Dino Buzzati | Il deserto dei tartari

Adesso era finalmente ufficiale, non aveva più da consumarsi sui libri né da tremare alla voce del sergente, eppure tutto questo era passato. Tutti quei giorni, che gli erano sembrati odiosi, si erano ormai consumati per sempre, formando mesi ed anni che non si sarebbero ripetuti mai. Sì, adesso egli era ufficiale, avrebbe avuto soldi, le belle donne lo avrebbero forse guardato, ma in fondo – si accorse Giovanni Drogo – il tempo migliore, la prima giovinezza, era probabilmente finito. [Il deserto dei tartari, Dino Buzzati]

Il tenente Giovanni Drogo è stato nominato ufficiale e si prepara per raggiungere la sua prima destinazione: la Fortezza Bastiani. Drogo ha trascorso anni per prepararsi a quel momento: ha studiato molto, ha dovuto fare innumerevoli sacrifici, ha sopportato le angherie dei compagni e dei superiori; ma finalmente, ecco, è tenente.

Saluta l’amata madre, i suoi amici e la città, pronto per raggiungere la Fortezza Bastiani. Viaggia per due giorni a cavallo del suo destriero e accompagnato dai dubbi che si manifestano ogni volta che si incomincia una nuova avventura. Giunto alla Fortezza, Drogo si accorge che è un luogo davvero solitario.

Gli pareva, la Fortezza, uno di quei mondi sconosciuti a cui mai aveva pensato sul serio di poter appartenenre, non perché gli sembrassero odiosi, ma perché infinitamente lontani dalla sua solita vita. Un mondo ben più impegnativo, senza alcuno splendore che non fosse quello delle sue geometriche leggi [Il deserto dei tartari, Dino Buzzati]

Il primo impulso di Giovanni Drogo è quello di scappare, di abbandonare la Fortezza e tornare a casa. Ma il Maggiore Matti, sfoggiando le sue migliori capacità persuasive, convince Drogo a restare almeno quattro mesi, poi vedrà.

È così che il tenente Giovanni Drogo si trova sempre più irretito dal misterioso potere della Fortezza Bastiani: i quattro mesi trascorrono, ma Drogo decide di restare ancora qualche mese. È sicuro, Giovanni, che presto o tardi i tartari arriveranno dal deserto per invadere i territori che i soldati devono difendere; Drogo dovrà essere lì alla Fortezza a contrastare l’invasione dei tartari, anche al costo di trascorrere tutta la vita in attesa di quel momento.

Sperava di non scorgere nulla e invece una striscia nera attraversava obliquamente il fondo biancastro della pianura e questa striscia si muoveva, un denso brulichio di uomini e convogli che scendevano verso la Fortezza. Altro che le miserabili file di armati al tempo della delimitazione del confine. Era l’armata del nord, finalmente e chissà… [Il deserto dei tartari, Dino Buzzati]

Dino Buzzati scrisse “Il deserto dei tartari” nel 1940, quando aveva trentatré anni e lavorava al Corriere della Sera. Sin dalle prime pagine, chi legge si accorge che l’intera opera di Buzzati è permeata di attesa e velata d’angoscia e preoccupazioni.

Il tenente Giovanni Drogo giunge alla Fortezza da giovanissimo, appena uscito dalla scuola degli ufficiali, e la sua prima destinazione non lo convince. Allo stesso tempo, però, la Fortezza esercita su di lui uno strano potere ammaliante e una volta entrato Giovanni non riesce più ad andarsene via.

Gli anni trascorrono velocemente, e Drogo diventa sempre più vecchio. Il tempo passa ma dei tartari neppure l’ombra. Giovanni Drogo torna in città in più di un’occasione e rivede alcuni suoi vecchi compagni di classe e gli pare che essi abbiano raggiunto i veri successi della vita: qualcuno si è sposato, altri hanno un buon lavoro.

Drogo, invece, si sente prigioniero della Fortezza Bastiani ma allo stesso tempo non vuole scapparte perché è convinto che prima o poi qualcosa accadrà.

Fotogramma tratto dal film “Il deserto dei tartari” del 1976, diretto da Valerio Zurlin.

Il deserto dei tartari” è una lettura che arriva dritta al cuore dei lettori perché nelle parole di Buzzati è impossibile non ritrovarsi: quanti di noi abbiamo atteso che un certo periodo della nostra vita terminasse, per poi rimpiangerlo? Abbiamo atteso che la scuola finisse, e con essa le interrogazioni a sorpresa e le sgridate dei professori; ma guardandoci indietro saremmo disposti a rivivere quei giorni, anziché vivere la monotonia di un giorno lavorativo.

Quante volte guardiamo i nostri vecchi compagni di scuola o amici e pensiamo che loro abbiano avuto più successo di noi? E quante volte lasciamo scappare via il tempo presente, senza viverlo appieno, aspettando un futuro sconosciuto?

Il deserto dei tartari” nella sua prosa immobile e sempre in attesa è un libro che mi è piaciuto molto e che ho fatto mio: mi sono ritrovata spesso nei ragionamenti del tenente Drogo e nell’immobilità della Fortezza; godersi di più il presente, non lasciarsi intristire dal passato e non pensare troppo al futuro remoto potrebbero essere buoni propositi per l’anno che incomincia.

Titolo: Il deserto dei tartari
L’Autore: Dino Buzzati
Editore: Mondadori
Perché leggerlo: perché è un libro universale, un libro che parla di tutti noi e del tempo che trascorriamo nell’attesa di qualcosa che – forse – non arriverà mai

(© Riproduzione riservata)

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Elvis Malaj | Dal tuo terrazzo si vede casa mia

Trovarsi bene o meno in un posto non dipende dal posto, dipende da te. Ovunque vai ti porti sempre dietro qualcosa che alla fine rende ogni posto uguale ad un altro. Potrei anche rispondere alla sua domanda, ma non significherebbe niente. Tradirei semplicemente la mia capacità di trovarmi bene o male in Italia [Elvis Malaj, Dal tuo terrazzo si vede casa mia]

Dal mio terrazzo si vede casa tua e sbircio cosa stai facendo; mi sembra che tu non stia preparando bene la pastasciutta, secondo me l’hai cotta troppo. Ho visto che non lasci uscire tua figlia assieme alle amiche: perché? Mi hai risposto che non puoi far uscire una ragazza senza un fratello maschio o un parente adulto, hai paura che ritorni a casa con un “bastardo” nella pancia. Però tuo figlio lo lasci sempre uscire, e anzi gli fai i complimenti se ha concluso con una ragazza, che potrebbe a sua volta trovarsi con un “bastardo” nella pancia.

Dal mio terrazzo si vede casa tua e ho visto rientrare tuo figlio, il minore, dopo la scuola: che muso lungo! Suppongo che i compagni l’abbiano di nuovo preso in giro perché è albanese, pruncia male le parole e non capisce tutto ciò che il professore spiega. Ho notato, invece, che il maggiore non è più in casa con voi: è quello che è scappato con la ragazza italiana, vero? Mi sembra che il papà della ragazza abbia dato dei soldi a tuo figlio: cinquemila euro, tuo figlio li ha presi e poi è a prendere anche la ragazza.

Dal mio terrazzo si vede casa tua e ho visto tuo cugino che portava su all’ultimo piano un televisore guasto, uno di quelli raccattati dall’immondizia; no, ma dico, siete scemi? Ma se è guasto! Noi italiani se è una cosa è rotta la buttiamo, mica ci pensiamo due volte.

Ah, dato che da mio terrazzo si vede anche casa di tuo fratello, ho visto che tuo nipote si è introdotto a casa della ragazza italiana, quella carina, quella che ha studiato all’alberghiero con mia sorella; Kastriot, si chiama, giusto?, beh, lui dice che va a casa di Veronica per bagnare le piante sul terrazzo, ma secondo me è innamorato di lei.

Bashkim si avvicinò; era un modello vecchio, di quelli con lo schermo bombato, senza telecomando e con le manopole al posto dei tasti.
“Ma se l’hanno buttato come fa a essere buono?” chiese Bashkim.
“Non è detto che è rotto, può essere che l’hanno buttato perché ne hanno comprato un altro. Fanno così gli italiani, non sono come noi che prima telefoniamo a tutti i parenti, ai conoscenti, ai conoscenti dei parenti, per vedere se qualcuno lo vuole. Gli italiani lo buttano e basta.”
“Ma non hai detto che erano rumeni?”
“Ma che ne so! Per me è buono (…)”. [Dal tuo terrazzo si vede casa mia, Elvis Malaj]

Gjirokastra, Albania (crediti fotografici: Giulia, Viaggiare con gli occhiali)

Dal tuo terrazzo si vede casa mia” (Racconti edizioni, 164 pagine, 14 €) è la raccolta di racconti d’esordio di Elvis Malaj, giovane scrittore di origini albanesi che oggi vive, lavora e scrive in Italia. I protagonisti dei racconti sono albanesi – che vivono in Albania o che sono emigrati in Italia – e italiani che con quest’ultimi si confrontano. Leggendo si scoprono molte curiosità riguardo all’Albania, dall’origine del nome Marenglen – che esite solo in Albania – alle differenze di educazione tra figli maschi e figlie femmine.

