György Konrád | Partenza e ritorno

Nel febbraio del 1945 eravamo seduti sulla panca di un carro bestiame fermo, immobile. Non riuscivo a staccarmi dalla porta aperta, dalla quale penetrava il vento tagliente della pianura innevata. Volevo tornare a casa da Budapest per non rimanere ospite, e per farlo mi sobbarcai un viaggio di una settimana a Berettyóújfalu, dove erano stati prelevati i nostri genitori e da dove eravamo riusciti a venir via il giorno prima della deportazione. Se avessimo tardato un solo giorno, saremmo finiti ad Auschwitz. Mia sorella aveva quattorci anni e forse sarebbe sopravvissuta, ma io ne avevo undici e il dottor Mengele aveva inviato tutti i miei compagni di classe nella camera a gas [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]

L’autore ungherese György Konrád ha solamente undici anni quando le leggi razziali e l’odio contro gli ebrei incominciano a dilagare in Ungheria. La vita prima del 1944 procedeva molto bene nel paese di Berettyóújfalu: con il papà titolare di un negozio di ferramenta (molti altri prodotti) la famiglia si poteva concedere una vita agiata, con tanto di servitù e tata tedesca.

Ma con l’arrivo delle idee di quell’Hitler e con la presa di potere delle Croci uncinate, tutto cambia. Da un giorno all’altro, György perde tutto, a cominciare dai suoi amati genitori; gli adulti della famiglia vengono deportati, così György e sua sorella Eva restano da soli.

La loro immensa fortuna, paradossalmente, è quella di essere rimasti senza genitori: György e la sorella non possono restare al paese da soli, ma vanno a Budapest ospiti di altri parenti. A Budapest, città molto più grande che Berettyóújfalu, è più facile nascondersi dalle Croci uncinate e quindi è più semplice scampare la deportazione in Polonia, o Germania, o Austria.

Partii dal presupposto che la legge che mi dichiarava oggetto da annientare non poteva che essere illegale, perché io ero innocente. Vedevo piccoli mascalzoni uccidere nel nome del nostro Paese, della nostra nazione, con la facilità con cui si spara a una lepre o si prende una mosca. Nacque l’odio estremo che voleva solo le nostre vite e, se non c’era altro modo, era disposto a spararci e farci cadere nel Danubio, affinché l’acqua ci trascinasse via [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]

György ed Eva, assieme ad altri due minori, partono dal loro paesino, abbandonano la loro casa, lasciano alle spalle le loro vite e con esse la speranza di veder tornare mamma e papà. Di nuovo la fortuna è dalla parte dei bambini: fuggono a Budapest esattamente un giorno prima che le Croci uncinate rastrellino tutti gli ebrei di Berettyóújfalu per condurli ad Auschwitz. György sa cosa accade ai bambini ad Auschwitz, sa che quello è il luogo dell’orrore: nella sua famiglia molti hanno subito quella grama sorte.

Vera era stata uccisa con il gas e bruciata. Non sapevo che dei duecento bambini ebrei eravamo vivi solo noi quattro che avevamo lasciato il villaggio (…) Gli altri perirono tutti. [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]

Un’antica cartolina di Berettyóújfalu (fonte: web)

Ma a Budapest la vita è tutt’altro che facile: benché sotto la protezione svizzera, i nazisti appena possono scaricano proiettili contro gli ebrei, per poi gettarli – vivi o morti, non importa – nel Danubio. A Budapest György patisce la fame, capisce cos’è l’odio e quanti danni può fare, vive di ricordi del passato e sogna di poter tornare al suo paese e di incontrare di nuovo i suoi genitori.

Quando arrivano i sovietici è una festa in Ungheria, anche se il popolo ungherese non sa quali idee abbiano in serbo per loro i russi (una storia tanto amara che oggi in Ungheria è reato fare l’apologia dei simboli sia nazisti che comunisti). I nazisti iniziano la ritirata e György, dopo un anno da rifiugiato, ritorna a casa. Ciò che trova lo sconvolge, ma continua a sognare di riabbracciare mamma e papà mentre le persone di ritorno dai campi di concentramento – gente che ha perso tutto – colpevolizza il bambino di essere sopravvissuto.

Essendo un sopravvissuto devo la massima gratitudine alla provvidenza e non vorrei attribuire la mia salvezza al puro caso. La mia sopravvivenza però è anche motivo del mio rancore nei confronti dell’illusiorio dono della provvidenza, perché ha voluto che io vivessi e non ha pensato alla salvezza degli altri bambini che non erano più colpevoli di me (…) Al posto dell’infanzia è rimasto un vuoto, una storia mai trattata in profondità o forse non trattabile [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]

Partenza e ritorno” di György Konrád è il romanzo che ripercorre la vita dell’autore, con particolare gli anni dal 1944 al 1950. Scritto molto bene, in prima persona, è un testo scorrevole e decisamente istruttivo. Nel romanzo si ritrova quel periodo infelice del Novecento che corrisponde all’ascesa di Hitler al potere: anche in Ungheria vengono emanate le leggi razziali e la libertà al popolo ebraico viene tolta giorno dopo giorno, fino ad arrivare alle deportazioni nei campi di lavoro e concentramento.

