Elizabeth Jane Howard | All’ombra di Julius

Lei del resto non era il tipo di donna che si fatica a immaginare vecchia o povera: tutto quel che era riuscito a scoprire a riguardo (con una telefonata anonima all’azienda del marito) era che non si era risposata e che viveva sempre nella stessa casa. Così le aveva scritto dicendole che per caso, quel fine settimana, si sarebbe trovato proprio in quella parte di mondo (non era vero) e gli sarebbe piaciuto passare a trovarla. La lettera doveva esserle arrivata il giorno prima, ed erano intesi che lei gli avrebbe scritto un telegramma oppure gli avrebbe telefonato in caso di intoppi, vale a dire nel caso in cui non avesse avuto voglia di incontrarlo. Non l’aveva sentita [All’ombra di Julius, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

Nel 1965 Elizabeth Jane Howard pubblica in Inghilterra il romanzo “After Julius” e solo molti anni dopo pubblicherà il primo volume della saga della famiglia che l’ha resa celebre: i Cazalet. Nei cinque corposi volumi della saga dei Cazalet il lettore segue le vicende della famiglia dal 1937 alla fine degli anni Cinquanta.

All’ombra di Julius“, che esce oggi in Italia, è un romanzo a sé: è ambientato nel 1959 tra Londra e il Sussex, ha pochi personaggi e si svolge interamente nell’arco di un fine settimana.

La trama del romanzo è semplice. Sono gli anni Sessanta a Londra e dal giorno dell’eroica morte di Julius sono trascorsi vent’anni. Julius era un editore, marito e padre londinese, un uomo valoroso che aveva già combattuto durante la Grande Guerra e, nonostante l’età, aveva intenzione di dare il suo personale contributo al secondo conflitto mondiale. Purtroppo, nel corso di un’azione pericolosa e folle, Julius resta ucciso lasciando un grande vuoto nelle vite di chi gli sopravvive.

La moglie Esme, il suo amante Felix King, le due figlie Cressida ed Emma si rendono conto di chi era davvero Julius una volta che scompare. Ora che Julius non c’è più, il vuoto che lascia è immenso e incolmabile.

Esme subisce due grossi colpi, alla morte di Julius. Uno è, ovviamente, la perdita del marito e l’altra è l’allontanamento dell’apprendista medico Felix, suo giovane amante. Esme si rifiuta di risposarsi, cresce le sue figlie meglio che può e cerca di dimenticare anche Felix.

Ma all’improvviso, Felix si rifà vivo. Sono appunto trascorsi vent’anni e il vecchio amante chiede ad Esme di poter fare un salto nel Sussex per trascorrere il fine settimana ed Esme accetta. In quel fine settimana di novembre, nel Sussex, ci sono anche Cressy ed Emma, una coppia di amici di Esme, Daniel Brick, il maggiore Hawkes e la servitù.

Nel corso di tre giorni, quel fine settimana novembrino, nebbioso e freddo, molti nodi giungeranno al pettine e rivelazioni, scoperte, chiacchiere, pettegolezzi e intrecci amorosi ne faranno da cornice.

“Il senso di colpa”, cominciò pensoso. Doveva stare attento. “Il senso di colpa è ciò che si prova quando uno non si rivela all’altezza di un’immagine presuntuosa che si è fatto di se stesso. Non c’entra niente il dispiacere di aver fatto qualcosa di brutto. È solo il dispiacere di non essere ciò che si credeva. Però è un ottimo deterrente dal rifarlo ancora”. E poi, con un pizzico, o almeno così sperava, di astuzia psicologica, disse: “Mi sento molto meglio. È bello parlare con te, anche se sei una ragazzina arrogante”. [All’ombra di Julius, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

Nigel van Wieck (b 1949) “Inside Out”

All’ombra di Julius” di Elizabeth Jane Howard (trad. M. Francescon, 326 pagine, 20 €) è un romanzo che vede muoversi pochi protagonisti sulla scena e che si svolge nell’arco di tre giorni. Il romanzo è suddiviso in tre parti: nella prima vengono presentati i protagonisti, raccontando le loro storie e lasciando volutamente dei vuoti da colmare; nella seconda parte, i protagonisti si trovano tutti assieme nel Sussex e nel corso della giornata del sabato vengono fuori vecchi rancori, emozioni sopite e nascono degli equivoci; infine, nella terza parte, che si svolge la domenica, l’intreccio, dopo un paio di colpi di scena presentati con alti livelli di drammaticità quasi teatrale, si scioglie. Per qualcuno ci sarà un lieto fine, per qualcun altro no.

All’ombra di Julius” essendo un romanzo breve non ha il tempo di analizzare a fondo i personaggi e logicamente svolgendosi in tre soli giorni non può avere la pretesa di far maturare i protagonisti. Cressy ed Emma, le figlie di Julius ed Esme, non possono crescere in tre giorni, anche se Emma sarà vittima di un episodio violento che la cambierà e le mostrerà come può essere cruda la realtà.

Il periodo a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta è stato un periodo di confusione ma anche di grandissime aspettative. La Seconda Guerra Mondiale è terminata ma è una ferita ancora viva e pulsante per i tanti inglesi che, come Esme, Emma e Cressy, hanno perso un parente nel corso del conflitto; le aspettative per il futuro sono alte, ma per rialzarsi dopo uno scivolone del genere è necessario darsi davvero da fare. Se la guerra, il razionamento, il terrore delle bombe, la paura della morte e le tessere annonarie sono solamente un doloroso ricordo, ora è fondamentale rimboccarsi le maniche. Ma per i protagonisti de “All’ombra di Julius” è difficile.

Il fallimento, la confusione e il cambio repentino dei costumi pervadono gli animi di tutti. Esme sa che il matrimonio con Julius non era rose e fiori, inoltre ha anche fallito come amante di Felix King. Felix, a sua volta, è un medico mediocre che ha prestato servizio in Corea e una volta tornato in Inghilterra non sa che fare. Daniel Brick, il personaggio che più ho odiato in assoluto, è un poeta scadente con un passato burrascoso, ma molto sveglio e furbo, capace di ammaliare le donne deboli.

Cressida è una musicista che non riesce a trovare ingaggi importanti perché è troppo impegnata nel cercare un uomo, ma nella ricerca fallisce perché quasi tutti quelli che trova sono sposati o non vanno bene per lei. Infine, Emma, che a ventisette anni vive passivamente la sua vita, senza reagire mai, senza mai pensare a che cosa fare della propria esistenza, accontentandosi di vivere in una soffitta con la sorella e le sue paturnie amorose.

