Orhan Pamuk | Istanbul

Dove sta il segreto di Istanbul? Nella miseria di chi vive accando alla sua grande storia, nel suo condurre segretamente una vita chiusa di quartiere e di comunità, nonostante fosse così aperta agli influssi esterni, oppure nella sua vita quotidiana costituita di rapporti infranti e fragili, dietro la sua chiara bellezza monumentale? In realtà ogni frase sulle caratteristiche generali di una città, sulla sua anima e sulla sua essenza, si trasforma in un discorso sulla nostra vita, e soprattutto sul nostro stato d’animo. La città non ha altro centro che noi stessi [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

Istanbul” di Orhan Pamuk (trad. S. Gezgin, Einaudi) è il favoloso ritratto della città natale di Pamuk raccontata attraverso le sue emozioni personali, le sue lunghe passeggiate lungo il Bosforo, i suoi primi disegni, la storia della sua famiglia.

I ricordi di Orhan Pamuk hanno un sapore enciclopedico e risalgono ai suoi primi anni di vita: Pamuk racconta se stesso bambino grazie ai ricordi dei suoi genitori, quelle vicende raccontate ma che col tempo si ha la sensazione di averli vissuti in prima persona.

Negli anni Cinquanta, la grande famiglia Pamuk vive a Palazzo Pamuk, a Nişantaşı, tutti assieme, proprio come le antiche famiglie ottomane. I pianoforti mai suonati e le tazzine dei preziosi servizi da tè, sempre intrappolate nelle buie e polverose credenze chiuse a chiave, trasmettono una grande tristezza al piccolo Orhan, che cerca di curarla saltando sulle preziose poltrone del salotto, mentre la nonna lo ammonisce.

Pamuk è il cognome che si sono scelti in seguito alla Legge sul cognome emanata da Atatürk: essendo chiari di viso, i nonni di Orhan avevano scelto di nominarsi “Pamuk”, che in turco significa “cotone”. La politica di Atatürk era quella di occidentalizzare i turchi, renderli meno asiatici e più affini all’Europa; è così che molti turchi hanno iniziato a sentirsi divisi tra le vecchie tradizioni turche, molto asiatiche, e le nuove mode, molto europee.

L’impero ottomano è crollato da tempo, ma quel sentimento di sconforto e tristezza nel cuore dei turchi è ancora ben presente. Crollano le antiche dimore dei pascià, le loro splendide ville sul Bosforo prendono fuoco e nessuno se ne cura. Sono pezzi del passato che se ne va, mentre il futuro avanza.

Il sentimento di tristezza in cui era immersa la città, senza possibilità di liberarsene, simile a quello che provavo io ascoltando la musica “turca” che mia nonna seguiva muovendo la punta della pantofola, era qualcosa che mi spingeva a costruire un mondo di sogni, se non volevo farmi cogliere da un’ansia mortale [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

Nei primissimi e reali ricordi Pamuk vede Istanbul come una fotografia in bianco e nero. Pamuk ama soprattutto l’inverno; le notti di nebbia e le sirene delle navi che attraversano il Bosforo; la neve che ricopre i minareti delle moschee; il buio che incede lungo le viuzze; la luce pallida e triste dei lampioni a gas; le figure nere e veloci che rientrano in casa; le case di legno crollate, bruciate, divelte; il ghiaccio del Danubio che galleggia sul Bosforo.

Orhan Pamuk racconta del rapporto conflittuale con suo fratello e con la religione islamica – suo e della sua famiglia, una famiglia molto laica e quasi disinteressata ai precetti del Corano – e del suo unico e disastroso digiuno di un giorno per il Ramadan. Racconta del suo primo amore per Rosa Nera, un amore passionale quanto disperato. Racconta della sua passione per il disegno, Istanbul è ovviamente il suo soggetto prediletto, e della decisione di iscriversi ad Architettura e di quella, travagliata, di lasciare Architettura e diventare scrittore.

A quindici anni cominciai a disegnare ossessivamente panorami di Istanbul. Non era un amore speciale per la città a spingermi a farlo. Non sapevo e non volevo disegnare nature morte o figure umane. Il resto del mondo, cioè tutto quello che vedevo quando uscivo di casa o guardavo dalla finestra, era in ogni caso Istanbul [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

In “Istanbul” Pamuk non favoleggia solo se stesso: descrive Istanbul anche attraverso gli scrittori turchi classici da lui molto amati; gli scrittori europei; i pittori europei che tentarono di intrappolare per sempre Istanbul su tela; e soprattutto, Pamuk racconta la sua città attraverso le persone comuni.

