Viaggio a Vilnius, piccola guida emotiva per scoprire la capitale della Lituania

Cos’è quel sentimento chiamato “nostalgia baltica”

Quando ho scoperto di essere affetta dalla nostalgia baltica ero sul bus che dal centro di Riga, in Lettonia, mi stava portando all’aeroporto. Dal finestrino del pullman vedevo sfilare le casette di legno colorate, i palazzoni grigi e cupi in stile sovietico e sopra di tutto incombeva un cielo color piombo. Pensavo solo ad una cosa: “Nelle Repubbliche Baltiche ci devo ritornare“. L’unico modo per placare la nostalgia baltica era organizzare il viaggio a Vilnius, capitale della Lituania, l’ultimo Stato baltico ancora da scoprire.

Così all’inizio di dicembre sono atterrata in Lituania. La scritta “VILNIUS” sulla sommità dell’aeroporto è bianca, quasi trasparente, si legge a malapena, ma sono quelle lettere comparse mentre l’aereo atterra che, brillando fiocamente nel buio, mi suggeriscono che sono arrivata a destinazione.

Del perché l’anima di Vilnius è bianca

Terre baltiche, terre bianche. La radice “balt-” significa bianco e non a caso lo stemma dello Stato lituano è Vytis, il cavaliere bianco che cavalca un bianco destriero. Se dovessi descrivere la capitale della Lituania usando un colore, non potrebbe che essere il bianco. Sono di questa tinta i palazzi, le chiese, gli edifici governativi, l’università, i monumenti, la stazione dei treni. L’anima di Vilnius è di colore bianco.

La neve mi ha aiutata a vedere Vilnius come una capitale bianca. Il centro storico di Vilnius è iscritto dal 1994 all’UNESCO: è costituito da piccole viuzze tortuose, angoli retti pressoché assenti; è semplice perdere la bussola ma allo stesso tempo è perdendosi che ci scoprono le cose più belle. Come i parchi innevati, cuore bianco di Vilnius.

Passeggiata lungo il fiume Vilna, nel cuore della città (foto: Paolo)

Perché visitare Vilnius?

Prima di partire, le persone mi chiedevano che cosa andassi a fare a Vilnius, una destinazione non proprio consueta. Le risposte a questa domanda sono tante, perché nel corso dell’organizzazione del mio terzo viaggio nelle terre baltiche mi sono accorta che Vilnius era non solo ricca di fascino, ma carica di storia, arte, cultura, letteratura, natura e intriganti tradizioni culinarie.

Si è convinti che un luogo se non è famoso, allora non è interessante. Niente di più sbagliato: se c’è una cosa che ho imparato quest’anno, a Sofia in Bulgaria, è che lo splendore risiede nel dettaglio e spesso è nascosto bene; oppure, la bellezza è grezza e ruvida, difficile da amare a prima vista, ma una volta che entra nel cuore del viaggiatore, resta incastonata per sempre.

Vilnius è la capitale baltica meno turistica. Me ne sono accorta a Milano, quando ho percepito che i viaggiatori italiani erano in numero minore rispetto ai lituani che stavano prendendo posto sull’aereo; nei locali dove ho scelto di pranzare e cenare, non ho mai sentito parlare la mia lingua.

Quando Paolo ed io siamo saliti sulla Collina della Torre di Gediminas e su quella delle Tre Croci, eravamo soli. Me ne sono accorta dal silenzio tragico che aleggia nel vecchio ghetto ebraico e dal silenzio assordante che emanano i boschi attorno al paese di Trakai, dove durante l’Occupazione nazista venivano fucilati gli ebrei prelevati dai ghetti.

È stato piacevole passeggiare lungo viuzze secondarie pressoché deserte, calpestare per primi la neve candida nei grandi parchi e osservare le anatre che dormono indisturbate; è stato inquietante ritrovarsi soli nella stanza delle esecuzioni dove il KGB assassinava gli oppositori al regime sovietico, rendendosi conto all’improvviso che qui buchi sul muro erano i segni delle pallottole.

È stato un sogno ammirare le luci del Parco Lukiškių aikštė, nel silenzio.

Il Parco Lukiškių aikštė, sulla Gedimino prospektas (foto: Claudia)

Istruzioni per catturare l’anima baltica di Vilnius

Vilnius si srotola di fronte ai miei occhi e io sono pronta per cercare di catturare la sua anima baltica. Vilnius è una città affascinante di dimensioni piuttosto contenute, semplice da esplorare a piedi.

Le lunghe passeggiate conducono sulla Gedimino prospektas, nella suntuosa piazza della Cattedrale che è il cuore vivo della città, e si cammina spesso costeggiando il corso del fiume Neris o del piccolo fiumiciattolo Vilna, usando sempre la Torre di Gediminas o le Tre Croci come riferimento.