Pur essendo narrato con pungente ironia, in “All’ombra di Julius” la Howard non ha voluto indorare la pillola al lettore, non ha regalato un lieto fine per tutti. Per un motivo semplice: Elizabeth Jane Howad sapeva bene come può essere crudele e spietata la vita.

Per avere la shopper dedicata al romanzo, segui le istruzioni a questo link!

Titolo: All’ombra di Julius
L’Autrice: Elizabeth Jane Howard
Traduzione dall’inglese: Manuela Francescon
Editore: Fazi editore
Perché leggerlo: perché è un buon romanzo di intrattenimento, semplice ma efficace.

(© Riproduzione riservata)

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Victoria Hislop | L’Aurora

Due settimane dopo, il 15 luglio di prima mattina, venne attaccato il palazzo presidenziale a Nicosia. Automobili blindate e carri armati irruppero attraverso i cancelli e bombardarono di proiettili i muri. Gli aggressori entrarono a cercare Makarios. Ne giro di poco tempo il palazzo era in fiamme. La notizia del colpo di stato fece velocemente il giro della piccola isola. In ogni casa di Cipro le persone si raggrupparono attorno alla radio [L’Autora, Victoria Hislop, trad. M. ed E. Gislon]

Famagosta, 1972. Savvas Papacosta è un abile imprenditore che si occupa di costruire alberghi di lusso per turisti stranieri. Papacosta è convinto che gli anni difficili siano passati e che l’isola di Cipro sia pronta per aprirsi al turismo internazionale.

L’Aurora Palace è uno dei più lussuosi alberghi della zona di Famagosta, sulla costa orientale dell’isola. Papacosta ne va fiero, ma vuole di più per i suoi danarosi turisti: grazie ai soldi provenienti dalla ricca famiglia della moglie Aphroditi, Savvas sta finanziando la costruzione di un hotel ancora più bello dell’Aurora Palace.

I Georgiou sono greco-ciprioti di modesta estrazione sociale. I due capofamiglia sono anziani pensionati, mentre i figli, Markos e Christos, sono giovani con idee molto diverse tra loro; Markos lavora instancabilmente nel night dell’Aurora Palace, mentre Christos ha abbracciato la causa per l’enosis, l’unione di Cipro con la Grecia.

Gli Özkan sono turco-ciprioti che hanno abbandonato il loro paese d’origine nell’entroterra a causa dei disordini degli anni sessanta. Oggi anche loro vivono a Famagosta e lavorano nel settore turistico: Emine è una parrucchiera del salone di bellezza all’Aurora Palace, mentre il figlio lavora in uno stabilimento balneare.

Mentre il nuovo e suntuoso hotel di Papacosta cresce a vertiginosa velocità, crescono le tensioni tra Turchia, Grecia e Makarios, l’arcivescovo che governa Cipro. Con il ritorno di Grivas sull’isola, ritorna la minaccia dell’enosis sottoforma del gruppo estremista EOKA B, del quale Christos fa parte.

Il dramma si scatena nel caldissimo luglio del 1974, quando la Guardia Nazionale, sostenuta dalla dittatura dei colonnelli di Atene, organizza un colpo di stato contro Makarios e allo stesso tempo la Turchia, per tutelare i turco-ciprioti, attacca duramente Cipro.

Le potenze straniere stanno a guardare mentre l’isola viene spaccata in due. La Linea Verde esiste già dal 1963, anno in cui la capitale Nicosia era stata divisa in due, ma ora i confini assumono un ruolo ancora più importate: bisogna difenderli a tutti i costi. I conflitti si inaspriscono, i profughi turco-ciprioti e greco-ciprioti non si contano più. A tutti non resta che fuggire, non resta che scappare da un’isola paradisiaca che si è trasformata in un vero inferno.

Qualsiasi cosa si sostenesse, l’attuale conflitto non era qualcosa di nuovo. Erano anni che si prendeva giovani vite e distruggeva la felicità dell’isola [L’Autora, Victoria Hislop, trad. M. ed E. Gislon]

Buffer Zone nel centro di Nicosia, ultima capitale divisa d’Europa (fonte: Europa Nostra, Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic CC BY-NC-SA 2.0)

L’Aurora” di Victoria Hislop (trad. M. ed E. Gislon, Bompiani, 388 pagine, 22 €) è un libro che ho deciso di leggere per l’ambientazione e lo sfondo storico: mi intrigava l’idea di leggere un romanzo che si svolge a Cipro negli anni immediatamente precedenti al 1974, anno cruciale per l’isola. Eppure molte cose non mi hanno convinta e il libro, in generale, non mi è piaciuto.

Per prima cosa, non ho percepito nessuna affinità con i personaggi e per nessuno di loro sono riuscita a provare simpatia o ammirazione. Ognuno di loro conduce la propria vita cercando di non pensare troppo alla grave e drammatica situazione politca del luogo in cui vivono, salvo poi svegliarsi la mattina del 15 luglio 1974 con il terrore dell’imminente guerra senza nessuna idea di cosa fare. Può darsi che nella vita reale succeda proprio così, che si cerca di non vedere il problema finché non si manifesta; a me, però, è sembrato un atteggiamento poco credibile e maturo.

Il personaggio che a mio avviso poteva essere il più intrigante e interessante è Christos, giovane greco-cipriota che lotta nelle file dell’EOKA B per l’enosis con la Grecia. Avrei voluto seguirlo nelle sue azioni di guerra, nelle rappresaglie contro i turchi, ascoltare le difficoltà di chi combatte in clandestinità. Niente di tutto ciò. Christos è un personaggio marginale che compare solo quando la madre Irini si chiede dove sia e cosa faccia. Stessa cosa per il figlio di Emine, Ali, che milita coi turchi, ma di lui non si sa nulla e verrà liquidato frettolosamente in due righe a fine romanzo.

Al contrario, viene celebrata la figura di Aphroditi, patetica donna greco-cipriota di mezz’età, ricchissima, insistendo molto sul fatto che, oltre ad essere bella come una dea, abbina i vestiti al colore dei gioielli; l’unica preoccupazione della donna è quella di vedere il giovane amante.

Gli altri protagonisti sono scialbi, insipidi, piuttosto inutili. Le loro azioni sono abbastanza prevedibili, anche se mi è sembrato che preferissero vivere dentro la loro bolla anziché cercare di affrontare o capire la situazione dell’isola. C’era più emozione nel canto del canarino di Irini che in quello che bofonchiano loro a propostio della situazione tra Grecia e Turchia.

Le tappe storiche del conflitto tra Grecia, Turchia e governo cipriota sembrano essere messe lì giusto per tappare i buchi tra un abito di Aphroditi e un pettegolezzo delle parrucchiere, mentre Savvas Papacosta continua a costruire l’hotel e Markos a fare il misterioso e trafficare con pacchi e pacchetti. Ogni tanto passa un caccia turco e sgancia una bomba giusto per ricordare che c’è la guerra.