Elvis Malaj ha tratteggiato sia personaggi positivi (e tenerissimi, come Kastriot del racconto “Dal tuo terrazzo si vede casa mia“) sia personaggi insopportabili e alquanto balordi (come Agron del racconto “A pritni miq?” e Dedë, tragicomico protagonista del racconto “Scarpe”). E mi è piaciuto il fatto che Elvis Malaj non abbia parlato solo positivamente dei suoi personaggi ma abbia messo in scena anche le pecche e i difetti; perché, lo sappiamo, nessuno è perfetto.

I racconti che ho apprezzato di più sono tre: “Il televisore“, “Scarpe” e “Dal tuo terrazzo si vede casa mia“; perché ho scelto questi? Perché qui ho riso e riflettuto, ho scoperto diverse cose della cultura albanese e ho letto di personaggi buoni e altri più sgradevoli; questi sono i tre racconti che mi hanno coinvolta di più, quelli che leggevo con urgenza e in modo febbrile per scoprire come sarebbero andati a finire.

Riguardo agli altri racconti, le idee sono buone e la voglia di raccontare l’Albania e gli albanesi agli italiani c’è, ma la penna non è ancora ben definita. Con il tempo verrò fuori la vera voce di Malaj, le premesse ci sono tutte, e mi piacerebbe leggere un racconto più lungo o un romanzo. Mi piace questa sensazione di guardarmi attraverso gli occhi di una persona super partes, una persona che proviene da un’altra cultura, che magari vede i miei difetti e li corregge, oppure che mi insegna qualcosa di nuovo.

Quando si guarda uno straniero lo si fa attraverso i propri filtri culturali; ciò che facciamo noi ci sembra più giusto. Se siamo convinti di fare la cosa giusta – l’unica possibile secondo la nostra rigidità mentale – non riusciamo ad accettare che si possa fare anche in altra maniera e che, magari, questa possa essere un’interessante alternativa.

Il razzismo non esiste. E siccome non ci credo, col razzismo non ho mai avuto problemi. [Dal tuo terrazzo si vede casa mia, Elvis Malaj]

Titolo: Dal tuo terrazzo si vede casa mia
L’Autore: Elvis Malaj
Editore: Racconti edizioni
Perché leggerlo: per guardasi attraverso gli occhi di chi proviene da un’altra cultura

(© Riproduzione riservata)

A Lisbona, omaggio letterario e sentimentale

Il viaggiatore non è un turista, è un viaggiatore. C’è una grande differenza. Viaggiare significa scoprire, il resto significa semplicemente trovare. Viaggio in Portogallo, José Saramago, trad. R. Desti

Tramonto a Cais do Sodré, Lisbona (foto: Claudia)

Questo piccolo Portogallo baciato dal mare e dal clima mi ha sempre affascinata. Sarà che Portogallo è terra di confine e di grandi esploratori, sarà che questo paese affacciato sull’Oceano Atlantico ha dato natali a grandi scrittori e ne ha ispirati molti altri, sarà che ho amato molto il libri ambientati nello stato lusitano e nelle sue ex- colonie.

Sulle emozioni che il Portogallo mi ha trasmesso avrei da scrivere molto, moltissimo. Ho scattato innumerevoli fotografie, ho inseguito tramonti, ho tremato di freddo alla sera lungo il Tago, ho preso aerei, pullman, treni, traghetti; percorso salite e discese da vertigini. Ho tanti di quei ricordi che sento la necessità di raccontare molto, perché in fondo come scrive Ricardo Reis, eteronimo di Fernando Pessoa, siamo racconti che raccontano racconti.

Ho realizzato un itinerario letterario in cinque tappe per omaggiare le bellezze artistiche e letterarie di Lisbona. L’itinerario che ho studiato per unire arte e letteratura è facilmente percorribile utilizzando i tram storici 28E e 15E e facendo qualche passo a piedi tra una tappa e l’altra; vi indicherò tre locali dove fermarvi per fare una gustosa pausa gastronomica. Al termine dell’articolo vi lascerò qualche suggerimento pratico per organizzare il viaggio.

Siete pronti per partire?

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Prima tappa: Cemitério dos Prazeres, Campo de Ourique
Accompagnati da: Requiem di Antonio Tabucchi (Feltrinelli, trad. S. Vecchio, 139 pagine, 8 €)
Mezzo di trasporto: tram 28E, capolinea Campo de Ourique

Attraversai il portale ed entrai. Nel cimitero non c’era nessuno, solo un gatto a passeggiare tra le prime tombe. Alla mia destra, subito dopo l’entrata, vicino al portale, c’era una piccola casa e la porta era aperta. Con permesso, dissi, posso entrare? (…) Il signore cosa desidera?, mi domandò, il cimitero è chiuso, apre solo tra un po’, adesso è ora di pranzo, io sono il guardiano (…) Che razza d’idea venire al cimitero a quest’ora e con questo caldo, disse il Guardiano del Cimitero, non passerebbe per la testa a nessuno. È che qui c’è un mio amico, risposi (…) mi piaceva fargli una visita, mi piaceva fargli una domanda. E pensa che lui le rispondera?, disse il Guardiano del Cimitero, guardi che i morti sono molto silenziosi, permetta che glielo dica, li conosco bene io.

Cemitério dos Prazeres, Lisbona (foto: Claudia)

Il nostro viaggio letterario attraverso Lisbona incomincia qui, al Cemitério dos Prazeres, in Campo Ourique. Il Cemitério fu aperto nel 1835 ed è considerato il cimitero monumentale della città di Lisbona; ospita le tombe delle famiglie dei nobili lusitani, di artisti ed intellettuali, tra i quali lo stesso Antonio Tabucchi.

Entrati nel Cemitério verrete accolti dal personale e dai numerosi gatti che vivono qui; per evitare di perdervi nella distesa di tombe e statue, chiedete al guardiano del cimitero di indicarvi la tomba di Antonio Tabucchi. Troverete la tomba di Antonio Tabucchi e rimarrete sorpresi a scoprire che si tratta di una semplice casetta in marmo con l’iscrizione “Escritores portugueses II“. Sì, per i portoghesi Tabucchi è stato uno scrittore portoghese.

Proseguiamo l’itinerario uscendo dal Cemitério dos Prazeres e saltando sul tram 28E. Qui il tram fa il capolinea, non dovreste avere problemi a trovare un posto a sedere; nel caso non trovaste posto seduti, reggetevi forte perché la guida dei tramvieri di questa linea è molto… pittoresca!

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Seconda tappa: Chiesa do Carmo, Chiado
Accompagnati da: Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares eteronimo di Fernando Pessoa (Feltrinelli, trad. A. Tabucchi e M. J. de Lancastre, pagine 279, 8 €)
Mezzo di trasporto: tram 28E, fermata Chiado

Diventato una pura attenzione dei sensi, fluttuo senza pensiero e senza emozione. Mi sono svegliato presto; sono uscito per strada senza idee fatte. Osservo come se riflettessi. Vedo come se pensassi. E una leggera nebbia di emozione sorge assurdamente dentro di me; la bruma che sta svanendo sembra infiltrarsi lentamente dentro di me. Sento involontariamente che sto pensando alla mia vita. È successo successo senza che me ne accorgessi. Credevo soltanto di vedere e di sentire, di non essere altro, in tutto questo mio ozioso itinerario, che un riflettore di immagini, un paravendo bianco dove la realtà proietta colori e luce invece di ombre. Ma senza saperlo ero di più.

Chiesa do Carmo, Lisbona (foto: Claudia)

Per raggiungere la chiesa do Carmo dobbiamo scendere dal tram 28E alla fermata Chiado, quindi percorrere Rua Serpa Pinto, svoltare su Traversa Carmo, giungere nella piazzetta cinta da Largo do Carmo ed eccoci. La chiesa do Carmo fu una delle maggiori chiese gotiche di Lisbona, costruita nel 1389, ma danneggiata pesantemente dal terremoto del 1755. La sua ricostruzione venne interrotta nel 1834, anno in cui vennero soppressi alcuni ordini religiosi, così la chiesa ricorda un’antica nave naufragata.

La chiesa do Carmo è un luogo mistico e silenzioso nel pieno centro del Chiado, un quartiere vivace e chiassoso. Nel nostro itinerario leggiamo le parole di Bernardo Soares, uno dei molti eteronimi di Pessoa, nella navata centrale della chiesa del Carmo. Nel passo citato, non si fa menzione del Carmo, ma non abbiamo difficoltà ad immaginare un inquieto Fernando Pessoa che riflette tra le rovine della chiesa del Carmo.

Il viaggio prosegue, lasciamo i silenzi del Carmo al nostro Fernando Pessoa.

