Enrique González Tuñón | Letti da un soldo

Sono stato amico di ladri, biscazzieri, gente miserabile. Ho conosciuto gente spregevole, donne ipocrite, puttane. La vita è amara, pesante, difficile. Adesso penso che avrei dovuto morire quando mi operarono per non so quale malanno, venti e più anni fa. Ero un bambino, e mi avrebbero portato al cimitero in una cassa bianca. Invece di trascinarmi per il mondo starei molto più in alto delle nubi, nella purissima felicità che cantano gli angeli nel cielo limpido [dal racconto I cinque, Enrique González Tuñón, trad. M. Magliani e R. Ferrazzi]

La raccolta di racconti “Letti da un soldo” di Enrique González Tuñón uscì in Argentina nel 1932 ed è stato pubblicato in italiano dalla casa editrice Arkadia editore, con la traduzione di M. Magliani e L. Marfè, secondo volume della collana Xaimaca. I racconti presenti provengono da tre diverse raccolte di González Tuñón.

Letti da un soldo” comprende cinque racconti provenienti dall’opera orginale “Cama desde un peso“, cinque storie che si possono leggere quasi come un romanzo, dove i protagonisti portano nel cuore il personale carico di dolori e dispiaceri, e si ritrovano nella squallida e lurida locanda chiamata “La pignatta misteriosa“, un luogo dove i letti per dormire costano solo un peso, un soldo.

Sei racconti brevi provenienti da “El alma de las cosas inanimadas“, dove i protagonisti sono bizzarri e molteplici: un telefono epilettico, un gliptodonte, uno smilodonte e un uomo sui pattini; infine, due racconti provenienti da “La rueda del mulino mal pintado“, che hanno come protagonsiti uomini nuovamente sull’orlo del disagio sociale.

Enrique González Tuñón, fratello del celebre poeta argentino Raúl, nacque nel periferico quartiere di Once, a Buenos Aires, e fu scrittore di romanzi, racconti e giornalista. Entrambi non furono molto apprezzati in vita e subirono parecchie critiche legate, in particolare Enrique, all’essere romanticamente anarchico e bohémien.

Aspetto l’amore con il disperato desiderio dei vent’anni. Se tardasse a venire uscirei in strada ad annunciare come un banditore la mia disgrazia perché qualche donna mi consolasse con una carezza; andrei a bussare a tutte le porte fino a quando una mano gentile e sensibile mi chiamasse e una voce mai sentita, una voce appena nata, mi dicesse, vieni (…) L’avventura della mia gioventù non è altro che una meschina e interminabile scaramuccia [dal racconto La miseria permanente, Enrique González Tuñón, trad. M. Magliani e R. Ferrazzi]

Cama desde un peso“, titolo originale della raccolta, raccoglie quindi le storie di persone disagiate, perdenti della vita, ladri, ubriaconi, disperati, prostitute, spacciatori e vagabondi, affrescando la periferia di Buenos Aires degli anni Venti e dei primissimi anni Trenta del Novecento.

Anni in cui il cambiamento sociale fu importante: le periferie vennero quasi inglobate con la città vera e propria, la quale si ritrovò ad diventare una capitale grande e cosmopolita, abitata in particolar modo da migranti giunti da ogni dove e da persone di nazionalità argentina in cerca di fortuna e ricchezza.

Perché vivono in me tanti ricordi di epoche trapassate? Occorre credere per vivere (…) Il giorno in cui non ci crederai più finirai di esistere [dal racconto Lo smilodonte scettico, Enrique González Tuñón, trad. M. Magliani e R. Ferrazzi]

Si tratta di una raccolta di racconti completa, utile per scoprire una voce della letteratura argentina pressoché sconosciuta in Italia. I racconti sono inoltre interessanti per conoscere la situazione dell’Argentina a cavallo tra gli anni Venti e Trenta, con particolare riguardo verso i ceti sociali meno abbienti. I racconti proveniente dalle altre due raccolte originali offrono uno sguardo su quella che sarà una letteratura dell’assurdo e del grottesto.

“Letti da un peso” è una raccolta di racconti che consiglio a chi cerca una letteratura sudamericana di nicchia, una serie di storie scritte da autore sudamericano poco noto in Italia, una tipologia di storie che la collana Xaimaca della casa editrice Arkadia mira a proporre ai lettori italiani.

Titolo: Letti da un soldo
L’Autore: Enrique González Tuñón
Traduzione dallo spagnolo: Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi
Editore: Arkadia Editore
Perché leggerlo: perché si tratta di un autore poco noto in Italia, pubblicato per la prima volta in traduzione italiana, utile a scoprire una letteratura sudamericana più di nicchia

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Eugenio Cambaceres | Sin rumbo

Nulla al mondo lo attirava ormai, nulla gli sorrideva, nulla di nulla lo teneva legato alla vita. Né l’ambizione, né il potere, né la gloria, nulla gli importava, nulla voleva, nulla possedeva, nulla provava. Ne suo ardore, nel suo folle affanno di consumare gioie terrene, tutte le forze segrete del suo essere si era guastate come si guasta una macchina coi motori sempre accesi. Disperato, abbattuto, esausto, andava alla deriva, senza rotta, nella notte nera e gelida della vita [Sin rumbo, Eugenio Cambaceres, trad. M. Magliani e L. Marfé]

Ricchezza e agiatezza non fanno la felicità. Può apparire un cliché, ma Andrés – ricco proprietario di terreni, hacienda, mandrie e datore di lavoro di servi e braccianti – è un uomo insoddisfatto dalla vita. Da sempre in disaccordo col padre ma difeso strenuamente dalla madre, Andrés è cresciuto con la consapevolezza che con potere e denaro è possibile fare qualsiasi cosa. L’animo di Andrés, però, è inquieto e l’uomo non riesce a capire cosa davvero voglia dalla vita.

