Elizabeth Jane Howard | Gli anni della leggerezza

“Davvero ti fa paura che io vada via?”.
“Ma certo!”.
“È già qualcosa”. Cercava di sembrare arrabbiata, ma si capiva che era contenta.
Hugh si alzò in piedi. “Andiamo a dare un’occhiata alla tua nuova stanza e vediamo che cosa si può fare per migliorarla.”
“Va bene, papà”. Gli prese la mano, ma era quella sbagliata; diede una rapida carezza alla calza di seta nera che copriva il moncherino del padre e poi disse: “Non è certo come stare in trincea durante una guerra: credo che alla fine mi ci affezionerò”.
Aveva in viso un’espressione seria, nello sforzo di nascondere quanto fosse in pena per lui. [Gli anni della leggerezza, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

Inghilterra, 1937. I tre fratelli Cazalet e le rispettive famiglie si preparano per andare a trascorrere le vacanze estive a Home Place, nel Sussex, la dimora di proprietà dei genitori affettuosamente soprannominati il Generale e la Duchessa. Assieme ai genitori, a Home Place, vive la sorella minore, Rachel, donna tormentata da forti mal di schiena e da un amore che non può manifestare liberamente.

Sono davvero numerosi, i Cazalet. William Cazalet, il Generale, è proprietario di una grande azienda che si occupa del commercio del legname, e i due figli maggiori – Hugh ed Edward – lavorano nella ditta di famiglia; Rupert, invece, è un artista che per sbarcare il lunario insegna in una scuola, senza grandi soddisfazioni e percependo uno stipendio alquando magro. Rachel, l’ultimogenita, vive a Home Place e si occupa dei genitori.

Hugh è sposato con una donna che ama tantissimo, Sybil, dalla quale ha avuto tre figli. Edward è sposato con Villy, ma non riesce a stare lontano dalle donne, sulle quali esercita un discreto fascino; la coppia ha tre figli. Rupert ha due figli ma è già vedovo e in seconde nozze ha sposato una donna troppo giovane, troppo bella e, almeno all’apparenza, troppo frivola: Zoë.

La leggerezza a cui fa riferimento il titolo dell’opera si percepisce molto bene. Le atmosfere sono quasi sempre calme e rilassate, nonostante qualche attrito fra i famigliari, ma in generale la vita dei Cazalet scorre con tranquillità durante l’estate del 1937: Home Place è a soli 15 chilometri dal mare, per cui spesso gli adulti portano i figli e i nipotini al mare; la Duchessa assieme alla cuoca Mrs Cripps studia i menù settimanali; il Generale continua a lavorare in azienda; le cugine Louise e Polly cercano di tenere fuori la cugina Clary dai loro affari; i cugini Simon e Teddy fanno comunella, scacciando via i Cazalet più piccini, Lydia e Neville.

“Il mare”, Sally Swatland (Washington 1946)

L’estate del 1937 verrà ricordata da tutti loro, negli anni a venire, come una delle ultime estati spensierate prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale, perché già in quella successiva il timore di un nuovo conflitto si farà più concreto.

“Credo stia per scoppiare un’altra guerra”. Hugh non lo stava guardando, e parlava nel modo pacato e casuale che usava per le cose serie.
“Gesù! E che cosa te lo fa pensare?”.
“Be’, guarda cosa sta succedendo! I tedeschi hanno occupato l’Austria. Hitler se ne va in giro a parlare del potere e della superiorità del Terzo Reich (…)”.
“Stammi a sentire, vecchio mio. So che sei davvero preoccupato ma vedrai che i crucchi non si metteranno contro di noi. Non dopo l’ultima volta (…)”. [Gli anni della leggerezza, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

Il romanzo “Gli anni della leggerezza” di E. J. Howard (tradotto da Manuela Francescon, Fazi editore, 604 pagine, 18.50 €) è suddiviso in due parti che descrivono le due estati prima che Hitler invada la Polonia. Se nell’estate del 1937 l’idea del conflitto resta sullo sfondo – la politica internazionale non tocca più di tanto le vite dei Cazalet – nel corso dell’estate del 1938 si percepisce in modo diverso la paura per una guerra imminente, in modo particolare lo sente la piccola Polly, la figlia di Hugh, perché teme che l’amato padre venga richiamato in guerra e che, questa volta, non torni più.

