John Steinbeck | Diario russo. Un reportage culturale unico sulla Russia della Guerra Fredda

“Non dovete pensare che noi siamo venuti con idee già favorevoli o sfavorevoli (…) Siamo qui per un servizio giornalistico, se sarà possibile farlo. Intendiamo scrivere e fotografare esattamente quello che vediamo e sentiamo, senza nessun commento editoriale. Se c’è qualcosa che non ci piace, o non comprendiamo, diremo anche quello. Ma siamo venuti per scrivere qualche cosa. Se potremo scrivere ciò per cui siamo venuti, lo scriveremo. Se non potremo, avremo sempre da scrivere qualche cosa a questo proposito” [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

Se c’è un luogo che non esiste più ma che mi interessa in modo sproporzionato, è l’Unione Sovietica. Pertanto, appena mi imbatto in romanzi o, come in questo caso, in reportage degli anni sovietici, inizio a leggere con la mente aperta e la curiosità elevatissima. “Diario russo. Un reportage culturale unico sulla Russia della Guerra Fredda” di John Steinbeck, tradotto da Giorgio Monicelli per Bompiani, ha ampiamente soddisfatto la mia curiosità di lettrice.

All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, com’è noto, Stati Uniti e Unione Sovietica iniziano a guardarsi con notevole circospezione e sospetto; è calata la Cortina di Ferro, prendono a circolare notizie fasulle sull’Unione Sovietica in America, volte a demonizzare i comunisti e il popolo sovietico in generale.

John Steinbeck è uno scrittore americano affermato quando, nel 1947, ottiene i permessi necessari per entrare in Unione Sovietica e intraprendere un viaggio che, una volta compiuto, avrebbe dovuto fornirgli il materiale per un corposo reportage sull’URSS e suoi popoli. Poiché spesso le parole non sono sufficienti, Steinbeck si fa accompagnare dal noto fotografo Robert Capa.

L’idea è semplice: Steinbeck e Capa dovranno entrare in contatto col popolo sovietico, dovranno chiedergli come vivono, cosa mangiano, come si vestono, quali sono le loro idee sull’America, cosa è cambiato – in meglio o in peggio – dopo la guerra. Insomma, cercheranno di comprendere l’animo dei sovietici, anche se fin da principio sanno bene che non tutto sarà comprensibile alle loro mentalità occidentali.

Il viaggio incomincia da Helsinki, dove Steinbeck e Capa atterrano con il volo proveniente dagli Stati Uniti; il trasbordo sul velivolo sovietico è di per sé piuttosto avventuroso, premessa di ciò che i due americani vivranno nei giorni sovietici.

I C-47 sono un po’ malandati, per quel che riguarda arredi e parati, ma i motori sono ben tenuti e i piloti sembrano eccellenti. Hanno un equipaggio un po’ più numeroso dei nostri apparecchi, ma poiché non mettemmo piede in cabina di comando non sappiamo che cosa abbiano da fare (…) Ci sono usanze che sembrano un tantino bizzarre (…) Manca qualsiasi cintura di sicurezza (…) Non si vola di notte (…) Una volta seduti i passeggeri, il bagaglio viene accatastato nella corsia (…) [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

Raggiunta Mosca, il viaggio può iniziare. La burocrazia sovietica è farraginosa, complessa, macchinosa e necessita di innumerevoli passaggi di documenti, timbri, scartoffie che corrono di mano in mano. Ed è molto buffo che sia così complessa, agli occhi di Steinbeck sembra come quando i governi americani o inglesi emettono le leggi, mentre questi ardui passaggi di carte avvengono per esempio per ordinare un piatto al ristorante.

Mosca, capitale della Russia (fonte: Wikipedia)

Mosca è una città ancora ferita dalla guerra appena terminata. Gli abitanti hanno l’aria plumbea, cupa, si mettono in coda pazientemente per comprare generi di prima necessità che spariscono nei negozi quasi subito. Stenbeck e Capa incontrano diplomatici americani a Mosca, visitano i musei che celebrano la Rivoluzione e i suoi personaggi e cercano di farsi un’idea di questi moscoviti depressi e bui.