Da bambino mi occupavo poco dei bizantini, come la maggior parte dei turchi. Durante l’infanzia, quando sentivo dire bizantino mi venivano in mente le vesti e le barbe sinistre dei preti greci ortodossi, gli archi bizantini sparsi per la città, le vecchie chiese di mattone rosso e quelle di Santa Sofia (…) Uno dei più grandi divertimenti della mia infanzia era andare con mia madre a fare acquisti a Beyoğlu, ed entrare e uscire da diversi locali gestiti da greci [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

“Istanbul” si trasforma così in un contenitore di ricordi, storie e sogni, dove persone, oggetti e fatti si intrecciano componendo un incantevole mosaico. La narrazione di Orhan Pamuk è sempre sospesa tra sogno e realtà, dalla quale si manifesta in chiaro l’amore sincero e vero che Pamuk nutre verso Istanbul. Le immagini che l’autore turco compone sono talmente meravigliose che mi sono spesso ritrovata a tornare indietro e a rileggere alcuni brani, come quando descrive l’arrivo della sera mentre è in salotto con la sua famiglia:

Quando vedevo che il colore del Bosforo e quello del cielo si trasformavano in un blu scuro e affascinante col tramonto, notavo che sulle grandi finestre che davano sullo stretto, alla luce arancione della lampada, non si rispecchiavano più i suoi panorami, o i traghetti e i battelli della linea Beşiktaş-Üsküdar, o i fumi delle navi, ma l’interno della nostra casa [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

Oppure, come quando crea paragoni romantici e struggenti parlando del sentimento chiamato “hüzün“, una sorta di tristezza generata da una perdita, la quale comporta dolore e afflizione spirituale:

Per me la tristezza è come il vapore sui vetri delle finestre, creato da una teiera che bolle continuamente in una fredda giornata d’inverno, perché non ha un istante di trasparenza e appanna la realtà (…) [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

“Istanbul” di Orhan Pamuk è un caleidoscopio di volti, sogni, sentimenti, fatti, oggetti, arricchito dalle splendide fotografie, rigorosamente in bianco e nero, del fotografo turco Ara Güler.

Le meravigliose fotografie che Ara Güler espone nel suo album Istanbul smarrita ritraggono uno dopo l’altro i sobborghi pittoreschi, Beyoğlu e la Istanbul della mia infanzia con i suoi tram, i suoi viali lastricati, i suoi cartelloni pubblicitari e la sua atmosfera in bianco e nero, sottolineando la stanchezza, l’invecchiamento e la tristezza della città [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

“Istanbul” è un libro che ho amato profondamente, dalla cui lettura è nata una profonda emozione come di rado mi succede. È un libro che consiglierei a chi ha già avuto la fortuna di visitare Istanbul, a chi in futuro visiterà Istanbul o chi semplicemente sogna questa città adagiata lungo il Bosforo e a chi cerca un libro capace di ammaliare, sedurre e incantare.

I poeti e i pittori di Istanbul avevano rivolto il loro sguardo verso l’Occidente, a tal punto da non vedere più la città: si dibattevano per appartenere all’era moderna, con i filobus e i manifesti pubblicitari sul ponte di Galata. Invece io non  ero abituato alla tristezza, che era il prezzo per vedere la città: forse ero la persona più lontana dalla malinconia, io, il bambino felice e giocherellone, e non volevo abituarmi a questo sentimento (…) Il fascino di questa città, la ricchezza o il mistero della sua storia, perché dovevano essere un rimedio al nostro dolore? Forse amiamo il posto in cui viviamo solo perché non abbiamo altra soluzione, come in famiglia. Ma dobbiamo scoprire dove e perché amarlo [Istanbul Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

Titolo: Istanbul
L’Autore: Orhan Pamuk
Traduzione: Şemsa Gezgin
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: a chi cerca un libro capace di ammaliare, sedurre e incantare

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Sabahattin Ali | Madonna col cappotto di pelliccia

Solo che io, dopo quello che avevo vissuto, non sarei più potuto ripiombare nel torpore di un tempo. Desideravo viaggiare in lungo e largo, incontrare persone che parlavano la mia lingua o idiomi a me sconosciuti e, ovunque sarei andato, negli occhi di tutte le donne che avrei incontrato, avrei cercato Maria Puder, la Madonna col cappotto di pelliccia. Fino all’ultimo respiro [Madonna col cappotto di pelliccia, Sabahattin Ali, trad. B. La Rosa Salim]

Ankara, anni Trenta. Un giovane ragazzo turco perde il lavoro all’improvviso e un suo conoscente gli offre un nuovo impiego nella sua azienda. Il ragazzo si trova a dividere l’ufficio con un certo Raif Effendi, un uomo maturo piuttosto silenzioso e misterioso.

