Ivano Porpora | Fiabe così belle che non immaginerete mai

(…) quando una persona ti parla di un mondo a mille colori, e tu dici che ce n’è uno solo, non pensare che sia un pirla: magari ha solo avuto il coraggio di procurarsi occhiali migliori dei tuoi [Ivano Porpora, Fiabe così belle che non immaginerete mai]

C’era una volta, in un Reame Lontanissimo, ma così lontano che se chiedevi indicazioni per raggiungerlo ti rispondevano tipo: uh, ma per carità!, lascia stare che consumeresti le suole di un cointainer di Primigi o altri dicevano tipo: dovresti percorrere almeno seimila anni luce sui convogli di Trenitalia, ti pare il caso? Quindi, in questo Reame Lontanissimo si svolge la storia del Libro Magico, di Dina la bambina frignona (e rompiballe) e della Strega Cattiva.

In questo Reame Lontanissimo – e Grandissimo, pure – c’era un Libro Magico che, per semplicità chiameremo: “Fiabe così belle che non immaginerete mai“; no fermi, facciamo: Libro Magico, così il titolo è più corto. Comunque, questo Libro Magico lo aveva scritto un certo Ivano Porpora che, capitato per sbaglio nel Reame Lontanissimo – e Grandissimo -, aveva lasciato un’unica copia del Libro Magico nella biblioteca della città, in modo che tutti gli abitanti potessero leggerlo.

Nel Reame Lontanissimo – e Grandissimo – c’era una bambina di cinque anni che si chiamava: Dina, che era frignona (e un po’ rompiballe) tanto frignona che i genitori la lasciavano vagare per il paese da sola e lei adorava andare in biblioteca. Sì, aveva cinque anni e già sapeva leggere: era precoce, va bene? Volete andare avanti voi?

Ogni giorno Dina si allacciava le sue Primigi nuove di fabbrica e correva in biblioteca a leggere il Libro Magico, che ormai conosceva a memoria. La sua fiaba preferita era “L’uomo che perse a briscola con la tristezza“, benché Dina non sapesse cosa fosse la briscola (ma la tristezza sì, eh); amava molto anche la fiaba “Il nuovo paio d’occhiali“, ché aveva imparato che il mondo si deve guardare a colori, e non in bianco e nero; mentre il Kraken con centinaia di orologi waterproof per ogni tentacolo era il suo mostro preferito, che sperava, un giorno, d’incontrare.

Comunque. Una mattina, giunta in biblioteca, Dina chiese di consultare il Libro Magico ma il bibliotecario le spiegò che era sparito. Come sparito?, domandò la bambina e iniziò a frignare. Hai poco da frignare, la redarguì il bibliotecario, ti dico che il Libro Magico non c’è.

Dina uscì dalla biblioteca con le lacrime agli occhi e all’improvviso si palesò la Strega Cattiva con il Libro Magico tra le grinfie. Cerchi questo?, le domandò. Dina smise di frignare: Sì, dammelo. Col cavolo, rispose la Strega Cattiva e iniziò a ghignare in modo malvagio. Dina ricominciò a frignare. Se vuoi il libro, prova a prenderlo, gné gné!, la schernì la Strega Cattiva. Dai, però, sei cattiva! disse Dina tra le lacrime. Eh, ma va?

La Strega Cattiva batté due volte i tacchi delle sue Primigi ormai fruste e volò via; Dina non si perse d’animo, oltre che frignona era pure testarda. Anche la bambina batté due volte i tacchi delle sue Primigi nuove di fabbrica e volò via dietro la Strega Cattiva.

Le due si inseguirono per tutta l’estensione del Reame Lontanissimo – e Grandissimo – che era veramente grandissimo, ma tipo che volarono sopra tundre, taighe, ghiacci artici e antartici, foreste pluviali ed equatoriali, su deserti caldi e deserti freddi, volarono su oceani, delta ed estuari, mari, fiumi, laghi salati, laghi immensi e laghi piccoli. Insomma, avete capito. Dina continuava a chiedere il Libro Magico indietro e la Strega Cattiva continuava a rispondere: giammai!

Finalmente giunsero ai confini del Reame Lontanissimo – e Grandissimo – o meglio: quello che si suppone fosse il confine perché nessuno c’era mai stato, tanto era grandissimo il Reame. Dunque, l’apparente confine era delimitato dalle pendici di un gigantesco vulcano: per dire, più grande del Mauna Kea, più grande del Krakatoa, più grande del Popocatépetl, più grande del: insomma, avete capito, era grande. Fu lì, alle pendici del vulcano, che Dina decise di frignare e fare capricci con lo scopo di sfinire l’avversaria.

Dina frignò e frignò, per Quaranta Giorni e Quaranta Notti, pianse e pianse tutte le lacrime che poteva piangere una bambina di cinque anni frignona (e un po’ rombipalle); pure il cielo si coprì e iniziò a piovere e piovere, e lacrime e pioggia assieme sommersero le tundre e le taighe, i ghiacci artici e antartici, le foreste pluviali e quelle equatoriali, i deserti caldi e i deserti freddi, e gli oceani e i delta e gli estuari e i mari e i fiumi e i laghi salati, immensi, piccoli.

E la Strega Cattiva alla fine non ne poté più: Tiè, piglia ‘sto libro e vattene solo, ché sei una rompiballe, non so come facciano i tuoi poveri genitori a sopportarti. La Strega Cattiva batté i tacchi delle sue Primigi ormai fruste e scomparve.

La piccola Dina, vittoriosa, prese il Libro Magico e lo abbracciò teneramente. Qualche secondo dopo, tornò il sole su tutto il Reame Lontanissimo – e Grandissimo – e comparve anche un grande arcobaleno. Dina batté i tacchi delle sue Primigi nuove di fabbrica e tornò al suo paese.

Il Fattore – ovvero il Sindaco -, l’Ortolano e il Farmacista avevano già dato l’allarme per la scomparsa della bambina perché non sentivano più frignare e tirarono un sospiro di sollievo quando videro tornare Dina con il Libro Magico. (I genitori non avevano dato nessun allarme perché non si erano accorti che Dina fosse sparita: erano ormai sordi e immuni alle scenate isteriche della figlioletta adorata).

Il Libro Magico – che, ricordiamo, di nome giusto faceva: “Fiabe così belle che non immaginerete mai” – fu riportato in biblioteca ma per evitare che in futuro qualcuno rubasse l’unica copia, una casa editrice che chiameremo, per esempio: LiberAria editrice, pubblicò molte copie del pregiato testo, le quali furono inviate ai quattro angoli del Reame Lontanissimo – e Grandissimo.

E così, tutti ebbero la loro storia e il loro momento magico. Ah, già: e vissero tutti felici e contenti.

Questa mia recensione insegna tre cose, cari lettori:

A volte frignare serve, a volte no. Valutate caso per caso.

Quando un libro è bello, è bene averne più copie in casa: non sia mai che venga prestato a qualche pesudolettore della domenica che poi non ce lo restituisce. O se ve lo ruba una Strega Cattiva sai che stress andarlo a recuperare chissà dove!

Leggete “Fiabe così belle che non immaginirete mai” di Ivano Porpora (LiberAria editrice, 165 pagine, 15 €) perché tutti abbiamo bisogno di una storia che ci scaldi il cuore.

(© Riproduzione riservata)

Patrizio Nissirio | Atene, cannella e cemento armato

Però Atene è brutta. Non potrei mai ricordare e contare quante volte ho sentito questa frase dal contrariato turista (da non confondere col viaggiatore, ovviamente) che frettolosamente e con il fiatone si arrampica nella calura agostana sulle pendici dell’Acropoli, così per mettere la bandierina del ‘ci sono stato’ (…) Ad Atene, la Storia e l’Oriente ne segnano per sempre l’identità, a dispetto del suo aspetto moderno solo superficialmente sgangerato. E questo sfugge a tutti quei turisti senza il tempo per conoscerla. Perché è proprio il tempo l’enzima che accende la rovente, sensuale reazione chimica con Atene [Patrizio Nissirio, Atene, cannella e cemento armato]

Nel libro “Atene, cannella e cemento armato” (Giulio Perrone Editore, 139 pagine, 12 €) Patrizio Nissirio, giornalista e scrittore responsabile di ANSAmed, racconta la capitale della Grecia ai lettori italiani, con uno stile ironico, fresco e scorrevole. Molti di coloro che visitano Atene superficialmente – vuoi perché si è di passaggio prima di andare a prendere i traghetti al Pireo, vuoi perché la capitale ellenica è la breve tappa di una crociera – ne restano delusi. Atene è brutta: i monumenti principali sono inglobati tra palazzi osceni, orrendi, molti in costruzione o ormai abbandonati a sé stessi.