Leggere un libro come questo fa necessariamente riflette sul come sia facile seminare odio e far attecchire il germe della cattiveria; Konrád racconta della spietatezza che molti soldati nazisti avevano nei confronti della gente, anche dei bambini, ma non risparmia le descrizioni delle violenze che i sovietici infliggevano alla popolazione locale, soprattutto verso donne.

Attraverso gli occhi di un Konrád bambino si percepisce con più intensità il dolore che ha dovuto provare e le memorie dello scrittore unghere aiutano il lettore a districarsi in una delle più drammatiche pagine di storia del Novecento. Un libro per cercare di non dimenticare le sofferenze patite da un popolo intero, non solo ebraico ma ungherese in generale, un libro per far capire che l’odio sonnecchia sotto le ceneri che un qualsiasi personaggio può tornare ad accendere, generando un fuoco distruttore in grado di cancellare ogni singolo tentativo di rispettare il prossimo e vivere in pace.

Titolo: Partenza e ritorno
L’Autore: György Konrád
Traduzione dall’ungherese: Andrea Rényi
Editore: Keller
Perché leggerlo: per non dimenticare le sofferenze patite da un popolo intero, non solo ebraico ma ungherese in generale, un libro per far capire che l’odio sonnecchia sotto le ceneri che un qualsiasi personaggio può tornare ad accendere

Aglaja Veteranyi | Lo scaffale degli ultimi respiri

Concepita ero stata concepita a Cracovia, dice mia madre. Concepita a Cracovia e partorita a Bucarest. Sono una valacca. Cos’è una valacca? Le mani della mia levatrice venivano dalla Germania. La mia appendice rimase in Cecoslovacchia, in un ospedale militare. Si dovette tirare il freno d’emergenza del treno. All’epoca c’erano ancora mio padre e mia sorella (…) Le mie adenoidi rimasero a Madrid [Aglaja Veteranyi, Lo scaffale degli ultimi respiri, trad. A. Lorenzini]

La protagonista de “Lo scaffale degli ultimi respiri” di Aglaja Veteranyi (trad. A. Lorenzini, Keller editore, 129 pagine, 13 €), la voce narrante senza nome, è una giovane donna che ha girovagato tutta l’Europa. Dalla Romania, dove i suoi genitori e parenti hanno radici, alla Polonia, passando per la Cecoslovacchia e la Spagna, per poi giungere – finalmente – in Svizzera, l’attuale punto di arrivo di questa famiglia di circensi.

La giovane protagonista racconta la sua vita e quella della sua famiglia di girovaghi, ma si focalizza in particolare sull’amata zia, la sorella della mamma; la zia per la protagonista è una figura importante, molto più importante della stessa madre.

Il breve romanzo della Veteranyi è suddiviso in tre parti: nella prima vengono narrati con grande drammaticità la malattia della zia; nella seconda parte invece viene narrata la storia personale della protagonista; infine, nella terza, viene ripresa la vicenda della malattia della zia, l’agonia e la triste dipartita.

Quando la zia leggeva i fondi di caffè a qualcuno, si doveva infilare una moneta sotto la tazza capovolta. Propiziava la fortuna. La fortuna aveva attraversato tutte le monete sotto il letto matrimoniale della zia. La lettura dei fondi di caffè la zia l’aveva ereditata da sua nonna. La gente si faceva leggere i fondi di caffè da lei come il giornale. Portava monete e regali. I fondi di caffè raccontavano del tempo dietro al tempo. Delle buone notizie, dei lunghi viaggi, di ricchezza e fecondità, di invidia e malattia [Aglaja Veteranyi, Lo scaffale degli ultimi respiri, trad. A. Lorenzini]

Aglaja Veteranyi girovagò per tutta Europa assieme alla sua famiglia di circensi, infatti la vicenda narrata nel romanzo breve “Lo scaffale degli ultimi respiri” ha molti aspetti autobiografici. La Veteranyi rimase analfabeta sino a quattordici anni, quando finalmente iniziò ad imparare a leggere e scrivere in tedesco; è il tedesco, infatti, che usa come lingua per scrivere “Lo scaffale degli ultimi respiri“.

Le frasi sono semplici, molto brevi, quasi lapidarie e spesso c’è esclusivamente l’essenziale. Ma anche utilizzando poche parole l’autrice, di origine romena naturalizzata svizzera, riesce a rendere il dolore che la donna protagonista prova durante la malattia e l’agonia della zia. E’ un libro che tra un sorriso e l’altro, tra una ricetta tradizionale e un po’ di ironia, nasconde molto disagio.

Oltre alla malattia della zia, vi è il disagio di non appartenere a nessun popolo; di non sentirsi parte del Paese dove si vive e della scarsa conoscenza della cultura degli antenati. L’essere divisa in tanti mondi: quello dei circensi romeni, quello degli svizzeri, quello di tutti i luoghi e le persone incontrate durante i vagabondaggi.

