Martin Pollack | Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa

Come vivono le persone, come viviamo con quello che sappiamo, come ci regoliamo, come lo conciliamo con la nostra quotidianità? Vediamo con gli stessi occhi di prima il paesaggio in cui sono avvenuti i fatti, e in cui continuiamo a vivere, o dover vivere, perché lì siamo a casa, lì abbiamo le nostre case, i nostri campi? O esperienze simili causano un cambiamento nelle persone? E non solo nelle persone (…) Una volta che sappiamo cosa è successo in un posto, lo percepiamo diversamente [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Avete mai pensato a che cosa possa nascondersi dietro l’immagine da cartolina di un paesaggio? State osservando una radura circondata da pioppi, state passeggiando un altopiano di origine carsica, disseminato da doline, oppure state costeggiando il corso di un importante fiume: avete mai immaginato che il bucolico paesaggio che state fotografando sia poco ameno e molto infetto?

Nel reportage “Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa“, tradotto da M. Maggioni per Keller editore, lo scrittore e slavista Martin Pollack pone l’accento proprio su questo punto: quanti dei bei paesaggi europei – che siano campagne, rive fluviali, montagne o grotte – nascondono un oscuro segreto?

Pollack viaggia attraverso l’Europa dell’Est per catalogare questi luoghi e capire come si possa vivere oggi conoscendo uno o più dolorosi fatti avvenuti in quel punto preciso. Si chiede, nel corso del suo reportage, quanto un massacro, una battaglia, una lotta o una serie di esecuzioni abbiano modellato il paesaggio e la percezione che noi, conoscendo le vicende, abbiamo di quel luogo.

I cimiteri di guerra e i monumenti sono oggi attrazioni per turisti, punti di incontro per veterani e politici, che, accompagnati dai suoni delle cappelle militari, depongono fiori e corone e tengono discorsi ampollosi [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Se è vero che i cimiteri di guerra, gli altari ai militi ignoti, i luoghi degli eccidi oggi hanno una lapide che informa il visitatore, o addirittura ci sono pannelli esplicativi e visite turistiche guidate, Pollack è interessato alle tragedie che, frettolosamente, sono state nascoste, sepolte assieme alle vittime e per lungo tempo taciute, spesso con la complicità dei governi.

Ma non sempre si tiene alta la memoria dei morti. Non sempre e non ovunque vengono introdotti nel paesaggio monumenti commemorativi in loro onore (…) Almeno altrettanto spesso accade che i morti vengano sotterrati frettolosamente in prati e campi, in boschi isolati, nella natura selvaggia (…) [Queste persone] Devono essere cancellate per sempre. Vengono affidate all’oblio, al silenzio eterno. Che nessuno si ricordi di loro. Nessuno deve commemorarle. [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

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Campo fiorito nell’Oblast’ di Odessa, Ucraina (Wikipedia)

Ma perché questi esseri umani devono scomparire senza lasciare traccia, perché nessuno deve commemorarle, alcun parente deve sapere la fine che ha fatto, o semplicemente possa piangere sulla tomba di suo padre, o suo fratello, o suo nonno? Perché certe persone sono scomode, ecco. Sono fastidiose, inutili e potenzialmente pericolose. In un regime, sia esso di destra o di sinistra, è necessario eliminare i dissidenti, coloro che potrebbero aprire gli occhi agli altri e, addirittura, guidare una possibile rivolta.

Largamente sconosciuto all’Ovest è il nome Kurapaty, un bosco di circa 30 ettari alle porte della capitale bielorussa Minsk, dove tra il 1937 e il 1941 membri del Commissariato del popoloper gli Affari Interni sovietico spararono a decine di migliaia di civili nell’ambito di una repressione di massa rivolta contro intellettuali e patrioti bielorussi [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Pollack spiega che i carnefici hanno sempre lo stesso obiettivo: ingannare e mimetizzare. Tutti gli oppositori o nemici del regime devono sparire e non solo: anche la loro fossa deve sparire, altrimenti sarebbe necessario fornire spiegazioni sul massacro, con l’aggiunta del pericolo che le vittime possano poi trasformarsi in martiri ed essere osannati da chi si ribella al dittatore di turno.

Di Ponary ho già parlato nell’articolo dedicato al libro “Gli ebrei di Vilna” di Grigorij Šur, che vi invito a leggere. Nei boschi attorno a Ponary, in Lituania, pochi chilometri dalla capitale Vilnius, nel corso di soli tre anni furono uccise per mano nazista circa 100.000 persone: ebrei, rom, filosovietici e intellettuali polacchi e lituani.

Pollack viaggia attraverso la Slovenia alla ricerca delle “grotte maligne“: nella regione slovena del Kočevje sono presenti molte spaccature nel terreno calcareo, sono inghiottitoi e doline, luoghi perfetti per far sparire centinaia di persone. Si stima che in Slovenia siano presenti oltre 600 fosse comuni, ma nessuno lo saprà con precisione perché non si prevede né di avviare una ricerca, né tantomeno di aprire le fosse.

Quando qualche fossa viene aperta per sbaglio, durante dei lavori minerari o dei sondaggi di vario genere, l’orrore torna a galla e di fronte a 427 persone, quelle ritrovate nel cunicolo Barbara, non si può far finta di nulla. Ma chi erano queste vittime, e chi i loro carnefici?

Le vittime erano delle persone comuni, scomode, e i carnefici i partigiani comunisti di Tito. Uomini, donne e bambini giacciono nel buio delle profondità carsiche, uccisi con un colpo d’arma da fuoco, o morte per i colpi dovuti alla caduta (per risparmiare pallottole, veniva ucciso un uomo e il secondo era legato a lui con del fil di ferro, gettato quindi vivo nella dolina), o ancora uccisi con la testa sfondata dai colpi di piede di porco o martello.

Ora che abbiamo conosciuto vittime e carnefici, Pollack fa riflettere su chi oggi vive nei paesaggi contaminati. Come si può vivere pensando che, nel bosco dietro casa o nel proprio campo, una mano malvagia ha tolto la vita a decine di persone? Come vivono gli abitanti di Oświęcim, il cui nome non si slegherà mai da quello di Auschwitz?

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Škocjan Cave, Slovenia (fonte: Wikipedia)

[L’Ucraina] Il Paese intero è avvelenato con tutti i cadaveri che non hanno mai trovato una sepoltura decorosa, perché non c’era più nessuno che li seppellisse e che recitasse il Kaddish per loro. [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

E che cosa possiamo fare noi affinché questi morti non lo siano invano e soprattutto che vengano ricordati? Se è vero che oggi le località hanno cambiato nome, le tombe sono ben celate in un paesaggio ormai contaminato, se è vero che la Storia la scrive sempre chi vince, noi possiamo ugualmente fare qualcosa per i disgraziati nascosti.

È quello che dovrebbe fare anche la nostra mappa, rendere l’invisibile visibile e tangibile. Le mappe non mostrano soltanto dove si trova qualcosa, a quale longitudine e latitudine, a che distanza rispetto ad un altro luogo, ma raccontano anche delle storie. Anche dolorose [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Dobbiamo creare una mappa, una mappa che renda visibile ciò che non lo è e che mostri cosa realmente si cela dietro un bucolico campo di girasoli. Abbiamo il dovere di ricordare, di raccontare le storie di questi sconosciuti, di portare rispetto per chi, innocente, ha sofferto di una morte violenta. E abbiamo il dovere di viaggiare per l’Europa con la consapevolezza che il meraviglioso bosco lettone o la splendida foresta polacca o ancora lo struggente altopiano carsico sloveno al tramonto possono essere paesaggi contaminati.

