Elizabeth Jane Howard | Gli anni della leggerezza

“Davvero ti fa paura che io vada via?”.
“Ma certo!”.
“È già qualcosa”. Cercava di sembrare arrabbiata, ma si capiva che era contenta.
Hugh si alzò in piedi. “Andiamo a dare un’occhiata alla tua nuova stanza e vediamo che cosa si può fare per migliorarla.”
“Va bene, papà”. Gli prese la mano, ma era quella sbagliata; diede una rapida carezza alla calza di seta nera che copriva il moncherino del padre e poi disse: “Non è certo come stare in trincea durante una guerra: credo che alla fine mi ci affezionerò”.
Aveva in viso un’espressione seria, nello sforzo di nascondere quanto fosse in pena per lui. [Gli anni della leggerezza, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

Inghilterra, 1937. I tre fratelli Cazalet e le rispettive famiglie si preparano per andare a trascorrere le vacanze estive a Home Place, nel Sussex, la dimora di proprietà dei genitori affettuosamente soprannominati il Generale e la Duchessa. Assieme ai genitori, a Home Place, vive la sorella minore, Rachel, donna tormentata da forti mal di schiena e da un amore che non può manifestare liberamente.

Sono davvero numerosi, i Cazalet. William Cazalet, il Generale, è proprietario di una grande azienda che si occupa del commercio del legname, e i due figli maggiori – Hugh ed Edward – lavorano nella ditta di famiglia; Rupert, invece, è un artista che per sbarcare il lunario insegna in una scuola, senza grandi soddisfazioni e percependo uno stipendio alquando magro. Rachel, l’ultimogenita, vive a Home Place e si occupa dei genitori.

Hugh è sposato con una donna che ama tantissimo, Sybil, dalla quale ha avuto tre figli. Edward è sposato con Villy, ma non riesce a stare lontano dalle donne, sulle quali esercita un discreto fascino; la coppia ha tre figli. Rupert ha due figli ma è già vedovo e in seconde nozze ha sposato una donna troppo giovane, troppo bella e, almeno all’apparenza, troppo frivola: Zoë.

La leggerezza a cui fa riferimento il titolo dell’opera si percepisce molto bene. Le atmosfere sono quasi sempre calme e rilassate, nonostante qualche attrito fra i famigliari, ma in generale la vita dei Cazalet scorre con tranquillità durante l’estate del 1937: Home Place è a soli 15 chilometri dal mare, per cui spesso gli adulti portano i figli e i nipotini al mare; la Duchessa assieme alla cuoca Mrs Cripps studia i menù settimanali; il Generale continua a lavorare in azienda; le cugine Louise e Polly cercano di tenere fuori la cugina Clary dai loro affari; i cugini Simon e Teddy fanno comunella, scacciando via i Cazalet più piccini, Lydia e Neville.

“Il mare”, Sally Swatland (Washington 1946)

L’estate del 1937 verrà ricordata da tutti loro, negli anni a venire, come una delle ultime estati spensierate prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale, perché già in quella successiva il timore di un nuovo conflitto si farà più concreto.

“Credo stia per scoppiare un’altra guerra”. Hugh non lo stava guardando, e parlava nel modo pacato e casuale che usava per le cose serie.
“Gesù! E che cosa te lo fa pensare?”.
“Be’, guarda cosa sta succedendo! I tedeschi hanno occupato l’Austria. Hitler se ne va in giro a parlare del potere e della superiorità del Terzo Reich (…)”.
“Stammi a sentire, vecchio mio. So che sei davvero preoccupato ma vedrai che i crucchi non si metteranno contro di noi. Non dopo l’ultima volta (…)”. [Gli anni della leggerezza, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

Il romanzo “Gli anni della leggerezza” di E. J. Howard (tradotto da Manuela Francescon, Fazi editore, 604 pagine, 18.50 €) è suddiviso in due parti che descrivono le due estati prima che Hitler invada la Polonia. Se nell’estate del 1937 l’idea del conflitto resta sullo sfondo – la politica internazionale non tocca più di tanto le vite dei Cazalet – nel corso dell’estate del 1938 si percepisce in modo diverso la paura per una guerra imminente, in modo particolare lo sente la piccola Polly, la figlia di Hugh, perché teme che l’amato padre venga richiamato in guerra e che, questa volta, non torni più.