E’ questo disagio di non appartenenza, unito certamente ad altri problemi, che porta la giovane Aglaja Veteranyi a darsi la morte in riva al Lago di Zurigo, pochi giorni prima dell’uscita del romanzo che ho appena recensito. Forse per nostra natura sentiamo di dover necessariamente appartenere a qualcosa, un luogo, una lingua, una cultura. Possiamo migrare, spostarci, viaggiare, girovagare, ma da qualche parte le radici ci devono essere, le dobbiamo sentire e anche custodire e raccontare con orgoglio, perché no. Non si devono dimenticare solo perché si vive in un Paese straniero. Perché possiamo andare dall’altra parte del mondo ed essere felici, ma credo si possa essere ancora più felice se sappiamo che da qualche parte c’è quel posto che possiamo chiamare ‘casa’.

Ogni morto porta a Dio il suo ultimo respiro, secondo Costel. Un respiro in cui Dio può leggere la vita di quell’uomo come in un libro. La biblioteca di Dio è uno scaffale pieno di ultimi respiri [Aglaja Veteranyi, Lo scaffale degli ultimi respiri, trad. A. Lorenzini]

Irena Brežná | Straniera ingrata

I libri testimonianza di esperienze reali mi interessano sempre e “Straniera ingrata” di Irena Brežná (trad. S. Forti, Keller editore 150 pagine, 14.50 €) è uno di questi. Scritto in realtà a due voci, il romanzo della Brežná invita il lettore a riflettere sui sentimenti e sulle paure di chi abbandona il proprio paese alla volta della terra straniera, che non sempre – anzi, quasi mai – è il paradiso.

Dovevo essere grata di poter vivere qui. E sempre puntuale. A chi e per che cosa dovevo essere puntualmente grata, se nel mondo migliore mi andava tutto così male? Casa propria è là dove si può stare imbronciati e io non avevo casa (…) Mi avevano offerto riparo nel migliore dei mondi possibili, ma la straniera ingrata rideva della loro concezione del mondo [Straniera ingrata, Irena Brežná, trad. S. Forti]

Il breve romanzo di Irena Brežná è raccontato attraverso due voci, che si alternano durante la narrazione. La prima voce è quella di una giovane donna straniera giunta nel paese ospite anni prima, ma che non è ancora riuscita ad integrarsi perfettamente; ci sono modi di fare degli autoctoni che lei non capisce, spesso non usano il tedesco standard bensì i loro dialetti locali, parlate che la donna straniera non comprende totalmente.

La nuova lingua era la più grande avventura dell’esilio e io non mi sottraevo al duro compito di esplorarla. La posta in gioco era più alta della sopravvivenza come essere comunicante: volevo la mia dignità linguistica. Parlando la lingua standard, affermavo ogni giorno: I dialetti appartengono a voi. Imparerò a capirli, ma non a parlarli. [Straniera ingrata, Irena Brežná, trad. S. Forti]

La seconda voce è quella di un’interprete che mette in comunicazione i medici e gli infermieri di un ospedale con gli stranieri giunti nel loro paese, ma lavora anche nelle scuole e nei tribunali, in ogni luogo dove sia necessaria la traduzione da una lingua cesellata di accenti, tettucchi e ghirigori verso il tedesco standard. E interpretare il dolore e i problemi degli stranieri può essere emotivamente molto pesante.

Il destino degli altri mi spinge in mare aperto e il vento scompiglia i miei sentimenti e i miei pensieri [Straniera ingrata, Irena Brežná, trad. S. Forti]

Bratislava, capitale della Slovacchia (fonte: bredus, Wikipedia Commons, CC BY 3.0)

Irena Brežná presenta con leggerezza e in punta di piedi le problematiche legate all’integrazione e all‘interpretazione dei bisogni degli stranieri in terra ospite; non rinuncia all’ironia, in fondo è una straniera ingrata verso il paese che l’ha accolta, con la freddezza mascherata abilmente di sorrisi e cortesie.

La scrittrice non menziona mai né il paese di origine della straniera ingrata protagonista né il paese ospite, ma si intente piuttosto semplicemente che sono la Slovacchia – al tempo della Brežná era ancora Cecosclovacchia – mentre il paese ospite è la Svizzera. “Straniera ingrata” pur non essendo una vera e propria autobiografia è un testo liberamente ispirato alla vita di Irena Brežná stessa, che fuggì dalla Cecoslovacchia comunista nel 1968 verso la Svizzera più liberale.

Per l’osservatore superficiale, ogni straniero che giunge nella nuova terra dovrebbe essere solo grato di essere lì e dovrebbe integrarsi in fretta, scordare le proprie origini, imparare la nuova lingua e memorizzare immediatamente le nuove regole: cambiare, quindi, nazionalità a tutti gli effetti. In realtà, integrarsi non è per niente semplice e le piccole sconfitte quotidiane possono diventare davvero molto pesanti da sopportare; la pazienza e la comprensione verso queste persone più che un fatto politically correct dovrebbe essere quasi un automatico gesto di gentilezza umana: chissà se domani saremo noi “stranieri ingrati” in una terra che non ci appartiene.