C’è davvero poca allegria nelle strade e di rado qualcuno sorride (…) C’è una grande serietà per le strade e forse è stato sempre così, non lo sappiamo [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

La seconda tappa del viaggio è molto più allegra: Kiev e le campagne ucraine. Qui Steinbeck e Capa incontrano ucraini molto più sorridenti, gioiosi e curiosi. Se è vero che l’Ucraina è stata, come Mosca, profondamente colpita e distrutta dagli attacchi aerei nazisti, è anche vero che il popolo ucraino ha reagito con molta più positività e, tra un ballo e una festa, benché siano ancora molte le macerie tra le città, si guarda al futuro con occhi colmi di speranza.

Kiev, capitale dell’Ucraina (fonte: Wikipedia)

In mezzo a quella musica lieve, alla luci, di fronte al pacifico scorrere del fiume, i nostri amici ricominciarono a parlare della guerra, come se fosse un pensiero assillante di cui non potevano liberarsene. Parlarono di cose terribili che non riuscivano a dimenticare [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

Terza tappa, Stalingrado. La città sul Volga è stata duramente colpita dalla guerra e l’assedio ha messo a dura prova le sue genti. Ma anche qui, a Stalingrado, i russi hanno due cose in mente: lavoro e ricostruzione. Lavorano tutti faticosamente e in maniera incessabile, mostrando un senso del dovere fuori dal comune.

Il mondo aveva preparato per Stalingrado una falsa medaglia, mentre ciò di cui aveva bisogno era una mezza dozzina di scavatrici [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

La tappa più attesa è la quarta, la visita al Paese che ha dato i natali all’uomo d’acciaio: la Georgia. Nel corso del viaggio attraverso la Russia e l’Ucraina, molti cittadini sovietici decantavano le glorie della Georgia, pertanto sia Steinbeck che Capa hanno aspettative altissime. Aspettative che, nel corso del viaggio tra Tbilisi, Gori e Batumi, verranno ampiamente soddisfatte.

Si parlava del Caucaso e della regione intorno al Mar Nero come di un paradiso in terra. Cominciammo addirittura a credere che la maggior parte dei russi sperasse, vivendo bene e virtuosamente, di finire dopo morti non in cielo, ma in Georgia [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

In Georgia, Steinbeck e Capa vengono trattati con i guanti bianchi. Invitati a vedere le meraviglie di questa terra, il pomposo museo dedicato a Stalin a Gori, le stazioni balneari di elevato prestigio sulla costa nel Mar Nero, le coltivazioni di tè e, dato il culto georgiano per il cibo e il bere, i due americani vengono rimpinzati di ogni sorta di ben di Dio.

Tbilisi – Veduta

Tbilisi, capitale della Georgia (fonte: Wikipedia)

La Georgia non è stata toccata più di tanto dalla guerra, grazie alla sua posizione un po’ defilata, laggiù tra le montagne e il Mar Nero. Non ci sono paesi distrutti, non c’è gente che ha perso tutto, cari e oggetti; qui non ci sono macerie per strada, né visi lugubri o musi lunghi. Il viaggio georgiano degli americani è scandito da brindisi, feste, banchetti e un po’ di cultura.

La Georgia è davvero una terra incantata e quando la lasciate rimane in voi come un sogno. Il suo popolo è un magico popolo. Vive in una delle più belle e più ricche terre del mondo e ne è assolutamente degno Finalmente comprendevamo perché i russi ci avevano sempre detto: “Finché non avrete visto la Georgia, non avrete visto nulla” [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

Il rientro a Mosca è esaltante: la città si sta preparando per le celebrazioni dell’anniversario della sua fondazione e presto ci saranno anche i festeggiamenti per l’anniversario della Rivoluzione. È settembre, inizia a far freddo: sembra quasi che cadano i primi fiocchetti di neve. Gli americani sono felici: Steinbeck ha molto materiale per il suo reportage, un reportage che si presenta coinvolgente, scorrevole e molto accattivante; privo di qualsiasi pregiudizio o giudizio, “Diario russo” è un volume che mostra il popolo sovietico così com’era, senza filtri occidentali e senza aggiunte né censure.

Il popolo sovietico, come scrive Steinbeck, è come tutti gli altri popoli del mondo. E’ indubbia la presenza di qualche individuo meschino e cattivo, ma secondo lo scrittore americano – data la sua esperienza – i sovietici buoni sono la stragrande maggioranza.