La Lituania è stato l’ultimo Paese europeo a convertirsi alla religione cristiana. Nonostante questo, in ogni angolo della città si trovano edifici e simboli religiosi, siano esse chiese cattoliche, ortodosse (tenerissime, io le amo e le cerco sempre durante i miei viaggi), luterane oppure l’unica sinagoga rimasta in piedi dopo l’Occupazione nazista in Lituania.

C’è persino, pensate che originalità, una Repubblica autonoma, nel cuore di Vilnius: si chiama Repubblica di Užupis, ed è a tutti gli effetti uno Stato nello Stato.

La storia lituana è concentrata in buona parte nella sua capitale: è necessario indossare scarpe comode e partire alla scoperta della città a cuor leggerlo, lasciandosi incantare da ogni angolino e da ogni piccola piazza, dai colori che di tanto in tanto bruciano sul bianco, dai profumi di cipolla e cepelinai con panna e pancetta, di cioccolata calda o vino speziato, dalla lingua lituana che sembra musica e dallo scricchiolio della neve sotto i pesanti scarponi.

In questo modo catturerete l’anima di Vilnius e pian piano vi accorgerete di amare sempre di più la regione baltica.

La Chiesa di Sant’Anna è una delle più belle chiese di Vilnius (foto: Claudia)

La città di Vilnius appare elegante e malconcia allo stesso tempo: è barocca, pomposa, tronfia quando mostra i suoi monumenti più sfarzosi, grandiosi e a volte bislacchi; è decadente, malinconica e cupa quando mostra la sua eredità sovietica, con i suoi palazzi grigio ferro, i trolleybus scassati, gli autobus senza riscaldamento e il mercato colorato, zeppo di merce d’ogni genere, démodé ai nostri occhi occidentali.

Vilnius ha una doppia anima, in realtà, e io le ho amate entrambe.

Il fabbricato che ospita il mercato centrale di Vilnius (foto: Claudia)

Cose da non perdere a Vilnius

  • La Torre di Gediminas per ammirare Vilnius dall’alto
  • La suntuosa Piazza della Cattedrale, dove in inverno viene allestito il mercatino di Natale
  • Il Palazzo dei Granduchi della Lituania
  • La Cattedrale di Vilnius, barocca, sfarzosa e stupenda
  • Il Campanile tondo di Vilnius
  • La Chiesa di Sant’Anna, una delle più belle della città
  • Il bianco Palazzo del Presidente
  • La Chiesa di San Nicola, cattolica, la più antica di tutta la Lituania
  • La Chiesa russo ortodossa di San Nicola, punto di riferimento per la comunità ortodossa di Vilnius
  • La Collina delle Tre Croci, regala una vista splendida su Vilnius
  • La Repubblica di Užupis e il suo Angelo
  • Il Museo dell’Occupazione e della Lotta per la Libertà (8 €, ma li vale tutti perché la storia dell’Occupazione nazista e sovietica in Lituania va conosciuta)
  • Il Mercato Centrale di Vilnius
  • I due vecchi ghetti ebraici, liquidati crudelmente durante l’occupazione nazista in Lituania
  • La Sinagoga di via Pylimo Gatve
  • Il Castello di Trakai, a circa 30 chilometri da Vilnius, collegato tramite treni o autobus (scriverò un articolo specifico)

Si entra a Užupis, Repubblica indipendente nel cuore di Vilnius (foto: Claudia)

Cosa e dove mangiare a Vilnius

Arriviamo alla parte culinaria del viaggio: a Vilnius ho mangiato molto bene e diversamente dagli altri Stati europei dove ho viaggiato, non ho faticato a ordinare al ristorante. Sarà che grazie ai documentari visti sul canale Marco Polo avevo già un’idea della cucina lituana, sarà che alla prima forchettata ne sono stata immediatamente conquistata (tanto che, prima o poi, tenterò a casa di replicare qualche piatto tipico).

Ora vi suggerisco piatti da provare e vi indico dove li ho mangiati.