Titolo: Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa
L’Autore: Martin Pollack
Traduzione dal tedesco: Melissa Maggioni
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: perché siamo cittadini europei e abbiamo il dovere di conoscere a fondo la nostra recente Storia

(© Riproduzione riservata)

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Sylvie Schenk | Veloce la vita

Eppure sei presa da una sensazione di infinito, la tua vita si apre, una fine è impensabile, la tua anima è come quel mulino là fuori, un vero mulino con le pale che girano al vento, che macinano scintille d’amore sempre nuove spargendole per il mondo. L’amore, e soprattutto l’attesa dell’amore, trasforma tutto, le colline, i colori, i significati, anche le stesse parole, solo dopo nascono le poesie [Veloce la vita, Sylvie Schenk, trad. F. Filice]

Arrivi a Lione e ti senti persa. Sono gli anni Cinquanta, la città è diversa dal tuo paesino ai piedi delle Alpi. Indossi un paio di stivaletti con i tacchi non troppo alti, così ha voluto la tua mamma, e una gonna plissettata di seconda mano, dono della zia divorziata. Di casa ti manca tutto: le montagne, i prati, i tuoi fratelli, la mamma.

Sei a Lione per studiare latino, greco, linguistica, letteratura. Le materie scientifiche non sono per le donne. All’università incontri Francine, una marsigliese parecchio sveglia, e confrontandoti con lei ti rendi conto quanto sei provinciale. La nonna cattiva, dalla quale sei ospite a Lione, dice che sei una bifolca. Non ti ribelli, ha ragione.

Francine ti prende in simpatia e con lei inizi a uscire e frequentare locali dove si suona il jazz. Non sai niente di musica, non sai niente della vita, sei una bambina di vent’anni. È in uno di questi locali, il Deux Pianos, che incontri Henri, Joahnn e Soon. Henri è un lionese con la passione per la musica, suona il pianoforte, ha perso i genitori durante l’ultima guerra; Joahnn è un tedesco che studia farmacia, sta approfittando di un accordo tra Francia e Germania Ovest per studiare a Lione; Soon è un filippino di origini cinesi, fa strani sogni e nasconde un segreto inconfessabile per quegli anni.

Louise, ogni giorni senti nascere in te nuovi sentimenti, emozioni che non pensavi avresti mai provato. Sei attratta da Henri, dalla sua musica, dalla sua vitalità e quando lui ti racconta cosa è successo a Lione durante la guerra, resti scioccata. Louise, a te non hanno mai detto nulla della guerra, non sai niente dei campi di concentramento, i tuoi genitori hanno voluto proteggerti dalle brutture e tu non hai mai chiesto, come fosse un tabù, tanto quanto le vere origini della tua amata mamma.

Perché la generazione dei tuoi genitori e dei tuoi nonni ha parlato così poco della guerra? Probabilmente perché non hanno mai aderito alla Résistance e hanno aspettato, rassegnati e terrorizzati, che quei brutti tempi passassero. E tu perché non hai mai fatto domande? Quel passato recente (…) era per te distante [Veloce la vita, Sylvie Schenk, trad. F. Filice]

Studi molto, Louise, e impari a vivere. La vita ti sembra un inganno scintillante quando Henri ti rivela qualcosa a proposito di Joahnn e Francine ti racconta diverse cose sui genitori di Henri. La guerra ha sconvolto gli animi, che ora celano dei segreti importanti. Tu, Louise, sei la meno interessante di tutti. Tu di segreti non ne hai.

La vita corre, va veloce, va avanti. Ti laurei e trovi il coraggio di prendere la decisione che cambierà la tua vita per sempre. Lasci alle spalle la Francia e, benché tuo padre non sia d’accordo, ti trasferisci in un Paese nuovo, il Paese che fino pochi anni prima era nemico del tuo. Ma questa è la tua vita, Louise, devi viverla prima che corra via veloce e devi accettare che sarà costellata di rimpianti e di occasioni mancate.

La vostra vita è un lago poco profondo, l’acqua è trasparente, qui e lì sono già visibili i sassi e le alghe (…) il matrimonio è sopportabile solo se si lascia sullo sfondo o di lato la nostalgia, se è tenuto in vita da un’ombra, come nell’arte, dove l’ombra di una persona ritratta ricorda all’osservatore che quella è realmente esistita? C’è qualcuno, con un profilo così definito, da poter amare ignorando il secondo uomo sullo sfondo? Di quanto amore, di quanto accecamento c’è bisogno per considerare il compagno di vita l’unico eletto? [Veloce la vita, Sylvie Schenk, trad. F. Filice]

Lione, panorama (fonte: Wikipedia, CC BY-SA 4.0)

Veloce la vita” di Sylvie Schenk (trad. F. Filici, Keller editore) è un romanzo breve che si può definire concentrato di emozioni e meraviglie. “Veloce la vita” colpisce sin da principio per lo stile con cui la Schenk ha deciso di raccontare la storia: viene utilizzata la seconda persona singolare, narrando la vita di Louise rivolgendosi direttamente a lei. L’uso della seconda persona singolare è un modo molto intimo per raccontare una storia, ed è un espediente che funziona solo se il romanzo ha un contenuto altamente emotivo. E il romanzo “Veloce la vitanon poteva che essere narrato in questo modo.

Una delle grandi capacità della Schenk, oltre a catturare vorticosamente il lettore una volta che incomincia a leggere la storia di Louise, è quella di raccontare tra le righe, accennando a temi importanti, senza dilungarsi troppo, lasciando al lettore lo spazio per interpretare e assorbire da sé i concetti presentati.

Tema principale del romanzo è la crescita personale e l’emancipazione di Louise, impacciata e goffa ragazza degli anni Cinquanta, che lascia il suo paesino natale per trasferirsi in una realtà – ai suoi occhi – caotica e tentacolare come Lione. Accompagnati dalla seducente scrittura della Schenk, seguiamo lo sviluppo emotivo di Louise, che resterà sempre un po’ insicura e imprecisa, ma che riuscirà a trovare il coraggio di scegliere finalmente per se stessa, con la sua volontà.

Sullo sfondo c’è la Francia all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. I fatti legati al conflitto sono ancora molto vicini, sono crepe aperte che bruciano quando un ricordo all’improvviso getta del sale sulla ferita. Il padre di Louise non nasconde il suo astio nei confronti dei tedeschi, pur apparendo gentile quando Joahnn, assieme agli altri ragazzi, va in visita al paesino di Louise; al contrario, il padre di Johann è ben disposto nei confronti dei francesi, adora parlare in francese e apprezza Louise.

Veloce la vita“, oltre ad essere un meraviglioso romanzo di formazione ed emancipazione femminile, è a una struggente riflessione su cosa accade quando finisce una guerra, quando chi era nemico si ritrova gomito a gomito poi. Se i padri l’astio lo serbano ancora, i figli devono sentirsi liberi da tutto quell’odio. Le colpe dei padri, Louise ne è convinta, non devono mai ricadere sui figli.