Titolo: Diario russo.Un reportage culturale unico sulla Russia della Guerra Fredda
L’Autore: John Steinbeck
Fotografie nel testo: Rober Capa
Traduzione dall’inglese: Giorgio Monicelli
Editore: Bompiani
Perché leggerlo: perché si tratta di uno straordinario affresco dell’Unione Sovietica nel 1947, perché è un viaggio attraverso l’umanità, i paesi, i paesaggi, gli usi e i costumi delle genti sovietiche

(© Riproduzione riservata)

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Beka Kurkhuli | La città nella neve

È caduta una grande quantità di neve che ha imbiancato tutto il quartiere. Il cielo incombente sembrava non volersi aprire mai alla primavera e i fiocchi ghiacciati sull’asfalto non sciogliersi più. Il vento turbinava ammassando cumuli di neve. Quel giorno il vento era sparito e il sole pareva sfuggito alla prigionia delle nubi cupe e buie. Tra la neve candida baluginava curioso del ghiaccio azzurro intenso (…) In via Sebastopoli, nei dintorni del cimitero di Vere, tra le case arroccate sul versante di un colle, la gente si muoveva con prudenza, a passi brevi e misurati, come se camminasse in punta di piedi [dal racconto La città nella neve, Beka Kurkhuli, trad. N. Geladze Fusco]

La città nella neve” di Beka Kurkhuli (trad. N. Geladze Fusco, Stilo editrice, 14 €) è una raccolta di cinque racconti, due lunghi e tre brevi, che come obiettivo ha quello di condurre il lettore all’interno della società georgiana, descrivendo i momenti salienti e drammatici della storia più recente dello Stato caucasico.

Nel primo racconto intitolato Assassino un uomo che ha combattuto la guerra tra georgiani e abcasi si ritrova a doversi nascondere con la famiglia a causa del suo passato militare. La moglie lo mette in difficoltà perché gli rifaccia il suo passato da combattente e perché desidera un paio di scarpe per andare al funerale di un cugino, ma l’uomo non ha nemmeno un lari per cui incomincia a vagare al di qua e al di là del confine tra Abcasia e Georgia per cercare di procurarsi del denaro; cercando di recuperare dei materiali da rivendere in un’abitazione abbandonata, incontrerà delle persone che lo porteranno a compiere un gesto drammatico.

“Non potevi startene alla larga, no?! Ora saresti a Nabakevi, avresti racimolato un po’ di mandarini e nocciole, seppur malvolentieri alcuni li avresti ceduti a loro, ma qualcosa sarebbe rimasto anche a te. Tutta la gente di Gali attraversa quel territorio e nessun abcaso vi fa più caso. La gente lavora, si busca qualche cocuzza; sa che la famiglia di Kishmaria si è messa ad allevare bestiame?” [dal racconto Assassino, Beka Kurkhuli, trad. N. Geladze Fusco]

Ne “La cità della neve“, racconto che dà il titolo alla raccolta, vengono narrate le vicende legate alla storia d’amore consumata negli anni Novanta tra due giovani georgiani. Lei, bellissima georgiana ricca che ha avuto l’opportunità di studiare a Londra, e lui, squattrinato georgiano che si barcamena tra un’occupazione e l’altra. Sullo sfondo, la crisi energetica di quegli anni difficili. Anni dopo i due, ormai adulti, si incontreranno di nuovo in una Tbilisi innevata.

Vecchia Tbilisi (fonte: Ilya Platonov, Flickr, immagine di dominio pubblico)

I racconti centrali sono i più brevi. Nel terzo racconto dal titolo “In sogno vidi” un uomo non vedente riporta in vita l’agrodolce ricordo dei suoi momenti felici, conditi da una forte nostalgia; nel quarto racconto, “Una sera“, un uomo seduto su una panchina in un parco di Tbilisi è indeciso su quale tipologia di caffè prendere, stupendosi che quando era più giovane ne esisteva un tipo solo. Questo è l’espediente per ricordare la sua giovinezza in una Tbilisi sovietica, dove si incrociavano più popolazioni diverse, derivanti da culture differenti, tutte unite sotto la bandiera dell’URSS.