Cosa mangiare:

  • Šaltibarščiai: zuppa fredda di barbabietola e kefir, servito con aneto e ghiaccio
  • Gruzdinti mėsėčiai: raviolini con ripieno di vario genere, fritti e serviti con salse (maionese, ketcup, salsa all’aglio)
  • Cepelinai: tipici gnocchi lituani di patate e ripieni con carne o verdure, vengono bolliti e serviti con panna e cipolle
  • Bulviniai blyniai: frittelle di patate semplici servite con salse a scelta (quella all’aglio va sempre per la maggiore)
  • Žemaičių blynai: frittellone di patate farcite con ripieni vari e servite con salse calde
  • Chachapuri: è una sorta di pane farcito con verdure e formaggi, o solo formaggi, tipico della cucina georgiana. E’ uno dei cibi più buoni mangiati durante il viaggio a Vilnius
  • Khinkali: ravioli tipici della cucina georgiana, ripieni di carne macinata, coriandolo e prezzemolo e accompagnati da salsa piccante
  • Kepta Duona: pane nero fritto e servito con salse varie
  • Kibinai: fagottini di pasta sfoglia ripieni di verdure, formaggi o carne tipici della cucina caraita

Dove mangiare a Vilnius e Trakai:

  • Šnekutis, Šv. Mikalojaus g. 15, Vilnius (): bellissimo pub molto caratteristico con tavoli di legno, panche e arredamento semplice e informale. Si ordina al bancone del bar e un cameriere porterà le vostre ordinazioni al tavolo. Prezzi decisamente contenuti e piatti tipici lituani nel menù.
  • Čili pica, Didžioji g. 5, Vilnius (): pizzeria e ristorante informale, con arredamento pratico e colorato. Propone piatti tipici lituani e pizze con strani abbinamenti (ma voi in Lituania non ordinerete la pizza, vero?) a prezzi contenuti.
  • Tbilisi Restaurant, Naugarduko g. 12, Vilnius (€€): suggestivo locale georgiano, con arredamento molto curato e formale. Propone piatti lituani e georgiani, e suggesisco di provare qui le specialità georgiane perché è una cucina veramente eccezionale. Prezzi buoni.
  • Būsi trečias, Totorių g. 18, Vilnius (): pub alla buona, arredato in legno e con la particolarità di avere il soffitto interamente coperto da banconote, un po’ oscuro ma fa atmosfera. Propone cucina lituana a prezzi decisamente contenuti, il servizio è velocissimo ed è ottima la qualità dei cibi.
  • Senoji Kibininė, Karaimų skg. 39, Trakai (): ristorante grazioso, arredato in legno e stoffe tipiche caraite, propone piatti tipici della cucina caraita e lituana.

La Lituania a tavola! (foto: Claudia)

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Come arrivare, come muoversi e dove dormire a Vilnius

Siamo arrivati a Vilnius in aereo, con un volo diretto da Milano Malpensa operato dalla compagnia ungherese Wizz Air. Sia all’andata che al ritorno sono stati rispettati gli orari schedulati, anzi a Milano siamo atterrati con quasi mezz’ora di anticipo. Se comprate un volo Wizz Air vi consiglio di leggere bene le condizioni di trasporto dei bagagli.

Dall’aeroporto di Vilnius si raggiunge il centro città in circa mezz’oretta prendendo il bus n. 88, il biglietto costa 1 euro (prezzo dicembre 2018). Ci sono molti altri autobus che collegano l’aeroporto con la stazione centrale di Vilnius, ma noi abbiamo scelto il n. 88 perché fermava a 50 metri dal nostro Bed & Breakfast. Si può anche raggiungere il centro di Vilnius con il treno o in taxi.

Durante il nostro viaggio a Vilnius abbiamo alloggiato al Bed & Breakfast In Astra: ci siamo trovati molto bene, i prezzi sono onesti, il personale parla inglese ed è molto gentile e puntuale, le stanze sono calde e confortevoli e la colazione molto varia. Il B&B In Astra è vicino alla fermata del bus n.88 e si trova a circa quindici minuti a piedi dalla piazza della Cattedrale. A pochissimi minuti a piedi è presente un supermarket fornitissimo.

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Libri e guide per prepararsi al viaggio:

  • Avevano spento anche la luna di Ruta Sepetys (Garzanti, trad. R. Scarabelli)
  • Sinfonia di novembre e altre poesie di Oscar Vladislas de Lubicz-Milosz (Adelphi, trad. M. Rizzante)
  • Educazione europea di Romain Gary (Neri Pozza, trad. M. Nardi)
  • Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944 di Grigorij Sur (Giuntina, trad. P. Buscaglione Candela)
  • Estonia, Lettonia e Lituania, Lonely Planet, ETD

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Il primo articolo su Vilnius finisce qui. Prossimamente vorrei scrivere ancora della Lituania e della sua bella capitale, per raccontarvi le curiosità, la storia che più mi ha colpita e la bella escursione al castello di Trakai, a circa 30 km da Vilnius.

Mi auguro che questo articolo vi sia piaciuto e vi abbia messo addosso la curiosità di volare alla scoperta della piccola ma affascinante Lituania.

