Chimamanda Ngozi Adichie | L’ibisco viola

Il profumo dei frutti mi riempì le narici quando Adamu aprì il cancello del nostro compound. Era come se le alte mura tenessero prigioniero l’odore degli anacardi, dei manghi e degli avocado che stavano maturando. Mi diede la nausea.
– Vedi, l’ibisco viola sta per sbocciare, – disse Jaja quando uscimmo dalla macchina. Lo stava indicando, anche se non ce n’era bisogno. Vedevo bene i boccioli ovali, addormentati, che oscillavano nella brezza della sera. Il giorno dopo era la domenica delle Palme, il giorno in cui Jaja non fece la comunione, il giorno in cui papà lanciò il suo pesante messale dall’altra parte della stanza e ruppe le statuine [L’ibisco viola, Chimamanda Ngozi Adichie, trad. M. G. Cavallo]

Kambili ha quindici anni e vive ad Enugu, in Nigeria, con la famiglia benestante: il padre di Kambili, Eugene, è un imprenditore talentuoso e possiede l’unico giornale indipendente dello stato.

Eugene è un grande benefattore, amato e rispettato dalla comunità cristiana. È un devoto cattolico, cresciuto con i preti in un collegio, ma dietro quest’aura di persona dedita ai più deboli e a Dio Eugene nasconde un lato malvagio:  non disdegna la violenza per educare i figli e per imporre le proprie decisioni alla moglie.

Kambili e Jaja crescono in un clima di continua soggezione e devozione; i ragazzi non osano contraddire il padre, lo compiacciono e non parlano se non sono interpellati. Kambili e Jaja possono solo obbedire, pregare e studiare per essere sempre i primi della classe.

I rigidi divieti di Eugene sono tanti: niente pantaloni per Kambili, niente televisione per entrambi, niente musica se non quella sacra, nessuna distrazione dallo studio e dall’obbedienza, e una visita di solo un quarto d’ora all’anno a casa del nonno, che segue una religione animista e per Eugene è un ‘pagano’.

Quando il giornale di Eugene inizia a ricevere minacce e il suo socio viene arrestato, Eugene si lascia convince da sua sorella Ifeoma a portare i suoi figli da lei, a Nsukka, dove la situazione politica è all’apparenza migliore. Kambili e Jaja vanno a casa delle zia e inizialmente hanno paura di qualsiasi cosa, persino di parlare. Sarà grazie alla travolgente allegria della zia, dei suoi figli e di padre Amadi che Jaja e Kambili incominceranno a capire cosa significa divertirsi, essere liberi, avere una propria opinione.

Mentre scendevo dall’auto davanti a casa ripassai mentalmente le immagini di quel pomeriggio. Avevo sorriso, corso, riso. Il mio petto era pieno di qualcosa che sembrava bagnoschiuma. Leggero. La leggerezza era così dolce che la assaporavo sulla lingua, la leggerezza di un frutto giallo acceso di anacardio troppo maturo [L’ibisco viola, Chimamanda Ngozi Adichie, trad. M. G. Cavallo]

L’ibsco viola” di Chimamanda Ngozi Adichie è un meraviglioso romanzo di formazione sullo sfondo di una Nigeria sconquassata dai continui colpi di stato e cambi di governo del periodo post-coloniale, narrato in prima persona da Kambili.

Kambili e Jaja all’inizio del romanzo sono due ragazzini intimoriti dalla figura del padre, timidi e impacciati con gli sconosciuti e incapaci persino di ridere; nel corso della storia incontrano una serie di personaggi che faranno loro capire che nella vita si può essere un buon cristiano ma allo stesso tempo si può essere una persona allegra e divertente. Le figure chiave di questa crescita interiore dei ragazzi sono tre: zia Ifeoma, Papa-Nnukwu (il nonno di Kambili e Jaja) e il sacerdote padre Amadi.

Zia Ifeoma è una giovane professoressa universitaria già vedova, con tre figli a carico, che sogna l’America. Nonostante le difficili condizioni economiche – vivono in una casetta modesta, senza gas, con la luce che salta di continuo – zia Ifeoma e i figli sono spontanei e sempre pronti a ridere e scherzare. Anche mentre cenano fanno chiasso, cosa che a casa di Kambili e Jaja non si fa, poiché si mangia in silenzio e apre bocca solo per pregare.

Papa-Nnuku è il padre di Eugene, ma è un pagano ai suoi occhi, e i figli non possono stare con lui più di un quarto d’ora all’anno, per non essere contaminati dalle sue stupide storie sugli antenati, animali parlanti e leggende popolari; ma mentre Kambili e Jaja sono ospiti da zia Ifeoma, Papa-Nnukwu si sente male e la zia lo prende con sé per un periodo. Kambili e Jaja sono terrorizzati perché si tratta del primo divieto che infrangono: stare sotto lo stesso tetto di un pagano, addirittura Kambili dorme nella stessa stanza. Papa-Nnukwu è felice di avere tutti i nipoti accanto, così felice che inizia a raccontare storie che incantano anche Jaja e Kambili.