In un campo ti togli il vestito bianco e ne indossi uno estivo, al posto delle scarpe bianche coi tacchi ti metti le espadrillas. Sei scalza e mezza nuda in un campo che emana gli odori della terra calda e del timo selvatico (…) resti ferma per qualche istante nell’ultimo raggio di sole. Leggera, giovane, tu. [Veloce la vita, Sylvie Schenk, trad. F. Filice]

Titolo: Veloce la vita
L’Autrice: Sylvie Schenk
Traduzione dal tedesco: Franco Filici
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: oltre ad essere un meraviglioso romanzo di formazione ed emancipazione femminile, è a una struggente riflessione su cosa accade quando finisce una guerra, quando prima si era nemici e poi – pian piano – si impara di nuovo a convivere.

(© Riproduzione riservata)

Cornelia Klauss e Frank Böttcher | Alpinisti illegali in URSS. Viaggiare controvento

Lassù, tra i 6000 e i 7000 metri la mente dell’uomo cambia, non si pensa più a nulla, è tutto meccanico: “Ora il piede qui. Respira profondamente tre volte. Il piede qua e ancora tre respiri. Soprattutto non cadere né addormentarti, si muore in un battibaleno”. Quei pensieri normali che si fanno in pianura lassù sono cancellati. Per settimane e mesi ho assorbito tutto quello che in un modo o nell’altro avrei potuto sperimentare (…) “Lì devi fare questo e lassù quest’altro. E quando sei in cima – foto alla vetta!” Tutto ciò ha funzionato, ma la felicità l’ho avvertita solo nel breve istante in cui mi sono potuto lasciar cadere nella neve in vetta. 7134 metri [da Sul Picco Lenin coi piedi congelati, trad. V. Ghidotti, V. Grassi e S. Tentori]

Più una cima è alta, più nasce nell’uomo la voglia di conquistarla. Le montagne hanno da sempre attratto e affascinato l’uomo, scatenando la curiosità di raggiungere la sommità. Se una montagna era molto alta, l’uomo giungendo in vetta si sentiva più vicino alla divinità, avendo inoltre un punto di vista privilegiato sulle valli contigue. Spesso le montagne rappresentavano luoghi sacri.

Con il tempo si sono sviluppate discipline come l’alpinismo, uno sport tecnico che mira a superare i limiti esterni e interni dell’uomo. Gli Ottomila, le cime più elevate del Pianeta, sono state conquistate tra gli anni Cinquanta e Sessanta, da alpinisti di versa nazionalità: neozelandesi, italiani, svizzeri, francesi, americani, austriaci, tedeschi, inglesi e cinesi.

Ma gli appassionati di alpinismo che vivevano intrappolati nella Repubblica Democratica Tedesca, la DDR, come potevano raggiungere le alte cime del Caucaso e dell’Unione Sovietica? Viaggiare attraverso l’URSS era tutt’altro che semplice.

Gergeti Trinity Church e Monte Kazbeg (fonte: Wikipedia, CC BY-SA 4.0)

Anzitutto, era complicato procurarsi i permessi per accedere a determinate aree geografiche: non era possibile viaggiare liberamente perché in diverse zone dell’Imperium regnava una grande povertà, e gli alpinisti (sia residenti nell’Imperium che occidentali) non dovevano vedere in condizioni versava la popolazione, ne sarebbe andato della credibilità stessa dell’URSS.

Una grande difficoltà che si prospettava nell’organizzare un viaggio era che di molte parti dell’URSS non esistevano mappe: non vi era una cartografia di dettaglio aggiornata e le poche carte erano tenute segrete, perché si trattava di luoghi “sensibili”, quali giacimenti di minerali preziosi o luoghi dove venivano condotti test nucleari.

Un’altra pericolosa mancanza degli alpinisti della DDR che volevano intraprendere una scalata nel Caucaso era quella di attrezzature adeguate. Servivano giacche e sacchi a pelo capaci di resistere a forti venti e basse temperature; erano necessari ramponi, picozze e corde; occhiali da sole con lenti adeguate, con semplici occhiali da sole oltre una certa quota si rischia la cecità, tanto il riverbero solare è violento.

Quindi, come organizzarsi per un viaggio alpinistico in URSS? Illegalmente, procurandosi un visto di transito (relativamente semplice da ottenere a partire dagli anni Ottanta in avanti) oppure falsificando documenti e costellandoli di timbri fatti ad hoc – i triangolari erano i preferiti dei sovietici – e restando vaghi sul luogo da raggiungere.

La prima volta che andai in Unione Sovietica fu ne 1977 (…) Fu un normale viaggio organizzato. Quando scorsi il Caucaso a Pezonda rimasi subito affascinato dalle alte montagne, ma soprattutto dal fatto che lì d’estate ci fosse ancora la neve. Fu in quell’occasione che nacque in me il desiderio irrefrenabile di salirci prima o poi, in un modo o nell’altro. Fino ad allora conoscevo solo di Alti Tatra, la Svizzera sassone e i Carpazi meridionali in Romania. Ma l’essere umano si spinge sempre oltre (…) In Unione Sovietica ci sono poi andato diciannove volte, sempre illegalmente [da Sul Picco Lenin coi piedi congelati, trad. V. Ghidotti, V. Grassi e S. Tentori]

Peak Communism (fonte: Wikipedia, CC BY-SA 3.0)

Alpinisti illegali in URSS“, volume a cura di Cornelia Klauss e Frank Böttcher (trad. V. Ghidotti, V. Grassi e S. Tentori, Keller editore) raccoglie quattro originali viaggi illegali attraverso le regioni che un tempo componenvano l’Imperium sovietico, corredate da numerose fotografie in bianco e nero.

Dopo un’introduzione sul concetto di alpinismo per i sovietici e una riflessione sulla difficoltà di viaggiare in URSS, presentate da Christian Hufen e Kai Reinhart, vengono presentate le quattro storie: “I miei settemila furono la Crimea” di Hartmut Beil, una serie di disavventure tragicomiche successe durante il viaggio per raggiungere il Tagikistan; “Sul Picco Lenin con i piedi congelati” di Ulrich Henrici, il racconto della rocabolesca salita sul Picco Lenin e della pericolosa discesa; “Con la vela da ghiaccio sul lago Bajkal” di Uwe Wirthwein, l’avventura di un manipolo di tedeschi che costruiscono una barca a vela per veleggiare sul lago Bajkal gelato; infine, “Dal complesso residenziale 5E a Hoyerswerda sul Mar Nero (1970-1976)” di Iduna Böhning, ovvero il racconto delle vacanze ‘alternative’ di una famiglia della DDR sempre a caccia di avventure.

“Alpinisti illegali in URSS” è un libro piacevole e scorrevole da leggere, che permette di scoprire com’era un tempo l’Unione Sovietica, attraverso i viaggi degli alpinisti e vacanzieri. Quando si vive una dittatura mancano la libertà, la possibilità di viaggiare per scoprire il proprio Paese e confrontarsi con diverse culture; agli alpinisti della DDR non è però mancato il coraggio di assaporarla, questa libertà tanto agognata. Perché è sulle aguzze cime del Caucaso e dell’Asia Centrale che gli alpinisti illegali, dopo aver sfidato i limiti, si sentivano liberi.