Titolo: Straniera ingrata
L’Autrice: Irena Brežná
Traduzione dal tedesco: Scilla Forti
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: per arrivare a comprendere che non sempre la terra straniera dove si approda è il paradiso

Arno Camenisch | Ultima sera

Una delle cose che amo di più del Salone del Libro di Torino è la possibilità di chiacchierare con gli editori, loro impegni permettendo; qualche anno fa, girovagando tra gli stand, ho incontrato Keller editore e un po’ travolta dal loro entusiasmo, un po’ dai titoli brillanti, ricordo che una di loro mi aveva parlato molto bene dell’autore svizzero Arno Camenisch. Seguendo il suo consiglio, ho da poco letto “Ultima sera” (trad. Roberta Gado, Keller editore, 120 pagine, 12 €) e appena finito sono corsa in libreria a comprarne un altro.

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Come acqua, chiede la zia al tavolo fisso dell’Helvezia guardando l’Alexi, ti è andato di volta il cervello. Scuote la testa e si infila una Mary Long tra le labbra, l’acqua non te la porto, se proprio la vuoi arrangiati, dove sono i bicchieri lo sai. Prende un fiammifero dalla scatola del tavolo e si accende la Mary Long. L’Alexi fa per alzarsi, il Luis gli stringe l’avanbraccio, tu resti seduto, gli dice, qui nessuno beve acqua, non siamo ancora caduti così in basso, un paio di botte in testa, quelle sì che posso dartele se le vuoi, e poi magari ti rimetti a ragionare (…) La zia lascia la Mary Long sul posacenere (…) si alza e va dietro il bancone. Serve una birra alla spina all’Alexi, viva, dice (…) è tutta la vita che bevi soltanto birra e adesso mi chiedi l’acqua, vorrai mica ammazzarti [Ultima sera, Arno Camenisch, trad. R. Gado]

L’ultima sera di apertura dell’Helvezia, una locanda sperduta sulle montagne dei Grigioni in Svizzera, è una notte piovosa, fredda e buia di gennaio; anziché nevicare, piove, tutta quell’acqua alla fine provocherà un’alluvione.

La zia, che ha gestito l’Helvezia per moltissimi anni – e facendo solo un’unica vacanza di due settimane a Gran Canaria – chiuderà la mattina dopo, così quella a tutti gli effetti è l’ultima sera per andare a bere qualcosa nel suo locale. Ci sono avventori che hanno trascorso più tempo all’Helvezia che a casa propria; clienti affezionati che hanno tracannato birre chiare e scure, liquori alpini, caffé e vini; c’è la nonna sonnambula, ci sono l’Alexi, l’Otto, il Luis, la Silvia, il Gion Barretta. C’è un’umanità variegata, l’ultima sera nell’Helvezia, unita dalla passione per le bevute, per lo stare assieme, per l’affetto verso il proprio paese e le sue montagne. Ci si raccontano pettegolezzi, storie, aneddoti, si litiga, si discute, si viene quasi alle mani.

La scrittura di Arno Camenisch mi ha sorpresa: non utilizza mai i segni di punteggiatura per introdurre un discorso, le parole di un personaggio fluiscono in modo naturale e spontaneo sovrapposte a quello di un altro; il risultato è affascinante perché in questo modo, leggendo, si ha la sensazione di essere davvero in un bar dove tutti hanno qualcosa da dire e spesso si sovrappongono le voci.

I personaggi sono descritti in modo particolare nei loro difetti più che nei pregi, apparendo a tutti gli effetti come persone reali e vive. La Svizzera che Camenisch è molto lontana da quella ordinata e precisa delle grandi città: questa storia è ambientata in un piccolissimo paese di montangna speduto nei Grigioni, un luogo dal quale difficilmente gli abitanti si sono allontanati, se non per brevi periodi magari solo fino a Coira (ad eccezione della vacanza alle Canarie della zia, un colpo di testa, senza dubbio).

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L’abitato di Sedrun nei Grigioni, Svizzera (fonte: Wikipedia Commons CC BY-SA 3.0)

In “Ultima sera” si percepisce quella sensazione della gente di montagna di fare comunità, di essere un gruppo e di farne parte; di essere orgogliosi delle proprie tradizioni e delle proprie origini. Sono valori forti che vengono fuori dal cuore di persone molto, molto semplici. E infine, in “Ultima sera” si legge tra le righe quella vena di nostalgia per un luogo che non sarà più il punto di ritrovo del paese, perché quella è l’ultima sera di apertura dell’Helvezia, anche se la vita continuerà, come ha sempre fatto, dopo un giro di birra o di caffè.

Titolo: Ultima sera
L’Autore: Arno Camenisch
Traduzione dal tedesco: Roberta Gado
Editore: Keller
Perché leggerlo: perché è un libro dolce e amaro, pieno di nostalgia e allegria, un breve romanzo fatto di genti di montagna, bevute e di contrasti.

Librinpillole: le letture di agosto e settembre

Dopo la pausa estiva ritorna Librinpillole, la rubrica che vi racconta e vi consiglia i libri che ho letto nel mese appena trascorso. Buone letture!

