Mia Alvar | Famiglie ombra

Isn’t that the way? cantammo in coro. Le origini di Baby davano un tocco americano a una storia che conoscevamo bene. Nelle Filippine, quando eravamo piccole, non esisteva famiglia che non avesse una seconda famiglia “ombra”, segreta. Mariti che lasciavano le province per Manila, mogli che lasciavano le Filippine per il Medio oriente: tutti si separavano dalle persone care per riuscire a mantenerle e poi si sentivano soli [Mia Alvar, Famiglie ombra, trad. G. Guerzoni]

Nei nove racconti di Mia Alvar le protagoniste sono sempre le famiglie e i suoi componenti, da qui il titolo della raccolta “Famiglie ombra” (Racconti edizioni, trad. Gioia Guerzoni, 453 pagine, 18 €) che prende il nome da uno dei racconti inclusi nel volume.

In poche righe, l’autrice di origini filippina riesce a catapultare il lettore nella storia: è uno dei casi in cui chi scrive prende letteralmente per mano chi legge e gli permette di compiere un viaggio attraverso Manila, gli slum della capitale, il Medio Oriente, New York e Boston. Perché questi sono i luoghi dove si svolgono le storie delle famiglie sulle quali Mia Alvar punta la sua lente di ingrandimento.

Nelle storie ambientate nelle Filippine ci sono le speranze e i sogni dei componenti delle famiglie: chi vorrebbe studiare, chi lasciare la catapecchia negli slum, chi andare in Medio Oriente a fare soldi facili e in fretta, chi invece si rassegna al proprio duro destino. Nel racconto “Milagros”, il più corposo della raccolta, sullo sfondo della storia di Milagros e del marito giornalista, c’è la storia recente delle Filippine, fatta di leggi marziali, corruzione, rapimenti di persone scomode, divieti di scrivere e dire ciò che si pensa.

“Ti piacerebbe, l’America. Ci sono rimasto per sette anni, e me ne sono andato solo per ricreala qui.” Si siede sul bordo del letto ma Milagros non si sposta per fargli spazio. “Però ti devo avvisare. Puoi anche andartene, ma i luoghi hanno la capacità di non lasciarti (…) Non potrai mai dimenticare cosa è successo qui, a prescindere da dove andrai o da quanto ti sforzerai.” [Mia Alvar, Milagros, trad. G. Guerzoni]

Ma ci sono anche uomini che tornano nelle Filippine, sempre in modo temporaneo, e scoprono che il Paese che hanno lasciato è tale quale – se non peggio – a quello che ricordavano. Per questo non vedono l’ora di andare nuovamente via.

Ci sono le storie ambientate in Medio Oriente, luogo dove molti uomini filippini hanno scelto di andare a vivere e lavorare. Lavorano principalmente nel settore petrolifero ma qualcuno lavora anche come autista per dei ricchissimi signori del petrolio. Questi uomini spesso partono da soli, altre volte con loro si portano la famiglia; non riescono mai del tutto ad ambientarsi in una cultura tanto diversa e passano la vita a sentirsi degli expat che aspettano le vacanze per tornare a casa.

Infine ci sono i racconti ambientati negli Stati Uniti, a New York e Boston: in particolare, il racconto ambientato a New York si svolge l’11 settembre 2001 ed è un’amara riflessione sulla vita, sull’amore e sulle cose che avremmo dovuto fare ma non abbiamo fatto pensando di avere chissà quanto tempo per farle.

Gli stili dei racconti sono diversi ed è uno dei motivi per cui la scrittura di Mia Alvar mi ha colpita molto; ci sono racconti narrati in prima persona, altri in terza, uno in seconda persona singolare e infine uno raccontato da più voci. Ogni racconto ha un finale che non risolve completamente le situazioni che si sono create nel corso della storia.

Ho acquistato questa raccolta di racconti perché ero interessata alla cultura filippina: la travagliata storia di un arcipelago prima conquistato dagli spagnoli, quindi dagli americani, invaso dai giapponesi e poi caduto in mano a Ferdinand Marcos. Le immense contraddizioni che ancora oggi caratterizzano queste isole: filippini benestanti, magari mantenuti dai parenti expat, che vivono accanto agli slum dove migliaia di persone sopravvive senz’acqua corrente, né luce, né gas.

Lo chiamavano il torrente sì: il torrente: In effetti era semplicemente un canale di scarico all’aria aperta, largo quanto un risciò a pedali e profondo più o meno un metro e mezzo, che raccoglieva le acque di scolo delle nostre case e più avanti, dopo aver attraversato un altro villaggio, finiva nel fiume San Juan. Gettavamo i rifiuti lì dentro. Giravano battute su cos’altro ci finisse dentro: qualche povero gatto attirato dall’odore di qualche lisca, siringhe usate, o peggio [Mia Alvar, Un contratto all’estero, trad. G. Guerzoni]

Sulle Filippine e il suo popolo ora so qualcosa in più e allo stesso tempo ho scoperto un’ottima scrittrice (vincitrice, tra l’altro, del prestigioso PEN/ Robert W. Bingham Prize nel 2016) capace di raccontarmi realtà tanto lontane quanto diverse dalla mia, incantandomi ad ogni racconto e dandomi la possibilità – in qualche caso – di ritrovare qualcosa di me nei personaggi che vivono dall’altra parte del mondo.

Titolo: Famiglie ombra
L’Autrice: Mia Alvar
Traduzione dall’inglese: Gioia Guerzoni
Editore: Racconti edizioni
Perché leggerli: i racconti di Mia Alvar sono scorrevoli, avvincenti e coinvolgenti; sono perfetti per chi vuole conoscere qualcosa della realtà filippina, dal dopoguerra ad oggi; per chi vuole riflettere sulle disparità sociali, per chi è affascinato da culture diverse dalla propria e per chi vuole ritrovare un pezzo di sé dall’altra parte del mondo

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