Consigli di lettura: 10 libri per viaggiare

Viaggiare è un’esperienza unica che arricchisce e stupisce, che permette di entrare in contatto con usanze e costumi differenti dai nostri, apre la mente e rende più sicuri di sé oltre a regalare emozioni e ricordi preziosi. Tra le maggiori ispirazioni per i miei viaggi ci sono i libri e in passato mi sono ritrovata a sognare un viaggio grazie ad un libro per poi renderlo reale.

In questo articolo vi voglio segnalare e consigliare 10 libri per chi ama viaggiare: alcuni sono molto noti e li conoscerete certamente, altri spero di farveli conoscere e amare. Siete pronti a partire con me?

(Chris Lawton, unsplash.com, modificata)

1- Trans Europa Express di Paolo Rumiz (Feltrinelli)

Il giornalista triestino Paolo Rumiz ha percorso la cerniera d’Europa, dalle terre iperboree fino ad Instabul, dove il Bosforo pazientemente unisce l’Europa all’Asia. In trentatré giorni Rumiz percorre circa seimila chilometri, a piedi, in treno, in auto, in nave, autostop o bus, riempiendo otto taccuini di appunti e uno di disegni e schizzi, incontra innumerevoli persone di ogni estrazione sociale, dai contadini più umili e personaggi più illustri. Un libro per chi sogna di avere sempre la valigia pronta e una mappa pasticciata e stroppicciata piena di appunti.

2- Come ti scopro l’America di Emanuela Crosetti (Exòrma edizioni)

La giornalista e fotografa Emanuela Crosetti ha ripercorso in solitaria il lungo viaggio dei capitani di ventura Lewis e Clark, attraverso gli Stati Uniti, partendo da Saint Louis e arrivando in Oregon, di fronte all’immenso oceano Pacifico. È un reportage, che mette nostalgia per luoghi che non ho mai visto e situazioni che non ho mai vissuto, ma che ho sognato di vivere dalla prima all’ultima pagina.

3- Manuale di sopravvivenza amazzonica per signorine di città di Sara Porro (EDT)

Prendete una ragazza sempre vissuta tra la Brianza e Milano un po’ precisina, caricatela di ansie che hanno ansie di non aver vissuto abbastanza avventure, mescolate il tutto e otterrete un viaggio fai da te in Perù, attraverso stregoni e pozioni magiche, notti nella foresta in capanne infestate da ragni pelosi, cibi quasi immangiabili ma buonissimi e soprattutto la conclusione che viaggiare è una cosa magnifica e può insegnare molto più di quello che si immagina.

4- My Little China Girl Giuseppe Culicchia (EDT)

La Cina è quel Paese immenso, fatto di modernità e tradizione, che cambia volto ogni giorno e si sviluppa in modo rapidissimo. La Cina affascina è indubbio e con notevole ironia e sagacia Giuseppe Culicchia, giornalista torinese, la racconta nel bel reportage “My Little China Girl”. Assolutamente consigliato a chi non perde occasione di fare un salto nei ristoranti cinesi e per chi ama la millenaria cultura cinese, per chi cerca un libro per sorridere e anche un po’ per riflettere

5- Viaggi e altri viaggi di Antonio Tabucchi (Feltrinelli)

Antonio Tabucchi, grande conoscitore del Portogallo e della cultura lusitana, è stato anche e soprattutto un grandissimo e intraprendente viaggiatore. Nel reportage “Viaggi e altri viaggi” Tabucchi racconta del suo Portogallo e istruisce il lettore su come provare la saudade a Lisbona, ma racconta anche delle Azzorre, della Grecia, dell’Europa, dell’Asia e dell’America, in un crescendo che mette in luce tutta la passione e gli stati d’animo di chi i viaggi li gode minuto per minuto.

(Slava Bowman, unsplash.com)

6- Anime baltiche di Jan Brokken (trad. C. Cozzi e C. Di Palermo, Iperborea)

Jan Brokken con “Anime baltiche” ha toccato le corde del mio cuore e del mio animo di viaggiatrice facendomi sognare un viaggio nelle Repubbliche Baltiche, viaggio che si è felicemente concretizzato quando lo scorso dicembre ho potuto visitare Tallinn, la capitale dell’Estonia. Brokken racconta la storia delle Repubbliche Baltiche attraverso i suoi orgogliosi abitanti ed è un libro che coinvolge ad un livello tale per cui sognerete anche voi un viaggio a Tallinn, a Riga o a Vilnius.

7- Sulla strada di Jack Kerouac (trad. M. Caramella, Mondadori)

Jack Kerouac non ha bisogno di presentazioni, ogni mia parola sarebbe assolutamente superflua. L’ho inserito nell’elenco dei libri per viaggiare perché quello di Sal e Dean è il viaggio per eccellenza, dall’est all’ovest degli Stati Uniti in automobile o in autostop, spesso in preda a delirio alcolico o a momenti di intensa filosofia. Kerouac può non piacere a tutti, il suo stile asciutto e secco può non coinvolgere, ma riguardo a me ha fatto sognare tantissimo.

8- C’era una volta l’URSS di Dominique La Pierre (trad. K. Imberciadori, Il Saggiatore)

È il 1956 e il Paris Match riesce ad ottenere un permesso per un viaggio in U.R.S.S. per il giornalista francese Dominique La Pierre, il reporter Jean-Pierre Pedrazzini e relative consorti. I quattro partono da Parigi alla volta della Grande Russia a bordo di una Simca Maryl: da Mosca al Caucaso emergerà il ritratto di un Paese immenso, fatto quasi esclusivamente di contraddizioni e divieti, ma anche di persone cordialissime e generose, curiose e tutto sommato felici di essere quel che sono di quel che hanno.

9- Verso il Grande Sud di Isabelle Autissier e Erik Orsenna (trad. M. Uberti Bona, Longanesi)

I navigatori francesi Isabelle ed Erik hanno un sogno: raggiungere il Grande Sud con la loro imbarcazione Ada e si prefissano di raggiungere la Baia Margherita, coordinate geografiche 66° 33′ S, ovvero il leggendario Circolo Polare Antartico. Il libro è un susseguirsi di emozioni, pagine dei diari di Isabelle ed Erik e storie dei navigatori che prima di loro sognarono di raggiungere il Polo Sud. Un libro per chi ama le curiosità legate ad uno dei luoghi più remoti e misteriosi della Terra e chi ama il gusto dell’avventura e vuole essere catapultato in un mondo di ghiaccio, ostile quanto affascinante.

10- Vladivostok. Nevi e monsoni di Cédric Grass (trad. G. Pigozzo Bernardi, Voland)

Al giovane geografo francese Cédric Gras viene proposta la direzione di una sede della Alliance Française e lui sceglie la città di Vladivostok perché quello che prova per la Russia è un qualcosa difficile da spiegare. Il suo bellissimo reportage di viaggio abbonda di curiosità sui russi, sul clima, sulla cultura, ma anche dei suoi viaggi siberiani. Per chi ama la geografia, le culture diverse dalla nostra occidentale, per chi ama i viaggi e le descrizioni di scenari lontani – non senza un pizzico di ironia – “Vladivostok. Nevi e monsoni” è un libro imperdibile

(Andrea Vincenzo Abbondanza, unsplash.com)

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Voi amate la letteratura di viaggio? C’è qualche libro che mi consigliereste, magari un libro che ha ispirato uno dei vostri viaggi o vi ha iniziato a farvelo sognare? Scrivetemi nei commenti, sono sempre curiosa di leggere suggerimenti di lettura!