Titolo: Alpinisti illegali in URSS. Viaggiare controvento
A cura di: Cornelia Klauss e Frank Böttcher
Traduzione dal tedesco: Verdiana Ghidotti, Valentina Grassi e Sara Tentori
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: consigliato a chi ama la montagna, le curiosità, i reportage di viaggio

(© Riproduzione riservata)

Alina Bronsky | L’ultimo amore di Baba Dunja

Un anno fa un biologo è venuto a casa mia a fotografare le ragnatele (…) Marja dice che sono una casalinga negligente. Il bello della vecchiaia è che non hai più bisogno di chiedere il permesso a nessuno, né per vivere nella tua vecchia casa né per lasciare ragnatele appese. Anche i ragni erano già qui prima di me (…) Il biologo mi ha spiegato perché abbiamo così tanti parassiti. Perché da quando c’è stato l’incidente nucleare ci sono molti meno uccelli nella nostra zona. Perciò i coleotteri e ragni si moltiplicano indisturbati [L’ultimo amore di Baba Dunja, Alina Bronsky, trad. S. Forti]

Baba Dunja è una donna anziana, ormai non ha più ottantadue anni come una volta, ed è caratterizzata da una grande forza d’animo. Vive a Černovo, non molto lontano da Chernobyl’; qui l’aria, l’acqua, il suolo, è vero, sono contaminati, ma lei è anziana e prima o poi dovrà morire, no? Meglio che succeda in un luogo famigliare.

Come altre persone, Baba Dunja e la sua famiglia erano state allontanate da Černovo a seguito dell’incidente nucleare. Si erano trasferiti a Malyši, poi Jegor era morto, i loro figli erano andati via dall’Ucraina e Baba Dunja era andata in pensione. Per vivere in città la pensione di Baba Dunja non bastava neppure per l’affitto: è così che si è decisa a tornare a Černovo. La prima di tutti a tornarci.

Non mi preoccupo affatto di cosa succederà il giorno in cui resteremo senza corrente. Ho le mie bombole di gas e in ogni caso ci sono candele e fiammiferi. La nostra presenza viene tollerata, ma nessuno di noi pensa che il governo ci verrà in aiuto una volta finite tutte le risorse. Perciò ragioniamo in totale autonomia [L’ultimo amore di Baba Dunja, Alina Bronsky, trad. S. Forti]

I ragni hanno invaso la sua vecchia casa, ma Baba Dunja in passato ha vissuto ben altre difficoltà. Non saranno due ragni a fermarla. Come una pioniera, Baba Dunja riporta in vita la casa e il suo orto – le cose coltivate con le proprie mani sono le migliori – e un po’ per volta viene seguita da altre persone, che tornano a popolare Černovo. Come l’ipocondriaca Marja, l’accanito lettore Petrov, il vecchio Sidorov e gli antipaci coniugi Gavrilov.

L’esistenza di Baba Dunja scorre tranquilla in campagna. Ogni tanto arriva qualche biologo a prelevare campioni di flora e fauna, o arriva un medico a misurare la pressione e a prelevare il sangue degli abitanti di Černovo. Ogni tanto compare qualche fantasma del passato: Jegor o i morti a causa delle radiazioni. Solita routine.

Qualche volta trascorre una giornata a Malyši per commissioni varie e per ritiare la posta: la figlia Irina le spedisce lettere, bigliettini e pacchi dalla Germania. Ciò che interessa più di ogni cosa a Baba Dunja è sapere come sta Laura, la nipote che non ha mai visto ma che ama tantissimo.

Quello che invece attendo con ansia sono le lettere. Quando ricevo una lettera è sempre una festa (…) Tutte le sere, prima di dormire, leggo la lettera più recente, finché non arriva quella successiva [L’ultimo amore di Baba Dunja, Alina Bronsky, trad. S. Forti]

Ma la quiete di Černovo viene sconvolta dall’arrivo di un personaggio che stravolgerà le esistenze degli anziani e tranquilli pionieri. Quando si presenta il problema più grosso che il paese abbia mai avuto, Baba Dunja prenderà in mano la situazione con una praticità invidiabile e nel tentantivo di risolverlo dimostrerà onestà e bontà d’animo.

Ma adesso c’è un problema che riguarda l’intero paese (…) [L’ultimo amore di Baba Dunja, Alina Bronsky, trad. S. Forti]

Sviatohirsk, Donetsk Oblast, Ukraine (Wikipedia commons CC BY-SA 4.0)

L’ultimo amore di Baba Dunja” di Alina Bronsky (trad. S. Forti, Keller Editore, 14.50 €) è un delizioso romanzo tragicomico che ha come protagonista e voce narrante un’anziana donna volitiva e risoluta. La Bronsky riesce a descrivere la quotidianità di Baba Dunja e degli altri abitanti del paese con grande naturalezza. Come contorno ci sono gli altri pionieri di Černovo, che ruotano tutti attorno alla figura brillante di Baba Dunja, come se lei fosse il sindaco del paese.

Baba Dunja viene dipinta come un’anziata sulle sue, a tratti un po’ cinica, che commenta ogni cosa, ma allo stesso tempo cerca di essere discreta, per non offendere o disturbare, e riesce a risultare immediatamente simpatica a chi legge. Per certi versi, suscita anche tenerezza.

“Hai mai sentito parlare di Internet?”
“L’ho sentito nominare”. Infatti è così. “Ma non l’ho mai visto”.
“E dove. Qui siamo fermi all’età della pietra. In compenso abbiamo un telefono stregato che funziona una volta all’anno e nessuno sa dare una spiegazione” [L’ultimo amore di Baba Dunja, Alina Bronsky, trad. S. Forti]

L’ultimo amore di Baba Dunja” è un romanzo breve ma intenso, capace di catturare il lettore con la fluidità con cui è scritta questa storia; Baba Dunja è un personaggio indimenticabile, in grado di vivere ben oltre le pagine. Un romanzo davvero delizioso, acuto e travolgente, come le verità nascoste che l’anziana protagonista si appresta a svelare.

Titolo: L’ultimo amore di Baba Dunja
L’Autrice: Alina Bronsky
Traduzione dal tedesco: Scilla Forti
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: perché si tratta di un romanzo delizioso, acuto e travolgente e Baba Dunja è senza dubbio un personaggio indimenticabile

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Jacek Hugo-Bader | I diari della Kolyma. Viaggio ai confini della Russia profonda

Non è facile andarsene perché tutti gli abitanti della Kolyma, compresi i prigionieri, sono arrivati via mare. E fino a oggi questo è l’unico modo per andarsene: mostrando il documento d’identità e comprando un biglietto per la nave o l’aereo. Proprio come se la Kolyma fosse un’isola (…) Un’isola così distante, quasi fosse un altro pianeta: e infatti anche così la chiamano. Pianeta Kolyma, e tutto quello che sta al di fuori è materik: terraferma, continente. [I diari della Kolyma, J. Hugo-Bader, trad. M. Vanchetti]

Il reporter polacco Jacek Hugo-Bader si trova nella città di Magadan, sul Mar di Ochotsk, nella infinita regione della Kolyma, localizzata nella Russia orientale. L’obiettivo di Hugo-Bader è percorrere la Strada Maestra della Kolyma, una pista accidentata e scassata lunga 2.025 chilometri che conduce a Jakutsk, città principale della Jacuzia; questa pista non è percorsa da autobus di linea o da altri mezzi. Non esiste una ferrovia. L’unico modo per spostarsi è fare autostop, chiedere un passaggio ai numerosi, enormi camion che percorrono questa strada trasportando merci.

