Tasneem Jamal | Dove l’aria è più dolce

Lui le parla di velocità dell’otturatore, apertura, profondità di campo. La mente di lei improvvisamente si svuota, non riesce a riconoscere la cadenza, la melodia dei termini tecnici inglesi che Jaafar sta usando. Osserva la Minolta che ha in mano e immagina che il cuore le diventi pesante (…) “Attraverso la fotografia sei tu che crei la realtà, Mumtaz. Gli oggetti non sono che un insieme di cose senza senso, separate le une dalle altre, finché non li inserisci in una storia. La tua storia. La storia di Mumtaz” [Dove l’aria è più dolce, Tasneem Jamal, trad. F. Cosi e A. Repossi]

È il 1921 quando Raju abbandona Malia, in India, e si imbarca a Bombay su una nave diretta in Africa. La giovanissima moglie di Raju, Rehmat, ha appena partorito un bambino nato morto e, febbricitante, vede il marito andare via in cerca di fortuna in un altro continente. Raju raggiunge l’Uganda dopo un lungo viaggio in mare; è un giovane ragazzo con un’incredibile voglia di lavorare, costruire, realizzare un sogno. Inizia a lavorare in un chioschetto di alimentari e ferramenta, ma pian piano si fa strada e avvia un’attività tutta sua.

Rehmat lo raggiunge in Uganda e, l’uno dopo l’altro, in questa terra nascono i loro figli. Gli indiani in Uganda se la passano bene: lavorano tutti e molto duramente, guadagnano parecchio, molto più degli stessi ugandesi; alcune famiglie, come quella di Raju, hanno domestici africani in casa, dando loro stessi lavoro ai nativi.

Raju e tutti gli indiani in Uganda non abbandonano le loro tradizioni: continuano a cucinare i loro piatti tipici, a professare la loro fede religiosa, a organizzare matrimoni e svolgere cerimonie proprio come se fossero in India. Ma il sogno è destinto a spezzarsi quando il presidente Obote viene destituito a seguito di un colpo di stato e si insedia Idi Amin, nel 1972.

La famiglia di Raju è ora molto numerosa: i figli si sono sposati quasi tutti, hanno generato nipoti, portato nuore in casa per dare una mano a Rehmat, ma il diktat di Idi Amin è tassativo: tutti gli asiatici devono andarsene dall’Uganda; il dittatore adduce al fatto che gli indiani rubano lavoro agli africani, sfruttano le risorse, mandano in India o in altre parti del mondo i soldi che guadagnano in Uganda. L’Africa è degli africani.

“Quant’è che una terra diventa nostra? La gente non spunta come i fiori dal terreno: ci spostiamo per trovare la nostra casa. Se onori la terra in cui vivi, se onori la gente che vive accanto a te, diventa casa tua. Beta, non c’è niente da temere.” [Dove l’aria è più dolce, Tasneem Jamal, trad. F. Cosi e A. Repossi]

Se la Gran Bretagna non vuole ospitare gli asiatici con la  cittadinanza inglese, il Canada si propone di accoglierli volentieri. Non resta altro, per la famiglia di Raju, che prendere una decisione, quella senza dubbio più difficile. Restare in Uganda oltre il termine della scadenza del diktat di Idi Amin significa essere imprigionati e torturati a morte; scappare dall’Uganda significa lasciare la generosa terra che anni prima li aveva accolti.

“Il Canada è come l’America, solo che fa più freddo ed è più tranquillo,” continua lui.
“Ma che cosa sappiamo dell’America?”
“Gli hippy, i Kennedy, Rita Hayworth.” Jaafar sorride. La sta prendendo in giro.
“Lascia perdere,” dice lei. “Il Canada è pronto ad accoglierci. Ci offrono un rifugio. Anche se non ci devono nulla, anche se per loro non siamo niente.” [Dove l’aria è più dolce, Tasneem Jamal, trad. F. Cosi e A. Repossi]

Dove l’aria è più dolce” di Tasneem Jamal (tradotto da Francesca Cosi e Alessandra Repossi, Nuova Berti Editrice, 348 pagine, 18 €) è il romanzo d’esordio della scrittrice di origini indiano-ugandesi, che oggi vive in Canada, e prende spunto dalla reale storia della sua famiglia. Scritto in modo scorrevole, semplice ma preciso, il romanzo abbraccia un periodo di tempo che va dal 1921 al 1975.