Io la fissai. Pagano, tradizionalista, che importanza aveva? Non era cattolico, tutto qui; non era della nostra fede. Era una di quelle persone di cui chiedevamo la conversione nelle nostre preghiere perché non finisse negli eterni tormenti del fuoco infernale [L’ibisco viola, Chimamanda Ngozi Adichie, trad. M. G. Cavallo]

Infine, padre Amadi, un sacerdote che non veste sempre in modo tradizionale, che gioca a calcio con i ragazzini di strada, che prende a cuore Kambili e Jaja e cerca di far loro capire che la religione non è solo imposizione, punizioni, divieti e preghiere, ma si possono fare un sacco di cose che fanno piacere a Dio, come ballare, cantare e scherzare. E soprattutto, padre Amadi aiuta Kambili a esprimere se stessa e a tirare fuori la sua vera indole.

– È bello vedere che sei di nuovo te stessa, – disse padre Amadi guardandomi dalla testa ai piedi (…) Io sorrisi. Lui mi fece segno di alzarmi per un abbraccio (…) Avrei voluto essere capace di dirgli che la sua presenza mi dava una sensazione di calore, che ora il mio colore preferito era la sfumatura argilla bruciata della sua pelle [L’ibisco viola, Chimamanda Ngozi Adichie, trad. M. G. Cavallo]

La grande capacità della Adichie è quella di raccontare con estrema naturalezza i sentimenti di Kambili, che cambiano nel corso della storia: da ragazzina paurosa a ragazza più sicura di sé stessa, anche se non riuscirà a imporsi alla volontà del padre come invece farà Jaja, rifiutandosi di fare la comunione durante la domenica delle Palme. I personaggi che l’autrice nigeriana crea sono reali, perfetti nelle loro debolezze e insicurezze e sono capaci di cambiare opinioni e comportamenti nel corso del tempo.

E poi c’è l’immagine – bellissima – dell’ibisco viola: quando Jaja vede per la prima volta il giardino di zia Ifeoma, nota l’ibisco viola, un fiore che non aveva mai visto prima; la zia spiega che quella varietà d’ibisco è stata creata dalla sua amica botanica: Jaja vuole mica un paio di talee per piantarle nel suo giardino?

Jaja prende le talee con sé e le pianta a Enugu, nel giardino della tenuta del padre; contro ogni aspettativa, l’ibisco attecchisce e fiorisce nonostante l’harmattan, un vento secco e polveroso che spazza ciclicamente il Golfo di Guinea in inverno. L’ibisco diventa il simbolo di ciò che zia Ifeoma, il nonno e padre Amadi hanno regalato a Jaja e Kambili, la libertà di vivere, che cresce e si rinforza nonostante il vento avverso della volontà di Eugene.

Titolo: L’ibisco viola
L’Autrice: Chimamanda Ngozi Adichie
Traduzione dall’inglese: Maria Giuseppina Cavallo
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un romanzo di formazione scritto in modo magistrale, perché è una storia che fa commuovere, ridere e riflettere; per conoscere qualcosa in più sulla Nigeria post-coloniale e perché ogni fanatismo è pericoloso e va combattuto.

(© Riproduzione riservata)

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Tayeb Salih | La stagione della migrazione a Nord

Quando si leggono quei libri così magnetici, raffinati e affascinanti, una volta giunti alla fine si ha la sensazione di non aver nulla più da aggiungere di quanto già scritto dall’Autore; ma si sente il bisogno di scrivere più che altro a noi stessi il motivo per cui questo libro è piaciuto, anche in vista di una possibile rilettura in futuro.

Della vita voglio prendermi con la forza ciò che mi ispira, voglio dare con altruismo, voglio che l’amore s’inondi dal mio cuore per zampillare e fruttificare. Ci sono molti orizzonti da esplorare, ci sono frutti da raccogliere, tanti libri da leggere e bianche pagine nel diario della vita su cui scriverò chiare frasi con tratto sicuro. [La stagione della migrazione a Nord, citazione pagina 29]

Titolo: La stagione della migrazione a Nord

L’Autore: Tayeb Salih nacque a Karmakol, Sudan, nel 1929 e morì a Londra nel 2009. Fu uno dei più popolari scrittori del mondo arabo, acclamato dai critici di tutto il mondo e più volte premiato con prestigiosi riconoscimenti. La stagione della migrazione a Nord è uno dei suoi romanzi più noti, tradotto in circa trenta lingue, studiato in tutto il mondo nelle università per la sua complessità di significati, ispirazioni che sfugge alle semplici catalogazioni. Sellerio editore ha pubblicato anche Il matrimonio di Zein

Traduttore: Francesco Leggio

Editore: Sellerio

Il mio voto: 5/5

La stagione della migrazione a Nord si apre con l’Io narrante – di cui non conosceremo mai il nome – che ritorna al villaggio natale in Sudan dopo un periodo di studio all’estero, in Inghilterra. Felice di essere nuovamente dai suoi parenti e amici, durante la cerimonia del tè, scorge tra i passanti una persona che non ricorda di aver mai visto; i genitori spiegano che si tratta di Mustafà Sa’ìd, un uomo giunto in paese solo da 5 anni. L’Io narrante è molto curioso di scoprire di più a proposito di Mustafà e un giorno si prospetta la possibilità di parlargli. Durante la conversazione, Mustafà cita una poesia in un inglese perfetto, molto strano per un uomo che è sempre vissuto in Sudan.