Raif Effendi è un traduttore: traduce da e verso il tedesco perché nel precedente decennio era stato per lungo tempo a Berlino, in Germania. L’uomo è schivo e timido, i colleghi lo trattano con sufficienza e spesso gli attribuiscono colpe che lui non ha commesso; eppure, Raif Effendi subisce tali angherie senza mai ribellarsi.

Un giorno, il giovane ragazzo si ritrova a casa di Raif Effendi per consegnargli un’urgente lavoro di traduzione. Raif Effendi è costretto a letto, malato, e il giovane scopre che anche in casa l’uomo viene trattato molto male dai suoi parenti.

Quando la salute di Raif Effendi peggiora, l’uomo suggerisce al giovane ragazzo di leggere il suo diario perché nel piccolo taccuino sono riassunti gli anni trascorsi a Berlino. Raif Effendi, attraverso i suoi scritti, racconta con bruciante passione l’incontro con un dipinto, ad una mostra nella capitale tedesca: “Madonna col cappotto di pelliccia” è un magnetico autoritratto che per settimane entra nella mente del giovane Raif Effendi e non ne esce più.

Finché, una sera in un parco poco illuminato di Berlino, Raif Effendi incontra la donna dipinta nel quadro: è Maria Puder, la pittrice cabarettista che ha immortalato se stessa ne “Madonna col cappotto di pelliccia“. Inizia una travolgente storia d’amicizia e di passione tra i due giovani, un’amore sconfinato e travolgente che cambierà per sempre la vita di Raif Effendi.

Non ricordavo di essere mai stato così felice in tutta la mia vita, non mi ero mai sentito tanto appagato. Come poteva una persona, quasi senza fare niente, arrecare una tale felicità a un’altra? Solo con un sorriso amichevole, pulito… E io in quel momento non desideravo altro. Ero l’uomo più ricco del mondo. [Madonna col cappotto di pelliccia, Sabahattin Ali, trad. B. La Rosa Salim]

Ibrahim Calli, pittore turco (fonte: Wikipedia)

Madonna col cappotto di pelliccia” di Sabahattin Ali ritorna in libreria con la nuova traduzione di Barbara La Rosa Salim per Fazi editore. Fu pubblicato per la prima volta in Turchia nel 1942, sei anni prima che Ali venisse ucciso sul confine tra Turchia e Bulgaria, durante la sua fuga verso l’Europa, ed è stato di recente “riscoperto” dai giovani turchi, i quali si sono sentiti riflessi in Ali che fu dissidente del governo della sua epoca.

Si tratta di un romanzo denso d’amore, ricordi e sentimenti che travolgono i protagonisti proprio come la bufera infernale dei lussuriosi dell’Inferno di Dante; tra Raif Effendi e Maria Puder, ebrea tedesca ma originaria di Praga, l’incontro a Berlino è l’inizio di una nuova vita, il punto di principio di un’esistenza da percorrere assieme. Purtroppo, il destino ha in serbo per loro spiacevoli sorprese. Così, proprio come un fragile cristallo, all’improvviso tutto va in pezzi.

Tutti gli incontri e i legami sono una mera illusione. Le persone possono conoscersi fino a un certo punto, possono costruirsi degli alibi, ma poi, un bel giorno, si rendono conto degli errori commessi e, in preda alla disperazione, lasciano tutto e scappano. Questo non accadrebbe, se solo la smettessero di credere nei sogni e si accontentassero di ciò che è raggiungibile [Madonna col cappotto di pelliccia, Sabahattin Ali, trad. B. La Rosa Salim]

Madonna col cappotto di pelliccia” non è solo il racconto dell’amore tra Raif Effendi e Maria Puder; contiene anche una riflessione molto profonda e intensa sull’amore in generale, sulle diverse culture, sull’amicizia e sul destino che travolge ognuno di noi, nel bene o nel male.