La Sinagoga di via Pylimo Gatve (foto: Claudia)

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Grigorij Šur | Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944

Il 23 settembre 1943 iniziò l’ultimo atto del terribile dramma. Alle undici e trenta di mattina il ghetto venne strettamente accerchiato da soldati tedeschi armati fino ai denti, muniti di elmetti, di bombe a mano e fucili, proprio in assetto di battaglia. Questa volta i soldati non si limitarono a circondare il ghetto: in ranghi serrati si disposero, a partire dall’ingresso del ghetto, lungo le vie Getmanskaja e Sirotskaja, fino alla diramazione ferroviaria della via Rossa, dove precedentemente venivano caricati sui convogli gli ebrei deportati in Estonia (…) A tutti fu chiaro che era arrivato il loro ultimo giorno [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944” di Grigorij Šur, tradotto da Paola Buscaglione Candela per Giuntina, è una di quelle testimonianze che avrebbero potuto perdersi tra pieghe della Storia, se non fosse stato per Anna Šimajte, una donna conosciuta quasi per caso da Šur, come spesso accade.

Grigorij Šur nasce a Vilna, in Lituania, in una famiglia ebrea nel 1888. Sin da giovane si interessa di politica e giornalismo e capisce subito che non sempre si può manifestare la propria idea; dopo essere stato confinato nella steppa precaspica, nel governatorato di Astrakan, Šur riesce a ritornare a Vilna e a proseguire la carriera giornalistica.

Di nuovo arrestato come dissidente, per un po’ si tiene lontano dalla politica, ma nel 1940 mentre la Lituania è sotto il controllo sovietico, Grigorij Šur dirige un giornale dell’amministrazione ferroviaria. Quando è convinto di poter stare tutto sommato in pace, il vento della Storia prende a soffiargli di nuovo contro.

Nella notte tra il 21 e il 22 giugno 1944 la Germania nazista infrange il patto Molotov-Ribbentrop e invade i Paesi Baltici. Le truppe sovietiche si ritirano e i nazisti prendono il controllo di Estonia, Lettonia e Lituania.

Gli ebrei erano consapevoli che dopo l’occupazione da parte dell’esercito tedesco la loro situazione in quella zona sarebbe stata difficile, ma nessuno avrebbe mai pensato che alla maggior parte di loro non sarebbe stato consentito di rimanere in vita. Sembrava probabile che dopo il primo, turbolento periodo di transizione, tutto sarebbe rientrato nei binari consueti, i pacifici cittadini avrebbero continuato la solita vita, misera forse, difficile, ma comunque sarebbero vissuti [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Gli ebrei di Vilna sanno che sarebbe iniziato un periodo difficile. I nazisti incominciano emanando leggi antisemite, istituendo coprifuoco e regole assurde, infine creano prima un ghetto, il principale, e poi un secondo. Nel secondo ghetto, liquidato prima del principale, le persone vengono messe in attesa di essere trasferite a Ponary: a piedi o sui treni, quasi sempre con un inganno sottile, gli ebrei vengono portati in questa località a pochi chilometri da Vilna, e qui brutalmente massacrati.

Il 15 settembre [1941], dal ghetto 1 furono condotte via 1200 persone e l’1 ottobre, nella sera del Yom Kippur, altre 2300. Nella notte tra il 3 e il 4 ottobre portarono via dal ghetto 2 2000 persone, il 16 altre 3000 e cinque giorni dopo 13000 (fra cui 60 paralizzati e malati di mente). Così il ghetto 2 cessò di esistere, e a Vilna rimase un solo ghetto. [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

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Targa che ricorda la conformazione dei due ghetti di Vilnius (fonte: Wikipedia)

La famiglia di Šur viene trasferita nel ghetto, mentre Grigorij viene rinchiuso nella fabbrica di pellicce “Kailis”, dove è costretto a lavorare. Ma Grigorij Šur, appena può, scrive.

Scrive tutto ciò che accade agli ebrei, senza edulcorare la realtà, raccontando minuziosamente le crudeltà naziste; confessa la cattiveria dei poliziotti ebrei che vogliono ingraziarsi i tedeschi e non si risparmia nel parlare di cosa succede a Ponary. Scrive appena ha un attimo di tregua, su fogli di recupero, frasi disconnesse, in disordine, casuali. E poi nasconde tutto perché se questi appunti dovessero essere scoperti, per lui e la sua famiglia sarebbe senz’altro la fine.

E la fine arriva. La Germania sta perdendo la guerra, gli Alleati e i sovietici avanzano, così viene autorizzata la liquidazione del ghetto di Vilna: è il 23 settembre 1943.