I rapporti tra i membri della famiglia nel corso di un anno cambiano molto: si stringono nuove allenze tra cugini, le amicizie si sgretolano e se ne costruiscono di nuove, gli adulti incominciano a pensare seriamente alla guerra e il Generale si organizza in modo da resistere ad un eventuale attacco aereo sull’Inghilterra da parte dei crucchi. Acquista la proprietà di Mill Farm e accoglie anche Jessica, la sorella di Villy, con i suoi quattro figli.

La scrittura di Elizabeth Jane Howard è molto raffinata e scorrevole: le descrizioni sono curate, nessun dettaglio è lasciato al caso; vengono descritti gli abiti dell’epoca, gli arredi, il colore dei fiori del giardino della Duchessa. Ma quello che più mi ha incantata è stata la notevole caratterizzazione psicologica dei personaggi: la Howard mette a nudo ogni personaggio, dal più importante quale il Generale all’ultimo dei domestici, l’adorabile e pasticcione Billy, l’aiuto giardiniere.

“Senza titolo”, Vicente Romero (Madrid 1956)

Nonostante la mole, “Gli anni della leggerezzaè un romanzo scorrevole e la cosa incredibile è proprio questa: il fatto che la Howard sia riuscita a scrivere un libro così coinvolgente dove, tutto sommato, a parte qualche piccolo colpo di scena, viene messa in scena la semplice quotidianità di una benestante famiglia inglese degli anni Trenta.

Leggendo ho avuto la sensazione di essere una spettatrice privilegiata: sono stata ospite silenziosa a Londra, Mill Farm e Home Place per osservare i Cazalet. Riga dopo riga, ho seguito dialoghi e pensieri dei personaggi, svelato i loro timori e le loro paure, ho scoperto i loro difetti e mi sono ritrovata, nel corso della storia, a rivalutare un personaggio o a restare delusa da un altro.

Gli anni della leggerezza” è una bella lettura, il romanzo perfetto per chi ama leggere.

Titolo: Gli anni della leggerezza
L’Autrice: Elizabeth Jane Howard
Traduzione dall’inglese: Manuela Francescon
Editore: Fazi
Perché leggerlo: perché “Gli anni della leggerezza” è un romanzo coinvolgente, stimolante e interessante. Il romanzo perfetto per chi ama leggere.

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Sarah Perry | Il serpente dell’Essex

STRANE NOTIZIE, dicevano, un serprente mostruoso con occhi grandi come una pecora è emerso dalle acque dell’Essex ed è risalito fino ai boschi di betulle e ai parchi dei villaggi! (…) Era l’epoca del serprente, fosse esso fatto di squame e tendini, o di legno e tela, o fosse solo il frutto delle farneticazioni di qualche folle; i bambini venivano tenuti lontani dalle sponde del fiume, e i pescatori si rammaricavano di non avere attività migliore! Poi scomparve, così com’era arrivato, e per quasi due secoli non se ne seppe più niente, fino al terremoto, quando qualcosa sott’acqua venne liberato! [Sarah Perry, Il serpente dell’Essex, traduzione Chiara Brovelli]

Dopo aver seppellito il marito, Cora Seaborne decide di lasciare Londra e di trasferirsi per qualche tempo nell’Essex, una regione a sud-est dalla capitale inglese. Assieme a Francis, il figlio autistico, e alla fedele cameriera Martha, Cora prende dimora a Colchester, un luogo dove stanno venendo alla luce molti fossili lungo la costa.

Appassionata da sempre di scienze naturali e seguace delle teorie dei naturalisti Darwin e Lyell, Cora Seaborne rimane entusiasta della storia del serpente dell’Essex: pare che un terremoto abbia risvegliato un temibile mostro che ora infesta le acque dell’estuario del Blackwater, a sud-ovest di Colchester.