Isabelle Autissier e Erik Orsenna | Verso il Grande Sud

Nell’agosto di qualche anno fa, mentre ero in Toscana, visitai la città di Siena. Tra le cose da vedere, figurava il museo dell’Antartide, ospitato alla Facoltà di Scienze geologiche. Gli ultimi visitatori del museo dell’Antartide di Siena risalivano a giugno e la signora alla reception fu sorpresa di vedere due ragazzi interessati all’esposizione: quando le spiegai che sono una geologa, si illuminò e tutto, forse, le sembrò più logico.

Questo piccolo preambolo per farvi capire quanto io sia appassionata di geologia e quindi di libri che parlano di viaggi avventurosi in luoghi impervi e “Verso il Grande Sud” scritto dai navigatori francesi Isabelle Autissier ed Erik Orsenna (trad. M. Uberti Bona, Longanesi, 202 pagine, 15 €) è stato uno di quei libri che mi ha permesso di viaggiare lontano.

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E’ questa l’emozione che attraverso i secoli risorge, intatta, nei nostri spiriti di moderni naviganti. Noi ci facciamo strada ben muniti di previsioni meteorologiche e di fotografie satellitari, eppure lo stretto di Drake continua ad essere un vero pericolo. Esso è l’estremità più australe cui giungono le terre abitate, il punto di incontro dei due più grandi oceani, il luogo del mondo in cui si affrontano come nemici immense masse d’acqua e d’aria. Le une giungono dal caldo, ossia dai tropici, le altre dal polo, dall’impero del freddo. E la loro battaglia è provocata dall’altezza delle montagne andine e dal loro contano prolungamento in Antartide. Qui l’uomo deve ritrovare l’umiltà e imparare, se vuole avere la possibilità di trovare la sua strada nella furia del mondo [Verso il Grande Sud, I. Autissier e E. Orksenna, trad. M. Uberti Bona]

Isabelle Autissier ed Erik Orsenna sono due francesi con la passione per il Grande Sud. Isabelle acquista una barca, l’Ada, e l’attrezza per compiere l’avventura di raggiungere la Baia Margherita, coordinate geografiche 66° 33′ S, il Circolo Polare Antartico. Erik si unisce alla spedizione, assieme ad un equipaggio ben sortito.

Il viaggio vero inizia quando si decide di partire, ci si prepara febbrilmente e si equipaggia l’imbarcazione. Dall’aereo Isabelle vede la pampa argentina e raggiunge Rio Gallegos, quella che definisce “la porta del Grande Sud” che “segna forse l’inizio della solitudine“.

Isabelle si unisce ai compagni e attendono le condizioni meteorologiche buone per partire. La base è a Puerto Williams, in Cile, una cittadina sperduta alla fine del mondo, che si affaccia pigramente sul Canale Beagle. Finalmente il tempo pare buono e all’Ada viene imposta la direzione Sud.

Durante il viaggio che porterà i francesi e i loro equipaggio a sfiorare il Circolo Polare Antartico, Isabelle ed Erik raccontano non solo della loro spedizione, ma scrivono approfondimenti legati al misterioso continente antartico. Si leggono le storie dei primi esploratori, quelli più famosi come Amundsen e Shackleton: il primo fu il norvegese che per primo raggiunse il Polo Sud geografico, mentre il secondo fu l’inglese che sfiorò il Polo Sud magnetico, senza però riuscire a raggiungere quello geografico.

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Icebergs (fonte: Christopher Michel, Wikipedia Free Commons CC BY 2.0)

I francesi incantano i lettori descrivendo le varie specie di foche, i tanti pinguini che popolano il Sud, raccontano la leggenda secondo cui si spiega l’assenza degli orsi, qui in Antartide. Si mette in mezzo la botanica, l’esiguo numero di specie di piante e l’infinito numero di specie di muschi, licheni e poi di batteri e altri microorganismi che non temono i gelidi venti e le condizioni estreme di vita.

Si parla della geografia aspra e selvaggia dell’Antartide, con le sue coste frastagliate, gli iceberg immensi che galleggiano in un mare tanto blu che pare dipinto, una morfologia che pare cambiare anno dopo anno, ghiaccio che si stacca dopo ghiaccio che scompare; si parla della geologia dei ghiacciai, dei fiumi sotterranei, di rocce e di vulcani, di paleontologia e dei resti di organismi fossili di climi caldi: la deriva da Nord verso Sud dell’Antartide, quel lungo viaggio dall’equatore al Polo Sud magnetico che ha fatto sì che questa placca di terra si ricoprisse interamente di ghiaccio e neve.

Si parla di clima, attuale, passato e futuro; dell’importanza della corrente circumpolare, che senza di questa non ci sarebbe il clima come lo conosciamo oggi sulla Terra, e ci raccontano – i due esploratori francesi – di quanto sia affascinante studiare le bolle d’aria intrappolate nel ghiaccio antartico per studiare la composizione dell’aria del passato.

Ogni massa d’acqua è caratterizzata da una certa temperatura e da una certa salinità, e non ha particolare ambizione a mescolarsi con le masse d’acqua vicine. Acque più salate o più dolci, fredde e calde, hanno insomma l’abitudine di guardarsi in cagneso dai due lati di barriere ancor più rigide delle frontiere umane. L’oceano è crudelmente privo di leggi che promuovano fusione e integrazione: solo le correnti riescono in qualche modo a mescolare acque altrimenti nemiche fra loro. I naviganti attraversano tali invisibili confini sapendo di entrare in questo modo in nuovi territori [Verso il Grande Sud, I. Autissier e E. Orksenna, trad. M. Uberti Bona]

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Ciao! (fonte: Christopher Michel, Wikipedia Free Commons CC BY 2.0)

Verso il Grande Sud” è l’unione dei diari personali di Isabelle ed Erik con le storie legate alle esplorazioni, alle disgrazie, ai successi e alla natura dell’Antartide: un libro che sta a metà tra un saggio – comunque molto accessibile grazie ad un liguaggio perfettamente divulgativo – e il racconto di un’impresa personale. E’ un libro perfetto per sognare luoghi che probabilmente non credevamo di amare perché si conoscono davvero pochissimo, vuoi perché sono molto lontani da noi, vuoi perché a nessuno verrebbe in mente di organizzare un viaggio o una spedizione in Antartide.

Oltre alle suggestive immagini e alle emozioni che Isabelle ed Erik riescono a trasmettere bene attraverso la scrittura, ho apprezzato il grandissimo rispetto che hanno avuto nei confronti dell’Antartide: questo è un continente ricchissimo di minerali preziosi e combustibili fossili, elementi che l’uomo sfrutterebbe ben volentieri ma non può per via del Trattato Antartico. Il documento citato è stato sottoscritto da molti Paesi del mondo, i quali si impegnano a mantenere intatto il più possibile l’Antartide e i suoi abitanti animali.

Se negli Anni Settanta non si fosse sottoscritto il Trattato Antartico, molto probabilmente questo continente che ha incantato generazioni di scienziati ed esploratori, oggi sarebbe un’appendice sterile saccheggiata dai governi più potenti.

Per fortuna questo scenario non si è verificato e l’Antartide si può definire un’area protetta da leggi ben precise. Vi sono basi scientifiche, e nella Terra di Graham vi è anche una piccola comunità argentina, che sfida neve e gelo per vivere qui, ma il tutto è regolato e certi comportamenti non si possono tenere.

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Gennaio 2009, viaggio verso l’Antartide dell’imbarcazione Spirit of Sidney. Passaggio Drake, Ushuaia (Wikipedia Free Commons CC BY 2.0)

L’Antartide è uno scrigno di ghiaccio che per molto tempo non finirà di rivelare i suoi segreti agli scienziati e a chi ne subisce il fascino: le nevi perenni e le banchise custodiscono i segreti del clima del passato, possono spiegarci molte cose del presente e ci possono essere utili per prevedere gli scenari futuri.