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Terza tappa: Praça Rossio, centro
Accompagnati da: Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi (Feltrinelli, 214 pagine, 7.50 €)
Mezzi di trasporto: i nostri piedi

Eppure Pereira lo invitò a pranzo, sostiene, e scelse un ristorante del Rossio. Gli parve una scelta adatta a loro, perché in fondo erano due intellettuali, e quello era il caffé e il ristorante dei letterati, negli anni venti era stato una gloria, ai suoi tavolini si erano fatte le riviste di avanguardia, insomma, ci andavano tutti (…) Discesero in silenzio l’Avenida da Liberdade e arrivarono al Rossio. Pereira scelse un tavolino all’interno (…) Si guardò intorno, ma non vide nessun letterato, sostiene. I letterati sono tutti in ferie, disse per rompere il silenzio, forse sono in vacanza (…) Forse stanno semplicemente in casa loro, rispose Monteiro Rossi, non devono avere molta voglia di andare in giro, con i tempi che corrono. Pereira sentì una certa malinconia, sostiene, pensando a quella frase.

Praça Rossio (foto: Claudia)

Dalla chiesa do Carmo per arrivare in Praça Rossio, anche detta Praça Dom Pedro IV, bastano pochi minuti a piedi; si scende da Rua do Carmo, quindi si svolta su Rua 1° de Dezembro e dopo aver percorso un breve tratto su Rua Áurea, eccoci in una delle più eleganti e raffinate piazze di Lisbona.

Il Rossio è stato per secoli il centro della vita cittadina: qui si celebravano corride, esecuzioni capitali, auto da fé, parate militari e mercati. Prima del grande terremoto del 1775, Praça Rossio era circondata da maestosi edifici del Cinquecento, da un ospedale, un convento e chiese. Oggi si presenta come una piazza squadrata circondata di verde e di edifici tipici dell’architettura pombalina.

È in questa piazza che il dottor Pereira dà appuntamento a Monteiro Rossi e dato che s’incontrano per una pausa pranzo, perché non fermarci anche noi a mangiare qualcosa di tipico? Vi suggerisco due locali in Rua dos Sapateiros: A Licorista O Bacalhoeiro ai numeri 222-224 e Restaurante Uma al numero 177. Le omelette di formaggio e le crocchette di bacalhau del primo sono insuperabili, mentre l’arros de marisco del secondo è un capolavoro gastronomico.

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Quarta tappa: Miradouro Nossa Senhora do Monte, Alfama
Accompagnati da: A Lisbona con Antonio Tabucchi di Lorenzo Pini (Giulio Perrone, 174 pagine, 12 €)
Mezzi di trasporto: tram 28E, fermata Graça

Graça è come un piccolo paese a sé (…) La Graça mantiene ancora il carattere autentico della sua origine operaia, che risale a inizio Ottocento (…) Miradouro da Nossa Senhora do Monte, ore 17. Boa viagem Lisboa espera por ti, c’è scritto in blu, su piastrelle di ceramica, nel muro accanto alla chiesa di São Gens, in cima alla collina della Graça (…) Qualcuno suona una chitarra (…) A guardare Lisbona dal suo belvedere più alto sembra di poterla abbracciare.

Miradouro Nossa Senhora do Monte, Lisbona (foto: Claudia)

Ora che avete mangiato alcune specialità portoghesi, ci va una bella passeggiata. Da Praça Rossio giungiamo a piedi a Praça Martim Moniz, passando per Praça Figueira e Rua J. das Regras. La fermata Martim Moniz è il capolina orientale del tram 28E per cui dovreste trovare posto a sedere.

Scesi dal tram, fermata Graça, verrete catapultati in una Lisbona molto più tranquilla, benché Graça sia a poche fermate dalla Catedrale di Sé. A Graça si viene per salire sui suoi miradouros e per ammirare le maestose azulejos della Chiesa da Graça.

Una volta ammirate le azulejos e il chiostro in rovina di Nossa Senhora da Graça, preda delle erbacce ma fascinoso come non mai, saliamo a piedi verso il Miradouro Nossa Senhora do Monte, uno dei più alti della città, seguendo la ripidissima Calçata do Monte. Quasi sicuramente troviamo un ragazzo che suona una melodia che si farà sempre più malinconica man mano che la giornata volgerà al termine; da quassù si ha la sensazione di abbracciare Lisbona: dal Castelo di San Jorge al ponte XXV Abril, scorgerete il Cristo Rei e le lunghe Avenidas.

Il sole tramonta lentamente, le luci della città si accendono un po’ per volta. È il ponte XXV Abirl l’ultimo ad accendere le luci regalando uno spettacolo a dir poco unico. Difficile scordare un tramonto come questo, uno di quelli che una volta a casa provocheranno quel famoso sentimento che si può dire solo in portoghese: saudade.

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Quinta tappa: Monastero dos Jerónimos, Belém
Accompagnati da: Viaggio in Portogallo di José Saramago (Feltrinelli, trad. R. Desti, 472 pagine, 12 €)
Mezzi di trasporto: tram 28E e 15E, fermata Monastero dos Jerónimos

Il viaggiatore si riempie di buon’aria il petto, come chi issa le vele per prendere il vente del largo, e fa rotta verso il Monastero dos Jerónimos (…) una meraviglia di architettura (…) Produssero molto gli architetti del manuelino. Mai nulla di più perfetto di questa volta della navata né di tanto ardito come quella del transetto. Tantissime volte il viaggiatore ha fatto professione di fede di una certa rudeza naturale della pietra, ma adesso si deve arrendere davanti alla decorazione raffinatissima, che sembra un merletto imponderabile, dei pilastri, incredibilmente sottili per il carico che sopportano (…) Il chiostro è bellissimo (…)

Monastero dos Jerónimos, Lisbona (foto: Claudia)

Per raggiungere uno dei luoghi più suggestivi di Lisbona dobbiamo tornare alla fermata Graça e riprendere il tram 28E in direzione Praça do Comércio e scendere alla fermata Rua da Conceição, quindi percorrere a piedi la stupenda Rua Augusta e giungere in Praça do Comércio. Qui dobbiamo saltare sul tram 15E per un lungo tratto: la nostra fermata è Monastero dos Jerónimos.

Scesi dal tram lo si vede immediatamente, l’immenso complesso del monastero, il monumento più importante della città di Lisbona, capolavoro dell’arte manuelina e Patrimonio mondiale dell’UNESCO. Fondato nel 1502 da Dom Manuel I, era abitato dai monaci che assistevano i marinai in transito sull’estuario del Tago, fornendo anche assistenza spirituale prima dei lunghi e pericolosi viaggi per mare; fortunatamente, la struttura non fu danneggiata dal terremoto del 1775, ma nel 1883 la comunità religiosa si sciolse e il monastero venne abbandonato.

Entrare nel monastero oggi, in quel chiostro silenzioso dove luci e ombre giocano sui lastricati di calcare disegnando geometrie fantasiose, è un’esperienza bellissima. Nel chiostro inferiore si trova la tomba di Fernando Pessoa, mentre nella chiesa di S. Maria di Belém si trovano le tombe del navigatore Vasco de Gama e del poeta Camões, colui che descrisse Cabo da Roca come il luogo “ove la terra finisce e il mare comincia”.

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Siamo giunti alla fine di questo viaggio letterario e sicuramente sarà quasi ora di fare un’altra gustosa pausa. Riprendiamo il tram 15E e scendiamo alla fermata Cais do Sodré; pochi metri a piedi ed ecco la Manteigaria ovvero la Fábrica de Pastéis de Nata, quel tipico dolcetto portoghese fatto di sfoglia e crema all’uovo.

Calorico, certo, ma direi che dopo questo viaggio ce lo siamo proprio meritato.

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Suggerimenti per il viaggio:

Come arrivare a Lisbona
Molte compagnie aeree servono l’Aeroporto Humberto Delgado di Lisbona, tra cui le compagnie low cost Blue Air, EasyJet, Ryanair e Vueling

Dove mangiare
A Licorista O Bacalhoeiro (cosa mangiare: crocchette di bacalhau, omelette al formaggio, polpo alla griglia)
Restaurante Uma (cosa mangiare: arros de marisco)
Manteigaria Fábrica de Pastéis de Nata

Guide turistiche consultate
Lisbona Cartonville, Touring Club Italiano, 9.90 €
Lisbona, Touring Club Italiano, Guide d’Europa, 19.50 €

Tram panoramici
28E e 15E (www.carris.pt)

Informazioni e costi dei luoghi citati
Cemitério dos Prazeres: ingresso gratuito
Convento do Carmo: ingresso a pagamento (4 €)
Praça Rossio: ingresso gratuito
Miradouro Nossa Senhora do Monte: ingresso gratuito
Monastero dos Jerónimo: ingresso a pagamento (10 €)

Ivano Porpora | Fiabe così belle che non immaginerete mai

(…) quando una persona ti parla di un mondo a mille colori, e tu dici che ce n’è uno solo, non pensare che sia un pirla: magari ha solo avuto il coraggio di procurarsi occhiali migliori dei tuoi [Ivano Porpora, Fiabe così belle che non immaginerete mai]

C’era una volta, in un Reame Lontanissimo, ma così lontano che se chiedevi indicazioni per raggiungerlo ti rispondevano tipo: uh, ma per carità!, lascia stare che consumeresti le suole di un cointainer di Primigi o altri dicevano tipo: dovresti percorrere almeno seimila anni luce sui convogli di Trenitalia, ti pare il caso? Quindi, in questo Reame Lontanissimo si svolge la storia del Libro Magico, di Dina la bambina frignona (e rompiballe) e della Strega Cattiva.