Cora non si lascia scappare l’opportunità di indagare a proposito del serpente: la donna spera che si tratti di un ittiosauro come quello trovato dalla paleontologa Mary Anning, confermando la teoria che vuole che non tutti i rettili preistorici si siano estinti. Inseguendo le tracce del mostro, Cora si sposta ad Aldwinter, sonnolenta cittadina sull’estuario del Blackwater dove si sono registrate diverse misteriose morti, incontra il reverendo William Ransome, forte oppositore della presenza del mostro.

Nel frattempo, il piccolo Francis vaga da solo per le paludi, alla ricerca di piccoli tesori da raccogliere; Martha conosce prima Spencer e poi Edward, i quali le spiegano la drammatica situazione di scioperi e assegnazione di case popolari a Londra; Stella Ransome, la moglie del reverendo, scopre di avere una malattia grave; il dottor Luke Garrett, brillante stella della chirurgia londinese, subisce un incidente che modificherà pesantemente la sua carriera. E intanto, mentre Cora e William discutono e prendono posizioni opposte, nelle paludi continuano ad accadere cose strane.

Eppure le cose non vanno come dovrebbero. La casa alla Fine del Mondo sta affondando nella palude, e nel focolare vuoto crescono i funghi. Il molo è tranquillo: meglio rischiare un inverno di magra che veleggiare su acque contaminate. Giungono voci da Point Clear e da St Osyth, da Wivenhoe e Brightlingsea: la bestia che vive nel Blackwater è stata avvistata da un pescatore al cambio della marea, una sera, e dopo quell’episodio il poveretto è uscito di senno (…) [Sarah Perry, Il serpente dell’Essex, traduzione Chiara Brovelli]

Chiaro di luna, John Atkinson Grimshaw (fonte: Wikipedia)

Il serpente dell’Essex” di Sarah Perry (trad. C. Brovelli, Neri Pozza, 458 pagine, 18 €) è un libro che purtroppo mi ha delusa e annoiata in misura eguale, ora proverò a spiegare il motivo di questi sentimenti negativi nei confronti del romanzo.

Spesso dò molto peso a trama, copertina e ambientazione. Un mostro che emerge dalle acque paludose e semina panico e paura in una sonnolenta cittadina posta alla foce dell’estuario del Blackwater; una copertina spettacolare che ricalca quella orginale dell’edizione inglese; l’ambientazione nella campagna dell’Essex, cupa anche in estate. Ecco, questi sono i fattori che mi hanno convinta a precipitarmi ad acquistare il romanzo e ad iniziarlo quasi immediatamente.

Il romanzo di Sarah Perry è suddiviso in quattro parti e la vicenda si svolge in un arco temporale che va da gennaio a novembre: “La notte di San Silvestro” (tra gennaio e marzo), “Quanto è in suo potere” (aprile e maggio), “Vegliate in ogni momento” (giugno e agosto) e “I momenti finali della ribellione” (settembre e novembre). La prima parte è decisamente intrigante e avvincente: l’Autrice introduce velatamente la storia del serpente dell’Essex risvegliato probabilmente dal terremoto occorso qualche tempo prima; vengono introdotti i personaggi chiave, Cora e William, e i personaggi secondari. Queste pagine instillano vera curiosità nel lettore che vuole sapere cosa o chi sia questo essere che infesta le paludi e provoca misteriose morti.

Peccato, però, che le altre tre parti siano più scialbe e poco interessanti rispetto alla prima: il ritmo rallenta, scorrono pagine e pagine in cui non succede nulla o quasi e la lettura diventa difficoltosa. L’Autrice si focalizza sui personaggi secondari sviluppando (troppe) trame secondarie, generando così confusione e distogliendo l’attenzione dal mostro delle paludi dell’Essex che quasi viene messo da parte; viene citato ogni tanto, giusto per non dimenticare che la sua presenza aleggia ancora. Ma a parte brevi apparizioni e qualche fattaccio strano, non succede comunque nulla e il mistero fatica a risolversi.

Pur avendomi annoiata, due punti positivi il romanzo li ha: le descrizioni dell’Essex e di Londra vissute attraverso le stagioni che vanno dall’inverno all’autunno e la caratterizzazione dei due personaggi protagonisti, Cora e William.

