Dušan Jelinčič | I fantasmi di Trieste

Già da bambino mi piaceva sognare, ma per poterlo fare devi avere il luogo adatto. La finestra di casa, che dava sul grande giardino della chiesa degli Armeni, era il loggione ideale per i miei sogni infantili. Dal mio podio reale vedevo i tre gradoni del giardino: il più basso era all’altezza del primo piano della casa dove vivevo, e con un balzo ci potevo andare per la via più breve (…); il secondo, con gli alberi da frutto e un pendio di pochi metri che con la pioggia diventava scivoloso, era il più vasto; in quello superiore, invece, c’era il giardino proibito, con le siepi ben curate e la ghiaia del piccolo sagrato che dava sull’entrata della chiesa. Poi c’era la chiesa stessa, che allora mi sembrava enorme con i due campanili gemelli svettanti verso il cielo, e la facciata giallo pallida con la sua finestra centrale slanciata con i vetri scuri [I fantasmi di Trieste, Dušan Jelinčič]

I fantasmi di Trieste” di Dušan Jelinčič (Bottega Errante Edizioni) è una raccolta di racconti che hanno come protagonisti la città di Trieste, alcuni personaggi realmente esistiti, luoghi particolari e i ricordi di Dušan Jelinčič stesso, attraverso una scrittura fluida, sempre briosa e brillante.

Trieste è una città con una storia complessa ma affascinante, una città che pare quasi la porta verso l’Est. “Trieste” scrive Dušan Jelinčič nella postfazione, “è una collana con tante perle, tutte diverse tra loro, ma ognuna col suo fascino sempre nuovo“.

Ci sono tante storie e fantasmi che si aggirano lungo le strette vie di Trieste. C’è il fantasma di Diego de Henriquez, l’uomo che voleva combattere i nuovi fascisti, accumulando ogni sorta di reperto bellico, e cercando i carnefici delle vittime della Risiera San Sabba. Ma proprio a causa di questa ostinazione farà una brutta fine.

C’è il bellissimo racconto sulla chiesa degli Armeni di Trieste, con sottili rimandi al popolo armeno che nel 1915 subì una terribile tragedia per mano turca; Dušan Jelinčič in questo racconto intesse vicende reali, come quella dell’organista Krugy, e personali, come i suoi pomeriggi a sognare guardando il giardino della chiesa degli Armeni.

C’è la storia dell’uomo che si vendicò di un collaborazionista ai tempi dell’occupazione nazista, incontrato per caso sul tram per Opicina; il racconto dove i ricordi di Dušan Jelinčič fluiscono liberamente dopo aver rivisto il campo da calcio dove andava una volta a giocare, ricordi fatti anche insulti da parte dei ragazzini dai cognomi italiani, perché lui, Dušan Jelinčič, è di origini slovene. “Sciavo” è un dispregiativo che usavano gli italiani per riferirsi con cattiveria agli sloveni di Trieste.

Ci sono anche racconti sui matti di Trieste all’indomani della chiusura definitiva dei manicomi, con la legge Basaglia del 1978; e la storia del bagno di Trieste dove uomini e donne sono separati: un romantico retaggio austroungarico. Non può mancare, poi, lo scrittore che elesse Trieste come seconda patria: James Joyce. Il suo fantasma si aggira spesso tra le viuzze della Città Vecchia di Trieste.

Infine, nuovamente il calcio: dai ricordi di una partita combattuta tra nazisti e occupati, ai ricordi di nuovo personali di Dušan Jelinčič quando col primo lavoretto riuscì a guardagnarsi l’ingresso allo stadio.

Le città non sono un’entità atratta, ma sono fatte di persone e palazzi, di strade e ricordi. E questi sono a volte insostenibili. Allora ho voluto dare ai fantasmi astratti dei volti concreti, descrivendo storie e persone reali che hanno fatto, nel bene e nel male, la storia della mia città attraverso le proprie angosce, alcuni esorcizzandole, e altri invece uscendone sconffitti [I fantasmi di Trieste, Dušan Jelinčič]

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Bora sul Molo Audace, Trieste (fonte: Wikipedia)

I fantasmi di Trieste“, come dicevo, è un libro affascinante e coinvolgente, che raccoglie ricordi personali e curiosità legati ad una città. Ogni città ha i suoi incanti e i suoi spettri, e Jelinčič gli ha dato voce con il fine ultimo di omaggiare Trieste.

Oggi Jelinčič vive in una casa sulla collina, nel Carso, dalla quale abbraccia con lo sguardo la città di Trieste. Da questo osservatorio privilegiato, Jelinčič ha intessuto la rete di storie che compone la bella raccolta “I fantasmi di Trieste“, realizzando a tutti gli effetti un’originale mappa della città, un libro piacevole da leggere che permette di sognare ad occhi aperti.

Titolo: I fantasmi di Trieste
L’AutoreDušan Jelinčič
Illustrazioni: Elisabetta Damiani
Editore: Bottega Errante
Perché leggerlo: per compiere un’originale passeggiata a Trieste in compagnia di un bravissimo scrittore capace di dare voce ai fantasmi omaggiando una città.