In questo Reame Lontanissimo – e Grandissimo, pure – c’era un Libro Magico che, per semplicità chiameremo: “Fiabe così belle che non immaginerete mai“; no fermi, facciamo: Libro Magico, così il titolo è più corto. Comunque, questo Libro Magico lo aveva scritto un certo Ivano Porpora che, capitato per sbaglio nel Reame Lontanissimo – e Grandissimo -, aveva lasciato un’unica copia del Libro Magico nella biblioteca della città, in modo che tutti gli abitanti potessero leggerlo.

Nel Reame Lontanissimo – e Grandissimo – c’era una bambina di cinque anni che si chiamava: Dina, che era frignona (e un po’ rompiballe) tanto frignona che i genitori la lasciavano vagare per il paese da sola e lei adorava andare in biblioteca. Sì, aveva cinque anni e già sapeva leggere: era precoce, va bene? Volete andare avanti voi?

Ogni giorno Dina si allacciava le sue Primigi nuove di fabbrica e correva in biblioteca a leggere il Libro Magico, che ormai conosceva a memoria. La sua fiaba preferita era “L’uomo che perse a briscola con la tristezza“, benché Dina non sapesse cosa fosse la briscola (ma la tristezza sì, eh); amava molto anche la fiaba “Il nuovo paio d’occhiali“, ché aveva imparato che il mondo si deve guardare a colori, e non in bianco e nero; mentre il Kraken con centinaia di orologi waterproof per ogni tentacolo era il suo mostro preferito, che sperava, un giorno, d’incontrare.

Comunque. Una mattina, giunta in biblioteca, Dina chiese di consultare il Libro Magico ma il bibliotecario le spiegò che era sparito. Come sparito?, domandò la bambina e iniziò a frignare. Hai poco da frignare, la redarguì il bibliotecario, ti dico che il Libro Magico non c’è.

Dina uscì dalla biblioteca con le lacrime agli occhi e all’improvviso si palesò la Strega Cattiva con il Libro Magico tra le grinfie. Cerchi questo?, le domandò. Dina smise di frignare: Sì, dammelo. Col cavolo, rispose la Strega Cattiva e iniziò a ghignare in modo malvagio. Dina ricominciò a frignare. Se vuoi il libro, prova a prenderlo, gné gné!, la schernì la Strega Cattiva. Dai, però, sei cattiva! disse Dina tra le lacrime. Eh, ma va?

La Strega Cattiva batté due volte i tacchi delle sue Primigi ormai fruste e volò via; Dina non si perse d’animo, oltre che frignona era pure testarda. Anche la bambina batté due volte i tacchi delle sue Primigi nuove di fabbrica e volò via dietro la Strega Cattiva.

Le due si inseguirono per tutta l’estensione del Reame Lontanissimo – e Grandissimo – che era veramente grandissimo, ma tipo che volarono sopra tundre, taighe, ghiacci artici e antartici, foreste pluviali ed equatoriali, su deserti caldi e deserti freddi, volarono su oceani, delta ed estuari, mari, fiumi, laghi salati, laghi immensi e laghi piccoli. Insomma, avete capito. Dina continuava a chiedere il Libro Magico indietro e la Strega Cattiva continuava a rispondere: giammai!

Finalmente giunsero ai confini del Reame Lontanissimo – e Grandissimo – o meglio: quello che si suppone fosse il confine perché nessuno c’era mai stato, tanto era grandissimo il Reame. Dunque, l’apparente confine era delimitato dalle pendici di un gigantesco vulcano: per dire, più grande del Mauna Kea, più grande del Krakatoa, più grande del Popocatépetl, più grande del: insomma, avete capito, era grande. Fu lì, alle pendici del vulcano, che Dina decise di frignare e fare capricci con lo scopo di sfinire l’avversaria.

Dina frignò e frignò, per Quaranta Giorni e Quaranta Notti, pianse e pianse tutte le lacrime che poteva piangere una bambina di cinque anni frignona (e un po’ rombipalle); pure il cielo si coprì e iniziò a piovere e piovere, e lacrime e pioggia assieme sommersero le tundre e le taighe, i ghiacci artici e antartici, le foreste pluviali e quelle equatoriali, i deserti caldi e i deserti freddi, e gli oceani e i delta e gli estuari e i mari e i fiumi e i laghi salati, immensi, piccoli.

E la Strega Cattiva alla fine non ne poté più: Tiè, piglia ‘sto libro e vattene solo, ché sei una rompiballe, non so come facciano i tuoi poveri genitori a sopportarti. La Strega Cattiva batté i tacchi delle sue Primigi ormai fruste e scomparve.

La piccola Dina, vittoriosa, prese il Libro Magico e lo abbracciò teneramente. Qualche secondo dopo, tornò il sole su tutto il Reame Lontanissimo – e Grandissimo – e comparve anche un grande arcobaleno. Dina batté i tacchi delle sue Primigi nuove di fabbrica e tornò al suo paese.

Il Fattore – ovvero il Sindaco -, l’Ortolano e il Farmacista avevano già dato l’allarme per la scomparsa della bambina perché non sentivano più frignare e tirarono un sospiro di sollievo quando videro tornare Dina con il Libro Magico. (I genitori non avevano dato nessun allarme perché non si erano accorti che Dina fosse sparita: erano ormai sordi e immuni alle scenate isteriche della figlioletta adorata).

Il Libro Magico – che, ricordiamo, di nome giusto faceva: “Fiabe così belle che non immaginerete mai” – fu riportato in biblioteca ma per evitare che in futuro qualcuno rubasse l’unica copia, una casa editrice che chiameremo, per esempio: LiberAria editrice, pubblicò molte copie del pregiato testo, le quali furono inviate ai quattro angoli del Reame Lontanissimo – e Grandissimo.

E così, tutti ebbero la loro storia e il loro momento magico. Ah, già: e vissero tutti felici e contenti.

Questa mia recensione insegna tre cose, cari lettori:

A volte frignare serve, a volte no. Valutate caso per caso.

Quando un libro è bello, è bene averne più copie in casa: non sia mai che venga prestato a qualche pesudolettore della domenica che poi non ce lo restituisce. O se ve lo ruba una Strega Cattiva sai che stress andarlo a recuperare chissà dove!

Leggete “Fiabe così belle che non immaginirete mai” di Ivano Porpora (LiberAria editrice, 165 pagine, 15 €) perché tutti abbiamo bisogno di una storia che ci scaldi il cuore.

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Patrizio Nissirio | Atene, cannella e cemento armato

Però Atene è brutta. Non potrei mai ricordare e contare quante volte ho sentito questa frase dal contrariato turista (da non confondere col viaggiatore, ovviamente) che frettolosamente e con il fiatone si arrampica nella calura agostana sulle pendici dell’Acropoli, così per mettere la bandierina del ‘ci sono stato’ (…) Ad Atene, la Storia e l’Oriente ne segnano per sempre l’identità, a dispetto del suo aspetto moderno solo superficialmente sgangerato. E questo sfugge a tutti quei turisti senza il tempo per conoscerla. Perché è proprio il tempo l’enzima che accende la rovente, sensuale reazione chimica con Atene [Patrizio Nissirio, Atene, cannella e cemento armato]

Nel libro “Atene, cannella e cemento armato” (Giulio Perrone Editore, 139 pagine, 12 €) Patrizio Nissirio, giornalista e scrittore responsabile di ANSAmed, racconta la capitale della Grecia ai lettori italiani, con uno stile ironico, fresco e scorrevole. Molti di coloro che visitano Atene superficialmente – vuoi perché si è di passaggio prima di andare a prendere i traghetti al Pireo, vuoi perché la capitale ellenica è la breve tappa di una crociera – ne restano delusi. Atene è brutta: i monumenti principali sono inglobati tra palazzi osceni, orrendi, molti in costruzione o ormai abbandonati a sé stessi.

L’abusivismo edilizio, l’assensa di piani regolatori, la dittatura militare che ‘regalava’ licenze edilizie, sono alcuni fattori che hanno permesso ad una delle più antiche città del mondo di diventare una foresta di palazzoni e strade tortuose nate a casaccio, costantemente preda del traffico cittadino.

Il giornalista Nissirio nel suo reportage racconta molto bene la storia di Atene: dallo splendore ai tempi dei primi greci alla dominazione ottomana, dalla grande migrazione dei turchi dalla Grecia alle due guerre mondiali, dalla dittatura dei colonnelli all’ingresso nell’Unione Europea; quindi le speranze legate alle Olimpiadi del 2004 e l’affondo della grande crisi che ancora oggi, putroppo, affligge lo Stato ellenico.

L’attuale conformazione della città è figlia della storia che ha vissuto e a primo impatto, in effetti, per un turista o viaggiatore può non essere piacevole. Chi si aspetta una città antica, fatta di rovine (ma curate), piazze e monumenti resta irrimedialmente deluso: ci sono solo palazzi, e traffico, e caos, e inquinamento.