I colpi di scena sono pressoché assenti. Quei pochi, se si possono definire così, sono appunto prevedibili e lo svolgimento della storia è abbastanza banale e a tratti anche un po’ inverosimile. In generale, mi è sembrato un guazzabuglio di storie ed eventi narrati un po’ a casaccio, unite sì dalla paura della situazione politica, ma senza troppi legami.

Ledra Street è il passaggio pedonale per attraversare la Linea Verde che divide Nicosia in due settori, quello greco-cipriota e quello turco-cipriota (fonte: Gérard Janot, Wikipedia Commons CC BY-SA 3.0)

L’unica cosa che posso dire di avere apprezzato è che l’autrice non prende le parti a nessuno, né ai greco-ciprioti né ai turco-ciprioti, restando pressoché neutrale; uno dei personaggi sostiene che questa situazione drammatica vada avanti da così tanto tempo che nemmeno le parti in gioco sanno più come sia cominciata. Ecco, credo che non avrebbe potuto riassumerlo meglio.

L’Aurora” è più una bozza che un romanzo, un’idea che dovrebbe ancora svilupparsi perché potenzialmente è buona. Bisognerebbe solo essere in grado di scrivere una storia più credibile e più emozionante, perché l’attuale risultato sembra un romanzo rosa con sprazzi di eccessiva drammaticità, dedicato ad un preciso pubblico.

Titolo: L’Aurora
L’Autrice: Victoria Hislop
Traduzione: Mary e Elisabetta Gislon
Editore: Bompiani
Perché leggerlo: per coloro che apprezzano i romanzi rosa, con parecchia drammaticità, ambientati in luoghi esotici o insolti.

(© Riproduzione riservata)

Gertrude Bell | Vicino Oriente. Da Aleppo a Mosul

Viaggiare nel deserto è, per un certo aspetto, stranamente simile a viaggiare in mare: dall’ambiente circostante non hai alcun segnale di cambiamento e t’induca a pensare che i giorni di viaggio ti stiano portando a destinazione. Quando decidi di navigare verso una meta che non è familiare i soliti punti di riferimento della vita quotidiana vengono spazzati via. Che fine fa il passare del tempo? (…) È davvero un altro giorno? Oppure stai vivendo ancora ieri? Poi d’improvviso tocchi terra e scopri che nel corso di quel giorno che si è ripetuto e ripetuto all’infinito, hai attraversato mezzo globo [Vicino Oriente. Da Aleppo a Mosul, Gertrude Bell, trad. C. Colla e V. Pesci]

Il fascino che l’Oriente esercita sugli occidentali è innegabile e per persone come Gertrude Bell l’esplorazione di questi luoghi lontani diventa una sorta di missione. Storica, archeologa, alpinista, cartografa, scrittrice prolifica, fotografa, documentarista, linguista e orientalista, Gertrude Bell, nacque nel Regno Unito nel 1886, fu la prima donna a laurearsi ad Oxford con il massimo dei voti e in soli due anni.

Dopo il primo viaggio in Oriente, Gertrude Bell non poté più fare a meno di tornare e, alla fine, di stabilirsi in questi luoghi desertici, a tratti ostili e impervi, soprattutto per una donna. Per molti anni fece delle esplorazioni la sua vita: viaggiò attraverso Paesi pericolosi, spesso a dorso di cammello o cavallo, seguendo infinite carovane e guide locali; la Bell fotografava, scriveva e acquisiva dettagli che le permisero di diventare una delle più importati orientaliste dell’epoca, sempre rispettando, quasi con devozione, le tradizione dei nomadi arabi.

Tra il 1905 e il 1913 Gertrude Bell compì cinque esplorazioni in Medio Oriente, viaggiando in Palestina, Israele, Libano, Siria e Mesopotamia.

Vicino Oriente. Da Aleppo a Mosul” (tradotto da Cristina Colla e Valentina Pesci, Nuova Editrice Berti) è la cronaca del viaggio compiuto nel 1909, all’età di ventitré anni. Nel gennaio del 1909 la Bell si trova ad Aleppo ed è decisa a raggiungere Mosul passando per Kerbela e Baghdad.

(…) non c’erano molti europei che, nel gennaio del 1909, avevano le idee chiare di cosa fosse l’Asia al di fuori di Costantinopoli e di Salonicco (…) Appena sono atterrata a Beirut ho cominciato a lasciarmi alle spalle gli schemi europei, alla ricerca del vero significato delle grandi parole d’ordine che avevano guidato la rivoluzione. Ad Aleppo (…) ho imparato qualcosa delle speranze e delle paure, della felicità, dell’inquietudine e dell’indifferenza dell’Asia [Vicino Oriente. Da Aleppo a Mosul, Gertrude Bell, trad. C. Colla e V. Pesci, Nuova Editrice Berti]

Carovana nel deserto (fonte: Wikipedia, CC BY-SA 3.0)

A dorso di cammello e seguendo le carovane del deserto, la Bell registra con occhio critico e antropologico tutte le sfumature umane che si manifestano tra Aleppo e Mosul, destinazione finale di questa spedizione. Gertrude Bell cerca di descrivere e rappresentare attraverso i suoi scritti e le sue fotografie, quei luoghi così lontani e allo stesso tempo così vicini dall’Europa.

Come scrive Cecilia Mutti nella Nota biografica e al testo, nell’edizione italiana si è preferito dare spazio alle descrizioni antropologiche e sociali delle diverse comunità arabe incontrate durante il viaggio, in quel periodo di passaggio che è l’inizio del Novecento, mentre sono state messe da parte le descrizioni dettagliate e tecniche dei siti archeologici incontrati nel corso della spedizione, anche se sono presenti diversi cenni archeologici per farsi un’idea di quello che si poteva trovare in Mesopotamia all’inizio del secolo scorso.

L’archeologia e l’approfondimento dell’architettura rimasero sempre passioni per Gertrude Bell, tanto che fu la promotrice della realizzazione del Museo Archeologico di Baghdad nel 1923.

Quando la Prima Guerra Mondiale si profilò sull’orizzonte, Gertrude Bell fu una figura necessaria per i funzionari di Londra, date le sue competenze sull’Oriente; la Bell servì a destabilizzare l’agonizzante Impero ottomano, alleato dell’Impero tedesco dopo gli accordi del 1914: Gertrude Bell, in quei concitati anni, visse un’altra vita, quella di un ufficiale onorifico dei servizi segreti militari della Corona inglese.