E così, dopo la liquidazione del ghetto di Vilna, in vita erano rimasti in tutto circa tremila ebrei; nei blocchi della fabbrica di pellicce “Kailis”, nelle officine automobilistiche e in qualche altra impresa. Insomma, la città era “libera da ebrei” (Judenfrei), come “liberi” erano anche i villaggi e molte città di Polonia, Estonia, Lituania, Bielorussia, Ucraina. Nei blocchi e nelle officine automobilistiche si viveva in costante attesa della liquidazione e dell’invio a Ponary (…) oppure nel trasferimento in qualche altra località in Estonia, per esempio, dove si sarebbe stati uccisi più lentamente da lavori sfibranti (se non forse all’improvviso durante il tragitto, in qualche bosco) [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Grigorij Šur perde la moglie e il figlio Aaron, mentre la figlia Miriam riesce a fuggire in modo alquanto rocambolesco grazie all’amica Anna Šimajte, una donna che Grigorij Šur aveva conosciuto anni prima. Dopo un anno circa dalla liquidazione del ghetto di Vilna, i nazisti spostano gli uomini dalla fabbrica di pellicce al lager di Stutthof. Nei concitati momenti che precludono la fine della Germania nazista, i soldati tedeschi caricano i prigionieri di Stutthof su una chiatta e, portata al largo, la affondano nel Mar Baltico.

Ma forse hanno ragione quanti vivono come se intorno non ci fosse quella situazione da incubo, quanti non vogliono vedere le mura che ci rinchiudono, quasi dimenticando che ci troviamo sul palmo di una mano di acciaio che a ogni momento può chiudersi, schiacciandoci tutti come moscerini [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Bundesarchiv Bild 183-R99291, Wilna, Frauen mit Juden-Kennzeichen.jpg

Ragazze nel ghetto di Vilna (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0 de)

La testimonianza di Grigorij Šur è preziosa perché è scritta da colui che assiste e osserva il crescendo della follia nazista nei confronti della comunità ebraica di Vilna, e viene raccontata con uno sguardo lucido e oggettivo; ed è fondamentale perché descrive la vita e la morte degli ebrei di Vilna mentre il dramma si compie.

Grigorij Šur non vivrà abbastanza per vedere i suoi preziosi appunti pubblicati; essi vengono salvati da Anna Šimajte, quindi curati dai responsabili del neonato Museo Ebraico di Vilna e stampati sotto forma di libro testimonianza. Il risultato è un libro emotivamente coinvolgente, molto scorrevole e tradotto usando parole semplici ma efficaci, capaci di arrivare a tutti. Perché questa tipologia di libri deve arrivare a tutti, senza lasciare indifferente nessuno.

Oggi, a oltre settant’anni dai fatti narrati, abbiamo ancora bisogno di libri come questo, perché come sottolinea Vladimir Porudominskij nella prefazione al testo, da sempre una comunità ha cercato il nemico all’esterno, mai tra i membri della comunità stessa. 

Avremo sempre bisogno di documenti storici come questo, e non solo per onorare la memoria degli oltre 65.000 ebrei lituani morti nei tre anni di occupazione nazista, ma per mandare a memoria ciò che è stato e cercare, ognuno nel nostro piccolo, di evitare che succeda di nuovo.

Chi avrebbe potuto credere che nel XX secolo, nel cuore dell’Europa, in un paese dai livelli altissimi di civiltà, sarebbe sorta una dottrina della razza e che si sarebbero trovati uomini capaci di mettere in atto tale dottrina compiendo azioni impensabili persino in epoche barbariche? Menzogne, demagogia, violenza brutale, repressione del diverso, crudele eliminazione dei non allineati, una fitta rete di delatori e di agenti segreti, un onnipresente, sanguinario terrore: ecco i fondamenti che hanno permesso al nazismo di corrompere il proprio popolo e i popoli sottomessi e di spingere migliaia di uomini ad eliminare altri uomini, in primo luogo gli ebrei [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Titolo: Gli ebrei di Vilna. Cronaca dal ghetto 1941-1944
L’Autore: Grigorij Šur
Traduzione dal russo: Paola Buscaglione Candela
Con una nota di: Vladimir Porudominskij
Editore: Giuntina
Perché leggerlo: perché si tratta di una testimonianza preziosa e unica dell’occupazione nazista in Lituania, perché racconta dove può spingersi la follia degli uomini, una follia che non dovrebbe ripetersi mai più

(© Riproduzione riservata)

Romain Gary | Educazione europea

Tadek Chmura aveva ragione. In Europa abbiamo le cattedrali più antiche, le più vecchie e celebri università, le più grandi biblioteche, ed è qui che si riceve l’educazione migliore, sembra che vengano in Europa da tutti gli angoli del mondo per istruirsi. Ma alla fine, quel che ti insegna tutta questa famosa educazione europea è come trovare il coraggio e delle buone ragioni, valide e convenienti, per ammazzare un uomo che non ti ha fatto nulla e che se ne sta seduto sul ghiaccio con i pattini e a testa china, aspettando la fine. [Educazione europea, cit. pagina 263]

