Paolo Cognetti | Le otto montagne

Il paese di Grana si trovava nella diramazione di una di quelle valli, ignorata da chi passava di lì come una possibilità irrilevante, chiusa in alto da creste grigio ferro e in basso da una rupe che ne ostacolava l’accesso (…) Una strada sterrata si staccava dalla regionale e saliva ripida, a tornanti, fino ai piedi della torre; poi superandola si addolciva, voltava sul fianco della montagna ed entrava nel vallone a mezza costa, proseguendo in falsopiano. Era luglio quando la imboccammo, nel 1984. Nei prati stavano falciando il fieno. Il vallone era più ampio di come sembrava da sotto, tutto boschi sul lato in ombra e terrazzamenti al sole: giù in basso, tra le macchie di arbusti, scorreva un torrente che ogni tanto intravedevo luccicare, e quella fu la prima cosa di Grana a piacermi. Leggevo romanzi d’avventura all’epoca. Era stato Mark Twain a trascinarmi all’amore per i fiumi [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Pietro ha una decina di anni e una grande voglia di vivere tante avventure. I genitori di Pietro sono da sempre innamorati delle montagne: le Dolomiti prima, dove si sono conosciuti e sposati, e le montagne del massiccio del Monte Rosa poi. Nei primi anni Settanta si sono trasferiti dalle montagne venete a Milano per lavoro. Giovanni, il padre di Pietro, lavora in una grande azienda chimica e soffre in città, tanto da decidere di spendere i risparmi per affittare una casetta in montagna.

E’ la mamma di Pietro a scoprire il paesino di Grana, un abitato costituito da poche anime e tante baite ormai in rovina, un luogo per nulla frequentato dai turisti; tutti e tre se ne innamorano subito e da quel momento in poi ogni estate li vedrà a Grana. La mamma esplora i boschi e s’incanta di fronte ai colori dei rododendri selvatici, il papà sale in alta quota in montagna, sfida i ghiacciai e i Quattromila, scrive pensieri entusiasti dei diari di vetta. Pietro incontra Bruno, un ragazzino circa della sua età, l’unico di Grana.

C’era un ragazzino che pascolava le mucche nei prati lungo la riva (…) Portava sempre con sé un bastone giallo, di plastica, dal manico ricurvo, con cui spronava le mucche su un fianco per spingerle giù verso l’erba alta [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Da un laconico dialogo, grazie all’intervento della mamma durante la prima merenda con latte e biscotti, nasce una grande amicizia: Pietro e Bruno iniziano a frequentarsi e a vivere mille cose assieme, come le esplorazioni delle vecchie baite abbandonate, le gite al fiume, le escursioni in montagna con Giovanni. Il momento di lasciare Grana e tornare a Milano è sempre difficile, ma si sopporta il distacco pensando al ritorno.

Così adesso conoscevo anch’io la nostalgia della montagna (…) Anch’io adesso potevo incantarmi alla comparsa della Grigna in fondo ad un viale. Rileggevo le pagine della guida del Cai come fosse un diario, imbevendomi della loro prosa d’altri tempi (…) i giorni di Grana mi sembravano così lontani da chiedermi se fossero esistiti davvero (…) la primavera tornava perfino a Milano e la nostalgia si trasformava in attesa che arrivasse il momento di tornare su [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Pietro torna a Grana e Bruno è sempre lassù ad attenderlo. Trascorrono gli anni e sembra che nulla possa mutare in questa sorta di trasumanza estiva da Milano a Grana; invece, le cose cambiano, perché sia Bruno che Pietro crescono. Pietro e Giovanni si allontanano, un figlio adolescente spesso fatica a capire un genitore e Pietro non capisce perché Bruno non voglia scendere in città a studiare o a cercare un lavoro che dia più certezze economiche.

Pietro si mostra sempre introverso, solitario, timido: studia cinema, cambia diverse città, vola persino in Himalaya per girare documentari e realizzare reportage. Bruno non abbandona Grana, è un giovane pieno di iniziativa ed entusiasmo, il lavoro duro non lo spaventa, vuole creare un’azienda agricola nell’alpeggio dello zio ma si mantiene facendo il muratore con il padre.

Non possono essere più diversi, Pietro alla costante ricerca di sé, girovago che non sa esattamente cosa vuole e dove vuole stare, e Bruno che accetta il suo destino quasi segnato di non doversi allontanare dalle montagne per nessun motivo. Ma se Pietro per qualche tempo si allontana da Grana – e quindi da Bruno – sarà Giovanni, indirettamente a riavvicinarli grazie all’eredità che lascerà al figlio.

Lago Dres in autunno, Ceresole Reale, Parco Nazionale del Gran Paradiso (foto: Claudia)

Le otto montagne” di Paolo Cognetti (Einaudi, 199 pagine, 18.50 €) è un libro semplicemente bellissimo. Semplicemente perché sentimenti, paesaggi, personaggi, situazioni sono descritti con una tale delicatezza che arrivano dritti al cuore di chi legge. Il romanzo è suddiviso in tre parti – Montagna d’infanzia, La casa della riconciliazione e Inverno di un amico – e abbraccia circa trent’anni di vita.

Vengono indagati i sentimenti e i rapporti tra i tre protagonisti: l’amicizia di Bruno e Pietro, le incomprensioni tra Pietro e Giovanni, la stima reciproca tra Bruno e Giovanni, che gli farà quasi da padre dato che quello di Bruno non è una bella persona; sullo sfondo, sempre, le splendide montagne del Massiccio del Monte Rosa, magistralmente descritte dalla sensibilità di Cognetti.

Oltre alla storia, sono proprio le descrizioni della montagna ad avermi conquistata: da esse si legge tra le righe quando l’Autore conosca e ami profondamente quegli ambienti.

Il vallone di Grana a metà novembre era bruciato dalla siccità e dal gelo. Aveva il colore dell’ocra, della sabbia, della terracotta, come se nei pascoli un incendio fosse già passato e spento. Nei boschi divampava ancora: sui fianchi della montagna le fiamme d’oro e di bronzo dei larici illuminavano il verde cupo degli abeti, e ad alzare gli occhi al cielo scaldavano l’anima. Giù in paese invece regnava l’ombra. Il sole non arrivava nel fondo del vallone e la terra era dura sotto i piedi, coperta qua e là da una crosta di brina [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Per apprezzare qualcosa a volte dobbiamo rischiare di perderla. Solo così possiamo capire quando per noi è davvero importante e quando potrebbe mancarci se dovesse scomparire. La leggenda tibetana delle otto montagne non ve la racconto: è struggente, ve lo garantisco, e il finale del romanzo fa commuovere.

Nei silenzi della montagna i nostri pensieri riecheggiano più facilmente: dopo la conquista dell’agognata cima sentiamo noi stessi, tra i battiti convulsi del nostro cuore, e abbiamo una sensazione da tradurre a parole e da imprimere sul logoro diario di vetta.

Titolo: Le otto montagne
L’Autore: Paolo Cognetti
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un libro scritto bene, emozionante e struggente. Per chi ama la montagna, per chi ha perso qualcosa che ora non più avere, per chi pensa che più ci si sale verso le vette e più sia facile ascoltare i nostri pensieri

(© Riproduzione riservata)

Marco Truzzi | Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere

I reportage che si occupano di approfondire il nostro tempo interessano molto: non conosciamo tutto del mondo che ci circonda, ma possiamo informarci per imparare qualcosa di più. “Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere” di Marco Truzzi (fotografie di Ivano Di Maria, Exòrma edizioni, 158 pagine, 14.50 €) è uno di quei libri brevi, ma intensi, che aprono gli occhi su situazioni che spesso si tende ad ignorare.