L’Antartide è capace di sconvolgere i ritmi come nessun altro continente sa fare. A volte passa senza preavviso dalla calma alla tempesta, confermando il detto secondo cui in queste regioni si avvicendano ogni giorno le quattro stagioni. A volte, invece, si attarda, si fissa. Il tempo del Grande Sud arresta la sua corsa [Verso il Grande Sud, I. Autissier e E. Orksenna, trad. M. Uberti Bona]

Titolo: Verso il Grande Sud
Gli Autori: Isabelle Autissier ed Erik Orsenna
Traduzione:  M. Uberti Bona
Editore: Longanesi
Perché leggerlo: per chi ama le curiosità legate ad uno dei luoghi più remoti e misteriosi della Terra. Chi ama il gusto dell’avventura e vuole essere catapultato in un mondo di ghiaccio, ostile quanto affascinante.

Nicolas De Crécy | La Repubblica del Catch

Questo è l’anno in cui ho scoperto quanto sia divertente leggere delle storie raccontate tramite disegni e fumetti, e oggi vi parlo de “La Repubblica del Catch” del fumettista francese Nicolas De Crécy (Eris edizioni, 222 pagine, 17 €), una storia assolutamente strampalata e surreale dove il filo conduttore è la bellezza della musica.

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Titolo: La Repubblica del Catch

L’Autore: Nicolas De Crécy è uno dei maestri visionari del fumetto in lingua francese, è attivo dall’inizio degli Anni Novanta con il suo inconfondibile stile

Traduzione dal francese: Fay R. Ledvinka

Editore: Eris edizioni

Il mio consiglio: è una bella graphic novel per chi cerca una storia assolutamente visionaria, strampalata e bizzarra

E’ mio amico… In realtà, ne ho solo uno… un pinguino. Non è molto affettuoso, ma mi fido di lui. Non è neanche troppo loquace, ma va bene così, si esprime con la musica. Debussy, Schubert, questa gente qua… Io, non ne conosco uno. E, cosa strana, la musica lo fa andare avanti… non saprei come altro dirlo. E’ un fenomeno particolare, non ne ho mai parlato a nessuno, quando lui suona, è una forza, forse la forza della musica, che suona il pianoforte. [La Repubblica del Catch, Nicolas De Crécy]

Prendete una città dove succedono cose strane, una specie di metropoli. Degli spettri – buoni – che vivono in un fabbricato abbandonato. Un ometto tenero e timido che vende pianoforti ma non sa suonarli, un pinguino che non parla ma suona benissimo. Aggiungete una famiglia mafiosa e combattiva, uno sport cruento e violento, agitate il tutto e otterrete la trama e i personaggi de “La Repubblica del Catch” di Nicolas De Crécy.

Mario è un timido personaggio, un po’ buffo bassotto e col riportino, che vende pianoforti. Il suo unico amico è un pinguino, che quando si mette al pianoforte suona melodie bellissime capaci di incantare tutti, e – cosa strana – lo strumento e il pinguino iniziano a camminare, anzi correre.

Mario ha una famiglia oppressiva e crudele, in particolare un nipote precoce e malvagio, benché sia ancora piccino ordisce dei piani degni del più cattivo mafioso della città. La famiglia vorrebbe che anche Mario praticasse il catch, una lotta sanguinosa che ricorda un po’ lo spettacolare wrestling. Ma Mario non ne ha nessuna intenzione, preferisce vivere in pace, vendendo pianoforti e ascoltando la suadente musica del pinguino.

La famiglia, però, non lascia correre e se la prende con Mario. Inizieranno così una serie di avventure bislacche e bizzarre, personaggi inquietanti e incredibili, mentre il pianoforte del pinguino navigherà e correrrà per le vie della città a prestare aiuto al povero Mario vessato dalla famiglia.

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La storia di Mario è quella che, tra le righe, incarna un po’ quella di tutti noi. Quante volte ci siamo sentiti oppressi da qualcuno “più forte”, che ci ha obbligati e costretti a fare qualcosa che non avevamo voglia di fare. Esistono quasi sempre, per fortuna, delle vie di fuga: Mario ha la musica, suonata dall’unico amico pinguino, e sogna – sempre timidamente – la bella Bérénice, la quale però preferisce Ares, uno dei campioni di catch della città.

Attraverso disegni in bianco e nero, ma tratteggiati con cura, Nicolas De Crécy racconta la storia del piccolo Mario che cerca, sempre utilizzando la sua innata bontà d’animo, il suo posto nel mondo. E’ difficile mettersi al riparo dai soprusi, nella vita, purtroppo questi sono quasi una costante. Ma ci sono gli amici e le vie di fuga: bisogna solo saperle riconoscere.

Éric Faye | Sono il guardiano del faro

Ci sono luoghi che da sempre mi hanno affascinata. Il faro, per esempio, è uno di questi: mi è sempre sembrato un luogo fuori dal tempo e dallo spazio, un po’ misterioso, cupo ma dispensatore di luce, e il suo guardiano l’ho sempre visto come un’entità romantica. Attratta dalla bella copertina, dal titolo e dalla nuovissima casa editrice, ho letto “Sono il guardiano del faro” Éric Faye (traduzione di Valentina D’Onofrio, Racconti edizioni, 150 pagine, 14 €).

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Titolo: Sono il guardiano del faro

L’Autore: Éric Faye è uno scrittore e saggista francese. “Sono il guardiano del faro” ha vinto il Prix des Deux Magots nel 1998

Traduzione dal francese: Valentina D’Onofrio

Editore: Racconti edizioni

Il mio consiglio: è un’ottima raccolta di racconti, molto raffinati e sofisticati, per chi cerca una prosa che la potenza di una poesia

Non si partiva più dai porti; non ci si arrivava che dall’entroterra. Pensavo ai guardiani del faro sotto la notte oceanica, alle città tagliate fuori dal mondo, ai monasteri perduti; a tutti gli uomini che, volutamente o no, facevano esperienza di un ritiro, di uno scalo all’io profondo. Linee invisibili a occhio nudo collegavano quei punti e una parte di me viveva l’estinzione dei fuochi sul monte Athos, un crepuscolo sul mare o la nostalgia di un guardabarriere. Sul dirupo delle solitudini, l’ibernazione diventava un rifiugio per anime in pena. [Sono il guardiano del faro, Éric Faye]

Un treno corre all’infinito senza mai giungere alla stazione, luogo che per i viaggiatori diventa sempre più inarrivabile e irreale. Un viaggiatore s’intestardisce a visitare la città di Taka-Maklan, fermata purtroppo soppressa sulla linea ferroviaria a causa di problemi legati all’abitato stesso. Ci sono persone che cercano di scalare muri – frontiere – sempre più alte e irraggiungibili, fino ad arrendersi e a vivere negli anfratti del muro stesso. Un uomo trova un’agendina che predice il suo futuro. Una donna, una sirena, quasi annegata si ritrova su una spiaggia della penisola greca, dove sorge il Monte Athos.

I mercanti di nostalgia riesumano ricordi in un originale mercatino dell’usato. L’ultimo rappresentante della sua specie si rende conto, con orrore, di essere davvero rimasto l’ultimo. Un uomo attende la sua amata per lungo tempo, rendendosi conto che forse non tornerà mai più. Infine, il guardiano di un faro costruito su uno scoglio nel mezzo di un oceano impetuoso racconta la sua storia e le sue frustrazioni.

