Claudio Fava | Mar del Plata

Il Mono se lo sarebbero portati per sempre cucito sul cuore ma la vita li tirava avanti e quando hai quell’età la vita sono sempre cose da pazzi, perfino in Argentina, perfino nei giorni infami dei generali, perché a vent’anni la vita è un vento che ti si arrampica in faccia ti entra negli occhi ti scombina i pensieri e allora capisci che non c’è tempo per i rimorsi, non c’è tempo per piangersi il morto [Mar del Plata, Claudio Fava]

Nel 1978 l’Argentina si prepara ad ospitare i Mondiali di calcio e la giunta militare, comandata da Videla, ha la necessità di far sparire le persone scomode. Oppositori politici, simpatizzanti della sinistra, comunisti più o meno dichiarati, sindacalisti o semplici dissidenti: queste persone scompaiono nel nulla, nell’indifferenza generale perché la gente ha paura di parlare.

Raul è un ragazzo di vent’anni, robusto e dalle idee chiare: oltre a Teresa, ama il rugby, tutta la sua vita. Gioca nella squadra Club La Plata, allenata da Hugo Passarella, il mister sempre arrabbiato che si trascina la gamba sciancata. Il nome della squadra deriva dal Mar de la Plata, quella lingua d’acqua che entra a Buenos Aires e incanta chiunque la guardi.

(…) non gli pareva vero quello che vedeva dal finestrino della corriera adesso che le case erano finite e cominciava l’oceano, entrava dentro la terra, s’infilava in mezzo alle campagne, le allagava di un’acqua che pareva finta, una cosa dipinta come in quella cartolina che suo padre aveva mandato (…) Davanti invece c’era il mare, blu come non lo aveva mai visto, un blu denso, compatto, senza graffi, senza niente [Mar del Plata, Claudio Fava]

Dopo uno dei soliti allenamenti, Raul accompagna a casa il Mono, al secolo Javier, ma appena la Guzzi di Raul schizza via, da un’auto nera scendono uomini dalle intenzioni molto chiare: fare un paio di domande al Mono, in particolare a proposito dell’associazione studentesca che frequenta.

Quando il Mono non si presenta agli allenamenti successivi, i compagni si chiedono cosa gli sia successo e due giorni le acque del Mar del Plata restituiscono il cadavere del giocatore.

Il Mono tornò due giorno dopo. Con le mani legate dietro la schiena da due giri di filo di ferro e un buco nella nuca grosso come una noce. Tornò a galla, sulle acque sporche del Rio de la Plata [Mar del Plata, Claudio Fava]

La partita successiva si gioca in casa col Córdoba e i ragazzi del Club La Plata chiedono di poter fare un minuto di silenzio. Solo che il minuto di silenzio diventa lunghissimo, nessuno incomincia a giocare quando finiscono quei lunghissimi sessanta secondi, e il minuto arriva a durare dieci minuti.

No, un minuto non basta, ne serve un altro, e un altro ancora (…) aveva diciotto anni, pensate che ci basti un minuto? [Mar del Plata, Claudio Fava]

Dieci minuti di silenzio per un dissidente morto: per il regime è un vero e proprio affronto. Montonero, ufficiale dell’Esma  si mette sulle tracce dei giocatori, li studia, li fa pedinare, li controlla.

E li fa sparire. Uno per uno. Per ogni giocatore ucciso o scomparso, uno nuovo del vivaio viene promosso titolare e i ragazzi del Club La Plata continuano a giocare, a vincere, a fare dieci minuti di silenzio per gli amici morti.

Il mister non ha dubbi: loro li stermineranno tutti, se restano. Ma i ragazzi restano, bisogna finire il campionato, bisogna omaggiare i compagni scomparsi. Non bisogna darla vinta, a loro.

Avete vent’anni. Vi ammazzano perché non conoscono i vostri pensieri e questo li fa impazzire [Mar del Plata, Claudio Fava]

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I ragazzi della squadra di rugby decimata dal regime di Videla (fonte: Wikipedia)

Mar del Plata” di Claudio Fava, add editore, è un minuscolo libro che racconta una storia immensa e potente. È una storia vera, questa, è la storia dei rugbisti del Club La Plata sterminati dal regime militare di Videla, nel 1978. Ben diciassette ragazzi verranno massacrati o fatti scomparire dagli uomini dell’Esma e della squadra originale sopravviverà solo Raul, l’uomo che si occupa di raccontare questa storia nell’Argentina di oggi.

Ricordare fa male, ma fa anche bene“, sostiene Raul, ed è vero. Leggere questa storia è doloroso, non posso negarlo, se ci si sofferma a pensare, ci si rende conto di quanto quegli anni in Argentina siano stati bui, pericolosi e assurdi. Ma che allo stesso tempo siano stati anni pieni di voglia di ribellarsi al regime, anni fatti da persone coraggiose che con la loro morte, l’estremo sacrificio, si sono opposti e hanno provato a riscriverla, la Storia del loro Paese.

La storia dei ragazzi del Club La Plata è raccontata da Claudio Fava con estrema semplicità, senza nessun giro di parole, buttando in faccia al lettore la dura realtà: questo è quello che è successo, è andata proprio così, non nasconde nulla. Lo stile di Fava è diretto, i dialoghi serrati, le descrizioni della città, del Mar de le Plata e degli ambienti argentini sono struggenti.

S’era alzato un vento di tramontana che tagliava la faccia come una lama. Aveva spazzato per tremila chilometri una campagna di cieli bassi ed era arrivato fino alla periferia di Buenos Aires gonfio di freddo della Patagonia. Magari a Teresa sarebbe piaciuto andarsene laggiù, a cercarsi un ultimo lembo di terra di fronte ai due oceani che si mescolano. A chi sarebbe venuto in testa di andarli a cercare alla fine del mondo? [Mar del Plata, Claudio Fava]

Mar del Plata“, come dicevo, è una storia breve ma di grande potere. È la storia di chi ha detto ‘no’ e ha sperimentato sulla propria pelle cosa significasse scegliere di ribellarsi; ma con coraggio è andato avanti sulla propria strada, senza piegarsi o senza scendere a compromessi.

È una storia terribile e bellissima, una vicenda che tutti dovremmo conoscere, per renderci conto di quanto siamo fortunati, per ora, che possiamo pensarla in modo diverso rispetto ai nostri governanti e viviamo come persone libere.

(…) quel giorno l’Argentina era morta, morti gli amici, morti i suoi vent’anni. Eppure qualcosa restava, qualcosa viveva. Qualcosa che non s’era spezzata. Non ancora. [Mar del Plata, Claudio Fava]

Titolo: Mar del Plata
L’Autore: Claudio Fava
Editore: add editore
Perché leggerlo: per renderci conto di quanto siamo fortunati, per ora, che possiamo pensarla in modo diverso rispetto ai nostri governanti e conosciamo cosa significa essere persone libere
Per approfondire: La vera storia del rugby Club La Plata

(© Riproduzione riservata)

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Marco Balzano | Resto qui

D’estate scendo a fare due passi e costeggio il lago artificiale (…) Nel giro di pochi anni, il campanile che svetta sull’acqua morta è diventato un’attrazione turistica. I villeggianti ci passano all’inizio stupiti e dopo distratti (…) Come se sotto l’acqua non ci fossero le radici dei vecchi larici, le fondamenta delle nostre case, la piazza dove ci radunavamo. Come se la storia non fosse esistita [Resto qui, Marco Balzano]

L’iconico campanile che si eleva dalle acque del lago di Resia è una delle attrazioni turistiche più struggenti dell’Alto Adige. A vederlo è bellissimo: si tratta di una torre campanaria trecentesca, che in inverno può essere raggiunta a piedi se il lago gela, circondata dalle alte Alpi Venoste.