Gli anni seguiti alla caduta del muro di Berlino, nel 1989, sembravano indicare una prospettiva, il riconoscimento dei diritti umani e un’Europa più inclusiva e solidale. Eppure ci troviamo oggi a fronteggiare il ritorno di istanze nazionaliste, protezionistiche, separatiste; intolleranza e spinte xenofobe, divaricazione della forbice nella distribuzione della ricchezza, economia interna a due velocità, crisi dei modelli delle politiche sociali. Cosa succede sulle frontiere? Che significato hanno oggi? Dove sono? E dove siamo noi? Quali fossili culturali si incontrano andando per confini? [Marco Truzzi, Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere]

Il giornalista Marco Truzzi e il fotografo Ivano Di Maria intraprendono un viaggio attraverso l’Europa alla ricerca di vecchi confini. L’idea di partenza è quella di raccontare, documentare e fotografare gli ex-confini tra gli Stati europei prima dell’avvento di Schengen, ma durante i primi viaggi entrambi si rendono conto che non si può parlare di confini caduti perché stiamo vivendo anni in cui i confini vengono anzi rimarcati in modo violento.

L’autore e il fotografo decidono quindi di viaggiare in Europa scegliendo di raccontare i luoghi dove vengono eretti muri, fili spinati, griglie, dove la polizia grida alla gente di stare indietro, di andarsene, lanciando lacrimogeni e spesso usando la violenza.

Il reportage di Truzzi, accompagnato dalle fotografie di Ivano Di Maria, inizia da Ceuta l’enclave spagnola che si trova in Africa; quanti disperati ogni giorno giungono al confine, ma non per entrare in Spagna, bensì per contrabbandare merci marocchine da vendere sul suolo spagnolo.

Giungono a Basilea, città svizzera dove si intrecciano tre confini nazionali; l’autore e il fotografo proseguono verso il Nord Europa, dalla Danimarca alla Svezia correndo in auto sul ponte dell’Øresund, un ponte che in teoria unisce due nazioni ma in sostanza no, poiché anche in Nord Europa i due italiani scopriranno quanto razzismo si annida tra le genti nordiche.

Quindi attraversano quelli che furono i confini della ex-Jugoslavia, infine fanno tappa a Ventimiglia e poi a Calais e infine a Idomeni, tutti luoghi tristemente noti per gli episodi di chiusura totale dei confini. A Ventimiglia gente accampata sugli scogli; a Calais nella “giungla” fatta di baracche e tende senz’acqua e senza luce; e Idomeni dove i tantissimi bambini giocano nella polvere mentre la polizia greca e quella macedone sparano proiettili di gomma ad altezza d’uomo.

È l’inferno. E in mezzo all’inferno, lì, seduta per terra, con un carrarmato alle spalle, mentre gli altri gridano e scalciano e corrono via e urlano ancora più forte, lì in mezzo una bimba gioca con alcuni rametti. Ivano allunga la mano, ma lei non si muove e lo guarda. Vuole solo giocare. Sono soltanto pochi secondi, che a lui sembrano un’eternità. E in quel tempo sospeso non ci sono più fotografie da fare, un progetto da raccontare, confini da descrivere. C’è solo la voglia di dire adesso ti prendo e ti porto via, lontano da qui, dove ci sono altri giochi da fare, dove ci sono la scuola e un compito e magari un cartone animato da guardare prima di andare a letto [Marco Truzzi, Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere]

I confini mi hanno sempre affascinata, perché in Europa posso attraversali in modo libero, senza controllo: dalla Grecia all’Estonia, nessuna autoritù mi ha chiesto di esibire i documenti. Questa è sempre stata la mia idea di Europa, un luogo accogliente dove poter girovagare liberamente e imparare frammenti della cultura del Vecchio Continente.

Logicamente, il controllo sugli extraeuropei va fatto, anche se non tutti avranno i documenti, dopo certi viaggi per mare o nel deserto… La soluzione, in ogni caso, non può essere quella di intrappolare, per settimane, mesi o addirittura anni, queste persone in campi profughi come Calais o Idomeni o peggio sugli scogli di Ventimiglia, e le ONG o i civili non possono sobbarcarsi tutte le responsabilità che spetterebbero ai governi europei.

L’autore e il fotografo come ultima tappa si prefiggono una visita ad Auschwitz, uno dei luoghi dove la follia razzista ha generato un vero e proprio inferno in terra. Auschwitz, come altri campi di prigionia e sterminio non solo nazista, dovrebbero semplicemente essere lì per ricordarci gli errori del passato, ma sempre di più al giorno d’oggi si sentono cose del tipo “riapriamo i lager“.

Sono cose che mi inquietano perché significa che il germe dell’odio e del razzismo non si sono estinti, ma sono scintille pronte a prendere fuoco. Inge, la donna svedese incontrata da Marco Truzzi e Ivano Di Maria, ne è un esempio: lei sostiene che la gente dovrebbe semplicemente stare a casa propria. Certo, se si abita in Svezia in una casa calda e con una cospicua pensione perché no?, anch’io starei a casa mia. Diversamente, se non si ha più una casa perché bombardata oppure se i militari hanno ucciso tutta la famiglia o se semplicemente quello che dovrebbe essere il mio Paese non mi rappresenta più. Perché dovrei restare, se non è più casa mia?

La direzione che ha preso l’Europa in questi ultimi anni non è in linea con i propri principi, con le idee originali che hanno permesso la stessa creazione dell’Unione Europea. Se la tendenza non verrà invertita, idee razziste e cruente prenderanno sempre più piede, assieme a populismo di vario genere, e si tenderà a diventare sempre più chiusi e a curare solo il proprio giardino, senza pensare che magari un giorno – in un futuro nemmeno troppo lontano – potremmo essere proprio noi a dovercene andare dal nostro Paese e a subire un’accoglienza tutt’altro che festosa.

Il giorno dopo a Idomeni arrivano quelli di Alba Dorata a far casino. Arrivano in massa da Salonicco. Un tempo, Salonicco si chiamava Tessalonica. San Paolo scrisse ai Tessalonicesi due lettere. La prima è considerata la parte più antica del Nuovo Testamento. Parlava di carità [Marco Truzzi, Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere]

Titolo: Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere
L’Autore: Marco Truzzi
Fotografie: Ivano Di Maria
Editore: Exòrma editore
Perché leggerlo: per aprire gli occhi sulla realtà che stiamo vivendo, per farsi un’idea su cosa stia diventando l’Europa e su cosa potremmo fare noi per invertire questa tendenza

Antonio Tabucchi | Requiem

Sono tornata a Lisbona e l’ho fatto di nuovo con Antonio Tabucchi leggendo “Requiem” (Feltrinelli, trad. S. Vecchio, 139 pagine, 8 €), un romanzo breve che profuma di salsedine, alghe, sole e sogni.

(…) oggi per me è un giorno molto strano, sto sognando ma mi pare che sia vero, e devo incontrare delle persone che esistono soltanto nel mio ricordo [Requiem, Antonio Tabucchi, trad. S. Vecchio]

Il protagonista è un uomo senza nome – alter ego dell’autore – che a mezzogiorno di una caldissima domenica di luglio si trova sul molo Alcântara ad attendere che arrivi “un tizio“, anzi, un “grande poeta“; ma il grande poeta è in ritardo, oppure l’appuntamento non era per mezzogiorno bensì per mezzanotte.