Profondo e intenso, il romanzo di Sabahattin Ali è narrato in modo fluido, armonico e scorrevole. È un romanzo bello da leggere, la penna di Ali è delicata come il tocco di un pittore sulla tela; un romanzo che per me è stata una piacevole scoperta.

Le nostre emozioni, le nostre delusioni, i nostri attacchi d’ira sono generati sempre dagli aspetti fortuiti e impenetrabili degli eventi che accadono. È possibile scuotere un uomo che è pronto a tutto e che sa perfettamente cosa aspettarsi e da chi? [Madonna col cappotto di pelliccia, Sabahattin Ali, trad. B. La Rosa Salim]

Titolo: Madonna col cappotto di pelliccia
L’Autore: Sabahattin Ali
Traduzione dal turco: Barbara La Rosa Salim
Editore: Fazi editore
Perché leggerlo: perché è un romanzo gradevole, delicato e sensibile, benché tratti di brucianti passioni e drammatici destini

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Pinar Selek | La casa sul Bosforo

S’infilarono per le vie della città, avanzarono fino alla casa più bella di Imrahor, di Yedikule, di Istanbul. La casa della signora Zabel (…) “La casa sul Bosforo! Che cos’è?” “Forse un luogo dove ospitare la mia bella viaggiatrice…” (…) Le voci di tutti si mescolarono in un’allegra confusione (…) Sema rispose a tutti quanti (…) La magia dell’istante era più forte del desiderio di capire. “È come nelle fiabe”, pensò Sema. Ma allora tutto si riduceva a una fiaba? [La casa sul Bosforo, Pinar Selek, trad. A. Tosatti e C. Diez]

Istanbul, 1980. L’esercito ha organizzato un colpo di stato e la situazione politica in Turchia è nuovamente precaria. Nel quartiere di Yedikule, una città nella città, si muovono i personaggi del romanzo “La casa sul Bosforo” della scrittrice di origini turche Pinar Selek.

I quattro ragazzi protagonisti sono giovani e, come tutti i ragazzi di vent’anni, hanno il cuore pieno di sogni. Hasan studia musica e il suo desiderio più grande è diventare musicista per professione, mantenersi suonando e componendo musica. Elif, la ragazza di Hasan, orfana di madre e con il padre Jemal, farmacista, in carcere, ha l’animo inquieto, si iscrive alla facoltà di Filosofia ma non è convinta delle sue scelte.

Salih è un ragazzo responsabile, pur essendo giovane, lavora nella bottega di un falegname armeno e con il suo magro stipendio mantiene tutte le donne della sua famiglia. Sema, anch’essa orfana di padre, vive con la madre che la opprime ma trova una via d’uscita nell’amore verso Salih e nel lavoro come commessa nella farmacia di Jemal, la farmacia Lela, riaperta a Yedikule dopo la scarcerazione del farmacista.

Istanbul aveva molti cuori, ma per Sema quello di Beyoğlu era di diamante. Ogni volta che ci andava era costretta a strizzare gli occhi, abbagliata, e percepiva con ancora più forza l’isolamento di Yedikule. I palazzi vecchi, gli incontri, le sorprese. Gente con i vestiti strappati, uomini avvinazzati, donne longilinee in tailleur, la minigonna o con vestiti dalle stoffe stampate, studenti, artisti, passeggiatori, persone che vanno di fretta… Un autentico spettacolo. Sema volle sedersi nel posto più brulicante di Istiklal Caddesi, un caffé che permetteva di vedere l’intera strada [La casa sul Bosforo, Pinar Selek, trad. A. Tosatti e C. Diez]

A Yedikule vivono, lavorano, si incontrano molte altre persone. Jemal il farmacista, il falegname armeno per il quale lavora Salih, la signora Zabel, Belguin la donna che legge i fondi del caffé, la signora Nahidé e i suoi gemelli, Kemal che è innamorato segretamente della signora Nahidé.

Turchi, greci, armeni, curdi, zingari, ebrei. È variegata la popolazione di Yedikule, perché lunga e complessa è la storia di Istanbul.

