Marianne Jaeglé | Giallo Van Gogh

Amava quei fiori, tipici del Sud, che si orientano verso il sole come adoratori umili e appassionati. Ama il loro voltarsi in modo fervido, ma anche il fatto che la loro amministrazione si traduca in una modesta imitazione della loro divinità: il loro cuore e i loro petali non sono altro che un omaggio colorato e vibrante al sole [Giallo Van Gogh, Marianne Jaeglé, trad. M. L. Fanello]

Arles, 1888. Nell’assolato Sud della Francia, Vincent Van Gogh vive in una squallida pensione e occupa il suo tempo dipingendo febbrilmente. Grazie al fratello Theo, che gestisce una galleria d’arte a Parigi, Vincent riesce a piazzare qualche quadro, anche se non è molto apprezzato nel mondo dell’arte di quel periodo. Theo è generoso con Vincent: gli compra i colori, le tele e gli passa dei soldi. Con quel denaro Vincent riesce ad affittare una casa gialla ad Arles e ad arredarla; il suo sogno è quello di vivere con Paul Gauguin, un artista dal quale vuole imparare.

Paul accetta di andare a vivere nella casa di Vincent, ma il rapporto tra i due artisti è tormentato. Vincent è quasi come un amante geloso e giorno dopo giorno Paul si rende conto che l’anima dell’olandese è posseduta dalla follia. Quando Vincent, in un attimo di rabbia, si taglia un orecchio, Paul ne ha la certezza.

Per aiutare il fratello, Theo gli suggerisce di trascorrere un periodo dapprima in ospedale per curare la ferita all’orecchio, e poi in una struttura dove si curano i malati mentali. L’intera Arles ce l’ha con Vincent, nessuno capisce la sua arte, le pennellate con cui rabbiosamente imbratta le tele non piacciono, benché esca una recensione positiva ai suoi lavori da parte del critico Albert Aurier.

Van Gogh non è solo un grande pittore, entusiasta della sua arte, della sua tavolozza e della natura, è ancora un sognatore, un credente esaltato, un divoratore di belle utopie che vive di idee e speranze [Giallo Van Gogh, Marianne Jaeglé, trad. M. L. Fanello]

“Campo di grano con volo di corvi”, Van Gogh (1890)

Vincent sente stringersi attorno a sé un cerchio: Gauguin lo discredita, la cognata Johanna lo sopporta poco, il fallimento incombe su di lui, è convinto che qualcuno tenti di avvelenarlo, iniziano paranoie e paure immotivate. Ma in tutto questo disagio, fisico e mentale, l’unico che crede in lui è Theo e Vincent si sente spronato a continuare a creare e dipingere, usando ogni cosa come soggetto. Dove c’è volontà c’è un sentiero, si ripete, un giorno qualcuno lo apprezzerà.

Nel 1890 Theo decide di portare Vincent a Auvers-sur-Oise, in una clinica per persone disturbate mentalmente. Lui e la moglie vivono a Parigi, potranno così passare spesso a salutare Vincent. Qui ad Auvers-sur-Oise accade l’irreparabile. Di ritorno da un’uscita, Vincent è sanguinante: uno sparo l’ha colpito. Si è sempre pensato che il pittore olandese, ormai scoraggiato e distrutto, si sia sparato un colpo per suicidarsi. Ma è davvero così?

È la pittura che mi ha scelto, la pittura e nessun altro [Giallo Van Gogh, Marianne Jaeglé, trad. M. L. Fanello]

Dettaglio de “I girasoli”, Van Gogh (1888)

Giallo Van Gogh” di Marianne Jaeglé (trad. M. L. Fanello, L’Asino d’Oro edizioni, 16 €) è un lungo romanzo che indaga gli ultimi due anni di vita del pittore olandese Vincent Van Gogh supponendo che la sua morte non sia stata un suicidio bensì un omicidio, come sostengono alcuni storici americani.