Il protagonista occupa le dodici ore di quella calda domenica a Lisbona iniziando un lungo viaggio attraverso la città e le sue coste, il fiume Tago e i paesi di Cascais nell’Estoril, incontrando persone reali – la Vecchia Zingara, il guardiano del cimitero, il Venditore di Storie – e altr che vivono solo nei suoi ricordi – come Tadeus ed Isabel. A mezzanotte in punto si ritroverà al moldo Alcântara ad attendere – se arriverà – il grande poeta al quale vorrà dimostrare tutta la sua ammirazione

Il battello che veniva da Cacilhas fischiò all’attracco. La notte era veramente magnifica, con una luna sospesa sopra gli archi del Terreiro do Paço così che bastava stendere una mano per acchiapparla. Mi misi a guardare la luna, accesi una sigaretta e il Venditore di Storie cominciò a raccontare la sua storia [Requiem, Antonio Tabucchi, trad. S. Vecchio]

Lisbona (fonte: Jason Briscoe, unsplash.com)

È questa, in estrema sintesi, la trama del romanzo “Requiem” e non aggiungo molto altro per non rovinare il gusto della lettura a chi non l’ha ancora letto. “Requiem” è piuttosto diverso da “Sostiene Pereira“: a fare da sfondo ad entrambi i romanzi c’è sempre Lisbona, caldissima e sfavillante, ammantata di una luce accecante e avvolta da una cappa di umidità che fa sudare i due protagonisti; ma se in “Sostiene Pereira” la trama ha un filo logico ben preciso, con una precisa serie di eventi che conducono al magnifico e commovente finale, in “Requiem” gli incontri del protagonista sono dettati più dal caso che dalla logica. Proprio come nei sogni, quando si sovrappongono cose vissute e cose immaginate.

In “Requiemil tempo scorre a tratti velocemente e tratti più lentamente, l’obiettivo finale del protagonista è ritornare all’Alcântara e incontrare questo personaggio che è facile indovinare che si tratti di Fernando Pessoa, il più noto poeta e scrittore portoghese del Novecento.

Di “Requiem” ho amato molto le atmosfere lisboete, quella sensazione di essere costantemente sospesa tra la verità e l’illusione, tra l’incontro con chi è vivo e chi vive solo nella memoria; il tutto scritto con lo stile coinvolgente e ammaliante di Tabucchi che avevo già apprezzato nel romanzo “Sostiene Pereira”. Un altro bel libro che è un vivo omaggio a Lisbona e al Portogallo, un racconto che ha davvero il potere di far innamorare il lettore.

Praia da Barra Aveiro, Gafanha da Nazaré (fonte: Miss Porcelain, unsplash.com)

Titolo: Requiem
L’Autore: Antonio Tabucchi
Traduzione dal portoghese:
Editore: Feltrinelli
Perché leggerlo: per sognare Lisbona, il Portogallo, la sua cucina, la sua gente e per sognare, sognare, sognare in una caldissima domenica di luglio

Consigli di lettura: 10 libri per viaggiare

Viaggiare è un’esperienza unica che arricchisce e stupisce, che permette di entrare in contatto con usanze e costumi differenti dai nostri, apre la mente e rende più sicuri di sé oltre a regalare emozioni e ricordi preziosi. Tra le maggiori ispirazioni per i miei viaggi ci sono i libri e in passato mi sono ritrovata a sognare un viaggio grazie ad un libro per poi renderlo reale.

In questo articolo vi voglio segnalare e consigliare 10 libri per chi ama viaggiare: alcuni sono molto noti e li conoscerete certamente, altri spero di farveli conoscere e amare. Siete pronti a partire con me?

(Chris Lawton, unsplash.com, modificata)

1- Trans Europa Express di Paolo Rumiz (Feltrinelli)

Il giornalista triestino Paolo Rumiz ha percorso la cerniera d’Europa, dalle terre iperboree fino ad Instabul, dove il Bosforo pazientemente unisce l’Europa all’Asia. In trentatré giorni Rumiz percorre circa seimila chilometri, a piedi, in treno, in auto, in nave, autostop o bus, riempiendo otto taccuini di appunti e uno di disegni e schizzi, incontra innumerevoli persone di ogni estrazione sociale, dai contadini più umili e personaggi più illustri. Un libro per chi sogna di avere sempre la valigia pronta e una mappa pasticciata e stroppicciata piena di appunti.

2- Come ti scopro l’America di Emanuela Crosetti (Exòrma edizioni)

La giornalista e fotografa Emanuela Crosetti ha ripercorso in solitaria il lungo viaggio dei capitani di ventura Lewis e Clark, attraverso gli Stati Uniti, partendo da Saint Louis e arrivando in Oregon, di fronte all’immenso oceano Pacifico. È un reportage, che mette nostalgia per luoghi che non ho mai visto e situazioni che non ho mai vissuto, ma che ho sognato di vivere dalla prima all’ultima pagina.

3- Manuale di sopravvivenza amazzonica per signorine di città di Sara Porro (EDT)

Prendete una ragazza sempre vissuta tra la Brianza e Milano un po’ precisina, caricatela di ansie che hanno ansie di non aver vissuto abbastanza avventure, mescolate il tutto e otterrete un viaggio fai da te in Perù, attraverso stregoni e pozioni magiche, notti nella foresta in capanne infestate da ragni pelosi, cibi quasi immangiabili ma buonissimi e soprattutto la conclusione che viaggiare è una cosa magnifica e può insegnare molto più di quello che si immagina.

4- My Little China Girl Giuseppe Culicchia (EDT)

La Cina è quel Paese immenso, fatto di modernità e tradizione, che cambia volto ogni giorno e si sviluppa in modo rapidissimo. La Cina affascina è indubbio e con notevole ironia e sagacia Giuseppe Culicchia, giornalista torinese, la racconta nel bel reportage “My Little China Girl”. Assolutamente consigliato a chi non perde occasione di fare un salto nei ristoranti cinesi e per chi ama la millenaria cultura cinese, per chi cerca un libro per sorridere e anche un po’ per riflettere

5- Viaggi e altri viaggi di Antonio Tabucchi (Feltrinelli)

Antonio Tabucchi, grande conoscitore del Portogallo e della cultura lusitana, è stato anche e soprattutto un grandissimo e intraprendente viaggiatore. Nel reportage “Viaggi e altri viaggi” Tabucchi racconta del suo Portogallo e istruisce il lettore su come provare la saudade a Lisbona, ma racconta anche delle Azzorre, della Grecia, dell’Europa, dell’Asia e dell’America, in un crescendo che mette in luce tutta la passione e gli stati d’animo di chi i viaggi li gode minuto per minuto.

(Slava Bowman, unsplash.com)

6- Anime baltiche di Jan Brokken (trad. C. Cozzi e C. Di Palermo, Iperborea)

Jan Brokken con “Anime baltiche” ha toccato le corde del mio cuore e del mio animo di viaggiatrice facendomi sognare un viaggio nelle Repubbliche Baltiche, viaggio che si è felicemente concretizzato quando lo scorso dicembre ho potuto visitare Tallinn, la capitale dell’Estonia. Brokken racconta la storia delle Repubbliche Baltiche attraverso i suoi orgogliosi abitanti ed è un libro che coinvolge ad un livello tale per cui sognerete anche voi un viaggio a Tallinn, a Riga o a Vilnius.

7- Sulla strada di Jack Kerouac (trad. M. Caramella, Mondadori)

Jack Kerouac non ha bisogno di presentazioni, ogni mia parola sarebbe assolutamente superflua. L’ho inserito nell’elenco dei libri per viaggiare perché quello di Sal e Dean è il viaggio per eccellenza, dall’est all’ovest degli Stati Uniti in automobile o in autostop, spesso in preda a delirio alcolico o a momenti di intensa filosofia. Kerouac può non piacere a tutti, il suo stile asciutto e secco può non coinvolgere, ma riguardo a me ha fatto sognare tantissimo.

8- C’era una volta l’URSS di Dominique La Pierre (trad. K. Imberciadori, Il Saggiatore)

È il 1956 e il Paris Match riesce ad ottenere un permesso per un viaggio in U.R.S.S. per il giornalista francese Dominique La Pierre, il reporter Jean-Pierre Pedrazzini e relative consorti. I quattro partono da Parigi alla volta della Grande Russia a bordo di una Simca Maryl: da Mosca al Caucaso emergerà il ritratto di un Paese immenso, fatto quasi esclusivamente di contraddizioni e divieti, ma anche di persone cordialissime e generose, curiose e tutto sommato felici di essere quel che sono di quel che hanno.