L’abusivismo edilizio, l’assensa di piani regolatori, la dittatura militare che ‘regalava’ licenze edilizie, sono alcuni fattori che hanno permesso ad una delle più antiche città del mondo di diventare una foresta di palazzoni e strade tortuose nate a casaccio, costantemente preda del traffico cittadino.

Il giornalista Nissirio nel suo reportage racconta molto bene la storia di Atene: dallo splendore ai tempi dei primi greci alla dominazione ottomana, dalla grande migrazione dei turchi dalla Grecia alle due guerre mondiali, dalla dittatura dei colonnelli all’ingresso nell’Unione Europea; quindi le speranze legate alle Olimpiadi del 2004 e l’affondo della grande crisi che ancora oggi, putroppo, affligge lo Stato ellenico.

L’attuale conformazione della città è figlia della storia che ha vissuto e a primo impatto, in effetti, per un turista o viaggiatore può non essere piacevole. Chi si aspetta una città antica, fatta di rovine (ma curate), piazze e monumenti resta irrimedialmente deluso: ci sono solo palazzi, e traffico, e caos, e inquinamento.

Ma Patrizio Nissirio, dovendo vivere ad Atene per motivi di lavoro, ha trascorso diversi anni nella capitale greca scoprendo che la città presenta degli aspetti affascinanti. I secoli della dominazione ottomana hanno lasciato sapori, profumi, colori, spezie e modi di fare; i monumenti, quelli sopravvissuti, hanno un fascino unico, se si pensa alla loro età; persino il Pireo, il più grande porto greco, ha un qualcosa di romantico.

Nissirio sceglie di raccontare Atene usando, oltre i suoi occhi, le parole dello scrittore Màrkaris Petros, uno tra i più noti giallisti ellenici tradotti in Europa. Attraverso le parole estrapolate dai romanzi di Màrkaris, Nissirio racconta l’Atene moderna, fatta anche e soprattutto di disparità tra poveri e ricchi (la Grecia è uno Stato dove l’evasione fiscale di manifesta con notevole prepotenza), l’arrivo dei profughi e i disordini che necessariamente si creano, il caos quodidiano, le illusioni post Olimpiadi e la palude della crisi. Oltre a Màrkaris, Nissirio cita altri scrittori e scrittici greci tradotti in italiano (una ricca bibliografia alla fine del volume raccoglie degli interessanti spunti di lettura).

I luoghi, particolarmente ad Atene, sono anche intrisi di assenze, di echi. Basta solo concedersi il tempo per ascoltare, persino nel rumore del traffico o tra gli slogan urlati di una manifestazione. E così, improvvisamente, tra gli edifici con gli alti portici sorretti da pilastri in cemento armato, le saracinesche abbassate per sempre e coperte di graffiti, come i muri tutt’attorno, si può avvertire sempre la presenza del fantasma del passato. Enorme, imponente, com’è il passato di questa città. Che in questa pagina di Liberaki ha anche un nome oggi dimenticato sulla via Aristotelous: Silenzio [Patrizio Nissirio, Atene, cannella e cemento armato]

Quando sono stata a Creta non sono passata da Atene perché avevo acquistato un volo diretto verso Chanià, e in parte mi è dispiaciuto non fermarmi – anche solo un paio di giorni – nella capitale greca. Nonostante quai tutti quelli che conosco che ci sono stati mi dicano che è una città invivibile, io sono testarda e a loro non credo: io Atene vorrei vederla. Dalle immagini che ho visto in rete, da ciò che ho letto (e non solo nel libro di Patrizio Nissirio), per come sono fatta, io credo che Atene potrebbe proprio piacermi.

Certo, i palazzi e tutto quel cemento armato, con i ferri che spuntano ovunque, son proprio orrendi. Ma Atene, va scoperta, con calma, senza tanta fretta. Un sito archeologico potrebbe essere nascosto da una serie di palazzoni fatiscenti, l’ideale potrebbe essere di fermarsi un attimo alla taverna, bere qualcosa di fresco mentre si consulta una mappa. La salita all’Acropoli io non lo affronterei alle tre del pomeriggio, rischiando un colpo apoplettico per il calore; sull’Acropoli ci salirei al tramonto, perché credo che solo da lassù potrei rendermi conto di quando davvero sia grande Atene (città che, racconta Nissirio, raccoglie metà della popolazione greca).

Sì, insomma. Credo che potrei innamorarmi di Atene, delle sue luci e delle sue ombre.

Atene, città dai sapori e odori fortissimi, alla fine sa conquistare – e per sempre – chi ci si muove nel modo più aperto e curioso. Prima, però, bisogna passare una sorta di esame: chi si ferma al suo aspetto più esteriore troverà sempre un motivo per non amarla, e fuggire verso il mar Egeo. La città sa invece premiare chi la attraversa a sensi aperti [Patrizio Nissirio, Atene, cannella e cemento armato]

Lorenzo Pini | A Lisbona con Antonio Tabucchi. Una guida

Arriviamo in una città che non conosciamo. Via mare, via aria, via terra, non importa. Possiamo scegliere di percorrerla a caso senza meta e lasciare che tutto quello che accade sia inaspettato, oppure seguire consigli e dettagliati itinerari di guide turistiche. Potremmo aver visto un film ambientato in quella città, o letto un libro che ce ne parla (…) Ci sono tanti modi di prepararsi a un viaggio, breve o lungo che sia. E tra questi è incluso anche quello di non partire affatto, e viaggiare solo con la mente. In tutti questi casi, che sia la nostra fantasia o la rigorosa documentazione, avremo una percezione di quel luogo. La percezione di una realtà, tra le tante realtà [Lorenzo Pini, A Lisbona con Antonio Tabucchi]

Mi chiedo se sia possibile amare un luogo senza averlo mai visitato. Amarlo semplicemente perché suona bene il nome, perché lo si immagina avvolto da una calda luce, perché le fotografie restituiscono l’idea di un luogo bellissimo.

Amo il Nord Europa e chi segue le mie letture lo ha capito; c’è però un altro luogo in Europa che sogno di vedere da anni: il Portogallo. Perché proprio il Portogallo? Perché io amo i confini e i luoghi di confine e le terre lusitane sono state, per secoli, le terre più ad ovest del mondo conosciuto: Cabo de Roca era il confine tra il mare e la terra, ed è a tutti gli effetti il punto “dove la terra finisce e il mare comincia”.

Nelle ricerche di romanzi ambientati in Portogallo o scritti da autori lusitani od originari delle ex-colonie, mi sono imbattuta in “A Lisbona con Antonio Tabucchi” di Lorenzo Pini (Giulio Perrone editore, 174 pagine, 12 €), originalissima guida letteraria che ho divorato in pochi giorni.

Lorenzo Pini conduce il lettore attraverso la Lisbona descritta da Antonio Tabucchi nei suoi romanzi Sostiene Pereira e Requiem, e nei suoi racconti Any where out of the world e Il gioco del rovescio. Dopo un’introduzione estratta da Requiem e un breve scritto con la storia della città (dalla fondazione ad opera dei fenici alla caduta della dittatura nel 1974), la guida di Lorenzo Pini si suddivide in sette capitoli, dove i primi sei sono dei veri e propri itinerari che il viaggiatore può seguire percorrendo le tracce dei personaggi tabucchiani (con tanto di cartine), mentre il settimo capitolo trae le conclusioni di questo viaggio immaginario. In Appendice, consigli culinari, suggerimenti per la visita, informazioni pratiche per organizzare un viaggio nella capitale lusitana.