Alla fine del conflitto, Gertrude Bell venne nominata esperta orientalista per stabilire i nuovi confini degli Stati nati dalla dissoluzione dell’Impero ottomano. Nel 1921 la Bell si ritrovò al Cairo con personaggi del calibro di Winston Churcill e Lawrence d’Arabia e contribuì a creare il regno dell’Iraq, unendo le province di Mosul, Bassora e Baghdad che conosceva bene grazie ai suoi numerosi viaggi.

“Perché,” mi chiese, “viaggiate così lontano dalla vostra terra?”
Risposi che mi spingeva la grande curiosità di vedere il mondo e tutto ciò che vi era da scoprire.
“Avete ragione,” rispose allora lui. “L’uomo non ha molto tempo da vivere, è naturale che desideri vedere tutto quello che può. Vedere tutto del mondo è un desiderio naturale. Ma pochi hanno il tempo di farlo – cosa volete? Siamo esseri umani.” [Vicino Oriente. Da Aleppo a Mosul, Gertrude Bell, trad. C. Colla e V. Pesci, Nuova Editrice Berti]

Conferenza del Cairo, Egitto, 1921 (fonte: Wikipedia Free Commons)

A chiedere a Gertrude Bell perché viaggi così lontana dall’Inghilterra è il mullah custode della tomba di Sir Ikbal, un “uomo cortese e allegro, vestito con abiti lunghi e un turbante bianco sul capo“. Quella del mullah suona quasi come una profezia: “l’uomo non ha molto tempo da vivere” e Getrude Bell muore a soli 40 anni, a Baghdad, dove è stata sepolta. Gertrude Bell è morta giovane ma ha cercato di vivere al massimo la sua vita, lasciando ai posteri una serie di esaltanti avventure.

Titolo: Vicino Oriente. Da Aleppo a Mosul
L’Autrice: Gertrude Bell
Traduzione dall’inglese: Cristina Colla e Valentina Pesci
Editore: Nuova Editrice Berti
Perché leggerlo: per conoscere la straordinaria figura di Gertrude Bell e per chi ama i viaggi, quelli avventurosi

(© Riproduzione riservata)

Elizabeth Jane Howard | Il tempo dell’attesa

“Caspita Polly! Proprio tu che sei sempre così ragionevole!”.
“E’ quello che ho sempre pensato anche io. Ma non funziona più tanto bene. Il fatto è che mi sento inutile (…) Voglio dire, so che quello che provo non conta perché c’è la guerra e via dicendo, però io queste cose le provo lo stesso. Proprio non capisco che cosa ci sto a fare qua. Mi sento come se dovessi guardare in faccia il senso della vita, ma sono anche consapevole che farlo può essere molto pericoloso…”.
“In che senso pericoloso?”.
“Come se dopo non ci fosse ritorno. Come se facendolo vedrei qualcosa che non potrei più dimenticare (…)”. [Il tempo dell’attesa, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

Home Place, settembre 1939. Il Generale spegne la radio: la Polonia è stata invasa dalle truppe di Hitler. È iniziata ufficialmente la guerra. I Cazalet, riuniti nella casa di campagna nel Sussex, restano in silenzio e a Polly pare di sentire il battito del proprio cuore echeggiare nelle ampie stanze.

Gli anni della leggerezza, quelli descritti nel primo volume della saga dei Cazalet, sono ormai lontani. Sono un bel ricordo le gite al mare, le partite a tennis, le cene sobrie ma abbondanti, le feste di Natale e la spensieratezza di adulti e bambini.

Se solo un anno prima sembrava che la guerra fosse stata scongiurata, oggi è una minaccia più reale che mai. La guerra porta con sé preoccupazioni, dubbi e tanta, tantissima paura. Sono gli adulti ad arruolarsi: Edward in forze alla RAF e Rupert in Marina, mentre Hugh resta a Londra ai moli della segheria dei Cazalet, costantemente minacciato da incursioni aeree. A Home Place restano il Generale, quasi cieco, e sua moglie la Duchessa; Sybil, Villy e Zoë sono preoccupate per le sorti dei rispettivi mariti. I figli maschi, Simon e Teddy, vanno nei collegi che, nonostante le incertezze della guerra, sono aperti, mentre le ragazze, Louise, Clary e Polly, e i bambini, Neville, Lydia, Roly e Wills, restano a Home Place.

Questo nuovo capitolo della saga dei Cazalet abbraccia un lasso di tempo che va dall’invasione della Polonia il 1° settembre 1939 all’indomani dell’attacco a Pearl Harbor il 7 dicembre 1941, il momento in cui la guerra assume proporzioni mondiali.

Per raccontare questi due incerti e primi anni di guerra la Howard sceglie tre diversi punti di vista: Louise, la figlia di Edward e Villy, che sogna di diventare attrice nonostante l’avversione dei genitori; Clary, la figlia di Rupert, una ragazza curiosa e sveglia, che sogna di diventare una scrittrice e annota e appunta tutto ciò che le succede; Polly, la figlia di Sybil e Hugh, che vive la guerra come una prigionia mentre cerca di capire cosa vuole diventare, sentendosi sempre troppo vecchia e allo stesso tempo troppo giovane per ogni cosa.

Adesso il futuro le sbadigliava in faccia come un grosso, apatico punto interrogativo. Che ne sarebbe stato di lei? Che cosa mai se ne sarebbe fatta dei molti anni che presumibilmente l’attendevano? Avrebbe guardato il tempo che passava: lei non aveva sviluppato nessuna vocazione, a differenza di Louise e Clary che avevano sempre avuto le idee chiare su ciò per cui erano nate (…) [Il tempo dell’attesa, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

The Black Brook (c.1908), John Singer Sargent

Durante questi anni difficili, oltre alla guerra e ad un silenzioso e labile cambio di costumi, le ragazze si troveranno a risolvere problemi piuttosto impegnativi per la loro età: Louise si unirà ad una compagnia teatrale, scoprendo che la carriera degli attori è tutt’altro che semplice, mentre conoscerà nuove persone che le instilleranno molti dubbi riguardo ai suoi costumi; Clary inizia a fare pace con Zoë e scopre di amare moltissimo la nuova sorellina, ma un giorno riceverà una telefonata che le cambierà la vita; Polly farà i conti con la malattia di una persona a lei molto, molto cara e, dato il suo buon cuore, cercherà di prendersi cura del povero Cristopher, cugino di Louise.

Ma nonostante tutto, tra lutti, separazioni, tradimenti più o meno velati, equivoci, nascite, colpi di scena, attacchi aerei, nuovi personaggi, rivelazioni scioccanti e profonde riflessioni, i primi due anni di guerra trascorreranno per ognuno dei Cazalet.