9- Verso il Grande Sud di Isabelle Autissier e Erik Orsenna (trad. M. Uberti Bona, Longanesi)

I navigatori francesi Isabelle ed Erik hanno un sogno: raggiungere il Grande Sud con la loro imbarcazione Ada e si prefissano di raggiungere la Baia Margherita, coordinate geografiche 66° 33′ S, ovvero il leggendario Circolo Polare Antartico. Il libro è un susseguirsi di emozioni, pagine dei diari di Isabelle ed Erik e storie dei navigatori che prima di loro sognarono di raggiungere il Polo Sud. Un libro per chi ama le curiosità legate ad uno dei luoghi più remoti e misteriosi della Terra e chi ama il gusto dell’avventura e vuole essere catapultato in un mondo di ghiaccio, ostile quanto affascinante.

10- Vladivostok. Nevi e monsoni di Cédric Grass (trad. G. Pigozzo Bernardi, Voland)

Al giovane geografo francese Cédric Gras viene proposta la direzione di una sede della Alliance Française e lui sceglie la città di Vladivostok perché quello che prova per la Russia è un qualcosa difficile da spiegare. Il suo bellissimo reportage di viaggio abbonda di curiosità sui russi, sul clima, sulla cultura, ma anche dei suoi viaggi siberiani. Per chi ama la geografia, le culture diverse dalla nostra occidentale, per chi ama i viaggi e le descrizioni di scenari lontani – non senza un pizzico di ironia – “Vladivostok. Nevi e monsoni” è un libro imperdibile

(Andrea Vincenzo Abbondanza, unsplash.com)

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Voi amate la letteratura di viaggio? C’è qualche libro che mi consigliereste, magari un libro che ha ispirato uno dei vostri viaggi o vi ha iniziato a farvelo sognare? Scrivetemi nei commenti, sono sempre curiosa di leggere suggerimenti di lettura!

Paolo Rumiz | Trans Europa Express

Ho letto “Trans Europa Express” di Paolo Rumiz (Feltrinelli, 231 pagine, 9.50 €) grazie al consiglio di Pina che cura il blog Il mestere di leggere, un suggerimento nato quasi per caso ma che si è rivelato decisamente interessante: il reportage di viaggio di Rumiz mi ha coinvolta e conquistata, in un modo che non avrei mai immaginato.

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Partire dunque, ma per dove? La Cortina di ferro non c’era più, i reticolati erano stati sostituiti da spazi addomesticati, musei e piste ciclabili. Per cercare spazi bradi bisognava andare oltre, sul margine orientale dell’Unione europea. Forse lì cominciava ancora un “altro mondo”. E così non mi restò che immaginare un itinerario bordeline dal Mar Glaciale Artico al Mediterraneo, fino alla Turchia e magari fino a Cipro. Le soprese non sarebbero mancate [Paolo Rumiz, Trans Europa Express]

Partire dunque, ma per dove?, è la domanda che ogni tanto sorge anche a me, quando ho voglia di organizzare un viaggio, breve o lungo che sia. Molte volte il luogo che voglio visitare lo ragiono a lungo, qualche volta lo scelgo quasi a caso. Partire, per Paolo Rumiz, è soprattutto varcare i confini, le frontiere, in modo particolare quelle più difficili. Rumiz è un giornalista e scrittore triestino che festeggia il compleanno lo stesso giorno della caduta delle frontiere con la ex-Jugoslavia, è uno che i confini li conosce bene e forse proprio per questo ne è tanto affascinato.

Narva è la città estone che conduce in Russia (fonte: Wikipedia Commons, Aleksander Kaasik,CC BY-SA 4.0)

Il viaggio da Nord verso Sud, lungo la cerniera che unisce l’Unione europea con la Russia, inizia ad immaginarlo raccogliendo informazioni e disegnando da solo la mappa di viaggio; non esiste una mappa che unisca Kirkenes, Norvegia, con Istambul, o meglio esiste ma a scala molto piccola, dove i dettagli si perdono. Rumiz sceglie mappe a grande scala e le unisce con il tratto che percorrerà con Monika, fotografa e interprete polacca.

Dalle terre iperboree dove il sole non tramonta mai fino a Instabul, dove la luna si specchia sul Mar Nero, il Bosforo che tanto pazientemente unisce l’Europa all’Asia. In trentatré giorni Rumiz percorre circa seimila chilometri, riempie otto taccuini di appunti e uno di disegni e schizzi, incontra innumerevoli persone di ogni estrazione sociale, dai contadini più umili e personaggi più illustri come pope e governanti di paesini; Rumiz e Monika si spostano con ogni mezzo, a piedi, in treno, in auto a nolo, in autostop, in nave o battello e in bus.

Le guide sono pagine piene di nulla. Banalizzano, complici dell’oblio che scende sui territori. Ne propiziano la distruzione con il loro silenzio. Straccio quelle poche pagine pompose e inutili, le appallottolo, le butto nella spazzatura. Ma sì, si viaggia assai meglio chiedendo alla gente, e forse il viaggio perfetto sarebbe quello fatto alla cieca, senza nemmeno la carta. Partire insomma, salendo sul primo treno che va nella nostra direzione [Paolo Rumiz, Trans Europa Express]

Monasteri sulle Isole Solovetsky, Russia (fonte: Wikipedia Commons CC BY-SA 4.0)

Un viaggio, quello di Rumiz e Monika, che affascina e colpisce coloro che amano scoprire nuovi luoghi e lanciarsi in nuove avventure. Paolo Rumiz ha la grande, grandissima capacità di trasportare il lettore attraverso gli spazi che descrive, a volte rallentando qualche volta andando di corsa; spesso serve una mappa, per conoscere l’itinerario, per seguire bene il viaggio di Rumiz attraverso luoghi che hanno nomi così antiquati da non averli forse mai uditi: Ostrobotnia, Carelia, Livonia, Curlandia, Prussia.

E’ il paesaggio, vagamente bretone, dell’antica Curlandia, una delle tante regioni mitologiche del Centro Europa che la collisione degli imperi e la mobilità delle frontiere hanno cancellato dalle carte geografiche (…) I viaggi leggeri son fatti così: le soste generano incontri, e gli incontri rimettono in moto l’avventura. Funziona sempre. Anche qui, nella verde Estonia degli uomini silenziosi [Paolo Rumiz, Trans Europa Express]

Una penna che imprime emozioni e sensazioni vive, pulsanti, reali a chi legge. Pagina dopo pagina, sono stata letteralmente catturata dal magnetismo di un’avventura così incredibile da non poterla neppure immaginare. Le genti incontrate, i paesi, i paesaggi, gli spostamenti: ogni cosa è minuziosamente descritta, nulla è lasciato al caso. Vengono anche raccontati episodi e fatti storici, che aggiungono un notevole valore culturale al libro. Si impara moltissimo, da un diario di viaggio come questo.

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Moschea Nuova a Instabul (fonte: Wikipedia Commons, Pubblico dominio)

Per chi ama viaggiare “Trans Europa Express” è l’ispirazione, è la sublimazione dei sogni di colui che sceglie un luogo e va, documentandosi man mano che si avvicina la data della partenza. Per chi ama scoprire nuovi lunghi questo è un libro irrununciabile, senza dubbio.

Il viaggio lungo la nuova Cortina di ferro è finito. Cercavo una Frontiera vera, e l’ho trovata. A volte ha coinciso con i confini nazionali, altre volte no (…) Mi chiedo che ne sarà della vecchia Europa, del suo martoriato cuore contadino ed ebraico spazzato da troppe guerre. Alla stazione di Sirkeci mi aspetta il treno per Belgrado (…) Solo il turco e la circassa sembrano non tenere conto dell’orologio (…) Si baciano, indifferenti alla città, alla gente, alla pioggia [Paolo Rumiz, Trans Europa Express]

Titolo: Trans Europa Express
L’Autore: Paolo Rumiz
Editore: Feltrinelli
Perché leggerlo: per sognare un lungo viaggio, fatto di persone, incontri, luoghi e storia; per capire che le frontiere sono quelle che ci costruiamo noi stessi, con i nostri stereotipi e pregiudizi. Per chi sogna di avere sempre la valigia pronta, con l’essenziale, e una mappa pasticciata e stroppicciata piena di appunti sulle cose da vedere.