Insensibile, dilaniato, senza fede, con il cuore di pietra, l’anima inaridita, annoiato dalla conoscenza della vita, da quell’insieme di bassezze umane: provvisto di un immenso arsenale di disprezzo per il prossimo, per se stesso, che ne sarebbe stato di lui? Chi era alla fine? [Sin rumbo, Eugenio Cambaceres, trad. M. Magliani e L. Marfé]

Così Andrés approfitta di Donata, la giovane figlia di un misero bracciante; quando la ragazza confessa di essere incinta, Andrés la abbanonda per evitare problemi e responsabilità. Una volta giunto a Buenos Aires, Andrés incontra diversi personaggi dello spettacolo e diventa molto intimo con una cantante lirica; ma nemmeno l’affetto dell’amante riesce a calmarlo, a far scomparire la sua irrequietezza, perché non è neppure questa la vita che vuole condurre.

Il ritorno alla hacienda, fuggendo di nuovo dalle proprie responsabilità nei confronti dell’amante, sarà all’apparenza gioioso, ma il destino avrà in serbo per lui nuove difficoltà. Andrés, nella sua cattiveria e crudeltà verso il prossimo, ha la sensazione che il cielo ce l’abbia proprio con lui.

Dio… ma dov’era quel Dio, il Dio della misericordia e della bontà, il Dio onnipotente che guardava impassibile ingiustizie come quella? Lui… beh, lui era stato un farabutto, un miserabile, che scontasse le sue colpe, che il cielo lo punisse, era giusto! [Sin rumbo, Eugenio Cambaceres, trad. M. Magliani e L. Marfé]

Parque Nacional Nahuel Huapi, Argentina (Photo by bruno camargo on Unsplash)

Sin rumbo” di Eugenio Cambaceres (trad. M. Magliani e L. Marfè, Arkadia editore, 14.50 €) è un romanzo scritto nel 1885 e per la prima volta è stato tradotto in italiano. “Sin rumbo” – letteralmente, “Senza rotta” – è un’opera che si inserisce nella corrente letteraria del naturalismo, della quale Cambaceres fu uno dei maggiori esponenti in Argentina, facente parte della generaciòn del ochenta, tra i quali – oltre agli scrittori – sono compresi anche i politici che iniziarono a rinnovare il Paese.

Eugenio Cambaceres, figlio di un chimico francese e di un’argentina di origini inglesi, nacque e visse a Buenos Aires ma viaggiò molto in Francia, assorbendo e restando colpito dal naturalismo di Émile Zola. “Sin rumbo” ha molto di autobiografico: Cambaceres frequentò una cantante lirica, sposata, e questo generò un vero e proprio scandalo. Lo scrittore fuggì in Europa e laggiù si legò ad una cantante italiana, dalla quale ebbe una figlia. Nel romanzo, Andrés non scappa dall’Argentina, ma ha una figlia da una bracciante.

In “Sin rumbo” si ritrovano le tematiche care agli scrittori dell’epoca: il vivido e sincero affresco dell’epoca, delle proprietà terriere dei ricchi padroni, delle mandrie e dei numerosi quanto poveri e ignoranti braccianti; vi è l’ideale della colonizzazione dei vasti spazi argentini; ci si sofferma sul senso dell’immigrazione, e in “Sin rumbo” gli immigrati e indigeni lavorano nelle haciendas, ma a Buenos Aires gli immigrati – soprattutto italiani – si danno da fare anche nell’illecito.

Nel romanzo, il protagonista Andrés è un uomo giovane, tanto ricco quanto crudele, e il destino – o il cielo – si accanisce contro di lui, in particolar modo quando  Andrés è sicuro di aver trovato uno scampolo di gioia. Ma il male di vivere, la noia, l’incapacità di apprezzare ciò che ha e la sfortuna non lo abbandonano mai, e si sente sempre più solo. I sentimenti di Andrés sono ancora molto attuali, per questo “Sin rumbo” è un romanzo che può leggersi con una chiave di lettura molto moderna.

Sin rumbo” di Eugenio Cambaceres è quindi un classico che riflette sulla condizione umana dell’epoca ma è facilmente calabile anche nella nostra attualità.

