Liliana Lazar | Figli del diavolo

Nel suo misero alloggio, Elena aveva imparato a relativizzare qualsiasi cosa, dagli odori nauseabondi che salivano lungo le tubature alle blatte che infestavano il palazzo e che lei teneva alla larga dai suoi venti metri quadri a furia di candeggina. Anche la sua solitudine forzata non le pesava più di tanto. Ancora vergine a un’età in cui altre aspettavno il quinto marmocchio, l’unica cosa che la tormentava davvero era il fatto di non avere figli. E se ormai aveva rinunciato all’idea di sposarsi, sperava ancora di diventare madre, prima o poi [Figli del diavolo, Liliana Lazar, trad. C. Diez]

Alla fine degli anni Settanta il dittatore della Romania Nicolae Ceaușescu legiferò in merito al numero di figli che una donna poteva avere e sul diritto d’aborto: l’aborto è proibito alle donne con meno di quarantacinque anni che non hanno dato alla luce quattro figli. Tra le severe regole, le donne ferite in seguito a un aborto clandestino non potranno essere curate finché non avranno denunciato la persona che ha procurato l’aborto.

La legge sul numero dei figli derivava dal fatto che secondo il despota romeno la vera forza di un Paese era il suo popolo e i romeni dovevano essere numerosi. Le famiglie non dispondevano di mezzi economici per mantenere molti figli, così gli abbandoni erano all’ordine del giorno, e negli anni Ottanta il governo romeno aprì molte strutture per i bambini rifiutati dai genitori. Dopo la morte di Ceaușescu avvenuta nel 1989, l’Europa occidentale scoprì cosa era accaduto negli orfanotrofi governativi, trasformati da case di accoglienza a lager.

La scrittrice romena Liliana Lazar vuole raccontare una pagina buia della storia della Romania attraverso il dramma degli orfani degli anni Ottanta: il risultato è il romanzo di denuncia sociale “Figli del diavolo“, tradotto da Camilla Diez per 66than2nd, che ha come protagonista Elena Cosma, un’ostetrica romena di 35 anni, senza marito né figli, che vive sola in un grigio palazzo anonimo a Bucarest.

Nella capitale, Elena Cosma lavora in una struttura nella quale arrivano donne disperate che chiedono di abortire o che abbandonano i bambini appena nati. Anche se illegalmente, per le signore legate al Partito Elena Cosma pratica l’aborto in cambio di molti soldi.

Elena Cosma era una delle poche professioniste a praticare interruzioni di gravidanza per le mogli dei quadri di Partito. In cambio dei suoi servizi, poteva contare su un po’ di protezione, e qualche volta le capitava anche di intascarsi un bel gruzzoletto (…) [Figli del diavolo, Liliana Lazar, trad. C. Diez]

L’ostetrica che ha un forte desiderio di maternità quando incontra Zelda P. capisce che potrà soddisfarlo. Zelda P. è la vedova di un soldato e chiede aiuto a Elena Cosma, ma la giovane donna è ben oltre al terzo mese per cui l’ostetrica non può far nulla. Però, Elena Cosma ha un’idea: Zelda P. partorirà ed Elena prenderà con sé il bambino.

Palazzo del Parlamento, Bucarest (fonte: Wikipedia)

Il primo luglio 1978, giorno dei Santi Cosma e Damian, a Bucarest Zelda P. partorisce un bambino e Elena lo chiama Damian. La felicità di Elena e Damian dura poco: qualche tempo dopo, Zelda P. si rifà viva ed Elena per proteggere Damian decide di trasfersi a Prigor, un paese di campagna a pochi chilometri da Iași.

