Tasneem Jamal | Dove l’aria è più dolce

Lui le parla di velocità dell’otturatore, apertura, profondità di campo. La mente di lei improvvisamente si svuota, non riesce a riconoscere la cadenza, la melodia dei termini tecnici inglesi che Jaafar sta usando. Osserva la Minolta che ha in mano e immagina che il cuore le diventi pesante (…) “Attraverso la fotografia sei tu che crei la realtà, Mumtaz. Gli oggetti non sono che un insieme di cose senza senso, separate le une dalle altre, finché non li inserisci in una storia. La tua storia. La storia di Mumtaz” [Dove l’aria è più dolce, Tasneem Jamal, trad. F. Cosi e A. Repossi]

È il 1921 quando Raju abbandona Malia, in India, e si imbarca a Bombay su una nave diretta in Africa. La giovanissima moglie di Raju, Rehmat, ha appena partorito un bambino nato morto e, febbricitante, vede il marito andare via in cerca di fortuna in un altro continente. Raju raggiunge l’Uganda dopo un lungo viaggio in mare; è un giovane ragazzo con un’incredibile voglia di lavorare, costruire, realizzare un sogno. Inizia a lavorare in un chioschetto di alimentari e ferramenta, ma pian piano si fa strada e avvia un’attività tutta sua.

Rehmat lo raggiunge in Uganda e, l’uno dopo l’altro, in questa terra nascono i loro figli. Gli indiani in Uganda se la passano bene: lavorano tutti e molto duramente, guadagnano parecchio, molto più degli stessi ugandesi; alcune famiglie, come quella di Raju, hanno domestici africani in casa, dando loro stessi lavoro ai nativi.

Raju e tutti gli indiani in Uganda non abbandonano le loro tradizioni: continuano a cucinare i loro piatti tipici, a professare la loro fede religiosa, a organizzare matrimoni e svolgere cerimonie proprio come se fossero in India. Ma il sogno è destinto a spezzarsi quando il presidente Obote viene destituito a seguito di un colpo di stato e si insedia Idi Amin, nel 1972.

La famiglia di Raju è ora molto numerosa: i figli si sono sposati quasi tutti, hanno generato nipoti, portato nuore in casa per dare una mano a Rehmat, ma il diktat di Idi Amin è tassativo: tutti gli asiatici devono andarsene dall’Uganda; il dittatore adduce al fatto che gli indiani rubano lavoro agli africani, sfruttano le risorse, mandano in India o in altre parti del mondo i soldi che guadagnano in Uganda. L’Africa è degli africani.

“Quant’è che una terra diventa nostra? La gente non spunta come i fiori dal terreno: ci spostiamo per trovare la nostra casa. Se onori la terra in cui vivi, se onori la gente che vive accanto a te, diventa casa tua. Beta, non c’è niente da temere.” [Dove l’aria è più dolce, Tasneem Jamal, trad. F. Cosi e A. Repossi]

Se la Gran Bretagna non vuole ospitare gli asiatici con la  cittadinanza inglese, il Canada si propone di accoglierli volentieri. Non resta altro, per la famiglia di Raju, che prendere una decisione, quella senza dubbio più difficile. Restare in Uganda oltre il termine della scadenza del diktat di Idi Amin significa essere imprigionati e torturati a morte; scappare dall’Uganda significa lasciare la generosa terra che anni prima li aveva accolti.

“Il Canada è come l’America, solo che fa più freddo ed è più tranquillo,” continua lui.
“Ma che cosa sappiamo dell’America?”
“Gli hippy, i Kennedy, Rita Hayworth.” Jaafar sorride. La sta prendendo in giro.
“Lascia perdere,” dice lei. “Il Canada è pronto ad accoglierci. Ci offrono un rifugio. Anche se non ci devono nulla, anche se per loro non siamo niente.” [Dove l’aria è più dolce, Tasneem Jamal, trad. F. Cosi e A. Repossi]

Dove l’aria è più dolce” di Tasneem Jamal (tradotto da Francesca Cosi e Alessandra Repossi, Nuova Berti Editrice, 348 pagine, 18 €) è il romanzo d’esordio della scrittrice di origini indiano-ugandesi, che oggi vive in Canada, e prende spunto dalla reale storia della sua famiglia. Scritto in modo scorrevole, semplice ma preciso, il romanzo abbraccia un periodo di tempo che va dal 1921 al 1975.