Ma Patrizio Nissirio, dovendo vivere ad Atene per motivi di lavoro, ha trascorso diversi anni nella capitale greca scoprendo che la città presenta degli aspetti affascinanti. I secoli della dominazione ottomana hanno lasciato sapori, profumi, colori, spezie e modi di fare; i monumenti, quelli sopravvissuti, hanno un fascino unico, se si pensa alla loro età; persino il Pireo, il più grande porto greco, ha un qualcosa di romantico.

Nissirio sceglie di raccontare Atene usando, oltre i suoi occhi, le parole dello scrittore Màrkaris Petros, uno tra i più noti giallisti ellenici tradotti in Europa. Attraverso le parole estrapolate dai romanzi di Màrkaris, Nissirio racconta l’Atene moderna, fatta anche e soprattutto di disparità tra poveri e ricchi (la Grecia è uno Stato dove l’evasione fiscale di manifesta con notevole prepotenza), l’arrivo dei profughi e i disordini che necessariamente si creano, il caos quodidiano, le illusioni post Olimpiadi e la palude della crisi. Oltre a Màrkaris, Nissirio cita altri scrittori e scrittici greci tradotti in italiano (una ricca bibliografia alla fine del volume raccoglie degli interessanti spunti di lettura).

I luoghi, particolarmente ad Atene, sono anche intrisi di assenze, di echi. Basta solo concedersi il tempo per ascoltare, persino nel rumore del traffico o tra gli slogan urlati di una manifestazione. E così, improvvisamente, tra gli edifici con gli alti portici sorretti da pilastri in cemento armato, le saracinesche abbassate per sempre e coperte di graffiti, come i muri tutt’attorno, si può avvertire sempre la presenza del fantasma del passato. Enorme, imponente, com’è il passato di questa città. Che in questa pagina di Liberaki ha anche un nome oggi dimenticato sulla via Aristotelous: Silenzio [Patrizio Nissirio, Atene, cannella e cemento armato]

Quando sono stata a Creta non sono passata da Atene perché avevo acquistato un volo diretto verso Chanià, e in parte mi è dispiaciuto non fermarmi – anche solo un paio di giorni – nella capitale greca. Nonostante quai tutti quelli che conosco che ci sono stati mi dicano che è una città invivibile, io sono testarda e a loro non credo: io Atene vorrei vederla. Dalle immagini che ho visto in rete, da ciò che ho letto (e non solo nel libro di Patrizio Nissirio), per come sono fatta, io credo che Atene potrebbe proprio piacermi.

Certo, i palazzi e tutto quel cemento armato, con i ferri che spuntano ovunque, son proprio orrendi. Ma Atene, va scoperta, con calma, senza tanta fretta. Un sito archeologico potrebbe essere nascosto da una serie di palazzoni fatiscenti, l’ideale potrebbe essere di fermarsi un attimo alla taverna, bere qualcosa di fresco mentre si consulta una mappa. La salita all’Acropoli io non lo affronterei alle tre del pomeriggio, rischiando un colpo apoplettico per il calore; sull’Acropoli ci salirei al tramonto, perché credo che solo da lassù potrei rendermi conto di quando davvero sia grande Atene (città che, racconta Nissirio, raccoglie metà della popolazione greca).

Sì, insomma. Credo che potrei innamorarmi di Atene, delle sue luci e delle sue ombre.

Atene, città dai sapori e odori fortissimi, alla fine sa conquistare – e per sempre – chi ci si muove nel modo più aperto e curioso. Prima, però, bisogna passare una sorta di esame: chi si ferma al suo aspetto più esteriore troverà sempre un motivo per non amarla, e fuggire verso il mar Egeo. La città sa invece premiare chi la attraversa a sensi aperti [Patrizio Nissirio, Atene, cannella e cemento armato]

Lorenzo Pini | A Lisbona con Antonio Tabucchi. Una guida

Arriviamo in una città che non conosciamo. Via mare, via aria, via terra, non importa. Possiamo scegliere di percorrerla a caso senza meta e lasciare che tutto quello che accade sia inaspettato, oppure seguire consigli e dettagliati itinerari di guide turistiche. Potremmo aver visto un film ambientato in quella città, o letto un libro che ce ne parla (…) Ci sono tanti modi di prepararsi a un viaggio, breve o lungo che sia. E tra questi è incluso anche quello di non partire affatto, e viaggiare solo con la mente. In tutti questi casi, che sia la nostra fantasia o la rigorosa documentazione, avremo una percezione di quel luogo. La percezione di una realtà, tra le tante realtà [Lorenzo Pini, A Lisbona con Antonio Tabucchi]

Mi chiedo se sia possibile amare un luogo senza averlo mai visitato. Amarlo semplicemente perché suona bene il nome, perché lo si immagina avvolto da una calda luce, perché le fotografie restituiscono l’idea di un luogo bellissimo.

Amo il Nord Europa e chi segue le mie letture lo ha capito; c’è però un altro luogo in Europa che sogno di vedere da anni: il Portogallo. Perché proprio il Portogallo? Perché io amo i confini e i luoghi di confine e le terre lusitane sono state, per secoli, le terre più ad ovest del mondo conosciuto: Cabo de Roca era il confine tra il mare e la terra, ed è a tutti gli effetti il punto “dove la terra finisce e il mare comincia”.

Nelle ricerche di romanzi ambientati in Portogallo o scritti da autori lusitani od originari delle ex-colonie, mi sono imbattuta in “A Lisbona con Antonio Tabucchi” di Lorenzo Pini (Giulio Perrone editore, 174 pagine, 12 €), originalissima guida letteraria che ho divorato in pochi giorni.

Lorenzo Pini conduce il lettore attraverso la Lisbona descritta da Antonio Tabucchi nei suoi romanzi Sostiene Pereira e Requiem, e nei suoi racconti Any where out of the world e Il gioco del rovescio. Dopo un’introduzione estratta da Requiem e un breve scritto con la storia della città (dalla fondazione ad opera dei fenici alla caduta della dittatura nel 1974), la guida di Lorenzo Pini si suddivide in sette capitoli, dove i primi sei sono dei veri e propri itinerari che il viaggiatore può seguire percorrendo le tracce dei personaggi tabucchiani (con tanto di cartine), mentre il settimo capitolo trae le conclusioni di questo viaggio immaginario. In Appendice, consigli culinari, suggerimenti per la visita, informazioni pratiche per organizzare un viaggio nella capitale lusitana.

La Lisbona di Tabucchi è geografia, architettura, spazio urbano e memoriale, entro i cui confini si sono consumati eventi privati e pubblici, esistenziali, storici e politici (…) Lisbona così com’è, pare fatta apposta per la finzione letterarie. Una matrice marittima che è nella storia del porto, nei moli protesi nell’azzurro [Lorenzo Pini, A Lisbona con Antonio Tabucchi]

Peniche (Photo by Mario Vassiliades on Unsplash)

Nel libro di Lorenzo Pini seguiamo i personaggi creati da Antonio Tabucchi attraverso le viuzze e le immense piazze di Lisbona. Ma non solo: con il protagonista di Requiem e con il dottor Pereira ci spingiamo sino a Cascais, dove le acque del Tago si gettano nell’Oceano Atlantico e dove Lisbona finisce, per lasciare posto ai comuni dell’Estoril.

Città che si riflette sull’acqua, quelle placide e limacciose del Fiume Tago, città che respira grazie ai temporali che scoppiano all’improvviso e grazie alle brezze che spirano dall’Atlantico e regalano cieli azzurri, Lisbona sembra che abbia le carte in regola per farsi amare e per far provare quella sensazione che si può dire solo in portoghese: saudade.

Lorenzo Pini, rielaborando le parole di Tabucchi, prova a spiegare cos’è la saudade, quell’emozione celebrata da poeti e scrittori non solo portoghesi. Nostalgia per il futuro, dovrebbe essere, ma la definizione è incompleta. Forse il modo migliore per capire cos’è la saudade è mettere qualche abito in valigia e ritrovarsi a Lisbona – o a Cabo de Roca – al tramonto, l’ora in cui è più facile provare la saudade.

Lisbona (Photo by Lili Popper on Unsplash)

La guida di Lorenzo Pini è quindi una bella raccolta di passeggiate facilmente realizzabili per chi si trova a Lisbona e dintorni, seguendo appunto le tracce dei personaggi di romanzi e racconti. Un modo, a mio avviso, molto originale di vivere un luogo e forse anche di ricordarlo meglio una volta tornati a casa.

Leggere un romanzo o un racconto ambientato nel luogo che andremo a visitare, secondo me, aiuta a calarsi meglio nell’atmosfera e ad aver quella sensazione di averlo già vissuto, di apprezzarlo ancor più facilmente. E leggere una guida partendo dagli scritti di chi quel luogo l’ha amato tanto da aver deciso di farne una seconda Patria, certamente aiuterà il viaggiatore a vivere il viaggio con vera passione.