Da qui il titolo del romanzo: il giallo allude ad uno dei colori preferiti del pittore e all’omicidio che la Jeaglé mette in scena e risolve. Il romanzo è narrato in terza persona e suddiviso in tre parti: nella prima viene messo in scena il turbolento rapporto tra Vincent e Paul Gauguin, che si conclude con il drammatico gesto di autolesionismo di Van Gogh; nella seconda parte vengono descritti il fallimento di Vincent, il rapporto tra Vincent, Theo e Johanna, il fatto che nessuno riesca a comprendere ed apprezzare la sua arte; infine, nella terza parte, che si sposta dal Sud della Francia alle porte di Parigi, si ritrova Vincent chiuso in manicomio fino al suo drammatico omicidio.

Il romanzo è corposo, forse fin troppo. La Jeaglé si è documentata molto, ma a tratti la narrazione è piuttosto lenta e ripetitiva, e leggendo talvolta ho avuto la sensazione che non si arrivasse mai al dunque. Giunta finalmente al punto cruciale del libro – il presunto omicidio di Vincent Van Gogh – il movente e l’assassino mi sono sembrati alquanto irrealistici: mi sarei aspettata di tutto, tranne quello che poi viene descritto. Non posso certo dire che non sia stato un colpo di scena, in effetti. 

Quello che invece mi è piaciuto, è l’aver presentato Vincent Van Gogh come un uomo solo, ignorato dalle persone della sua epoca – ad eccezione, ovviamente, dell’amato fratello Theo – e soprattutto incompreso nella sua arte. Van Gogh dipingeva soggetti semplici, persone comuni, con quelle sue rapide e rabbiose pennellate che sembravano quasi voler distruggere le tele. Voleva, Van Gogh, creare una nuova arte, andare oltre l’impressionismo, voleva lasciare il segno.

Ma dati gli insuccessi, Vincent si sente un fallito. Soffre di paraioe e turbe mentali ma non smette mai di disegnare e dipingere. Dipinge ogni giorno della sua vita, senza dare ascolto alle voci che lo tormentano, alle persone che lo criticano. Lavora perché è convinto che un giorno qualcuno apprezzerà il suo lavoro e si emozionerà di fronte ai suoi dipinti. Proprio come me, che mi sono commossa quando al Musée d’Orsay, a Parigi, ho visto all’improvviso la sua splendida “Notte stellata”.

Domani dipingerà quel campo di grano maturo, con le sue spighe ben gonfie e pesanti, cosparso di fiori delicati e al di sopra, con un colore piatto e uniforme, il cielo blu cobalto vivo e puro. Mostrando la natura semplice e sublime, infonderà un desiderio di bontà e di speranza in tutti coloro che guarderanno la sua tela [Giallo Van Gogh, Marianne Jaeglé, trad. M. L. Fanello]

“Notte stellata sul Rodano”, Van Gogh (1888)

Titolo: Giallo Van Gogh
L’Autrice: Marianne Jaeglé
Traduzione dal francese: Maria Letizia Fanello
Editore: L’Asino d’Oro edizioni
Perché leggerlo: se amate l’arte e il personaggio di Van Gogh, se volete scoprire chi potrebbe aver ucciso il famoso pittore olandese

(© Riproduzione riservata)

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Olja Savičević | Addio, cowboy

Daniel mio fratello è morto a diciotto anni sotto il treno Intercity sulla tratta Osijek-Zagabria-Spalato saltando dal cavalcavia di cemento sopra i binari. Quel mattino non è andato a scuola, è partito in direzione della litoranea, lungo il ruscello asciutto, poi è passato sotto il tunnel segreto sotto la strada e sul famoso sentiero di ghiaia fino alla ferrovia, immagino chiaramente. (…) A volte passo sotto quel cavalcavia, su e giù, salgo e guardo tutto quello che lui ha visto: il Quartiere che inghiottiva l’erba dorata, gli ulivi che si arrampicavano sulla collina spoglia, i gabbiani che planavano dalla discarica e dal macello; le vigne spruzzate di verde rame, velenoso e dal colore infantile, sulle quali maturava l’uva scura, e il cespuglio della rosa canina carico di frutti e di spine [Addio, cowboy, Olja Savičević, trad. E. Copetti]

Dada è una studentessa fuori corso da anni che da Zagabria, dove studia e lavoricchia, ritorna a Spalato a casa della madre. Il padre di Dada è morto da tempo, un cancro legato all’inalazione di polvere di amianto lo ha portato via troppo giovane; la madre di Dada, chiamata solamente Ma, ha lavorato come cuoca e poi è scivolata nella depressione. La sorella di Dada è un’insegnante, già separata dal marito, brillante ma feroce a tratti, ironica e laconica; Daniel, il fratello minore, è morto a diciotto anni suicida sotto un treno. Nessuno conosce il motivo di questo gesto.