La gente del luogo? Ma chi c’è di autoctono in questo Paese? Tutti i popoli sono emigrati, cambiando costantemente posto” [La casa sul Bosforo, Pinar Selek, trad. A. Tosatti e C. Diez]

Uno dei punti di ritrovo più amati del quartiere è proprio la Farmacia Lale. Jemal e Sema ogni mattina aprono il negozio e le persone arrivano non solo per acquistare farmaci o farsi misurare la pressione; Jemal legge il giornale e commenta le notizie, Sema prepara il caffé o il tè e chi frequenta la farmacia si sente accolto come in una casa.

Ma così come le persone non sono mai ferme e il tempo scorre, inesorabile, ogni cosa muta. Hasan insegue il suo sogno di diventare musicista e vola in Francia; Elif prende coraggio e si lancia nell’avventura della rivoluzione. Sema studia per conseguire il diploma che le consentirà di tentare il test di ingresso all’Università, mentre Salih resta nella bottega dell’armeno, a dare forma al legno, a creare oggetti meravigliosi con la fatica e il sudore.

Le strade di alcuni si separano, quelle degli altri si congiungono, ombrose o soleggiate, sinuose o lineari. A ogni passo, numerose scelte vengono offerte ai viaggiatori. Alcuni le vedono, altri no. [La casa sul Bosforo, Pinar Selek, trad. A. Tosatti e C. Diez]

Photo by Damla Özkan on Unsplash

Il romanzo “La casa sul Bosforo” di Pinar Selek (trad. A. Tosatti e C. Diez, Fandango libri) abbraccia un arco di tempo che va dal 1980, l’indomani del colpo di stato, al 2001, l’anno prima che l’ex-sindaco di Istanbul, Recep Tayyip Erdoğan, diventasse Primo Ministro.

Mentre i personaggi del romanzo si muovono tra i vicoli di Yedikule, viaggiano sui traghetti attraverso il canale del Bosforo, escono dal Paese per andare in Francia e in Armenia, la Turchia in quel lasso di tempo vede delle elezioni più democratiche, appoggia gli americani alla guerra in Iraq, subisce e cerca di gestire la crisi curda, vede nascere l’organizzazione terroristica del PKK e infine viene devastata, nel 1999, dal un drammatico terremoto nell’Anatolia, al confine con l’Armenia.

Il romanzo di Pinar Selek è scritto con uno stile quasi etereo, impalpabile e sognante, pur essendo ricco di descrizioni della città di Istanbul e del quartiere di Yedikule, e dettagliando le esistenze, i desideri, le paure e le speranze dei personaggi del libri.

Chi legge ha la sensazione di entrare solo in punta di piedi nella vita dei protagonisti: li seguiamo quando corrono nelle viuzze del quartiere, sentiamo il gelo entrarci nelle ossa quando su Istanbul si posa una spessa coltre di neve, respiriamo l’aria salmastra del Bosforo e udiamo le grida acute dei gabbiani. Sembra si sentire il profumo delle spezie dei mercati, il suono delle sirene delle navi che fanno spola dalla sponda europea a quella asiatica.

Si percepisce la vita che incede, nel romanzo, la complessità delle esistenze, la difficoltà di prendere certe decisioni e gli intrecci e gli amori tra i giovani protagonisti; e sullo sfondo c’è l’immensa Istanbul, il piccolo quartiere di Yedikule, un microscopico lembo della grande Turchia che continua ad ammaliarmi e affascinarmi.

Titolo: La casa sul Bosforo
L’Autrice: Pinar Selek
Traduzione dal francese: Ada Tosatti e Camilla Diez
Editore: Fandango libri
Perché leggerlo: per avvicinarsi alla cultura turca, per respirare l’aria salmastra del Bosforo, per chi crede che la musica, la poesia e l’amicizia aiutino le persone nelle mille difficoltà della vita

(© Riproduzione riservata)

AA. VV. | Poesia d’amore turca e persiana

20160405_180448Nel mio ambizioso progetto di leggere più letterature straniere possibili e di fare il giro del mondo attraverso i libri questa volta mi sono imbattuta in un vero e proprio gioiellino letterario: nella libreria dei miei genitori ho trovato infatti un volume preziosissimo, non solo perché è appartenuto ai nonni, ma perché contiene scritti di autori provenienti da Paesi non ancora indagati.

Poesia d’amore turca e persiana” di autori vari ovviamente, è un libro pubblicato nel 1973 da EPIDEM, un editore di Novara che pubblicò i grandi classici in cento volumi, venduto alla cifra di 1.200 lire. Mi rendo conto che sia difficilissimo oggi reperire questo testo, ma spesso ho visto i titoli della raccolta nei mercatini dell’usato e in qualche biblioteca.