Titolo: Educazione europea

L’autore: Romain Gary, psedonimo di Romain Kacev, nacque nel 1914 in Lituania, figli di un’attrice ebrea russa fuggita durante la Rivoluzione e di Ivan Mosjoukine celebre vedette del cinema muto. Con il romanzo Educazione europea gli si aprono le porte della diplomazia, si trasferisce in Francia e continua a scrivere numerosi romanzi. Il 2 dicembre 1980 si uccide a Parigi nella sua casa a Place Vendome, con un colpo di pistola alla tempia

Traduzione: Mario Nardi

Editore: Neri Pozza

Il mio consiglio: è un romanzo sulla Resistenza polacca durante la II Guerra mondiale, secondo me è un testo unico con un punto di vista decisamente interessante

Prima di commentare Educazione europea, occorre capire chi fu l’autore, Romain Gary, poiché il romanzo nasce dalla sua personale riflessione sulla II Guerra Mondiale. Le informazioni di seguito riassunte, sono tratte dal saggio di Jan Brokken “Anime baltiche“, libro grazie al quale ho conosciuto la figura di Romain Gary e le sue brillanti opere.

Romain Kacev sin da piccolo si mostrò ambizioso e desiderava volare alto nel cielo, in un cockpit come aviatore. Nel 1938 realizzò il suo desiderio, avviandosi all’addestramento dell’accademia dell’aviazione nel Sud della Francia, ma fu l’unico allievo a non essere promosso a sottotenente. Ottenne però la nazionalità francese e si cambiò nome in Romain Gary, ma rimase comunque un uomo dal passato oscuro, russo o polacco, ebreo o mezzo ebreo; durante la II Guerra Mondiale iniziò a volare: nell’Africa centrale, in Sudan, in Egitto e a Damasco, poi nell’Europa occidentale. Ma fu solo nel 1942 che Gary venne arruolato nella squadriglia Lorraine che faceva parte della Royal Air Force di istanta in Inghilterra. Con la testa tra le nuvole, mentre bombardava la Germania nelle sue varie missioni aeree, Gary coltivava un altro sogno: quello di diventare scrittore. In ogni caso, prima di diventare scrittore, il destino volle fare di lui un eroe di Guerra: nel 1944 l’aereo su cui volava fu colpito dalle mitragliatrici dei caccia tedeschi e il pilota venne colpito dalle scheggie di vetro, restando cieco. Gary, alle sue spalle nel vano del navigatore, dovette guidare il pilota e nonostante non potesse vedere grazie alle istruzioni di Gary poterono atterrare miracolosamente al suolo. Questo gesto valse ad entrambi la massima onoreficienza militare. E mentre Gary nell’ospedale militare si riprendeva dalla missione, iniziò a scrivere Educazione europea, che uscì in Francia nel 1945. Fu l’inizio della carriera di scrittore di Romain Gary.

Il filosofo francese Jean Paul Sartre definì l’opera prima di Gary come il miglior romanzo scritto sulla Resistenza. Il romanzo, edito in Italia da Neri Pozza in un progetto di ripubblicazione di tutte le sue opere, racconta la storia di Janek, un ragazzo dodicenne che suo malgrado deve confrontarsi con la guerra tra polacchi e tedeschi. Janek a causa della guerra perde i genitori e si unisce ad un gruppo di partigiani polacchi: con loro impararà a combattere, conoscerà l’amore, il patriottismo, la musica e suo malgrado dovrà partecipare ad alcune misssioni che hanno come obiettivo quello di uccidere dei soldati tedeschi.

Per più di un’ora i partigiani, alcuni dei quali avevano marciato per dieci chilometri per raggiungere il rifugio, ascoltarono la voce, quel che c’è di migliore nell’essere umano, come per rassicurarsi. Per più di un’ora degli uomini stanchi, affamati, feriti, perseguitati celebrarono così la loro fece, confidando in una dignità che nessuna bruttura, nessun crimine potevano intaccare. Janek non avrebbe mai dimenticato quel momento […]

Janek trascorre molto tempo tra la foresta gelata e gli obiettivi da portare a termine, si vive nelle buche fredde scavate nella nuda terra e si mangia poco, pochissimo, solo qualche patata bollita ogni tanto. Se non fosse per  Dobranski, lo scrittore del gruppo che spesso allieta i partigiani con la lettura dei suoi racconti, sopportare l’attesa della libertà sarebbe stata più pesante.