Ho sempre sognato una società in cui il numero di parole assegnato a ciascuno nella vita venisse limitato, contatore alla mano. Ci sarebbe da ridere. Alcuni diverrebbero muti prima ancora della pubertà, altri risparmierebbero le parole, farebbero fruttare i propri silenzi come investimenti, eredità ai loro rampolli chiacchieroni. Per quanto mi riguarda non ho niente da dire, ma forse alcuni, dal momento che si parlerebbe meno ma bene, sceglierebbero parole più precise, troverebbero il modo per dire tutto in una parola sola come in cento [Sono il guardiano del faro, Éric Faye]

E’ sempre difficile parlare di una raccolta di racconti, c’è il rischio di rivelare troppo, soprattutto riguardo quei racconti che si sviluppano in poche pagine. Con la sua scrittura fluida, poetica benché sia una forma di prosa, Éric Faye ha la capacità di trasportare lontano, mentre si legge, e a tratti di inquietare un po’.

Le parole che usa Faye per scrivere i suoi racconti hanno il sapore della poesia e della salsedine, dalle pagine traspare il profumo delle alghe e del sole. Sono spesso viaggiatori, o solitari, i personaggi di Faye: i viaggiatori si spostano soprattutto in treno, mentre i solitari si arroccano in fari sperduti o si rendono conto di essere rimasti soli, o perché sono gli ultimi della specie, oppure perché la persona con la quale avevano appuntamento con arriverà.

Leggere una prosa essenziale che sa di poesia e profuma di mare e libertà non è così scontato: i temi affrontati nei nove racconti scelti ritornano con ciclicità e con precisione Éric Faye li analizza e rianalizza. Sono racconti che a prima vista sembrano semplici, ma che letti tra le righe permettono di riflettere molto.

Il sentimento di aver messo la sua vita tra parentesi, d’averla appesa a un filo a sgocciolare, non gli era poi così sgradito. Non voleva far altro che acquattarsi sul fondo, questo viaggio era solo un pretesto per fuggire, un modo per rendersi conto che non aveva legami da nessuna parte. Gli uomini di questo posto erano stati risucchiati in un buco nero. Ne approfittavano per fare pulizia, uccidere gli antichi demoni, cacciare i fantasmi dal loro piedistallo e chiudere le ferite aperte. Ma lui? Non aveva nulla di particolare da dimenticare, non aveva niente di suo, a parte un nome e un cognome [Sono il guardiano del faro, Éric Faye]

 (© Riproduzione riservata)

Annie Ernaux | L’altra figlia

Trovare le parole giuste per parlare de L’altra figlia di Annie Ernaux (L’Orma editore, 81 pagine, 8,50 €) non è semplice. Questo brevissimo ma inteso libro non è un romanzo, bensì una lunga lettera, una missiva che la destinataria non potrà mai leggere.

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Titolo: L’altra figlia

L’Autrice: Annie Ernaux è nata a Lillebonne (Senna Marittima) nel 1940 ed è una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese

Traduzione dal francese: Lorenzo Flabbi

Editore: L’Orma editore

Il mio consiglio: una lettura breve ma potente, per chi vuole immergersi in un turbinio di sentimenti ed emozioni descritte in modo magnifico

Tu non sei mia sorella, non lo sei mai stata. Non abbiamo giocato, mangiato, dormito insieme. Non ti ho mai toccata, abbracciata. Non conosco il colore dei tuoi occhi. Non ti ho mai vista. Sei senza corpo, senza voce, sei giusto un’immagine piatta su qualche foto in bianco e nero. Non ho alcun ricordo di te. Quando sono nata eri già morta da due anni e mezzo. Tu sei la figlia del cielo, la bambina invisibile di cui non si parlava mai, la grande assente da tutte le conversazioni. Il segreto. Sei sempre stata morta. Sei entrata morta nella mia vita nell’estate dei miei dieci anni [L’altra figlia, Annie Ernaux]

La scrittrice francese Annie Ernaux ha avuto una sorella. Si chiamava Ginette ed è morta durante un’epidemia di difterite, pochi mesi prima che il governo francese introducesse il vaccino obbligatorio.

Ginette è morta nel 1938 e Annie è nata nel 1940: nate dagli stessi genitori – quelli che nella lettera la Ernaux non chiama mai ‘mamma’ o ‘papà’ – non si sono mai parlate, conosciute, toccate. Nessuno aveva rivelato ad Annie l’esistenza della sorella, ma un pomeriggio del 1950 la bambina ascolta uno stralcio di una conversazione, dove la madre cita questa sorellina morta. Una conversazione non diretta alla Ernaux ma ad una cliente del negozio della madre.

La presenza di Ginette nella vita di Annie irrompe come un urgano: ci sono poche foto della sorella, pochi ricordi, quasi nessun aneddoto. Annie scopre un’altra cosa che la sconvolge: i genitori avevano le possibilità economiche per mantenere un solo figlio, per cui se Ginette non fosse morta Annie non sarebbe mai nata.

(…) la tua morte e la necessità economica di avere un solo figlio -, e per far sì che la realtà sfolgorasse: sono venuta al mondo perché tu sei morta e ti ho sostituita. [L’altra figlia, Annie Ernaux]

La Ernaux non incolpa di genitori per non averle mai parlato della sorella, ma si sentiva a disagio quando, una volta venuta fuori l’esistenza di Ginette, i genitori confrontavano le due bambine: Ginette era quella buona e perfetta, Annie, l’altra, quella disobbediente e ribelle. La Ernaux avrebbe preferito che i genitori dimenticassero Ginette, la sua perfezione, e pensassero solo a lei; ma un genitore non può dimenticare il figlio scomparso.

Non rimprovero loro niente. I genitori di un figlio morto non sanno ciò che il loro dolore fa a quello vivo (…) Tu sei l’impossibilità stessa della colpa e del castigo. Non hai nessuna delle caratteristiche di una bambina vera. Come le sante, un’infanzia non l’hai mai avuta. Non ti ho mai immaginata reale. [L’altra figlia, Annie Ernaux]

L’altra figlia è uscito in Francia nel 2011, benché sia molto breve, la Ernaux ha impiegato molto tempo per scrivere questa lettera a Ginette perché non è facile affrontare i fantasmi del passato, tanto più quando coinvolgono i sentimenti in modo così profondo.

Ciò che sto facendo qui è rincorrere un’ombra. [L’altra figlia, Annie Ernaux]

La scrittura della Ernaux è asciutta ma piena di immagini evocative; ci sono frammenti di pensieri, spezzati quasi, discorsi che sembrano non finire e riprendono qualche pagina dopo. Ci sono parecchie ripetizioni, come un ritornello: l’autrice torna spesso sul concetto dell’assenza della sorella e della sua presenza, di tutto ciò che lei ha avuto e che Ginette non ha visssuto.

Il passato ritorna sempre, possono anche trascorrere sessant’anni e noi ritrovarci a parlare e pensare a cose all’apparenza vecchie e sepolte, con la segreta speranza di poter sistemare, cambiare o rivivere un tempo che non esiste più.

In quelle immagini non ti penso mai al mio posto. Non riesco a vederti dove mi vedo con loro. Non ti posso mettere dove sono stata io.  Sostituire la mia esistenza con la tua. C’è la morte e c’è la vita. Tu o io. Per essere, ti ho dovuta negare. [L’altra figlia, Annie Ernaux]

Karim Miské | Appartenersi

Che cosa so della Mauritania, a parte che è uno Stato africano che si affaccia sull’Oceano Atlantico? Ben poco direi, in realtà non so neppure quale sia la sua capitale e in che anno abbia guadagnato l’indipendenza dalla Francia. Leggendo il libro di Karim Miské “Appartenersi” (Fazi, 95 pagine, 15 euro) ho imparato molte cose sulla Mauritania, sul rapporto tra la Francia e le sue ex-colonie, sugli amori tra due persone di diversa cultura e sul senso di appartenere o di sentirsi parte di un mondo.