Così lo scrittore si specchia nella sua città, tra le case pombaline, gli electricos, le chiese barocche, le tascas, i miradouros. Antonio Tabucchi è prima di tutto cittadino di questo luogo e sfrutta, per riconvertirli ad uso letterario, i suoi Leitmotiv: il clima, il fiume, la conformazione dell’estuario. Ma soprattutto sfrutta l’ambivalenza, la capacità delle città di offrire scenari talvolta diametralmente opposti. Da viaggiatori, siamo incuriositi dal doppio volto che Lisbona può mostrare [Lorenzo Pini, A Lisbona con Antonio Tabucchi]

Titolo: A Lisbona con Antonio Tabucchi
L’Autore: Lorenzo Pini
Editore: Giulio Perrone editore
Perché leggerlo: perché un viaggio comincia nel momento in cui si inizia a sognarlo. Caldamente suggerito agli appassionati degli scritti di Antonio Tabucchi

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Massimo Cuomo | Bellissimo

Dietro al vetro c’è la faccia di Miguel, zero giorni. Davanti al vetro c’è la faccia di Santiago, cinque anni. La sua espressione stupita si riflette sulla vetrata insieme al neo sulla guancia destra. Come il bottone di una camicetta. Come il punto di un punto di domanda. E la domanda che pensa Santiago, osservando il fratellino nella culla oltre il vetro, è una soltanto: “Perché è così bello?” [Massimo Cuomo, Bellissimo]

Nel 1976 a Mérida, in Messico, nella famiglia Moya nasce un bambino bellissimo. La nascita di Miguel, questo è il nome del fortunato nascituro, interessa da subito tutta la popolazione del paese perché il piccolo Moya è così perfetto, così bello da conquistare chiunque lo guardi per la prima volta.

È impossibile non amare Miguel: i suoi sorrisini ammaliano le infermiere, che non perdono occasione di prenderlo in braccio e coccolarlo; la sua perfezione rende la famiglia entusiasta, mentre le amiche della mamma la invidiano perché ha un bambino così bello. Persino Santiago, il fratello maggiore di cinque anni, resta colpito dalla piccola creatura bellissima, ma sente anche che il suo arrivo cambierà qualcosa per sempre. Per tutti.

L’aura che Miguel esercita sulla famiglia Moya e sugli abitanti di Mérida si accentua quando, ancora piccolissimo, contrae la difterite e per miracolo ne guarisce. Miguel diventa “il bambino divino“, e mentre la sua bellezza si manifesta giorno dopo giorno, Santiago si sente sempre più messo da parte. Per tutta la loro vita insieme, Santiago e Miguel gestiranno con alti e bassi, amore e odio, gelosie e momenti di comprensione, il rapporto di fratellanza. Perché fratelli, bene o male, lo saranno per sempre.

Insomma, un santo, questo è diventato il piccolo Miguel. E questo pensa Maria Serrano mentre Vicente Moya la afferra senza riguardo, la trascina con sé sul tappeto, nella processione, in mezzo alla gente che grida, incontro alla festa che comincia. “E adesso?” le viene da dire guardando il marito, che non la sente nemmeno, per chiedere cosa sarà della serata, e cosa della loro vita [Massimo Cuomo, Bellissimo]

Ho acquistato “Bellissimo” di Massimo Cuomo (edizioni e/o, 264 pagine, 17 €) al Salone del libro di Torino e ho iniziato a leggerlo con le aspettative altissime. Dello stesso autore ho letto “Piccola osteria senza parole“, un romanzo che mi aveva conquistata e ha conquistato anche diversi amici ai quali l’ho prestato; “Bellissimo”, però, è molto diverso da “Piccola osteria senza parole” e non solo per i contenuti, ma soprattutto per lo stile dell’Autore.

Piccola osteria senza parole” è un romanzo scritto in modo semplice e scorrevole, molto ironico spesso, con parole in dialetto veneto e personaggi davvero surreali e divertenti; “Bellissimo”, invece, ha uno stile molto più complesso, ricco di frasi articolate con parecchi incisi e parole decisamente ricercate; in “Bellissimo” si legge chiaramente la capacità di Massimo Cuomo di rimettersi in gioco, di non fossilizzare il proprio modo di scrivere, di non restare lo scrittore statico che non cambia perché ha riscosso successo con i romanzi precedenti. E per cambiare radicalmente stile narrativo servono una buona dose di bravura e molto, molto coraggio.

Massimo Cuomo ha saputo rischiare, cambiando stile e il risultato è notevole: le suggestioni, le descrizioni dei luoghi – la luce del Messico, il calore della gente, i profumi e i sapori – e i sentimenti dei personaggi principali sono delinati con una precisione tale per cui chi legge ha la sensazione di essere trasportato nel tempo e nello spazio.

La mattina di San Cristóbal ha i rumori del mercato, il profumo nell’aria fresca di pannocchie arrostite e carne soffritta in sughi piccanti. Miguel muove a piedi verso il centro del paese, lungo vie di ciottoli diritte che salgono e scendono in dolci declivi, abbandonandosi al languore che sente attorno e dentro di sé, per vie bordate di muri dipinti, fermandosi ad assaggiare qualsiasi cosa se un colore oppure un odore lo attraggono, in posadas dai tetti rossi animati di chiacchiere e musica, fra venditori ambulanti di peperoncini, papaya, fagioli secchie  farina [Massimo Cuomo, Bellissimo]

Il contenuto del romanzo è semplice: “Bellissimo” indaga il rapporto tra Santiago e Miguel, illuminando una volta l’uno e una volta l’altro. Santiago è il fratello maggiore, forse mai notato del tutto neppure prima della nascita del fratellino; Santiago è silenzioso, riflessivo, vive quasi come in punta di piedi. Miguel è il bambino bellissimo, capace di ammaliare chiunque, che scopre molto presto le gioie (e i dolori) dell’amore. Ma Miguel scopre anche che la bellezza può essere una benedizione ma, se usata scorrettamente, allo stesso tempo può essere una maledizione.

Una benedizione: ottenere un lavoro, avere moltissime fidanzate, portare nel proprio cortile decine di donne e fare in modo che il padre ci guadagni su. Una maledizione: può renderlo antipatico, può allontanarlo dal fratello Santiago, può generare molti attriti e avere pochi amici.

Eppure, Santiago e Miguel saranno fratelli per sempre, si vorranno bene, nonostante le difficoltà, le invidie e le comprensioni; si aiuteranno, litigheranno, si allontaneranno, ritorneranno insieme e si cercheranno per tutta la vita. E nel finale, bellissimo e colmo di speranza, questo loro amore fraterno maturato con il tempo esploderà e fiorirà come un fiore cempasúcil.

Allora Santiago lo guarda negli occhi e capisce il senso della lettera che ha scritto, delle parole che ha scelto, della terra che dissoda, di questa casa sospesa nel niente di Topolobampo, lontana dall’unico posto dove dovrebbe essere, dove suo figlio dovrebbe nascere. E capisce che anche questo è amore. L’atto d’amore di Miguel per lui, per difenderlo da se stesso, per proteggerlo dal male che gli ha fatto, che potrebbe fargli ancora. Ma adesso, finalmente, Santiago non ha più paura [Massimo Cuomo, Bellissimo]

Titolo: Bellissimo
L’Autore: Massimo Cuomo
Editore: edizioni e/o
Perché leggerlo: perché è un romanzo ben scritto, piacevole da leggere, che indaga il rapporto tra due fratelli, il significato e le conseguenze della bellezza

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Alessandra Minervini | Overlove

Una delle bellezze di questo luogo dopo quelle abusate, i trulli, le chiese, le frise, le spiagge, la pizzica, è la cava di bauxite. La bauxite è il materiale da cui nasce l’alluminio. La casa non è segnalata sulle guide ufficiali. Gli informatori turistici non conoscono la strada. La cava è fuori uso. Tecnicamente è una cosa rotta. Non serve a nulla. Non ci puoi fare l’alluminio. Non ci puoi fare il bagno. Ha l’aspetto di un lago ma non lo è. E’ un deposito acquifero naturale. Un luogo inutile come solo la bellezza sa essere. Chi ci arriva, di solito con qualcuno che conosce la zona, capirà. Non è difficile. Capire. Ciò che ora è finito, ha avuto inizio in quel luogo [Overlove, Alessandra Minervini]

Carmine è un giovane musicista, ancora poco conosciuto, che cerca il successo. Anna è una donna adulta che alle spalle ha il peso del suicidio del padre, il fallimento del Negozio e l’ossessione della madre Carla per la serie tv che ha Margaret Mitchell come protagonista.

Carmine è sposato e ha una figlia, Anna è uno spirito libero. Carmine ama Anna, Anna ama Carmine. Si amano tantissimo. Il loro è un amore fortissimo, intenso, passionale, geloso. Ma il loro amore è troppo, si manifesta troppo intensamente. Oppure, non si amano affatto, ma stanno assieme solo per non sentirsi troppo soli.

Anna decide di porre fine alla storia con Carmine: è un amore destinato a non portare da nessuna parte, un amore che si trascina e che trascina gli stessi protagonisti al largo, in balia delle onde; è un amore che li rende fragili e indifesi, facili vittime di tempeste violente.

Così, Anna sperimenta per la prima volta cosa significa la mancanza. Mancanza del padre, suicidatosi un anno prima, mancanza dei soldi a causa del fallimento del Negozio, mancanza di Carmine. Non le era mai mancato prima. Prima di perderlo. Si percepisce l’importanza di una persona solo quando questa manca.