Hugo-Bader conosce la Russia ed è consapevole delle difficoltà di un viaggio di quel tipo, in una regione tanto sconfinata quanto pericolosa: non sono infrequenti gli attacchi da parte di animali selvatici quali orsi e lupi, ma il vero pericolo è il clima. Nella Kolyma, in pieno inverno, le temperature possono scendere fino a sessanta gradi sotto lo zero, e il record di temperatura più bassa mai registrata ha sfiorato i settanta gradi sotto lo zero. In luglio, poi, non sono escluse tempeste di neve improvvise, dove la visibilità si annulla, tutto diventa bianco e freddo, e la temperatura scende sui venti gradi sotto lo zero.

Il reporter inizia il suo viaggio in autunno, sapendo di correre un grandissimo rischio: per raggiungere Jakutsk bisogna attraversare il turbolento fiume Aldan e in Siberia, già all’inizio di ottobre, nei corsi d’acqua possono trovarsi dei giganteschi lastroni di ghiaccio; non esiste un ponte per attraversare l’Aldan, la crisi del rublo ha fermato i lavori di costruzione. Restano quindi dei traghetti di linea, che operano fino a quando non iniziano ad arrivare i lastroni di ghiaccio. Dopo, restano delle bagnarole non autorizzate, cariche di disperati e di paura. E Hugo-Bader è quello che vorrebbe evitare, prendere queste imbarcazioni quasi suicide.

Ma prima di pensare all’Aldan, c’è molta strada da percorrere. Hugo-Bader viene tirato su dai camionisti che transitano sulla Strada della Kolyma; di paese in paese, di villaggio in villaggio, il polacco incontra persone che in realtà sono contenitori di storie, di racconti, di emozioni. Camionisti, nonnine, cuochi, medici, ricchi imprenditori senza scrupoli, sciamani, barcaioli abusivi, poliziotti corrotti, ex-militari, uzbeki, osseti, ubriaconi… Nella Kolyma non vivono solo russi, ma anche evenchi, jakuti, ciukci e coriacchi… Ognuno ha una storia e Hugo-Bader ha orecchie per tutti loro.

Hugo-Bader incontra uomini e donne che verso la Kolyma hanno sentimenti contrastanti: c’è chi scapperebbe a gambe levate, ma non ha soldi per farlo, e chi non si sposterebbe dalla Kolyma per tutto l’oro del mondo. Già, l’oro. A proposito dell’oro: la Kolyma viene chiamata il cuore d’oro della Russia e questo già lo sapeva Stalin.

Kolyma (fonte: Flickr, Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-NC-SA 2.0))

Perché la Kolyma, oltre ad essere una regione sconfinata e lontana dalla capitale russa, è stato il luogo perfetto e ideale per costruire i tristementi famosi GULAG, campi di prigionia e lavoro voluti da Stalin a partire dagli anni Trenta. Gli zek, prigionieri, venivano spediti qui a lavorare, costruivano alla bell’e meglio infrastrutture ma soprattutto estraevano oro e minerali preziosi, utilissimi alla Grande Madre Russia, sempre impegnata tra una guerra e l’altra per espandere i suoi confini, il tutto mentre i prigionieri morivano per il freddo, per la fame, per le malattie, per il troppo lavoro. Ma chi erano questi prigionieri? Nemici del Partito, potenziali controrivoluzionari, nemici personali di Stalin, professori, ingegneri, medici, persone che pensavano usando la propria testa. E molti di loro venivano spediti nella Kolyma per aver violato l’articolo 58 comma 14 del Codice penale della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa. Solženicyn e Šalamov compresi.

Ma cosa predendo ancora da questi russi? Ce l’hanno qui accanto. La centrale elettrica in cui lavorano l’hanno costruita i prigionieri di quel campo. Facevano la quindicina di chilometri dal lager al lavoro e viceversa tutti i giorni a piedi. Anche d’inverno. Questo dovrebbero insegnarlo nelle scuole locali, perché nella Kolyma ogni scuola è attaccata a qualche lager. Qui sono state rinchiuse e sono morte persone innocenti, i loro nonni, e appena oltre le ceneri del lager ci sono gli orti dei pompeiani, gli abitanti di Mjaundža [I diari della Kolyma, J. Hugo-Bader, trad. M. Vanchetti]

I diari della Kolyma” di Jacek Hugo-Bader (trad. M. Vanchetti, Keller editore, 18 €) è un reportage immenso quanto la Kolyma, è un libro meraviglioso e utilissimo per comprendere un pezzo fondamentale della storia sovietica e per provare a capire la Russia dei giorni nostri.

Il libro è impostato in modo originale, alternando vere e proprie pagine di diario nelle quali Hugo-Bader descrive in due o tre pagine la giornata, con pagine nelle quali approfondisce l’incontro con uno o più personaggi o si lancia in riflessioni personali. Il risultato è un reportage brillante, intelligente e vivido, e a tratti divertente, che insegna, illumina e conquista coloro che vogliono saperne di più del mondo nel quale vivono. Davvero una bellissima lettura.

“Sono arrivato con mia moglie e due zaini (…) Abbiamo dedicato la vita ai figli della strada, ma per me la cosa più importante è che vivo in un luogo ampio, immenso, sconfinato. Ma voi? Perché siete salito su questa bagnarola? Dovete proprio arrivare a Jakutsk? A qualunque costo?”
“No. È il viaggio che è importante, non la meta”. [I diari della Kolyma, J. Hugo-Bader, trad. M. Vanchetti]

Titolo: I diari della Kolyma. Viaggio ai confini della Russia profonda
L’Autore: Jacek Hugo-Bader
Traduzione dal polacco: Marco Vanchetti
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: trattasi di un reportage brillante, intelligente e vivido, e a tratti divertente, che insegna, illumina e conquista coloro che vogliono saperne di più del mondo nel quale vivono. Davvero una bellissima lettura.

Sitografia per approfondire:

Alla scoperta della lingua jacuta dell’estremo nord siberiano di Claudia Bettiol
Lo sciamanesimo nella cultura jacuta di Sandro Marra
Kolyma, terra d’oro e d’orrore di Oleg Egorov

(© Riproduzione riservata)

Martin Pollack | Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa

Questo viaggio immaginario, con tutte le situazioni, i luoghi e le persone che descrive, si svolge interno al 1900, epoca a cui risalgono anche i brani tratti dalle opere di autori provenienti dalla Galizia e dalla Bucovina. È possibile oggi ripercorrere questo viaggio, perlomeno per quanto riguarda gli itinerari e le strade, che spesso conducono a villaggi lontani dalle grandi città? Per lungo tempo la risposta è stata no (…) [Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa, Martin Pollack, trad. F. Cremonesi]

Si può viaggiare di persona, in modo attivo, oppure lo si può fare lasciando correre la fantasia. Il secondo modo di viaggiare è quello scelto da Martin Pollanck, scrittore austriaco: l’idea è di percorrere con l’immaginazione il tragitto ferroviario che univa la Galizia con la Bucovina. Se la Bucovina oggi esiste ancora, la Galizia non esiste più: è la Storia a modificare i nomi dei luoghi e sposta i confini, la Storia che viene scritta dagli uomini che vincono le guerre.

Pollack immagina di prendere un treno e di percorrere queste regioni storiche all’inizio del Novecento. Lo scrittore austriaco è idealmente accompagnato da altri scrittori, i quali hanno vissuto la Galizia e la Bucovina, vuoi perché ci sono nati o perché qui hanno viaggiato realmente.

