile altri dal punto di vista femminile, e parlano di sette donne che cercano in qualche modo di emergere, di affermarsi, di trovare il loro posto nel mondo.

C’è la ragazza laureata in matematica che corre in macchina col fidanzato Nicola alla volta del matrimonio di una madre che non sente da anni; c’è Maia, una ragazza milanese benestante che cerca di realizzare la sua personale rivoluzione politica; c’è una ragazza in carriera che si trova da sola a prendere una decisione che le cambierà la vita; c’è una grafica in rotta con la rivista e il fidanzato che la tradisce; c’è una giovane ereditiera lesbica che gestisce un lussuoso hotel sulle rive del Lago di Garda; c’è Bet, la cameriera dell’autogrill Modena Nord alle prese con il fidanzato fannullone e il suo avanzamento di carriera; infine, c’è la ragazza che riconsegna di bagagli smarriti all’aeroporto di Milano Malpensa.

In ogni storia c’è una ragazza assolutamente normale e forse proprio in questa normalità io leggo il successo dei racconti di Paolo Cognetti. In ognuna di queste ragazze e donne possiamo specchiarci o per lo meno condividere le loro ansie, le loro paure, i loro sentimenti.

I racconti sono brevi ma taglienti, con pochissime parole Paolo Cognetti descrive una scena, un episodio, un evento e riesce a renderlo con una vividità sorprendente. Nel racconto “Guidare nelle metropoliMilano è resa con una vividità unica, tanto che anche a una persona che non l’ha visitata, lascia un retrogusto particolare, come se l’avesse vissuta in un’altra vita.

Le città sono fatte di strade che non vanno da nessuna parte. Le strade di città sono storie tra uomini, e hanno il loro stesso destino. Quando le storie finiscono, delle strade non rimane più niente [dal racconto “Guidare nelle metropoli“, Paolo Cognetti, citazione pagina 24]

Ho apprezzato le descrizioni sia dei sentimenti che degli oggetti, e mi hanno colpita molto le descrizioni di oggetti che provano quasi dei sentimenti, come un banale soprammobile descritto dalla voce narrante a casa di Maia nel racconto “Guidare nelle metropoli“.

Studiavo la disposizione dei soprammobili, decine di soprammobili in ordine sempre troppo preciso, attratto e terrorizzato dai soprammobili senza valore, i soprammobili senz’altro valore che quello dei ricordi, i soprammobili che ci portiamo dietro dai viaggi, dai mercati, dalle feste di nozze, dalle spartizioni dopo i funerali, i soprammobili che avremmo dovuto buttare, che non abbiamo avuto il coraggio di buttare, e sono i soprammobili più importanti perché dicono qualcosa soltanto a noi, sono i soprammobili che descrivono la storia di famiglia [dal racconto “Guidare nelle metropoli“, Paolo Cognetti, citazione pagina 28]

Oppure, con poche righe rende alla perfezione il caos che regna in autostrada a fine estate.

Lato ovest. Il mare o il ritorno degli esuli. Pieno di diesel e menu fisso, le mogli in bagno, i bambini col cappellino per l’insolazione. Lato est: fine agosto. Un caffé mentre i figli dormono. La sabbia in macchina e l’abbronzatura triste, le valigie ammucchiate nel bagagliaio, la prima giornata di campionato all’autoradio [dal racconto “Orientarsi con le stelle“, Paolo Cognetti, citazione a pagina 90]

Storie, stile, armoniosità, veridicità: tutto torna nei racconti di Paolo Cognetti, racconti che ho davvero apprezzato molto. Mi si è rivelato un Autore decisamente interessante, senza dubbio da approfondire, capacite di raccontare la normalità con originalità.

Cercavo di capire che cosa volevo, che cosa mi faceva male: riuscivo solo a immaginarmi dall’alto come una delle mie valigie, bagaglio triste che gira vuoto sui nastri dopo che tutti sono andati via [dal racconto “La ragazza che sei stata“, Paolo Cognetti, citazione pagina 106]

Fabio Stassi | E’ finito il nostro carnevale

Questa è una storia d’amore e di fútbol che attraversa quasi tutto il Novecento. Questa è la storia di un ragazzo cosmopolita e della sua passione per Consuelo, una donna andalusa conosciuta a Parigi negli anni Venti. Questa è la storia di com’è nata la Diosa, ovvero la Coppa Rimet, e di una squadra fortissima che per prima l’avrebbe vinta per sempre: la Seleção di Vavà, Didì, Garrincha e Pelé. Ma questa è soprattutto l’avventurosa e incredibile storia dell’uomo che per quasi sessant’anni ha inseguito la Diosa per un unico e semplice scopo: rubarla.