Antonio Tabucchi | Sostiene Pereira

Alcuni libri hanno bisogno di tempo prima di essere letti e vengono apprezzati e amati di più in un preciso momento della nostra vita. Tra gli Stati europei che mi affascinano, oltre a quelli nordici, c’è il Portogallo: non chiedetemi il motivo, non lo so, è così e basta. Sono sicura che il Portogallo sia uno di quei luoghi dove mi sentirei a casa (come mi successe in Grecia). Quindi, ho deciso di scoprire il Portogallo attraverso i libri e ho iniziato quest’avventura leggendo “Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi (Feltrinelli, 214 pagine, 7.50 €).

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Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate. Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell’imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il “Lisboa” aveva ormai una pagina culturale, e l’avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte. Quel bel giorno d’estate, con la brezza atlantica che accarezzava le cime degli alberi e il sole che splendeva, e con una città che scintillava, letteralmente scintillava sotto la sua finestra, e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi feriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte. Perché? Questo a Pereira è impossibile dirlo [Sostiene Pereira, Antonio Tabucchi]

Nella calda estate del 1938, mentre il direttore è in ferie alle terme di Coimbra, Pereira gestisce la pagina culturale del “Lisboa”, un giornale portoghese nato da pochi mesi. Pereira, dopo quasi trent’anni di giornalismo di cronaca nera, si trova a lavorare con la cultura: innanzi tutto, vuole essere indipendente e non vuole che la politica rientri nei suoi lavori. Prepara omaggi e ricorrenze a scrittori che non sono ancora morti – ma che son vecchi e potrebbero morire, meglio essere pronti – e traduce in portoghese gli scrittori francesi dell’Ottocento non ancora letti in Portogallo.

La vita di Pereira è fatta di piccole, semplici cose: le sue traduzioni, le omelette alle erbe del Café Orquídea, le confessioni con Don António e le lunghe chiacchierate con la fotografia della moglie mancata diversi anni prima. Pereira vive quasi in punta dei piedi, nonostante la sua mole, in silenzio, senza interessarsi troppo al mondo che lo circonda.

Quando incontra Monteiro Rossi e la sua fidanzata Marta, qualcosa nel cuore buono e tranquillo di Pereira inizia a cambiare. Il giornalista si rende conto che la situazione in Portogallo non è buona: vige la censura, ogni articolo prima di essere pubblicato deve essere approvato; Pereira crede di essere libero , ma viene ripreso dal direttore del “Lisboa” perché ha pubblicato un racconto francese che si conclude con l’esclamazione “Viva la Francia!” e la Francia no, non è amica dei portoghesi.

Oltre a Monteiro Rossi e Marta, Pereira incontra per caso la signora Delgado su un treno e diventa confidente del dottor Cardoso: tutti questi personaggi fanno capire a Pereira che deve fare qualcosa per il suo Paese, deve sfruttare il fatto che sia un giornalista che scrive settimanalmente su una pagina culturale molto seguita. La sua vita verrà rivoluzionata, ma sono proprio gli incontri casuali quelli che fanno stravolgere le nostre convinzioni.

La signora Delgado (…) disse: e allora faccia qualcosa. Qualcosa come?, risposte Pereira. Beh, (…) lei è un intellettuale, dica quello che sta succedendo in Europa, esprima il suo libero pensiero, insomma faccia qualcosa. Sostiene Pereira che avrebbe voluto dire molte cose. Avrebbe voluto rispondere che sopra di lui c’era il suo direttore, il quale era un personaggio del regime, e che poi c’era il regime, con la sua polizia e la sua censura, e che in Portogallo tutti erano imbavagliati, insomma che non si poteva esprimere liberamente la propria opinione (…) Ma non disse niente di tutto questo, Pereira, disse solo: faro del mio meglio signora Delgado (…) Capisco, replicò la signora Delgado, ma forse tutto si può fare, basta averne la volontà. Pereira guardò fuori dal finestrino e sospirò (…) Era bello, quel piccolo Portogallo baciato dal mare e dal clima, ma era tutto così difficile, pensò Pereira [Sostiene Pereira, Antonio Tabucchi]

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Lisbona vista dal belvedere Santa Luzia (fonte: Diego Delso, CC BY-SA 3.0 Wikimedia Commons)

Sostiene Pereira” è un romanzo che mi ha conquistata sin dalle prime righe, quando nell’incipit Tabucchi descrive il tempo e lo spazio in modo incisivo e coinvolgente. Leggendo, si entra nella storia con una facilità incredibile, Tabucchi prende per mano i lettori e li conduce attraverso una Lisbona scintillante e ventosa, ma soffocata da un regime crudele e opprimente. L’uso di poche parole – quasi contate – per descrivere situazioni, sentimenti ed emozioni è una prerogativa, secondo me, dei grandi narratori: per raccontarci un’emozione a volte servono davvero poche righe.

Pereira è un personaggio semplice, che vive la sua vita con estrema tranquillità, dividendosi tra la redazione della pagina culturale del “Lisboa”, il suo café preferito e le brevi vacanze nelle cliniche talassoterapiche sull’Estoril, portando sempre con sé il ritratto della moglie defunta. Pereria è un uomo maturo che vive nei suoi ricordi e ci tiene a mantenerli tali; prova nostalgia del tempo che corre, delle vicende e dei sentimenti che ormai appartengono al passato, ma non si rassegna a lasciarli andare.

L’incontro con Monteiro Rossi e Marta, due giovani che ammiccano ai repubblicani spagnoli, iniziano ad illuminare Pereira e fargli capire che deve aprire gli occhi. Pereira non vuole abbandonare “quel piccolo Portogallo” anche se sa che la vita non è per niente facile. Durante il regime di Salazar, come in ogni dittatura, informazioni e persone erano controllate con grandissima attenzione. L’incontro con altri due personaggi, la signora Delgado sul treno da Coimbra verso Lisbona, e il dottor Cardoso, direttore della clinica talassoterapica, aggiungeranno i tasselli necessari a Pereira per prendere la sua decisione. Dopo un drammatico evento, a Pereira gli viene “un’idea folle” e la messa in pratica di questa idea cambia la sua vita per sempre.

Sostiene Pereira” mi ha regalato alcune delle emozioni che avevo vissuto durante la lettura de “Ho paura torero” di Pedro Lemebel (marcos y marcos) e mentre proseguivo nella lettura, che ha un ritmo sempre più incalzante pagina dopo pagina, ho capito che sul Portogallo voglio leggere ancora molto, perché non so nulla se non che è un luogo che mi affascina. Aver cominciato questa scoperta con la lettura di “Sostiene Pereira” si è rivelata un’ottima scelta, perché ho iniziato ad amare la “soleggiata e ventilata” Lisbona in compagnia di Pereira, un personaggio che mi resterà nel cuore per molto, molto tempo.

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Arco di Trionfo, Piazza del Commercio, Lisbona (fonte: Diego Delso, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons)

Titolo: Sostiene Pereira
L’Autore: Antonio Tabucchi
Editore: Feltrinelli
Perché leggerlo: perché “Sostiene Pereira” è un romanzo con una trama molto semplice ma dal grande potere di emozionare, commuovere e far riflettere

Elena Loewenthal | Conta le stelle, se puoi

Nel Giorno della Memoria ho deciso di parlare di “Conta le stelle, se puoi” di Elena Loewenthal (Einaudi, 257 pagine, 17.50 €) per un motivo molto semplice: questo libro non parla di Shoah, campi di concentramento, di rastrellamenti, forni crematori o deportazioni. Questo romanzo parla di quella che avrebbe potuto essere la vita, con le sue speranze, gioie e difficoltà, di una famiglia ebrea se un bel giorno del 1924 “quel Mussolino lì” avesse preso un colpo.