I rapporti tra i membri della famiglia nel corso di un anno cambiano molto: si stringono nuove allenze tra cugini, le amicizie si sgretolano e se ne costruiscono di nuove, gli adulti incominciano a pensare seriamente alla guerra e il Generale si organizza in modo da resistere ad un eventuale attacco aereo sull’Inghilterra da parte dei crucchi. Acquista la proprietà di Mill Farm e accoglie anche Jessica, la sorella di Villy, con i suoi quattro figli.

La scrittura di Elizabeth Jane Howard è molto raffinata e scorrevole: le descrizioni sono curate, nessun dettaglio è lasciato al caso; vengono descritti gli abiti dell’epoca, gli arredi, il colore dei fiori del giardino della Duchessa. Ma quello che più mi ha incantata è stata la notevole caratterizzazione psicologica dei personaggi: la Howard mette a nudo ogni personaggio, dal più importante quale il Generale all’ultimo dei domestici, l’adorabile e pasticcione Billy, l’aiuto giardiniere.

“Senza titolo”, Vicente Romero (Madrid 1956)

Nonostante la mole, “Gli anni della leggerezzaè un romanzo scorrevole e la cosa incredibile è proprio questa: il fatto che la Howard sia riuscita a scrivere un libro così coinvolgente dove, tutto sommato, a parte qualche piccolo colpo di scena, viene messa in scena la semplice quotidianità di una benestante famiglia inglese degli anni Trenta.

Leggendo ho avuto la sensazione di essere una spettatrice privilegiata: sono stata ospite silenziosa a Londra, Mill Farm e Home Place per osservare i Cazalet. Riga dopo riga, ho seguito dialoghi e pensieri dei personaggi, svelato i loro timori e le loro paure, ho scoperto i loro difetti e mi sono ritrovata, nel corso della storia, a rivalutare un personaggio o a restare delusa da un altro.

Gli anni della leggerezza” è una bella lettura, il romanzo perfetto per chi ama leggere.

Titolo: Gli anni della leggerezza
L’Autrice: Elizabeth Jane Howard
Traduzione dall’inglese: Manuela Francescon
Editore: Fazi
Perché leggerlo: perché “Gli anni della leggerezza” è un romanzo coinvolgente, stimolante e interessante. Il romanzo perfetto per chi ama leggere.

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Librinpillole: le letture di giugno

Librinpillole è la rubrica che vi racconta e vi consiglia i libri che ho letto nel mese appena trascorso. Buone letture!

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I libri di giugno in posa per voi: manca “L’ombra del gatto” perché ha già dovuto rientrare in biblioteca!

Il mese di giugno è trascorso in fretta, complici diversi impegni che aspettavo con tanta curiosità, che poi sono passati troppo in fretta. Mi riferisco in particolare a tre eventi: la Grande Invasione a Ivrea (TO) dove ho trascorso una mattinata e un pomeriggio in compagnia di Elisa, la bella presentazione del libro “Adieu mon cœur” di Angelo Calvisi alla Libreria Sulla Parola di Caluso (TO) e l’ultimo appuntamento de Una valigia di libri – Viaggio in Africa e Oceania, organizzato come sempre da La lettrice rampante, Stefania della Libreria Sulla Parola e me.

Passando alle letture, questo mese ho letto molto, anche perché alcuni libri scelti questo mese erano decisamente brevi. Sono contenta perché grazie alle mie letture questo mese ho visitato ben dieci nuovi Paesi e il mio giro del mondo attraverso i libri sta procedendo alla grande. Ecco di seguito l’elenco con il link diretto alla mia recensione:

Appartenersi di Karim Miské (Fazi, 95 pagine, 15 euro): un breve ma intenso memoir grazie al quale ho imparato molte cose sulla Mauritania, sul rapporto tra la Francia e le sue ex-colonie, sugli amori tra due persone di diversa cultura e sul senso di appartenere o di sentirsi parte di un mondo.