La voce è l’ultima cosa che se ne va quando una persona sparisce, non si dimentica. Le parole diventano una lingua perduta ma le storie che ha raccontato continuano a esistere, mettendo alle strette chi rimane [Overlove, Alessandra Minervini]

Carmine, invece, incassa il colpo e si butta sul suo lavoro da musicista e sui duri allenamenti per tenere sotto controllo peso e forma fisica. Si esibisce in diversi concerti, Carmine è l’unico componente dei Miamai, vince un premio. Ma non è soddisfatto. Anche a lui manca qualcosa.

La vittoria l’aveva attesa. L’aveva sognata. Ma poi, una volta sul palco, con il trofeo in mano l’unica cosa che avrebbe voluto fare era svuotarsi, dedicandosi a un pianto infinito alla salute di se stesso [Overlove, Alessandra Minervini]

Castel Sant’Angelo, Taranto (foto: Brunella Iannuzzi, Wikipedia CC BY-SA 4.0)

Overlove” di Alessandra Minervini (LiberAria editrice, 200 pagine, 12 €) è suddiviso in tre parti – la prima e la terza narrate in terza persona, la seconda in prima persona -, è un libro dove il linguaggio usato dall’Autrice è a tratti scorrevole, a tratti più barocco, con termini e paragoni che colpiscono; magnifiche sono le descrizione della Puglia, fotografata con leggerezza ma precisione, dove brillano i suoi colori e le sue sfumature, ma anche difetti e peculiarità.

Ma voce e stile sono ancora un po’ acerbi, destinati a migliorare con il tempo. La penna della Minervini è leggera e sussurra: racconta la storia di Carmine e Anna analizzando l’eccesso d’amore e la mancanza, due termini che sono strettamente collegati. Ma racconta lasciando vuoti, lasciando dubbi, lasciano punti in sospeso. 

Ci si interroga sull’amore: è giusto amare troppo?, cosa provoca l’eccesso d’amore? Carmine e Anna sperimentano sulla loro pelle tutto ciò che l’eccesso d’amore comporta: sentimenti negativi che consumano, rendono fragili, egoisti.  Amare troppo può portare alla distruzione di una storia d’amore. E quindi, alla mancanza e qualcosa manca solamente dopo averlo avuto e poi perso; non si sente la mancanza di qualcosa che non si ha mai posseduto o qualcosa che si sa che non si posserà mai.

Come poteva una canzone dedicata alla mancanza di amore essere diventata un inno all’abbondanza, anche spicciola, di amore? [Overlove, Alessandra Minervini]

Nel romanzo, oltre Carmine e Anna, si muovono diversi personaggi accennati come fossero fantasmi destinati a infestare solo lo sfondo della vicenda. Come il padre di Anna, del quale viene descritto il suicidio; come lo scrittore dei manuali di autoaiuto che diventano best seller; come Carla, la madre di Anna, intrappolata davanti alla televisione; come B&B, due montenegrini che vedono nell’Italia la possibilità di riscattarsi.

Il romanzo “Overlove” è riuscito nel difficile intento di fotografare le paure, le ansie, i dubbi della generazione di oggi. Alla fine del romanzo, messi a nudo sotto la lente di ingrandimento della Minervini, né Anna né Carmine sono maturati sono ancora molto indecisi, insicuri, timidi ad ogni passo. Entrambi non hanno ancora compreso appieno cosa vogliono dalla vita. Ma se Anna, forse, con un po’ di coraggio cerca di fare un passo indietro, ciò che trova è una porta chiusa. Per il momento.

E’ a fare quel passo che dovremmo aspirare tutti, anche se siamo sicuri che la porta sia chiusa. Osare, amare e vivere intensamente, fare un passo indietro se necessario e ammettere i propri errori. Overlove. Meglio l’amore piuttosto che la mancanza.

Quando un meccanismo si inceppa, bisogna ripararlo. Ma prima c’è un’operazione da svolgere: comprendere l’entità del danno, per pensare alla soluzione. Quando un meccanismo si inceppa, la prima cosa che bisogna fare è riavviare il programma. Come nel reset, dopo il quale molti dati vanno persi. Non tornano più. Si gioisce per quelli sopravvissuti e, con il passare del tempo, si affievolisce il dispiacere per quelli andati per sempre [Overlove, Alessandra Minervini]

Titolo: Overlove
Autrice: Alessandra Minervini
Editore: LiberAria editore
Perché leggerlo: per i colori della Puglia, per le sue descrizioni, le persone che la abitano. Per riflettere sui sentimenti, sull’amore, sulla mancanza, sugli eccessi.

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Marco Balzano | L’ultimo arrivato

Comunque non è che sono emigrato così, da un giorno all’altro. Non è che un picciriddu piglia e parte in quattro e quattr’otto. Prima mi hanno fatto venire a schifo tutte cose, ho collezionato litigate, digiuni, giornate di nervi impizzati, e solo dopo me ne sono andato via. Era la fine del ’59, avevo nove anni e uno a quell’età preferirebbe sempre il suo paese, anche se è un cesso di paese e niente affatto quello dei balocchi. Ma c’è un limite a tutto e quando la miseria ti sembra un cavallone che ti vuole ingoiare è meglio che fai fagotto e te ne parti, punto e basta [Marco Balzano, L’ultimo arrivato, Sellerio]

Ninetto è un picciriddu che vive a San Cono con il padre Rosario e mamma sua. Sono gli Anni Cinquanta, la miseria e la povertà sono spietate quanto il sole che picchia sulla terra sicura in estate; Ninetto vive a pane e un’acciuga ed è tanto magro e smilzo che lo chiamano Ninetto pelleossa.

Quelli che saltano sui treni diretti a nord sono tanti, perché a San Cono e nelle campagne non c’è niente oltre la fame. Ninetto interrompe malvolentieri gli studi prima di conseguire la quinta elementare perché lui sognava di diventare poeta come Giovanni Pascoli, il suo preferito. Il maestro Vincenzo è affranto perché Ninetto è un ottimo studente, ma è anche un uomo che sa che in un paese come San Cono di futuro non ce n’è.

Un brutto giorno, quando Ninetto ha solo nove anni, la mamma sua prende un colpo e non resta che confinarla in un ospizio a Catania. Ninetto è convinto che non lascerà mai San Cono, il paese suo, ma il lavoro nel podere di Don Alfio, a coltivare quella terra sassosa e sterile, è troppo duro per un bambino e Giuvà gli propone di andare a Milano con lui. Rosario, il padre, è felice che Ninetto vada a Milano perché lassù al nord ci sarà futuro per lui.

Una volta giunto a Milano, dopo aver attraversato l’Italia intera, per Ninetto è un’altra delusione. Non si aspettava una città così grigia, nebbiosa, scialba, dove le persone corrono e non si salutano nemmeno se per sbaglio si sfiorano. Non pensava che sarebbe finito a vivere in un alveare assieme ad altri emigrati, non immaginava che i milanesi lo avrebbero per sempre etichettato come napulì, benché lui a Napoli non ci fosse nemmeno mai stato.

La casa dell’alveare è un’altra storia per cui servono poche parole. Non perché era brutta, ma perché era una desolazione colossale (…) Dalla finestra però si vedeva solo l’alveare dei veneti e la ciminiera che non smetteva mai di sbuffare. Nemmeno uno spicchio di cielo [Marco Balzano, L’ultimo arrivato, Sellerio]

Mario Sironi “Paesaggio urbano” (1940/41), Pinacoteca di Brera

L’ultimo arrivato” di Marco Balzano (Sellerio editore, 205 pagine, 15 euro) è un romanzo scritto in prima persona che abbraccia la storia d’Italia, dagli Anni Cinquanta ai primi del Duemila. E’ il Ninetto di oggi che si racconta la sua storia, ripercorrendo le tappe più importanti ed evitando di parlarsi del periodo più difficile della sua vita.

Marco Balzano sceglie di narrare la storia di Ninetto utilizzando spesso parole in dialetto e gergali, dimenticando apposta qualche congiuntivo perché Ninetto ha studiato poco anche se, grazie ad un sindacalista della fabbrica dove ha lavorato tanti anni, è riuscito a seguire le scuole serali e conseguire il diploma di media inferiore.

Il romanzo di Balzano apre una serie di importanti questioni sulle quali siamo chiamati a riflettere. L’abbandono del paese natio, che per quando cesso possa essere, è sempre il proprio paese d’origine, al quale – bene o male – si resterà legati per tutta la vita. L’emigrazione minorile degli Anni Cinquanta e primi Anni Sessanta, dove moltissimi minori (bambini di nove o dieci anni) partivano senza genitori verso il nord Italia, al massimo accompagnati da parenti. Quindi, in conseguenza, il lavoro minorile: Ninetto lavora inizialmente per una milanese che gli fa fare turni massacranti, senza pensare che è solo un bambino e quelle fatiche non è in grado di sopportarle. Poi, trova lavoro all’Alfa Romeo e per trentadue anni ogni giorno in fabbrica è sempre uguale, alienante, massacrante.