Titolo: Sin rumbo
L’Autore: Eugenio Cambaceres
Traduzione dallo spagnolo e postfazione: Marino Magliani e Luigi Marfè
Editore: Arkadia editore
Perché leggerlo: perché è un classico che riflette sulla condizione umana dell’epoca ma è facilmente calabile anche nella nostra attualità

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Ricardo Romero | Storia di Roque Rey

Roque Rey guarda le scarpe e non sa bene che cosa dovrebbe pensare, che cosa potrebbe dire in un momento simile. Perché il problema è che l’uomo che è diventato sa che momenti simili non esistono (…) Le scarpe sono uniche e lo è, anche, l’atto di togliersele. Roque Rey guarda le scarpe e contempla il gesto. Muove i piedi e li ignora. Sulla riva, la barca attende che si decida [Storia di Roque Rey, Ricardo Romero, trad. V. Martinetto]

Roque Rey è un bambino quando mamma Esther lo abbandona a casa della zia Elsa e dello zio Pedro. Roque è un bambino biondo, timido, taciturno e riflessivo: i primi anni della sua vita li trascorre con degli zii, la severa zia Elsa lo porta spesso in chiesa, mentre lo zio Pedro è una persona più scherzosa e divertente. Un giorno, all’improvviso, lo zio Pedro muore e Roque vive un secondo abbandono dopo quello della madre.

Il giorno del funerale dello zio, la zia Elsa chiede a Roque un favore: può il ragazzino indossare le scarpe eleganti e nuove che verranno poi messe ai piedi dello zio Pedro? Roque accetta e si riempie di cotone le punte delle scarpe guante. Mentre giungono amici e parenti ad omaggiare la salma dello zio Pedro, Roque si allaccia le scarpe e inizia a camminare lungo i quartieri di Paraná.

Roque non tornerà mai più da zia Elsa: camminerà per anni e anni, attraverso gli immensi spazi dell’Argentina, lungo quartieri e città, incontrando personaggi più o meno bizzarri e curiosi, mantendosi sempre ai margini della società, senza esporsi mai troppo, senza farsi notare e senza lasciare un segno.

Le disse che l’amava ancora, che l’aveva perdonata, che sperava stesse bene. Le disse che adesso era lui a dover partire. Che non poteva più continuare ad abitare in quella casa perché quella casa apparteneva ai morti. Ai cari estinti. Aggiunse che le scarpe dello zio Pedro lo spingevano ancora ad andare avanti. Che non poteva smettere di portarle finché non fosse stato in grado di amare allo stesso modo in cui lui aveva amato [Storia di Roque Rey, Ricardo Romero, trad. V. Martinetto]

Caminito, La Boca, Buenos Aires (Wikipedia CC BY 2.0)

Quando leggo un romanzo sudamericano c’è spesso un punto oltre il quale mi perdo e vado in crisi, devo mettere da parte la mia razionalità e cercare di lasciarmi andare alla narrazione (nel romanzo, se siete curiosi, il punto di crisi è stato quando Roque ha suonato il campanello di Mariana). A volte mi chiedo se sia io ad avere problemi con la letteratura sudamericana o se io sia incapace di mollare gli ormeggi della mia razionalità e immergermi in una vicenda un po’ assurda. Ma andiamo per ordine.

Storia di Roque Rey” di Ricardo Romero, tradotto da Vittoria Martinetto per Fazi editore, è un romanzo che nei primi capitoli si presenta con buone premesse ma con il procedere della lettura si ha la sensazione che succeda poco e nulla; ci si aspetta un colpo di scena che invece non arriva e la vicenda resta piatta, senza troppi avvenimenti degni di nota. Leggendo ho avuto spesso la sensazione che la narrazione fosse immobile e allo stesso tempo che mancasse qualcosa.

Roque Rey è uno di quei personaggi che vorrei prendere da parte e scuotere un po’, vorrei dirgli di svegliarsi perché gli altri stanno approfittando di lui in ogni modo. Forse Roque è solo ingenuo, forse è solo troppo buono. Roque, inoltre, non si fa scrupoli nell’abbandonare le persone che lo amano e non ha la tendenza a chiedersi se per caso, con la sua fuga, ha fatto loro del male. Roque abbandona zia Elsa, Padre Umberto sul pullman, Los Espectos (un gruppo musicale e canoro), l’amico Marcos, ma non abbandona Mariana perché è la ragazza ad abbandonare prima lui. Così come non abbandona la madre di Mariana, né Natalia,Inés.

Roque Rey è un ragazzo prima e un adulto poi che vive passivamente le situazioni, senza mettersi in gioco più di tanto per cambiare la sua esistenza. Roque Rey è un personaggio incapace di amare, forse perché da piccolo di amore ne ha conosciuto poco e sa solo abbandonare gli altri, dato che sia suo padre che sua madre lo hanno lasciato senza tornare mai più.

Come in molti romanzi sudamericani, anche in “Storia di Roque” vengono raccontati episodi che sfiorano l’assurdo: uno su tutti, la nascita di Roque stesso. La madre non sa di essere incinta e pensa di avere un cancro o una malattia brutta quando invece scopre che quei dolori lancinanti all’addome non sono altro che contrazioni. Ma questo non è il solo evento assurdo narrato nella storia, ce ne sono molti altri, per esempio lo strano funerale che Roque fa per un personaggio a cui, tutto sommato, tiene.

La storia dell’Argentina citata nel libro è decisamente molto velata, necessita di una conoscenza minima per capire alcuni riferimenti a Perón, alla dittatura di Videla e il relativo stato di polizia, fino alla grande crisi e all’inflazione degli anni novanta.

