Grigorij Šur | Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944

Il 23 settembre 1943 iniziò l’ultimo atto del terribile dramma. Alle undici e trenta di mattina il ghetto venne strettamente accerchiato da soldati tedeschi armati fino ai denti, muniti di elmetti, di bombe a mano e fucili, proprio in assetto di battaglia. Questa volta i soldati non si limitarono a circondare il ghetto: in ranghi serrati si disposero, a partire dall’ingresso del ghetto, lungo le vie Getmanskaja e Sirotskaja, fino alla diramazione ferroviaria della via Rossa, dove precedentemente venivano caricati sui convogli gli ebrei deportati in Estonia (…) A tutti fu chiaro che era arrivato il loro ultimo giorno [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944” di Grigorij Šur, tradotto da Paola Buscaglione Candela per Giuntina, è una di quelle testimonianze che avrebbero potuto perdersi tra pieghe della Storia, se non fosse stato per Anna Šimajte, una donna conosciuta quasi per caso da Šur, come spesso accade.

Grigorij Šur nasce a Vilna, in Lituania, in una famiglia ebrea nel 1888. Sin da giovane si interessa di politica e giornalismo e capisce subito che non sempre si può manifestare la propria idea; dopo essere stato confinato nella steppa precaspica, nel governatorato di Astrakan, Šur riesce a ritornare a Vilna e a proseguire la carriera giornalistica.

Di nuovo arrestato come dissidente, per un po’ si tiene lontano dalla politica, ma nel 1940 mentre la Lituania è sotto il controllo sovietico, Grigorij Šur dirige un giornale dell’amministrazione ferroviaria. Quando è convinto di poter stare tutto sommato in pace, il vento della Storia prende a soffiargli di nuovo contro.

Nella notte tra il 21 e il 22 giugno 1944 la Germania nazista infrange il patto Molotov-Ribbentrop e invade i Paesi Baltici. Le truppe sovietiche si ritirano e i nazisti prendono il controllo di Estonia, Lettonia e Lituania.

Gli ebrei erano consapevoli che dopo l’occupazione da parte dell’esercito tedesco la loro situazione in quella zona sarebbe stata difficile, ma nessuno avrebbe mai pensato che alla maggior parte di loro non sarebbe stato consentito di rimanere in vita. Sembrava probabile che dopo il primo, turbolento periodo di transizione, tutto sarebbe rientrato nei binari consueti, i pacifici cittadini avrebbero continuato la solita vita, misera forse, difficile, ma comunque sarebbero vissuti [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Gli ebrei di Vilna sanno che sarebbe iniziato un periodo difficile. I nazisti incominciano emanando leggi antisemite, istituendo coprifuoco e regole assurde, infine creano prima un ghetto, il principale, e poi un secondo. Nel secondo ghetto, liquidato prima del principale, le persone vengono messe in attesa di essere trasferite a Ponary: a piedi o sui treni, quasi sempre con un inganno sottile, gli ebrei vengono portati in questa località a pochi chilometri da Vilna, e qui brutalmente massacrati.

Il 15 settembre [1941], dal ghetto 1 furono condotte via 1200 persone e l’1 ottobre, nella sera del Yom Kippur, altre 2300. Nella notte tra il 3 e il 4 ottobre portarono via dal ghetto 2 2000 persone, il 16 altre 3000 e cinque giorni dopo 13000 (fra cui 60 paralizzati e malati di mente). Così il ghetto 2 cessò di esistere, e a Vilna rimase un solo ghetto. [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

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Targa che ricorda la conformazione dei due ghetti di Vilnius (fonte: Wikipedia)

La famiglia di Šur viene trasferita nel ghetto, mentre Grigorij viene rinchiuso nella fabbrica di pellicce “Kailis”, dove è costretto a lavorare. Ma Grigorij Šur, appena può, scrive.

Scrive tutto ciò che accade agli ebrei, senza edulcorare la realtà, raccontando minuziosamente le crudeltà naziste; confessa la cattiveria dei poliziotti ebrei che vogliono ingraziarsi i tedeschi e non si risparmia nel parlare di cosa succede a Ponary. Scrive appena ha un attimo di tregua, su fogli di recupero, frasi disconnesse, in disordine, casuali. E poi nasconde tutto perché se questi appunti dovessero essere scoperti, per lui e la sua famiglia sarebbe senz’altro la fine.