Solo bagaglio a mano di Gabriele Romagnoli (Feltrinelli, 87 pagine, 10 euro): un brevissimo compendio per chi ama viaggiare, scovato a Bologna nella Libreria Libri Liberi della mitica Inge, letto praticamente tutto tra Reggio nell’Emilia e Torino mentre tornavo a casa.

Buongiorno compagni! di Ondjaki (Iacobelli editore, 121 pagine, 12 euro): un libro che racconta una bellissima storia narrata attraverso la voce di un bimbo, che con i suoi occhi innocenti vede il suo Paese, l’Angola, cambiare.

African pyscho Alain Mabanckou (66than2nd, 155 pagine, 17 €): racconta le divertentissime memorie di un giovane aspirante serial killer congolese. Una lettura ironica, pungente e tagliente come la lama di un coltello, ma che strappa più di una risata.

L’altra figlia di Annie Ernaux (L’Orma editore, 81 pagine, 8,50 €): è una lettura breve ma potente, per chi vuole immergersi in un turbinio di sentimenti ed emozioni descritte in modo magnifico, una lettera che la scrittrice francese scrive a un mittente che non potrà mai leggerla.

Gli Stati Uniti d’Africa di Abdourahman A. Waberi (Morellini editore, 165 pagine, 14,90 €): è un’originalissima prospettiva dove le sorti del mondo sono ribaltate, dove l’Africa è ricca e l’Europa e Nord America poverissime. Un libro impeccabile e preciso che permette ampie riflessioni sul pianeta su cui viviamo e pone una domanda fondamentale: il cambiamento è possibile?

Canti del Mid-America di Sherwood Anderson (Corrimano edizioni, 80 pagine, 10 €): è una raccolta poetica dove, leggendo, veniamo cullati dalle parole, profonde ed evocative, di uno scrittore magistrale, un uomo che ha saputo descrivere luoghi, tempi, persone ed emozioni con una capacità rara: quella di trasportarci lontano e farci sognare.

Manuale di sopravvivenza amazzonica per signorine di città di Sara Porro (EDT, 127 pagine, 8,90€): è un lungo racconto di avventure e incontri, in parte piacevoli, a volte poco igienici e soprattutto culinari. Una divertente e bellissima lettura.

L’ombra del gatto di Flavio Massazza (Il Punto Piemonte in bancarella, 195 pagine, 10 €): l’ho letto per un bookclub ma non l’ho recensito sul blog. Darò qui una breve opinione: la storia è interessante, refusi a parte, è molto scorrevole e trascina il lettore verso il finale un po’ surreale, quindi inverosimile, e troppo rocambolesco. L’ha letto anche la mia mamma e pure lei la pensa come me. Vedete voi se leggerlo o meno.

Elementare, cowboy di Steve Hockensmith (CasaSirio editore, 407 pagine, 18 €): è un giallo in salsa western, una lettura divertente e stimolante, raccontata in modo fluido e scorrevole, il libro ideale da portare in vacanza.

Poesia d’amore turca e persiana, AA. VV. (EPIDEM Novara, 340 pagine, 1.200 lire): è un libro che raccoglie poesie, teatro e racconti di autori provenienti dall’Asia Centrale. Senza dubbio è un volume di difficile reperibilità, ma può darsi che qualche biblioteca o mercatino dell’usato abbia qualche copia: in quel caso, non fatevelo scappare!

E voi, avete partecipato a qualche evento letterario o presentazione questo mese? Quali libri avete letto a giugno? Quali mi consigliate?

L’appuntamento con Librinpillole è per il prossimo mese, con tante (spero belle!) nuove letture!

Karim Miské | Appartenersi

Che cosa so della Mauritania, a parte che è uno Stato africano che si affaccia sull’Oceano Atlantico? Ben poco direi, in realtà non so neppure quale sia la sua capitale e in che anno abbia guadagnato l’indipendenza dalla Francia. Leggendo il libro di Karim Miské “Appartenersi” (Fazi, 95 pagine, 15 euro) ho imparato molte cose sulla Mauritania, sul rapporto tra la Francia e le sue ex-colonie, sugli amori tra due persone di diversa cultura e sul senso di appartenere o di sentirsi parte di un mondo.