Ma un luogo, all’apparenza romantico, può nascondere una storia ben più dolorosa: le vicende legate al lago di Resia e degli abitanti della Val Venosta, sono narrate nell’eccezionale romanzo “Resto qui” di Marco Balzano (Einaudi).

È Trina che, con tono malinconico ma mai melodrammatico, racconta alla figlia scomparsa in circostanze misteriose la storia della Val Venosta, delle sue genti e delle violenze subite nel corso degli anni, da persone con credo politici e obiettivi diversi, dagli anni Venti agli anni Cinquanta.

All’indomani della Prima Guerra Mondiale, i territori dell’Alto Adige passano dal controllo austriaco a quello italiano. Trina all’epoca è una giovane ragazza che studia per diventare maestra, ma quando nel Sud Tirolo arrivano i fascisti iniziano i primi guai.

Il fascismo sembrava esistere da sempre. Da sempre c’era stato il municipio col podestà e i suoi tirapiedi, da sempre c’era la faccia del duce appesa ai muri, da sempre c’erano i carabinieri che venivano a mettere il naso nei fatti nostri (…) Ci eravamo abituati a non essere più noi stessi (…) [Resto qui, Marco Balzano]

Mussolini vieta di parlare in tedesco nei luoghi pubblici, gli impiegati di madrelingua tedesca vengono licenziati se non si adeguano e sostituiti da impiegati giunti da ogni parte d’Italia; “Vietato parlare in tedesco“, un monito che serpeggia nella valle. Il duce disturba anche i morti: nomi e cognomi teutonici sulle lapidi vengono sostituiti con nomi italiani.

Trina non si arrende: su consiglio di Pa’, sceglie di insegnare nelle scuole tedesche clandestine. Lei adora insegnare il tedesco ai bambini, ma la punizione per chi viene scoperto è il confino. Nel frattempo, mentre sempre più valligiani incominciano a sperare nell’intervento risolutivo di Hitler e si avvicinano all’ideologia nazista, Trina si sposa con Erich.

Sperare in Adolf Hitler era la ribellione più vera. Quella ribellione si faceva palpabile ai tavoli dell’osteria, nei ritrovi clandestini (…) ma svaporava quando soli nelle stalle mungevano le mucche e s’incamminavano verso la fontana a dissetarle. Sonnecchiammo così (…) fino all’estate del ’39, quando i tedeschi di Hitler vennero ad annunciare che, se lo volevamo, potevamo entrare nel Reich e lasciare l’Italia. La chiamarono la “grande opzione” [Resto qui, Marco Balzano]

Erich è un uomo semplice, buono, dedito alle sue bestie e ai suoi pascoli. Un uomo che non si risparmia, che lavora duramente per mantenere la sua famiglia; e soprattutto, Erich ama la sua terra e per nulla al mondo l’abbandonerebbe.

“Allora prendiamo i bambini e andiamocene via”.
“No!” gridava.
“Perché vuoi stare qui se rimarremo senza lavoro, se non potremo più parlare tedesco, se distruggeranno il nostro paese?”
“Perché qui ci sono nato, Trina. Ci sono nati mio padre e mia madre, ci sei nata tu, ci sono nati i miei figli. Se ce ne andremo avranno vinto loro.” [Resto qui, Marco Balzano]

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Lago di Resia (fonte: Wikipedia)

Stretti tra due morse, i fascisti e i nazisti, Trina ed Erich resistono finché la guerra si fa troppo aspra, finché il primogenito si unisce ai nazisti, finché a malincuore i due capiscono che l’unico modo per sopravvivere a quegli anni è darsi alla macchia in montagna.

Fascismo e nazismo sono stati due grossi problemi per la valle, ma ce n’è un altro ben peggiore. Si tratta di una minaccia che torna puntuale, a ondate, uno spettro che aleggia sin dal 1911: il progetto della costruzione di una grande diga che avrebbe unito due laghi e prodotto, da progetto, notevoli quantità di energia elettrica.

I progetti e lavori per la costruzione della diga si sono interrotti, nel corso degli anni, a causa delle due guerre ma arrivati alle soglie degli anni Cinquanta, complice il boom economico e la richiesta di energia, non si può rimandare oltre. E il terzo nemico da combattere, per i valligiani, ha un nome e un obiettivo ben preciso: la Montecatini, che costruirà la diga e sommergerà Curon, con la sua piazza, la chiesa, il municipio e il maso di Erich e Trina.

Ci avessero domandato quel giorno qual era il nostro desiderio più grande, avremmo risposto che era continuare a vivere a Curon, in quel paese senza possibilità da dove i giovani erano scappati e tanti soldati non erano più tornati. Senza voler sapere niente del futuro e senza nessun’altra certezza. Solo restare. [Resto qui, Marco Balzano]

Resto qui” di Marco Balzano è un romanzo che mi è piaciuto così tanto che mi sono ritrovata più volte a tornare indietro e rileggere i capoversi che mi avevano colpita alla prima lettura, oltre a commuovermi in certi passaggi. Suddiviso in tre parti – Gli anni, Fuggire, L’acqua – “Resto qui” è uno di quei libri che contengono due storie: quella della Val Venosta, schiacciata e minacciata dalla Storia, e quella personale di Trina.

Per entrambe, Balzano adotta uno stile all’apparenza semplice, ma ogni parola è ben calibrata, senza sbavature ed eccessi, utilizzando spesso un tono poetico e a tratti lirico, come quando Trina ripensa alla figlia scomparsa, l’ideale uditrice di questa vicenda.

La tua immagine mi sfuggiva (…) Eri come il volo di una farfalla, lento e sbilenco eppure difficile da afferrare [Resto qui, Marco Balzano]

Marco Balzano è riuscito a raccontare una storia difficile, e lo ha fatto regalando ai lettori dei personaggi indimenticabili, sinceri, passionali, perfettamente reali. Balzano ha descritto una valle, la Val Venosta, così fiera e orgogliosa delle sue tradizioni, della sua lingua e della sua cultura; una valle abitata da persone caparbie e combattive, pronte a tutto per difendere i propri masi e campi dall’inondazione.

E soprattutto, Balzano ha dato voce ad un luogo che a prima vista sembra semplicemente una bizzarria, un campanile romanico perfettamente restaurato che emerge dalle cupe acque di un lago alpino, ma che in realtà nasconde storie lunghe e travagliate: quelle di Trina ed Erich, di un angolino di Sud Tirolo, di chi, nonostante i soprusi, guerre e violenze, ha cercato di non arrendersi, ha cercato di resistere.