Ho capito cosa vuoi dire. E’ una specie di trappola. Uno non dice le cose alle persone a cui vuole bene. Invece io penso che più vuoi bene a qualcuno, più dovresti dirgli tutto, anche le cose brutte. Credo che dirsi le cose sia il più grande gesto d’amore [Il tempo dell’attesa, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

Federico Zandomeneghi, “Il filo d’erba” (Le repos jeune fille aux fleurs) (1884-1894)

Il secondo volume della saga, “Il tempo dell’attesa” appunto, è un romanzo più corposo del primo volume ma è altrettanto scorrevole e molto più intrigante. La Howard descrive con cura e senza mai annoiare i pensieri e i sentimenti dei suoi personaggi. Sullo sfondo, c’è la guerra vissuta soprattutto attraverso gli occhi dei civili e delle giovani Cazalet: la paura degli attacchi aerei, l’impotenza di non poter far nulla, la voglia di rendersi comunque utili agli altri attraverso il volontariato. E quello della Howard, quello di non annoiare mai e mantenere sempre un ritmo costante, è un dono che è un appannaggio dei grandi scrittori e dei grandi romanzi.

In questo secondo capitolo della saga si entra nel vivo della vicenda: si conoscono più da vicino i personaggi che ci sono stati presentati nel primo libro, si scoprono i loro difetti e i loro pregi, possiamo rivalutarli, in bene o in peggio, possiamo insomma osservare come le persone cambiano col trascorrere del tempo. Ci scopriamo d’accordo con loro, oppure in contrasto, coinvolti ad un punto tale che, appena chiuso il libro, vorremmo tornare immediatamente a Home Place, nel gelido Sussex.

Titolo: Gli anni della leggerezza
L’Autrice: Elizabeth Jane Howard
Traduzione dall’inglese: Manuela Francescon
Editore: Fazi
Perché leggerlo: perché è una saga famigliare bellissima, coinvolgente, intrigante e soprattutto ben scritta
Leggilo se: hai letto e apprezzato “Gli anni della leggerezza” della stessa autrice

(© Riproduzione riservata)

Elizabeth Jane Howard | Gli anni della leggerezza

“Davvero ti fa paura che io vada via?”.
“Ma certo!”.
“È già qualcosa”. Cercava di sembrare arrabbiata, ma si capiva che era contenta.
Hugh si alzò in piedi. “Andiamo a dare un’occhiata alla tua nuova stanza e vediamo che cosa si può fare per migliorarla.”
“Va bene, papà”. Gli prese la mano, ma era quella sbagliata; diede una rapida carezza alla calza di seta nera che copriva il moncherino del padre e poi disse: “Non è certo come stare in trincea durante una guerra: credo che alla fine mi ci affezionerò”.
Aveva in viso un’espressione seria, nello sforzo di nascondere quanto fosse in pena per lui. [Gli anni della leggerezza, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

Inghilterra, 1937. I tre fratelli Cazalet e le rispettive famiglie si preparano per andare a trascorrere le vacanze estive a Home Place, nel Sussex, la dimora di proprietà dei genitori affettuosamente soprannominati il Generale e la Duchessa. Assieme ai genitori, a Home Place, vive la sorella minore, Rachel, donna tormentata da forti mal di schiena e da un amore che non può manifestare liberamente.

Sono davvero numerosi, i Cazalet. William Cazalet, il Generale, è proprietario di una grande azienda che si occupa del commercio del legname, e i due figli maggiori – Hugh ed Edward – lavorano nella ditta di famiglia; Rupert, invece, è un artista che per sbarcare il lunario insegna in una scuola, senza grandi soddisfazioni e percependo uno stipendio alquando magro. Rachel, l’ultimogenita, vive a Home Place e si occupa dei genitori.

Hugh è sposato con una donna che ama tantissimo, Sybil, dalla quale ha avuto tre figli. Edward è sposato con Villy, ma non riesce a stare lontano dalle donne, sulle quali esercita un discreto fascino; la coppia ha tre figli. Rupert ha due figli ma è già vedovo e in seconde nozze ha sposato una donna troppo giovane, troppo bella e, almeno all’apparenza, troppo frivola: Zoë.

La leggerezza a cui fa riferimento il titolo dell’opera si percepisce molto bene. Le atmosfere sono quasi sempre calme e rilassate, nonostante qualche attrito fra i famigliari, ma in generale la vita dei Cazalet scorre con tranquillità durante l’estate del 1937: Home Place è a soli 15 chilometri dal mare, per cui spesso gli adulti portano i figli e i nipotini al mare; la Duchessa assieme alla cuoca Mrs Cripps studia i menù settimanali; il Generale continua a lavorare in azienda; le cugine Louise e Polly cercano di tenere fuori la cugina Clary dai loro affari; i cugini Simon e Teddy fanno comunella, scacciando via i Cazalet più piccini, Lydia e Neville.

“Il mare”, Sally Swatland (Washington 1946)

L’estate del 1937 verrà ricordata da tutti loro, negli anni a venire, come una delle ultime estati spensierate prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale, perché già in quella successiva il timore di un nuovo conflitto si farà più concreto.

“Credo stia per scoppiare un’altra guerra”. Hugh non lo stava guardando, e parlava nel modo pacato e casuale che usava per le cose serie.
“Gesù! E che cosa te lo fa pensare?”.
“Be’, guarda cosa sta succedendo! I tedeschi hanno occupato l’Austria. Hitler se ne va in giro a parlare del potere e della superiorità del Terzo Reich (…)”.
“Stammi a sentire, vecchio mio. So che sei davvero preoccupato ma vedrai che i crucchi non si metteranno contro di noi. Non dopo l’ultima volta (…)”. [Gli anni della leggerezza, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

Il romanzo “Gli anni della leggerezza” di E. J. Howard (tradotto da Manuela Francescon, Fazi editore, 604 pagine, 18.50 €) è suddiviso in due parti che descrivono le due estati prima che Hitler invada la Polonia. Se nell’estate del 1937 l’idea del conflitto resta sullo sfondo – la politica internazionale non tocca più di tanto le vite dei Cazalet – nel corso dell’estate del 1938 si percepisce in modo diverso la paura per una guerra imminente, in modo particolare lo sente la piccola Polly, la figlia di Hugh, perché teme che l’amato padre venga richiamato in guerra e che, questa volta, non torni più.

I rapporti tra i membri della famiglia nel corso di un anno cambiano molto: si stringono nuove allenze tra cugini, le amicizie si sgretolano e se ne costruiscono di nuove, gli adulti incominciano a pensare seriamente alla guerra e il Generale si organizza in modo da resistere ad un eventuale attacco aereo sull’Inghilterra da parte dei crucchi. Acquista la proprietà di Mill Farm e accoglie anche Jessica, la sorella di Villy, con i suoi quattro figli.