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Titolo: Appartenersi

L’Autore: Karim Miské è nato ad Abidjian nel 1964, da padre mauritano e madre francese. Cresciuto tra Dakar e Parigi, oggi è romanziere e documentarista di successo. Con il suo primo romanzo Arabian Jazz (Fazi) ha vinto il Gran Prix de Littérature policière 2012 e il Prix du Meilleur Polar des lecteurs del Points 2014.

Traduzione dal francese: Maurizio Ferrara

Editore: Fazi

Il mio consiglio: è un libro di riflessioni che offre diversi spunti di lettura sul tema del multiculturalismo e sul senso di appartenza

Vivo in un senso di estraneità. Talvolta inquietante. Non essere mai esattamente questo: the Arab in the mirror. Né quest’altro: il francese della mia testa. Strana condizione. La mia da sempre. Non essere incluso in nulla, non essere compreso in alcuna categoria saldamente stabilita. Perpetua oscillazione sul ciglio del baratro. Costanti interrogativi esistenziali. Sarebbe stato meglio o no essere come l’altro, che sa chi è, a quale mondo appartiene? Certezza desiderabile. Certezza detestabile. Che mi attira e mi respinge, nello stesso tempo, in modo estremamente preciso. [Karim Miské, Appartenersi]

Karim nasce nel 1964, quattro anni dopo dell’indipendenza della Mauritania dalla Francia. I genitori di Karim si sono spostati in parte contro le volontà delle rispettive famiglie: il nonno francese ama il piccolo Karim ma avrebbe preferito un nipotino bianco; la nonna mauritana quando ha saputo che il figlio avrebbe sposato una bianca è svenuta.

Karim Miské si è sempre sentito diviso tra due mondi e negli anni Sessanta e Settanta, quando lui era un bambino, spesso veniva visto in modo sospetto da parte dei compagni. Karim era scuro di pelle ma aveva modi da francese. Che cos’era quindi? Un francese o un arabo?

Le amiche della nonna francese chiedono a Karim cosa farebbe se ci fosse una guerra tra Francia e Mauritania: lui, se fosse un militare, quale Stato servirebbe? Si sente più arabo o occidentale? Più francese o mauritano? Tutte queste domande, forse senza senso, confondono Karim e l’immagine che lo specchio gli riflette lui non riesce ad interpretarla.

Era buffo vedere adulti che facevano una domanda così stupida a un ragazzino. Così stupida come quella che si fanno tutti i bambini, quando i grandi non ascoltano: preferisci tua madre o tuo padre? Traduzione: preferisci i francesi o gli arabi? I cristiani o i mussulmani? Noi o loro? Di dove sei? Chi sei? Ce lo devi dire, per farci dormire in pace, rinfrancati, dopo che finalmente siamo riusciti a tracciare la frontiera tra noi e loro. Ero la guardia di confine, il doganiere. Non potevo zigzagare sul tracciato, dovevo schierarmi. Dalla parte giusta. [Karim Miské, Appartenersi]

Se i francesi fanno domande strane a Karim, quando va in Mauritania per la prima volta, Miské resta scioccato dal dilagante razzismo tra le varie etnie maure e dalla scoperta dell’esistenza degli schiavi: proprio schiavi, ogni famiglia ne possiede uno, o più di uno.

La confusione per Karim aumenta ulteriormente quando la madre lo porta a vivere in Albania, negli anni del regime del compagno Enver. Karim, con l’ingenuità dei bambini, osserva che i dirigenti del partito di Hoxha e loro stessi hanno case di lusso, si spostano in automobile, hanno la TV e fumano sigarette straniere; diversamente, il popolo albanese soffre la povertà, i bambini sono sporchi, alcuni non hanno neppure una casa dove stare. Karim si chiede il perché di queste disuguaglianze in un regime comunista, dove tutti – teoricamente – dovrebbero essere uguali e possedere le stesse cose. Il senso di tutto questo Karim Miské lo capirà solo molti anni dopo quando leggerà 1984 di George Orwell.

Scritto con un stile coinvolgente, semplice e diretto, Karim Miské ci racconta la sua storia personale e ci fa riflettere sul senso di (non) appartenenza; noi siamo sicuri di essere esattamente ciò che siamo? O a volte anche noi abbiamo qualche dubbio, su chi siamo veramente?