La Lisbona di Tabucchi è geografia, architettura, spazio urbano e memoriale, entro i cui confini si sono consumati eventi privati e pubblici, esistenziali, storici e politici (…) Lisbona così com’è, pare fatta apposta per la finzione letterarie. Una matrice marittima che è nella storia del porto, nei moli protesi nell’azzurro [Lorenzo Pini, A Lisbona con Antonio Tabucchi]

Peniche (Photo by Mario Vassiliades on Unsplash)

Nel libro di Lorenzo Pini seguiamo i personaggi creati da Antonio Tabucchi attraverso le viuzze e le immense piazze di Lisbona. Ma non solo: con il protagonista di Requiem e con il dottor Pereira ci spingiamo sino a Cascais, dove le acque del Tago si gettano nell’Oceano Atlantico e dove Lisbona finisce, per lasciare posto ai comuni dell’Estoril.

Città che si riflette sull’acqua, quelle placide e limacciose del Fiume Tago, città che respira grazie ai temporali che scoppiano all’improvviso e grazie alle brezze che spirano dall’Atlantico e regalano cieli azzurri, Lisbona sembra che abbia le carte in regola per farsi amare e per far provare quella sensazione che si può dire solo in portoghese: saudade.

Lorenzo Pini, rielaborando le parole di Tabucchi, prova a spiegare cos’è la saudade, quell’emozione celebrata da poeti e scrittori non solo portoghesi. Nostalgia per il futuro, dovrebbe essere, ma la definizione è incompleta. Forse il modo migliore per capire cos’è la saudade è mettere qualche abito in valigia e ritrovarsi a Lisbona – o a Cabo de Roca – al tramonto, l’ora in cui è più facile provare la saudade.

Lisbona (Photo by Lili Popper on Unsplash)

La guida di Lorenzo Pini è quindi una bella raccolta di passeggiate facilmente realizzabili per chi si trova a Lisbona e dintorni, seguendo appunto le tracce dei personaggi di romanzi e racconti. Un modo, a mio avviso, molto originale di vivere un luogo e forse anche di ricordarlo meglio una volta tornati a casa.

Leggere un romanzo o un racconto ambientato nel luogo che andremo a visitare, secondo me, aiuta a calarsi meglio nell’atmosfera e ad aver quella sensazione di averlo già vissuto, di apprezzarlo ancor più facilmente. E leggere una guida partendo dagli scritti di chi quel luogo l’ha amato tanto da aver deciso di farne una seconda Patria, certamente aiuterà il viaggiatore a vivere il viaggio con vera passione.

Così lo scrittore si specchia nella sua città, tra le case pombaline, gli electricos, le chiese barocche, le tascas, i miradouros. Antonio Tabucchi è prima di tutto cittadino di questo luogo e sfrutta, per riconvertirli ad uso letterario, i suoi Leitmotiv: il clima, il fiume, la conformazione dell’estuario. Ma soprattutto sfrutta l’ambivalenza, la capacità delle città di offrire scenari talvolta diametralmente opposti. Da viaggiatori, siamo incuriositi dal doppio volto che Lisbona può mostrare [Lorenzo Pini, A Lisbona con Antonio Tabucchi]

Titolo: A Lisbona con Antonio Tabucchi
L’Autore: Lorenzo Pini
Editore: Giulio Perrone editore
Perché leggerlo: perché un viaggio comincia nel momento in cui si inizia a sognarlo. Caldamente suggerito agli appassionati degli scritti di Antonio Tabucchi

(© Riproduzione riservata)

Massimo Cuomo | Bellissimo

Dietro al vetro c’è la faccia di Miguel, zero giorni. Davanti al vetro c’è la faccia di Santiago, cinque anni. La sua espressione stupita si riflette sulla vetrata insieme al neo sulla guancia destra. Come il bottone di una camicetta. Come il punto di un punto di domanda. E la domanda che pensa Santiago, osservando il fratellino nella culla oltre il vetro, è una soltanto: “Perché è così bello?” [Massimo Cuomo, Bellissimo]

Nel 1976 a Mérida, in Messico, nella famiglia Moya nasce un bambino bellissimo. La nascita di Miguel, questo è il nome del fortunato nascituro, interessa da subito tutta la popolazione del paese perché il piccolo Moya è così perfetto, così bello da conquistare chiunque lo guardi per la prima volta.

È impossibile non amare Miguel: i suoi sorrisini ammaliano le infermiere, che non perdono occasione di prenderlo in braccio e coccolarlo; la sua perfezione rende la famiglia entusiasta, mentre le amiche della mamma la invidiano perché ha un bambino così bello. Persino Santiago, il fratello maggiore di cinque anni, resta colpito dalla piccola creatura bellissima, ma sente anche che il suo arrivo cambierà qualcosa per sempre. Per tutti.

L’aura che Miguel esercita sulla famiglia Moya e sugli abitanti di Mérida si accentua quando, ancora piccolissimo, contrae la difterite e per miracolo ne guarisce. Miguel diventa “il bambino divino“, e mentre la sua bellezza si manifesta giorno dopo giorno, Santiago si sente sempre più messo da parte. Per tutta la loro vita insieme, Santiago e Miguel gestiranno con alti e bassi, amore e odio, gelosie e momenti di comprensione, il rapporto di fratellanza. Perché fratelli, bene o male, lo saranno per sempre.

Insomma, un santo, questo è diventato il piccolo Miguel. E questo pensa Maria Serrano mentre Vicente Moya la afferra senza riguardo, la trascina con sé sul tappeto, nella processione, in mezzo alla gente che grida, incontro alla festa che comincia. “E adesso?” le viene da dire guardando il marito, che non la sente nemmeno, per chiedere cosa sarà della serata, e cosa della loro vita [Massimo Cuomo, Bellissimo]

Ho acquistato “Bellissimo” di Massimo Cuomo (edizioni e/o, 264 pagine, 17 €) al Salone del libro di Torino e ho iniziato a leggerlo con le aspettative altissime. Dello stesso autore ho letto “Piccola osteria senza parole“, un romanzo che mi aveva conquistata e ha conquistato anche diversi amici ai quali l’ho prestato; “Bellissimo”, però, è molto diverso da “Piccola osteria senza parole” e non solo per i contenuti, ma soprattutto per lo stile dell’Autore.

Piccola osteria senza parole” è un romanzo scritto in modo semplice e scorrevole, molto ironico spesso, con parole in dialetto veneto e personaggi davvero surreali e divertenti; “Bellissimo”, invece, ha uno stile molto più complesso, ricco di frasi articolate con parecchi incisi e parole decisamente ricercate; in “Bellissimo” si legge chiaramente la capacità di Massimo Cuomo di rimettersi in gioco, di non fossilizzare il proprio modo di scrivere, di non restare lo scrittore statico che non cambia perché ha riscosso successo con i romanzi precedenti. E per cambiare radicalmente stile narrativo servono una buona dose di bravura e molto, molto coraggio.

Massimo Cuomo ha saputo rischiare, cambiando stile e il risultato è notevole: le suggestioni, le descrizioni dei luoghi – la luce del Messico, il calore della gente, i profumi e i sapori – e i sentimenti dei personaggi principali sono delinati con una precisione tale per cui chi legge ha la sensazione di essere trasportato nel tempo e nello spazio.

La mattina di San Cristóbal ha i rumori del mercato, il profumo nell’aria fresca di pannocchie arrostite e carne soffritta in sughi piccanti. Miguel muove a piedi verso il centro del paese, lungo vie di ciottoli diritte che salgono e scendono in dolci declivi, abbandonandosi al languore che sente attorno e dentro di sé, per vie bordate di muri dipinti, fermandosi ad assaggiare qualsiasi cosa se un colore oppure un odore lo attraggono, in posadas dai tetti rossi animati di chiacchiere e musica, fra venditori ambulanti di peperoncini, papaya, fagioli secchie  farina [Massimo Cuomo, Bellissimo]

Il contenuto del romanzo è semplice: “Bellissimo” indaga il rapporto tra Santiago e Miguel, illuminando una volta l’uno e una volta l’altro. Santiago è il fratello maggiore, forse mai notato del tutto neppure prima della nascita del fratellino; Santiago è silenzioso, riflessivo, vive quasi come in punta di piedi. Miguel è il bambino bellissimo, capace di ammaliare chiunque, che scopre molto presto le gioie (e i dolori) dell’amore. Ma Miguel scopre anche che la bellezza può essere una benedizione ma, se usata scorrettamente, allo stesso tempo può essere una maledizione.