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Da lettrici e lettori attenti avrete notato – probabilmente! – che alla fine del mese di agosto non ho scritto l’articolo della rubrica Librinpillole con l’elenco delle letture del mese; questa mancanza è dovuta al fatto che il 30 agosto sono partita per la vacanza estiva a Malta, quindi in questa puntata di Librinpillole vi parlerò delle letture di agosto e di settembre assieme.

Iniziamo con il mese di agosto, mese che non amo particolarmente come ho già detto più volte, ma durante il quale ho letto (e pedalato!) parecchio, ecco quali libri:

  • Sono il guardiano del faro Éric Faye (trad. Valentina D’Onofrio, Racconti edizioni, 150 pagine, 14 €). Un’ottima raccolta di racconti, molto raffinati e sofisticati, per chi cerca una prosa che la potenza di una poesia.
  • Sassi vivi di Anna Rottensteiner (trad. Carla Festi Keller editore, 128 pagine, 13€). Una lettura molto interessante che apre una finestra su di un difficile periodo storico così vicino a noi e così importante da non dover assolutamente essere dimenticato.
  • Nessuno scompare davvero di Catherine Lacey (trad. Teresa Ciuffoletti, SUR editore, 243 pagine, 16,50 €). Il romanzo mi è piaciuto ma è necessario leggerlo con lo spirito giusto e prendere il personaggio di Elyria per quello che è: una donna insoddisfatta che non sa cosa vuole dalla vita.
  • Crepuscolo di Kent Haruf (trad. Fabio Cremonesi, NN Editore, 314 pagine, 17 €). Per chi è già stato a Holt sarà di nuovo come tornare a casa, dove si incontrano vecchi amici e conoscenze. Consiglio di leggere Crepuscolo solo dopo aver letto Canto della pianura.
  • La Repubblica del Catch di Nicolas De Crécy (trad. Fay R. Ledvinka, Eris edizioni, 222 pagine, 17 €). E’ una bella graphic novel per chi cerca una storia assolutamente visionaria, strampalata e bizzarra.
  • Il paese dei segreti addii di Mimmo Sammartino (Hacca edizioni, 184 pagine, 15 €). E’ un romanzo dal titolo poetico e affascinante, struggente e trascinante. Davvero consigliato.
  • Isole minori di Lorenza Pieri (edizioni E/O, 207 pagine, 17 €). Un romanzo che ho amato tantissimo, mi ha colpita, stregata, emozionata. Mi sono commossa alla fine, perché è successo ciò che speravo sin dalle prime pagine. Per me è un libro imperdibile.
agosto

Le letture di agosto!

Settembre è il mio mese preferito, chissà forse perché lo inizio sempre in vacanza o perché mi piace l’idea di ricominciare con entusiasmo dopo la pausa estiva, o forse perché è il mese del mio compleanno (e io compio gli anni con Frodo e Bilbo Baggins). Insomma, anche durante il mese di settembre ho letto libri e graphic novel molto interessanti. Eccoli:

  • Itero perpetuo di Adam Tempesta (Eris edizioni, 408 pagine, 18 €). Gli amanti dei fumetti di fantascienza, molto visionari e surreali, troveranno un’ottima graphic novel con una storia ben congegnata.
  • Le cose che non facciamo di Andrés Neuman (trad. Silvia Sichel, SUR edizioni, 152 pagine, 15€ ): la raccolta di brevi e brevissimi racconti di Neuman la consiglio agli appassionati del genere narrativo breve, a chi piace leggere qualcosa di sperimentale e assurdo, a chi cerca qualcosa di decisamente innovativo.
  • Aiuto! di Isaak Friedl e Yi Yang (BAO Publishing, 18 €)
  • Mio fratello rincorre dinosauri di Giacomo Mazzariol (Einaudi, 174 pagine, 16,50 €): è un romanzo bellissimo, commovente e scritto molto bene. Consigliato a chi ama le storie tratte dalla vita vera e a chi crede che le barriere siano soprattutto mentali. Un romanzo consigliatissimo ai ragazzi giovani.
  • Risposta multipla di Alejandro Zambra (trad. Maria Nicola, SUR edizioni, 107 pagine, 12 €): lo consiglio a chi cerca una lettura orginale e molto interessante e decisamente diverso dal solito libro!
  • Tumulto di Alice Milani e Silvia Rocchi (Eris edizioni, 167 pagine, 17,50 €): un bel fumetto per chi ama i viaggi on the road, la musica, il senso di libertà che deriva dall’essersi liberati di un grande peso sul cuore
  • Terra di confine di Emil Tode (trad. Francesco Rosso Marescalchi Iperborea, 169 pagine, 10,50 €): è un libro che può sfuggire alle definizioni perché è davvero particolare. Uniche le descrizioni dei luoghi e dei sentimenti, gli eventi descritti attraverso lettere mai spedite. Un libro per chi vuole scoprire autori poco noti in Italia e viaggiare attraverso le pagine.
settembre

Le letture di settembre!

Prima di darvi l’appuntamento al mese prossimo con questa rubrica, vi anticipo una cosa super bella che troverete sul blog prossimamente: il 7 ottobre passate di qui perché ci sarà una sorpresa! Vi dò un piccolissimo indizio: quello che si avvierà il 7 ottobre sarà una cosa che avevo sperato si avverasse e la trovate mescolata nella lista dei buoni propositi per il 2016. Curiosi? Se sì, non vi resta che seguirmi!