Sentirci parte di qualcosa, stare dalla parte giusta, appartenere davvero ad un luogo o ad un popolo non è qualcosa di così scontato e Karim Miské lo racconta senza tanti giri di parole. Però, Karim nonostante tutto capirà a chi appartiene davvero.

I libri, dopo il tuo primo manuale di letteratura i cui disegni sono rimasti impressi nei tuoi neuroni, erano una cosa sacra. Vivere senza di essi era semplicemente impossibile. Aprirne uno era come tornare a casa. Insomma, era

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al paese della letteratura. [Karim Miské, Appartenersi]

Librinpillole: le letture di gennaio

Librinpillole è una nuova e piccola rubrica che vi racconta e vi consiglia i libri che ho letto nel mese appena trascorso. Buone letture!

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Posso affermare che ho iniziato il mio 2016 da lettrice con parecchi libri belli (alcuni addirittura bellissimi) e ho letto ben tre scrittori provenienti da Paesi stranieri che non comparivano ancora nell’elenco dei luoghi visitati con le mie letture: Canada, Bielorussia e Albania. Ho letto anche scrittori nuovi che mi hanno davvero sorpresa e affascinata. Ma andiamo con ordine.

Ho iniziato l’anno leggendo “Lo strano manoscritto trovato in un cilindro di rame” di James De Mille (marcos y marcos), regalatomi da Elisa in occasione del Natale. James De Mille fu un autore canadese, e lo consiglio ai lettori che amano le avventure, in perfetto stile Jules Verne o Robert Louis Stevenson, e vogliono leggere qualcosa di originale e divertente.

Il secondo romanzo che ho letto mi ha portata direttamente nella New York degli Anni Venti, sulle tracce di Rick Martin un geniale quanto irrequieto trombettista bianco che suona alla maniera dei neri: “La leggenda del trombettista bianco” di Dorothy Baker (Fazi), un libro che consiglio agli appassionati di letteratura americana e di musica.

Ho poi letto un libro che era da molto tempo che volevo leggere: “Preghiera per Chernobyl’” di Svetlana Aleksievic (E/O),  premio Nobel per la Letteratura 2015. Leggendo queste drammatiche testimonianze mi sono resa conto dell’entità, la vera entità, del disastro di Chernobyl’ nell’aprile del 1986. E’ un libro forte e non lo nego, lo consiglio a chi vuole scoprire i retroscena dell’incidente visti dalle persone comuni.

Sono rimasta sul genere drammatico con “Adua” di Igiaba Scego (Giunti), un romanzo che sembra lieve ma non lo è, la storia di Adua una donna somala giunta in Italia negli Anni Settanta e intrappolata e illusa da un regista senza scrupoli. In questo romanzo c’è il rapporto difficile tra un padre e una figlia, ci sono gli anni del fascismo, c’è il razzismo di oggi e i problemi connessi agli sbarchi sulle nostre coste. Un libro per capire una pagina di storia forse un po’ trascurata.

Finalmente ecco un libro divertente: “Caro lettore in erba…” di Gianluca Mercadante (Las Vegas edizioni) mi ha fatta sorridere e riflettere sul mondo dell’editoria di oggi. Lo consiglio sia a chi è a tutti gli effetti un lettore in erba e a chi ha nostalgia di quando lo era.

Ho mantenuto – e sto mantenendo! – il mio proposito di leggere letteratura di autori dell’ex-blocco sovietico con “Forse Esther” di Katja Petrowskaja, Premio Strega europeo 2015. Il romanzo della Petrowskaja è un memoir di famiglia frammentata dagli eventi del Novecento. Consigliato a chi apprezza le storie famigliari ed è appassionato di Storia.

Con “Breve diario di frontiera” di Gazmend Kapllani (Del Vecchio editore) ho scoperto davvero un bellissimo libro, il più bello letto in questo mese. Con un tono cinico e ironico, il professor Kapllani racconta ai lettori la sua personale Odissea per scappare dall’Albania funestata dai postumi di una dittatura verso la terra dei sogni, la Grecia. Consigliatissimo a chi cerca una lettura frizzante su un tema di grande attualità.