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Nonno Moise partì da Fossano una domenica mattina di fine estate, poco prima delle grandi feste. A quel tempo non era ancora nonno e nemmeno immaginava che un giorno lo sarebbe diventato. A dire più o meno il vero (…) nonno Moise non immaginava nessuna delle tante, o forse poche, cose che nella vita gli sarebbero capitate. Non immaginava, ad esempio, che invece di un albero composto e altero la sua discendenza avrebbe disegnato un tessuto senza capo né coda steso alla bell’e meglio fino ai quattro angoli del mondo, tutto instarsi e ricami e maglie diseguali come fa un filo di lana fra due ferri maldestri (…) neppure sperava perché era ancora troppo giovane per sperare, quando la vita è tutta un’allegra certezza e la linea dell’orizzonte sta persa in un mare di luce, neppure sperava di morire come Giobbe, sazio di anni [Elena Loewenthal, Conta le stelle, se puoi]

Nel 1872 Moise Levi è un giovane ebreo di Fossano, intraprendente e curioso. Figlio unico, decide di lasciare la natia città per cercare fortuna a Torino: con sé porta la sua incredibile voglia di costruirsi un futuro e un carretto pieno di stracci. La sorte gli è amica, giunto a Torino – dopo varie traversie tra Saluzzo e la Vel Pellice – Moise si distingue immediatamente per la sua voglia di lavorare e poco tempo dopo il suo arrivo a Torino fonda una società che commercia nel settore tessile con il signor Malvano.

Trascorrono gli anni e mentre Moise invecchia, prima padre e poi nonno, Torino muta il suo aspetto diventando sempre più moderna senza perdere mai il suo esclusivo fascino di antica capitale del Regno d’Italia. Nonno Moise diventa parecchio ricco, acquista l’intero stabile di via Maria Vittoria, la sua discendenza diventa sempre più numerosa e anche a lui a volte è impossibile raccapezzarsi tra tutti i nipoti e pronipotini.

Quando nel 1922 le camice nere e quel Mussolino lì marciano su Roma, nonno Moise capisce immediatamente che quella è brutta gente. E il re Vittorio Emanuele II, un perfetto incapace, non è in grado di fermare i fascisti che con il suo beneplacito salgono al governo. Ma se tutti immaginano l’arrivo di tempi duri, si sbagliano di grosso: una bella mattina del 1924 a quel Mussolino lì viene un infarto e crepa.

Così, nonno Moise non conoscerà le leggi razziali, né i drammatici rastrellamenti, né gli episodi di razzismo e violenza nei confronti degli ebrei. Moise e la sua numerosa discendenza non vedranno mai le sinagoghe o le attività degli ebrei bruciare per mano dei fascisti; non saranno costretti ad emigrare in Svizzera o in America per scampare alla morte. Semplicemente, nonno Moise e la sua famiglia vivranno, in silenzio senza mai fare rumore – come sono abituati gli ebrei – ma vivranno, felici e numerosi.

Ah, il ’38! Che anno, che è stato. Unico e irripetibile, tanto che si fa persino fatica a raccontarlo, a mettere in ordine nella sequenza di eventi, nelle gioie e negli entusiasmi, nei ricordi che s’affollano, nelle nostalgie che non guariscono. Il ’38 è un anno così, che tiene insieme chi c’era e chi aveva ancora da venire al mondo e persino chi se n’era già andato: tutti uniti dall’attesa e dalla speranza e dalla felicità di essere finalmente lì [Elena Loewenthal, Conta le stelle, se puoi]

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Il romanzo “Conta le stelle, se puoi” di Elena Loewenthal mi è piaciuto davvero moltissimo, e questo lo specifico subito. La narrazione procede in modo non sempre scorrevole, sono frequenti i salti temporali e le anticipazioni: è così che di punto in bianco, magari leggiamo il nome di un nipote che nascerà solo anni e anni dopo, ma con l’albero genealogico alla mano è come sfogliare un album fotografico, con fotografie e storie dal 1848 al 2003, saltando da Torino a Fossano, dalla Terra Promessa alle Americhe, lasciandosi cullare dalla musicalità del piemontese mescolato con l’ebraico.

La storia raccontata dalla Loewenthal diventa originale nel momento in cui la scrittrice torinese immagina che a Mussolini venga un colpo secco e muoia, e da qui in avanti la Storia prende una piega diversa: nello stesso anno della morte di Mussolini viene dato il voto alle donne; nel 1938, anno mirabile e irripetibile, finisce il mandato britannico in Terra Santa e nasce lo Stato di Israele, Vittorio Emanuele II abdica e va in esilio in Egitto, nasce quindi la Repubblica italiana e nel 1948 viene abolito il servizio militare.

Pur essendosi prese molte libertà narrative, soprattutto storiche, la Loewenthal descrive bene l’evoluzione della città di Torino: da quando barriera Nizza erano quattro cascine attorniate da prati incolti, all’arrivo degli stabilimenti Fiat e quindi allo sviluppo industriale della porzione sud della città. Come descrive con notevole veridicità l’ubicazione di quello che fu il ghetto ebraico di Torino e del quale oggi non restano che i cancelli di ferro tra via Bogino, via Maria Vittoria e via S. Francesco da Paola.

“Conta le stelle, se puoi” è un titolo evocativo che si ispira ad un episodio della Genesi: quando Dio mostra ad Abramo la volta celeste e gli confida che tanto sarà vasta la sua discendenza. Tornando alla realtà, sappiamo bene che Mussolini non morì nel 1924 e le leggi razziali furono emanate e molti ebrei piemontesi e non solo vennero deportati e uccisi nei campi di concentramento.

Ma Elena Loewenthal non si è arresa e non l’ha data vinta ai fascisti: ha immaginato un lieto fine e una storia diversa per la discendenza di nonno Moise e per tutti gli ebrei, descrivendoci come avrebbe potuto essere la Storia contando i vivi anziché i morti.

Titolo: Conta le stelle, se puoi
L’Autrice: Elena Loewenthal
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: per non arrendersi alla Storia, per immaginare un futuro diverso, felice e numeroso come le stelle della volta celeste

Emilio Salgari | Alla conquista della Luna

Lo scrittore Emilio Salgari è soprattutto noto ai lettori per aver dato vita all’immortale personaggio di Sandokan, la Tigre della Malesia; ma l’autore veneto, oltre ad essere un romanziere prolifico e visionario, si è dedicato anche alla scrittura dei racconti: raccolti nel volume “Alla conquista della Luna” (Cliquot, 142 pagine, 16 €) ci sono sei racconti fantastici e fantascientifici in grado di divertire e far provare un po’ di nostalgia per un tempo in cui si immaginava un futuro molto diverso.

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Lanciato sulla Terra a 9.500 metri. La nostra macchina funziona sempre perfettamente, mercé il calore proiettato dai nostri specchi e condensato nei nostri motori. Se nulla accade di contrario, noi fra tre ore avremo lasciato la zona d’aria respirabile e continueremo la nostra ascensione verso la Luna. Se non potremo più mai tornare sulla Terra o se il freddo ci assidererà come temiamo, chi vorrà sapere chi noi siamo e con quale macchina ci siamo innalzati, si rivolga all’alcalde di Allegranza (isole Canarie), a cui abbiamo rimesso i nostri documenti prima di lasciare definitivamente la Terra [estratto dal racconto Alla conquista della Luna, Emilio Salgari]

Ci sono navigatori norvegesi suggestionati e ossessionati dalla presenza del Maelström, un gorgo spaventoso e letale che risucchia le imbarcazioni al largo delle coste delle isole Lofoten. Spaventose creature simili a calamari giganteschi che emergono dagli abissi bui per saccheggiare le navi che solcano le acque della Cornovaglia. Un inventore crea la “Stella Filante” un prototipo di dirigibile in grado di fare il giro del mondo.