La Galizia iniziava nell’attuale Polonia orientale e proseguiva verso Est nell’attuale Ucraina, sfumando quindi nella regione della Bucovina che comprende una parte dell’Ucraina meridionale e una parte della Romania nord orientale. Il viaggio immaginario di Pollack incomincia a Cracovia, sullo storico treno della linea Carl Ludwig-Bahn, e a Cracovia tornerà dopo aver attraversato le due regioni.

Vecchia carta della linea ferroviaria della Galizia e della Bucovina (fonte: Wikipedia, Pubblico Dominio)

Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa” di Martin Pollack (trad. F. Cremonesi, Keller editore) è quindi un lungo e intrigante viaggio immaginario nel cuore dell’Europa Centrale, un viaggio che – con un po’ di audacia e spirito di avventura – si può in parte ripercorrere.

Grazie ai romanzi e ai libri, Pollack riesce a ricostruire molto bene le atmosfere dell’epoca, i luoghi, i personaggi, i fatti di cronaca, coinvolgendo chi legge che si sente trasportato in un viaggio reale; questo perché è la scrittura di Pollack ad essere minuziosa e intima, in particolare nelle descrizioni dei villaggi che oggi non esistono più. Ma anche negli usi e nei costumi delle genti, nelle lingue parlate, nei panorami che si potevano vedere dal treno.

Un viaggio, quello di Pollack, che riesce a ridare lustro ad un angolo perduto d’Europa, che oggi non è più come un tempo, che ha perso o ritrovato la sua identità. Un pezzo d’Europa fiero delle proprie radici, un angolo forse mai scomparso in modo definitivo, perché ciò che siamo oggi deriva necessariamente da ciò che è stato un tempo.

Leopoli, Ucraina, cartolina del 1915 circa (fonte: Wikipedia Pubblico Dominio)

La stessa provincia
la stessa patria
un tempo era la nostra
oggi è straniera
(Kazimierz Wierzynski, Wiersz dla Romana Palestra)

Titolo: Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa
L’Autore: Martin Pollack
Traduzione dal tedesco: Fabio Cremonesi
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: per i nostalgici viaggiatori che cercano luoghi perduti, inghiottiti dalla furia della Storia, ma ancora vivi e presenti, nonostante tutto

(© Riproduzione riservata)

György Konrád | Partenza e ritorno

Nel febbraio del 1945 eravamo seduti sulla panca di un carro bestiame fermo, immobile. Non riuscivo a staccarmi dalla porta aperta, dalla quale penetrava il vento tagliente della pianura innevata. Volevo tornare a casa da Budapest per non rimanere ospite, e per farlo mi sobbarcai un viaggio di una settimana a Berettyóújfalu, dove erano stati prelevati i nostri genitori e da dove eravamo riusciti a venir via il giorno prima della deportazione. Se avessimo tardato un solo giorno, saremmo finiti ad Auschwitz. Mia sorella aveva quattorci anni e forse sarebbe sopravvissuta, ma io ne avevo undici e il dottor Mengele aveva inviato tutti i miei compagni di classe nella camera a gas [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]

L’autore ungherese György Konrád ha solamente undici anni quando le leggi razziali e l’odio contro gli ebrei incominciano a dilagare in Ungheria. La vita prima del 1944 procedeva molto bene nel paese di Berettyóújfalu: con il papà titolare di un negozio di ferramenta (molti altri prodotti) la famiglia si poteva concedere una vita agiata, con tanto di servitù e tata tedesca.

Ma con l’arrivo delle idee di quell’Hitler e con la presa di potere delle Croci uncinate, tutto cambia. Da un giorno all’altro, György perde tutto, a cominciare dai suoi amati genitori; gli adulti della famiglia vengono deportati, così György e sua sorella Eva restano da soli.

La loro immensa fortuna, paradossalmente, è quella di essere rimasti senza genitori: György e la sorella non possono restare al paese da soli, ma vanno a Budapest ospiti di altri parenti. A Budapest, città molto più grande che Berettyóújfalu, è più facile nascondersi dalle Croci uncinate e quindi è più semplice scampare la deportazione in Polonia, o Germania, o Austria.

Partii dal presupposto che la legge che mi dichiarava oggetto da annientare non poteva che essere illegale, perché io ero innocente. Vedevo piccoli mascalzoni uccidere nel nome del nostro Paese, della nostra nazione, con la facilità con cui si spara a una lepre o si prende una mosca. Nacque l’odio estremo che voleva solo le nostre vite e, se non c’era altro modo, era disposto a spararci e farci cadere nel Danubio, affinché l’acqua ci trascinasse via [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]

György ed Eva, assieme ad altri due minori, partono dal loro paesino, abbandonano la loro casa, lasciano alle spalle le loro vite e con esse la speranza di veder tornare mamma e papà. Di nuovo la fortuna è dalla parte dei bambini: fuggono a Budapest esattamente un giorno prima che le Croci uncinate rastrellino tutti gli ebrei di Berettyóújfalu per condurli ad Auschwitz. György sa cosa accade ai bambini ad Auschwitz, sa che quello è il luogo dell’orrore: nella sua famiglia molti hanno subito quella grama sorte.

Vera era stata uccisa con il gas e bruciata. Non sapevo che dei duecento bambini ebrei eravamo vivi solo noi quattro che avevamo lasciato il villaggio (…) Gli altri perirono tutti. [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]

Un’antica cartolina di Berettyóújfalu (fonte: web)

Ma a Budapest la vita è tutt’altro che facile: benché sotto la protezione svizzera, i nazisti appena possono scaricano proiettili contro gli ebrei, per poi gettarli – vivi o morti, non importa – nel Danubio. A Budapest György patisce la fame, capisce cos’è l’odio e quanti danni può fare, vive di ricordi del passato e sogna di poter tornare al suo paese e di incontrare di nuovo i suoi genitori.

Quando arrivano i sovietici è una festa in Ungheria, anche se il popolo ungherese non sa quali idee abbiano in serbo per loro i russi (una storia tanto amara che oggi in Ungheria è reato fare l’apologia dei simboli sia nazisti che comunisti). I nazisti iniziano la ritirata e György, dopo un anno da rifiugiato, ritorna a casa. Ciò che trova lo sconvolge, ma continua a sognare di riabbracciare mamma e papà mentre le persone di ritorno dai campi di concentramento – gente che ha perso tutto – colpevolizza il bambino di essere sopravvissuto.

Essendo un sopravvissuto devo la massima gratitudine alla provvidenza e non vorrei attribuire la mia salvezza al puro caso. La mia sopravvivenza però è anche motivo del mio rancore nei confronti dell’illusiorio dono della provvidenza, perché ha voluto che io vivessi e non ha pensato alla salvezza degli altri bambini che non erano più colpevoli di me (…) Al posto dell’infanzia è rimasto un vuoto, una storia mai trattata in profondità o forse non trattabile [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]

Partenza e ritorno” di György Konrád è il romanzo che ripercorre la vita dell’autore, con particolare gli anni dal 1944 al 1950. Scritto molto bene, in prima persona, è un testo scorrevole e decisamente istruttivo. Nel romanzo si ritrova quel periodo infelice del Novecento che corrisponde all’ascesa di Hitler al potere: anche in Ungheria vengono emanate le leggi razziali e la libertà al popolo ebraico viene tolta giorno dopo giorno, fino ad arrivare alle deportazioni nei campi di lavoro e concentramento.