Scorpion dance” dell’israeliana Shifra Horn (Fazi) è stata una lettura che mi ha impegnata per una settimana intera, data la corposità del romanzo e dati gli argomenti trattati. Una narrazione poetica affidata ad Orion, un bibliotecario che può percepire il profumo dei colori, la storia di una famiglia tedesco-israeliana con segreti che giacciono ancora laggiù, in Germania. Consigliato a chi cerca una lettura che lo assorba completamente.

Infine ho divorato in un giorno “Dietro la scena del crimine. Morti ammazzati per fiction e per davvero” di Cristina Brondoni (Las Vegas edizioni): questo è un manuale divertente per chi vuole scrivere un racconto o un romanzo giallo, oppure per semplici appassionati di romanzi gialli e serie TV. Un’ottima lettura, ricca di spunti e di risate (sì, si parla di morti ammazzati, e forse non è bello ridere: ma leggete il saggio della Brondoni e poi ne riparliamo).

Il mio bilancio di lettura è più che positivo: nove libri provenienti dall’editoria indipendente, nove autori mai letti prima (di cui ben sei scritti da scrittrici donne!) e tre Paesi nuovi visitati con le mie letture, Canada, Bielorussia e Albania, come già anticipato.

E voi, quali libri avete letto a gennaio? Quali mi consigliate?

L’appuntamento con Librinpillole è per il prossimo mese, con tante (spero belle!) nuove letture!

Shifra Horn | Scorpion dance

L’ultimo romanzo di Shifra Horn pubblicato in Italia è “Scorpion dance” (Fazi editore, 421 pagine, 18,50 euro) ed è una storia che conduce il lettore in Israele attraverso un viaggio che abbraccia circa sessant’anni di storia del Novecento, cullati dalle parole di Orion, il sensibile e poetico protagonista, che conserva i ricordi in sterili provette di plastica. “Scorpion dance” è una storia a tratti vera e a tratti magica e incredibile nella sua particolarità.

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Titolo: Scorpion dance

L’Autrice: Shifra Horn è nata a Tel Aviv nel 1951 e oggi vive a Gerusalemme. Dopo Studi biblici e di archeologia, ha proseguito approfondendo l’ambito della comunicazione di massa e ottenendo un diploma come insegnante. Corrispondente per cinque anni in Giappone per un quotidiano israeliano, ha ricevuto diversi premi per i suoi romanzi, pubblicati in Italia da Fazi

Traduzione dall’inglese: Silvia Castoldi

Editore: Fazi

Il mio consiglio: è un libro per chi cerca una storia di famiglia, con i dovuti segreti celati nel tempo; per chi ama i pappagalli parlanti e i glicini che avviluppano le case. Per chi tiene i ricordi non solo nel proprio cuore, ma in ordinate provette di plastica. Per chi percepisce il profumo dei colori.

Ma poi, è davvero possibile mettere insieme un’intera biografia senza conoscere gli aspetti fondamentali dei propri genitori e il loro passato? E che ne è della libertà del narratore? Ho il permesso di adattare un po’ la verità? Oppure tu, con la tua sensibilità, ti accorgeresti di ogni trucco? (…) Tu mi solleciti ancora, distogliendomi da questi pensieri morbosi. Non sono capace a dirti di no, perciò decido di zigzagare all’interno della storia come una promenade à deux – la danza di accoppiamento degli scorpioni. Giocherò col tempo, correndo avanti poi facendo un passo indietro, andando a destra e a sinistra. E tu, nella tua saggezza, unirai le singole parti fino a formare un tutto e saprai leggere tra le righe. Comincio dall’ovvio: questa casa, in cui ci siamo incontrati. Da qui, ogni cosa condurrà a un’altra. [Scorpion dance, Shifa Horn, trad. S. Castoldi, citazione pagine 32-33]

La voce narrante dell’intera storia, è affidata ad Orion che narra con dolcezza e attenzione, ogni dettaglio della sua esistenza e della sua famiglia all’amata Christina-Anna, una ragazza tedesca che lui ha incontrato a Gerusalemme.

Orion è un ragazzo sensibile e poetico, lavora nei sotterranei di una biblioteca, ma oltre al suo lavoro, ha creato il museo di libri bruciati, una biblioteca ambulante installata su un vecchio carretto dei gelati, soprannominato affettuosamente Falada, dove si possono trovare le copie dei testi dei romanzi bruciati dai nazisti durante il grande rogo di Berlino del 1933 e anche le ceneri di quell’incredibile rogo custodite in un barattolo.