I protagonisti sono i figli e i nipoti di Raju, il capo famiglia. Ogni personaggio della famiglia è delineato con tatto e precisione; possono sembrare vivi e reali, perché i loro sentimenti, le loro idee e la loro passione sono descritti con grande cura e maestria. Jaafar, figlio di Raju, e Mumtaz, sua moglie, sono la coppia sulla quale la Jamal spende più parole; Jaafar è attratto soprattutto dai soldi facili, ma non per questo disdegna il lavoro. Se ne inventa uno, molto pesante e pericoloso, non del tutto legale.

Mumtaz è una donna di origini indiane ma nata in Kenya quando era sotto il dominio inglese, per cui ha la cittadinanza inglese. Mumtaz, uno dei miei personaggi preferiti, è una donna forte, che si mette costantemente in gioco anche a costo di spezzare le tradizioni che vogliono che la donna resti in casa a badare alla prole.

È interessante quanto i fratelli possano essere diversi tra loro, non solo fisicamente ma soprattutto come idee; la diversità tra le due nuore, Mumtaz e Khatoun, la prima di ampie vedute mentre la seconda molto tradizionalista. Si legge come, in pochi anni, si possa passare da una moglie  come Rehmat, piegata al volere del marito, ad una come Mumtaz, che addirittura propone di mantenersi da sola.

La storia della famiglia di Raju è bella, coinvolgente e interessante. Ma “Dove l’aria è più dolce” non è solo il romanzo di questa famiglia. È molto di più: è un romanzo che porta alla riflessione per il contesto storico e politico nella quale è inserita.

Le vicende legate alla cacciata degli asiatici dall’Uganda è uno dei tanti aspetti della storia del Novecento che non conoscevo. Leggere le frasi “l’Africa agli africani, l’India agli indiani” e sapere che un dittatore fantoccio abbia obbligato gli asiatici da anni insediati in Uganda per lavorare, produrre e vivere in pace, è qualcosa di drammaticamente attuale. Basta sostituire il nome degli Stati e delle nazionalità ed ecco che la storia si ripete allo stesso modo.

“La follia, il male, sono ovunque, qui,” dice Mumtaz a Jaafar quando torna in camera da letto. “Sono ovunque, dentro a ogni cosa, intorno a ogni cosa.” Inizia a colpire le pareti, muri, le ante dell’armadio, la cassettiera. “Dappertutto, dappertutto. Credi che riusciremo a tenerli a distanza? Fuori da casa nostra? Lontano dai nostri figli? Dalle nostre menti?” [Dove l’aria è più dolce, Tasneem Jamal, trad. F. Cosi e A. Repossi]

Ci sono sempre capi di stato potenti che cercano di schiacciare i più deboli, che con il populismo e i discorsi pubblici contro questa o quell’altra etnia seminano il germe dell’odio: è per questo che gli africani esultavano quando gli asiatici venivano messi sugli aerei dell’aviazione ugandese per essere portati via. È facile instillare l’odio nel cuore delle persone, perché è facile scegliere un’etnia o una popolazione e puntarci il dito contro. Purtroppo, questo è un copione ben noto che funziona molto bene, tanto che viene usato ancora oggi.

Romanzi colmi di speranza, come “Dove l’aria è più dolce” di Tasneem Jamal, dovrebbero aiutarci a vedere oltre, a capire che non esiste una popolazione che vale più delle altre; e come dice Raju, il capofamiglia, “ci spostiamo per trovare la nostra casa”, magari uno spostamento piccolo, oppure uno molto grande. In ogni caso, la Terra è di tutti noi e dovremmo avere la possibilità di viaggiare, vivere, realizzare i nostri sogni in un luogo speciale, in un luogo dove l’aria è più dolce.