Fatti, storie, fantasie, ciò che contava era averne fame e tenersele strette per quando la vita si complicava o si faceva spoglia. Credevo che mi potessero salvare, le parole [Resto qui, Marco Balzano]

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Curon Venosta, ricostruita dopo aver sommerso la vecchia Curon (fonte: Wikipedia)

Titolo: Resto qui
L’Autore: Marco Balzano
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un romanzo magnifico che racconta della Val Venosta e delle sue genti, perché insegna che dietro ad un luogo all’apparenza fiabesco, possono esserci storie difficili da accettare

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Federico Pace | Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita

Ma ogni viaggio non porta mai con sé solo una cosa, non ci conduce mai in un solo luogo. Il viaggio ci porta sempre in uno spazio infinito, ci restituisce sempre un ampio spettro di emozioni [Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita, Federico Pace]

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono“. José Saramago, premio Nobel per la Letteratura, conclude con queste frasi il libro sul suo amato Portogallo, e più leggo queste parole, più mi trovo d’accordo con lo scrittore portoghese.

Il viaggio, è vero, non finisce mai e il libro “Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita” di Federico Pace (Einaiudi, 14 €) ne è una bella conferma. Pace incomincia il viaggio raccontando della prima volta che, bambino, si allontanò senza permesso dal paese abruzzese dove si trovava in vacanza con i suoi genitori. Il brivido della scoperta e della marachella lo attraversavano come una scossa elettrica, e proprio mentre veniva recuperato da uno zio, in automobile, Federico Pace si rende conto che da quel momento in poi nulla sarà più come prima.

Ci sono viaggi che spaventano, altri che insegnano, altri ancora sono necessari o di piacere, qualche viaggio è in realtà un ritorno o un percorso volto a ritrovare noi stessi o a cercare migliori condizioni di vita.

Lo stesso cammino. Poi però quel cammino, quello stesso percorso, all’improvviso porta in un posto in cui non pensavamo mai di giungere [Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita, Federico Pace]

L’alba sul Mar Baltico a Pirita, Estonia. E’ uno dei luoghi che mi ha riempito l’anima e mi ha commossa profondamente (foto: Claudia)

Leggere il libro di Federico Pace è compiere realmente un giorno intorno al mondo: seguendo le orme di personaggi più o meno noti, si attraversano oceani, steppe siberiane, deserti, confini; si raggiungono città splendide, come Parigi, Praga o Lisbona; si viaggia sulle isole dell’Irlanda o quelle più lontane della Polinesia francese. Durante un viaggio, soprattutto di ritorno, c’è chi si rende conto di quanto sia cambiato, dal tempo del primo viaggio.

O forse perché siamo cambiati noi stessi o ci cambierà proprio quell’avventatezza che ci ha spinti a tornare fin laggiù [Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita, Federico Pace]

Ma perché un uomo dovrebbe mettersi in viaggio, uscendo dalla propria zona comfort, dalla propria casa o dal proprio ben noto Paese? Come dicevo, i viaggi che compiono i personaggi che rivivono negli scritti di Federico Pace hanno molteplici motivi. Frida Kalho torna a casa per salutare la madre morente; Albert Einstein abbandona l’Europa a causa del nazismo; l’uomo che cadde sulla Terra attraversa la Russia in treno per tornare a Mosca senza prendere l’aereo; Julio Cortazar ritorna a Mendoza perché ha bisogno di sapere com’è cambiata durante la sua assenza.

E c’è chi viaggia per scoprire posti remoti, nuovi, diversi da quello in cui vive. Come Paul Gauguin che si imbarca per Tahiti per vedere quanto è diverso quel mondo dalla sua Francia.

Tutto quel viaggio (…) tutti quei frammenti di mondo, non per rimanere affascinato dall’infinita diversità degli uomini, ma per capire cosa c’è di unico e comune in tutta l’umanità [Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita, Federico Pace]

Un viaggio è talvolta faticoso, a volte sfibrante, spesso si incappa in seccature o si fa fatica a farsi comprendere dalle persone del posto. Un viaggio, però, è anche fonte di sapere, se si parte con gli occhi e il cuore ben aperti. Ci si adatta, perché nessun luogo sarà mai come la nostra confortevole casa; bisogna prepararsi ai disagi e alle difficoltà, ma si viene sempre ripagati e man mano si acquista sempre più sicurezza e autostima.

I viaggi aprono varchi su ciò che stiamo diventando. Certificano la nostra condizione. Ci scuotono dall’incosapevolezza e di quell’andare altrove, nel confrontarci con l’altro, ci obbligano a prendere consapevolezza di ciò che altrimenti cerchiamo di nascondere a noi stessi. Il velo che cela le cose, in viaggio viene strappato senza esitazione. La solitudine, in viaggi come questi, diventa crudele, severa e racconta di noi, delle nostre condizioni, con una sincerità priva di dubbi [Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita, Federico Pace]

A Sofia, in Bulgaria, ho vissuto l’atmosfera dell’Est Europa. E mi è piaciuta così tanto che sogno di tornarci (foto: Claudia)

E un viaggio deve ricominciare, sempre. Saramago, sempre nel suo Viaggio in Portogallo, ricorda che il viaggiatore deve ricominciare il suo viaggio, rimettersi in cammino, rivedere ciò che ha già visto e rivivere le emozioni già vissute. Quando si dice: “Ho visto tutto“, si sa che è una bugia.

Il viaggio deve riprendere sempre, e una guida emotiva come il libro di Federico Pace, è senza dubbio il modo perfetto per rimetterci in cammino.

Titolo: Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita
L’Autore: Federico Pace
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: per ricominciare il viaggio, sempre

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Laura Fusconi | Volo di paglia

Quando arrivò alla curva del cespuglio di corniolo si fermò a guardare la Valle. Nel fienile i balloni c’erano ancora: lei e Luca avrebbero potuto giocare come sempre a Volo di paglia. L’avevano inventato insieme, quel gioco: Luca era stato il primo ad arrampicarsi sui balloni di fieno e a lanciarsi nel mucchio di paglia che c’era sotto. E poi aveva riso, dicendo che era la cosa più bella che avesse mai fatto [Laura Fusconi, Volo di paglia]

Luca e Lidia sono amici: lui vive in campagna, tra Agazzano e Verdeto, mentre Lidia vive a Piacenza e lo raggiunge solo durante l’estate. Appena Lidia lascia la città, corre a cercare Luca: l’idea è quella di trascorrere, come sempre, i pomeriggi a giocare a volo di paglia e a sfidare le proprie paure entrando nella casa della Valle.

Ma Luca, quell’estate del 1998, è diverso. Luca è taciturno, strano, evita di proposito Lidia e parla sempre di una bambina che si chiama Lia. Per quanto si sforzi, Lidia non riesce a capire chi sia questa Lia, ma la odia perché le ha portato via il suo migliore – e unico – amico.

La Casa della Valle, quella struttura diroccata che inquieta le campagne e i suoi abitanti, nasconde una serie di segreti perché venne abitata dalla famiglia Draghi e tutti, negli anni del fascismo, temevano la famiglia Draghi. Gerardo Draghi, nel 1942, era il crudele ras della zona, sempre pronto a malmenare chi non la pensava, come il povero Don Antonio. Anche Tommaso e Camillo, oggi adulti e all’epoca solo bambini, avevano il terrore di Draghi. Perché si sa, Franco, il piccolo di Baldini, non era mica scomparso da solo.

Ed è una storia di dolore e morte, quella dei Draghi. Oggi, tutti loro sono scomparsi: Gerardo, Ada, Lia, Guglielmo e persino Stefano, il nipote di Gerardo, è morto molto giovane. Stefano è morto nel 1990 e Mara, la sua vecchia fidanzata dell’estate dell’incidente, è anche lei tra Agazzano e Verdeto per sfidare i suoi fantasmi e cambiare i suoi ricordi.