Cora è una donna che disubberisce alle consuetudini dell’epoca, oltre a vestire quasi da uomo e andare alla ricerca di fossili, non crede in Dio né lo teme e si sente votata alla scienza di Darwin e Lyell. William è un pastore di anime, per cui ha una visione opposta a quella di Cora, e spesso si ritrova a discutere con lei e il confine tra l’odio e l’amore verso questa donna sono decisamente labili.

Il serpente dell’Essex” non ha quindi soddisfatto le mie aspettative: potrebbe essere un ritratto della società inglese di fine Ottocento, ma l’essere che vive nelle paludi dell’Essex non è il vero protagonista e forse, proprio perché io mi aspettavo una sua presenza più massiccia e invadente, sono rimasta molto delusa.

Titolo: Il serpente dell’Essex
L’Autrice: Sarah Perry
Traduzione dall’inglese: Chiara Brovelli
Editore: Neri Pozza
Perché leggerlo: per avere un bel ritratto della società inglese di fine Ottocento, per chi è interessato al dibattito scienza e fede, per chi vuole immergersi nell’uggiosa e tetra campagna inglese

(© Riproduzione riservata)

AA. VV. | Sul mare. Racconti di sole e di vento

Abito distante dal mare e ogni volta che lo raggiungo sono sempre emozionata. Quando devo andare via mi sento molto nostalgica perché non ho mai idea di quando lo rivedrò. Ogni secondo passato al mare per me è prezioso: mi siedo sul bagnasciuga, ammiro le onde, inalo salsedine, attendo il tramonto. “Sul mare. Racconti di sole e di vento” (AA. VV., 177 pagine, 14 €) è una bella raccolta di vari autori, italiani e stranieri, che ha come soggetto principale il mare e i personaggi che hanno la fortuna di poterlo vivere.

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Titolo: Sul mare. Racconti di sole e di vento

Autrici e Autori: H. Lawrence, Grazia Deledda, L. Capuana, F.Tozzi, K. Mansfield, L. Pirandello, G. D’Annunzio, J. M. Machado de Assis, G. Arpino, C. Salvago Raggi

Traduzioni: dal portoghese Giuliana Segre Giorgis (Machado de Assis), dall’inglese Sergio Daneluzzi (H. D. Lawrence) e Franca Genta Bonelli (K. Mansfield)

Editore: Lindau edizioni

Il mio consiglio: “Sul mare. Racconti di sole e di vento” è una bella e suggestiva raccolta di racconti che include classici contemporanei; consigliato a chi ama il mare in ogni sua forma, anche quando è burrascoso, a chi vuole sognare ad occhi aperti i ricordi che ha vissuto e custodisce con gelosia

Aveva smesso di lavorare al suo libro. L’interesse era svanito. Gli piaceva sedersi sulla bassa sommità dell’isola e vedere il mare; null’altro che il mare, pallido e quieto. E sentire la propria mente farsi sofficie e caliginosa, come la foschia sull’oceano. Talvolta vedeva sollevarsi come un miraggio in direzione nord la sagoma lontana della grande isola. Ma era del tutto priva di consistenza. [dal racconto: L’uomo che amava le isole, H. D. Lawrence]

Ho scelto di iniziare la recensione della raccolta con la citazione di uno dei racconti che più mi è piaciuto. “L’uomo che amava le isole” di H. D. Lawrence è un racconto terribilmente romantico, con un incipit che affascina e trascina, proprio come un’onda durante una giornata di vento. Le isole sono lembi di terra per la quale ho una grande passione e leggendo il racconto di quest’uomo che le ama così tanto a tratti mi ci sono ritrovata. Sarebbe bello possedere un’isola, piccolina, un pezzo di terra accarezzato dal mare, un luogo sicuro, un rifugio dove il grande blu la circonda con un abbraccio.

Leggendo, ci si accorge come il mare sia sfondo e protagonista, sempre descritto con grande sensibilità e romanticismo, anche quando ulula sospinto dalla bonaccia oppure cerca di capovolgere una barchetta con due novelli sposi a bordo.