Titolo: Dove l’aria è più dolce
L’Autrice: Tasneem Jamal
Traduzione dall’inglese: Francesca Cosi e Alessandra Repossi
Editore: Nuova Editrice Berti
Perché leggerlo: perché “Dove l’aria è più dolce” è un romanzo pieno di speranza, di voglia di vivere, di passioni. Non è solo la storia di una numerosa famiglia asiatica ma è un messaggio, un inno alla libertà e alla possibilità di vivere le proprie esistenze in luoghi sicuri e senza barriere razziali

(© Riproduzione riservata)

 

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Una valigia di libri | Viaggio in Nord America e Canada

Buongiorno lettrici e lettori, eccomi a scrivere il resoconto del quinto appuntamento dell’evento Una valigia di libri creato da Elisa La lettrice rampante e me, grazie alla generosa ospitalità della libraia Stefania della Libreria Sulla Parola a Caluso (TO).

Protagoniste di questo quinto incontro sono state le letterature provenienti dagli Stati Uniti e dal Canada, letterature che sono ben presenti nelle nostre librerie italiane per cui spesso scegliere un solo romanzo o raccolta di racconti è stato davvero difficile, per molti di noi.

Quello di sabato scorso è stato un incontro davvero interessante, e non solo per i numerosi consigli e spunti di lettura che sono arrivati, fisicamente e on line; c’è stata occasione di parlare di libri, editoria e soprattutto ricordi personali legati ad un particolare libro. Le piccole premesse che sono state fatte riguardo alla scelta di un libro anziché un alto, mi hanno fatto capire come per molti di noi i libri rappresentino qualcosa di più che un semplice oggetto a forma di parallelepipedo con delle cose scritte sopra; spesso i libri arrivano nella nostra vita quando meno ce lo aspettiamo, e irrompono con entusiasmo, lasciandoci ricordi e riflessioni che necessariamente sentiamo di condividere con gli altri. E questo è un po’ ciò che è accaduto sabato pomeriggo.

Come sempre, l’obiettivo principale dell’articolo che state leggendo è quello di raccogliere tutti i consigli di lettura che sono arrivati, non solo fisicamente in libreria, ma anche pervenuti anche on line sulla bacheca dell’evento creato parallelamente su Facebook per chi – per vari motivi – non ha potuto partecipare all’incontro in libreria.

Nell’elenco potrete leggere e segnarvi i titoli seguiti da autore o autrice e casa editrice: troverete le recensioni già pubblicate sui nostri blog nei titoli sottolineati. Inoltre, alla fine dell’articolo troverete una mappa interattiva creata con Google dove navigando tra Stati Uniti d’America e Canada vedrete la posizione dei romanzi citati.

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CANADA

  • Self – Yann Martel (Piemme)
  • Un complicato atto d’amore – Miriam Toews (Adelphi) | Recensione
  • Sanctuary Line – Jane Urquhart (Nutrimenti)| Recensione
  • Racconti – Alice Munro (Einaudi)

STATI UNITI D’AMERICA

  • Non dirlo a nessuno – Harlan Coben (Mondadori)
  • Viaggio contromano – Michael Zadoorian (marcos y marcos)| Recensione
  • Mi chiedo quando ti mancherò – Amanda Davis (Terre di mezzo)
  • Visioni dal futuro – Philip Dick (Fanucci)
  • Olive Kitteridge – Elisabeth Strout (Fazi)
  • Scavare fino al centro della terra – Kevin Wilson (Fazi)
  • La famiglia Fang – Kevin Wilson (Fazi)
  • La scopa del sistema – David F. Wallace  (Einaudi)
  • Benedizione – Kent Haruf (NN Editore)| Recensione
  • Canto della pianura – Kent Haruf (NN Editore)| Recensione
  • Quando siete felici fateci caso  – Kurt Vonnegut (minimum fax)| Recensione
  • La campana di vetro – Sylvia Plath (Mondadori)
  • Il paradiso degli animali – David James Poissant (NN Editore)| Recensione
  • Cronache marziane – Ray Bradbury (Mondadori)| Recensione
  • Anche noi l’America – Cristina Henriquez (NN Editore)
  • Last days in California – Mary Miller (Clichy editore)
  • A volte ritorno – John Niven (Einaudi)
  • Furore – John Steinbeck (Bompiani)
  • Via col vento – Margaret Mitchell (Mondadori)
  • Le correzioni – Jonathan Frazen (Einaudi)
  • Molto forte incredibilmente vicino – Jonathan Safran Foer (Guanda)
  • La sorella cattiva – Veronique Ovaldé (minimum fax)| Recensione
  • Level 26 – Anthony Zuiker (Sperling & Kupfer)
  • Orientarsi con le stelle – Raymond Carver (minimum fax)
  • Il vangelo secondo Biff – Christopher Moore (Elliot)
  • Angeli e demoni – Dan Brown (Mondadori)
  • Tutti i romanzi – Hunter Thompon (editori vari)