L’appuntamento con Librinpillole è per il prossimo mese, con tante (spero belle!) nuove letture!

(© Riproduzione riservata)

Anna Rottensteiner | Sassi vivi

La recenti vicende storiche italiane non si studiano mai abbastanza: pur avendo visitato molte volte il Trentino-Alto-Adige, non mi sono mai informata molto a proprosito della sua travagliata vicenda politica e sociale. Proprio per questo ho scelto di leggere “Sassi vivi” di Anna Rottensteiner (Keller editore, 128 pagine, 13€) un romanzo a tratti crudo ma romantico, delicatissimo e lieve che racconta di sentimenti modellati dagli eventi storici degli Anni Trenta e Quaranta.

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Titolo: Sassi vivi

L’Autrice: Anna Rottensteiner è nata nel 1962 a Bolzano, ha studiato letteratura tedesca e slava a Innsbruck e ha poi lavorato per librerie e case editrici. Dal 2003 dirige il centro di letteratura Literaturhaus am Inn. Sassi vivi è il suo primo romanzo. A febbraio 2016, è uscito il suo secondo libro Nur ein Wimpernschlag.

Traduzione dal tedesco: Carla Festi

Editore: Keller edizioni

Il mio consiglio: una lettura molto interessante che apre una finestra su di un difficile periodo storico così vicino a noi e così importante da non dover assolutamente essere dimenticato.

All’inizio erano solo piccoli sassi che Dora si portava a casa dai nostri vagabondaggi nei boschi in cerca di bacche o di erbe. Camminava per il bosco, protesa leggermente in avanti, scrutando il terreno, sollevava con precauzione l’un o l’altro sasso da terra, stando attenta a non staccarlo con troppa forza dalla sua nicchia. Lo ripuliva bene dal terriccio e dai piccoli insetti, lo teneva stretto tra le mani e lo tastava. Sento il suo calore, mi diceva, dai, tocca anche tu. [Sassi vivi, Anna Rottensteiner]

1939. Il giovane Franz è uno studente sud tirolese che vive con la sua mamma in un maso in montagna, parecchi chilometri da Bolzano. Franz non ha più il padre e spesso, dopo la scuola, segue la campagna e cura gli animali del maso. All’improvviso, arriva un professore di origini siciliane ma che vive a Roma e non sapendo dove stare, viene accolto nel maso di Franz, ma il paesino è molto piccolo, le malelingue si divertono a parlare male della mamma di Franz e del professore ‘italiano’. Un giorno, giunge da Roma la figlia del professore, Dora, la quale fa immediatamente amicizia con Franz.

Dora e Franz, però, non potrebbero essere più diversi: Dora ama il duce, lo ammira, ascolta con attenzione i suoi discorsi alla radio, sogna di vederlo affacciarsi a Palazzo Venezia ed è convinta che sia un bene per l’Italia, che grazie a lui il Paese progredirà e prospererà. Franz, al contrario, ha subito l’italianizzazione forzata durante i primi anni del fascismo, ha provato sulla sua pelle cosa vuol dire dover abbandonare i propri valori, tradizioni, cultura e lingua: i cognomi tedeschi sono stati italianizzati a forza, sono state chiuse le scuole germanofone e soppressi i giornali di lingua tedesca.

Con l’ascesa di Hitler e i patti con il duce, ai sud tirolesi vengono date le Opzioni: diventare cittadini tedeschi sotto il Terzo Reich oppure diventare cittadini italiani e rinunciare alla cultura sud tirolese. La mamma di Franz non sceglie e continua a vivere nel maso. La situazione precipita: Franz non può più permettersi di andare a scuola e Dora ritorna a Roma ad ascoltare le parole del suo amato duce.

Molti anni dopo, Franz e Dora si incontreranno di nuovo, in una situazione molto pericolosa e una serie di eventi terribili e violenti faranno capire a Dora tutti gli errori che ha commesso in passato.

La storia che Dora custodiva dentro di sé, sepolta e nascosta, ci aveva messi tuttavia sulla stessa strada. Dovunque andremo, ci andremo insieme, mi disse una volta. Ma quella storia che aveva dentro di non le dava pace. Nella primavera e nell’estate successive al nostro primo viaggio a Roma, nella baia cominciò a prendere forma un’altra importante figura. Quella di suo padre. [Sassi vivi, Anna Rottensteiner]

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Santa Maddalena di Funes, Bolzano (foto: Claudia)

Il romanzo “Sassi vivi” inizia in un luogo molto lontano dall’Italia: Dora e Franz sono assieme, sono trascorsi molti anni dalla II Guerra Mondiale e vivono su di un’isola in Finlandia. Dora colleziona sassi, li cerca in spiaggia, li porta a casa e poi li riporta in spiaggia, disponendoli come a creare delle piccole torri.

La narrazione è affidata a Franz, che in prima persona racconta, attraverso un lungo flashback, la sua infanzia al maso con la mamma, l’arrivo del professore siciliano e di Dora, fino ad arrivare all’espozione dei cadaveri del duce e di Claretta Petacci in Piazza Loreto a Milano.