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Carlo Carrà, “Barcaiolo” (1939)

Gli autori e le autrici scelti per comporre il volume, sono soprattutto autori classici. Confesso che quando ho letto il nome di Gabriele D’Annunzio tra gli autori ho sospirato: l’autore abruzzese non mi è mai stato simpatico, ma dopo aver superato l’iniziale diffidenza, mi ha regalato parole come queste:

Ma l’odore del mare li ubriacava quei due. A volte stavano a guardarsi dentro gli occhi lungamente, come ammaliati, lei seduta su l’orlo della barca, lui disteso su le tavole del fondo a’ suoi piedi; mentre il flutto li cullava e cantava per loro, il flutto verde come un immenso prato a maggio mosso dal vento [dal racconto: Dalfino, G. D’Annunzio]

Oltre al racconto di Lawrence, ho apprezzato moltissimo i racconti di Grazia Deledda, magnetici e scorrevoli. Originalissimo e divertente, con finale più che a sorpresa, “Le lumache di mare” di G. Arpino; molto sudamericano e immancabile dove si parli di mare, “La notte dell’ammiraglio” del brasiliano Machado de Assis. Particolare e fortemente nostalgico “Incontro a Bordighera” della genovese C. Salvago Raggi.

Il mio preferito è  certamente “Alla baia” di Katherine Masfield: un caleidoscopio di personaggi più o meno bizzarri, alcuni freddi e senza cuore, nonne che lavorano a maglia in spiaggia e bambini che adorano l’acqua.  Un po’ mi ha ricordato le suggestione di “Gita al faro” di Virginia Woolf, questa attesa che prosegue, che non finisce mai, il sentirsi costantemente alla ricerca di qualcosa o di qualche evento che smuova l’esistenza, come quando si getta un sasso in acqua.

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Ignacio Olano, Figlia al porto (c 1932)

Sul mare. Racconti di sole e di ventoè una bella raccolta ideale da leggere in estate, ma forse è soprattutto un balsamo per l’inverno, quando avrete quella strana nostalgia del mare, delle onde, dei bagni mattutini e dei tramonti rosa.

William Shakespeare | Amleto

Per molte persone, anche per chi non ha mai letto quest’opera di Shakespeare, Amleto è l’uomo del celebre monologo “essere o non essere, questo è il problema”, frase che un po’ come l’incipit della Divina Commedia o de I promessi sposi di Manzoni, tutti conoscono. Per cui, inizierò il mio articolo di commento alla tragedia proprio citando il famoso monologo di Amleto.

Essere o non essere: questo è il problema. Se sia più nobile soffrire nell’animo i colpi e le frecce della fortuna oltraggiosa o impugnare le armi contro un mare di guai e affrontandoli porre fine ad essi. Morire… Dormire… nient’altro. E con un sonno porre fine agli strazi del cuore e alle mille naturali battaglie che eredita la carne. E’ una fine da desiderarsi devotamente. Morire, dormire; dormire, sognare forse. [Amleto, Atto terzo, Scena Prima.]

Titolo: Amleto

L’autore: William Shakespeare (1564 – 1616) è tra i più celebri autori teatrale di tutti i tempi, è stato drammaturgo e poeta inglese. Soprannominato il Bardo dell’Avon, delle sue opere sono giunte a noi 37 testi teatrali, 154 sonetti e altri poemi.  Le sue opere teatrali sono state tradotte in tutte le maggiori lingue del mondo e sono state inscenate più spesso di qualsiasi altra opera; inoltre è lo scrittore maggiormente citato nella storia della letteratura inglese e molte delle sue espressioni linguistiche sono entrate nella parlata quotidiana.

Traduzione: Paolo Bertinetti

Ambientazione: Castello di Elsinore, Danimarca

Il mio voto: 4/5

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“Amleto e Orazio al cimitero” Eugène Delacroix (1839)

Le origini di Hamlet

L’ispirazione principale alla stesura della tragedia, affonda le radici in un antico racconto popolare scandinavo di Saxo Grammaticus, che narra di un principe danese, Hamlet, che scopre che lo zio Fengo ha ucciso suo padre Horwendil per rubargli il trono e sposare la madre. Hamlet dunque trama la vendetta, ma lo zio Fengo manda Hamlet in Inghilterra con delle lettere dirette al re con l’intenzione di uccidere il principe danese. Hamlet lo scopre, e ruba le lettere, modificandole. Torna in Danimarca e porta a compimento la sua vendetta, uccidendo lo zio Fengo. Tra ovazioni e feste, diventa poi re di Danimarca.