Una benedizione: ottenere un lavoro, avere moltissime fidanzate, portare nel proprio cortile decine di donne e fare in modo che il padre ci guadagni su. Una maledizione: può renderlo antipatico, può allontanarlo dal fratello Santiago, può generare molti attriti e avere pochi amici.

Eppure, Santiago e Miguel saranno fratelli per sempre, si vorranno bene, nonostante le difficoltà, le invidie e le comprensioni; si aiuteranno, litigheranno, si allontaneranno, ritorneranno insieme e si cercheranno per tutta la vita. E nel finale, bellissimo e colmo di speranza, questo loro amore fraterno maturato con il tempo esploderà e fiorirà come un fiore cempasúcil.

Allora Santiago lo guarda negli occhi e capisce il senso della lettera che ha scritto, delle parole che ha scelto, della terra che dissoda, di questa casa sospesa nel niente di Topolobampo, lontana dall’unico posto dove dovrebbe essere, dove suo figlio dovrebbe nascere. E capisce che anche questo è amore. L’atto d’amore di Miguel per lui, per difenderlo da se stesso, per proteggerlo dal male che gli ha fatto, che potrebbe fargli ancora. Ma adesso, finalmente, Santiago non ha più paura [Massimo Cuomo, Bellissimo]

Titolo: Bellissimo
L’Autore: Massimo Cuomo
Editore: edizioni e/o
Perché leggerlo: perché è un romanzo ben scritto, piacevole da leggere, che indaga il rapporto tra due fratelli, il significato e le conseguenze della bellezza

(© Riproduzione riservata)

Alessandra Minervini | Overlove

Una delle bellezze di questo luogo dopo quelle abusate, i trulli, le chiese, le frise, le spiagge, la pizzica, è la cava di bauxite. La bauxite è il materiale da cui nasce l’alluminio. La casa non è segnalata sulle guide ufficiali. Gli informatori turistici non conoscono la strada. La cava è fuori uso. Tecnicamente è una cosa rotta. Non serve a nulla. Non ci puoi fare l’alluminio. Non ci puoi fare il bagno. Ha l’aspetto di un lago ma non lo è. E’ un deposito acquifero naturale. Un luogo inutile come solo la bellezza sa essere. Chi ci arriva, di solito con qualcuno che conosce la zona, capirà. Non è difficile. Capire. Ciò che ora è finito, ha avuto inizio in quel luogo [Overlove, Alessandra Minervini]

Carmine è un giovane musicista, ancora poco conosciuto, che cerca il successo. Anna è una donna adulta che alle spalle ha il peso del suicidio del padre, il fallimento del Negozio e l’ossessione della madre Carla per la serie tv che ha Margaret Mitchell come protagonista.

Carmine è sposato e ha una figlia, Anna è uno spirito libero. Carmine ama Anna, Anna ama Carmine. Si amano tantissimo. Il loro è un amore fortissimo, intenso, passionale, geloso. Ma il loro amore è troppo, si manifesta troppo intensamente. Oppure, non si amano affatto, ma stanno assieme solo per non sentirsi troppo soli.

Anna decide di porre fine alla storia con Carmine: è un amore destinato a non portare da nessuna parte, un amore che si trascina e che trascina gli stessi protagonisti al largo, in balia delle onde; è un amore che li rende fragili e indifesi, facili vittime di tempeste violente.

Così, Anna sperimenta per la prima volta cosa significa la mancanza. Mancanza del padre, suicidatosi un anno prima, mancanza dei soldi a causa del fallimento del Negozio, mancanza di Carmine. Non le era mai mancato prima. Prima di perderlo. Si percepisce l’importanza di una persona solo quando questa manca.

La voce è l’ultima cosa che se ne va quando una persona sparisce, non si dimentica. Le parole diventano una lingua perduta ma le storie che ha raccontato continuano a esistere, mettendo alle strette chi rimane [Overlove, Alessandra Minervini]

Carmine, invece, incassa il colpo e si butta sul suo lavoro da musicista e sui duri allenamenti per tenere sotto controllo peso e forma fisica. Si esibisce in diversi concerti, Carmine è l’unico componente dei Miamai, vince un premio. Ma non è soddisfatto. Anche a lui manca qualcosa.

La vittoria l’aveva attesa. L’aveva sognata. Ma poi, una volta sul palco, con il trofeo in mano l’unica cosa che avrebbe voluto fare era svuotarsi, dedicandosi a un pianto infinito alla salute di se stesso [Overlove, Alessandra Minervini]

Castel Sant’Angelo, Taranto (foto: Brunella Iannuzzi, Wikipedia CC BY-SA 4.0)

Overlove” di Alessandra Minervini (LiberAria editrice, 200 pagine, 12 €) è suddiviso in tre parti – la prima e la terza narrate in terza persona, la seconda in prima persona -, è un libro dove il linguaggio usato dall’Autrice è a tratti scorrevole, a tratti più barocco, con termini e paragoni che colpiscono; magnifiche sono le descrizione della Puglia, fotografata con leggerezza ma precisione, dove brillano i suoi colori e le sue sfumature, ma anche difetti e peculiarità.

Ma voce e stile sono ancora un po’ acerbi, destinati a migliorare con il tempo. La penna della Minervini è leggera e sussurra: racconta la storia di Carmine e Anna analizzando l’eccesso d’amore e la mancanza, due termini che sono strettamente collegati. Ma racconta lasciando vuoti, lasciando dubbi, lasciano punti in sospeso. 

Ci si interroga sull’amore: è giusto amare troppo?, cosa provoca l’eccesso d’amore? Carmine e Anna sperimentano sulla loro pelle tutto ciò che l’eccesso d’amore comporta: sentimenti negativi che consumano, rendono fragili, egoisti.  Amare troppo può portare alla distruzione di una storia d’amore. E quindi, alla mancanza e qualcosa manca solamente dopo averlo avuto e poi perso; non si sente la mancanza di qualcosa che non si ha mai posseduto o qualcosa che si sa che non si posserà mai.

Come poteva una canzone dedicata alla mancanza di amore essere diventata un inno all’abbondanza, anche spicciola, di amore? [Overlove, Alessandra Minervini]

Nel romanzo, oltre Carmine e Anna, si muovono diversi personaggi accennati come fossero fantasmi destinati a infestare solo lo sfondo della vicenda. Come il padre di Anna, del quale viene descritto il suicidio; come lo scrittore dei manuali di autoaiuto che diventano best seller; come Carla, la madre di Anna, intrappolata davanti alla televisione; come B&B, due montenegrini che vedono nell’Italia la possibilità di riscattarsi.

Il romanzo “Overlove” è riuscito nel difficile intento di fotografare le paure, le ansie, i dubbi della generazione di oggi. Alla fine del romanzo, messi a nudo sotto la lente di ingrandimento della Minervini, né Anna né Carmine sono maturati sono ancora molto indecisi, insicuri, timidi ad ogni passo. Entrambi non hanno ancora compreso appieno cosa vogliono dalla vita. Ma se Anna, forse, con un po’ di coraggio cerca di fare un passo indietro, ciò che trova è una porta chiusa. Per il momento.

E’ a fare quel passo che dovremmo aspirare tutti, anche se siamo sicuri che la porta sia chiusa. Osare, amare e vivere intensamente, fare un passo indietro se necessario e ammettere i propri errori. Overlove. Meglio l’amore piuttosto che la mancanza.