Dalle Azzorre parte una spedizione composta da scienziati che contano di raggiungere la Luna. In una zona paludosa della Florida un eccentrico riccone e il suo servitore di colore Ongro fanno una macabra scoperta, uno scheletro senza testa, e da qui si dipana una storia che sfuma quasi nell’orrore. Generazioni di navigatori portoghesi hanno cercato l’isola delle Sette Città, idealmente collocata tra le Azzorre e le Canarie.

E l’isola delle Sette Città? Mistero sempre. Che fosse però realmente esistita verso il finire del XV secolo, nessuno lo pose mai in dubbio. I marinai portoghesi e gl’isolani delle Canarie affermano anche oggidì che in mezzo al mare dei Sargassi, di quando in quando, vedono sorgere dal profondo delle acque dei getti intensi di vapore che fanno delle ecatombi di pesci, e che poi emergono dalle rupi che qualche tempo dopo tornano a scomparire. Sono le rive dell’isola delle Sette Città che in causa delle commozioni sotterranee vengono spinte verso la superficie? E’ probabile. [dal racconto L’isola delle Sette Città, Emilio Salgari]

Questi sono gli spunti su cui Emilio Salgari ha impostato i suoi sei racconti fantastici e fantascientifici. La scrittura può essere vista come un momento di evasione, di estraniazione dalla realtà, e leggendo i racconti di Salgari questa sensazione si ha spesso.

I racconti sono scritti in modo semplice, senza complessi intrecci narrativi o artifici, facili da seguire e decisamente godibili. Sono racconti piuttosto brevi, ma in pochi righe ci si sente trascinati dalla magia della penna salgariana. A tratti è un po’ come fare il giro del mondo, dato che nell’arco di poche pagine ci troviamo catapultati dalla gelida Norvegia alle calde isole Azzorre e Canarie, passando per la Cornovaglia e il soleggiato Portogallo, e con due tappe americane, una in Florida e una a San Francisco.

Se i personaggi e le situazioni immaginate dall’autore veneto lette un tempo potevano sembrare incredibili, a leggerle oggi – nel futuro dove dovrebbero essere idealmente ambientate – fanno sorridere ma non smettono di soprendere per l’incredibile fantasia utilizzata per scriverle.

Fantasia notevole per descrivere la macchina che deve condurre gli scienziati sulla Luna, e minuziose sono anche le descrizioni del decollo; incredibilmente, la storia della “Stella Filante” che dovrebbe portare i suoi passeggeri in giro per il mondo, assomiglia a quella del dirigibile Zeppelin o del trasatlantico Titanic, quasi fosse una profezia o un ammonimento nel non sfidare troppo la sorte. Più fantastici sono i racconti di “Lo scheletro nella foresta” e “Negli abissi dell’oceano“, che ammiccano il primo alla tradizione di Edgar Allan Poe e il secondo a quella di Jules Verne.

Storie, quelle di Salgari, che mettono in luce soprattutto la sfiducia dell’autore nel confronto del futuro: molte trame, infatti, non hanno il lieto fine e spesso i personaggi sono incompresi o non creduti o presi per pazzi. L’uomo tenta di volare, conquistare la Luna, sfidare i mostri degli abissi e la potenza dei fenomeni insipiegabili; ma l’uomo per natura fallibile e pieno di difetti. Emilio Salgari ci racconta questo: nonostante le idee geniali, l’uomo è fallibile e le sue storie ce lo ricordano nel caso volessimo sfidare troppo i nostri limiti umani.

*

I compagni di viaggio che hanno intrapreso questo giro del mondo con Salgari, sfidato mostri e gorghi marini, sono Fabrizia, Claudia e Fabio, e io vi invito a fare un salto nei loro blog perché hanno molte cose da raccontarvi sui visionari racconti di Emilio Salgari. Seguite tutte le tappe del nostro tour!

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Fabio Bartolomei | We are family

Lo so, avete letto il titolo del libro che sto per recensire e nella vostra testa è scattata la canzone delle Sister Sleges. Come faccio a saperlo? E’ successo anche a me quando ho scartato il regalo di Natale da parte della Lettrice Rampante e ho visto la brillante copertina azzurra del libro “We are family” di Fabio Bartolomei (E/O edizioni, 275 pagine, 10 euro). We are family / I got all my sisters with me / We are family /Get up everybody and sing… Ah, scusate, mi sono distratta… Adesso vi parlo del libro.

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La sede della famiglia Santamaria è a Roma, in un quartiere di nome Ostiense. Si entra in un palazzo marroncino, si prende l’ascensore, si pigia il tasto numero quattro, poi si suona il campanello dell’interno dodici e se nonna non tiene la radio con volume troppo alto si entra senza problemi (…) La casa è nostra, in cambio papà deve solo consegnare ogni mese una busta bianca al signore dell’ultimo piano. La famiglia Santamaria è “agile e compatta”, come dice mio padre. Una nonna, uno zio e basta perché non è la quantità che conta, è qualcos’altro che ora non ricordo. Mi dispiace per gli altri bambini ma in questa famiglia abbiamo avuto una fortuna sfacciata, oltre alla madre numero uno ci è capitato anche il papà migliore al mondo [Fabio Bartolomei, We are family]

E’ il 1971, hai quattro anni, una passione per le cose che prendono fuoco e sei un piccolo genio che a scuola si annoia. Vivi a Roma, in un palazzo un po’ brutto, con la nonna, mamma, papà e tua sorella Vittoria, ma questa non è la casa promessa, ma un luogo di passaggio.

Ora sei più grande, hai cambiato diverse case, la nonna e lo zio se ne sono andati per sempre, ma sei ancora convinto di avere la mamma e il papà migliore del mondo. Mamma sforna ciambelloni divini e sulla carta d’identità c’è scritto ‘casalinga’ ma a penna ha corretto con ‘pasticciera’; papà guida gli autobus, ma un giorno guiderà l’astronave spaziale. Vittoria ha il complesso delle caviglie grosse, ma per te è la miglior sorella al mondo ed è bellissima.

Adesso vivete in un paese vuoto vicino al lido romano, la vita è sempre stata faticosa per i Santamaria, ma la famiglia è unita nei sacrifici e nessuno di voi si sognerebbe mai di abbandonarla all’ennesima difficoltà. Ecco, forse ci siamo, la casa promessa! Sì, dai, sembra un garage, anzi lo era… Ma che importa, pian piano diventerà la casa promessa.

Poi, un viaggio di nozze da tanti anni rimandato e cambia tutto. Mamma e papà vanno a Venezia, e da Venezia al Belgio e dal Belgio… chi lo sa. Tu, Al, e Vittoria restate alla casa promessa, studiate, lavorate, mettete da parte i soldi, insomma vi inventate una vita. Al, il tuo progetto di costituire il Principato dei Santamaria sta prendendo forma, e giorno per giorno, sacrificio dopo sacrificio, ecco la moneta, lo stemma, la bandiera e ovviamente l’inno. Quale? We are family, I got all my sisters with me / We are family /Get up everybody and sing…

Vittoria dice che è normale, non si può essere felici ogni giorno, nessuno lo è. A me sembra da pazzi non provarci, forse il problema del mondo è proprio che tutti la pensano come lei. Io però sono diverso. A cosa serve avere un cervello straordinario se non lo usi per rendere felice te, la tua famiglia e quindi di riflesso ancora te? [Fabio Bartolomei, We are family]

We are family” è un romanzo scorrevole, commovente, divertente e anche un po’ surreale. Mi è piaciuto molto per lo stile così semplice ma intenso di Bartolomei e la prorompente simpatia di Al Santamaria, voce narrante delle avventure della famiglia. L’ho letto come primo libro dell’anno e quando l’ho iniziato non sapevo che da lì a due giorni avrei avuto un problema in famiglia; una perdita è un momento doloroso e difficile, è il momento in cui si vede davvero quando possa essere compatta o meno una famiglia.