(…) all’interno della Valle ci abitava l’Ombra, un’entità che poteva assumere diverse forme e risucchiare le persone fino a inglobarle, facendogli perdere conoscenza (…) Se l’Ombra ti assorbiva, eri perduto. Non c’era nessun rimedio. Potevi solo concentrarti sulla luce, se c’era, per provare a salvarti [Laura Fusconi, Volo di paglia]

Immagine correlata

Paese, Giuseppe Abbati (fonte: Wikipedia)

Volo di paglia” di Laura Fusconi (Fazi editore, 15.50 €) è una storia di fantasmi, sfide, paure, inquietudini e ricordi. La storia incomincia nel 1942 e si conclude nel 1998, circa cinquant’anni di vicende che si svolgono nelle campagne piacentine. Lo stile della Fusconi è molto semplice, perché il romanzo è raccontato quasi per intero guardando attraverso gli occhi dei bambini, i quali non capiscono cosa succeda nel mondo degli adulti; erano bambini Tommaso e Camillo e Lia nel 1942, sono bambini Luca e Lidia nel 1998. Mara non è una bambina, è una donna, e pur essendo alla ricerca di qualcosa di complesso, i suoi pensieri vengono descritti il più semplicemente possibile.

Il romanzo è un continuo salto temporale, avanti e indietro nel tempo: inizialmente ci si deve aggrappare a nomi ed eventi, per non perdersi nel flusso della storia. Poi, man mano che la narrazione incede, si incomincia a mettere a fuoco la storia, che assume via via dei contorni sempre più inquietanti.

Pur collocando i fatti narrati in un tempo preciso – dagli anni del fascismo a pochi anni prima del Duemila – la Fusconi riesce a dare alla storia una connotazione onirica, come sospesa nel tempo. Questo perché, a distanza di anni, dai bambini degli anni quaranta a quegli degli anni novanta, sembra essere cambiato poco: i timori legati alla Valle sono le stesse, come identiche sono le voci e le leggende che aleggiano sul Bosco delle Fate e il Bosco delle Streghe.

E anche il Volo di paglia è lo stesso: ci giocavano Camillo, Tommaso e Lia, da bambini, e anni dopo ci giocano Luca e Lidia, nello stesso fienile, come una continua, inquietante simmetria che solo alla fine avrà un punto di svolta diverso. Camillo, ormani affetto da demenza senile, riuscirà con un gesto a mettere in salvo chi nel passato non gli riuscì di salvare.

Titolo: Volo di paglia
L’Autrice: Laura Fusconi
Editore: Fazi editore
Perché leggerlo: perché è una storia narrata in modo semplice, ma che nasconde inquietudini e segreti. Più ci si addentra nelle vicende, più si fa chiaro ed emergono i fantasmi che popolano il romanzo e tormentano i protagonisti

(© Riproduzione riservata)

Paolo Rumiz | La Regina del Silenzio

Un tempo, quando le notti erano più buie e nei villaggi ardeva solo il lume di qualche candela, oltre al grande fiume chiamato Duma non esistevano ancora le montagne (…) Non esisteva al mondo una frontiera naturale così facile da attraversare. Tutti i popoli circostanti lo sapevano, e avevano battezzato quella terra di foreste, acque e praterie col nome Terra del Passo (…) i Burjaki dovettero divendersi dalle invasioni e imparare in fretta il mestiere delle armi (…) nessuno era mai riuscito a farli schiavi (…) Ma un giorno d’autunno essi videro qualcosa che superò la loro immaginazione. Era arrivata l’Orda [La Regina del Silenzio, Paolo Rumiz]

Per secoli i Burjaki, abitanti della Terra del Passo, hanno saputo respingere invasori ed eserciti, vivendo come anime libere e felici. Un giorno, l’Orda del malvagio re Urdal – figlio della crudele regina Ubiaga – invade la Terra del Passo e grazie all’aiuto di tre orrendi mostri, Antrax, Uter e Saraton, conquista i territori dei Burjaki, imponendosi sovrano. Durante una battaglia, Eco, il mago che fa risuonare il mondo, viene fatto prigioniero da re Urdal.

La regina Ubiaga odia la musica, quindi vieta ai Burjaki gli strumenti musicali e il canto, così sulla Terra del Passo cala un silenzio irreale. Ma c’è un uomo che, nonostante il divieto, continua a suonare e cantare a bassissima voce canzoni e filastrocche: è Tahir il bardo, suonatore di tambùriza, un uomo che proviene dalle terre oltre il Negroponto.

Da bravo vagabondo, viaggiava anche da fermo (…) I suoi sogni erano la continuazione della vita reale. Era un cacciatore celeste, amava il buio della foresta. Diceva ai ragazzi che i luoghi si attraversano di giorno ma si capiscono davvero solo di notte [La Regina del Silenzio, Paolo Rumiz]

Tahri si trova tra i Burjaki perché assiste la vedova del soldato Vadim, caduto in battaglia. Tahir suona la tambùrinza e canta per la creatura che Thassìa porta in grembo, Mila, che non vedrà mai suo padre. Gli anni passano e Tahir il bardo torna nelle sua terra natia e la giovane si sente orfana per la seconda volta.

Quando Mila cresce, attraversa mari e terre per andare da Tahir il bardo; la aiuterà a riportare la musica tra la sua gente, perché sin da piccola Mila scopre di avere doti innate per le melodie e vuole che l’armonia risuoni di nuovo tra i Burjaki.

Mila cresceva e sentiva ogni cosa: il mormorio del torrente, il canto del vento tra i rami dei pruni e degli albicocchi, il frullo d’ali delle farfalle, il richiamo siderale dei lupi, persino lo scricchiolio impercettibile delle stelle più lontane. D’inverno, quando gelavano i ruscelli e la neve cadeva soffice per giorni (…) Mila sentiva l’arpeggio eseguito da ogni singolo cristallo di neve (…) [La Regina del Silenzio, Paolo Rumiz]

Tramonto d’inverno (crediti: Artyom Gorbatyuk, Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic CC BY-NC-SA 2.0)

La Regina del Silenzio” di Paolo Rumiz (La Nave di Teseo, 16 €) è una fiaba che si legge tutta d’un fiato e che risuona come una delicata melodia. Rumiz è un narratore eccezionale, capace di descrizioni così poetiche che permettono a chi legge di sognare ad occhi aperti.

Scese la prima neve, i ruscelli gelarono, poi anche i fiumi, e le giornate si accorciarono. Un sole basso allungò a dismisura l’ombra delle betulle e illuminò di luce rossa le case di legno del villaggio, che sembrarono ardere sulla neve al tramonto [La Regina del Silenzio, Paolo Rumiz]

Nella storia narrata da Rumiz ci sono tutti gli elementi caratteristici di una fiaba: i buoni contro i cattivi, le creature mostruose e crudeli, gli elementi magici come l’anello del nonno di Mila, la natura che comunica e aiuta i buoni. Rumiz crea una geografia per il mondo nel quale vive Mila, ma non la colloca in un tempo preciso; sappiamo che il tempo trascorre e passa per via del semplice susseguirsi delle stagioni.

Come in tutte le fiabe, si arriva ad un punto in cui sembra tutto perduto. I cattivi stanno prevaricando, i buoni o sono imprigionai oppure sono deboli, senza forze e armi. Solo grazie all’unione di tanti si possono sconfiggere i tre mostri, re Urdal e la malvagia madre; solo restando uniti i buoni potranno ripristinare l’armonia e la musica nella terra dei Burjaki. Come nella vita reale, quando si trova un ostacolo o si deve superare una difficoltà: meglio affrontarle insieme che in solitudine.