Che cosa successe in realtà – che fosse uno, o alcuni, o nessuno – era una questione senza risposta, benché il sogno si ripetesse ostinato, con la sua casa e con i suoi coinquilini, con le sue proprietà vicine, evanescenti e capricciose, con il suo buio e gli alberi neri dai rami neri, con la sua inquietante misteriosità (…) [dal racconto In sogno vidi, Beka Kurkhuli, trad. N. Geladze Fusco]

Infine, nell’ultimo, lungo racconto dal titolo “Musakala”, Kukhuli narra senza filtri e in modo romanzato il ruolo dei mujahedddin afghani durante la guerra a cavallo tra gli anni Novanta e i primi anni del Duemila. La vicenda prende avvio dalla resa dei sovietici in Afghanistan nel 1989, anni concitati durante i quali entrano in scena i mujaheddin e la presa di potere dei talebani, che per prima cosa impongono la sharia in Afghanistan. Si arriva fino ai primi Duemila, con l’attacco terroristico alle Torri Gemelle e alla distruzione dei Buddha di Bamiyan. Protagonista del racconto è Abdel Hamid, uno dei combattenti.

Dopo qualche anno, la guerra finì e le truppe sovietiche si ritirarono dall’Afghanistan. Pareva che tutti i guai fossero giunti al termine, ma ad attendere il paese vi erano disgrazie e disastri non minori (…) Abdel ricevette da Dio la grazia bramata da ogni mussulmano: l’invito a compiere il pellegrinaggio alla sacra città di Mecca per il rituale dello Hajj in compagnia di alcuni insigni mujaheddin, oltre al privilegio di essere invitato dal Mullah Omar in persona [dal racconto Musakala, Beka Kurkhuli, trad. N. Geladze Fusco]

Ushguli Lamaria, Svaneti, Georgia (fonte: Wikipedia CC BY-SA 4.0)

Come dicevo, i cinque racconti di Beka Kurkhuli hanno la capacità di trasportare chi legge all’interno della società georgiana, dove i protagonisti appartengono a diverse classi sociali, rappresentando differenti categorie di persone, da ex-combattenti a uomini anziani e nostalgici; sullo sfondo si possono leggere alcuni momenti salienti della Storia recente della Georgia.

I racconti di Kurkhuli incominciano nel presente, quindi prendono avvio dei flashback, e si ritorna al presente, chiudendo il ciclo. La scrittura di Kurkhuli è ricercata e raffinata, in particolare quando descrive e racconta gli aspetti geografici e i paesaggi della Georgia; Kurkhuli sembra non lasciare nulla al caso e le note della traduttrice a fine racconto aiutano a comprendere i termini, gli aspetti della cultura georgiana e la Storia dello Stato caucasico.

La città nella neve” è uno di quei libri che permettono di viaggiare e di conoscere una realtà relativamente vicina a noi ma poco conosciuta, una sorta di Europa di periferia. Il libro di Beka Kurkhuli è stato pubblicato in Italia grazie al sostegno del Georgian National Book Center e del Ministero della Cultura e dello Sport della Georgia, e fa parte del progetto Voices from European peripheries. Literatures, lost and rediscovered identity, che “si propone, attraverso la loro diffusione, di promuovere in Italia la questione della ricerca di identità, in tutte le sue sfaccettature“.

Titolo: La città nella neve
L’Autore: Beka Kurkhuli
Traduzione dal georgiano: Nunu Geladze Fusco
Editore: Stilo Editrice
Perché leggerlo: per conoscere una realtà molto diversa dalla nostra, per scoprire uno Stato a cavalo tra Europa e Asia

(© Riproduzione riservata)

Ruska Jorjoliani | La tua presenza è come una città

Nella prosecuzione del mio percorso di letture sulla letteratura dell’ex-blocco sovietico, mi sono imbattuta in una vera e propria perla letteraria: “La tua presenza è come una città” di Ruska Jorjoliani (Corrimano edizioni, 169 pagine, 14 euro). Nel romanzo d’esordio la scrittrice di origini georgiane che oggi vive a Palermo racconta in modo originale circa cento anni di storia del suo paese, principalmente attraverso la voce di un bibliotecario che con lettere, oggetti e ricordi personali riporta alla luce le vicende legate alla sua famiglia.

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Titolo: La tua presenza è come una città

L’Autrice: Ruska Jorjoliani è nata a Mestia, Georgia, nel 1985. Nel 2007 si è trasferita a Palermo, dove dopo due anni dopo ha vinto il suo primo premio letterario “Mondellogiovani Sms-poesia”, dove si è laureata in filosofia, e dove vive e studia tuttora

Editore: Corrimano edizioni

Il mio consiglio: è un libro che mi è piaciuto tantissimo, e lo consiglio a chi è alla ricerca di un romanzo particolare, poetico e sperimentale, dove racconti, eventi, fiabe e oggetti narrano con maestria la vita di due amici russi e dei loro figli sovietici