Questo articolo sarà un approfondimento della poetica di cantori e scrittori poco noti della regione mediorientale, dalla Turchia al Turkmenistan, passando per Uzbekistan, Tagikistan, Azerbajgian e Afghanistan. Sarà un viaggio alla scoperta tra geografia e letteratura.

La poesia d’amore turca e persiana: uno sguardo d’insieme

Se oggi pensiamo al Medioriente, con buone probabilità, per prima cosa pensiamo ai conflitti e alla povertà che flagellano quelle zone. Ci può venire in mente di tutto, dagli attentati ai colpi di stato, alle dittature fino alle torture indescrivibili. Eppure, molto tempo fa, questa regione era molto ricca dal punto di vista culturale, artistico e scientifico.

Nella regione persiana la lingua usata era il neopersiano (diretto discendente dell’antico persiano) e la religione che i popoli praticavano era lo zoroastrismo; nel VII secolo d.C. nella regione giunsero i turchi, con la loro lingua (l’arabo) e la loro religione (l’Islam). Dalla mescolanza di queste due immense culture, il neopersiano prese i caratteri arabi mantenendo però la propria fonetica. L’incontro-scontro tra due culture diverse si tradusse anche con una mescolanza di generi letterari: i persiani assorbirono la poetica turca, e viceversa. La lingua araba era principalmente la lingua utilizzata per le scienze, la teologia, la filosofia e la giuridica, mentre il neopersiano era la lingua delle arti e della letteratura. La simbiosi perfetta tra la cultura persiana e quella turca avvenne in epoca Timuride, nel XV secolo d.C.

I generi letterari che si svilupparono all’epoca sono molto complessi ed è riduttivo chiamarli poesie: qui si includono il masnavi ovvero poema epico o romanesco; il qasidè l’ode o poema cortigiano; il ghazal poema lirico e puro; il robai ovvero l’aforisma mistico in quartine. La vetta culturale venne raggiunta tra il Quattrocento e il Cinquecento, per poi subire un breve declino e una ripresa coincidente con il perido europeo dell’Illuminismo.

Nonostante questa forte mescolanza di caratteri e di immagini, i poeti della regione persiana fino all’India, mantennero sempre una loro identità culturale, in particolar modo la mantennero i poeti afghani e tagiki.

POETI E FRAMMENTI SCELTI

AFGHANISTAN

AZRAQI Potente poeta persiano nato a Herat e morto indicativamente nel 1070. Le sue opere – principalmente qasidè – sono composte da immagini ardite, iperboliche e originali, poco apprezzati al suo tempo ma venerati dagli studiosi moderni. La poesia scelta è Le nuvole, un componimento che è un’ode frizzante al paesaggio.

E il giardino è un tripudio / di verdi lori al re: / sono lingue di smeraldo, / pappagalli di smeraldo, / cortigiani ciarlieri di smeraldo, / per la festa del sole, / per il sole d’autunno. / [Le nuvole]

*

AZERBAJGIAN

KHAQANI – Originario dello Scirvan, regione di antica cultura iranica e civiltà cistiano-islamica, Khaqani (1121 – 1199) è uno dei più complessi poeti persiani. La poesia scelta è In morte del figlio un raffinato e doloroso lamento di un padre rassegnato alla morte del suo unico figlio.

Su questo misero mondo io non voglio posare l’offeso mio sguardo, / voglio erigere tra me e le genti barriera di porte di bronzo, / se non mi svela il sospiro. Il mio cuore è prigione, la mia casa vampa. / Pur farò presto visita al figlio inghiottito dal gorgo della terra, / mi piegherò sopra il volto suo bello, scostando leggero il sudario: / sopra il volto di stella del figlio fuggito qual falce di luna novella / [In morte del figlio]

NEZAMI – Nacque a Gangé nel 1114 e morì nel 1209. E’ una voce importante della letteratura persiana. La poesia scelta è Preghiera di Scirin, una dolce e implorante richiesta d’aiuto per l’umanità alla Divintà da parte di Scirin.