Leggere un libro come questo fa necessariamente riflette sul come sia facile seminare odio e far attecchire il germe della cattiveria; Konrád racconta della spietatezza che molti soldati nazisti avevano nei confronti della gente, anche dei bambini, ma non risparmia le descrizioni delle violenze che i sovietici infliggevano alla popolazione locale, soprattutto verso donne.

Attraverso gli occhi di un Konrád bambino si percepisce con più intensità il dolore che ha dovuto provare e le memorie dello scrittore unghere aiutano il lettore a districarsi in una delle più drammatiche pagine di storia del Novecento. Un libro per cercare di non dimenticare le sofferenze patite da un popolo intero, non solo ebraico ma ungherese in generale, un libro per far capire che l’odio sonnecchia sotto le ceneri che un qualsiasi personaggio può tornare ad accendere, generando un fuoco distruttore in grado di cancellare ogni singolo tentativo di rispettare il prossimo e vivere in pace.

Titolo: Partenza e ritorno
L’Autore: György Konrád
Traduzione dall’ungherese: Andrea Rényi
Editore: Keller
Perché leggerlo: per non dimenticare le sofferenze patite da un popolo intero, non solo ebraico ma ungherese in generale, un libro per far capire che l’odio sonnecchia sotto le ceneri che un qualsiasi personaggio può tornare ad accendere

Aglaja Veteranyi | Lo scaffale degli ultimi respiri

Concepita ero stata concepita a Cracovia, dice mia madre. Concepita a Cracovia e partorita a Bucarest. Sono una valacca. Cos’è una valacca? Le mani della mia levatrice venivano dalla Germania. La mia appendice rimase in Cecoslovacchia, in un ospedale militare. Si dovette tirare il freno d’emergenza del treno. All’epoca c’erano ancora mio padre e mia sorella (…) Le mie adenoidi rimasero a Madrid [Aglaja Veteranyi, Lo scaffale degli ultimi respiri, trad. A. Lorenzini]

La protagonista de “Lo scaffale degli ultimi respiri” di Aglaja Veteranyi (trad. A. Lorenzini, Keller editore, 129 pagine, 13 €), la voce narrante senza nome, è una giovane donna che ha girovagato tutta l’Europa. Dalla Romania, dove i suoi genitori e parenti hanno radici, alla Polonia, passando per la Cecoslovacchia e la Spagna, per poi giungere – finalmente – in Svizzera, l’attuale punto di arrivo di questa famiglia di circensi.

La giovane protagonista racconta la sua vita e quella della sua famiglia di girovaghi, ma si focalizza in particolare sull’amata zia, la sorella della mamma; la zia per la protagonista è una figura importante, molto più importante della stessa madre.

Il breve romanzo della Veteranyi è suddiviso in tre parti: nella prima vengono narrati con grande drammaticità la malattia della zia; nella seconda parte invece viene narrata la storia personale della protagonista; infine, nella terza, viene ripresa la vicenda della malattia della zia, l’agonia e la triste dipartita.

Quando la zia leggeva i fondi di caffè a qualcuno, si doveva infilare una moneta sotto la tazza capovolta. Propiziava la fortuna. La fortuna aveva attraversato tutte le monete sotto il letto matrimoniale della zia. La lettura dei fondi di caffè la zia l’aveva ereditata da sua nonna. La gente si faceva leggere i fondi di caffè da lei come il giornale. Portava monete e regali. I fondi di caffè raccontavano del tempo dietro al tempo. Delle buone notizie, dei lunghi viaggi, di ricchezza e fecondità, di invidia e malattia [Aglaja Veteranyi, Lo scaffale degli ultimi respiri, trad. A. Lorenzini]

Aglaja Veteranyi girovagò per tutta Europa assieme alla sua famiglia di circensi, infatti la vicenda narrata nel romanzo breve “Lo scaffale degli ultimi respiri” ha molti aspetti autobiografici. La Veteranyi rimase analfabeta sino a quattordici anni, quando finalmente iniziò ad imparare a leggere e scrivere in tedesco; è il tedesco, infatti, che usa come lingua per scrivere “Lo scaffale degli ultimi respiri“.

Le frasi sono semplici, molto brevi, quasi lapidarie e spesso c’è esclusivamente l’essenziale. Ma anche utilizzando poche parole l’autrice, di origine romena naturalizzata svizzera, riesce a rendere il dolore che la donna protagonista prova durante la malattia e l’agonia della zia. E’ un libro che tra un sorriso e l’altro, tra una ricetta tradizionale e un po’ di ironia, nasconde molto disagio.

Oltre alla malattia della zia, vi è il disagio di non appartenere a nessun popolo; di non sentirsi parte del Paese dove si vive e della scarsa conoscenza della cultura degli antenati. L’essere divisa in tanti mondi: quello dei circensi romeni, quello degli svizzeri, quello di tutti i luoghi e le persone incontrate durante i vagabondaggi.

E’ questo disagio di non appartenenza, unito certamente ad altri problemi, che porta la giovane Aglaja Veteranyi a darsi la morte in riva al Lago di Zurigo, pochi giorni prima dell’uscita del romanzo che ho appena recensito. Forse per nostra natura sentiamo di dover necessariamente appartenere a qualcosa, un luogo, una lingua, una cultura. Possiamo migrare, spostarci, viaggiare, girovagare, ma da qualche parte le radici ci devono essere, le dobbiamo sentire e anche custodire e raccontare con orgoglio, perché no. Non si devono dimenticare solo perché si vive in un Paese straniero. Perché possiamo andare dall’altra parte del mondo ed essere felici, ma credo si possa essere ancora più felice se sappiamo che da qualche parte c’è quel posto che possiamo chiamare ‘casa’.

Ogni morto porta a Dio il suo ultimo respiro, secondo Costel. Un respiro in cui Dio può leggere la vita di quell’uomo come in un libro. La biblioteca di Dio è uno scaffale pieno di ultimi respiri [Aglaja Veteranyi, Lo scaffale degli ultimi respiri, trad. A. Lorenzini]

Irena Brežná | Straniera ingrata

I libri testimonianza di esperienze reali mi interessano sempre e “Straniera ingrata” di Irena Brežná (trad. S. Forti, Keller editore 150 pagine, 14.50 €) è uno di questi. Scritto in realtà a due voci, il romanzo della Brežná invita il lettore a riflettere sui sentimenti e sulle paure di chi abbandona il proprio paese alla volta della terra straniera, che non sempre – anzi, quasi mai – è il paradiso.

Dovevo essere grata di poter vivere qui. E sempre puntuale. A chi e per che cosa dovevo essere puntualmente grata, se nel mondo migliore mi andava tutto così male? Casa propria è là dove si può stare imbronciati e io non avevo casa (…) Mi avevano offerto riparo nel migliore dei mondi possibili, ma la straniera ingrata rideva della loro concezione del mondo [Straniera ingrata, Irena Brežná, trad. S. Forti]

Il breve romanzo di Irena Brežná è raccontato attraverso due voci, che si alternano durante la narrazione. La prima voce è quella di una giovane donna straniera giunta nel paese ospite anni prima, ma che non è ancora riuscita ad integrarsi perfettamente; ci sono modi di fare degli autoctoni che lei non capisce, spesso non usano il tedesco standard bensì i loro dialetti locali, parlate che la donna straniera non comprende totalmente.