L’idea di indossare le scarpe di zio Pedro e iniziare un lungo, lunghissimo vagabondaggio l’ho trovata interessante, eppure qualcosa non ha funzionato: non mi sono sentita coinvolta dalla storia come avevo immaginato. Pur essendo un romanzo denso e corposo, “Storia di Roque Rey” non riesce a lasciare un segno, come Roque stesso non riesce a lasciare nei luoghi che visita e nelle persone che incontra.

E mi ha ricordato molto il romanzo “Stoner” di John Williams, dove non succede nulla di eclatante o entusiasmante se non la vita ordinaria di una persona qualunque. È come se Roque camminasse con le scarpe degli altri, prima di zio Pedro e poi dei morti che incontrerà all’obitorio di Buenos Aires, per non lasciare traccia di sé, neppure un’impronta.

Titolo: Storia di Roque Rey
L’Autore: Ricardo Romero
Traduzione dallo spagnolo: Vittoria Martinetto
Editore: Fazi
Perché leggerlo: per immergersi nella società argentina, per conoscere e capire di più di questo immenso Paese pieno di contraddizioni
Leggilo se: ti è piaciuto “Stoner” di John Williams (Fazi)

(© Riproduzione riservata)

Andrés Neuman | Le cose che non facciamo

Le cose che non facciamo” di Andrés Neuman (SUR edizioni, 152 pagine, 15 €) è uno di quei libri che necessariamente colpiscono per la copertina: di colore rosa shocking, con un ombrellone e una racchetta da pingpong stilizzati mi hanno immediatamente incuriosita. Scoprire che si trattava di una raccolta di brevi (e brevissimi) racconti, un po’ sperimentali, scritti da un prolifico autore argentino, ha fatto sì che mi ritrovassi a leggerlo e ad essere qui a parlarne.

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Titolo: Le cose che non facciamo

L’Autore: Andrés Neuman è nato in Argentina nel 1977. Autore di romanzi, poesie e racconti, in Italia sono stati pubblicati Parlare da soli, Frammenti della notte e Il viaggiatore del secolo, tutti editi da Il Ponte delle Grazie

Traduzione dallo spagnolo: Silvia Sichel

Editore: SUR edizioni

Il mio consiglio: la raccolta di brevi e brevissimi racconti di Neuman la consiglio agli appassionati del genere narrativo breve, a chi piace leggere qualcosa di sperimentale e assurdo, a chi cerca qualcosa di decisamente innovativo

Io? Se mi contraddico? Se mi rendo conto di fare sempre gli stessi errori? Spesso. Spessissimo. Cosa credi. Tanto per cominciare, sono una stupida. E una fifona. E una rinunciataria. E fingo che potrei vivere una vita che non avrò mai. Pensandoci bene, non so cosa sia più grave: non accorgersi di certe cose o accorgersene e non fare niente. Proprio per questo, capisci, ho tirato questa riga. Sì. È infantile. È brutta e piccolina. Ed è la cosa più importante che io abbia fatto quest’estate. [dal racconto Una riga sulla sabbia, Andrés Neuman]

Al termine dell’estate una ragazza traccia una riga sulla sabbia e vieta al compagno di valicarla; un uomo si trova in una clinica e si accinge a partorire suo figlio; un ragazzino sfida se stesso e nuota verso uno scoglio lontano assieme alla ragazza oggetto del suo desiderio. E poi, un poeta scopre che le sue poesie sono andate perdute durante un incidente; un aspirante suicida telefona alla psichiatra per comunicarle la sua drammatica decisione; di un padre, ad un ragazzo, restano solo le scarpe.

I racconti di Andrés Neuman sono rapidi sprazzi di luce che si aprono sulle vite di sconosciuti: iniziano in modo rocambolesco, a volte è necessario leggerli due volte per capire cosa sta succedendo e dove l’autore voglia andare a parare. Quasi sempre il racconto si conclude senza una vera conclusione, e chi legge resta col fiato sospeso. A volte, invece, c’è quel finale “a sorpresa” che inquieta perché la conclusione – dove c’è – è torbida.

Alcuni brani sono dei piccoli capolavori, uno su tutti il racconto che dà il titolo all’intera raccolta Le cose che non facciamo, appunto.

Mi piacciono le lingue che vorremmo parlare e sogniamo di imparare l’anno prossimo, mentre ci sorridiamo sotto la doccia. Ascolto dalle tue labbra quei dolci idiomi ipotetici, le loro parole mi riempiono di stimoli. Mi piacciono tutti i propositi, dichiarati e segreti, che disattendiamo insieme. È questo che preferisco della vita a due. La meraviglia aperta sull’altrove. Le cose che non facciamo. [dal racconto Le cose che non facciamo, Andrés Neuman]

Altri racconti, come scrivevo, sono brevissimi ma intesi, altri sono degli esercizi di stile, per esempio il racconto Dare alla luce dove in tutto il racconto c’è un solo punto, il resto è una foresta di virgole.