I protagonisti sono i figli e i nipoti di Raju, il capo famiglia. Ogni personaggio della famiglia è delineato con tatto e precisione; possono sembrare vivi e reali, perché i loro sentimenti, le loro idee e la loro passione sono descritti con grande cura e maestria. Jaafar, figlio di Raju, e Mumtaz, sua moglie, sono la coppia sulla quale la Jamal spende più parole; Jaafar è attratto soprattutto dai soldi facili, ma non per questo disdegna il lavoro. Se ne inventa uno, molto pesante e pericoloso, non del tutto legale.

Mumtaz è una donna di origini indiane ma nata in Kenya quando era sotto il dominio inglese, per cui ha la cittadinanza inglese. Mumtaz, uno dei miei personaggi preferiti, è una donna forte, che si mette costantemente in gioco anche a costo di spezzare le tradizioni che vogliono che la donna resti in casa a badare alla prole.

È interessante quanto i fratelli possano essere diversi tra loro, non solo fisicamente ma soprattutto come idee; la diversità tra le due nuore, Mumtaz e Khatoun, la prima di ampie vedute mentre la seconda molto tradizionalista. Si legge come, in pochi anni, si possa passare da una moglie  come Rehmat, piegata al volere del marito, ad una come Mumtaz, che addirittura propone di mantenersi da sola.

La storia della famiglia di Raju è bella, coinvolgente e interessante. Ma “Dove l’aria è più dolce” non è solo il romanzo di questa famiglia. È molto di più: è un romanzo che porta alla riflessione per il contesto storico e politico nella quale è inserita.

Le vicende legate alla cacciata degli asiatici dall’Uganda è uno dei tanti aspetti della storia del Novecento che non conoscevo. Leggere le frasi “l’Africa agli africani, l’India agli indiani” e sapere che un dittatore fantoccio abbia obbligato gli asiatici da anni insediati in Uganda per lavorare, produrre e vivere in pace, è qualcosa di drammaticamente attuale. Basta sostituire il nome degli Stati e delle nazionalità ed ecco che la storia si ripete allo stesso modo.

“La follia, il male, sono ovunque, qui,” dice Mumtaz a Jaafar quando torna in camera da letto. “Sono ovunque, dentro a ogni cosa, intorno a ogni cosa.” Inizia a colpire le pareti, muri, le ante dell’armadio, la cassettiera. “Dappertutto, dappertutto. Credi che riusciremo a tenerli a distanza? Fuori da casa nostra? Lontano dai nostri figli? Dalle nostre menti?” [Dove l’aria è più dolce, Tasneem Jamal, trad. F. Cosi e A. Repossi]

Ci sono sempre capi di stato potenti che cercano di schiacciare i più deboli, che con il populismo e i discorsi pubblici contro questa o quell’altra etnia seminano il germe dell’odio: è per questo che gli africani esultavano quando gli asiatici venivano messi sugli aerei dell’aviazione ugandese per essere portati via. È facile instillare l’odio nel cuore delle persone, perché è facile scegliere un’etnia o una popolazione e puntarci il dito contro. Purtroppo, questo è un copione ben noto che funziona molto bene, tanto che viene usato ancora oggi.

Romanzi colmi di speranza, come “Dove l’aria è più dolce” di Tasneem Jamal, dovrebbero aiutarci a vedere oltre, a capire che non esiste una popolazione che vale più delle altre; e come dice Raju, il capofamiglia, “ci spostiamo per trovare la nostra casa”, magari uno spostamento piccolo, oppure uno molto grande. In ogni caso, la Terra è di tutti noi e dovremmo avere la possibilità di viaggiare, vivere, realizzare i nostri sogni in un luogo speciale, in un luogo dove l’aria è più dolce.