Quando un meccanismo si inceppa, bisogna ripararlo. Ma prima c’è un’operazione da svolgere: comprendere l’entità del danno, per pensare alla soluzione. Quando un meccanismo si inceppa, la prima cosa che bisogna fare è riavviare il programma. Come nel reset, dopo il quale molti dati vanno persi. Non tornano più. Si gioisce per quelli sopravvissuti e, con il passare del tempo, si affievolisce il dispiacere per quelli andati per sempre [Overlove, Alessandra Minervini]

Titolo: Overlove
Autrice: Alessandra Minervini
Editore: LiberAria editore
Perché leggerlo: per i colori della Puglia, per le sue descrizioni, le persone che la abitano. Per riflettere sui sentimenti, sull’amore, sulla mancanza, sugli eccessi.

(© Riproduzione riservata)

Marco Balzano | L’ultimo arrivato

Comunque non è che sono emigrato così, da un giorno all’altro. Non è che un picciriddu piglia e parte in quattro e quattr’otto. Prima mi hanno fatto venire a schifo tutte cose, ho collezionato litigate, digiuni, giornate di nervi impizzati, e solo dopo me ne sono andato via. Era la fine del ’59, avevo nove anni e uno a quell’età preferirebbe sempre il suo paese, anche se è un cesso di paese e niente affatto quello dei balocchi. Ma c’è un limite a tutto e quando la miseria ti sembra un cavallone che ti vuole ingoiare è meglio che fai fagotto e te ne parti, punto e basta [Marco Balzano, L’ultimo arrivato, Sellerio]

Ninetto è un picciriddu che vive a San Cono con il padre Rosario e mamma sua. Sono gli Anni Cinquanta, la miseria e la povertà sono spietate quanto il sole che picchia sulla terra sicura in estate; Ninetto vive a pane e un’acciuga ed è tanto magro e smilzo che lo chiamano Ninetto pelleossa.

Quelli che saltano sui treni diretti a nord sono tanti, perché a San Cono e nelle campagne non c’è niente oltre la fame. Ninetto interrompe malvolentieri gli studi prima di conseguire la quinta elementare perché lui sognava di diventare poeta come Giovanni Pascoli, il suo preferito. Il maestro Vincenzo è affranto perché Ninetto è un ottimo studente, ma è anche un uomo che sa che in un paese come San Cono di futuro non ce n’è.

Un brutto giorno, quando Ninetto ha solo nove anni, la mamma sua prende un colpo e non resta che confinarla in un ospizio a Catania. Ninetto è convinto che non lascerà mai San Cono, il paese suo, ma il lavoro nel podere di Don Alfio, a coltivare quella terra sassosa e sterile, è troppo duro per un bambino e Giuvà gli propone di andare a Milano con lui. Rosario, il padre, è felice che Ninetto vada a Milano perché lassù al nord ci sarà futuro per lui.

Una volta giunto a Milano, dopo aver attraversato l’Italia intera, per Ninetto è un’altra delusione. Non si aspettava una città così grigia, nebbiosa, scialba, dove le persone corrono e non si salutano nemmeno se per sbaglio si sfiorano. Non pensava che sarebbe finito a vivere in un alveare assieme ad altri emigrati, non immaginava che i milanesi lo avrebbero per sempre etichettato come napulì, benché lui a Napoli non ci fosse nemmeno mai stato.

La casa dell’alveare è un’altra storia per cui servono poche parole. Non perché era brutta, ma perché era una desolazione colossale (…) Dalla finestra però si vedeva solo l’alveare dei veneti e la ciminiera che non smetteva mai di sbuffare. Nemmeno uno spicchio di cielo [Marco Balzano, L’ultimo arrivato, Sellerio]

Mario Sironi “Paesaggio urbano” (1940/41), Pinacoteca di Brera

L’ultimo arrivato” di Marco Balzano (Sellerio editore, 205 pagine, 15 euro) è un romanzo scritto in prima persona che abbraccia la storia d’Italia, dagli Anni Cinquanta ai primi del Duemila. E’ il Ninetto di oggi che si racconta la sua storia, ripercorrendo le tappe più importanti ed evitando di parlarsi del periodo più difficile della sua vita.

Marco Balzano sceglie di narrare la storia di Ninetto utilizzando spesso parole in dialetto e gergali, dimenticando apposta qualche congiuntivo perché Ninetto ha studiato poco anche se, grazie ad un sindacalista della fabbrica dove ha lavorato tanti anni, è riuscito a seguire le scuole serali e conseguire il diploma di media inferiore.

Il romanzo di Balzano apre una serie di importanti questioni sulle quali siamo chiamati a riflettere. L’abbandono del paese natio, che per quando cesso possa essere, è sempre il proprio paese d’origine, al quale – bene o male – si resterà legati per tutta la vita. L’emigrazione minorile degli Anni Cinquanta e primi Anni Sessanta, dove moltissimi minori (bambini di nove o dieci anni) partivano senza genitori verso il nord Italia, al massimo accompagnati da parenti. Quindi, in conseguenza, il lavoro minorile: Ninetto lavora inizialmente per una milanese che gli fa fare turni massacranti, senza pensare che è solo un bambino e quelle fatiche non è in grado di sopportarle. Poi, trova lavoro all’Alfa Romeo e per trentadue anni ogni giorno in fabbrica è sempre uguale, alienante, massacrante.

La forte diffidenza che avevano gli abitanti del nord nei confronti di quelli del sud, tanto da etichettarli come “napulì” o “terroni”, termini che generalizzavano lo schifo che avevano i milanesi verso queste persone. Il fatto stesso di confinare non solo i meridionali ma anche i veneti o gli emiliani in case popolari orrende (l’alveare), cubi di cemento o cartongesso squallidi, spesso con i bagni in comune, era il segno che i milanesi queste persone non le volevano tra loro.

Mario Sironi “Periferia” 1922

Ne “L’ultimo arrivato” di Marco Balzano, come ricorda nella postfazione, Ninetto è un personaggio inventato ma le vicende che vengono narrate non lo sono dato che l’Autore ha intervistato moltissime persone di origini meridionali emigrate nel triangolo industriale Torino-Genova-Milano nel Dopoguerra. E’ quindi un romanzo utile per capire una parte della nostra storia che dovrebbe insegnarci qualcosa mentre sembra che, se ieri i discriminati erano i “napulì”, oggi sono i migranti stranieri.

Forse, la storia non è così semplice da imparare e molto spesso non sono altro che parole al vento; quel che resta è l’ignoranza nel discriminare il prossimo, di relegarlo ai margini, perché sembra sempre essere questo il destino dell’ultimo arrivato.

Quando gironzolo devo avere l’espressione di un cacciatore di pepite perché mi vado a infognare in certi vicoli e angoli che non si trovano facilmente e che forse solo per me significano qualcosa. Strade inutili e anonime, come lo erano ai miei tempi. E come forse sono sempre state. C’è chi nasce strada principale e chi strada senza uscita. La legge di chi è povero cristo e chi no vale per l’universo intero, mica solo per gli uomini [Marco Balzano, L’ultimo arrivato, Sellerio]

Titolo: L’ultimo arrivato
L’Autore: Marco Balzano
Editore: Sellerio
Perché leggerlo: perché è un romanzo che insegna chi era discriminato ieri e chi è discriminato oggi; chi veniva relegato ai margini e chi viene relegato oggi; quando è stata dura la vita di molte persone che hanno trascorso l’esistenza a lavorare senza mai vivere veramente.

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Paolo Cognetti | Le otto montagne

Il paese di Grana si trovava nella diramazione di una di quelle valli, ignorata da chi passava di lì come una possibilità irrilevante, chiusa in alto da creste grigio ferro e in basso da una rupe che ne ostacolava l’accesso (…) Una strada sterrata si staccava dalla regionale e saliva ripida, a tornanti, fino ai piedi della torre; poi superandola si addolciva, voltava sul fianco della montagna ed entrava nel vallone a mezza costa, proseguendo in falsopiano. Era luglio quando la imboccammo, nel 1984. Nei prati stavano falciando il fieno. Il vallone era più ampio di come sembrava da sotto, tutto boschi sul lato in ombra e terrazzamenti al sole: giù in basso, tra le macchie di arbusti, scorreva un torrente che ogni tanto intravedevo luccicare, e quella fu la prima cosa di Grana a piacermi. Leggevo romanzi d’avventura all’epoca. Era stato Mark Twain a trascinarmi all’amore per i fiumi [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Pietro ha una decina di anni e una grande voglia di vivere tante avventure. I genitori di Pietro sono da sempre innamorati delle montagne: le Dolomiti prima, dove si sono conosciuti e sposati, e le montagne del massiccio del Monte Rosa poi. Nei primi anni Settanta si sono trasferiti dalle montagne venete a Milano per lavoro. Giovanni, il padre di Pietro, lavora in una grande azienda chimica e soffre in città, tanto da decidere di spendere i risparmi per affittare una casetta in montagna.