A prima vista Prigor non sembrava più povera delle altre località della regione. Anzi, qui la miseria era meno visibile che altrove, perché gli abitanti potevano contare su una natura generosa. E poi, fino al allora, l’isolamento li aveva protetti dalla repressione politica [Figli del diavolo, Liliana Lazar, trad. C. Diez]

A Prigor Elena accetta uno squallido lavoro in un dispensario medico, dove ha il dovere di denunciare alle autorità ogni tentativo di interruzione di gravidanza volontaria. Ma anche a Prigor ben presto si scopre il segreto di Elena: è il sindaco, il veterinario Ivanov, a scoprire che Damian non è figlio di Elena. L’ostetrica, a sua volta, viene a conoscenza di un fatto di sangue che vede il veterinario coinvolto e i due, con un tacito accordo, decidono di fingere di non sapere l’uno dell’altra e di proseguire i loro affari.

Dato il numero crescente di orfani in Romania, Elena Cosma chiede al sindaco il permesso di aprire una casa per bambini, per i figli del diavolo, quei bambini abbandonati o rifiutati dalle famiglie, quei disgraziati rachitici e malati che nessuno vuole.

Il ministero della Gioventù e dell’Infanzia ha appena inaugurato una nuova casa per bambini nel nord della Moldavia. E’ l’ottava struttura di questo tipo che vdiene aperta dall’inizio dell’anno, prova dell’interesse delle autorità nei confronti dei bambini abbandonati (…) [Figli del diavolo, Liliana Lazar, trad. C. Diez]

Ma ciò che succede sulla pelle dei bambini è davvero drammatico: Elena Cosma ne è a conoscenza ma non denuncia le irregolarità. Nemmeno il suicidio di Lucian, bambino di otto anni vittima delle mire pedofile dell’Impalatore, la smuove. Per Elena Cosma l’importante è proteggere Damian ad ogni costo.

Gli orfani sono in balia degli educatori personaggi crudeli che sedano i bambini con tranquillanti e manganellate, fanno la cresta su ogni cosa, si prendono una parte dei beni destinati ai bambini. Elena Cosma fa di tutto per proteggere Damian dalla drammatica realtà, mettendo tra Damian, “figlio di Dio”, e gli orfani, “i figli del diavolo”, lucchetti, catene e porte sbarrate.

Figli del diavolo” di Liliana Lazar è un romanzo scritto con uno stile altamente coinvolgente, dove i capitoli brevissimi si alternano l’un con l’altro, dove la tensione è sempre altissima e la paura che succeda qualcosa di brutto è costante. È un libro interessante per chi vuole conoscere una pagina di storia romena: in questa vicenda le vittime sono state principalmente i bambini, coloro che avrebbero dovuto rappresentare la forza del Paese e avrebbero dovuto essere protetti, invece hanno subito i peggiori orrori della dittatura di Ceaușescu.

Quando gli eventi precipitano, nei primi anni Novanda, quando viene fuori lo scandalo delle microtrasfusioni e della dilagante epidemia di HIV tra i bambini, la stessa Elena Cosma, per quanto motivata dall’amore di madre, non riuscirà a fuggire e proteggere Damian: per aver taciuto e nascosto certi orrori, non può esserci un lieto fine. Ogni nodo viene al pettine e fuggire alle proprie colpe e ai propri silenzi è impossibile.

Titolo: Figli del diavolo
L’Autrice: Liliana Lazar
Traduzione dal francese: Camilla Diez
Editore: 66thand2nd
Perché leggerlo: per conoscere le condizioni di vita degli orfani nella Romania degli anni della dittatura

(© Riproduzione riservata)

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Aglaja Veteranyi | Lo scaffale degli ultimi respiri

Concepita ero stata concepita a Cracovia, dice mia madre. Concepita a Cracovia e partorita a Bucarest. Sono una valacca. Cos’è una valacca? Le mani della mia levatrice venivano dalla Germania. La mia appendice rimase in Cecoslovacchia, in un ospedale militare. Si dovette tirare il freno d’emergenza del treno. All’epoca c’erano ancora mio padre e mia sorella (…) Le mie adenoidi rimasero a Madrid [Aglaja Veteranyi, Lo scaffale degli ultimi respiri, trad. A. Lorenzini]

La protagonista de “Lo scaffale degli ultimi respiri” di Aglaja Veteranyi (trad. A. Lorenzini, Keller editore, 129 pagine, 13 €), la voce narrante senza nome, è una giovane donna che ha girovagato tutta l’Europa. Dalla Romania, dove i suoi genitori e parenti hanno radici, alla Polonia, passando per la Cecoslovacchia e la Spagna, per poi giungere – finalmente – in Svizzera, l’attuale punto di arrivo di questa famiglia di circensi.