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Titolo: Appartenersi

L’Autore: Karim Miské è nato ad Abidjian nel 1964, da padre mauritano e madre francese. Cresciuto tra Dakar e Parigi, oggi è romanziere e documentarista di successo. Con il suo primo romanzo Arabian Jazz (Fazi) ha vinto il Gran Prix de Littérature policière 2012 e il Prix du Meilleur Polar des lecteurs del Points 2014.

Traduzione dal francese: Maurizio Ferrara

Editore: Fazi

Il mio consiglio: è un libro di riflessioni che offre diversi spunti di lettura sul tema del multiculturalismo e sul senso di appartenza

Vivo in un senso di estraneità. Talvolta inquietante. Non essere mai esattamente questo: the Arab in the mirror. Né quest’altro: il francese della mia testa. Strana condizione. La mia da sempre. Non essere incluso in nulla, non essere compreso in alcuna categoria saldamente stabilita. Perpetua oscillazione sul ciglio del baratro. Costanti interrogativi esistenziali. Sarebbe stato meglio o no essere come l’altro, che sa chi è, a quale mondo appartiene? Certezza desiderabile. Certezza detestabile. Che mi attira e mi respinge, nello stesso tempo, in modo estremamente preciso. [Karim Miské, Appartenersi]

Karim nasce nel 1964, quattro anni dopo dell’indipendenza della Mauritania dalla Francia. I genitori di Karim si sono spostati in parte contro le volontà delle rispettive famiglie: il nonno francese ama il piccolo Karim ma avrebbe preferito un nipotino bianco; la nonna mauritana quando ha saputo che il figlio avrebbe sposato una bianca è svenuta.

Karim Miské si è sempre sentito diviso tra due mondi e negli anni Sessanta e Settanta, quando lui era un bambino, spesso veniva visto in modo sospetto da parte dei compagni. Karim era scuro di pelle ma aveva modi da francese. Che cos’era quindi? Un francese o un arabo?

Le amiche della nonna francese chiedono a Karim cosa farebbe se ci fosse una guerra tra Francia e Mauritania: lui, se fosse un militare, quale Stato servirebbe? Si sente più arabo o occidentale? Più francese o mauritano? Tutte queste domande, forse senza senso, confondono Karim e l’immagine che lo specchio gli riflette lui non riesce ad interpretarla.

Era buffo vedere adulti che facevano una domanda così stupida a un ragazzino. Così stupida come quella che si fanno tutti i bambini, quando i grandi non ascoltano: preferisci tua madre o tuo padre? Traduzione: preferisci i francesi o gli arabi? I cristiani o i mussulmani? Noi o loro? Di dove sei? Chi sei? Ce lo devi dire, per farci dormire in pace, rinfrancati, dopo che finalmente siamo riusciti a tracciare la frontiera tra noi e loro. Ero la guardia di confine, il doganiere. Non potevo zigzagare sul tracciato, dovevo schierarmi. Dalla parte giusta. [Karim Miské, Appartenersi]

Se i francesi fanno domande strane a Karim, quando va in Mauritania per la prima volta, Miské resta scioccato dal dilagante razzismo tra le varie etnie maure e dalla scoperta dell’esistenza degli schiavi: proprio schiavi, ogni famiglia ne possiede uno, o più di uno.

La confusione per Karim aumenta ulteriormente quando la madre lo porta a vivere in Albania, negli anni del regime del compagno Enver. Karim, con l’ingenuità dei bambini, osserva che i dirigenti del partito di Hoxha e loro stessi hanno case di lusso, si spostano in automobile, hanno la TV e fumano sigarette straniere; diversamente, il popolo albanese soffre la povertà, i bambini sono sporchi, alcuni non hanno neppure una casa dove stare. Karim si chiede il perché di queste disuguaglianze in un regime comunista, dove tutti – teoricamente – dovrebbero essere uguali e possedere le stesse cose. Il senso di tutto questo Karim Miské lo capirà solo molti anni dopo quando leggerà 1984 di George Orwell.

Scritto con un stile coinvolgente, semplice e diretto, Karim Miské ci racconta la sua storia personale e ci fa riflettere sul senso di (non) appartenenza; noi siamo sicuri di essere esattamente ciò che siamo? O a volte anche noi abbiamo qualche dubbio, su chi siamo veramente?

Sentirci parte di qualcosa, stare dalla parte giusta, appartenere davvero ad un luogo o ad un popolo non è qualcosa di così scontato e Karim Miské lo racconta senza tanti giri di parole. Però, Karim nonostante tutto capirà a chi appartiene davvero.

I libri, dopo il tuo primo manuale di letteratura i cui disegni sono rimasti impressi nei tuoi neuroni, erano una cosa sacra. Vivere senza di essi era semplicemente impossibile. Aprirne uno era come tornare a casa. Insomma, era

APPARTENERE

al paese della letteratura. [Karim Miské, Appartenersi]

Cédric Gras | Vladivostok. Nevi e monsoni

Iniziamo con un gioco, ma non barate: se vi chiedo a quale latitudine si trova la città russa di Vladivostok, voi dove la collochereste, alle latitudini di Firenze oppure in prossimità di quelle di Helsinki? Mentre pensate alla risposta corretta senza usare Wikipedia, vi racconto le impressioni e le emozioni scaturite dalla lettura di “Vladivostok. Nevi e monsoni” di Cédric Gras (Voland, 209 pagine, 15 euro).

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Titolo: Vladivostok. Nevi e monsoni

L’Autore: Cédric Gras (1982) ha sempre alternato gli studi di geografia ai viaggi in terre lontane e alla pratica dell’alpinismo, attratto in particolare dall’America meridionale, dall’Himalaya e dall’Asia centrale. In Russia ha diretto la Alliance Française di Vladivostok e insegnato francese all’università. E’ stato tra i finalisti del Prix Bouvier nel 2014.

Traduzione dal francese: Gina Pigozzo Bernardi

Editore: Voland

Il mio consiglio: per chi ama la geografia, le culture diverse dalla nostra occidentale, per chi ama i viaggi e le descrizioni di scenari lontani – non senza un pizzico di ironia – “Vladivostok. Nevi e monsoni” è un libro imperdibile

Lo confesso, credevo che a Vladivostol terre innevate e mare ghiacciato si confondessero, formando una candida distesa spettacolare. Vladivostok era l’estremo limite della terra, ma fino a un certo punto, perché la costa veniva prolungata da alcuni specchi d’acqua circondati da terra. Con la fantasia, ho visto incessanti burrasche spazzare la città e sradicare la vegetazione. Per me era la città del freddo, abbarbicata alle latitudini nord della carta del globo, da qualche parte davanti all’Alaska, a 65° di latitudine nord. Anzi no, di fronte al nulla, fuori dal mondo. Vladivostok era l’ultima spiaggia ai confini della terra (…) Vladivostok era il trionfo degli estremi, la dolcezza di brezze ghiacciate, un libro aperto. [“Vladivostok. Nevi e monsoni” Cédric Gras, trad. G. Pigozzo Bernardi, citazione pagina 30]

Al giovane geografo francese Cédric Gras viene proposta la direzione di una sede della Alliance Française e lui non sceglie le destinazioni occidentali che agognano tutti i suoi colleghi: Cédric sceglie la città di Vladivostok perché quello che prova per la Russia è un qualcosa difficile da spiegare, che forse iniziò quando la madre lo portava alla biblioteca comunale e lui sceglieva spesso un libro di fiabe russe.