(…) è difficile amare per gli uomini, è un rischio essere i primi a commuoversi, a lanciarsi nel vuoto senza sapere quale sarà la risposta o dove si dirigerà la bicicletta, essere amati è diversi, ci osservano, tutto è comodo e gelido, in terza persona, lei mi ama, e una terza persona era proprio ciò che da quella notte si stava generando come una ragnatela microscopica, così, (…) [dal racconto Dare alla luce, Andrés Neuman]

Infine, in appendice ci sono quattro dodecaloghi, imperativi e regole su come dovrebbe essere scritto un racconto ad effetto secondo Andrés Neuman. La trovo una cosa molto originale e molte regole dettate dall’autore riflettono fortemente il suo stile, innovativo e stravagante, la degna conclusione di una raccolta di racconti così particolare. Una norma su tutte? Questa!

XI. Nel racconto, un minuto può essere eterno e l’eternità durare lo spazio di un minuto. [Andrés Neuman]

Manuel Puig | Scende la notte tropicale

La lettura de “Scende la notte tropicale” di Manuel Puig (Sellerio, 280 pagine, 10 €)  si è rivelato un momento entusiasmante e fortemente coinvolgente della mia ‘carriera da lettrice’. Una sfida anche per lo stile e per il modo che usa Puig per raccontare una storia che, all’apparenza, può sembrare molto banale ma che contiene un piccolo universo di personaggi dove, quasi sicuramente, riusciamo ad identificarci.

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Titolo: Scende la notte tropicale

L’Autore: Manuel Puig è nato a General Villegas, vicino a Buenos Aires, nel 1932. A causa di una complicazione legata ad un intervento chirurgico, muore nel 1990. Oltre a Scende la notte tropicale, Sellerio ha pubblicato in italiano: Agonia di un decennio, New York ’78 (1984), Mistero del mazzo di rose (1996), Una frase, un rigo appena (1996-2000), The Buenos Aires Affair (1997-2000). Altri romanzi di Puig sono stati pubblicati da Einaudi e Feltrinelli

Traduzione dallo spagnolo: Angelo Morino

Editore: Sellerio

Il mio consiglio: Scende la notte tropicale è un libro bellissimo permeato di nostalgia, quella nostalgia di eventi sia belli che brutti che hanno caratterizzato le nostre vite. E’ una storia, all’apparenza semplice, di due anziane sorelle argentine, è la dolcezza di una notte calda e tropicale, di un tramonto in riva al mare

Ah, Nidia, com’è angosciante tutto questo, per quei quattro giorni in croce che mi rimangono di vita devo ritrovarmi in questa situazione. Lasciare il giardinetto dell’appartamento di Rio è il peggio, separarmi da quelle felci, e da quelle foglie enormi della pianta tigrata. E chi comprerà l’appartamento non saprà badare a niente. Io le innafiavo, e poi dalla finestra della camera da letto le vedevo lucide lucide, che crescevano, che diventavano sempre più belle, verde chiaro e poi verde intenso, senza la minima sfumatura di giallo, con qualche germoglio nuovo, sempre verde chiaro. E’ così bello vedere le cose crescere, alzarsi dal suolo, ma avvinte dalla loro radice (…) Separarmi da ogni pianta sarà come morire ogni volta, o sentire che stanno per morire, senza le mie cure [Scende la notte tropicale, Manuel Puig, trad. A. Morino]

Nidia e Lucy sono due sorelle argentine, già un po’ anziane, che vivono a Rio de Janeiro. Lucy ha ottantun anni ed è la più giovane, si è trasferita per prima da Buenos Aires a Rio e Nidia l’ha seguita; con il portoghese Nidia ha ancora qualche problema, e pur avendo ottantatré anni, lo sta imparando velocemente.

L’incipit del romanzo presenta il sentimento che accompagnerà per tutta la durata della narrazione: una dolcezza nostalgica per un passato ormai trascorso. Un passato non sempre positivo perché sia Nidia che Lucy hanno avuto problemi in famiglia: Nidia ha perso Emilsen, l’amata figlia, dopo una lunga malattia, mentre Lucy ha preso il marito quando era molto giovane.

Scende la notte a Rio de Janeiro, è quel momento in cui il sole tramonta e ci si accinge ad accendere la luce dentro le case: Lucy sostiene che sia quella malinconia del pomeriggio appena trascorso, non resta che mettersi a fare qualcosa per non pensarci troppo.

Le anziane Lucy e Nidia vivono assieme, lontane dai figli che abitano a Buenos Aires e a Lucerna, in Svizzera. Le due sorelle si affezionano alle vite degli altri: Lucy si interessa in modo dolcissimo a Silvia, la vicina di casa argentina che lavora come psicoterapeuta già da molti anni in Brasile, che ha un figlio che vive a Città del Messico e una schiera di uomini che non la amano davvero. Nidia invece si lega al giovanissimo muratore Ronaldo e alla sua povera moglie Wilma, che oltre a vivere nel Norte con la suocera, ha disgraziatamente perso una bambina neonata.

Tutto cambia quando Tino, il figlio di Lucy che vive in Svizzera, costringe la madre a raggiungerlo a Lucerna. Nidia e Lucy sono costrette a separarsi, a malincuore; Nidia resta a Rio, a seguire le vicende di Silvia, Ronaldo e a annaffiare le piante della sorella, sperando che Lucy torni dalla Svizzera, un luogo dove fa troppo freddo per le sue vecchie ossa sudamericane abituate al sole e alle brillanti spiagge brasiliane.