Titolo: La Regina del Silenzio
L’Autore: Paolo Rumiz
Editore: La Nave di Teseo
Perché leggerlo: perché è una fiaba dolce e delicata come una melodia, che si legge tutta d’un fiato e tra le sue magie permette agli adulti di tornare un po’ bambini

(© Riproduzione riservata)

Elia Gonella | Tenebre

L’appartamento l’aggredì fin dalla soglia. Sulla porta d’ingresso, una zaffata d’aria calda, pesante di polvere, d’acqua stagnante, la colpì al volto (…) Alcuni drammi si consumano in un istante, altri in una vita intera (…) Forse era un’ospite indesiderata, forse la casa l’avrebbe trattata come tale. A inquietarla più di tutto era il silenzio incompleto. Là dentro non c’era nessuno, eppure dagli angoli bui, dagli insterstizi tra le assi imbarcate del pavimento salivano i crepitii, gli schiocchi di una presenza invisibile che operava nell’oscurità [dal racconto L’ospite, Elia Gonella]

Una donna si ritrova nel vecchio appartamento disabitato del padre per mettere in ordine alcuni ricordi. Un uomo cancella le immagini della sua vita passata, pronto ad indossare una nuova maschera. Un uomo di mezz’età incontra un vecchio amico e si lascia andare ad un flusso di pensieri che risalgono ai tempi dell’ultima colonia estiva. Un bambino in età scolare scopre che il suo idolo in realtà è una persona crudele e senza cuore. Un marito incontra la moglie in un luogo dove non si sarebbe mai aspettato di trovarla. Una donna attende la distruzione del quartiere Futura.

Una donna indossa un vecchio maglione e in una casa in riva al mare in burrasca ricorda la sua vita passata. Un uomo disagiato fa affari con un misterioso Tukor, ma c’è un oggetto che non può proprio scambiare, benché non lo usi più da molti anni. Un ex-soldato riacquista la vista, ma non può più tornare quello che era un tempo. Un bambino e la sua famiglia trovano una civetta intrappolata nel camino la notte di Natale e cercano di fare di tutto per liberarla e far passare Babbo Natale.

Nei racconti della raccolta “Tenebre” di Elia Gonella (Las Vegas edizioni) è notte, il buio avvolge ogni cosa, l’oscurità ammanta ogni sentimento. Buona parte dei racconti sono ambientati in una città dove un quartiere di nome Futura – un ammasso di palazzi che doveva essere il progresso, il futuro apppunto – è ormai disabitato e sta per essere abbatuto. I protagonisti vedono le torri di Futura e in esse si rispecchiano: Futura sta per essere distrutta, loro stanno per essere distrutti.

Le torri di Futura erano condomini popolari fatiscenti: sciacalli aspettavano che i vecchi inquilini morissero in solitudine per forzare le porte e trasformare ogni stanza in una camera doppia, tripla, quadrupla. Nelle case, le pareti erano impregnate dall’odore di cento cucine, i pavimenti erano frusti come cuoio vecchio. L’acqua e l’elettricità saltavano di continuo, gli ascensori dalle porte sfondate erano usati come pisciatoi, gli specchi rotti restituivano grappoli di immagini confuse e incomplete [dal racconto Lo scambio, Elia Gonella]

Se lo spazio è quasi sempre la città dove ai margini sorge il fatiscente quartiere di Futura, il tempo è incerto, evanescente. Non ci sono riferimenti storici che possono aiutarci nella collocazione dei racconti in un dato momento, potrebbe essere un passato appena trascorso oppure un futuro che deve ancora arrivare.

Gioca col tempo, Elia Gonella: se apre il racconto parlando del presente, immediatamente avvia un flashback; se il racconto incomincia in un punto del passato, si torna al presente e di nuovo al passato per sbrogliare le matasse di eventi e ricordi.

I protagonisti si trovano a dover affrontare i loro personali fantasmi: il passato ingombrante, la risoluzione di un mistero nel presente o l’immaginare un futuro. La donna che cerca di liberarsi dei ricordi del defunto padre, il ragazzino che scopre chi è davvero il suo idolo e il giovane uomo che scambia oggetti con gli sconosciuti e non riesce ad ammettere di aver fallito nella sua carriera da studente di musica.

Con uno stile ricercato ma essenziale, i dieci racconti di Elia Gonella scorrono come tanti piccoli lampi su uno schermo televisivo, sempre in bilico tra passato e futuro.

Quarantotto ore dopo, Futura fu rasa al suolo. Le cariche d’esplosivo minarono i pilastri alle basi, e le torri di comento si ripiegarono su loro stesse, inghiottite da una nuvola di polvere. Le strade circostanti, chiuse al traffico, si erano riempite di telecamere e di curiosi. Ma la donna non era là. Aveva lasciato la città per non tornare mai più [dal racconto Addio, Elia Gonella]

Titolo: Tenebre
L’Autore: Elia Gonella
Editore: Las Vegas Edizioni
Perché leggerlo: perché si tratta di racconti ben scritti, in bilico tra passato, presente e futuro, immersi in un’atmosfera incerta e infestata da fantasmi

(© Riproduzione riservata)

Alessio Romano | D’amore e baccalà

Che poi Lisbona è davvero una delle città scenograficamente più spettacolari del mondo: e allora perché il suo simbolo non è il Castelo de São Jorge, vicino a dove ho scelto di abitare? O la Sé de Lisboa, la cattedrale che sembra una fortezza? O ancora le spettrali rovine del Convento do Carmo? Volevano a tutti i costi qualcosa di più moderno? C’è il neogotico Elevador de Santa Justa che non ha nulla da invidiare alla Tour Eiffel (…) E invece no: hanno scelto proprio questo stupidissimo tram [Alessio Romano, D’amore e baccalà, EDT]

Alessio Romano è uno scrittore abruzzese che viene inviato a Lisbona per scrivere di cucina e per descrivere ai lettori italiani l’affascinante capitale del Portogallo. Come ad imitare il mitico ragionier Fantozzi, Alessio prova prendere il tram 28 al volo, aggrappandosi a quella dannata trappola gialla che frena e accelera tanto bruscamente quanto improvvisamente.

Il tram 28 è un vero trabiccolo e Alessio cade, dopo una frenata, sbattendo la testa al suolo. La capoccia ha sbattuto forte perché Alessio crede di risvegliarsi a casa di Amália Rodrigues, una delle più note cantanti di Fado del Portogallo, morta e stramorta.

Quando rinviene – sul serio? – si trova nella minuscola e affaccendata cucina di una tipica tasca portoghese e di fronte a sé, oltre all’anziana cuoca sdentata, ha la più bella cameriera di Lisbona, Beatriz. Dopo aver mangiato un bacalhau e aver sostenuto una lunga conversazione con la cuoca, Alessio è deciso a scoprirne di più a proposito della bella Beatriz, che sembra però sparire nel nulla e perdersi nelle irte salite e discese della magica città di Lisbona.

Dalla caduta in poi, ad Alessio incominciano a capitare cose strane e assurde: parla con Pessoa, Camões, Chiado e una notte, sceso dal taxi, incontra persino Antonio Tabucchi. I grandi scrittori e poeti lo guidano come spiriti nei meandri della capitale del Portogallo, apparendo in modo del tutto casuale e repentino.