Nei primi capitoli il lettore si trova spiazzato, perché Franz racconta la storia saltando dal presente al passato, dall’infanzia nel maso con la mamma ai giorni in cui era militare presso Salò, man mano che si entra nel flusso del racconto le vicende diventano più fluide, i personaggi più famigliari e le emozioni si fanno più intense. Il libro benché sia molto breve narra con vivacità e coinvolgimento un pezzo della nostra storia, un frammento che pochi conoscono. Una lettura molto interessante che apre una finestra su di un difficile periodo storico così vicino a noi e così importante da non dover assolutamente essere dimenticato.

Aspettando… Il Salone Internazionale del Libro di Torino (e altri eventi)

E’ già da qualche settimana che penso al Salone Internazionale del Libro. Penso a come organizzarmi la giornata, a quale treno prendere, quali (e quanti!) libri acquistare e quante persone incontrare. L’appuntamento al Salone del Libro per me è (quasi) irrinunciabile; ho scritto quasi perché l’anno scorso non ho potuto andarci, dato che ero in Spagna. Ma quest’anno non me lo farò sfuggire.

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Ho deciso che andrò al Salone del Libro il giovedì, il giorno di apertura. Sono già stata al Salone di giovedì e mi sono trovata molto bene: c’è relativamente poca gente, si può curiosare tra gli stand degli editori in tutta tranquillità e si possono fare delle chiacchiere.

Mi prenderò tutta la giornata per me stessa, per leggiucchiare qualche trama, per conoscere nuovi editori, per salutare amici e – se ne avrò voglia – partecipare a qualche incontro. Ho selezionato quattro incontri interessanti che si terranno la giornata di giovedì, spero di avere tempo di andarci (tutte quelle montagne di libri mi fanno perdere completamente il senno). Gli incontri che reputo interessanti sono questi:

METTERE A FUOCO IL PRESENTE: LA QUESTIONE SIRIANA Incontro con Shady Hamadi – Anime arabe-Attualità e politica – giovedì 12 maggio, ore 11:30 Arena Bookstock

QUARANT’ANNI DI MEMORIA Le nonne di Plaza de Mayo e la loro lotta – Bookstock Village – giovedì 12 maggio, ore 13:30 Spazio Book

LA CULTURA E L’EDITORIA DELL’AZERBAIGIAN Babel Spazio Internazionale – giovedì 12 maggio,ore 15:30

APPENA ARRIVATI: NUOVI EDITORI IN LIBRERIA Seminari di traduzione – giovedì 12 maggio, ore 16:00 – Sala Madrid

 Riguardo alla lista di libri da acquistare… si sta allungando a dismisura e ho paura che una volta di fronte a tutti quei magnifici stand scintillanti e invitanti perderò il senso della misura, ma sinora ho selezionato (solo) tre titoli, curiosamente tutti italiani e poi passerò allo stand di Casa Sirio editore per ritirare il romanzo che ho vinto con il concorso:

Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati di Davide Bachilega (Las Vegas edizioni, 303 pagine, 15 euro) >>leggi le prime pagine

Il paese dei segreti addii di Mimmo Sammartino (Hacca edizioni, 184 pagine, 15 euro) >>leggi la scheda

Sassi vivi di Anna Rottensteiner (Keller editore, 128 pagine, 13 euro) >>leggi la scheda

Elementare, cowboy di Steve Hockensmith (Casa Sirio, 372 pagine, 18 euro) >>leggi la scheda

Come sempre sarà bello girovagare tra gli stand, incontrare persone, scambiarsi opinioni, fare mezz’ora di coda per andare in bagno e probabilmente avere tutti i capelli arricciati a causa della pioggia (danno pioggia per giovedì, il clima di Torino è sempre un po’ così). Ma sono sicura che sarà una giornata divertente.

Venerdì 13 maggio andrò allo ZAC di Ivrea (TO) ad ascoltare la presenzazione del romanzo Andarsene di Rodrigo Hasbún (SUR edizioni, traduzione Giulia Zavagna, 120 pagine, 15). Ho finito ieri questo bellissimo libro, ve ne parlerò lunedì! Qui le informazioni sul tour italiano dello scrittore boliviano.

Infine, sabato 14 maggio mi piacerebbe andare a Vercelli a Libriamoci, il baratto dei libri al Museo Leone. Qui tutte le informazioni.

E voi lo fare un salto al Salone del Libro? Avete già idee di cosa acquistare o di quali incontri seguirete? Se passate giovedì scrivetemi, magari ci incrociamo!

Nicol Ljubić | Mare calmo

Ho deciso di leggere “Mare calmo” di Nicol Ljubić (Keller editore, 189 pagine, 14,50 euro) perché avevo letto in passato delle recensioni molto positive in proposito, e perché sono troppo giovane per ricordare la guerra dei Balcani, combattuta nei territori di quella che fu la Jugoslavia. Un lettura che si è rivelata interessante e illuminante.