Con una tecnica narrativa originale, Tayeb Salih dà voce in prima persona sia all’Io narrante – colui che apre il romanzo – e a Mustafà Sa’ìd, che inizia a raccontare la storia della sua vita. Sin da ragazzo Mustafà si mostra brillante e intelligente, e quando gli uomini con il turbante giungono nel suo remoto villaggio per chiedere ai bambini se vogliono andare a scuola, Mustafà ne è affascinato e risponde di voler studiare. Impara con facilità qualsiasi nozione e presto supera i suoi stessi insegnanti di base, per cui viene mandato al Cairo, in Egitto, a studiare materie più complesse. Da qui, prende la nave per l’Inghilterra, per perfezionare ulteriormente i suoi studi.

Per tutta la durata del viaggio assaporai la sensazione di non essere in nessun posto, di essere solo, davanti e dietro di me l’eternità o il nulla. [La stagione della migrazione a Nord, citazione pagina 48]

Qualcosa però succede a Mustafà Sa’ìd in Inghilterra, qualcosa di misterioso e particolare, lui che è un brillante studente prima e un brillante assistente universitario poi, in realtà cela un oscuro potere e a farne le spese sono le ragazze inglesi che si innamorano di lui.

La storia di Mustafà si alterna con quella dell’Io narrante e della gente del villaggio. Vengono presentati alcuni personaggi, descritti brevemente, ma con efficacia e precisione. Viene descritto l’amato nonno dell’Io narrante, la moglie di Mustafà Sa’ìd, i suoi figli, i genitori dell’Io narrante, Wadd ar-Reys, amico dell’Io narrante, e Bint Majùb, una vecchia sboccata molte volte vedova.

Lo schema narrativo è molto complesso, ma non inficia la scorrevolezza della storia. Ci accorgiamo che il tempo passa, passano gli anni addirittura, ma non vengono mai fornite al lettore delle date precise. Il tempo scorre e lo capiamo dagli eventi raccontati dall’Io narrante, in particolare da un infausto evento che vede protagonisti prima Mustafà Sa’ìd e poi sua moglie.

E il fiume, il fiume, che se non ci fosse, non vi sarebbe né inizio né fine, scorre verso nord, senza badare a nulla; se una montagna gli sbarra il passo egli volge a oriente, e se una depressione gli si fa incontro egli volge ad occidente, ma presto o tardi si stabilirà nel suo corso obbligato dalla parte del mare, a nord. [La stagione della migrazione a Nord, citazione pagina 87]

Il romanzo è ricchissimo di piani di lettura, le interpretazioni fornite dagli studiosi di letteratura araba del Novecento sono moltissime: si può parlare della migrazione a Nord, quella in Inghilterra, di Mustafà Sa’ìd prima e quella dell’Io narrante dopo. Si parla quindi del disagio che può avere un uomo che dal Sud parte per andare al Nord, dove trova tradizioni e culture completamente diverse (quando l’Io narrante torna a casa, la madre è contenta che lui non abbia portato con sé una donna incirconcisa: la pratica dell’infibulazione è ancora oggi una piaga di molti Paesi islamici). L’incontro tra la cultura araba e quella cristiana, infatti proprio all’inizio del Novecento i governi locali gestiti dagli inglesi permisero ai missionari bianchi di “civilizzare” gli abitanti del Sudan. E poi ognuno può trovare un significato nuovo perché i temi sviluppati sono molti.

Il mondo improvvisamente si era capovolto da cima a fondo. L’amore? L’amore non fa questo. E’ il rancore. Io sono pieno di rancore e chiedo vendetta. Il mio nemico è là dentro e bisogna affrontarlo […] Il mio mondo era largo all’estero; adesso s’è contratto e ritirato, tanto che sono divenuto io il mondo e non c’è mondo all’infuori di me. Dove sono allora le radici piantate nel passato? Dove sono i ricordi della morte e della vita? Che ne è della carovana e della tribù. Dove sono andati a finire gli zaghàrid di decine di matrimoni, le piene del Nilo, il soffio del vento d’estate e d’inverno da nord a sud? L’amore? L’amore non fa questo. E’ il rancore. [La stagione della migrazione a Nord, citazione pagina 143].

L’Autore ha voluto, con stile spesso aulico e molto poetico, parlare di quella che avviene da millenni, se non addirittura da milioni di anni: la migrazione. Lo spostamento di un popolo, da Sud verso Nord, oppure viceversa. Popoli, culture, strumenti che migrano e si spostano in una danza continua, dal deserto verso il mare, dalle montagne verso le pianure, portando con sé sogni, speranze, gioie e dolori. Una migrazione che farà sì che chi parte non sarà più solo se stesso, ma verra sdoppiato culturalmente e contaminato, ma non in senso negativo, bensì per arricchire se stesso e il suo ospitante.