In cosa ho sbagliato? (…) Ho lasciato che vedessero la mia disperazione. Ho lasciato che vedessero come a quarantasei anni ero riuscita solo ad aumentare la mia vulnerabilità di sempre. Ho lavorato tanto, ho studiato tanto, mi sono sforzata tanto affinché le cose funzionassero. Ho viaggiato, ho tentato di adattarmi a diversi paesi, li ho studiati, ho imparato ad amarli quanto la mia stessa Argentina. E ho ottenuto solo questo, dipendere da una telefonata, per poter continuare a respirare. Eccomi da sola ad aspettare che qualcuno suoni il campanello della porta di strada (…). [Scende la notte tropicale, Manuel Puig, trad. A. Morino]

La trama raccontata così potrà sembrarvi banale, ma non lo è. Anzittuto, la narrazione di Puig è originale e incredibile: veniamo a conoscenza delle vite di Silvia, Ronaldo e Wilma attraverso i pettegolezzi delle due sorelle argentine, che sarebbero le vere protagoniste del romanzo. Inizialmente, di Nidia e Lucy sappiamo poco, perché nei loro dialoghi le sorelle parlano quasi esclusivamente degli altri: dei nipotini, dei generi, dei figli e soprattutto delle vite di Silvia e Ronaldo. Gli anziani spesso sono così: vivono attraverso gli altri, forse perché sentono che le loro vite ormai sono vuote e giunte al capolinea, prive di eventi interessanti o eccezionali.

Sullo sfondo, uno spaccato della vita tra Brasile tra il 1987 e il 1988, spesso le sorelle argentine parlano della povertà che contraddistingue Argentina e Brasile, citano la crisi, le scelte politiche sbagliate, la dittatura e la corruzione che da sempre ha piagato il Sudamerica. Grazie a Nidia e Lucy scopriamo la precarietà dei muratori brasiliani, le condizioni di lavoro angoscianti e crudeli, ma anche il problema dello sfruttamento del lavoro minorile, degli abusi sessuali e delle inevitabili conseguenze.

Scende la notte tropicale è narrato in modo unico: nella prima parte si sente parlare esclusivamente Nidia e Lucy, e solo attraverso dialoghi. Puig, il narratore, non interviene mai, è come se riportasse senza filtro alcuno la storia. Nella seconda parte, invece, ci sono soprattutto lettere: quelle che si scambiano Lucy e Nidia ormai lontane, quelle di Tino, e di Silvia, e della dolce Wilma. Rapporti di polizia e articoli di giornale fanno da contorno.

La storia funziona alla perfezione pur non essendo il canonico romanzo. Tassello dopo tassello, Puig compone un puzzle che attraverso dialoghi, articoli di giornale, lettere e denunce della polizia creano un universo unico, permeato in modo costante dalla “malinconia del pomeriggio” e di quel guardarsi indietro e dirsi “com’eravamo felici e non ce ne rendevamo conto”.

Un romanzo imperdibile, davvero.

Frida Kahlo e Violeta Parra: le Antiprincipesse sudamericane

Questa sarà una recensione assolutamente fuori dagli schemi, proprio come lo sono state le donne protagoniste dei primi due volumi dedicati alle Antiprincipesse portati in Italia e pubblicati da Rapsodia edizioni, che ringrazio per la collaborazione.

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Da piccoli ci raccontano favole dove le protagoniste sono spesso principesse bellissime che vivono in suntuosi castelli; quando sono in pericolo a salvarle arriva un principe, bellissimo pure lui, a cavallo di un bianco destriero, pronto a sfidare draghi o altri mostri per il bene della principessa. Anche nei cartoni animati lo schema è simile: prendete le storie della Bella addormentata nel bosco, oppure Cenerentola, o ancora Biancaneve, fino all’esotica Jasmine di Aladin.

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La scrittrice argentina Nadia Fink. ©www.noticiascolombianas.com

Crescendo, però, ci si rende conto che quelle sono sì belle storielle per bambini, ma la realtà è molto diversa. Certo, non è necessario obbligare i bambini e le bambine a smettere di sognare castelli e principesse mostrando loro la cruda realtà, però io sono dell’idea che si possano anche presentare personaggi esistiti davvero che ispirino molto più che un principe in calzamaglia. Partendo da questo presupposto, la scrittrice argentina Nadia Fink, con la collaborazione dell’illustratore Pitu Saà, ha creato le Antiprincipesse e sta pubblicando diversi volumi con la casa editrice argentina Chirimbote. In Italia le Antiprincipesse sono arrivate grazie alla casa editrice Rapsodia edizioni.

Nadia Fink si è ispirata a donne sudamericane per avviare il suo progetto sulle Antiprincipesse. I primi due volumi del progetto hanno come protagoniste due donne forti, non nobili e che vita loro hanno dovuto combattere contro povertà, pregiudizi e maschilismo: loro sono la messicana Frida Kahlo e la cilena Violeta Parra.

ANTIPRINCIPESSE #1 – Frida Kahlo (Rapsodia edizioni, 24 pagine, illustrato, 15 euro)

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© Rapsodia edizioni

La storia di Frida Kahlo la conoscevo bene, essendo una sua ammiratrice, come donna e come pittrice. Nel libro dedicato all’Antiprincipessa Frida, viene raccontata la sua vita fatta soprattutto di sofferenza a causa della malattia che le lasciò una gamba più corta e il terribile incidente di cui fu vittima. Le illustrazioni mostrano Frida vestita da uomo – indossava i pantaloni per mascherare il problema alla gamba – ma anche vestita da azteca, benché la sua famiglia avesse origini tedesche.