La scrittura di Elizabeth Jane Howard è molto raffinata e scorrevole: le descrizioni sono curate, nessun dettaglio è lasciato al caso; vengono descritti gli abiti dell’epoca, gli arredi, il colore dei fiori del giardino della Duchessa. Ma quello che più mi ha incantata è stata la notevole caratterizzazione psicologica dei personaggi: la Howard mette a nudo ogni personaggio, dal più importante quale il Generale all’ultimo dei domestici, l’adorabile e pasticcione Billy, l’aiuto giardiniere.

“Senza titolo”, Vicente Romero (Madrid 1956)

Nonostante la mole, “Gli anni della leggerezzaè un romanzo scorrevole e la cosa incredibile è proprio questa: il fatto che la Howard sia riuscita a scrivere un libro così coinvolgente dove, tutto sommato, a parte qualche piccolo colpo di scena, viene messa in scena la semplice quotidianità di una benestante famiglia inglese degli anni Trenta.

Leggendo ho avuto la sensazione di essere una spettatrice privilegiata: sono stata ospite silenziosa a Londra, Mill Farm e Home Place per osservare i Cazalet. Riga dopo riga, ho seguito dialoghi e pensieri dei personaggi, svelato i loro timori e le loro paure, ho scoperto i loro difetti e mi sono ritrovata, nel corso della storia, a rivalutare un personaggio o a restare delusa da un altro.

Gli anni della leggerezza” è una bella lettura, il romanzo perfetto per chi ama leggere.

Titolo: Gli anni della leggerezza
L’Autrice: Elizabeth Jane Howard
Traduzione dall’inglese: Manuela Francescon
Editore: Fazi
Perché leggerlo: perché “Gli anni della leggerezza” è un romanzo coinvolgente, stimolante e interessante. Il romanzo perfetto per chi ama leggere.

Sarah Perry | Il serpente dell’Essex

STRANE NOTIZIE, dicevano, un serprente mostruoso con occhi grandi come una pecora è emerso dalle acque dell’Essex ed è risalito fino ai boschi di betulle e ai parchi dei villaggi! (…) Era l’epoca del serprente, fosse esso fatto di squame e tendini, o di legno e tela, o fosse solo il frutto delle farneticazioni di qualche folle; i bambini venivano tenuti lontani dalle sponde del fiume, e i pescatori si rammaricavano di non avere attività migliore! Poi scomparve, così com’era arrivato, e per quasi due secoli non se ne seppe più niente, fino al terremoto, quando qualcosa sott’acqua venne liberato! [Sarah Perry, Il serpente dell’Essex, traduzione Chiara Brovelli]

Dopo aver seppellito il marito, Cora Seaborne decide di lasciare Londra e di trasferirsi per qualche tempo nell’Essex, una regione a sud-est dalla capitale inglese. Assieme a Francis, il figlio autistico, e alla fedele cameriera Martha, Cora prende dimora a Colchester, un luogo dove stanno venendo alla luce molti fossili lungo la costa.

Appassionata da sempre di scienze naturali e seguace delle teorie dei naturalisti Darwin e Lyell, Cora Seaborne rimane entusiasta della storia del serpente dell’Essex: pare che un terremoto abbia risvegliato un temibile mostro che ora infesta le acque dell’estuario del Blackwater, a sud-ovest di Colchester.

Cora non si lascia scappare l’opportunità di indagare a proposito del serpente: la donna spera che si tratti di un ittiosauro come quello trovato dalla paleontologa Mary Anning, confermando la teoria che vuole che non tutti i rettili preistorici si siano estinti. Inseguendo le tracce del mostro, Cora si sposta ad Aldwinter, sonnolenta cittadina sull’estuario del Blackwater dove si sono registrate diverse misteriose morti, incontra il reverendo William Ransome, forte oppositore della presenza del mostro.

Nel frattempo, il piccolo Francis vaga da solo per le paludi, alla ricerca di piccoli tesori da raccogliere; Martha conosce prima Spencer e poi Edward, i quali le spiegano la drammatica situazione di scioperi e assegnazione di case popolari a Londra; Stella Ransome, la moglie del reverendo, scopre di avere una malattia grave; il dottor Luke Garrett, brillante stella della chirurgia londinese, subisce un incidente che modificherà pesantemente la sua carriera. E intanto, mentre Cora e William discutono e prendono posizioni opposte, nelle paludi continuano ad accadere cose strane.

Eppure le cose non vanno come dovrebbero. La casa alla Fine del Mondo sta affondando nella palude, e nel focolare vuoto crescono i funghi. Il molo è tranquillo: meglio rischiare un inverno di magra che veleggiare su acque contaminate. Giungono voci da Point Clear e da St Osyth, da Wivenhoe e Brightlingsea: la bestia che vive nel Blackwater è stata avvistata da un pescatore al cambio della marea, una sera, e dopo quell’episodio il poveretto è uscito di senno (…) [Sarah Perry, Il serpente dell’Essex, traduzione Chiara Brovelli]

Chiaro di luna, John Atkinson Grimshaw (fonte: Wikipedia)

Il serpente dell’Essex” di Sarah Perry (trad. C. Brovelli, Neri Pozza, 458 pagine, 18 €) è un libro che purtroppo mi ha delusa e annoiata in misura eguale, ora proverò a spiegare il motivo di questi sentimenti negativi nei confronti del romanzo.

Spesso dò molto peso a trama, copertina e ambientazione. Un mostro che emerge dalle acque paludose e semina panico e paura in una sonnolenta cittadina posta alla foce dell’estuario del Blackwater; una copertina spettacolare che ricalca quella orginale dell’edizione inglese; l’ambientazione nella campagna dell’Essex, cupa anche in estate. Ecco, questi sono i fattori che mi hanno convinta a precipitarmi ad acquistare il romanzo e ad iniziarlo quasi immediatamente.

Il romanzo di Sarah Perry è suddiviso in quattro parti e la vicenda si svolge in un arco temporale che va da gennaio a novembre: “La notte di San Silvestro” (tra gennaio e marzo), “Quanto è in suo potere” (aprile e maggio), “Vegliate in ogni momento” (giugno e agosto) e “I momenti finali della ribellione” (settembre e novembre). La prima parte è decisamente intrigante e avvincente: l’Autrice introduce velatamente la storia del serpente dell’Essex risvegliato probabilmente dal terremoto occorso qualche tempo prima; vengono introdotti i personaggi chiave, Cora e William, e i personaggi secondari. Queste pagine instillano vera curiosità nel lettore che vuole sapere cosa o chi sia questo essere che infesta le paludi e provoca misteriose morti.