E’ la mamma di Pietro a scoprire il paesino di Grana, un abitato costituito da poche anime e tante baite ormai in rovina, un luogo per nulla frequentato dai turisti; tutti e tre se ne innamorano subito e da quel momento in poi ogni estate li vedrà a Grana. La mamma esplora i boschi e s’incanta di fronte ai colori dei rododendri selvatici, il papà sale in alta quota in montagna, sfida i ghiacciai e i Quattromila, scrive pensieri entusiasti dei diari di vetta. Pietro incontra Bruno, un ragazzino circa della sua età, l’unico di Grana.

C’era un ragazzino che pascolava le mucche nei prati lungo la riva (…) Portava sempre con sé un bastone giallo, di plastica, dal manico ricurvo, con cui spronava le mucche su un fianco per spingerle giù verso l’erba alta [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Da un laconico dialogo, grazie all’intervento della mamma durante la prima merenda con latte e biscotti, nasce una grande amicizia: Pietro e Bruno iniziano a frequentarsi e a vivere mille cose assieme, come le esplorazioni delle vecchie baite abbandonate, le gite al fiume, le escursioni in montagna con Giovanni. Il momento di lasciare Grana e tornare a Milano è sempre difficile, ma si sopporta il distacco pensando al ritorno.

Così adesso conoscevo anch’io la nostalgia della montagna (…) Anch’io adesso potevo incantarmi alla comparsa della Grigna in fondo ad un viale. Rileggevo le pagine della guida del Cai come fosse un diario, imbevendomi della loro prosa d’altri tempi (…) i giorni di Grana mi sembravano così lontani da chiedermi se fossero esistiti davvero (…) la primavera tornava perfino a Milano e la nostalgia si trasformava in attesa che arrivasse il momento di tornare su [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Pietro torna a Grana e Bruno è sempre lassù ad attenderlo. Trascorrono gli anni e sembra che nulla possa mutare in questa sorta di trasumanza estiva da Milano a Grana; invece, le cose cambiano, perché sia Bruno che Pietro crescono. Pietro e Giovanni si allontanano, un figlio adolescente spesso fatica a capire un genitore e Pietro non capisce perché Bruno non voglia scendere in città a studiare o a cercare un lavoro che dia più certezze economiche.

Pietro si mostra sempre introverso, solitario, timido: studia cinema, cambia diverse città, vola persino in Himalaya per girare documentari e realizzare reportage. Bruno non abbandona Grana, è un giovane pieno di iniziativa ed entusiasmo, il lavoro duro non lo spaventa, vuole creare un’azienda agricola nell’alpeggio dello zio ma si mantiene facendo il muratore con il padre.

Non possono essere più diversi, Pietro alla costante ricerca di sé, girovago che non sa esattamente cosa vuole e dove vuole stare, e Bruno che accetta il suo destino quasi segnato di non doversi allontanare dalle montagne per nessun motivo. Ma se Pietro per qualche tempo si allontana da Grana – e quindi da Bruno – sarà Giovanni, indirettamente a riavvicinarli grazie all’eredità che lascerà al figlio.

Lago Dres in autunno, Ceresole Reale, Parco Nazionale del Gran Paradiso (foto: Claudia)

Le otto montagne” di Paolo Cognetti (Einaudi, 199 pagine, 18.50 €) è un libro semplicemente bellissimo. Semplicemente perché sentimenti, paesaggi, personaggi, situazioni sono descritti con una tale delicatezza che arrivano dritti al cuore di chi legge. Il romanzo è suddiviso in tre parti – Montagna d’infanzia, La casa della riconciliazione e Inverno di un amico – e abbraccia circa trent’anni di vita.

Vengono indagati i sentimenti e i rapporti tra i tre protagonisti: l’amicizia di Bruno e Pietro, le incomprensioni tra Pietro e Giovanni, la stima reciproca tra Bruno e Giovanni, che gli farà quasi da padre dato che quello di Bruno non è una bella persona; sullo sfondo, sempre, le splendide montagne del Massiccio del Monte Rosa, magistralmente descritte dalla sensibilità di Cognetti.

Oltre alla storia, sono proprio le descrizioni della montagna ad avermi conquistata: da esse si legge tra le righe quando l’Autore conosca e ami profondamente quegli ambienti.

Il vallone di Grana a metà novembre era bruciato dalla siccità e dal gelo. Aveva il colore dell’ocra, della sabbia, della terracotta, come se nei pascoli un incendio fosse già passato e spento. Nei boschi divampava ancora: sui fianchi della montagna le fiamme d’oro e di bronzo dei larici illuminavano il verde cupo degli abeti, e ad alzare gli occhi al cielo scaldavano l’anima. Giù in paese invece regnava l’ombra. Il sole non arrivava nel fondo del vallone e la terra era dura sotto i piedi, coperta qua e là da una crosta di brina [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Per apprezzare qualcosa a volte dobbiamo rischiare di perderla. Solo così possiamo capire quando per noi è davvero importante e quando potrebbe mancarci se dovesse scomparire. La leggenda tibetana delle otto montagne non ve la racconto: è struggente, ve lo garantisco, e il finale del romanzo fa commuovere.

Nei silenzi della montagna i nostri pensieri riecheggiano più facilmente: dopo la conquista dell’agognata cima sentiamo noi stessi, tra i battiti convulsi del nostro cuore, e abbiamo una sensazione da tradurre a parole e da imprimere sul logoro diario di vetta.

Titolo: Le otto montagne
L’Autore: Paolo Cognetti
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un libro scritto bene, emozionante e struggente. Per chi ama la montagna, per chi ha perso qualcosa che ora non più avere, per chi pensa che più ci si sale verso le vette e più sia facile ascoltare i nostri pensieri

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Marco Truzzi | Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere

I reportage che si occupano di approfondire il nostro tempo interessano molto: non conosciamo tutto del mondo che ci circonda, ma possiamo informarci per imparare qualcosa di più. “Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere” di Marco Truzzi (fotografie di Ivano Di Maria, Exòrma edizioni, 158 pagine, 14.50 €) è uno di quei libri brevi, ma intensi, che aprono gli occhi su situazioni che spesso si tende ad ignorare.

Gli anni seguiti alla caduta del muro di Berlino, nel 1989, sembravano indicare una prospettiva, il riconoscimento dei diritti umani e un’Europa più inclusiva e solidale. Eppure ci troviamo oggi a fronteggiare il ritorno di istanze nazionaliste, protezionistiche, separatiste; intolleranza e spinte xenofobe, divaricazione della forbice nella distribuzione della ricchezza, economia interna a due velocità, crisi dei modelli delle politiche sociali. Cosa succede sulle frontiere? Che significato hanno oggi? Dove sono? E dove siamo noi? Quali fossili culturali si incontrano andando per confini? [Marco Truzzi, Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere]

Il giornalista Marco Truzzi e il fotografo Ivano Di Maria intraprendono un viaggio attraverso l’Europa alla ricerca di vecchi confini. L’idea di partenza è quella di raccontare, documentare e fotografare gli ex-confini tra gli Stati europei prima dell’avvento di Schengen, ma durante i primi viaggi entrambi si rendono conto che non si può parlare di confini caduti perché stiamo vivendo anni in cui i confini vengono anzi rimarcati in modo violento.

L’autore e il fotografo decidono quindi di viaggiare in Europa scegliendo di raccontare i luoghi dove vengono eretti muri, fili spinati, griglie, dove la polizia grida alla gente di stare indietro, di andarsene, lanciando lacrimogeni e spesso usando la violenza.