“E’ quel che intendo scrivere nel mio libro. Non mi chiedi il titolo?” “Dimmelo” “Si intitolerà Educazione europea. E’ stato Tadek a suggerirmi questo titolo. In senso ironico, naturalmente: per educazione eurpea intende le bombe, i massacri, gli ostaggi fucilati, gli uomini costrette a vivere nelle tane come bestie. Ma io, vedi, raccolgo la sfida. Possono ripetermi finché vogliono che la libertà, la dignità, l’onore di essere uomo non è altro che un racconto per l’infanzia, un racconto di fate per il quale ci si fa ammazzare. La verità è che ci sono momenti nella storia, momenti come quello che stiamo vivendo, in cui tutto quel che impedisce all’uomo di abbandonarsi alla disperazione, tutto ciò che gli permette di avere una fede e continuare a vivere, ha bisogno di un nascondiglio, di un rifugio. Talvolta questo rifugio è solo una canzone, una poesia, una musica, un libro. Vorrei che il mio libro fosse uno di quei rifugi e che aprendolo, alla fine della guerra, gli uomini ritrovassero intatti i loro valori e capissero che, se hanno potuto forzarci a vivere come bestie, non hanno potuto costringerci a disperare.” [Educazione europea, cit. pagina 70]

Ma la Resistenza è solo uno degli obiettivi dei partigiani: come Janek e Dobranski, tutti loro hanno dei sogni e nessuno perde mai la speranza di un’Europa libera e senza guerra, senza oppressi e oppressori.

Jan Brokken | Anime baltiche

La neve inizia a cadere fitta, la luce del sole che muore all’orizzonte allunga le ombre delle betulle e degli abeti sui prati candidi. Qualche stella compare in cielo. All’improvviso, la cupola a cipolla di una chiesa russa-ortodossa; il fiato che si ghiaccia contro il finestrino dell’autobus e mentre la notte avanza, le luci di una città lontana iniziano a brillare.

E’ così che immagino l’inizio del viaggio che Jan Brokken racconta in “Anime baltiche“, viaggio per me immaginario ma bellissimo. Prima di leggere il mio articolo, consiglio l’ascolto delle suggestive musiche “Spiegel Im Spiegel” e “Fur Alina” del compositore estone Arvo Pärt.

Titolo: Anime baltiche

L’autore: Jan Brokken (1949) scrittore e viaggiatore olandese è famoso per la sua capacità di raccontare i grandi protagonisti del mondo letterario e musicale. Ha pubblicato numerosi romanzi di successo. In Italia, oltre ad “Anime baltiche” è uscito “Nella casa del pianista” (2011) sempre edito da Iperborea.

Traduttrici: Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo

Editore: Iperborea (2014)

Il mio consiglio: lo consiglio agli appassionati di viaggi, d’arte, di letteratura e a chi vuole scoprire la magia delle Repubbliche baltiche. Perché “viaggiare, insieme a leggere e ascoltare, è la via più breve per arrivare a se stessi

Fummo costretti a presentarci uno alla volta ai doganieri. Il mio interrogatorio fu il più lungo; delle nove persone a bordo ero l’unico passeggero. “Che cosa ci fa su questa nave?” mi chiese in inglese  uno dei doganieri. “Volevo vedere il Mar Baltico”, risposi assonnato. “Perché, cos’ha di speciale?” “Secondo i marinai è il più bello di tutti.” “Mai notato”. “E’ la luce a essere speciale. Morbida e calda”. “La luce?” gli uomini si scambiarono un’occhiata. “In autunno s’infiamma.” “Lei che cosa fa di lavoro?” “Lo scrittore.” “Ah!” Un pazzo, ma non pericoloso. Mi sembrò di cogliere una punta di sarcasmo nel modo in cui mi timbrò il passaporto [cit. Anime baltiche, pagina 17]

Grazie alla magistrale penna di Jan Brokken rivive la storia delle piccole Repubbliche Baltiche. Brokken ha viaggiato dieci anni tra Estonia, Lettonia e Lituania, durante i quali ha raccolto immagini, testimonianze, storie e interviste utili per ricostruire le vicissitudini di questo lembo d’Europa, piccolo ma sempre conteso tra oriente e occidente, tra la Germania, Svezia, Finalandia e la grande Unione Sovietica.