E la fine arriva. La Germania sta perdendo la guerra, gli Alleati e i sovietici avanzano, così viene autorizzata la liquidazione del ghetto di Vilna: è il 23 settembre 1943.

E così, dopo la liquidazione del ghetto di Vilna, in vita erano rimasti in tutto circa tremila ebrei; nei blocchi della fabbrica di pellicce “Kailis”, nelle officine automobilistiche e in qualche altra impresa. Insomma, la città era “libera da ebrei” (Judenfrei), come “liberi” erano anche i villaggi e molte città di Polonia, Estonia, Lituania, Bielorussia, Ucraina. Nei blocchi e nelle officine automobilistiche si viveva in costante attesa della liquidazione e dell’invio a Ponary (…) oppure nel trasferimento in qualche altra località in Estonia, per esempio, dove si sarebbe stati uccisi più lentamente da lavori sfibranti (se non forse all’improvviso durante il tragitto, in qualche bosco) [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Grigorij Šur perde la moglie e il figlio Aaron, mentre la figlia Miriam riesce a fuggire in modo alquanto rocambolesco grazie all’amica Anna Šimajte, una donna che Grigorij Šur aveva conosciuto anni prima. Dopo un anno circa dalla liquidazione del ghetto di Vilna, i nazisti spostano gli uomini dalla fabbrica di pellicce al lager di Stutthof. Nei concitati momenti che precludono la fine della Germania nazista, i soldati tedeschi caricano i prigionieri di Stutthof su una chiatta e, portata al largo, la affondano nel Mar Baltico.

Ma forse hanno ragione quanti vivono come se intorno non ci fosse quella situazione da incubo, quanti non vogliono vedere le mura che ci rinchiudono, quasi dimenticando che ci troviamo sul palmo di una mano di acciaio che a ogni momento può chiudersi, schiacciandoci tutti come moscerini [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

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Ragazze nel ghetto di Vilna (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0 de)

La testimonianza di Grigorij Šur è preziosa perché è scritta da colui che assiste e osserva il crescendo della follia nazista nei confronti della comunità ebraica di Vilna, e viene raccontata con uno sguardo lucido e oggettivo; ed è fondamentale perché descrive la vita e la morte degli ebrei di Vilna mentre il dramma si compie.

Grigorij Šur non vivrà abbastanza per vedere i suoi preziosi appunti pubblicati; essi vengono salvati da Anna Šimajte, quindi curati dai responsabili del neonato Museo Ebraico di Vilna e stampati sotto forma di libro testimonianza. Il risultato è un libro emotivamente coinvolgente, molto scorrevole e tradotto usando parole semplici ma efficaci, capaci di arrivare a tutti. Perché questa tipologia di libri deve arrivare a tutti, senza lasciare indifferente nessuno.

Oggi, a oltre settant’anni dai fatti narrati, abbiamo ancora bisogno di libri come questo, perché come sottolinea Vladimir Porudominskij nella prefazione al testo, da sempre una comunità ha cercato il nemico all’esterno, mai tra i membri della comunità stessa. 

Avremo sempre bisogno di documenti storici come questo, e non solo per onorare la memoria degli oltre 65.000 ebrei lituani morti nei tre anni di occupazione nazista, ma per mandare a memoria ciò che è stato e cercare, ognuno nel nostro piccolo, di evitare che succeda di nuovo.

Chi avrebbe potuto credere che nel XX secolo, nel cuore dell’Europa, in un paese dai livelli altissimi di civiltà, sarebbe sorta una dottrina della razza e che si sarebbero trovati uomini capaci di mettere in atto tale dottrina compiendo azioni impensabili persino in epoche barbariche? Menzogne, demagogia, violenza brutale, repressione del diverso, crudele eliminazione dei non allineati, una fitta rete di delatori e di agenti segreti, un onnipresente, sanguinario terrore: ecco i fondamenti che hanno permesso al nazismo di corrompere il proprio popolo e i popoli sottomessi e di spingere migliaia di uomini ad eliminare altri uomini, in primo luogo gli ebrei [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Titolo: Gli ebrei di Vilna. Cronaca dal ghetto 1941-1944
L’Autore: Grigorij Šur
Traduzione dal russo: Paola Buscaglione Candela
Con una nota di: Vladimir Porudominskij
Editore: Giuntina
Perché leggerlo: perché si tratta di una testimonianza preziosa e unica dell’occupazione nazista in Lituania, perché racconta dove può spingersi la follia degli uomini, una follia che non dovrebbe ripetersi mai più