A Vladivostok il lavoro è fantastico: Cédric chiude la sede dell’Alliance alle 16.00, più o meno quando a Mosca aprono al mattino; la Russia è attraversata da otto fusi orari ed è quella nazione dove il messaggio di augurio del Presidente viene replicato otto volte la notte di Capodanno, una per ogni fuso orario, e quando a Mosca stappano la vodka per iniziare a festeggiare a Vladivostok stanno per svegliarsi.

Nelle pagine del libro di Cédric Gras, a metà strada tra un originale memoir e un taccuino di viaggio, pulsa una Russia moderna e nuova, che si è già lasciata alle spalle i postumi della lunga sbornia comunista e vive un Paese immenso – il più grande del mondoche vuole crescere guardando sia ad Est che ad Ovest.

Eppure, quando Cédric Gras giunge a Vladivostok un po’ ne resta deluso: si immaginava una città alla fine del mondo, una città di confine, sperduta, il capolinea della leggendaria linea ferroviaria Transiberiana. Invece trova una città dai palazzi grigi e con la nebbia persistente, l’unico porto russo sempre libero dai ghiacci di inverno, un luogo che confina con l’amica Cina, con l’ermetica Corea del Nord e con il Mar del Giappone. Ci sono chiese di ogni credo, si parlano russo, cinese, coreano e giapponese: in questa città portuale è difficile sentirsi stranieri tanto quanto è facile amarsi.

Ci si sforza di amarsi, al di là della taiga e delle steppe. Ci si può invaghire e abbandonare tutto, per seguire il nuovo marito a migliaia di chilometri. In Russia l’amore è più romantico che da qualunque altra parte. Perché è legato all’immensità. In Russia l’amore è questione di geografia. [“Vladivostok. Nevi e monsoni” Cédric Gras, trad. G. Pigozzo Bernardi, citazione pagina 71]

A Vladivostok il clima è estremo, le stagioni arrivano all’improvviso e se anche il 20 ottobre può sembrare che arrivi l’inverno, qualche giorno dopo ritorna il tepore dell’autunno. A Vladivostok i russi si sentono europei quando sono con gli asiatici, e si sentono asiatici quando sono gli europei; Vladivostok è quasi una trappola: per andare a Mosca ci sono più di novemila chilometri, è spesso consigliabile ubriacarsi prima di salire su certi trabiccoli aerei – meglio morire allegri! – oppure si può sempre affrontare una settimana di viaggio in treno, attraverso la taiga e migliaia di betulle apparentemente tutte uguali.

Si naviga per sette giorni in un mare di terra, arrivati al lago Bajkal è come incrociare l’equatore, tutti al finestrino: il treno corre sulla spiaggia. Per tutta la giornata sguardi sfuggenti si rifiugiano lontano. Fuori: neve o canicola. Verso sera il vagone si risveglia, le discussioni rompono il torpore generale, ci si corica tardi, la notte si va in giro, ci si sforza di vedere nel buio, si ascolta, il treno qualche volta oscilla, si ferma. Manca poco a Vladivostok, l’oltre-terra [“Vladivostok. Nevi e monsoni” Cédric Gras, trad. G. Pigozzo Bernardi, citazione pagina 45]

Suddiviso in capitoli che richiamano le quattro stagioni (con il ritorno finale della primavera e l’epilogo), il libro di Cédric Gras è uno strumento per sognare ad occhi aperti gli immensi spazi russi e per scalfire almeno un po’ l’animo di chi abita quei luoghi.

La Russia è un Paese che mi affascina e mi attrae, il lungo viaggio in treno da Mosca a Vladivostok lo supererei leggendo, giocando a scacchi con il mio compagno di viaggio, bevendo tè e contando le betulle, e restando per sei ore almeno incollata al finestrino a fissare l’immenso lago Bajkal. E poi chissà, forse Vladivostok grigia e nebbiosa deluderebbe anche me, ma avrei per lo meno la certezza che la Russia mi sia davvero entrata nel cuore.

La Russia vi segna e vi rimane per stagioni e ricomincia. Dopo le nevi, i monsoni e i vapori che incappucciano Vladivostok. Presto arriverà settembre con le belle giornate, le foreste rosse, una bufera precoce, in attesa di gustare la dolcezza sulle sponde del sud… [“Vladivostok. Nevi e monsoni” Cédric Gras, trad. G. Pigozzo Bernardi, citazione pagina 196]

Muriel Barbery | Vita degli elfi

Nonostante io non sia una lettrice eccessivamente selettiva, il genere fantasy non è prettamente nelle mie corde. L’unico grandioso libro fantasy che lessi nel lontano 2001 fu “Il signore degli anelli” di J. R. R. Tolkien e una volta chiuso quel librone mi imposi di non leggere più libri fantasy perché per me il romanzo di Tolkien era (ed è, ovviamente lo penso ancora) insuperabile nel modo più assoluto.

Quando mi è stata proposta la lettura de “Vita degli elfi” di Muriel Barbery (edizioni E/O, 249 pagine, 18 euro) confesso di essere rimasta incuriosita dalla trama e dai commenti di chi lo aveva già letto, così ho messo da parte la mia regola non scritta e i miei pregiudizi e ho iniziato a leggerlo, sfidando me stessa.

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Titolo: Vita degli elfi

L’Autrice: Muriel Barbery è autrice del bestseller internazionale L’eleganza del riccio e di Estasi culinarie, entrambi pubblicati dalle edizioni E/O. Ha vissuto a Kyoto, Amsterdam e Parigi e attualmente vive nella campagna francese

Traduzione dal francese: Alberto Bracci Testasecca

Editore: E/O edizioni

Il mio consiglio: “Vita degli elfi” è un romanzo per chi apprezza il fantasy e per chi ama le saghe dato che con questo libro non si concludono le avventure di Maria e Clara, le piccole protagoniste

Vedeva quanto le unità in cui la sua vita era stata relegata fino a quel momento si inserivano in un ordine di grandezza incommensurabile in cui agli strati che già conosceva si sovrapponevano universi che si fiancheggiavano, si toccavano e si urtavano con una profondità di campo da vertigini. Il mondo era diventato una successione di piani che salivano verso il cielo secondo un’architettura complessa che si muoveva, si cancellava e si ricostituiva nello stesso modo in cui il cinghiale fantastico di quando aveva dieci anni era allo stesso tempo cavallo e uomo, un modo che era contemporaneamente osmosi e sparizione e si serviva delle brume come voluttuosi paraventi. Vedeva città con strade e ponti che brillavano in albe raffreddate da nebbie dorate che si disintegravano con starnuti ripetuti prima di riformarsi lentamente sulle città (…) Ma quella musica portava anche un messaggio potente che parlava di afflizione e perdono. Ci fu un momento durante il quale si lasciò semplicemente andare alla storia regalata dalla melodia, poi la bambina al pianoforte smise di suonare e lei la sentì mormorare parole incomprensibili che suonavano come un avvertimento sordo. Alla fine tutto scomparve e Maria si svegliò. [Vita degli elfi, Muriel Barbery, trad. A. Bracci Testasecca, citazione pagina 133]

Maria e Clara sono due bambine che vivono rispettivamente in Borgogna e in Abruzzo. Non sanno nulla l’una dell’altra ma hanno in comune il fatto di essere state adottate dalle rispettive famiglie; infatti, entrambe le piccole sono state trovate sul gradino di una casa in Borgogna – Maria – e sul sagrato di una canonica in Abruzzo – Clara – in una notte mentre infuriava una tempesta di neve.