Ecco la mappa interattiva creata su Google Maps per cercare o ritrovare i romanzi citati durante l’incontro de Una valigia di libri – Viaggio in Nord America e Canada del 21 maggio.

Se vi state chiedendo quale sarà il prossimo appuntamento e dove andremo, eccovi le informazioni: ci ritroveremo nella libreria Sulla Parola di Caluso (TO) il 18 giugno e visiteremo l’Africa e l’Oceania! Parallelamente all’evento fisico in libreria, ci sarà la possibilità di suggerire i vostri romanzi preferiti nella bacheca dell’evento on line, consigli che saranno portati in libreria da noi e poi inseriti nell’elenco definitivo.

Siete pronti a partire con noi? Vi aspettiamo!

Jane Urquhart | Sanctuary Line

La prima cosa che mi ha colpita del romanzo “Sanctuary Line” di Jane Urquhart (Nutrimenti, 239 pagine, 17 euro) è la bellissima copertina: c’è una farfalla monarca che pare appoggiata su quello che ha l’aria di un taccuino ricco di appunti. Leggendo la trama ho avuto la sensazione che questo romanzo fosse nelle mie corde e l’istinto mi ha dato ragione.

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Titolo: Sanctuary Line

L’Autrice: Jane Urquhart è nata nel 1949 nell’Ontario, Canada. E’ autrice di otto romanzi acclamati dal pubblico. Ha vinto diversi premi letterari prestigiosi, tra cui nel 1992 il Prix du meilleur livre étranger in Francia, unica autrice canadese. E’ Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere in Francia e ufficiale dell’Ordine del Canada, la più alta onoreficienza civile nel suo Paese

Traduzione dall’inglese: Nicola Manuppelli

Editore: Nutrimenti edizioni

Il mio consiglio: questo è un libro per chi ama la luce calda della fine dell’estate, per chi ha trascorso l’infanzia tra boschi e campagne, con amici, cugini e zii un po’ folli; è un romanzo per chi cerca la storia di una famiglia, con i suoi segreti e le mille difficoltà. Un romanzo per chi si sente come una farfalla monarca, sempre in bilico tra un luogo e l’altro

Io credo che le cose che ci attraggono e quelle che ci respingono abbiano lo stesso potere sul nostro corpo e sulla nostra mente, e sembrano, almeno a me, ugualmente determinani nel nostro destino. Un ragazzo di campagna divenuto soldato fa sì che una ragazza sposti la sua attenzione da un fratello all’altro (…) Un giovane messicano in un paese straniero si fa prendere dal panico di fronte alla violenza degli adulti, quella violenza che confina con la loro paura, e lui e la passione sono cancellati per sempre dalla mia vita. Messa fuori rotta da un improvviso salto di vento, una farfalla non raggiungerà mai la sua destinazione. Morirà in volo, senza accoppiarsi, e le meravigliose potenzialità contenute nelle sue cellule e affidate alla sua migrazioni non potranno mai realizzarsi [Sanctuary Line, Jane Urquhart, trad. N. Manuppelli]

All’entomologa Liz Crane viene chiesto di ritornare in Canada per studiare le dinamiche della migrazione delle farfalle monarca presso il Sanctuary Point, in prossimità del Lago Erie, nell’Ontario. Approfittando della vicinanza tra la vecchia fattoria degli zii e il luogo di lavoro, Liz torna a vivere nell’antica casa colonica che oggi è in rovina e abitata solo più dai fantasmi degli avi.