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Titolo: Mare calmo

L’Autore: Nicol Ljubić è nato a Zagabria. Figlio di un ingegnere aeronautico è cresciuto in Grecia, Svezia e Russia, fino al trasferimento in Germania dove ha studiato Scienze politiche. Oggi vive e lavora a Berlino come giornalista freelance e autore. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti letterari

Traduzione dal tedesco: Franco Filice

Editore: Keller editore

Il mio consiglio: questo è un romanzo intenso e coinvolgente, necessario per avvicinarsi ad un pezzo di storia recente che sembriamo aver dimenticato, pur essendo stato vicino a noi, non solo temporalmente ma anche geograficamente

A volte mi chiedo cosa saremmo noi senza questa guerra, se una persona estranea saprebbe collocare geograficamente la Bosnia se non ci fossero stati Gavrilo Princip e la guerra. A volte ho l’impressione che la definizione di serbi, croati e bosniaci passi solo attraverso la guerra. Chi l’ha subita e dove? Chi ha fatto cosa? Di chi è la colpa? Nel posto dove sono nata sarei anche potuta venire al mondo come bosniaca. Sarei stata la stessa persona, eppure tu mi avresti guardata con occhi diversi – come vittima. In quanto serba, tutti mi vedono come potenziale carnefice, senza sapere niente della mia vita e dimenticando che ci sono vittime anche tra i carnefici e che le vittime diventano carnefici nel momento in cui ne hanno l’opportunità [Mare calmo, Nicol Ljubić, trad. F. Filice]

Robert è uno studente di Storia e vive in Germania con la sua famiglia, suo padre ha origini croate ed è fuggito dai Balcani prima che scoppiasse la guerra. Ana è una studentessa serba e ha origini a Višegrad la cittadina dove scorre la Drina e dove il Premio Nobel Ivo Andrić ambientò il suo libro più famoso “Il ponte sulla Drina“.

Ana e Robert si incontrano a Berlino, in teatro: lei è guardarobiera e lui è lo spettatore che le consegna la giacca. Per Robert scatta il colpo di fulmine e ritorna a teatro per una settimana di fila, nella speranza di rivedere Ana. Quando la ritrova, la invita ad uscire e ne nasce una tenera storia d’amore, fatta di gite sul Mar Baltico e letture pigramente distesi sul letto.

Nonostante l’amore che li lega, nel passato del padre di Ana – il professore universitario esperto di William Shakaspere sempre disponibile per la famiglia e i suoi studenti – nel passato di Zlatko Simić c’è un evento che, nonostante sia avvenuto anni prima, ha il potere di modificare il presente nel quale vivono Ana e Robert.

Quando Robert trova le lettere che Zlatko Simić invia alla figlia, scopre che provengono da Scheveningen, uno stadsdeel marittimo vicino a L’Aia, in Olanda. Che cosa ci fa il padre di Ana rinchiuso nel carcere penale internazionale? Mentre Ana si allontana sempre più da Robert, lui decide di vederci chiaro e intraprende un viaggio verso L’Aia, per assistere alla condanna – o all’assoluzione – di Zlatko Simić.

“Che succederebbe se una persona non sapesse niente di un determinato passato, se non volesse saperne o se non volesse che altri ne fossero al corrente? Il percorso di questa persona e di chi le sta vicino prenderebbe altre vie? Lei e gli altri avrebbero forse un rapporto molto più libero e senza preconcetti?” (…) Gli sembrava assurdo che quella guerra potesse frapporsi tra di loro [Mare calmo, Nicol Ljubić, trad. F. Filice]

Mare calmo” è uno di quei libri che hanno più piani di lettura; si può leggere come una storia d’amore ostacolata da un passato neppure troppo remoto e si può leggere, ad un livello più approfondito, come riflessione su quanto un evento avvenuto nel passato possa far prendere al futuro una direzione del tutto inaspettata e su quando le colpe dei padri è giusto – o sbagliato – che ricadano sui figli e nipoti.

Se a Robert sembra assurdo che il passato di Zlatko Simić possa interessare la loro vita, ad Ana questo passato pesa e importa, e sarà proprio quell’evento che farà vacillare la loro bellissima storia d’amore.

Perché le colpe dei padri, secondo Ana, ricadono sui figli e purtroppo restano come un marchio e segnano la loro esistenza, pur essendo loro innocenti. Perché secondo Ana, Robert che è sempre vissuto sempre a Berlino non ha idea di cosa sia la guerra, non ha mai udito i colpi del mortaio né visto i cadaveri galleggiare sulla Drina, dopo i massacri; Robert infatti quella guerra non la conosce: è uno storico che ignora quel periodo, che non parla il croato, che non sapendo nulla per venire incontro ad Ana legge e si documenta, ma continua a non capire perché debbano essere loro – coloro che la guerra non l’hanno fatta – a subire le conseguenze di quel passato.

Mare calmo” di Nicol Ljubić è un libro poetico e struggente, che mescola passato e presente in un modo assolutamente unico, senza mai confondere il lettore, anzi invitandolo a riflettere e a costruirsi un’opinione personale; è un romanzo narrato in terza persona come un flusso di coscienza, dove i tasselli vengono a poco a poco chiamati per  costruire una storia, secondo me bellissima, che merita davvero di essere letta.