Orion parla della nonna tedesca, Johanna Herman, ostetrica professionista arrivata in Israele nel 1948, assieme al figlioletto Uri, il padre di Orion; racconta della svampita Aviva, la mamma di Orion arrivò dall’Europa in Israele, quando era molto piccola, arrivò senza genitori e con un documento che attestava che era un’orfana della Shoah.

Di Uri, il padre morto durante la guerra dei Sei Giorni, prima di sapere che nel ventre di Aviva si stava formando un grumo di cellule che un giorno si sarebbero trasformate un bambino. E infine Sarah, il pappagallo di Johanna ritrovato nel giardino di quella che sarebbe diventata la loro casa, dopo che gli arabi erano fuggiti dal quartiere.

Ma come ogni famiglia, anche i componenti della famiglia di Orion hanno dei segreti: ne ha uno Aviva e lo rivela ad Orion prima di volare in Australia con il nuovo compagno; ne ha uno Johanna, ma è così importante che non lo vuole rivelare; e ne ha uno anche Orion. Christina-Anna, nella vergogna di essere tedesca, si prenderà carico di tutti queste colpe per espiarle.

Aspettai, senza sapere che cosa. Guardai il cielo, come facevo nelle notti inquiete, e cercai Orione. Stelle e pianeti di affollavano lungo lontane orbite e galassie, appesi a un filo in un magico incantesimo divino che li teneva in equilibrio sugli strati del cielo. Confabulavano, raccontandosi segreti su di me, e di tanto in tanto una stella si allontanava dal proprio ammasso e, scendendo in una traiettoria suicida, tracciava una linea dritta come un righetto attraverso il cielo. [Scorpion dance, Shifa Horn, trad. S. Castoldi, citazione pagina 257]

Scorpion dance” è un romanzo corposo, ricco di emozioni, sentimenti e descrizioni; come la danza di accoppiamento degli scorpioni, Orion narra la sua storia saltando avanti e indietro nel tempo, parlando della sua infanzia, e del suo lavoro, di sua madre e di Johanna. Raccontando tutto questo a Christina-Anna, la donna che lui ama immensamente e per la quale sarà disposto addirittura a violare una promessa fatta a se stesso.

Un romanzo per chi cerca una storia di famiglia, con i dovuti segreti celati nel tempo; per chi ama i pappagalli parlanti e i glicini che avviluppano le case. Per chi tiene i ricordi non solo nel proprio cuore, ma in ordinate provette di plastica. Per chi percepisce il profumo dei colori.

Dorothy Baker | La leggenda del trombettista bianco

Se il genio della lampada mi chiedesse di esprimere un desiderio, io gli chiederei di catapultarmi alla fine degli Anni Settanta, quando gli sgangherati componenti dei Johnny’s Nine suonavano al sabato sera nelle balere della mia zona. Avrei voluto sentire suonare la prima tromba, un ragazzo con i basettoni e i pantaloni a zampa, e che molti anni dopo sarebbe diventato mio papà. Oggi, sciolto il gruppo, mio papà suona ancora la tromba per la banda musicale del mio paese, a volte per il coro della chiesa e per noi ogni sera. Il suono della tromba è un qualcosa che mi accompagna da sempre e quando tra le novità Fazi ho adocchiato “La leggenda del trombettista bianco” di Dorothy Baker (Fazi, 236 pagine, 16 euro) mi sono detta: devo assolutamente leggerlo. E non ne sono rimasta delusa.