Adesso che vivo qui, mi mancano i bambini che noi tutti eravamo prima che ogni cosa andasse in pezzi, e mi mancano i bambini che avrebbero dovuto sostituirci ma non lo hanno fatto [Sanctuary Line, Jane Urquhart, trad. N. Manuppelli]

Un tempo la fattoria di zio Stanley era viva. Liz, orfana di padre, trascorreva con la madre le tiepide estati dagli zii materni; zio Stanley raccontava ai bambini le storie degli antenati della famiglia Butler, coloro che dall’Irlanda si erano imbarcati verso il Nuovo Mondo in cerca di fortuna: alcuni erano diventati agricoltori, altri guardiani del faro. Liz amava soprattutto trascorrere del tempo con Mandy, la sua adorata cugina amante della poesie e con le idee ben chiare. E poi, c’era Teo, il timidissimo figlio di una donna messicana senza marito, quei messicani che giungevano ogni primavera per lavorare stagionalmente nell’azienda di zio Stanley, per ritornare in Messico a settembre. Proprio come Liz, che alla fine dell’estate sarebbe tornata in città, e proprio come le farfalle monarca che abbandonano l'”albero delle farfalle” per andare a svenare a sud.

Le farfalle sono tornate sull’albero. Questo annuncio, più di ogni alto, era il faro che illuminava la fine della stagione, il codice segreto che ci annunciava che i giochi estivi erano terminati [Sanctuary Line, Jane Urquhart, trad. N. Manuppelli]

L’incanto di un tempo che non c’è più aleggia nella vecchia casa. Non c’è più nessuno che canta nei frutteti mentre raccoglie le mele; nessuno munge più le Holstein da latte. Non si organizzano più grigliate in riva al lago, non si nuota più fino a farsi venire le labbra blu dal freddo, non si va più in esplorazione nei vecchi cimiteri con l’entusiasmo dello zio Stanley alla ricerca della leggendaria tomba della povera Nellie.

Ci raccontava storie di burrasche ululanti durante le quali gli ardimentosi guardiani dei fari della famiglia Butler riuscivano ad accendere migliaia di candele nell’immensa lanterna simile a un gioiello sulla cima delle loro torri [Sanctuary Line, Jane Urquhart, trad. N. Manuppelli]

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The long leg, Eward Hopper, 1953

Il tempo è trascorso troppo in fretta dall’ultima estate in cui Liz è stata alla fattoria: quell’ultima notte di settembre in cui molte cose sono andate in pezzi e ognuno dei Butler ha seguito caparbiamente il proprio destino. Sono accaduti eventi diversi che si sono legati assieme la notte in cui le farfalle monarca sono andate via senza che nessuno se ne accorgesse. Liz racconterà tutta la storia, o meglio, tutto ciò che sa su quella storia, all’ultima persona che si sarebbe immaginata di conoscere.

Mia zia, invece, aveva cacciato gli imbianchini quando erano arrivati, e stava in piedi davanti al bancone della cucina vuota, entrambe le mani appoggiate ai lati del lavello, le braccia tese come se temesse di poter vomitare o svenire. Guardava fuori dalla finestra, verso la strada alla fine del viale, in attesa [Sanctuary Line, Jane Urquhart, trad. N. Manuppelli]

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Morning to Cape Cod, Edward Hopper, 1950

Sanctuary Line” è un romanzo che mi ha coinvolta e appassionata moltissimo. Il tono con cui Liz Crane racconta è quello di chi sa che l’infanzia, con tutti i suoi giochi e le scorribande, e soprattutto la spensieratezza, non tornerà più; il tono di chi sa che il tempo è trascorso, le scelte sono state fatte – giuste o sbagliate questo lo si è scoperto solo in seguito.

Nel romanzo sono davvero molti gli spunti su cui riflettere: a partire dal tempo che scorre inesorabile, fino alla differenze culturali che dividono e separano le persone, rendendo a volte le cose complicate, per arrivare a capire quanto in realtà siamo fragili e pieni di paure. Ho amato molto le descrizioni dei luoghi dove vive Liz Crane, in bilico tra un passato dove echeggiano antichi fasti e splendori, sino al presente pieno di fantasmi. Ho apprezzato le soprattutto le storie degli avi raccontati da zio Stanley, un po’ invidiosa di non conoscere così bene la storia della mia famiglia.