Ciò che tocca l’autora, oro diventa; / ciò che lambisce, tutto si dischiude: / l’ala del gallo in canto di vittoria, / in preghiera ancorata il nero pianto. / Così, in ginocchio nella nuda stanza, / Scirin dischiuse il tetro suo tormento: / Degna, o Signore, rischiarar la notte / che m’opprime, con lampada di giorno. / [Preghiera di Scirin]

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INDIA

BIDEL – Massimo autore persiano d’India, ultimo rappresentante dello stile poetico indiano, pensatore e mistico Bidel (1644-1721) diede spunti alle letterature urdu, afghane, tagika e uzbeka. La poesia scelta è Solitudine, un componimento struggente e forte sulla condizione dell’uomo solo.

Io, simile al pesante mio sospiro, / carovaniere son fatto di pianto. / Del profondo bruciante mio dolore / serbo accesa nel petto la ferita, / ed un amico, oltre quel rosso sangue, / io nella folla non troverò. / Nel mondo senza uscita dell’inganno, / io erro solitario come il sole. / O fiero Bidel, sei condannato / a languire lontano dagli amici. / Tu sei una strofa orbata del suo ritmo / nel gran libro celeste del soffrire. / [Solitudine]

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IRAN

ERAQI – Originario di Hamadan (Iran), la sua lirica è permeata da ardente amore mistico. La sua opera comprende un canzoniere, un trattato e un poema misto a ghazal. Eraqi viaggiò in tutto il mondo islamico d’Asia alla ricerca di insegnamenti ed esperienze. Morì nel 1289. La poesia scelta è L’amore senza nome (la fenice) una bruciante passione affettiva tra un uomo e la sua amata.

Il mio amore è un uccello / che chiamano fenice. / Al laccio non lo prendi, / non ha nome, non segno. / Non è chi ai suoi passi s’avventuri: / non v’è traccia di passi nel deserto. / Solamente nel sogno puoi scorgerlo talora, / ma nel sogno neppure / offre la coppa che inesausto beve. / [L’amore senza nome (la fenice)]

*

IRAQ

FUZULI – Poeta trilingue (turco, persiano, arabo) nacque a Baghdad (1480 – 1556?). Fu un poeta con uno stile aulico ma genuino, con una vena realistica e molto ispirata. La poesia scelta è Le lacrime, un dolcissimo ma crudele dialogo tra due amanti.

“Bada – disse – ché la vicinanza di stelle è infinito dolore.” / S’addormentarono i fiori, cullati dal velo di sonno, / ma presto il vento dell’alba dal breve sopore li scosse. / Ardeva sulle sue gote la bianca rugiada nel sole novello. / “Sono perle che t’ornano?” chiesi. Rispose: “Soltanto m’adorna / non rugiada, ma pianto tuo dolce che non lo consola l’aurora”. / [Le lacrime]

*

TAGIKISTAN

MOSHFEQI – Bukhara (1538 – 1587) è uno dei maggiori poeti tagiki del XVI secolo, epoca in cui la poesia persiana dell’Asia Centrale assume un proprio carattere. La poesia scelta è La perla, un delicato sguardo sull’umanità.

La gente è solita amare, e tenere nascosto il segreto, / però non v’è cosa rimasta davvero da dire. / Tu dunque muori, che è vivere: sotto la terra / si sono acchetati nel sonno altri cuori di vivi. / Anche noi siamo fiori sbocciati su cuori feriti, / alla stagione che sbocciano volti di fiore. / Fino all’alba stanotte ti ha stretto assedio una folla straniera: / ricordo bene stanotte che fu alla tua soglia. / Ma il pianto di chi resta escluso è la perla d’amore, / e non s’è adornato nessuno, finora, di perla più bella. / [La perla]

MIRZA TURSUNZADE – Librettista e drammaturgo, nacque nel 1911 ed è uno dei maggiori poeti tagiki del Novecento, capace di trasfondere la tradizione classica nei temi realistici. La poesia scelta è Lenin un’ode al padre della Russia sovietica.