(© Riproduzione riservata)

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AA. VV. | Pro Armenia Voci ebraiche sul genocidio armeno

Deve essere noioso leggere di questa crudeltà, ma sono state riportate così tante, centinaia, forse migliaia, di storie simili, che è impossibile mantenersi nei giusti limiti quando si chiede a qualcuno che ne è al corrente. Si prova una sorta di esplosione, e di bisogno fisico di raccontare alcune delle cose che si sono viste o di cui si è udito parlare. E, per concludere, chi scrive chiede che gli sia consentito di dire alcune parole su come questi maccacri hanno influito sugli armeni, su come essi hanno inciso sull’intero impero turco e su chi sono i veri responsabili di questo bagno di sangue senza pari. [Aaron Aaronsohn “Pro Armenia”, memorandum presentato al ministero della guerra a Londra, il 16 novembre 1916]

1915

Titolo: Pro Armenia Voci ebraiche sul genocidio armeno

Gli autori: Antonia Arslan (Prefazione), Lewis Einstein (I massacri armeni), André Mandelstam (La Turchia), Aaron Aaronsohn (Pro Armenia), Raphael Lemkin (Dossier sul genocidio armeno), Francesco Berti e Fulvio Cortese (Postfazione)

Traduzioni: Rossanella Volponi

Editore: Giuntina Casa Editrice

Il mio voto: 5/5

Metz Yeghérn. Ho appena scritto due parole che forse non vi dicono nulla. Grande Male. Forse a qualcuno può venire in mente qualcosa, ma ad altri ancora nulla. Genocidio armeno. Adesso ci siamo, molti avranno sentito parlare del grande Genocidio armeno, Metz Yeghérn, come lo definiscono ancora oggi i pronipoti degli armeni scampati al massacro perpetrato nel 1915 per mano dei Giovani Turchi.

Il Novecento è stato il secolo dei genocidi e quello armeno è stato il primo di tutti in ordine temporale. Perpetrato a cavallo della Prima Guerra Mondiale, il genocidio armeno fu un vero e proprio massacro che ancora oggi le autorità dello Stato turco nega con presunzione. Per i turchi queste persone non sono mai state allontanate dalla Turchia, non sono mai state obbligate alle marce della morte nel deserto, queste persone per lo Stato turco non sono mai esistite, semplicemente: questi armeni non ci sono mai stati.

A cento anni esatti dall’inizio del genocidio armeno, escono per la prima volta tradotti in italiano quattro saggi che sono stati raccolti nel volume “Pro Armenia Voci ebraiche sul genocidio armeno” e sono stati scritti da autori di origini ebraiche ma di nazionalità differente: Lewis Einstein, americano (1877 – 1967) ha contribuito con I massacri armeni, scritto nel 1917; André Mandelstam, russo (1869 – 1948) autore del saggio La Turchia scritto nel 1918; Aaron Aaronsohn, romeno (1876 – 1919) ha scritto Pro Armenia nel 1916; infine, Raphael Lemkin, polacco, (1900 – 1959) scrive Dossier sul genocidio armeno.

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Le marce della morte

Attraverso i lucidi saggi dei quattro autori, si ripercorrono le cause predisponenti quello che passò alla storia come il Metz Yeghérn, il genocidio vero e proprio. Se un primo blando tentativo di eliminare gli armeni iniziò già tra il 1894 e il 1896 ad opera del sultano ottomano Abdul Hamid, è con l’avvento dei fanatici Giovani Turchi che il massacro diventa una vera e propria opera di sterminio pianificata nei minimi dettagli. Grazie al silenzio della Germania e ai disordini scatenati dalla Prima Guerra Mondiale, i Giovani Turchi puntano il dito contro gli armeni e li accusano di colpe che non hanno.

Gli armeni erano un pericolo per i Giovani Turchi che volevano creare uno Stato completamente omogeneo, sia dal punto di vista religioso che etnico. Gli armeni erano cristiani e avevano dei valori culturali differenti e richieste di autonomia, tutto ciò agli occhi dei Giovani Turchi era inaccettabile. I turchi non volevano solo cancellare il popolo armeno, con la sua religione e la sua cultura, ma avevano anche intenzione di rubar loro le terre e gli averi.