Alessio sa di sognare. Oppure no. Lisbona è una città dove possono accadere cose davvero assurde, buffe, incredibili. Tra un pasteis de nata e una crocchetta di bacalhau (perché sì, dovrebbe scrivere un reportage sulla cucina portoghese), tra una visita alle rovine del Carmo e un inseguimento per cercare la magnifica Beatriz, Alessio Romano, oltre ad assaggiare e raccontare i piatti lusitani, cercherà di comprendere dove si trova il sottile confine tra sogno e realtà in quel Portogallo investito di luce.

Panorama di Lisbona da uno dei numerosi miradouro (foto: Claudia)

È la prima cosa che ti sconvolge di Lisbona, questa luce caravaggesca. È come essere sempre dentro un quadro barocco con un’illuminazione precisa, perfetta che rende tutto un po’ irreale, come ti trovassi su un palco pronto per il tuo spettacolo [Alessio Romano, D’amore e baccalà, EDT]

D’amore e baccalà” di Alessio Romano (EDT, 162 pagine, 8.90 €) è il brillante e divertente diario di viaggio di un italiano che in un mese scopre, o cerca di scoprire, la città di Lisbona. Sempre scorrevole e coinvolgente, il libro è anche un omaggio ai poeti e scrittori, i già citati Pessoa, Chiado, Camões e Tabucchi, raccontando con semplicità ed efficacia un viaggio sempre i bilico tra realtà e sogno.

Lisbona è, allo stesso tempo, una città che lasciatasi alle spalle il grigiume di una dittatura opprimente e feroce, si sta facendo largo nel settore turistico: sempre più cittadini europei (e non solo) vengono attratti dalle bellezze e dall’ottimo cibo lisboeta. Un grande afflusso turistico genera introiti interessanti, ma allo stesso tempo rende necessario fornire al turista sempre più servizi. Lisbona dovrà trovare, nei prossimi anni, il giusto equilibrio per non restare soffocata dal boom turistico.

Il risultato è un libro agile e tascabile che può essere letto sia come dichiarazione d’amore per Lisbona che essenziale e originale guida per chi intende visitare la capitale del Portogallo. Per chi, come me, a Lisbona c’è stato, leggere “D’amore e baccalà” una volta tornato a casa sarà come tornare tra viuzze ripide, tramonti spettacolari e piazze immerse di luce, e necessariamente ci si ritroverà con l’acquolina in bocca a furia di leggere di pasteis de nata e baccalà.

Tramonto al miradouro Nossa Senhora do Monte (foto: Claudia)

Titolo: D’amore e baccalà
L’Autore: Alessio Romano
Editore: EDT
Perché leggerlo: perché è un libro agile e tascabile che fa sognare chi a Lisbona c’è stato e a chi ha intenzione di andare

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Roberto Camurri | A misura d’uomo

(…) pensa ai gol segnati nella porta senza rete, ai pali arrugginiti, al pericolo, alla fiducia dei loro genitori nel farli giocare lì da soli, pensa alle loro risate prive di responsabilità, al fatto che la vita nei pomeriggi della loro primavera sembrava perfetta. Sembrava, mentre correvano sudando e calpestando i fiori, che tutto quello di cui avevano bisogno si trovasse lì, a portata di mano [A misura d’uomo, Roberto Camurri]

Davide e Valerio sono amici. Vivono a Fabbrico, un paese della bassa emiliana, un luogo non-luogo di passaggio dal quale le persone preferirebbero scappare piuttosto di viverci. Il rapporto tra Davide e Valerio inizia a vacillare quando Davide incontra Anela, e se ne innamora. Davide e Valerio si allontanano, si riavvicinano, provano a ricucire il loro rapporto. Un giorno Valerio decide di andare via da Fabbrico, di lasciarsi alle spalle tutto e tutti e di ricominciare daccapo.

Attorno a Fabbrico ruotano Luigi, Mario, Elena, Giuseppe, Maddalena e la Bice, anziana proprietaria di un bar che orgogliosamente apre ogni giorno. Ognuno di loro, in modo diverso, è collegato a Davide, Anela e Valerio. Andare via da Fabbrico può sembrare difficile, eppure è più difficile tornare, riprendere le fila della vita di un tempo che oggi non c’è più.

Il treno è piccolo, ci sono tre vagoni, sono tre vagoni tristi, di quelli che si muovono piano, che arrivano sempre in ritardo, che ti aspetti di trovarci un camino in cima, di vedere il vapore. Il treno si muove svogliato, sembra quasi inciampare nelle erbacce che trova lungo i binari, lungo il cammino, gli sembra di essere sulle spalle di un vecchio, vede case diroccate fuori dal finestrino, il treno è vuoto. A Brescello scende per salire su un autobus che finalmente lo lascerà a Fabbrico, il paese dove è nato [A misura d’auomo, Roberto Camurri]

A misura d’uomo” di Roberto Camurri (NN Editore, 168 pagine, 16 €) è uno di quei libri che attirano l’attenzione, vuoi per la bella copertina – quello sfondo color Lambrusco e il ragazzo in bianco e nero con lo sguardo trasognato – vuoi per la trama semplice e intrigante allo stesso tempo. Dopo averlo letto, però, mi sono chiesa cosa effettivamente avessi letto. Tra me e “A misura d’uomo” non è scattata la scintilla, non ci sono stati ammirazione o incanto. Provo a raccontarvi il perché.

Innanzi tutto per i personaggi. I personaggi, principali e secondari, sono incosistenti. Ad eccezione di uno di loro, gli altri mi sono sembrati dei fantasmi incompiuti e immateriali. Le loro azioni sono spesso ripetitive, i dialoghi tra loro sono secchi, asciutti, vuoti; i silenzi sono troppi, quasi nessuno di loro è in grado di comunicare con gli altri.

L’unico personaggio ad avermi convinta è Valerio, perché descritto con più cura. Per me, è Valerio è il collante di tutte le storie raccontate in “A misura d’uomo“; è Valerio che cura con dedizione delle persone di Fabbrico – Giuseppe, Mario, Elena, la Bice, la sua compagna e, poi, sua figlia. È Valerio che va via da Fabbrico sapendo che non potrà andare via per sempre. È Valerio che cerca di ristabilire il caos che gli altri creano, continuamente.

L’amore a Fabbrico è insicuro, incerto, acerbo. L’amore è stare con una persona anche se non la sia ama. L’amore è abbracciarsi perché non si ha nulla da dirsi. L’amore è trascorrere una vita senza dichiararsi mai e vivere un’esistenza solitaria ai margini di un paese dimenticato, vuoto, un po’ triste. L’amore tra Davide e Anela convince, ma non dura. L’amore tra Valerio e Anela non convince, ma dura. L’amore più bello è, forse, quello tra Mario ed Elena, perché lei nonostante tutti i problemi, gli resta accanto.

A Mario piace quando piove, quando fuori fa freddo, quando è sabato. Gli piace passare i pomeriggi e le serate in casa con lei, sdraiati sul divano, a leggere, a guardare film, gli piace che sia lei, a volte, a cucinare, gli piace che veda quel posto come casa sua, che si senta libera, che si senta a casa [A misura d’uomo, Roberto Camurri]

A misura d’uomo” è un romanzo composto da racconti, dove questi ultimi possono essere letti in ordine casuale oppure nell’ordine in cui vengono proposti. Nei racconti a comparire sono sempre gli stessi personaggi, per questo viene naturale pensare un collegamento tra loro. I racconti saltano in avanti e indietro nel tempo, in modo imprevedibile.