Le strisce parlano anche di Diego Rivera, il pittore che fu il grandissimo amore di Frida Kahlo, nonostante i rispettivi tradimenti amorosi. Viene raccontato come Frida desiderasse tanto un piccolo Dieguito, ma a causa della sua precaria salute, la gravidanza avrebbe potuto uccidere sia lei che il feto.

Oltre alla sofferenza, viene narrato in modo semplice e chiaro come Frida abbia sfidato e vinto le convenzioni dell’epoca in cui visse. Con Tina Modotti, la nota fotografa italiana, frequentava locali, cosa che di solito le donne non facevano. Frida ha voluto diventare una pittrice, mestiere che storicamente è sempre stato di competenza dei maschi. Insomma, è stata una donna forte, che ha lottato anche per i diritti civili e lavorativi degli altri, continuando a partecipare a proteste e scioperi nonostante alla fine della sua vita fosse costretta su una sedia a rotelle.

ANTIPRINCIPESSE #2 – Violeta Parra (Rapsodia edizioni, 24 pagine, illustrato, 14 euro)

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© Rapsodia edizioni

E’ allo scrittore Pedro Lemebel che devo la conoscenza di Violeta Parra. Pedro parla di Violeta in una delle sue cronache piumate, così incuriosita da questo nome avevo cercato informazioni su di lei. La cilena Violeta Parra è stata scelta da Nadia Fink come seconda Antiprincipessa protagonista del libro.

Violeta Parra nacque in Cile, da una famiglia parecchio numerosa e povera. Violeta scoprì per caso la chitarra di suo padre e di nascosto iniziò a suonarla. Nei primi anni del Novecendo non era consuetudine suonare in pubblico per le donne; infatti nessuno diede lezioni di musica a Violeta, eppure lei imparò a suonare da sola. Però, Violeta Parra fece molto di più che suonare musica alle feste: lei iniziò a viaggiare lungo il Cile, il suo Paese, alla ricerca di musiche folkloristiche per non lasciarle scomparire con gli ultimi che le cantavano. Violeta, dicevamo, era povera e la mamma le cucì una gonna usando una tenda, per essere elegante durante le sue esibizioni.

Violeta si sposò con un uomo di nome Luis, ebbe anche due figli, ma si dovette separare perché il marito non voleva che lei continuasse a suonare, non era normale che una donna suonasse e viaggiasse per il Cile. Violeta scelse la musica e continuò a viaggiare, con i figli piccoli e la chitarra. Conobbe un altro uomo, molto più comprensivo ed ebbe altri due figli.

A questa incredibile donna si deve il merito di aver recuperato e salvato vecchie musiche, che parlano di persone comuni, umili come contadini, allevatori, minatori, operai; denunciò ingiustizie sociali e il poeta Pablo Neruda, suo amico, la celebrò in una stupenda poesia. Oggi Violeta non c’è più, ma risuona la sua voce, ogni volta che accenderete la radio e vi capiterà di ascoltare una delle sue nostalgiche canzoni.

Antiprincipesse

© Rapsodia edizioni

I libri e soprattutto le storie di Frida e Violeta mi sono piaciuti molto; il linguaggio è semplice, adatto al piccolo pubblico, quando ci sono parole un po’ più complesse vi sono dei riquadri che spiegano meglio di cosa di sta parlando. Alla fine della storia ci sono dei giochi per bambini da svolgere, singolarmente o in gruppo. Essendo storie che raccontano di donne che hanno voluto essere semplicemente se stesse, sono consigliate alle bambini quanto ai bambini. Non c’è niente di meglio che essere se stessi e sentirsi liberi di leggere ciò che si vuole, anche da piccoli, e la conoscenza è senza dubbio il modo migliore per abbattere stereotipi e pregiudizi, formando così adulti migliori.

Luciano Lamberti | Il pappagallo che prevedeva il futuro

Io credo che “Il pappagallo che prevedeva il futuro” di Luciano Lamberti (gran vía edizioni, 96 pagine, 10 €) sia una delle migliori raccolte di racconti lette negli ultimi anni. L’argentino Luciano Lamberti è di sicuro un autore da tenere d’occhio e spero che venga presto tradotto in italiano anche il suo ultimo romanzo.