Hai trovato la strada e hai spiccato la corsa nel buio; / hai superato la notte, sbocciando qual rossa fiammata dell’alba. / Avanti a te l’acqua, le pietre, le creste montane: / le hai domate, spezzate, saltando a pié pari nel buio. / L’itinerario era lungo e pauroso, ma senza terrore sei giunto / tu sino alla tappa del viaggio ove sta la speranza. / La nave umana sconvolta e vicina al pietoso naufragio / hai guidato, afferrando con mano possente il timone, / e della nuvola nera, già tesa a coprire il tuo volto, / il velo tutto hai squarciato, facendoti tuono furioso, / e le gocce dell’umida pioggia adunate intorno, / tutte in te, fatto giogo di mare, si sono dissolte impotenti. / Mai conobbe figliolo dell’uomo tal forza, mai vide tal fede: / in te la vita fu prezzo pagato a riscatto sicuro dell’uomo. / [Lenin]

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TURCHIA

MOULANA – Nacque a Conia (1207 – 1273). Noto anche con il nome di Rumi l’Anatolico o Mevlana (Maestro nostro), le sue opere maggiori e famose opere sono raccolte in un immenso canzoniere e nel Masnavi per antonomasia il Corano in lingua persiana. La poesia scelta è Non farlo, che parla della difficile separazione di due ardenti amanti.

Perché son l’anima dell’universo e son l’unico moto / che ad ogni attimo sappia sconvolgere l’anime e amore. / [Non farlo]

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TURKMENISTAN

ANONIMO POETA TURKMENO – Non è pervenuto il nome del cantore, ma solo i versi. La poesia è Il pastore errante per l’Asia e narra con una certa malizia le avventure di un pastore nomade turmeno dell’Ottocento.

“Oh, sentieri, sentieri, sentieri, / i tuoi aspri sentieri, pastore, / tutti quanti li incrocia una strada / ben più vasta. Ma dimmi, le stelle, / sai, le stelle che sono nel cielo, / quale numero grande saranno?” / [Il pastore errante per l’Asia]

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UZBEKISTAN

NEVAI – Se nella seconda metà del XV la timuride Herat venne un mirabile centro di civiltà, molto lo si deve a Nevai (1441 – 1501) genio umanista e mercenate tra i più ricordati degli annali islamici, oggi ritenuto vate nazionale degli uzbeki. La poesia scelta è Amore improvviso, dolcissima dichiarazione d’amore di un giovine verso la sua amata.

Luce viva d’ogni alta adunanza, sol me relegò nel mio buio dolore, / e a me, strumento di cielo, sottrasse ogni quiete, ogni pace mi tolse, / e fece oscuri i miei giorni qual ombra di notte profonda, / e manifesto il mio fato di certa, di prossima morte, / se sulla sequela di affanni non fosse a me giunta saggezza a posarsi, / e insostenibile l’ultimo assalto d’angoscia a coscienza e a ragione, / se non m’avesse improvviso messaggio divino a salvezza chiamato: / messaggio divino improvviso, com’era improvviso l’amore. / [Amore improvviso]

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Il rapporto con la cultura islamica oggi: uno scontro tra civiltà

Sono sempre stata affascinata dalla cultura islamica e dall’arte orientale in generale. A Torino ho già visitato tre volte il MAO Museo d’Arte Orientale, un luogo dove ci si può sentire in Asia pur essendo nel cuore della piccola capitale sabauda. Anche se non è uno dei musei più famosi di Torino, il MAO a mio avviso merita una visita, soprattutto se siete appassionati d’arte e di culture orientali.

Come ho scritto nell’introduzione, oggi siamo propensi a disprezzare e pensare negativamente la cultura islamica, per tanti motivi, in primis la semplice ignoranza e superficialità. Se invece ci fermiamo a ragionare, ci rendiamo conto del grandissimo apporto che le culture mediorientali hanno dato anche alla nostra civiltà e ovviamente all’umanità intera.

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Nota finale. Questo articolo l’ho scritto domenica per cui ancora non potevo sapere cosa sarebbe successo al gay pride di Istambul del 27 giugno e dell’attentato all’aeroporto di Istambul  nella notte tra il 28 e il 29 giugno. Il bilancio dell’attentato è grave: per mano dei terroristi sono putroppo morte diverse persone e altre sono rimaste ferite. Episodi come quello di ieri notte o limitazioni alla libertà sessuale sono chiaramente da condannare, ma non si deve cedere alla facile tentazione di far di tutta l’erba un fascio: non tutti i mediorientali sono terroristi, come non tutti gli italiani sono mafiosi. La mia opinione sulla cultura islamica e mediorientale espressa qualche riga fa non muta, non si possono disprezzare in toto, bisogna imparare a discernere che non è tutto male ciò che proviene da quei paesi. Poi, questa è semplicemente la mia visione, contestabile e discutibile, ma io la penso così.