Maria ha il dono di parlare con gli animali e controllare la natura: da quando lei è arrivata nel villaggio, la caccia e l’agricoltura sono molto più proficue; Clara sa suonare il pianoforte in un modo unico, senza che nessuno gliel’abbia mai insegnato.

Le due ragazzine di undici anni, pur parlando due lingue diverse – francese e italiano – si “sentono” avvicendevolmente, capendo entrambe di essere destinate a qualcosa di più che una vita in campagna in Borgogna o tra le impervie montagne degli Abruzzi. Le rispettive famiglie adottive sanno che non potranno tenerle a lungo: la prima ad andare via dalla famiglia adottiva è Clara, che viene condotta a Roma da uno strano personaggio. Ed è proprio a Roma che Clara scoprirà la verità sulle sue origini e su quelle di Maria, e scoprirà il nome della madre che non ha mai conosciuto e la presenza in Francia di una bambina straordinaria come lei.

Ma non esiste quiete né nel mondo degli elfi né nel mondo degli uomini, perché un elfo maligno ha intenzione di prendere il potere e distruggere tutto. Solo Clara e Maria, unite, potranno salvare i due mondi e riportare la pace tra uomini ed elfi.

“La poesia ha creato il collegamento tra voi” rispose il Maestro. “Ma non è niente senza il dono grazie al quale la tua musica mette in contatto fra loro anime che si cercano. E’ una scomessa che può sembrare insensata, ma ogni avvenimento nuovo sembra confermare che abbiamo ragione” [Vita degli elfi, Muriel Barbery, trad. A. Bracci Testasecca, citazione pagina 97]

Muriel Barbery reinventa gli elfi, con il loro mondo diverso da quello degli uomini ma con vizi simili (Petrus ama molto il vino, proprio come molti uomini) e riporta in libreria l’eterna lotta tra il Bene e il Male. Ma… ci sono diversi ma. Le aspettative che mi ero fatta sul romanzo di Muriel Barbery si sono rivelate molto diverse da come le avevo immaginate.

La storia di per sé avrebbe anche potuto essere affascinante e data la giovanissima età delle protagoniste – undici anni – avrebbe magari potuto far avvicinare alla lettura anche i lettori giovanissimi o adolescenti. Eppure la Barbery, pur avendo tra le mani un’idea interessante, non ha saputo sfruttarla appieno: il romanzo a tratti fatica a decollare perché la narrazione è appesantita da alcuni capitoli che ai fini della storia mi sono parsi superflui; il tono poetico e i colpi di scena non bastano a dare vivacità alla storia.

Presumo che l’Autrice, avendo in mente di scrivere una seconda avventura con Maria e Clara, abbia volutamente omesso alcuni dettagli in questa prima avventura per poi rivelarli nella prossima. Questo espediente narrativo mi ha lasciato addosso alcune perplessità: su tutte il perché Aelius (l’elfo cattivo) voglia prendere il potere sul mondo elfico e distruggere il mondo degli uomini. Inoltre, non ho ben capito il motivo del rallentare la storia a dismisura nei primi due terzi del libro e poi volare di colpo al finale repentino dove Clara e Maria si incontrano senza dirsi quasi nulla e dove il primo attacco di Aelius si risolve con una velocità soprendente dopo aver occupato buona parte del finale.

Immagino che “Vita degli elfi” sia il volume preparatorio di una seconda storia, più avvicente, come succede nelle saghe fantasy o in generale nelle serie di libri che proseguono e che hanno gli stessi personaggi. Quello che mi manca è la voglia di scoprire cosa succederà nella prossima avventura, perché questa storia è stata imbastita a grandi linee. Del resto, è la stessa cosa che mi è successa con “Annientamento” di Jeff VanderMeer: il primo volume era così sibillino e atono che non ho avuto voglia di proseguire con la storia dell’Area X con il secondo e terzo libro.

Questi sono solo i miei dubbi e le mie perplessità: se qualcuno di voi ha letto il libro e ha voglia di discuterne con me sarò ben felice di leggere i vostri commenti e confrontarmi con voi.

Patrick Modiano | Incidente notturno

I ricordi che ho di Parigi sono molto preziosi e ad alcuni di loro ci sono davvero affezionata. I mandarini mangiati nella soffitta del Marais dove alloggiavo mentre fuori pioveva, le luci riflesse sulla Senna, l’emozione di vedere “La colazione sull’erba” di Eduard Manet al Museo dell’Orsay e la grande ruota panoramica in Place de la Concorde.

Leggere “Incidente notturno” di Patrick Modiano (Einaudi, 115 pagine, 17,50 euro) mi ha permesso di ritornare a Parigi con i ricordi, facendomi riaffiorare qualche dettaglio che credevo di aver perso mentre era solo ripiegato in profondità nelle pieghe della memoria.

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Titolo: Incidente notturno

L’Autore: Patrick Modiano è nato nel 1945 a Boulogne-Billancourt. Autore di numerosi romanzi e racconti, nel 1978 si aggiudicò il Premio Goncourt. Nell’ottobre del 2014 l’Accademia svedese gli conferì il Premio Nobel per la Letteratura.

Traduzione: Emmanuelle Caillat

Editore: Einaudi

Il mio consiglio: un buon libro per chi vuole provare l’emozione di lasciarsi guidare dalle parole e dalle descrizioni dell’inedita Parigi di Modiano

Lungo i portici mi sembrava di tornare all’aria aperta. A sinistra il palazzo del Louvre, e subito dopo le Tuileries della mia infanzia. Man mano che mi fossi avvicinato alla Concorde, avrei tentato di intuire cosa ci fosse nel buio, dietro la cancellata del giardino: la prima vasca, il teatro all’aperto, la giostra, la seconda vasca… Ora mi bastavano pochi passi per respirare l’aria d’alto mare (…) Quella notte la città era più misteriosa del solito. E poi non avevo mai avvertito un silenzio così profondo attorno a me. Nemmeno un’auto. Poco dopo avrei attraversato place de la Concorde, senza preoccuparmi dei semafosi rossi o verdi, come si attraversa una prateria. Sì, ero di nuovo in un sogno, ma più sereno di quello di prima alle Calanques. Proprio mentre raggiungevo place des Pyramides è sbucata fuori l’auto, e quando ho avvertito quel dolore alla gamba ho pensato che stavo per svegliarmi. [Patrick Modiano, Incidente notturno, trad. E. Caillat, citazione pagine 62-63]

Il protagonista del romanzo di Patrick Modiano è un ragazzo giovane che una notte mentre attraversa place de la Concorde viene investito da una Fiat color acquamarina. L’incidente non è grave, né per la vittima dell’investimento né per la conducente. I due vengono trasportati all’ospedale Hotel-Dieu, ma poi la donna scompare mentre il ragazzo viene trasferito in una clinica privata.

Una volta dimesso, il ragazzo vuole cercare la donna che l’ha investito perché gli ricorda una persona che aveva già incontrato in passato. Infatti, questo non è stato il primo incidente occorso al giovane protagonista: era già stato investito una volta fuori dalla scuola elementare, e a soccorrerlo anche quella volta gli pare che ci fosse la stessa donna dell’incidente di place de la Concorde.