Peccato, però, che le altre tre parti siano più scialbe e poco interessanti rispetto alla prima: il ritmo rallenta, scorrono pagine e pagine in cui non succede nulla o quasi e la lettura diventa difficoltosa. L’Autrice si focalizza sui personaggi secondari sviluppando (troppe) trame secondarie, generando così confusione e distogliendo l’attenzione dal mostro delle paludi dell’Essex che quasi viene messo da parte; viene citato ogni tanto, giusto per non dimenticare che la sua presenza aleggia ancora. Ma a parte brevi apparizioni e qualche fattaccio strano, non succede comunque nulla e il mistero fatica a risolversi.

Pur avendomi annoiata, due punti positivi il romanzo li ha: le descrizioni dell’Essex e di Londra vissute attraverso le stagioni che vanno dall’inverno all’autunno e la caratterizzazione dei due personaggi protagonisti, Cora e William.

Cora è una donna che disubberisce alle consuetudini dell’epoca, oltre a vestire quasi da uomo e andare alla ricerca di fossili, non crede in Dio né lo teme e si sente votata alla scienza di Darwin e Lyell. William è un pastore di anime, per cui ha una visione opposta a quella di Cora, e spesso si ritrova a discutere con lei e il confine tra l’odio e l’amore verso questa donna sono decisamente labili.

Il serpente dell’Essex” non ha quindi soddisfatto le mie aspettative: potrebbe essere un ritratto della società inglese di fine Ottocento, ma l’essere che vive nelle paludi dell’Essex non è il vero protagonista e forse, proprio perché io mi aspettavo una sua presenza più massiccia e invadente, sono rimasta molto delusa.

Titolo: Il serpente dell’Essex
L’Autrice: Sarah Perry
Traduzione dall’inglese: Chiara Brovelli
Editore: Neri Pozza
Perché leggerlo: per avere un bel ritratto della società inglese di fine Ottocento, per chi è interessato al dibattito scienza e fede, per chi vuole immergersi nell’uggiosa e tetra campagna inglese

(© Riproduzione riservata)

AA. VV. | Sul mare. Racconti di sole e di vento

Abito distante dal mare e ogni volta che lo raggiungo sono sempre emozionata. Quando devo andare via mi sento molto nostalgica perché non ho mai idea di quando lo rivedrò. Ogni secondo passato al mare per me è prezioso: mi siedo sul bagnasciuga, ammiro le onde, inalo salsedine, attendo il tramonto. “Sul mare. Racconti di sole e di vento” (AA. VV., 177 pagine, 14 €) è una bella raccolta di vari autori, italiani e stranieri, che ha come soggetto principale il mare e i personaggi che hanno la fortuna di poterlo vivere.

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Titolo: Sul mare. Racconti di sole e di vento

Autrici e Autori: H. Lawrence, Grazia Deledda, L. Capuana, F.Tozzi, K. Mansfield, L. Pirandello, G. D’Annunzio, J. M. Machado de Assis, G. Arpino, C. Salvago Raggi

Traduzioni: dal portoghese Giuliana Segre Giorgis (Machado de Assis), dall’inglese Sergio Daneluzzi (H. D. Lawrence) e Franca Genta Bonelli (K. Mansfield)

Editore: Lindau edizioni

Il mio consiglio: “Sul mare. Racconti di sole e di vento” è una bella e suggestiva raccolta di racconti che include classici contemporanei; consigliato a chi ama il mare in ogni sua forma, anche quando è burrascoso, a chi vuole sognare ad occhi aperti i ricordi che ha vissuto e custodisce con gelosia

Aveva smesso di lavorare al suo libro. L’interesse era svanito. Gli piaceva sedersi sulla bassa sommità dell’isola e vedere il mare; null’altro che il mare, pallido e quieto. E sentire la propria mente farsi sofficie e caliginosa, come la foschia sull’oceano. Talvolta vedeva sollevarsi come un miraggio in direzione nord la sagoma lontana della grande isola. Ma era del tutto priva di consistenza. [dal racconto: L’uomo che amava le isole, H. D. Lawrence]

Ho scelto di iniziare la recensione della raccolta con la citazione di uno dei racconti che più mi è piaciuto. “L’uomo che amava le isole” di H. D. Lawrence è un racconto terribilmente romantico, con un incipit che affascina e trascina, proprio come un’onda durante una giornata di vento. Le isole sono lembi di terra per la quale ho una grande passione e leggendo il racconto di quest’uomo che le ama così tanto a tratti mi ci sono ritrovata. Sarebbe bello possedere un’isola, piccolina, un pezzo di terra accarezzato dal mare, un luogo sicuro, un rifugio dove il grande blu la circonda con un abbraccio.

Leggendo, ci si accorge come il mare sia sfondo e protagonista, sempre descritto con grande sensibilità e romanticismo, anche quando ulula sospinto dalla bonaccia oppure cerca di capovolgere una barchetta con due novelli sposi a bordo.

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Carlo Carrà, “Barcaiolo” (1939)

Gli autori e le autrici scelti per comporre il volume, sono soprattutto autori classici. Confesso che quando ho letto il nome di Gabriele D’Annunzio tra gli autori ho sospirato: l’autore abruzzese non mi è mai stato simpatico, ma dopo aver superato l’iniziale diffidenza, mi ha regalato parole come queste:

Ma l’odore del mare li ubriacava quei due. A volte stavano a guardarsi dentro gli occhi lungamente, come ammaliati, lei seduta su l’orlo della barca, lui disteso su le tavole del fondo a’ suoi piedi; mentre il flutto li cullava e cantava per loro, il flutto verde come un immenso prato a maggio mosso dal vento [dal racconto: Dalfino, G. D’Annunzio]

Oltre al racconto di Lawrence, ho apprezzato moltissimo i racconti di Grazia Deledda, magnetici e scorrevoli. Originalissimo e divertente, con finale più che a sorpresa, “Le lumache di mare” di G. Arpino; molto sudamericano e immancabile dove si parli di mare, “La notte dell’ammiraglio” del brasiliano Machado de Assis. Particolare e fortemente nostalgico “Incontro a Bordighera” della genovese C. Salvago Raggi.

Il mio preferito è  certamente “Alla baia” di Katherine Masfield: un caleidoscopio di personaggi più o meno bizzarri, alcuni freddi e senza cuore, nonne che lavorano a maglia in spiaggia e bambini che adorano l’acqua.  Un po’ mi ha ricordato le suggestione di “Gita al faro” di Virginia Woolf, questa attesa che prosegue, che non finisce mai, il sentirsi costantemente alla ricerca di qualcosa o di qualche evento che smuova l’esistenza, come quando si getta un sasso in acqua.