È estate quando Dada torna da Zagabria per prendersi cura di Ma. La depressione la sta schiacciando. Mamma e figlia vanno al mare, seguendo la polverosa litoranea, i fabbricati abbandonati, le erbacce che crescono dappertutto senza che nessuno se ne curi; la periferia di Spalato è tutt’altra cosa rispetto alla località balneare per turisti. E oltre ad aiutare Ma, Dada vuole capire perché suo fratello Daniel si è ammazzato.

Lo spettro della guerra; lo spettro del suicidio di Daniel e i motivi di quell’orrendo gesto; la morte del padre a causa del cancro; la depressione di Ma; l’arroganza della sorella; quella sensazione di incompiutezza che perseguita Dada, incapace di finire ciò che inizia, dallo studio alle storie d’amore con i ragzzi; e soprattutto, il misterioso Herr Professor che una un turbolento passato, si dice, da pedofilo o da attore porno. E infine, i cowboy tanto amati da Daniel.

Ho imparato qualcosa sulla contemporaneità: che il ricordo è il presente di tutti gli avvenimenti mandati a memoria. Il nastro si avvolge avanti-indietro. Fw-stop-rew-stop-rec-play-stop, si ferma nei punti importanti, alcune immagini tremano immobili, congelati in una pausa duratura, non chiare. Ma il ricordo è un montatore sabotatore, che in una stanza sul retro taglierà e incollerà, ricomporrà fino alla fine o almeno fino all’Alzheimer [Addio, cowboy, Olja Savičević, trad. E. Copetti]

Addio, cowboy” di Olja Savičević (tradotto da Elisa Copetti, L’Asino d’Oro Edizioni, 233 pagine, 16 €) è un romanzo fortemente nostalgico, cupo benché ambientato nella luminosa estate croata, pieno di riflessioni sul passato e misteri da risolvere nel presente.

Lo stile narrativo della Savičević è a tratti chiaro e a tratti nebuloso, ed è ricco di flash back che spesso disturbano il filo della narrazione; il romanzo è scritto in prima persona nella prima parte (Eastern), in terza persona nella seconda (Western) e di nuovo in prima persona nell’ultima parte (Adio). La voce di Dada, che racconta la storia, è dolce e stridula allo stesso tempo, in funzione di ciò che racconta. Sullo sfondo c’è una Croazia grigia dove l’ombra della guerra dei Balcani oscura ancora gli animi, una Spalato polverosa dove molte persone vivono esistenze davvero drammatiche.

La concentrazione dei drammi nella vita di Dada mi ha rallentato la lettura; si susseguono troppe disgrazie nella vita di questa ragazza e della sua famiglia: prima la morte del padre, quindi il suicidio del fratello e la depressione della madre. Vengono raccontati episodi piuttosto violenti, e ci sono personaggi viscidi e ambigui come Herr Professor. Infine, Dada stessa: perché non provare a reagire, nonostante le disgrazie? Dada non ha minimamente idea di cosa fare nella vita, se proseguire a studiare o se cercarsi un lavoro o se continuare a bivaccare alle spalle degli altri. Ne viene fuori un personaggio abbastanza insopportabile.

Insomma, “Addio, cowboy” è un romanzo che personalmente ho apprezzato solo a metà. Interessanti le descrizioni della periferia di Spalato, per rendersi conto che la Croazia è anche questo, non solo mare e spiagge da sogno; ma lo stile della Savičević e le eccessive sfortune di Dada non mi hanno fatto godere appieno della lettura.

Titolo: Addio, cowboy
L’Autrice: Olja Savičević
Traduzione dal croato: Elisa Copetti
Editore: L’Asino d’oro edizioni
Perché leggerlo: per scoprire una Croazia lontana dal turismo, dove lo spettro della guerra ancora incombe
Suggerimento musicale: I cowboy non mollano, Max Pezzali (2013)

(© Riproduzione riservata)