Nei dodici capitoli che costituiscono il libro, Brokken presenta artisti, musicisti, pittori, scrittori o semplici uomini e donne che nel loro piccolo hanno fatto la storia, rappresentando la Lituania, la Lettonia e l’Estonia nel mondo. Quelle terre dove i boschi si susseguono lungo le colline, dove la neve copre il paesaggio come una coperta avvolgente, dove il calore di un fuoco può essere fonte di gioia quando d’inverno i laghi gelano; quelle terre spesso invase e occupate, tanto che per alcuni periodi della storia era addirittura vietato parlare in estone, lettone o lituano. Quelle terre di confine, affacciate sul gelido Mar Baltico, hanno dato vita a persone che hanno combattuto la violenza con l’arte, la guerra con la letteratura, gli eccidi con la musica, creando un immenso patrimonio culturale che oggi Jan Brokken racconta nei capitoli del libro.

Tra le prime anime baltiche che Brokken descrive, ecco il libraio di Riga Janis Roze, costretto dai sovietici a chiudere la libreria per poi darla in gestione ai proletari russi, e solo molti anni dopo il negozio avrebbe potuto riprendere il vecchio nome del fondatore. L’architetto Ejzenstejn è un altro personaggio lettone, l’artista che ha progettato molti palazzi di Riga secondo lo Jugendstil in voga a Vienna. Ma l’architetto Ejzestjn era anche il padre di Sergej, il regista divenuto famoso per film quali La corazzata Potemkin, Ottobre e Sciopero!; benché Sergej disapprovasse lo stile di vita del padre, si troverà ad essergli molto simile una volta divenuto adulto.

Sempre in Lettonia, Brokken ci presenta Gidon Kremer, il noto violinista divenuto tale per volontà di suo padre. Mentre in Lituania, spicca tra i letterati Roman Kacev, che diverrà uno scrittore famoso con il nome d’arte di Romain Gary. Gary ebbe una vita molto difficile, durante la quale cercò anche di nascondere le sue origini lituane, tanto appunto da cambiarsi addirittura il cognome. Dopo una carriera nell’aviazione, nel 1944 si salvò per miracolo da un grave incidente dove morì il suo copilota. L’esperienza militare e il rapporto con la madre, Mina, segneranno profondamente la sua vita di scrittore.

Loreta era solo una giovane ragazza, quando la notte tra il 12 e il 13 gennaio del 1991 scese in piazza per manifestare contro i sovietici. La sua avventura finì molto male, tanto che si dice che il suo sguardo ripreso dalle telecamere dopo l’incidente con il carro armato intenerì Gorbacev in persona.

Chaim Jacob Lipchiz, come Loreta e Gary, era originario della Lituania. A causa delle invasioni nemiche dovette fuggire dalla sua terra. Diventò uno scultore famoso, “Il grido” (1928-1929) è la sua opera più nota ma anche la più discussa.

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Konigsberg, la città di Hannah Arendt in un dipinto di Ludwig Hermann

La scrittrice e filosofa Hannah Arendt crebbe a Konigsberg, una città che oggi non esiste più, e anche dopo aver viaggiato in tutta Europa e negli Stati Uniti, la Arendt conservò sempre la sua terra natale nel cuore. Brokken visita la Curlandia, antica regione storica della Lituania, per raccontare l’ascesa e la caduta dei baroni baltici, ricchi proprietari terrieri che tennero in scacco la terre baltiche per molti secoli. Nel capitolo “La cacciata da Moisamaa“, Brokken racconta l’appassionante storia della madre di Karim, una sua compagna di studi. Infine, negli ultimi capitoli, vengono presentati due grandi artisti: il pittore astratto Mark Rothko, che dipinse fratture in ogni suoi quadri per esprimere il disagio della fuga dal suo paese, e il compositore Arvo Pärt, che scrisse musiche di una bellezza struggente.

Tutti questi personaggi hanno in comune la passione e l’amore per la propria terra, anche se, a prima vista, sembrerebbe che alcuni di loro abbiano cercato di dimenticare la propria patria e addirittura la propria lingua. E’ impossibile dimenticare le origini: alle proprie radici necessariamente prima o poi si torna.

Il viaggio che per caso mi aveva portato in una piccola città portuale del golfo di Riga, risvegliò la mia curiosità per quei paesi situati nell’angolo meno definito d’Europa. La calma del Baltico, l’orgoglio dei baltici, quella fierezza che Huig, con l’occhio accorto dell’uomo di mare, aveva saputo cogliere con tanta sicurezza al primo sguardo mi hanno dato voglia di saperne di più. L’orgoglio non ha niente a che vedere con il nazionalismo, lo sciovinismo o l’arroganza. Essere orgogliosi del proprio paese significa credere in tutto ciò che lo rende speciale, diverso, unico. Segnifica avere fiducia nella propria lingua, nella propria cultura, nelle proprie capacità e nella propria originalità. Quest’orgoglio è la sola risposta adeguata alla violenza e all’oppressione. [cit. Anime baltiche, pagina 23]