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Ignacio Olano, Figlia al porto (c 1932)

Sul mare. Racconti di sole e di ventoè una bella raccolta ideale da leggere in estate, ma forse è soprattutto un balsamo per l’inverno, quando avrete quella strana nostalgia del mare, delle onde, dei bagni mattutini e dei tramonti rosa.

William Shakespeare | Amleto

Per molte persone, anche per chi non ha mai letto quest’opera di Shakespeare, Amleto è l’uomo del celebre monologo “essere o non essere, questo è il problema”, frase che un po’ come l’incipit della Divina Commedia o de I promessi sposi di Manzoni, tutti conoscono. Per cui, inizierò il mio articolo di commento alla tragedia proprio citando il famoso monologo di Amleto.

Essere o non essere: questo è il problema. Se sia più nobile soffrire nell’animo i colpi e le frecce della fortuna oltraggiosa o impugnare le armi contro un mare di guai e affrontandoli porre fine ad essi. Morire… Dormire… nient’altro. E con un sonno porre fine agli strazi del cuore e alle mille naturali battaglie che eredita la carne. E’ una fine da desiderarsi devotamente. Morire, dormire; dormire, sognare forse. [Amleto, Atto terzo, Scena Prima.]

Titolo: Amleto

L’autore: William Shakespeare (1564 – 1616) è tra i più celebri autori teatrale di tutti i tempi, è stato drammaturgo e poeta inglese. Soprannominato il Bardo dell’Avon, delle sue opere sono giunte a noi 37 testi teatrali, 154 sonetti e altri poemi.  Le sue opere teatrali sono state tradotte in tutte le maggiori lingue del mondo e sono state inscenate più spesso di qualsiasi altra opera; inoltre è lo scrittore maggiormente citato nella storia della letteratura inglese e molte delle sue espressioni linguistiche sono entrate nella parlata quotidiana.

Traduzione: Paolo Bertinetti

Ambientazione: Castello di Elsinore, Danimarca

Il mio voto: 4/5

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“Amleto e Orazio al cimitero” Eugène Delacroix (1839)

Le origini di Hamlet

L’ispirazione principale alla stesura della tragedia, affonda le radici in un antico racconto popolare scandinavo di Saxo Grammaticus, che narra di un principe danese, Hamlet, che scopre che lo zio Fengo ha ucciso suo padre Horwendil per rubargli il trono e sposare la madre. Hamlet dunque trama la vendetta, ma lo zio Fengo manda Hamlet in Inghilterra con delle lettere dirette al re con l’intenzione di uccidere il principe danese. Hamlet lo scopre, e ruba le lettere, modificandole. Torna in Danimarca e porta a compimento la sua vendetta, uccidendo lo zio Fengo. Tra ovazioni e feste, diventa poi re di Danimarca.

“C’è qualcosa di marcio nel Regno di Danimarca”

Shakespeare si ispira al racconto di Saxo Grammaticus, ma lo modifica soprattutto nel tragico finale. Il Bardo immagina che Amleto, il principe di Danimarca, riceva una visita dal fantasma del padre morto. Durante il colloquio privato tra il padre e Amleto, il principe scopre che la morte del padre non è stata accidentale come tutti credevano, ma è stata provocata da Claudio, il fratello stesso del re, lo zio di Amleto. Con del veleno introdotto nell’orecchio, Claudio ha ucciso il re, impossessandosi così del trono di Danimarca e sposando Gertrude, la madre di Amleto.

Amleto muta completamente visione delle cose, dopo la rivelazione del fantasma di suo padre. Giura vendetta e inizia a meditare in quale modo vendicarsi del gesto dello zio Claudio. Ma non solo trama vendetta, ne dubita anche, chiedendosi se sia lecito o meno impugnare le armi e uccidere chi ha ucciso. Amleto decide di ingaggiare una compagnia di teatranti, che inscenano un dramma simile all’omicidio del padre, sperando così che Claudio si riveli e si tradisca, mostrandosi turbato.

Claudio capisce subito della trappola, e cerca di tenderne una anche al nipote Amleto: lo invia in Inghilterra con due consiglieri e una lettera indirizzata al re britannico con l’ordine di uccidere il nipote; ma Amleto riesce a tornare in Danimarca, vivo, e lo zio Claudio allora attua un secondo piano di distruzione. Claudio usa il figlio di Polonio – suo consigliere, ucciso per errore dallo stesso Amleto. Claudio, facendo leva sulla rabbia di Laerte, figlio di Polonio, cerca di uccidere Amleto al ritorno dall’Inghilterra. Ma l’epilogo è un tragico susseguirsi di lutti, a partire dalla dolce e bellissima Ofelia, sorella di Laerte e innamorata di Amleto, annegata, si dice mentre coglieva dei fiori lungo la riva di un fiume, ma in realtà suicida per il dolore della morte del padre Polonio e l’abbandono del principe Amleto.

Ofelia e la follia di un amore tragico

Ofelia è il personaggio che ho apprezzato di più. Quasi per tutto lo svolgersi della tragedia non viene tenuta in considerazione e compare in pochissime scene, con poche battute. Ofelia si strugge d’amore per Amleto, però il padre Polonio la mette in guardia, dicendole che l’amore di Amleto non è sicero. Dopo la rivelazione del fantasma del padre, Amleto si finge pazzo e rifiuta la compagnia di Ofelia per non immischiarla nelle sue trame di vendetta. Ofelia non capisce questo rifiuto improvviso e, dopo la morte di Polonio, esce di senno anche lei e si dà alla morte in un corso d’acqua.

Il personaggio di Ofelia è stato ampiamente rappresentato e amato dai pittori Preraffaelliti, come molti altri personaggi delle tragedie e commedie di Shakespeare.

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“Ofelia” John Everett Millais (1852)

Conclusioni: perché Amleto siamo noi

Al di là della trama avvincente e del susseguirsi dei colpi di scena, Amleto è amato dal grande pubblico a più di quattrocento anni dalla prima rappresentazione, perché nel principe danese vediamo noi stessi con le nostre paure e i nostri dubbi. Amleto è mosso da un sentimento di vendetta verso Claudio, colui che l’ha privato del padre, ma inizialmente non riesce a decidersi ad attuare la sordida vendetta. Amleto riflette, pensa, si trova quasi nella condizione di poter uccidere Claudio, ma la sua mano esita e non cala la spada sulla testa dello zio.

Perché Amleto non è più l’uomo che si sente al centro dell’Universo, che si sente sicuro di sé come gli uomini del Rinascimento; Amleto appunto dubita di tutto e di se stesso, prende coscienza dei suoi limiti, e si interroga sulla possibilità di attuare o meno determinate azioni.

Amleto siamo noi, uomini moderni ma lacerati costantemente dai dubbi come gli uomini del passato: se sia giusto o meno compiere un’azione piuttosto che un’altra.