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“E’ finito il nostro carnevale”, Fabio Stassi, minimum fax editore, pp. 242, 9 euro.

Titolo: E’ finito il nostro carnevale

L’Autore: Fabio Stassi (1962) è uno scrittore italiano di origine siciliana. Vive a Viterbo e lavora a Roma in una biblioteca. Scrive sui treni. Oltre a “E’ finito il nostro carnevale”, è autore di altri romanzi editi per le case editrici minimum fax e Sellerio

Editore: minimum fax

Il mio consiglio: questo romanzo è semplicemente imperdibile, correte a comprarlo o a farvelo prestare!

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31 dicembre 1999, Base Antartica Amundsen-Scott. Un uomo oramai molto anziano racconta la sua avventurosa vita a Deisy Cherrill, giornalista americana che raccoglie le preziose memorie sul un antiquato apparecchio di registrazione.

Così ora sapete il mio nome: Rigoberto. Non vi fate ingannare. E’ uno dei tanti che ho ereditato. Dire che ho il sangue misto è semplificare le cose. In due secoli, nella mia famiglia, si sono avvicendate almeno undici lingue diverse, cinque religioni, cinque rivoluzioni, quattro continenti, tre isole e quattordici emigrazioni. Mio padre era nato in Brasile, mia madre a Marsiglia; ogni nonno veniva da un luogo di cui nessuno aveva mai sentito parlare e, se si risaliva ancora, ci si imbatteva in catalani, arabi, africani, ebrei, greci… La parola straniero non ha senso per me o forse, al contrario, è l’unica parola di cui conosco veramente il significato. Non mi sono mai sentito a casa da nessuna parte e dovunque sono stato trattato da forestiero. A parte il Brasile, naturalmente. [E’ finito il nostro carnevale, Fabio Stassi, citazione pagina 27]

Nella Parigi degli Anni venti Rigoberto è un ragazzo cosmopolita che ha radici divise tra quattro continenti. Quando Rigoberto vede per la prima volta Consuelo, una bellissima ragazza andalusa, se ne innamora immediatamente e scopre che proprio lei sarà la modella che poserà per la realizzazione della Coppa Rimet. Quando Consuelo scompare, a Rigoberto non resta che fare una cosa per possederla per sempre e ricordare il suo amore: rubare la Diosa, la Coppa Rimet, quell’oggetto d’oro che sarebbe andato in premio per sempre alla squadra di calcio che avrebbe vinto per tre volte i Mondali di calcio.

Così, Rigoberto con i suoi quattordici passaporti, si imbarca per l’Uruguay per partecipare alla prima edizione dei Mondiali di calcio, nel 1934. In veste di cronista sportivo alquanto improvvisato ma bravissimo, Rigoberto sfrutta le sue molteplici identità e le tante lingue che parla per avvicinarsi alla Diosa. Ma Rigoberto e la Diosa sono come due linee parallele: sono vicine, vicinissime, tanto che basterebbe allungare un dito per toccarsi, ma ogni volta la Diosa gli sfugge, e con essa sfugge il ricordo di Consuelo.

Inizia a capire, adesso? O devo spiegarle tutto per filo e per segno? E’ per mantenere la mia antica promessa che ho rubato la coppa e sono andato ad abitare oltre la provincia dell’Ultima Esperanza, in un paesino di milleottocento anime, il villaggio più a sud del mondo. Puerto Williams. Perché questa è un storia che ha a che fare con le speranze perdute, l’abbia detto o no Consuelo. E con i porti, e le traversate. [E’ finito il nostro carnevale, Fabio Stassi, citazione pagina 50].