Le immagini che Jane Urquhart propone ai lettori sono di una bellezza struggente: i bicchieri che vanno in pezzi al contatto con l’acqua perché qualcuno li aveva rotti e poi, pentito, incollati di nuovo; la ricerca delle parole incise per caso su una scrivania di legno; gli alberi pieni di farfalle che sembrano vivi, tanto palpitano le ali degli insetti.

Sanctuary Line” è un romanzo che ho apprezzato a tutto tondo: la storia dei Butler, degli avi, dello zio Stanley, di Mandy, di Liz e di chi riposa nel cimitero di famiglia, mi resterà nel cuore per sempre. E ogni volta che vorrò tornare a Sanctuary Point in estate, potrò farlo percorrendo la dritta Sanctuary Line, rileggendo questo splendido romanzo e sì, allora sì, rivedrò le farfalle monarca sugli alberi lungo del rive del Lago Erie.

Oggi penso che c’era tutta una vita in quei baci, o perlomeno tutta una giovinezza. C’erano le lettere che non saremmo mai arrivati a scriverci. C’era l’estate successiva e quella dopo ancora [Sanctuary Line, Jane Urquhart, trad. N. Manuppelli]

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Summer evening, Edward Hopper, 1947

Rebecca Lee | Lince rossa e altre storie

I racconti che compongono la raccolta “Lince rossa e altre storie” di Rebecca Lee (Edizioni Clichy, 223 pagine, 15 euro) sono stati scritti tra la fine degli anni Settanta e il primo decennio del Duemila, e contengono storie di persone ordinarie e spesso insicure, sullo sfondo di un’America e di un Canada che si evolvono con loro, dove non mancano i richiami storici del periodo appena trascorso o di quello che stanno vivendo.

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Titolo: Lince rossa e altre storie

L’Autrice: di origini canadesi, Rebecca Lee insegna scrittura creativa alla University of North Carolina e i suoi racconti sono apparsi su numerose riviste letterarie tra cui Atlantic Monthly e Zoetrope; tra questi, Fialta ha vinto il National Magazine Award for fiction. Lince rossa e altre storie si è aggiudicato nel 2013 il Believer Book Award

Traduzione dall’inglese: Sara Reggiani

Editore: Edizioni Clichy

Il mio consiglio: “Lince rossa e altre storie” è una raccolta che consiglio a chi ama il genere dei racconti – e anche a chi non lo ama perché potrebbe provare a conoscerlo partendo da questi -, storie per chi ama l’America e il Canada, per chi è curioso di scoprire la complessità dei rapporti umani.

Ecco, pensai, sono finite le zattere. Guardai giù e alla mia sinistra c’era il Nord America, vasto e frastagliato, cinto dagli oceani. Il suo volto era bellissimo – rugoso, accidentato, segnato dai fiumi. Trovai la mia parte di continente, un rettangolo piatto e dorato nella zona centrale, in alto. Vidi che aspetto aveva la mia vita quotidiana da lontano: il mio furgone che avanzava come uno scarafaggio attraverso le praterie, la polvee che si levava dalle ruote come si leva il desiderio, migliaia di frammenti di pietra che prendevano il volo. E quando il furgone si fermava e io scendevo sui luminosi campi desolati, la mia solitudine diventava totale. Riuscivo quasi a vederlo, il desiderio per Rezvan nascermi dentro, come un albero nasce dal suo tronco. Capii in un istante cosa avrei dovuto fare di preciso per tenermelo [dal racconto “Da qui al sole”, Rebecca Lee, trad. S. Reggiani, citazione pagina 103]

Una cena tra amici si trasforma in un momento per ricordare un incidente occorso in Himalaya con una lince rossa e un’occasione per riflettere sui matrimoni che stanno morendo. Una giovane studentessa copia un saggio pro sovietico e lo propone al professore di origini polacche, anti sovietico, subendone poi le conseguenze. Una biologa dalla depressione facile si innamora di un geologo rumeno sposato e fa di tutto perché lui dimentichi la moglie prigioniera in Romania.

Una studentessa americana vola ad Hong Kong dalla famiglia del suo amico milionario per svolgere un lavoro molto particolare. Una docente divorziata deve decidere se votare a favore o contro una protesta studentesca che sta prendendo una brutta piega. Un giovane studente infrange le regole del viver comune nella casa di un noto professore di architettura. Una cena tra colleghi e amici diventa l’occasione per riflettere sulla quoditianità e sulla propria esistenza.