Titolo: Dove l’aria è più dolce
L’Autrice: Tasneem Jamal
Traduzione dall’inglese: Francesca Cosi e Alessandra Repossi
Editore: Nuova Editrice Berti
Perché leggerlo: perché “Dove l’aria è più dolce” è un romanzo pieno di speranza, di voglia di vivere, di passioni. Non è solo la storia di una numerosa famiglia asiatica ma è un messaggio, un inno alla libertà e alla possibilità di vivere le proprie esistenze in luoghi sicuri e senza barriere razziali

(© Riproduzione riservata)

 

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Katherine Boo | Belle per sempre

Il mio interesse per i reportage mi ha portata alla lettura del romanzo di Katherine Boo, giornalista americana e autrice di “Belle per sempre”. Per scrivere questo libro la donna ha compiuto molti viaggi in India, nello slum di Annawadi, alle porte di Mumbai e ha lavorato con la gente dello slum dal 2007 al 2011.

Il lavoro le è valso il prestigioso National Book Award nel 2012.

Titolo: Belle per sempre

L’autrice: Katherine Boo è una giornalista e scrittrice statunitense

Editore: Piemme

Il mio consiglio: per chi vuole comprendere la dinamica dell’India oggi e per chi vuole conoscere le effettive condizioni di vita presso una baraccopoli

Tutto in televisione annunciava un’India nuova e migliore per le donne. […] Questa nuova India di donne allegre che sfidavano le convenzioni era un luogo che Meena non sapeva come ragggiungere. Forse Manju con il suo diploma ce l’avrebbe fatta, ma non poteva dirlo con certezza, dato che non conosceva nessuna che si fosse laureata. […] Lei subiva sempre le stesse cose: le botte regolari, il nuovo fidanzamento imposto e il futuro matrimonio. E del resto, cosa aveva mai potuto decidere?

In India si chiamano slum, in Brasile favelas e in Italia campi nomadi; nomi diversi per parlare della stessa cosa: zone prive di acqua potabile corrente, di elettricità o di servizi fondamentali quali luce, gas o linea telefonica. Ad abitarli sono persone povere, che non conoscono altro se non una miseria dura e tirare avanti ogni giorno è una sfida che si gioca tra la vita e la morte.

La giornalista americana Katherine Boo ha documentato accuratamente la vita di alcune persone nello slum di Annawadi a Mumbai (nel romanzo i nomi e i fatti narrati sono veri). Ci parla così di ragazzi volenterosi e gran lavoratori, che però si vedono negato ogni sorta di diritto. Racconta di donne tanto disperate da darsi fuoco; di come l’istruzione – se venisse garantita per tutti – potrebbe costituire una via di fuga da un mondo sporco e malfamato come la baraccopoli; e di quali lavori precari e pericolosi svolgono queste genti, anche i bambini: la raccolta della spazzatura. Conosciamo così Sunil e Abdul, due giovani che gestiscono il commercio della spazzatura: ogni giorno si lanciano verso i rifiuti accanto all’aeroporto, prima che i camion della nettezza urbana portino via i loro tesori. La Boo non si risparmia i dettagli quando racconta al lettore a quali pericoli i bambini vanno incontro, malattie, ferite che si infettano, topi che trasmettono le più strane patologia e la TBC che colpisce chiunque.

L’autrice si sofferma in particolare su come i protagonisti della sua storia si interfacciano con le autorità, i poliziotti in particolare sono tutti corrotti. Quando una donna che si è data fuoco viene portata in ospedale, sono i suoi parenti che devono procurare le medicine – a prezzi esagerati – e portarle ai medici, che non dispongono di strumenti per curare gratis i pazienti. Vengono messe in luce le grandi contraddizioni di un’India che sta cercando di emergere nei mercati mondiali, un’India dove i poveri vengono lasciati indietro e i ricchi diventano sempre più ricchi alle loro spalle.

Kathrine Boo si chiede quali possano essere oggi le reali opportunità di scampo per un ragazzo o una ragazza che nasce ad Annawadi, ma anche in un altro slum qualunque dell’India. Con un governo che non combatte la corruzione e in un mondo dove le leggi del mercato creano un mondo assurido, si assiste alla scena di poveri che accusano altri poveri per le scelte di governo. I ritratti degli abitanti dello slum sono tracciati con precisione, dovizia di particolari e senza pietismi, perchè nessun povero vuole la pietà o il buonismo, vorrebbe semplicemente essere aiutato a costruirsi un futuro.

Come dice Abdul, uno dei ragazzi protagonisti: “se la casa è storta e cadente, e il terreno su cui è costruita è irregolare, com’è possibile fare una cosa dritta?”