Il reportage di Truzzi, accompagnato dalle fotografie di Ivano Di Maria, inizia da Ceuta l’enclave spagnola che si trova in Africa; quanti disperati ogni giorno giungono al confine, ma non per entrare in Spagna, bensì per contrabbandare merci marocchine da vendere sul suolo spagnolo.

Giungono a Basilea, città svizzera dove si intrecciano tre confini nazionali; l’autore e il fotografo proseguono verso il Nord Europa, dalla Danimarca alla Svezia correndo in auto sul ponte dell’Øresund, un ponte che in teoria unisce due nazioni ma in sostanza no, poiché anche in Nord Europa i due italiani scopriranno quanto razzismo si annida tra le genti nordiche.

Quindi attraversano quelli che furono i confini della ex-Jugoslavia, infine fanno tappa a Ventimiglia e poi a Calais e infine a Idomeni, tutti luoghi tristemente noti per gli episodi di chiusura totale dei confini. A Ventimiglia gente accampata sugli scogli; a Calais nella “giungla” fatta di baracche e tende senz’acqua e senza luce; e Idomeni dove i tantissimi bambini giocano nella polvere mentre la polizia greca e quella macedone sparano proiettili di gomma ad altezza d’uomo.

È l’inferno. E in mezzo all’inferno, lì, seduta per terra, con un carrarmato alle spalle, mentre gli altri gridano e scalciano e corrono via e urlano ancora più forte, lì in mezzo una bimba gioca con alcuni rametti. Ivano allunga la mano, ma lei non si muove e lo guarda. Vuole solo giocare. Sono soltanto pochi secondi, che a lui sembrano un’eternità. E in quel tempo sospeso non ci sono più fotografie da fare, un progetto da raccontare, confini da descrivere. C’è solo la voglia di dire adesso ti prendo e ti porto via, lontano da qui, dove ci sono altri giochi da fare, dove ci sono la scuola e un compito e magari un cartone animato da guardare prima di andare a letto [Marco Truzzi, Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere]

I confini mi hanno sempre affascinata, perché in Europa posso attraversali in modo libero, senza controllo: dalla Grecia all’Estonia, nessuna autoritù mi ha chiesto di esibire i documenti. Questa è sempre stata la mia idea di Europa, un luogo accogliente dove poter girovagare liberamente e imparare frammenti della cultura del Vecchio Continente.

Logicamente, il controllo sugli extraeuropei va fatto, anche se non tutti avranno i documenti, dopo certi viaggi per mare o nel deserto… La soluzione, in ogni caso, non può essere quella di intrappolare, per settimane, mesi o addirittura anni, queste persone in campi profughi come Calais o Idomeni o peggio sugli scogli di Ventimiglia, e le ONG o i civili non possono sobbarcarsi tutte le responsabilità che spetterebbero ai governi europei.

L’autore e il fotografo come ultima tappa si prefiggono una visita ad Auschwitz, uno dei luoghi dove la follia razzista ha generato un vero e proprio inferno in terra. Auschwitz, come altri campi di prigionia e sterminio non solo nazista, dovrebbero semplicemente essere lì per ricordarci gli errori del passato, ma sempre di più al giorno d’oggi si sentono cose del tipo “riapriamo i lager“.

Sono cose che mi inquietano perché significa che il germe dell’odio e del razzismo non si sono estinti, ma sono scintille pronte a prendere fuoco. Inge, la donna svedese incontrata da Marco Truzzi e Ivano Di Maria, ne è un esempio: lei sostiene che la gente dovrebbe semplicemente stare a casa propria. Certo, se si abita in Svezia in una casa calda e con una cospicua pensione perché no?, anch’io starei a casa mia. Diversamente, se non si ha più una casa perché bombardata oppure se i militari hanno ucciso tutta la famiglia o se semplicemente quello che dovrebbe essere il mio Paese non mi rappresenta più. Perché dovrei restare, se non è più casa mia?

La direzione che ha preso l’Europa in questi ultimi anni non è in linea con i propri principi, con le idee originali che hanno permesso la stessa creazione dell’Unione Europea. Se la tendenza non verrà invertita, idee razziste e cruente prenderanno sempre più piede, assieme a populismo di vario genere, e si tenderà a diventare sempre più chiusi e a curare solo il proprio giardino, senza pensare che magari un giorno – in un futuro nemmeno troppo lontano – potremmo essere proprio noi a dovercene andare dal nostro Paese e a subire un’accoglienza tutt’altro che festosa.

Il giorno dopo a Idomeni arrivano quelli di Alba Dorata a far casino. Arrivano in massa da Salonicco. Un tempo, Salonicco si chiamava Tessalonica. San Paolo scrisse ai Tessalonicesi due lettere. La prima è considerata la parte più antica del Nuovo Testamento. Parlava di carità [Marco Truzzi, Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere]

Titolo: Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere
L’Autore: Marco Truzzi
Fotografie: Ivano Di Maria
Editore: Exòrma editore
Perché leggerlo: per aprire gli occhi sulla realtà che stiamo vivendo, per farsi un’idea su cosa stia diventando l’Europa e su cosa potremmo fare noi per invertire questa tendenza

Antonio Tabucchi | Requiem

Sono tornata a Lisbona e l’ho fatto di nuovo con Antonio Tabucchi leggendo “Requiem” (Feltrinelli, trad. S. Vecchio, 139 pagine, 8 €), un romanzo breve che profuma di salsedine, alghe, sole e sogni.

(…) oggi per me è un giorno molto strano, sto sognando ma mi pare che sia vero, e devo incontrare delle persone che esistono soltanto nel mio ricordo [Requiem, Antonio Tabucchi, trad. S. Vecchio]

Il protagonista è un uomo senza nome – alter ego dell’autore – che a mezzogiorno di una caldissima domenica di luglio si trova sul molo Alcântara ad attendere che arrivi “un tizio“, anzi, un “grande poeta“; ma il grande poeta è in ritardo, oppure l’appuntamento non era per mezzogiorno bensì per mezzanotte.

Il protagonista occupa le dodici ore di quella calda domenica a Lisbona iniziando un lungo viaggio attraverso la città e le sue coste, il fiume Tago e i paesi di Cascais nell’Estoril, incontrando persone reali – la Vecchia Zingara, il guardiano del cimitero, il Venditore di Storie – e altr che vivono solo nei suoi ricordi – come Tadeus ed Isabel. A mezzanotte in punto si ritroverà al moldo Alcântara ad attendere – se arriverà – il grande poeta al quale vorrà dimostrare tutta la sua ammirazione

Il battello che veniva da Cacilhas fischiò all’attracco. La notte era veramente magnifica, con una luna sospesa sopra gli archi del Terreiro do Paço così che bastava stendere una mano per acchiapparla. Mi misi a guardare la luna, accesi una sigaretta e il Venditore di Storie cominciò a raccontare la sua storia [Requiem, Antonio Tabucchi, trad. S. Vecchio]

Lisbona (fonte: Jason Briscoe, unsplash.com)

È questa, in estrema sintesi, la trama del romanzo “Requiem” e non aggiungo molto altro per non rovinare il gusto della lettura a chi non l’ha ancora letto. “Requiem” è piuttosto diverso da “Sostiene Pereira“: a fare da sfondo ad entrambi i romanzi c’è sempre Lisbona, caldissima e sfavillante, ammantata di una luce accecante e avvolta da una cappa di umidità che fa sudare i due protagonisti; ma se in “Sostiene Pereira” la trama ha un filo logico ben preciso, con una precisa serie di eventi che conducono al magnifico e commovente finale, in “Requiem” gli incontri del protagonista sono dettati più dal caso che dalla logica. Proprio come nei sogni, quando si sovrappongono cose vissute e cose immaginate.

In “Requiemil tempo scorre a tratti velocemente e tratti più lentamente, l’obiettivo finale del protagonista è ritornare all’Alcântara e incontrare questo personaggio che è facile indovinare che si tratti di Fernando Pessoa, il più noto poeta e scrittore portoghese del Novecento.

Di “Requiem” ho amato molto le atmosfere lisboete, quella sensazione di essere costantemente sospesa tra la verità e l’illusione, tra l’incontro con chi è vivo e chi vive solo nella memoria; il tutto scritto con lo stile coinvolgente e ammaliante di Tabucchi che avevo già apprezzato nel romanzo “Sostiene Pereira”. Un altro bel libro che è un vivo omaggio a Lisbona e al Portogallo, un racconto che ha davvero il potere di far innamorare il lettore.