“C’è qualcosa di marcio nel Regno di Danimarca”

Shakespeare si ispira al racconto di Saxo Grammaticus, ma lo modifica soprattutto nel tragico finale. Il Bardo immagina che Amleto, il principe di Danimarca, riceva una visita dal fantasma del padre morto. Durante il colloquio privato tra il padre e Amleto, il principe scopre che la morte del padre non è stata accidentale come tutti credevano, ma è stata provocata da Claudio, il fratello stesso del re, lo zio di Amleto. Con del veleno introdotto nell’orecchio, Claudio ha ucciso il re, impossessandosi così del trono di Danimarca e sposando Gertrude, la madre di Amleto.

Amleto muta completamente visione delle cose, dopo la rivelazione del fantasma di suo padre. Giura vendetta e inizia a meditare in quale modo vendicarsi del gesto dello zio Claudio. Ma non solo trama vendetta, ne dubita anche, chiedendosi se sia lecito o meno impugnare le armi e uccidere chi ha ucciso. Amleto decide di ingaggiare una compagnia di teatranti, che inscenano un dramma simile all’omicidio del padre, sperando così che Claudio si riveli e si tradisca, mostrandosi turbato.

Claudio capisce subito della trappola, e cerca di tenderne una anche al nipote Amleto: lo invia in Inghilterra con due consiglieri e una lettera indirizzata al re britannico con l’ordine di uccidere il nipote; ma Amleto riesce a tornare in Danimarca, vivo, e lo zio Claudio allora attua un secondo piano di distruzione. Claudio usa il figlio di Polonio – suo consigliere, ucciso per errore dallo stesso Amleto. Claudio, facendo leva sulla rabbia di Laerte, figlio di Polonio, cerca di uccidere Amleto al ritorno dall’Inghilterra. Ma l’epilogo è un tragico susseguirsi di lutti, a partire dalla dolce e bellissima Ofelia, sorella di Laerte e innamorata di Amleto, annegata, si dice mentre coglieva dei fiori lungo la riva di un fiume, ma in realtà suicida per il dolore della morte del padre Polonio e l’abbandono del principe Amleto.

Ofelia e la follia di un amore tragico

Ofelia è il personaggio che ho apprezzato di più. Quasi per tutto lo svolgersi della tragedia non viene tenuta in considerazione e compare in pochissime scene, con poche battute. Ofelia si strugge d’amore per Amleto, però il padre Polonio la mette in guardia, dicendole che l’amore di Amleto non è sicero. Dopo la rivelazione del fantasma del padre, Amleto si finge pazzo e rifiuta la compagnia di Ofelia per non immischiarla nelle sue trame di vendetta. Ofelia non capisce questo rifiuto improvviso e, dopo la morte di Polonio, esce di senno anche lei e si dà alla morte in un corso d’acqua.

Il personaggio di Ofelia è stato ampiamente rappresentato e amato dai pittori Preraffaelliti, come molti altri personaggi delle tragedie e commedie di Shakespeare.

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“Ofelia” John Everett Millais (1852)

Conclusioni: perché Amleto siamo noi

Al di là della trama avvincente e del susseguirsi dei colpi di scena, Amleto è amato dal grande pubblico a più di quattrocento anni dalla prima rappresentazione, perché nel principe danese vediamo noi stessi con le nostre paure e i nostri dubbi. Amleto è mosso da un sentimento di vendetta verso Claudio, colui che l’ha privato del padre, ma inizialmente non riesce a decidersi ad attuare la sordida vendetta. Amleto riflette, pensa, si trova quasi nella condizione di poter uccidere Claudio, ma la sua mano esita e non cala la spada sulla testa dello zio.

Perché Amleto non è più l’uomo che si sente al centro dell’Universo, che si sente sicuro di sé come gli uomini del Rinascimento; Amleto appunto dubita di tutto e di se stesso, prende coscienza dei suoi limiti, e si interroga sulla possibilità di attuare o meno determinate azioni.

Amleto siamo noi, uomini moderni ma lacerati costantemente dai dubbi come gli uomini del passato: se sia giusto o meno compiere un’azione piuttosto che un’altra.