La spettacolare vita di Rigoberto è un susseguirsi di eventi incredibili: dall’Italia fascistissima alla Germania di Hitler, passando per la Spagna a combattere tra le fila dell’esercito degli anarchici contro Franco nel 1936. Combatterà anche a fianco del dottor Ernesto Guevara, molti anni dopo, per consegnare Cuba nella mani dei socialisti. Ma ogni quattro anni, Rigoberto compare nel Paese che ospita i Mondiali, cercando sempre più di avvicinarsi alla Diosa.

Rigoberto ha tante identità e in ogni Paese che visita ha un antenato che ha segnato la storia di quel luogo, e nonostante lui sia legato a più nazioni, solo una per lui merita la Coppa Rimet: il Brasile. Così, verso gli anni ’50 s’improvvisa  allenatore e apre una scuola di calcio, dove allena quei bambini che domani diventeranno le punte di diamante della Seleção. Perché è a Rio de Janeiro che la Diosa deve andare, ed è a Rio de Janeiro che Rigoberto la vuole rubare.

Se la sarebbero giocata con gli italiani, la Diosa. Novanta minuti e sarebbe finita. Nelle nostre mani. L’avevo giurato ai tanti orfani di Salvador. Se non fossi riuscito a rubarla, quel giuramento, almeno, l’avrei mantenuto. Non mi sbagliavo. La squadra aveva ancora l’anima che gli avevo dato io. Sapeva per cosa lottava. Non per la vittoria in sé, ma per la sua possibilità. La finale non la vidi. Sedetti fuori dallo stadio Azteca, rabbrividendo a ogni urlo della folla e stringendo la catenina di Yemanjà tra le dita. Coprendomi dalla pioggia che aveva cominciato a cadere all’inizio della partita con una bandierina verde. [E’ finito il nostro carnevale, Fabio Stassi, citazione pagina 221].

E’ finito il nostro carnevale” è un romanzo avventuoso, trascinante, bellissimo. E’ impossibile smettere di leggerlo grazie alla sapiente tecnica narrativa di Stassi e alla scelta di suddividere la storia in capitoli brevvissimi (i più lunghi sono di quattro pagine), di modo che al lettore venga da dire costantemente “solo più un capitolo“. Nonostante abbia pochissimi dialoghi, tra l’altro inseriti nel testo senza le virgolette del discorso diretto, non perde nemmeno un secondo il serratissimo ritmo narrativo. Ammiro molto la ricerca storica che Stassi ha dovuto necessariamente fare per scrivere un romanzo come questo.

I tifosi nostalgici troveranno senza dubbio emozioni per i loro cuori quando Stassi descrive “la partita del secolo”, la semifinale Italia – Germania Ovest di Messico ’70. Tutti gli altri, troveranno un piccolo capolavoro della letteratura italiana contemporanea. Leggetelo!

Nathanael West | Signorina Cuorinfranti

Su quasi tutti i giornali ci sono lettere, firmate o meno, di persone che  chiedono a gran voce aiuto. Qualche anno fa anche io inviai ad una rivista una lettera per chiedere consigli su una questione che all’epoca ritenevo importante, ma che cosa spinge le persone a chiedere consigli agli sconosciuti, perché il parere di chi non conosciamo ha più peso rispetto al consiglio di un amico? E soprattutto, queste lettere possono, in qualche modo, influenzare chi ci deve rispondere?

westTitolo: Signorina Cuorinfranti

L’Autore: Nathanael West (1903 – 1940) è stato autore di romanzi, racconti e testi teatrali. Ebbe poco successo in vita, arrivando a vendere solo 8700 copie. Morì durante un grave incidente stradale.

Traduzione: Riccardo Duranti

Editore: minimum fax

Il mio consiglio: è un romanzo godibile che apre a molte riflessioni

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Ma non capisci, Betty, che non posso smettere? E anche se smettessi, non cambierebbe niente: qualsiasi cosa faccia, non riesco a dimenticare quelle lettere […] Cominciamo dall’inizio: un tizio viene assunto col compito di dare consigli ai lettori di un giornale. La rubrica non è altro che una manovra per aumentare la tiratura, e l’intera redazione la considera una specie di scherzo. Ma al tizio quell’incarico va benissimo, perché prima o poi potrebbe passare a una rubrica mondana, e in ogni caso è stufo di fare l’eterno galoppino. Si rende conto anche lui che quella rubrica è una cosa da ridere, ma dopo che ci lavora qualche mese comincia a non trovare più la cosa tanto buffa. Si accorge che la stragrande maggioranza delle lettere non sono altro che appelli profondamente umili per ottenere consigli di ordine morale e spirituale, che si tratta di espressioni inarticolate di una sofferenza autentica. [Signorina Cuorinfranti, Nathanael West, citazione pagina 76]