I Giovani Turchi allontanano gli armeni dalla penisola anatolica; promettono loro terre nuove e fertili da coltivare lungo il corso del Fiume Eufrate. Iniziano le “marce della morte“, perché durante il cammino per arrivare a quella sorta di terra promessa, i curdi assoldati dai turchi, attaccano e uccidono gli armeni. Gli armeni vengono spinti nei deserti e nei sentieri di montagna. Attendono estenuati i treni che portano l’acqua, ma quando questi convogli arrivano, i turchi li tengono indietro con le fruste e i macchinisti aprono i rubinetti  e la preziosa acqua viene gettata via, assorbita dal terreno, mentre gli armeni continuano a morire di sete.

Armeni crocifissi lungo le strade. Donne e ragazze violentate o comprate come schiave dai turchi e dai curdi. Bambini nati morti lungo il percorso. Cadaveri e cadaveri ammucchiati lungo i sentieri, mangiati dai cani randagi e dagli avvoltoi. Agguati all’improvviso e crudeli uccisioni di fronte agli occhi innocenti dei bambini superstiti.

croce

Donne armene crocifisse lungo le strade ad opera dei Giovani Turchi

E infine, l’arrivo alle paludi nei pressi dell’Eufrate per i pochi sopravvissuti. In questi spazi non vi sono terre fertili, il deserto è di giorno rovente, di notte gelido, non vi è riparo ma vi sono solo acquitrini che pullulano di zanzare portatrici di malaria.

Gli autori dei saggi scrivono con parole affilate come lame di bisturi una storia che a noi occidentali non può che colpire e inorridire, ma che deve penetrare nella nostra memoria e deve farci riflettere. Senza risparmiarsi i dettagli più dolorosi, questi lavori ci spiegano le origini e le cause di quello che passò alla storia come Metz Yeghérn, o il Grande Male. Spaventati, disgustati, attoniti, increduli, gli autori scrivono dei tormenti degli armeni senza sospettare minimamente che anche il loro popolo da sempre tormentato e umiliato – il popolo ebraico – sarà vittima poche decine di anni dopo, quando il popolo tedesco approfitterà della confusione della Seconda Guerra Mondiale per dare origine ad un nuovo atto di sterminio, un nuovo genocidio del Novecento: la Shoah, o l’Olocausto.

Margarita Khemlin | La terza guerra mondiale e altri racconti

Nel 1969 tutta la nazione si preparava a festeggiare il centenario della nascita di Vladimir Il’ic Lenin. In realtà, alla data mancava ancora un anno, ma per arrivare in tempo restava ancora molto da fare. Basja Solomonovna Meerevskoja aveva delle idee tutte sue riguardo all’imminente celebrazione. Era fermamente persuasa che nel 1970, precisamente la mattina del 22 aprile, sarebbe iniziata la terza guerra mondiale.

Nei brevi ma incisivi racconti di Margarita Khemlin emerge un mondo poco conosciuto agli occhi degli occidentali: la situazione degli ebrei in Ucraina. Dagli anni difficili sotto la dominazione sovietica sino ai giorni nostri, gli ebrei ucraini sono sempre stati oppressi e bistrattati dai vari governi. Nonostante il tono spesso ironico della Khemlin, la situazione che viene presentata non è delle migliori; dai soprusi alle deportazioni, fino ad arrivare alla concessione dei visti per espatriare in Israele, purché gli ebrei lasciassero quel piccolo lembo di Unione Sovietica.

I personaggi dei racconti cercano di affrontare le insidie della vita con uno sguardo scanzonato e ironico, ma in cuor loro hanno una nostalgia che può avere solo chi rimpiange la libertà o invidia un poco chi può fare ciò che vuole.

Secondo il censimento ucraino del 2001, gli ebrei rappresentano circa l’1,2% della popolazione; si consideri che prima della Seconda Guerra Mondiale, la popolazione ebraica nella sola città di Odessa era del 40%. I rapporti molto tesi tra la Russia e l’Ucraina, certamente non fanno bene alle comunità ebraiche, da sempre sottomesse ai voleri dei potenti; i rischi per loro sono certamente rappresentati dai nazionalisti e dai filorussi.