Se fossi stata capace, come lo era stata la nonna di Min, di interpretare i gesti delle donne, di comprendere la loro natura e vedere il futuro in un solo movimento del capo o della mano, avrei visto, mentre Rapti s’inchinava, il presente squarciarsi per un istante e rivelare il futuro (…) Ma allora niente di tutto questo mi fu rivelato. Mentre ce ne stavamo lì, sotto quella pioggia profumata, a guardare Albert ripetere il suo inchino perpetuo, disperato, frutto di un senso di colpa insopportabile, di una tristezza inconsolabile, non riuscivo nemmeno a concepire che l’equilibrio del mondo – due terzi soddisfazione, un terzo passione – potesse mai essere restaurato. [dal racconto “Min”, Rebecca Lee, trad. S. Reggiani, citazione pagine 139-140]

In diversi racconti di Rebecca Lee viene rappresentata la vita del college, dal punto di vista degli studenti e di quello dei docenti. Ma si parla anche di rapporti tra amici e coniugi, come nel primo e nell’ultimo racconto della raccolta. Rebecca Lee parla di persone assolutamente normali ma mettendo in luce gli aspetti straordinari che sono insiti in ognuno di noi, ma che spesso neppure noi conosciamo.

E’ nell’incedere del racconto che vengono fuori le particolarità dei protagonisti, senza scordare anche l’interessante aspetto psicologico dell’animo umano. Come quando si cerca di distendere un tappeto arricciato e pieno di pieghe: man mano che le pieghe vengono lisciate il tappeto svela la sua trama, e quando si giunge alla fine della storia si ha il quadro – il disegno del tappeto – completo.

Scritti dagli Anni Settanta ad oggi, alcuni racconti sono ambientati a cavallo di quel periodo e spesso viene citato l’immediato passato o il loro presente, regalando al lettore frammenti di storia recente che magari non si conosceva (nel mio caso, non conoscevo l’invasione dei profughi vietnamiti ad Hong Kong negli anni successivi alla resa di Saigon).

Dei racconti di Rebecca Lee mi sono piaciute le storie e le vicende che si intrecciano, la caratterizzazione dei personaggi – soprattutto quelli più insicuri e paurosi, ma anche quelli spavaldi come la studentessa che ha copiato il compito. Ho apprezzato le descrizioni poetiche e quelle frasi messi qui e là che sembrano delle vere e proprie perle, che quasi da sole valgono il racconto. Grazie a questo stile intimista e preciso mi sono decisamente calata nelle storie, specialmente nei due racconti che ho preferito “Min”, “Da qui al sole” e l’originale “Fialta”.

Lince rossa e altre storie” è una raccolta di racconti che consiglio a chi ama il genere dei racconti – e anche a chi non lo ama perché potrebbe provare a conoscerlo partendo da questi -, storie per chi ama l’America e il Canada, per chi è curioso di scoprire la complessità dei rapporti umani, e non da ultimo per chi ama i libri che hanno bellissime copertine.

James De Mille | Lo strano manoscritto trovato in un cilindro di rame

Chi l’ha detto che i romanzi di avventura devono solo essere letti in gioventù, mentre dai “lettori grandi” non possono essere apprezzati? Pubblicato per la prima volta in italiano, “Lo strano manoscritto trovato in un cilindro di rame” dello scrittore canadese James De Mille (marcos y marcos, 336 pagine, 18 euro) è un romanzo che presenta la narrazione delle avventure al Polo Sud del marinaio Adam More all’interno della narrazione dell’avventura di Lord Featherstone che naviga tra Madeira e le isole Canarie. Insomma, un’avventura dentro l’avventura e il risultato è un godibilissimo romanzo, ma con un finale molto particolare. Partire con me e Lord Fatherston sul Falcon e vi spiegherò tutto…

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Titolo: Lo strano manoscritto trovato in un cilindro di rame

L’Autore: James De Mille (1833 – 1880) è stato uno scrittore, insegnante, disegnatore e poliglotta canadese. Lanciatosi dapprima nel commercio di libri, capì in seguito che preferiva scriverli e insegnare storia. “Lo strano manoscrittto trovato in un cilindro di rame” è il primo romanzo che viene tradotto in italiano