La forte diffidenza che avevano gli abitanti del nord nei confronti di quelli del sud, tanto da etichettarli come “napulì” o “terroni”, termini che generalizzavano lo schifo che avevano i milanesi verso queste persone. Il fatto stesso di confinare non solo i meridionali ma anche i veneti o gli emiliani in case popolari orrende (l’alveare), cubi di cemento o cartongesso squallidi, spesso con i bagni in comune, era il segno che i milanesi queste persone non le volevano tra loro.

Mario Sironi “Periferia” 1922

Ne “L’ultimo arrivato” di Marco Balzano, come ricorda nella postfazione, Ninetto è un personaggio inventato ma le vicende che vengono narrate non lo sono dato che l’Autore ha intervistato moltissime persone di origini meridionali emigrate nel triangolo industriale Torino-Genova-Milano nel Dopoguerra. E’ quindi un romanzo utile per capire una parte della nostra storia che dovrebbe insegnarci qualcosa mentre sembra che, se ieri i discriminati erano i “napulì”, oggi sono i migranti stranieri.

Forse, la storia non è così semplice da imparare e molto spesso non sono altro che parole al vento; quel che resta è l’ignoranza nel discriminare il prossimo, di relegarlo ai margini, perché sembra sempre essere questo il destino dell’ultimo arrivato.

Quando gironzolo devo avere l’espressione di un cacciatore di pepite perché mi vado a infognare in certi vicoli e angoli che non si trovano facilmente e che forse solo per me significano qualcosa. Strade inutili e anonime, come lo erano ai miei tempi. E come forse sono sempre state. C’è chi nasce strada principale e chi strada senza uscita. La legge di chi è povero cristo e chi no vale per l’universo intero, mica solo per gli uomini [Marco Balzano, L’ultimo arrivato, Sellerio]

Titolo: L’ultimo arrivato
L’Autore: Marco Balzano
Editore: Sellerio
Perché leggerlo: perché è un romanzo che insegna chi era discriminato ieri e chi è discriminato oggi; chi veniva relegato ai margini e chi viene relegato oggi; quando è stata dura la vita di molte persone che hanno trascorso l’esistenza a lavorare senza mai vivere veramente.

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Paolo Cognetti | Le otto montagne

Il paese di Grana si trovava nella diramazione di una di quelle valli, ignorata da chi passava di lì come una possibilità irrilevante, chiusa in alto da creste grigio ferro e in basso da una rupe che ne ostacolava l’accesso (…) Una strada sterrata si staccava dalla regionale e saliva ripida, a tornanti, fino ai piedi della torre; poi superandola si addolciva, voltava sul fianco della montagna ed entrava nel vallone a mezza costa, proseguendo in falsopiano. Era luglio quando la imboccammo, nel 1984. Nei prati stavano falciando il fieno. Il vallone era più ampio di come sembrava da sotto, tutto boschi sul lato in ombra e terrazzamenti al sole: giù in basso, tra le macchie di arbusti, scorreva un torrente che ogni tanto intravedevo luccicare, e quella fu la prima cosa di Grana a piacermi. Leggevo romanzi d’avventura all’epoca. Era stato Mark Twain a trascinarmi all’amore per i fiumi [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Pietro ha una decina di anni e una grande voglia di vivere tante avventure. I genitori di Pietro sono da sempre innamorati delle montagne: le Dolomiti prima, dove si sono conosciuti e sposati, e le montagne del massiccio del Monte Rosa poi. Nei primi anni Settanta si sono trasferiti dalle montagne venete a Milano per lavoro. Giovanni, il padre di Pietro, lavora in una grande azienda chimica e soffre in città, tanto da decidere di spendere i risparmi per affittare una casetta in montagna.

E’ la mamma di Pietro a scoprire il paesino di Grana, un abitato costituito da poche anime e tante baite ormai in rovina, un luogo per nulla frequentato dai turisti; tutti e tre se ne innamorano subito e da quel momento in poi ogni estate li vedrà a Grana. La mamma esplora i boschi e s’incanta di fronte ai colori dei rododendri selvatici, il papà sale in alta quota in montagna, sfida i ghiacciai e i Quattromila, scrive pensieri entusiasti dei diari di vetta. Pietro incontra Bruno, un ragazzino circa della sua età, l’unico di Grana.

C’era un ragazzino che pascolava le mucche nei prati lungo la riva (…) Portava sempre con sé un bastone giallo, di plastica, dal manico ricurvo, con cui spronava le mucche su un fianco per spingerle giù verso l’erba alta [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Da un laconico dialogo, grazie all’intervento della mamma durante la prima merenda con latte e biscotti, nasce una grande amicizia: Pietro e Bruno iniziano a frequentarsi e a vivere mille cose assieme, come le esplorazioni delle vecchie baite abbandonate, le gite al fiume, le escursioni in montagna con Giovanni. Il momento di lasciare Grana e tornare a Milano è sempre difficile, ma si sopporta il distacco pensando al ritorno.

Così adesso conoscevo anch’io la nostalgia della montagna (…) Anch’io adesso potevo incantarmi alla comparsa della Grigna in fondo ad un viale. Rileggevo le pagine della guida del Cai come fosse un diario, imbevendomi della loro prosa d’altri tempi (…) i giorni di Grana mi sembravano così lontani da chiedermi se fossero esistiti davvero (…) la primavera tornava perfino a Milano e la nostalgia si trasformava in attesa che arrivasse il momento di tornare su [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Pietro torna a Grana e Bruno è sempre lassù ad attenderlo. Trascorrono gli anni e sembra che nulla possa mutare in questa sorta di trasumanza estiva da Milano a Grana; invece, le cose cambiano, perché sia Bruno che Pietro crescono. Pietro e Giovanni si allontanano, un figlio adolescente spesso fatica a capire un genitore e Pietro non capisce perché Bruno non voglia scendere in città a studiare o a cercare un lavoro che dia più certezze economiche.

Pietro si mostra sempre introverso, solitario, timido: studia cinema, cambia diverse città, vola persino in Himalaya per girare documentari e realizzare reportage. Bruno non abbandona Grana, è un giovane pieno di iniziativa ed entusiasmo, il lavoro duro non lo spaventa, vuole creare un’azienda agricola nell’alpeggio dello zio ma si mantiene facendo il muratore con il padre.

Non possono essere più diversi, Pietro alla costante ricerca di sé, girovago che non sa esattamente cosa vuole e dove vuole stare, e Bruno che accetta il suo destino quasi segnato di non doversi allontanare dalle montagne per nessun motivo. Ma se Pietro per qualche tempo si allontana da Grana – e quindi da Bruno – sarà Giovanni, indirettamente a riavvicinarli grazie all’eredità che lascerà al figlio.

Lago Dres in autunno, Ceresole Reale, Parco Nazionale del Gran Paradiso (foto: Claudia)

Le otto montagne” di Paolo Cognetti (Einaudi, 199 pagine, 18.50 €) è un libro semplicemente bellissimo. Semplicemente perché sentimenti, paesaggi, personaggi, situazioni sono descritti con una tale delicatezza che arrivano dritti al cuore di chi legge. Il romanzo è suddiviso in tre parti – Montagna d’infanzia, La casa della riconciliazione e Inverno di un amico – e abbraccia circa trent’anni di vita.

Vengono indagati i sentimenti e i rapporti tra i tre protagonisti: l’amicizia di Bruno e Pietro, le incomprensioni tra Pietro e Giovanni, la stima reciproca tra Bruno e Giovanni, che gli farà quasi da padre dato che quello di Bruno non è una bella persona; sullo sfondo, sempre, le splendide montagne del Massiccio del Monte Rosa, magistralmente descritte dalla sensibilità di Cognetti.

Oltre alla storia, sono proprio le descrizioni della montagna ad avermi conquistata: da esse si legge tra le righe quando l’Autore conosca e ami profondamente quegli ambienti.

Il vallone di Grana a metà novembre era bruciato dalla siccità e dal gelo. Aveva il colore dell’ocra, della sabbia, della terracotta, come se nei pascoli un incendio fosse già passato e spento. Nei boschi divampava ancora: sui fianchi della montagna le fiamme d’oro e di bronzo dei larici illuminavano il verde cupo degli abeti, e ad alzare gli occhi al cielo scaldavano l’anima. Giù in paese invece regnava l’ombra. Il sole non arrivava nel fondo del vallone e la terra era dura sotto i piedi, coperta qua e là da una crosta di brina [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Per apprezzare qualcosa a volte dobbiamo rischiare di perderla. Solo così possiamo capire quando per noi è davvero importante e quando potrebbe mancarci se dovesse scomparire. La leggenda tibetana delle otto montagne non ve la racconto: è struggente, ve lo garantisco, e il finale del romanzo fa commuovere.

Nei silenzi della montagna i nostri pensieri riecheggiano più facilmente: dopo la conquista dell’agognata cima sentiamo noi stessi, tra i battiti convulsi del nostro cuore, e abbiamo una sensazione da tradurre a parole e da imprimere sul logoro diario di vetta.

Titolo: Le otto montagne
L’Autore: Paolo Cognetti
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un libro scritto bene, emozionante e struggente. Per chi ama la montagna, per chi ha perso qualcosa che ora non più avere, per chi pensa che più ci si sale verso le vette e più sia facile ascoltare i nostri pensieri

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