L’utilità di leggere, documentarsi e cercare di comprendere le culture diverse dalle nostre è il passo fondamentale per vicoververe in armonia. Normalmente, l’uomo ha paura dell’ignoto: ci spaventa ciò che non conosciamo. Solo con la conoscenza e il dialogo tra le popolazioni, anche molto diverse tra di loro, si potrà arrivare ad un mondo in cui nessun essere umano è sottomesso da un altro.

Titolo: La terza guerra mondiale e altri racconti

L’autrice: Margarita Khemlin, nata nel 1960 a Cernigov, Ucraina, ha studiato letteratura a Mosca. Ha scritto di teatro e politca in giornali e riviste. E’ autrice di due romanzi e numerosi racconti

Editore: Casa Editrice Giuntina

Il mio consiglio: una buona lettura per iniziare la conoscenza della situazione delle minoranze in Ucraina

Miki Bencnaan | Il grande circo delle idee

Lo spettacolo del grande circo delle idee sta per iniziare… forza, forza signore e signori, i posti in prima e in seconda fila sono già occupati, ma se v’affrettate potrete trovare ancora qualche posticino al fondo. Gli elefanti sono pronti, arrivano dal Circo Dolcezza, ad aprire la parata ci sono Lili e Robert, i pachidermi scelti da Futerko. I corvi bianchi volteggiano in cielo e sentite l’aria che profuma di mela?, è un’idea di Emanuel. Gli aquiloni di Pesca vorrebbero librarsi in volo, vedete le scritte?, “Venite a contemplare il Paradiso in terra“. Strano, vero? Ma a tutto c’è una spiegazione, basta aprire la vostra mente e il romanzo di Miki Bencnaan.

Titolo: Il grande circo delle idee

L’autrice: Miki Bencnaan è nata a Tel Aviv, oltre che scrittrice è scenografa e costumista per il National Habima Theater; insegna presso la Bezalel Academy of Art and Design di Gerusalemme. Il grande circo delle idee è il suo secondo romanzo, ma il primo pubblicato in Italia.

Traduzione: Anna Linda Callow

Editore: Casa Editrice Giuntina

Il mio consiglio: aprite la vostra mente e il vostro cuore, accogliete Il grande circo delle idee dentro di voi; smettete di vedere la realtà con i soliti colori, sono le idee che creano la realtà

“Be’, se sei d’accordo con me nel dire che le idee creano la realtà, allora capisci che bisogna impiantare visioni di un’era in cui le guerre avranno fine già nella prima infanzia. Secondo me bisogna seminare immagini di pace a Gerusalemme nella testa di milioni di bambini, così ci sarà una possibilità che essi le realizzino una volta diventati adulti”. Ora le sembrava di aver capito. “Ed è per questo che diffondi il Paradiso in miniatura con gli aquiloni?” “Esattamente” disse Pesca sentendosi allargare il cuore.

Quando Binyamin e Pinki Hopsa ricevono una telefonata dalla polizia di Gerusalemme, capiscono che è successo qualcosa di grave. Infatti, Futerko Hopsa è stata trovata morta nell’appartamento della casa di risposo dove viveva. Futerko però non era sola in casa: con lei è morta anche una donna che Binyamin e Pinki non conoscono. La causa della morte è chiara: la stufetta a gas durante la notte ha rilasciato i fumi tossici, asfissiando le due donne. A non essere chiaro, è il motivo per cui Futerko indossi un costume da elefante mentre l’altra donna sembri vestita da bambola.

La morte di Futerko diventa per Pinki e la sua famiglia l’occasione per conoscere alcune stranezze dei comportamenti della nonna. Per esempio, perché ogni tanto si vestiva con un logoro costume da elefante e perché avesse fondato il coro della casa di riposo con Leon, Pesca ed Emanuel.

Binyamin Hopsa è un avvocato che adora mettere in ordine documenti disordinati e quando trova una scatola piena di lettere, documenti e fogli appartenuti a Futerko, è al settimo cielo. Da questi emerge non solo la storia di Futerko, una storia che nessuno di loro prima d’ora conosceva, ma anche la storia di Pesca, Emanuel e Leon, gli altri coristi; durante un Séder alquanto improvvisato, Binyamin illustra alla famiglia il contenuto dei misteriosi documenti.