L’idea di raccontare una storia saltando avanti e indietro nel tempo è un espediente che funziona quando l’autore ha in mente una trama forte, ben precisa. Leggendo i racconti nel libro “A misura d’uomo” ho avuto la sensazione che la storia si inceppasse ogni tanto, che alle vicende narrate mancassero i tasselli importanti, quelli necessari al lettore per capire la storia, i pezzi fondamentali per vedere il disegno di puzzle; al contrario, Camurri si concentra su quei dettagli che all’apparenza sono insignificanti ma risultano piacevoli da sottolineare.

Forse in questo suo esordio Camurri ha messo troppa carne al fuoco, concentrando tutte le sue forze sullo stile narrativo e mettendo in secondo piano la storia vera e propria, trascurando la cura di alcuni personaggi che potenzialmente potevano essere molto interessanti (come la Bice, Giuseppe, Elena, Mario… avrei voluto sapere di più su di loro, avrei voluto ascoltare le loro storie).

Romanzo in racconti in parte collegati e in parte no; salti temporali avanti e indietro negli anni, dove spesso sono i vuoti a farla da padrona; stile narrativo asciutto, freddo, con tutte tutte quelle virgole, il periodare infinito, i lunghi elenchi di azioni e gesti. Scelte stilistiche che, tutte concentrate in poco meno di 200 pagine, a mio avviso hanno appesantito il libro nella sua globalità.

Leggere “A misura d’uomo” è stato come guardare un film a spezzoni in ordine caotico: si incomincia guardando l’inizio, poi si guardano un paio di scene a metà film, poi si passa alle scene appena prima del finale, quindi al finale e di nuovo ad inizio film. Ma gli spezzoni tra una scena e l’altra, tra un fotogramma e l’altro, non vedono mostrati tutti, lasciando un senso di incompletezza. I vuoti e i silenzi che Camurri ha lasciato sono troppi e io ho fatto fatica a colmarli tutti.

Sono cresciuta e vivo anche io in un paese di provincia, ma tutto questo male di vivere non lo vedo. Sarà che noi piemontesi abbiamo le montagne, punti fermi nei nostri orizzonti, invece nella bassa emiliana è tutto piatto e lì forse sì, forse perdersi è più facile.

Titolo: A misura d’uomo
L’Autore: Roberto Camurri
Editore: NN Editore
Perché leggerlo: per chi ama i libri che lasciano vuoti da colmare con la propria immaginazione

(© Riproduzione riservata)

Franco Faggiani | La manutenzione dei sensi

Le ore di cammino nella notte erano le preferite di Martino. Nessuna domanda, nessuna parola, solo occhi spalancati, piccoli gesti e passi misurati per non fare rumore; inizialmente impacciati poi sempre più fluidi, naturali fino a essere parte di quel momento e di quell’ambiente. Come i rami sottili d’arbusto che tremolano al vento lieve, un cumulo di neve che diventa liquido e trasparente e si immerge nella terra, un pipistrello in caccia che sfreccia silenzioso tra gli alberi. I nostri sicuri cammini notturni, ben diversi da certi nebbiosi e inquietanti ritorni a casa nelle serate milanesi, erano contemplati da Martino come “la manutenzione dei sensi” [La manutenzione dei sensi, Franco Faggiani]

Leonardo Guerrieri è uno scrittore ed editore milanese, sulla cinquantina, dal carattere un po’ burbero e diretto. La prematura morte dell’amata moglie Chiara lo getta nello sconforto, ma sua figlia Nina, osteopata, riesce a salvarlo dalla depressione. Dopo la morte della madre, Nina incomincia a fare volontariato all’Istituto Maria Ausiliatrice e qui incontra Martino Rochard, un piccolo orfano.

La proposta di Nina è semplice: perché Leonardo non richiede all’Istituto l’affido Martino? Se sulle prime Leonardo è contrario, col tempo si rende conto che Nina vuole davvero fare qualcosa per Martino: vorrebbe farlo crescere in una vera famiglia. Così Leonardo accetta e il Tribunale dei minori gli affida il bambino.

In casa ognuno viveva nei propri spazi; ogni tanto, come due silenziosi alianti sostenuti dalle calde correnti, ci intercettavamo. Per due chiacchiere, più le mie che le sue, e per mangiucchiare qualcosa, come due buoni amici che all’ora di pranzo si incrociano per caso in piazza e vanno al bar [La manutenzione dei sensi, Franco Faggiani]

Quando Martino inizia a frequentare le scuole medie gli viene diagnosticata la Sindrome di Asperger; eppure,  non ha l’aria di un ragazzino malato, a scuola è brillante e i suoi ragionamenti sono molto maturi. Leonardo è spaventato dalla diagnosi ma il goliardico dottor Rambaldi lo rincuora: Martino potrà condurre una vita normale.

Dopo la diagnosi, Milano inizia a star stretta a Leonardo e decide di realizzare un vecchio sogno, suo e dell’amata Chiara: vende l’appartamento a Milano e acquista e ristruttura una baita a Cesana Torinese, in Alta Valle Susa, in Piemonte. Chiara si era innamorata di quelle montagne e Leonardo decide di andarci a vivere con il piccolo Martino Rochard, mentre Nina fa carriera in America.

Una volta abitabile la baita, Leonardo e Martino si trasferiscono. La vita in montagna è molto diversa da quella di città: se è vero che all’apparenza mancano molti servizi o sono distanti da raggiungere, a Martino la montagna piace. Il giovane Rochard impara a camminare nei boschi di notte, a seguire le tracce degli animali e inizia a dare una mano nelle stalle dell’agriturismo Barba Gust, gestito dalla famiglia Bermond.

Le montagne valsusine sono la dimensione ideale per Leonardo e Martino: durante le loro camminate notturne ognuno è perso, in silenzio, nei propri pensieri. Entrambi impareranno molto da queste nuove esperienze: Martino inizierà a fare progetti riguardanti il suo futuro e Leonardo impararà a lasciarsi indietro il passato e smettere di sentirsi in colpa per le cose non dette, non fatte con Chiara.

Novembre per molti era dunque un mese triste, noioso. Noi non vedevamo l’ora che le nuvole e l’oscurità venissero ad abbracciare la nostra casa e che la pioggia premurosa verso i ruscelli e i boschi si raffreddasse trasformandosi in fiocchi soffici di neve. Così potevamo avere l’alibi per barricarci dentro e dedicarci alle nostre silenziose occupazioni (…) Come fossimo in orbita a tempo indefinito, a guardare la Terra girare senza sentirne i rumori. Nel chiuso della nostra casa ci sentivamo liberi [La manutenzione dei sensi, Franco Faggiani]

Panorama in Val Thuras, Alta Val di Susa, Piemonte (foto: Claudia)

La manutenzione dei sensi” di Franco Faggiani è un romanzo che ho apprezzato tanto. Narrato in prima persona da Leonardo, il libro è scritto con uno stile scorrevole e semplice, ma coinvolgente. Amando i luoghi teatro della storia, mi sono piaciute soprattutto le descrizioni di Cesana Torinese e delle belle montagne della Val di Susa. I dialoghi tra i personaggi per la maggior parte sono brevi e diretti, perché i valligiani sono così, non si perdono in lunghe chiacchiere ma, essendo taciturni di natura, cercano di andare subito al sodo. Anche Leonardo e Martino sono di poche parole, più sguardi e intese che tanti discorsi.