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Titolo: Il pappagallo che prevedeva il futuro

L’Autore: Luciano Lamberti è nato a Cordóba nel 1978. Oltre ai racconti contenuti ne El loro que podía adivinar el futuro ha scritto un volume di poesie San Francisco Cordóba (2008), un’altra raccolta di racconti El aesino de chanchos (2010) e il romanzo La maestra rural (2016)

Traduzione dallo spagnolo: Vincenzo Barca

Editore: gran vía edizioni

Il mio consiglio: assolutamente consigliato! Leggere dei racconti dove irreale e soprannaturale si mescolano così incredibilmente con il mondo reale è quanto di più geniale io abbia letto ultimamente

Il pappagallo che prevedeva il futuro ti conosce, e a suo modo, ti ama. Conosce la tua famiglia, i tuoi amici, gli amici dei tuoi amici. Quando la terra non era altro che una palla incandescente di pietra liquida, il pappagallo era già lì. Prima che gli uomini muovessero i loro primi passi su due gambe, era lì, e a suo modo li amava. I sumeri incisero la sua figura su vasi di argilla, distrutti poi dagli zoccoli delle orde barbariche. Gli egiziani gli eressero templi segreti. Il pappagallo fu testimone del declino di grandi imperi, di orge pubbliche, di impalamenti collettivi, di battaglie in cui uomini nudi correvano senza testa sulla terra insanguinata come polli decapitati. Furono molti i suoi padroni, parlarono con lui e seppero quel che sarebbe accaduto, ma ne pagarono anche il prezzo. Nel 1952, i soggetti dei primi esperimenti con LSD ebbero un’allucinazione collettiva: videro un uomo con la testa di pappagallo saltare sui tetti, e si cavarono gli occhi. [Il pappagallo che prevedeva il futuro, Luciano Lamberti, trad. V. Barca]

Inizio a parlare de Il pappagallo che prevedeva il futuro proprio dall’incipit del racconto che dà il titolo alla raccolta. Questo incipit l’ho letto e riletto più volte, e ad ogni rilettura mi rendevo conto di quanto sia assolutamente perfetto; la figura del pappagallo che prevedeva il futuro mi ha immediatamente spaventata e inquietata, non capendo cosa fosse davvero: è una divinità buona o cattiva?, cosa è in grado di fare agli uomini? Da questo inizio folgorante si diparte un racconto magnifico, dove Andrés acquista un pappagallo verde un po’ spelacchiato in un mercatino organizzato dopo lo sgombero degli oggetti di una vecchia casa.

Nella raccolta si trovano altri cinque racconti. Ne Perfetti incidenti ridicoli il giovane protagonista ci racconta tutte le disgrazie che gli sono occorse, pur lasciandolo miracolosamente indenne; ne La canzone che cantavamo tutti i giorni ci viene raccontato uno strano fatto successo durante una gita in montagna al fratello del protagonista: dopo aver pranzato, si allontana nel bosco e quando torna non è più lui.

Note sul paese dei giganti è una favolosa raccolta di osservazioni e appunti degli esploratori che – loro malgradosono arrivati al paese dei giganti. Si parla delle loro presunte origini, dei loro comportamenti etologici, dei portali di accesso che conducono dal nostro mondo al loro, della vita privata di chi ha esplorato questo mondo.

CITTA’. Estinguendosi, i giganti si lasciano dietro solo quelle strane città costruite dentro le montagne, rifugi dove si riparano dall’inverno e dai predatori. Le chiamiamo città per riportarle alle nostre capacità linguistiche, anche se a rigore sono un’altra cosa. Nel corso della storia, centinaia di esploratori affascinati hanno percorso le loro alte cripte scavate direttamente nella pietra (…) Nessuno degli esploratori vi ha mai trovato segni di civiltà, neppure rudimentali (…) Solo imponenti scheletri crollati nel posto in cui sono morti, nella postura in cui sono morti (…) Presto gli ultimi branchi sopravvissuti si estingueranno e allora resteranno solo queste tremende buche, buie e deserte per l’eternità, e il paese dei giganti non sarà altro che un racconto per bambini [dal racconto: Note sul paese dei giganti, Luciano Lamberti, trad. V. Barca]

Nel racconto La vita è bella sotto il mare Lamberti ci presenta un mondo dove oltre agli umani vi sono i Residenti, misteriose entità che assomigliano agli umani, ma che non sono umani; i Residenti un tempo avevano un altro aspetto e custodiscono un segreto così potente da poter far ammattire anche Koifman, lo psicologo più integerrimo.

Infine, nell’inquietante quanto bellissimo racconto Il Teatro naturale di Oklahoma si parla del direttore del Teatro che ha un grave problema con un orso russo depresso e di un nonno che parla con gli animali e risolve tutti i problemi. Ma il Teatro naturale di Oklahoma ha qualcosa di inquietante: quando arriva in città accadono cose stranissime e sembra che gli artisti che lavorano lì non invecchino mai.

I racconti in generale mi piacciono molto ma in questo caso, leggendo quelli di Lamberti, ne sono rimasta affascinata e ipnotizzata, come se fossi stata catturata dal vortice di un tornado durante una tempesta; come sia riuscito a mescolare tanto sapientemente il reale con il soprannaturale me lo spiego solo in un modo, e vi assicuro che non è scontato: Luciano Lamberti è uno scrittore geniale. Sono felice di scoprire giovani autori sudamericani davvero bravi: la letteratura sudamericana di oggi è ancora capace di incantare i lettori.

Entonces, Señor Lamberti sus cuentos son geniales, increìbles y deslumbrantes; no sé como usted pueda concentrar toda esta irrealidad en el mundo real, pero la admiro muchissimo y iré a leer con mucho gusto otros cuentos y novelas. Por saber si se va a publicar otra vez en Italia tengo que preguntarlo a los editores o riesgo y lo pregunto al loro que podía adivinar el futuro?

(Per l’aiuto con la traduzione in spagnolo, ringrazio Federica)