Praia da Barra Aveiro, Gafanha da Nazaré (fonte: Miss Porcelain, unsplash.com)

Titolo: Requiem
L’Autore: Antonio Tabucchi
Traduzione dal portoghese:
Editore: Feltrinelli
Perché leggerlo: per sognare Lisbona, il Portogallo, la sua cucina, la sua gente e per sognare, sognare, sognare in una caldissima domenica di luglio

Consigli di lettura: 10 libri per viaggiare

Viaggiare è un’esperienza unica che arricchisce e stupisce, che permette di entrare in contatto con usanze e costumi differenti dai nostri, apre la mente e rende più sicuri di sé oltre a regalare emozioni e ricordi preziosi. Tra le maggiori ispirazioni per i miei viaggi ci sono i libri e in passato mi sono ritrovata a sognare un viaggio grazie ad un libro per poi renderlo reale.

In questo articolo vi voglio segnalare e consigliare 10 libri per chi ama viaggiare: alcuni sono molto noti e li conoscerete certamente, altri spero di farveli conoscere e amare. Siete pronti a partire con me?

(Chris Lawton, unsplash.com, modificata)

1- Trans Europa Express di Paolo Rumiz (Feltrinelli)

Il giornalista triestino Paolo Rumiz ha percorso la cerniera d’Europa, dalle terre iperboree fino ad Instabul, dove il Bosforo pazientemente unisce l’Europa all’Asia. In trentatré giorni Rumiz percorre circa seimila chilometri, a piedi, in treno, in auto, in nave, autostop o bus, riempiendo otto taccuini di appunti e uno di disegni e schizzi, incontra innumerevoli persone di ogni estrazione sociale, dai contadini più umili e personaggi più illustri. Un libro per chi sogna di avere sempre la valigia pronta e una mappa pasticciata e stroppicciata piena di appunti.

2- Come ti scopro l’America di Emanuela Crosetti (Exòrma edizioni)

La giornalista e fotografa Emanuela Crosetti ha ripercorso in solitaria il lungo viaggio dei capitani di ventura Lewis e Clark, attraverso gli Stati Uniti, partendo da Saint Louis e arrivando in Oregon, di fronte all’immenso oceano Pacifico. È un reportage, che mette nostalgia per luoghi che non ho mai visto e situazioni che non ho mai vissuto, ma che ho sognato di vivere dalla prima all’ultima pagina.

3- Manuale di sopravvivenza amazzonica per signorine di città di Sara Porro (EDT)

Prendete una ragazza sempre vissuta tra la Brianza e Milano un po’ precisina, caricatela di ansie che hanno ansie di non aver vissuto abbastanza avventure, mescolate il tutto e otterrete un viaggio fai da te in Perù, attraverso stregoni e pozioni magiche, notti nella foresta in capanne infestate da ragni pelosi, cibi quasi immangiabili ma buonissimi e soprattutto la conclusione che viaggiare è una cosa magnifica e può insegnare molto più di quello che si immagina.

4- My Little China Girl Giuseppe Culicchia (EDT)

La Cina è quel Paese immenso, fatto di modernità e tradizione, che cambia volto ogni giorno e si sviluppa in modo rapidissimo. La Cina affascina è indubbio e con notevole ironia e sagacia Giuseppe Culicchia, giornalista torinese, la racconta nel bel reportage “My Little China Girl”. Assolutamente consigliato a chi non perde occasione di fare un salto nei ristoranti cinesi e per chi ama la millenaria cultura cinese, per chi cerca un libro per sorridere e anche un po’ per riflettere

5- Viaggi e altri viaggi di Antonio Tabucchi (Feltrinelli)

Antonio Tabucchi, grande conoscitore del Portogallo e della cultura lusitana, è stato anche e soprattutto un grandissimo e intraprendente viaggiatore. Nel reportage “Viaggi e altri viaggi” Tabucchi racconta del suo Portogallo e istruisce il lettore su come provare la saudade a Lisbona, ma racconta anche delle Azzorre, della Grecia, dell’Europa, dell’Asia e dell’America, in un crescendo che mette in luce tutta la passione e gli stati d’animo di chi i viaggi li gode minuto per minuto.

(Slava Bowman, unsplash.com)

6- Anime baltiche di Jan Brokken (trad. C. Cozzi e C. Di Palermo, Iperborea)

Jan Brokken con “Anime baltiche” ha toccato le corde del mio cuore e del mio animo di viaggiatrice facendomi sognare un viaggio nelle Repubbliche Baltiche, viaggio che si è felicemente concretizzato quando lo scorso dicembre ho potuto visitare Tallinn, la capitale dell’Estonia. Brokken racconta la storia delle Repubbliche Baltiche attraverso i suoi orgogliosi abitanti ed è un libro che coinvolge ad un livello tale per cui sognerete anche voi un viaggio a Tallinn, a Riga o a Vilnius.

7- Sulla strada di Jack Kerouac (trad. M. Caramella, Mondadori)

Jack Kerouac non ha bisogno di presentazioni, ogni mia parola sarebbe assolutamente superflua. L’ho inserito nell’elenco dei libri per viaggiare perché quello di Sal e Dean è il viaggio per eccellenza, dall’est all’ovest degli Stati Uniti in automobile o in autostop, spesso in preda a delirio alcolico o a momenti di intensa filosofia. Kerouac può non piacere a tutti, il suo stile asciutto e secco può non coinvolgere, ma riguardo a me ha fatto sognare tantissimo.

8- C’era una volta l’URSS di Dominique La Pierre (trad. K. Imberciadori, Il Saggiatore)

È il 1956 e il Paris Match riesce ad ottenere un permesso per un viaggio in U.R.S.S. per il giornalista francese Dominique La Pierre, il reporter Jean-Pierre Pedrazzini e relative consorti. I quattro partono da Parigi alla volta della Grande Russia a bordo di una Simca Maryl: da Mosca al Caucaso emergerà il ritratto di un Paese immenso, fatto quasi esclusivamente di contraddizioni e divieti, ma anche di persone cordialissime e generose, curiose e tutto sommato felici di essere quel che sono di quel che hanno.

9- Verso il Grande Sud di Isabelle Autissier e Erik Orsenna (trad. M. Uberti Bona, Longanesi)

I navigatori francesi Isabelle ed Erik hanno un sogno: raggiungere il Grande Sud con la loro imbarcazione Ada e si prefissano di raggiungere la Baia Margherita, coordinate geografiche 66° 33′ S, ovvero il leggendario Circolo Polare Antartico. Il libro è un susseguirsi di emozioni, pagine dei diari di Isabelle ed Erik e storie dei navigatori che prima di loro sognarono di raggiungere il Polo Sud. Un libro per chi ama le curiosità legate ad uno dei luoghi più remoti e misteriosi della Terra e chi ama il gusto dell’avventura e vuole essere catapultato in un mondo di ghiaccio, ostile quanto affascinante.

10- Vladivostok. Nevi e monsoni di Cédric Grass (trad. G. Pigozzo Bernardi, Voland)

Al giovane geografo francese Cédric Gras viene proposta la direzione di una sede della Alliance Française e lui sceglie la città di Vladivostok perché quello che prova per la Russia è un qualcosa difficile da spiegare. Il suo bellissimo reportage di viaggio abbonda di curiosità sui russi, sul clima, sulla cultura, ma anche dei suoi viaggi siberiani. Per chi ama la geografia, le culture diverse dalla nostra occidentale, per chi ama i viaggi e le descrizioni di scenari lontani – non senza un pizzico di ironia – “Vladivostok. Nevi e monsoni” è un libro imperdibile

(Andrea Vincenzo Abbondanza, unsplash.com)

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Voi amate la letteratura di viaggio? C’è qualche libro che mi consigliereste, magari un libro che ha ispirato uno dei vostri viaggi o vi ha iniziato a farvelo sognare? Scrivetemi nei commenti, sono sempre curiosa di leggere suggerimenti di lettura!