La giovane protagonista racconta la sua vita e quella della sua famiglia di girovaghi, ma si focalizza in particolare sull’amata zia, la sorella della mamma; la zia per la protagonista è una figura importante, molto più importante della stessa madre.

Il breve romanzo della Veteranyi è suddiviso in tre parti: nella prima vengono narrati con grande drammaticità la malattia della zia; nella seconda parte invece viene narrata la storia personale della protagonista; infine, nella terza, viene ripresa la vicenda della malattia della zia, l’agonia e la triste dipartita.

Quando la zia leggeva i fondi di caffè a qualcuno, si doveva infilare una moneta sotto la tazza capovolta. Propiziava la fortuna. La fortuna aveva attraversato tutte le monete sotto il letto matrimoniale della zia. La lettura dei fondi di caffè la zia l’aveva ereditata da sua nonna. La gente si faceva leggere i fondi di caffè da lei come il giornale. Portava monete e regali. I fondi di caffè raccontavano del tempo dietro al tempo. Delle buone notizie, dei lunghi viaggi, di ricchezza e fecondità, di invidia e malattia [Aglaja Veteranyi, Lo scaffale degli ultimi respiri, trad. A. Lorenzini]

Aglaja Veteranyi girovagò per tutta Europa assieme alla sua famiglia di circensi, infatti la vicenda narrata nel romanzo breve “Lo scaffale degli ultimi respiri” ha molti aspetti autobiografici. La Veteranyi rimase analfabeta sino a quattordici anni, quando finalmente iniziò ad imparare a leggere e scrivere in tedesco; è il tedesco, infatti, che usa come lingua per scrivere “Lo scaffale degli ultimi respiri“.

Le frasi sono semplici, molto brevi, quasi lapidarie e spesso c’è esclusivamente l’essenziale. Ma anche utilizzando poche parole l’autrice, di origine romena naturalizzata svizzera, riesce a rendere il dolore che la donna protagonista prova durante la malattia e l’agonia della zia. E’ un libro che tra un sorriso e l’altro, tra una ricetta tradizionale e un po’ di ironia, nasconde molto disagio.

Oltre alla malattia della zia, vi è il disagio di non appartenere a nessun popolo; di non sentirsi parte del Paese dove si vive e della scarsa conoscenza della cultura degli antenati. L’essere divisa in tanti mondi: quello dei circensi romeni, quello degli svizzeri, quello di tutti i luoghi e le persone incontrate durante i vagabondaggi.

E’ questo disagio di non appartenenza, unito certamente ad altri problemi, che porta la giovane Aglaja Veteranyi a darsi la morte in riva al Lago di Zurigo, pochi giorni prima dell’uscita del romanzo che ho appena recensito. Forse per nostra natura sentiamo di dover necessariamente appartenere a qualcosa, un luogo, una lingua, una cultura. Possiamo migrare, spostarci, viaggiare, girovagare, ma da qualche parte le radici ci devono essere, le dobbiamo sentire e anche custodire e raccontare con orgoglio, perché no. Non si devono dimenticare solo perché si vive in un Paese straniero. Perché possiamo andare dall’altra parte del mondo ed essere felici, ma credo si possa essere ancora più felice se sappiamo che da qualche parte c’è quel posto che possiamo chiamare ‘casa’.

Ogni morto porta a Dio il suo ultimo respiro, secondo Costel. Un respiro in cui Dio può leggere la vita di quell’uomo come in un libro. La biblioteca di Dio è uno scaffale pieno di ultimi respiri [Aglaja Veteranyi, Lo scaffale degli ultimi respiri, trad. A. Lorenzini]