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“Quella notte la città era più misteriosa del solito” (foto: Claudia)

Di ritorno in albergo ho chiamato il servizio informazioni per sapere il numero di telefono di Jaqueline Beausergent, square de l’Alboni. Sconosciuta a tutti i civici di quell’indirizzo. La mia camera mi è sembrata più piccola del solito, come se la ritrovassi dopo diversi anni di assenza o addirittura ci avessi abitato in una vita precedente. Era mai possibile che l’incidente dell’altra notte avesse provocato una simile frattura nella mia esistenza, e che oramai ci fossero un prima e un dopo? [Patrick Modiano, Incidente notturno, trad. E. Caillat, citazione pagine 69]

La frattura nell’esistenza del giovane è dovuta allo choc che lo ha risvegliato, mentre camminava nella nebbia della sua mente, l’incidente diventa quindi “uno degli avvenimenti più determinanti della mia vita. Un richiamo all’ordine“.

Nel romanzo “Incidente notturno“, scritto da Modiano nel 2003 e tradotto solo quest’anno in italiano, si trovano tutti i temi cari e tipici dell’Autore francese: la memoria, il ricordo e la ricerca, il tutto sullo sfondo di una Parigi quasi sempre notturna e misteriosa. Una città tutto sommato “piccola”, dato che Parigi è grande ma si possono incontrare spesso gli stessi visi. Il protagonista cammina per Parigi, da place du Louvre fino alle Porte di Orleand, alla ricerca non solo della donna che lo ha investito ma anche alla ricerca di un pezzo di sé, dei suoi ricordi che credeva perduti.

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Paul Vacca | Come accadde che Thomas Leclerc 10 anni 3 mesi e 4 giorni divenne Fulmine Tom e salvò il mondo

Un libro dal titolo lunghissimo, una maglietta rossa con un fulmine d’oro e una trama dai toni struggenti: sono questi gli elementi che mi hanno avvicinata al romanzo “Come accadde che Thomas Leclerc 10 anni 3 mesi e 4 giorni divenne Fulmine Tom e salvò il mondo” di Paul Vacca (Edizioni Clichy, 261 pagine, 17 euro). Leggendo un libro come questo, intriso di tenerezza e dolcezza in ogni pagina, oltre a godermi una storia davvero bella e ben scritta, ho avuto modo di riflettere sul cosiddetto concetto di diversità, che in questo caso di riferisce all’autismo di Thomas Leclerc. E come dico spesso, quando un romanzo mi cattura e mi permette anche la riflessione, allora quello diventa per me un ottimo libro.

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Titolo: Come accadde che Thomas Leclerc 10 anni 3 mesi e 4 giorni divenne Fulmine Tom e salvò il mondo

L’Autore: Paul Vacca è nato nel 1961 nel Maryland ma scrive in francese. Filosofo, sceneggiatore, saggista, ha pubblicato La petite cloche au son grêle (2008), Nueva Königsberg (2009) e La societé du hold-up (2012). Questo è il suo primo romanzo tradotto in italiano.

Traduzione dal francese: Tania Spagnoli e Federica Zaniboni

Editore: Edizioni Clichy

Il mio consiglio: è un libro che consiglio di leggere a chi ama i supereroi, chi ha nostalgia degli Anni Sessanta, chi vuole riflettere sul concetto di diversità e allo stesso tempo vuole leggere la storia dolcissima e tenerissima di un bambino davvero speciale

Quella notte, anche il cielo è agitato. L’aria è carica di elettricità. All’orizzonte, il cielo è striato di fulmini. La minaccia incombe. Thomas sta sprofondando nella notte senza stelle quando un lampo squarcia il nero infinito, seguito da un tuono roboante. La stanza di Thomas è illuminata più che in pieno giorno. Kra-kooom! Thomas si tira su dal letto. Mentre il bagliore di un altro tuono irradia la stanza, facendo brillare le pupille dei supereroi, un pensiero gli attraversa la mente. Come ha fatto a non capirlo prima? Un supereroe non usa MAI I SUOI POTERI PER SE STESSO! E’ sulla Terra per aiutare gli altri. Per salvare il mondo (…) Può quindi risalire e lasciarsi andare serenamente alla missione intergalattica (…) Perché lui sa che un giorno salverà il mondo. [Come accadde che Thomas Leclerc 10 anni 3 mesi e 4 giorni divenne Fulmine Tom e salvò il mondo, Paul Vacca, trad. T. Spagnoli e F. Zaniboni, citazione pagina 34]

Thomas Leclerc ha 10 anni 3 mesi e 4 giorni quando scopre che lui è diverso dagli altri bambini semplicemente perché è un supereroe. Lui non è come gli altri bambini della sua età: lui è destinato a salvare il mondo e ad aiutare gli altri nelle difficoltà, indossando una colorata maglietta con un fulmine cucito sopra e una buffa mascherina sul volto. Thomas Leclerc è Fulmine Tom.

Sono gli Anni Sessanta in Francia, Tom Leclerc vive a Montigny, un paesino immerso nella campagna francese a pochi chilometri da Parigi. Le villette a schiera sono tutte simili, hanno un giardino e due piani. Mamma Pauline da quando è nato Tom ha smesso di lavorare per occuparsi di lui, mentre papà Serge lavora a tempo pieno ma non riesce ad avanzare nella carriera. Gli insegnanti della scuola adorano Tom: in un secondo risolve ogni problema di matematica, declama a memoria tutte le date della rivoluzione francese, legge e parla fluentemente l’inglese. Ed è proprio grazie alla lingua inglese che un giorno Tom trova un comic book nello studio del dottore, e leggendolo entra nel mondo dei supereroi.

Superman, Spider man, Capitan America, X Man, i Fantastici Quattro, Batman: sono gli eroi di Tom, e leggendo le loro avventure si rende conto che ognuno di loro ha qualche problema nella vita privata, perché non è facile essere un supereroe e con i superpoteri loro non aiutano se stessi, bensì gli altri.

Ma ogni supereroe ha una spalla, insomma un amico, mentre Fulmine Tom non ne ha. Durante la ricreazione Tom sta sempre solo sotto gli alberi-mondo nel cortile: solo la misteriosa Palma gli si avvicina e gli parla. Così Fulmine Tom diventa l’eroe silenzioso del suo mondo: aiuta mamma Pauline in modo un po’ rocambolesco, aiuta papà Serge a diventare un selfmademan, aiuta la nonna smemorata, salva il cane dei vicini e addirittura risolve il mistero della scomparsa dell’amica Palma, mettendosi in un vero pasticcio…

Una sera, la verità viene fuori sfogliando una pagina di uno dei suoi comic books. Uno degli eroi in preda al dubbio esclama: “Ogni verità è giusta da dire, non importa quale sia il prezzo da pagare.” Gli sembra che il supereroe pronunci quella frase apposta per lui. Ha una tale eco dentro di lui che deve per forza essere vera. Ora sa cosa deve fare. [Come accadde che Thomas Leclerc 10 anni 3 mesi e 4 giorni divenne Fulmine Tom e salvò il mondo, Paul Vacca, trad. T. Spagnoli e F. Zaniboni, citazione pagina 170]

Come accadde che Thomas Leclerc 10 anni 3 mesi e 4 giorni divenne Fulmine Tom e salvò il mondo” io lo reputo un ottimo romanzo che racconta la storia comune ma così incredibile del piccolo Thomas Leclerc, senza mai essere banale o cadere in facili pietismi. E’ perfetto nella sua dolcezza e tenerezza, e spesso durante la lettura mi sono ritrovata a sorridere delle avventure di Fulmine Tom, assolutamente eccezionali nella sua normalità. Tra l’altro, nel titolo francese c’è il bellissimo gioco di parole tra Thomas Leclerc e Tom l’Éclair, che suona quasi allo stesso modo, ma che non è stato possibile rendere in italiano.

Il primo romanzo di Paul Vacca tradotto in italiano è davvero una storia bellissima, assolutamente normale nel suo essere speciale, che mostra quanto possa essere faticoso e difficile vestire i panni di un supereroe.