Traduzione dall’inglese: Pietro Polidori

Editore: marcos y marcos

Il mio consiglio: assolutamente sì, per tutti gli appassionati dei romanzi d’avventura (con una piccola riserva sul finale)

Ero stato catapultato in questo mondo di meraviglie, e questa sarebbe stata la mia casa per il resto dei miei giorni; difficile dire se quei giorni sarebbero passati in pace oppure nel dolore e nella più amara schiavitù. Dovevo solo decidermi, accettare il rischio. Dovevo approdare, avventurarmi tra queste persone e avere fiducia in quella Provvidenza che mi aveva sostenuto fino a quel momento. Cominciai a remare verso riva [James De Mille, Lo strano manoscritto trovato in un cilindro di rame, trad. P. Polidori, citazione pagina 68]

Lord Featherstone è un ricco inglese che assieme ad alcuni amici decide di visitare le latitudini meridionali a bordo del Falcon, la sua imbarcazione. Tra le Canarie e Madeira la bonaccia coglie il suo equipaggio, e blocca il Falcon che non può più navigare. Lord Featherstone inventa un passatempo per divertire l’equipaggio: costruisce delle barchette di carta e, messe in mare, scommette con gli amici quale barchetta arriverà prima all’oggetto scelto come traguardo.

Le barchette affondano, imbebite dall’acqua, ma a destare la curiosità degli amici di Lord Featherstone è proprio l’oggetto usato come traguardo: pare di metallo – rame, forse – ed è molto antico, tutto incrostato di cirripedi e conchiglie. Aprendolo, gli amici trovano un papiro che narra le incredibili avventure di Adam More, marinaio inglese originario del Cumberland.

A turno gli amici leggono le mirabolanti avventure di Adam More, tra incredulità e scetticismo: Adam More è uno dei marinai scelti dal governo britannico per condurre i prigionieri inglese nella desolata Terra di Van Diemen; la missione si conclude con successo, ma a causa di una serie di sfortunati eventi, More si ritrova alla deriva verso sud con una semplice scialuppa, troppo fragile per affrontare la furia dei mari del sud.

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Peder Balke “North Cape” (1840, circa)

Il marinaio Adam More incontra prima dei selvaggi orribili da cui riesce fortunosamente a fuggire, lanciandosi all’interno di quella che pare una grotta sotterranea che inghiotte le acque del mare. Navigando e navigando, Adam More giunge in una nuova terra, dove fa caldo e splende il sole, ma i suoi abitanti amano la morte, l’oscurità e la povertà, laggiù il più felice è il povero, il più triste è colui che possiede troppe ricchezze.

Adam More resta spiazzato da questa filosofia, ma presso questo popolo incontra una donna come lui, Almah, che ama la luce e non pensa che le ricchezze siano necessariamente una sfortuna. L’inevitabile colpo di fulmine scatta tra Adam More e Almah, ma in questo mondo chi si ama si deve separare per essere felice, e lo sa bene Layelah, la figlia infelice del koehn gadol – il sommo capo – ancor più infelice. Il destino che attende Almah e Adam More è dei peggiori, ma come fuggire da questa terra di mostri e d’oscurità?

Lo strano manoscritto trovato in un cilindro di rame” è un romanzo scorrevole e molto avventuroso, ricco di mostri, esseri che si fingono buoni ma nascondono oscuri segreti e colpi di scena; il popolo del sud è l’esatto opposto della nostra civiltà: ama il buio, venera la morte, combatte mostri sperando in una morte violenta, aborra le ricchezze e il più felice è colui che veste di stracci e vive in una cella oscura. Sembra una vera e propria parodia alla società dell’epoca (e ovviamente, attuale) dove vige questa foga di accumulare ricchezze e allontanare il più possibile la morte.

Pur essendo molto coinvolgente per il lettore, ha un finale molto particolare che mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca: è infatti un finale aperto e come tale si presuppone un seguito oppure l’Autore ha cercato di terminare il romanzo in modo più che originale lasciando ai noi lettori la scelta del finale che più ci piace?