Sono riuscita a continuare a ritagliarmi alcuni momenti per leggere, per straniarmi un attimo da questa situazione triste, e “We are family” mi ha aiutata a distrarmi e mi ha fatto capire che la felicità esiste solo se noi ci crediamo davvero. E ogni difficoltà, anche la più grande e terribile, deve essere affrontata con lo spirito giusto: credo proprio che sia questo il messaggio di Al per tutti noi, ed è per questo motivo che “We are family” mi è piaciuto tanto.

Gianluca Serra | Salam è tornata

Ho una formazione scientifica, così quando tra la moltitudine di libri che vengono pubblicati ne trovo uno che parla di scienze naturali lo leggo sempre volentieri. “Salam è tornata” di Gianluca Serra (Exòrma edizioni, 238 pagine 15.90 €) narra la vicenda legata alla scoperta di una colonia di ibis eremita in prossimità delle rovine di Palmira, ma è anche un’interessante riflessione sulla Siria e i cambiamenti climatici, sul nostro ruolo a proposito della conservazione della natura e sulle scelte che in futuro saremo costretti a prendere.

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Titolo: Salam è tornata

L’Autore: Gianluca Serra è biologo e ricercatore. Ha condotto ricerche e partecipato a progetti dapprima in Italia e poi nel resto del mondo. Ha vissuto diviso tra la Siria e l’Italia per dieci anni per studiare i voli migratori dell’ibis eremita per conto delle Nazioni Unite. Allo scoppio della guerra civile siriana si è trasferito in Polinesia per studiare il manumea, un uccello tropicale incapace di volare

Editore: Exòrma edizioni

Il mio consiglio: “Salam è tornata” è un libro per chi è curioso di conoscere meglio la natura che ci circonda, per chi vuole immaginare com’era la Siria prima della guerra e per chi si pone delle domande sul futuro del pianeta Terra

Catturammo, incolume, il primo ibis. Una bellissima femmina che chiamammo Salam. Nelle settimane successive catturammo altri due adulti: una femmina, Zenobia (la leggendaria regina di Palmira), e un imponente maschio che battezzammo col nome di Sultan. Il marcaggio dei tre volatili con i trasmettitori satellitari, dentro la tenda, fu magistralmente eseguito a tempo di record da parte di Lubo (…) A quel punto non dovevamo aspettare altro che l’inizio della migrazione, ormai prossima. Non stavo nella pelle. La rotta migratoria di questi animali era sempre rimasta un grande mistero dell’ornitologia mediorientale. Per la prima volta eravamo sul punto di svelarlo [Gianluca Serra, Salam è tornata ]

Quando l’ornitologo Gianluca Serra arriva per la prima volta in Siria, ne resta affascinato: i palazzi nuovi nascono e crescono insensatamente come funghi, a dispetto di qualsiasi piano regolatore; i soldati frontalieri sono armati ma indossano le ciabatte; il divario sociale è abissale, si va dal lusso più sfrenato alla povertà assoluta; Damasco, la capitale, è una città caotica e invivibile. Però, Palmira è bellissima. Il deserto è magnifico, con quel buio totale e un infinito numero di stelle.

E’ il 2001 e la Siria esce da una lunga dittatura ma quella che ora si definisce ‘repubblica’ in realtà non lo è. Gianluca Serra non è interessato alla politica (anche se con i politici, quasi sempre corrotti e incompetenti, avrà a che fare), ma è a capo di un progetto per la conservazione dell’avifauna del deserto siriano e non lontano dall’antica città di Palmira fa una scoperta incredibile, grazie alle informazioni degli abitanti del luogo: trova una colonia di ibis eremiti uccelli già sacri agli egizi che dal Medio Oriente si credevano assenti dagli Anni Trenta.

Gianluca Serra avvia il progetto di studio degli ibis, in particolare è interessato alla loro rotta migratoria: gli ibis vivono in Siria solo una parte dell’anno, poi volano verso sud. Non senza difficoltà, Gianluca Serra assieme ai suoi collaboratori riesce a marcare tre esemplari – Salam, Zenobia e Sultan – e, con grande emozione, a scoprire il luogo dove gli ibs vanno a trascorrere la seconda metà dell’anno: sorvolano la penisola arabica e giungono in Etiopia, attraversando in volo il Golfo di Aden.

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Ibis eremita (fonte: Rapha Hell, Wikipedia CC BY-SA 3.0)

Sulle falesie a nord di Palmira, gli ibis usavano sempre le stesse nicchie per nidificare. Ma anche in Etiopia si piazzavano ogni anno sullo stesso albero di eucalipto come posatoio per notte (…) Per tre anni di seguito abbiamo osservato questi intrepidi volatili scegliere immancabilmente sempre lo stesso albero. Più che migrare tra Siria ed Etiopia, sarebbe stato più appropriato dire che si spostavano due volte l’anno tra un albero specifico dell’acrocoro etiopico, proprio quello, e la nicchia di una falesia del deserto palmiriano, separati da tremiladuecento chilometri. Attraversando, per ben due volte, una decina di paesi tra i più problematici del mondo [Gianluca Serra, Salam è tornata ]

Salam è tornata” è un libro scritto in modo scorrevole e con un linguaggio divulgativo comprensibile anche a chi non è esperto di scienze naturali, avifauna o migrazioni. La storia di Salam, Zenobia e Sultan – rappresentanti degli ibis eremiti – si lega in modo indissolubile e drammatico con le vicende storiche della Siria: Gianluca Serra, infatti, parla anche del contesto storico siriano, dell’apparente fine della dittatura del generale Hafiz al-Assad, di come si è arrivati alla finta repubblica del maresciallo Bashar al-Assad, fino alle gravi instabilità che hanno portato alla guerra civile che conosciamo tutti.

Il ritratto della Siria fatto da Serra è un mosaico di contrasti, di situazioni sull’orlo del baratro: la ricchezza non equamente distribuita, palazzi lussuosi contro baracche di lamiera, l’informazione controllata, la classe politica corrotta, le crudeltà contro gli oppositori politici, la mukhabarat ovvero la polizia siriana che non va per i sottile e lo spettro della dittatura mai scomparsa del tutto.

Il messaggio contenuto in queste pagine è molto forte: la conservazione dell’ambiente è necessaria e fondamentale, per non generare disparità e portare un Paese sull’orlo della guerra, come il caso della Siria. Ogni ambiente naturale è il risultato di un equilibrio preciso e delicatissimo, di un’evoluzione che dura da milioni di anni e oggi una sola specie – Homo sapiens – è la maggior responsabile di una grande quantità di estinzioni.

Oltre alle estinzioni, già di per sé drammatiche, la modificazione dell’ambiente naturale può provocare conflitti e tensioni sociali: i disordini sociali nati nel 2011 in Siria, repressi nel sangue e poi sfociati nella guerra civile (2011 – oggi), sono dovuti all’insensato sovrasfruttamento delle risorse naturali (pascoli, acqua, terreni) e alla desertificazione con conseguente crisi ecologica.

La desertificazione ha distrutto i fertili pascoli delle pianure lungo l’Eufrate e i pastori nomadi sono dovuti andare nelle città, per sopravvivere, diventando stanziali. Qui, relegati ai margini, hanno vissuto in grave povertà e disagio, sfociato appunto nelle rivolte che vedevano come modello gli altri Paesi investiti dalle “Primavere arabe”.

Non è semplice, ma la rotta è invertibile. E’ possibile cambiare, fermarsi e anteporre al lucro il benessere dell’ambiente. Se non si inverirà questa tendenza, i nostri pronipoti dovranno risolvere problemi molto seri e prendere decisioni importanti. Sempre più specie animali e vegetali spariranno prima di essere scoperte e classificate, sempre più persone vivranno in povertà estrema e gli ibis eremiti non torneranno nelle loro amate falesie presso Palmira.