Tutto comincia in un campo di concentramento a Belzec, in Polonia, quando una bambina vestita da elefante in attesa di essere uccisa, diventa il giocattolo prediletto di Inge Vonderholzen, la figlia di un ufficiale delle SS di istanza proprio in quel campo. Tutto comincia a Roma, nella Città Eterna, dove vive Pesca Principali e dove grazie alla passione per le statue dei Santi (che a Roma abbondano) decide di avviarsi al seminario; tutto comincia tra Berlino, Parigi e Vienna, quando Leon Vaydenfeld, acclamato regista e direttore artistico conosce i successi nei migliori teatri d’Europa, ma con l’ascesa del Terzo Reich le sue fortune si trasformano in sfortune, e malauguratamente finisce in un campo di concentramento. Tutto comincia in Argentina, nel 1929, quando Emanuel Elbalak decide di diventare un botanico fuori dal comune e inizia a creare mobili biologici.

I personaggi del romanzo di Miki Bencnaan sono descritti in modo eccellente, siamo portati a credere che siano davvero esistiti, anche i più bizzarri. Pinki, per esempio, che è un artista che disegna acquerelli di uccelli estinti e riesce a vedere le lettere e i numeri colorati (sinestesia); Leon, il regista teatrale, visionario e poliedrico riesce a lasciare di stucco il pubblico parigino con la sua personale interpretazione di Sogno di una notte di mezz’estate. Futerko, che quando deve affrontare qualcosa di difficoltoso, si corazza nel costume da elefante. Emanuel, che ha dedicato la sua vita alla creazione di mobili biologici. Pesca, che è convinto che solo le idee e la creatività potranno salvare il mondo.

Alcuni romanzi sfuggono ad ogni definizione. Sin da piccoli veniamo istruiti che esistono determinati generi letterari e crescendo tendiamo a classificare ogni libro, quasi fossero insetti rari da nomenclare. “Il grande circo delle idee” sfugge ad ogni classificazione perché non si può ridurre banalmente ad un unico genere letterario il portentoso affresco di personaggi, situazioni, storie, visioni e nomi creato dalla magica penna di Miki Bencnaan.

Quando si inizia a leggere un romanzo come questo, si viene immediatamente catturati da un vortice di curiosità e di voglia di scoprire. Pagina dopo pagina, episodio dopo episodio, al lettore vengono svelati piccolissimi particolari che messi assieme compongono pian piano il mosaico di una minuziosa trama scritta in modo decisamente eccezionale e architettata in modo magistrale.

“C’è ancora troppa Shoah,” mi scrive ancora in una mail “e troppi uccelli morti. Le assicuro che la gente non vorrà leggerlo. Peccato”. “Questo è ciò che voglio ci sia nel libro,” gli rispondo “sono fatto così. E non sono capace di vedere all’improvviso la vita con i soliti colori“. Ma lui non molla e mi scrive di nuovo. “A mio parere nel libro ci sono troppi personaggi che piangono. Sarebbe il caso di trovare altre soluzioni al pianto, perché si direbbe che lei stia cercando di commuovere i lettori a forza”. “Mio caro signore,” gli rispondo “per sua informazione durante la seconda guerra mondiale c’era molto più pianto di così in Europa. Secondo me, se i tedeschi avessero raccolto tutte quelle lacrime avrebbero potuto coltivare milioni di cactus e la terra sarebbe comunque rimasta fradicia”.

Grazie al buonsenso dei miei amici e dei miei parenti che mi hanno aiutato a moderare il desiderio di scrivere ogni cosa“, è questa la frase che Miki Bencnaan scrive nei ringraziamenti e che più mi ha colpita. Perché? Semplicemente perché sono convinta che nel vortice della creatività Miki avrebbe ancora voluto aggiungere altri dettagli, personaggi, animali, episodi.

Miki Bencnaan ha portato a termine la missione: Il grande circo delle idee permette riflessioni profonde e fornisce chiavi di lettura che ognuno di noi può utilizzare per aprire le segrete stanze dei ricordi di ognuno dei suoi personaggi. La creatività e le idee salveranno il mondo, senza mai perdere la speranza di un’esistenza migliore, solo la conoscenza ci renderà veramente uomini liberi.