La citazione che ho scelto per iniziare a parlarvi di questo romanzo riassume in poche righe il disagio del giornalista protagonista della vicenda. Per aumentare le vendite di un giornale newyorkese durante gli anni Trenta, il direttore inventa questa rubrica e affida ad un giornalista uomo il ruolo di Miss Lonelyhearts, che tradotto letteralmente sarebbe “Signorina Cuorisolitari“, ma in italiano è stato reso come “Signorina Cuorinfranti“.

Miss Lonelyhearts inizialmente prende come scherzo la faccenda di rispondere alle lettere che arrivano in redazione, ma sono gli anni Trenta e la Grande Depressione è ancora molto forte in alcune zone del Paese e il disagio della popolazione è davvero notevole.

Le lettere arrivano da donne e ragazze che hanno problemi economici, morali, famigliari e che cercano in Miss Lonelyhearts una guida, un consiglio. Giungono le lettere di Stanca-di-Tutto, Disperata, Spalle-larghe, e sono missive scritte spesso in un inglese scorretto e sgrammaticato, che dimostrano la condizione povera e precaria di chi non ha potuto studiare oltre le scuole medie; scrivono donne disperate perché hanno famiglia da mantenere e uomini che pensano solo a bere; scrive una ragazza che ha assistito alla violenza di un uomo adultu sulla sorella disabile; scrive una donna che rivela a Miss Lonelyhearts che il marito non è il vero padre di sua figlia.

Cosa ho fatto per meritarmi un destino tanto orribile? Anche se ho fatto qualcosa di male mica l’ho fatto prima di compiere un anno e comunque così ci sono nata. L’ho chiesto pure al mio papà e lui dice che non lo sa, ma che forse ho fatto qualcosa nell’altro mondo prima di nascere oppure può darsi che sono stata punita per i suoi peccati. A questo non ci credo mica perché lui è tanto un brav’uomo. Pensa che dovrei suicidarmi? Distinti saluti, Disperata. [Signorina Cuorinfranti, Nathanael West, citazione pagina 30]

Mentre i colleghi e il direttore del giornale canzonano pesantemente Miss Lonelyhearts, il giornalista si rende conto che questi gridi disperati sono tanti, sono troppi, e lui non riesce a rispondere a tutte le lettere. Lui stesso ha molti problemi personali ed entra in contraddizione se deve dare consigli giusti quando lui stesso non sa come risolvere i suoi guai.

Il romanzo “Signorina Cuorinfranti” si affacciò a fatica al panorama letterario di quegli anni  perché l’editore fallì prima che iniziasse la distribuzione del libro. L’uscita era prevista nel 1933, ma l’editore fu vittima della crisi dell’epoca e solo dopo un’azione legale e l’intervento di un altro editore che salvò le copie e le ridistribuì con il suo marchio. I critici apprezzarono “Miss Lonelyhearts“, ma i lettori no, infatti vendette poco. Forse non lo apprezzarono perché in questo libro videro riflessi loro stessi, con le loro paure, le loro angosce e i loro problemi?

West fu uno scrittore molto sfortunato: scrisse parecchio ma i suoi libri non piacevano al grande pubblico. Non ebbe quel successo sfavillante che si aspettava e che aveva invece investito Francis Scott Fiztgerald, ed Eileen la moglie di West, una semplice ragazza dell’Ohio che stava diventando una piccola stella del cinema grazie al romanzo “My Sister Eileen” scritto dalla sorella Ruth, che sarebbe presto diventato un film.

Nathanael West è stato riscoperto molti anni dopo la sua morte e ora gode del giusto successo, proprio come un altro americano, anzi italo-americano, di quel tempo: John Fante.