Per l’intero tragitto, e successivamente lungo il cammino ghiaioso verso l’orto botanico, Viktor ci parlò delle “avventure moscovite di due sempliciotti di Misoslav”. Ci raccontò di come lui e lo zio Dima, più o meno alla nostra età, si davano appuntamento ogni venerdì pomeriggio vicino al lago che adesso faceva parte del complesso dell’orto botanico e di come passeggiavano su e giù per i sentieri acquitrinosi fino a che non si sfiancavano, si sedevano su una panchina davanti alla villa dei Šeremetev e aspettavano il tramonto. Poi il guardiano li cacciava a colpi di scopa. [La tua presenza è come una città, Ruska Jorjoliani, citazione pagina 101]

Nei primi del Novecento due ragazzini si incontrano quasi per caso a Misoslav, una cittadina russa. Il piccolo Viktor Almasov per mano al papà veterinario e il piccolo Dimitri Florensov per mano a suo nonno Kirill. Entrambi sono alla ricerca del diacono e quello è il primo tratto di strada che percorrono assieme i due ragazzini.

Col passare del tempo, Viktor e Dimitri mostrano le loro inclinazioni, il primo si dedica alle scienze e diventa ingegnere specializzato in costruzione – e distruzione – di ponti, mentre il secondo dall’animo poetico diventa professore di letteratura russa. Ma se l’amicizia che lega Dimitri e Viktor è solida e condivisa, non si può dire lo stesso dei loro pensieri riguardo alla rivoluzione russa.

Dimitri, infatti, non crede nella causa sovietica, né nella rivoluzione, e un giorno dopo un acceso dibattito con l’amico Viktor, Dimitri entra in aula e di fronte ai suoi studenti stacca il ritratto di Lenin 20 x 30 e lo fa volare dalla finestra. Questa libertà costerà molto cara al professore antirivoluzionario: Dimitri dapprima verrà rinchiuso in prigione e poi mandato al confino nelle gelide e inospitali isole Solovki, nel Mar Bianco.

Viktor viene costretto dagli inquirenti a compiere un gesto che non avrebbe voluto fare e pentito prende con sé Šošanna e Kirill, moglie e figlio neonato di Dimitri, dividendo lo stesso tetto con la moglie Alina e il piccolo Saša. Saša e Kirill crescono assieme, tanto che quando andranno a frequentare l’università a Mosca tutti li crederanno fratelli di sangue. Ma entrambi, sia Saša Almasov che Kirill Florensov, pur non essendo fratelli, hanno in comune il sapersi distinguere rispetto agli altri studenti.

Almasov un giorno mi disse che il suo eroe era suo padre, e quando gli chiesi tra Stalin e suo padre chi fosse secondo lui l’eroe più grande, non mi rispose nulla. Questa storia la raccontai a casa e i miei mi dissero che era meglio tenermi alla larga da lui. Ora capisco che avevano ragione (…) Sì, ma gli eroi mica crescono i figli dei nemici del popolo come fossero i propri, ed è ciò che pare sia accaduto nel caso degli Almasov. Compagni, qui abbiamo a che fare con qualche buon germe in mezzo a tanta gramigna, e un buon contadino, quando toglie la gramigna, la toglie tutta (silenzio). [La tua presenza è come una città, Ruska Jorjoliani, citazione pagine 125-126]

E’ il bibliotecario Saša, oramai adulto, che con tono poetico e lirico snocciola al lettore pochi ricordi alla volta, spesso giocando con il tempo, anticipando qualche evento che verrà compreso solo qualche pagina dopo, arrivando ad ottenere un risultato narrativo sorprendente dove ogni singolo dettaglio trova il suo posto nel romanzo.

Leggere il romanzo “La tua presenza è come una cittàè come iniziare un lungo viaggio in treno: ve li immaginate i vetri del vagone ricamati dal ghiaccio mentre voi siete comodamente seduti nelle poltroncine e gettate l’occhio all’immenso paesaggio russo? Ad ogni stazione, ecco spuntare un racconto di Saša, qualche parola in più che messa assieme alle altre dà il senso della storia. Stazione dopo stazione, racconto dopo lettera, oggetto dopo fiaba russa, il treno sferragliante giunge alla lontana stazione finale: i passeggeri scendono dai convogli, con il cuore leggero, dopo che ogni tassello narrativo ha regalato chiarezza a questo breve ma immenso romanzo.