La montagna è silenzio, è contemplazione, è rispetto per la natura, è seguire ritmi più lenti; per raggiungere una cima non bisogna correre, ma tenere un passo il più possibile costante. Per questo Leonardo e Martino trovano a Cesana, ognuno a loro modo, la dimensione ideale per vivere.

Leggendo “La manutenzione dei sensi” ascoltato una storia delicata e tenera che nasconde una riflessione sulla vita, sulle cose che possono succedere ad ognuno di noi; si incontrano persone grazie alla scomparsa di altre, o si può ricevere una diagnosi che inizialmente spiazza, ma col tempo si arriva a capire che i limiti sono solo nella nostra testa e che gli ostacoli, con l’aiuto giusto, possono essere saltati.

Un sentiero, un crinale, e via. A volte mi mettevo perfino a correre, come a volere arrivare in fretta in un posto, spesso in cresta, un dosso. La felicità poteva essere semplicemente una salita ripida e un panorama nuovo. Oltre ogni dorsale o cima c’era sempre qualcosa da scoprire, se non altro quella sensazione iniziale di vuoto e di immenso che ti prende alla testa [La manutenzione dei sensi, Franco Faggiani]

Titolo: La manutenzione dei sensi
L’Autore: Franco Faggiani
Editore: Fazi editore
Perché leggerlo: perché è una storia che coinvolge, perché è densa di sentimenti e di umanità, perché è uno di quei romanzi da leggere mentre si è in montagna, seduti all’ombra di un folto larice, cullati dalla piacevole brezza che spira dal lago
Leggilo se: ti è piaciuto “Cade la terra” di Carmen Pellegrino (Giunti)

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Dino Buzzati | Il deserto dei tartari

Adesso era finalmente ufficiale, non aveva più da consumarsi sui libri né da tremare alla voce del sergente, eppure tutto questo era passato. Tutti quei giorni, che gli erano sembrati odiosi, si erano ormai consumati per sempre, formando mesi ed anni che non si sarebbero ripetuti mai. Sì, adesso egli era ufficiale, avrebbe avuto soldi, le belle donne lo avrebbero forse guardato, ma in fondo – si accorse Giovanni Drogo – il tempo migliore, la prima giovinezza, era probabilmente finito. [Il deserto dei tartari, Dino Buzzati]

Il tenente Giovanni Drogo è stato nominato ufficiale e si prepara per raggiungere la sua prima destinazione: la Fortezza Bastiani. Drogo ha trascorso anni per prepararsi a quel momento: ha studiato molto, ha dovuto fare innumerevoli sacrifici, ha sopportato le angherie dei compagni e dei superiori; ma finalmente, ecco, è tenente.

Saluta l’amata madre, i suoi amici e la città, pronto per raggiungere la Fortezza Bastiani. Viaggia per due giorni a cavallo del suo destriero e accompagnato dai dubbi che si manifestano ogni volta che si incomincia una nuova avventura. Giunto alla Fortezza, Drogo si accorge che è un luogo davvero solitario.

Gli pareva, la Fortezza, uno di quei mondi sconosciuti a cui mai aveva pensato sul serio di poter appartenenre, non perché gli sembrassero odiosi, ma perché infinitamente lontani dalla sua solita vita. Un mondo ben più impegnativo, senza alcuno splendore che non fosse quello delle sue geometriche leggi [Il deserto dei tartari, Dino Buzzati]

Il primo impulso di Giovanni Drogo è quello di scappare, di abbandonare la Fortezza e tornare a casa. Ma il Maggiore Matti, sfoggiando le sue migliori capacità persuasive, convince Drogo a restare almeno quattro mesi, poi vedrà.

È così che il tenente Giovanni Drogo si trova sempre più irretito dal misterioso potere della Fortezza Bastiani: i quattro mesi trascorrono, ma Drogo decide di restare ancora qualche mese. È sicuro, Giovanni, che presto o tardi i tartari arriveranno dal deserto per invadere i territori che i soldati devono difendere; Drogo dovrà essere lì alla Fortezza a contrastare l’invasione dei tartari, anche al costo di trascorrere tutta la vita in attesa di quel momento.

Sperava di non scorgere nulla e invece una striscia nera attraversava obliquamente il fondo biancastro della pianura e questa striscia si muoveva, un denso brulichio di uomini e convogli che scendevano verso la Fortezza. Altro che le miserabili file di armati al tempo della delimitazione del confine. Era l’armata del nord, finalmente e chissà… [Il deserto dei tartari, Dino Buzzati]

Dino Buzzati scrisse “Il deserto dei tartari” nel 1940, quando aveva trentatré anni e lavorava al Corriere della Sera. Sin dalle prime pagine, chi legge si accorge che l’intera opera di Buzzati è permeata di attesa e velata d’angoscia e preoccupazioni.

Il tenente Giovanni Drogo giunge alla Fortezza da giovanissimo, appena uscito dalla scuola degli ufficiali, e la sua prima destinazione non lo convince. Allo stesso tempo, però, la Fortezza esercita su di lui uno strano potere ammaliante e una volta entrato Giovanni non riesce più ad andarsene via.

Gli anni trascorrono velocemente, e Drogo diventa sempre più vecchio. Il tempo passa ma dei tartari neppure l’ombra. Giovanni Drogo torna in città in più di un’occasione e rivede alcuni suoi vecchi compagni di classe e gli pare che essi abbiano raggiunto i veri successi della vita: qualcuno si è sposato, altri hanno un buon lavoro.

Drogo, invece, si sente prigioniero della Fortezza Bastiani ma allo stesso tempo non vuole scapparte perché è convinto che prima o poi qualcosa accadrà.

Fotogramma tratto dal film “Il deserto dei tartari” del 1976, diretto da Valerio Zurlin.

Il deserto dei tartari” è una lettura che arriva dritta al cuore dei lettori perché nelle parole di Buzzati è impossibile non ritrovarsi: quanti di noi abbiamo atteso che un certo periodo della nostra vita terminasse, per poi rimpiangerlo? Abbiamo atteso che la scuola finisse, e con essa le interrogazioni a sorpresa e le sgridate dei professori; ma guardandoci indietro saremmo disposti a rivivere quei giorni, anziché vivere la monotonia di un giorno lavorativo.

Quante volte guardiamo i nostri vecchi compagni di scuola o amici e pensiamo che loro abbiano avuto più successo di noi? E quante volte lasciamo scappare via il tempo presente, senza viverlo appieno, aspettando un futuro sconosciuto?

Il deserto dei tartari” nella sua prosa immobile e sempre in attesa è un libro che mi è piaciuto molto e che ho fatto mio: mi sono ritrovata spesso nei ragionamenti del tenente Drogo e nell’immobilità della Fortezza; godersi di più il presente, non lasciarsi intristire dal passato e non pensare troppo al futuro remoto potrebbero essere buoni propositi per l’anno che incomincia.

Titolo: Il deserto dei tartari
L’Autore: Dino Buzzati
Editore: Mondadori
Perché leggerlo: perché è un libro universale, un libro che parla di tutti noi e del tempo che trascorriamo nell’attesa di qualcosa che – forse – non arriverà mai

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