La nuova lingua era la più grande avventura dell’esilio e io non mi sottraevo al duro compito di esplorarla. La posta in gioco era più alta della sopravvivenza come essere comunicante: volevo la mia dignità linguistica. Parlando la lingua standard, affermavo ogni giorno: I dialetti appartengono a voi. Imparerò a capirli, ma non a parlarli. [Straniera ingrata, Irena Brežná, trad. S. Forti]

La seconda voce è quella di un’interprete che mette in comunicazione i medici e gli infermieri di un ospedale con gli stranieri giunti nel loro paese, ma lavora anche nelle scuole e nei tribunali, in ogni luogo dove sia necessaria la traduzione da una lingua cesellata di accenti, tettucchi e ghirigori verso il tedesco standard. E interpretare il dolore e i problemi degli stranieri può essere emotivamente molto pesante.

Il destino degli altri mi spinge in mare aperto e il vento scompiglia i miei sentimenti e i miei pensieri [Straniera ingrata, Irena Brežná, trad. S. Forti]

Bratislava, capitale della Slovacchia (fonte: bredus, Wikipedia Commons, CC BY 3.0)

Irena Brežná presenta con leggerezza e in punta di piedi le problematiche legate all’integrazione e all‘interpretazione dei bisogni degli stranieri in terra ospite; non rinuncia all’ironia, in fondo è una straniera ingrata verso il paese che l’ha accolta, con la freddezza mascherata abilmente di sorrisi e cortesie.

La scrittrice non menziona mai né il paese di origine della straniera ingrata protagonista né il paese ospite, ma si intente piuttosto semplicemente che sono la Slovacchia – al tempo della Brežná era ancora Cecosclovacchia – mentre il paese ospite è la Svizzera. “Straniera ingrata” pur non essendo una vera e propria autobiografia è un testo liberamente ispirato alla vita di Irena Brežná stessa, che fuggì dalla Cecoslovacchia comunista nel 1968 verso la Svizzera più liberale.

Per l’osservatore superficiale, ogni straniero che giunge nella nuova terra dovrebbe essere solo grato di essere lì e dovrebbe integrarsi in fretta, scordare le proprie origini, imparare la nuova lingua e memorizzare immediatamente le nuove regole: cambiare, quindi, nazionalità a tutti gli effetti. In realtà, integrarsi non è per niente semplice e le piccole sconfitte quotidiane possono diventare davvero molto pesanti da sopportare; la pazienza e la comprensione verso queste persone più che un fatto politically correct dovrebbe essere quasi un automatico gesto di gentilezza umana: chissà se domani saremo noi “stranieri ingrati” in una terra che non ci appartiene.

Titolo: Straniera ingrata
L’Autrice: Irena Brežná
Traduzione dal tedesco: Scilla Forti
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: per arrivare a comprendere che non sempre la terra straniera dove si approda è il paradiso

Arno Camenisch | Ultima sera

Una delle cose che amo di più del Salone del Libro di Torino è la possibilità di chiacchierare con gli editori, loro impegni permettendo; qualche anno fa, girovagando tra gli stand, ho incontrato Keller editore e un po’ travolta dal loro entusiasmo, un po’ dai titoli brillanti, ricordo che una di loro mi aveva parlato molto bene dell’autore svizzero Arno Camenisch. Seguendo il suo consiglio, ho da poco letto “Ultima sera” (trad. Roberta Gado, Keller editore, 120 pagine, 12 €) e appena finito sono corsa in libreria a comprarne un altro.

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Come acqua, chiede la zia al tavolo fisso dell’Helvezia guardando l’Alexi, ti è andato di volta il cervello. Scuote la testa e si infila una Mary Long tra le labbra, l’acqua non te la porto, se proprio la vuoi arrangiati, dove sono i bicchieri lo sai. Prende un fiammifero dalla scatola del tavolo e si accende la Mary Long. L’Alexi fa per alzarsi, il Luis gli stringe l’avanbraccio, tu resti seduto, gli dice, qui nessuno beve acqua, non siamo ancora caduti così in basso, un paio di botte in testa, quelle sì che posso dartele se le vuoi, e poi magari ti rimetti a ragionare (…) La zia lascia la Mary Long sul posacenere (…) si alza e va dietro il bancone. Serve una birra alla spina all’Alexi, viva, dice (…) è tutta la vita che bevi soltanto birra e adesso mi chiedi l’acqua, vorrai mica ammazzarti [Ultima sera, Arno Camenisch, trad. R. Gado]

L’ultima sera di apertura dell’Helvezia, una locanda sperduta sulle montagne dei Grigioni in Svizzera, è una notte piovosa, fredda e buia di gennaio; anziché nevicare, piove, tutta quell’acqua alla fine provocherà un’alluvione.

La zia, che ha gestito l’Helvezia per moltissimi anni – e facendo solo un’unica vacanza di due settimane a Gran Canaria – chiuderà la mattina dopo, così quella a tutti gli effetti è l’ultima sera per andare a bere qualcosa nel suo locale. Ci sono avventori che hanno trascorso più tempo all’Helvezia che a casa propria; clienti affezionati che hanno tracannato birre chiare e scure, liquori alpini, caffé e vini; c’è la nonna sonnambula, ci sono l’Alexi, l’Otto, il Luis, la Silvia, il Gion Barretta. C’è un’umanità variegata, l’ultima sera nell’Helvezia, unita dalla passione per le bevute, per lo stare assieme, per l’affetto verso il proprio paese e le sue montagne. Ci si raccontano pettegolezzi, storie, aneddoti, si litiga, si discute, si viene quasi alle mani.

La scrittura di Arno Camenisch mi ha sorpresa: non utilizza mai i segni di punteggiatura per introdurre un discorso, le parole di un personaggio fluiscono in modo naturale e spontaneo sovrapposte a quello di un altro; il risultato è affascinante perché in questo modo, leggendo, si ha la sensazione di essere davvero in un bar dove tutti hanno qualcosa da dire e spesso si sovrappongono le voci.

I personaggi sono descritti in modo particolare nei loro difetti più che nei pregi, apparendo a tutti gli effetti come persone reali e vive. La Svizzera che Camenisch è molto lontana da quella ordinata e precisa delle grandi città: questa storia è ambientata in un piccolissimo paese di montangna speduto nei Grigioni, un luogo dal quale difficilmente gli abitanti si sono allontanati, se non per brevi periodi magari solo fino a Coira (ad eccezione della vacanza alle Canarie della zia, un colpo di testa, senza dubbio).

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L’abitato di Sedrun nei Grigioni, Svizzera (fonte: Wikipedia Commons CC BY-SA 3.0)

In “Ultima sera” si percepisce quella sensazione della gente di montagna di fare comunità, di essere un gruppo e di farne parte; di essere orgogliosi delle proprie tradizioni e delle proprie origini. Sono valori forti che vengono fuori dal cuore di persone molto, molto semplici. E infine, in “Ultima sera” si legge tra le righe quella vena di nostalgia per un luogo che non sarà più il punto di ritrovo del paese, perché quella è l’ultima sera di apertura dell’Helvezia, anche se la vita continuerà, come ha sempre fatto, dopo un giro di birra o di caffè.

Titolo: Ultima sera
L’Autore: Arno Camenisch
Traduzione dal tedesco: Roberta Gado
Editore: Keller
Perché leggerlo: perché è un libro dolce e amaro, pieno di nostalgia e allegria, un breve romanzo fatto di genti di montagna, bevute e di contrasti.