(© Riproduzione riservata)

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Tash Aw | Stranieri su un molo

Nessuno è ancora certo della geografia in questo luogo straniero e familiare; nessuno sa quanto disti Kota Baru da Singapore, o se Jakarta sia più vicina a Malacca di Penang. Bangkok è da qualche parte a nord di qui, ma a che distanza? Restano in piedi sulle banchine, cercando di capire dove andare. Stranieri, smarriti su un molo. Penso spesso a questa immagine [Stranieri su un molo, Tash Aw, trad. Martina Prosperi]

Stanieri su un molo” di Tash Aw (trad. M. Prosperi, add editore, 91 pagine, 12 €) è una via di mezzo tra riflessione, memoir e saggio sulle migrazioni. L’autore è nato a Taiwan da genitori di origini malesi, i quali, a loro volta, erano figli di genitori di origini cinesi; oggi, Aw vive a Londra, dopo aver trascorso molti anni a Kuala Lumpur, Malesia.

Il memoir saggio si apre con una scena in taxi: Aw è in Thailandia assieme ad un europeo che parla molto bene la lingua thai; eppure, il taxista, ignora l’europeo e si rivolge solo ad Aw, credendolo thailandese, mentre lo scrittore conosce solo poche parole in lingua thai.

Anche in Nepal, nella scena successiva, Tash Aw viene creduto nepalese dalla gente del posto, mentre insiste dichiarando di essere malese, anzi, cino-malese ma nato a Taiwan.

I nonni, sia materni che paterni, di Tash Aw dalle province cinesi, anni prima che Mao Zedong e i comunisti prendessero il potere al governo, erano emigrati in Malesia; stranieri su un molo, i nonni di Aw, che si erano trovati – all’epoca senza ancora conoscersi – da soli, giovanissimi, in un Paese del quale non sapevano praticamente nulla.

[Mio nonno] Lui è arrivato in Malesia da bambino con nient’altro che una camicia addosso; non capisce cosa significi avere nostalgia di casa. Mia madre prova a fargli capire come si sente mia sorella – è dura, e lei è completamente sola, le altre ragazze sono perfide. E mio nonno dice, semplicemente: “Ma noi siamo immigrati”. Come se ciò spiegasse tutto. Come se le avversità, la nostalgia, la malinconia e le vane aspirazioni fossero una componente normale della nostra esistenza [Stranieri su un molo, Tash Aw, trad. Martina Prosperi]

Tash Aw parte quindi dalla storia dei nonni, passando a qualche parentesi riguardo ai genitori (il padre è sempre stato restio a parlare di se stesso), per spiegare come mai il suo volto sia una mescolanza di caratteri asiatici che lo rendono pressoché camaleontico. In ogni stato asiatico dove si reca, può tranquillamente essere scambiato per una persona del posto; come in Giappone, quando un uomo del luogo iniziò a parlargli in giapponese e Tash Aw, per non deluderlo, annuiva con il capo.

Vogliamo che lo straniero sia uno di noi, qualcuno che possiamo capire [Stranieri su un molo, Tash Aw, trad. Martina Prosperi]

Infine, da memoir della sua famiglia, Tash Aw passa al saggio, raccontando al lettore alcuni aspetti delle culture asiatiche e molte delle sue contraddizioni, in particolare della società cinese, e infine si adopera per avviare una riflessione sui migranti e sulle migrazioni. Nella parte finale del libro c’è un’intervista esclusiva all’Autore per l’edizione italiana. Il contenuto di questa intervista verte su migrazioni, idea di appartenenza ad un’etnia precisa, razzismo e populismo dilagante (lo straniero alle persone fa ‘paura’ in quanto ‘diverso’) e analisi del tessuto sociale italiano ed europeo.

L’Autore spiega che la somiglianza è rassicurante. Facciamo un gioco: se in una sala d’aspetto, oltre noi, ci sono due donne, un’italiana e una rumena, a chi affidiamo la custodia della borsa o della valigia se dobbiamo allontanarci per un attimo? La sensazione che una persona appartenga al nostro Paese, abbia la nostra cittadinanza, segua la nostra religione, è più rassicurante di una straniera che, certamente, avrà usi e costumi diversi dai nostri. Eppure, perdiamo molto se non ci confrontiamo e impariamo da chi, appunto, è ‘diverso’ da noi.

La somiglianza è molto più rassicurante della differenza. Quindi quando assomigli anche solo vagamente a tutti gli altri, è molto semplice per le persone credere che tu sia uno di loro. Nel clima politico di oggi, le differenze sono accentuate e ci vuole di più per stabilire quel senso di somiglianza, ma succede ancora. Vorrei aggiungere però che le persone non affermano che tu sia uno di loro, se i tentativi di assimilarti non funzionano, a quel punto sei sempre incasellato come l’Altro [dall’intervista a Tash Aw condotta dalla redazione di add editore]

Titolo: Stranieri su un molo
L’Autore: Tash Aw
Traduzione dall’inglese: Martina Prosperi
Editore: add editore
Perché leggerlo: per riflettere sulle luci e sulle ombre delle società asiatiche di oggi, per immaginarsi stranieri per un attimo, persi su un molo, circondati da estranei

(© Riproduzione riservata)