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Titolo: La leggenda del trombettista bianco

L’Autrice: Dorothy Baker (1907 – 1968) è stata una scrittrice e insegnante americana. Il suo esordio nel 1938 è “Young man with a Horn” e la consacra al successo della critica. Per Fazi, nel 2014, è uscito anche “Cassandra al matrimonio”

Traduzione dall’inglese: Stefano Tummolini

Editore: Fazi Editore

Il mio consiglio: assolutamente sì, è una storia narrata a ritmo di jazz e gli squilli di tromba di Rick Martin vi conquisteranno di sicuro

Questa deve essere la storia di un giovane uomo che, senza neanche saperlo, aveva il talento di creare musica in modo così fluido e naturale come… be’, diciamo come Bach, Non si poteva chiedere a Rick Martin di suonare le note com’erano scritte. Lui se ne stava lì seduto ad aspettare pazientemente, ma quando arrivava il suo turno, o appena si presentava l’occasione, spiccava il volo e cominciava ad inventare, estemporaneamente, la musica più innovatica e geniale che si fosse mai sentita a quel tempo. Mi spiace dirlo, ma il nostro uomo è davvero un artista, che si porta in spalla quel duro fardello che è l’anima di un artista. Solo che non possiede l’altra qualità che dovrebbe accompagnare un’anima simile – e che raramente, immagino, l’accompagna: la capacità di tenere il corpo sotto controllo, mentre lo spirito segue la sua strada. Tant’è che va in mille pezzi, ma non in maniera lieve. [La leggenda del trombettista bianco, Dorothy Baker, trad. S. Tummolini, cit. pagina 17]

La madre di Edward Richard Martin è morta il giorno in cui è nato e il padre si è liberato in fretta di quel figlio che gli pesava sulle spalle. Affidato ad una coppia di zii, Rick Martin cresce in California, e un giorno per caso entrando nell’edificio della Missione delle Anime scorge un pianoforte e così, con il suo dono, inizia a leggere le note sugli spartiti e a pigiare i tasti bianchi e neri per produrre musica.

Ma il piano, pur piacendogli, non è il suo strumento: Rick Martin vuole suonare uno strumento a fiato, così si cerca un lavoretto umile e inizia a mettere da parte i soldi per acquistare una tromba. Sul luogo di lavoro conosce Daniel “Smoke” Jordan, un ragazzo nero che non ha molta voglia di spazzare i pavimenti del locale, preferisce suonare la batteria. Rick Martin entra subito in sintonia con Smoke Jordan, e il ragazzo nero accompagna ogni notte il ragazzo bianco ad ascoltare le esibizioni del pianista nero Jeff Williams e la sua band. Rick Martin ne è immediatamente conquistato, ma al pianoforte preferisce la tromba, così Arthur “Art” Hazard insegna al pivellino bianco i rudimenti dello strumento a fiato.

La carriera di Rick Martin pare una spianata verso il successo: gli ingaggi si moltiplicano, prima suona in una nota band in California e poi addirittura viene ingaggiato a New York, in un’orchestra molto famosa. E’ incredibile come un bianco sembri suonare jazz come un nero, Rick Martin non si limita a leggere e riprodurre le note scritte sul pentagramma, ma durante i suoi assoli inventa, crea, modella le note a suo piacimento e il pubblico va in visibilio.

Si fermò alla fine di un inciso, e Jeff continuò mentre lui restava ad ascoltare, e quando Jeff ebbe terminato la sua parte, Rick inclinò la tromba verso l’alto e gli diede il cambio, mantenendo le promesse che aveva fatto suonando il primo inciso in modo trattenuto. Jeff si voltò a guardarlo, strizzando gli occhi per dare man forte alle orecchie. Anche i quattro uomini seduti al bancone si girano verso di lui, puntando bruscamente la testa in direzione del suono. Era il puro e inconfondibile stile Martin. Se ne stava in piedi, con un piede appoggiato sul piolo di una sedia, a soffiare un alito di vita in quella tromba tesa e sottile come una frusta. [La leggenda del trombettista bianco, Dorothy Baker, trad. S. Tummolini, cit. pagina 205]

Purtroppo, però, non è facile conciliare vita e successo, soldi e fama con la modestia e la tranquillità, soprattutto quando si conosce una ragazza come Amy North. E come per molti altri artisti prima di lui, Rick Martin con la sua vita sgregolata e incredibile, si avvicina rapido come un treno in corsa verso il baratro…

Il primo romanzo che leggo di Dorothy Baker è proprio l’esordio di questa scrittrice americana, uscito nel 1938 con il titolo “Young man with a Horn”, cosa posso aggiungere di mio a questo libro che è a dir poco fantastico? La storia di Rick Martin e dei suoi amici si legge quasi tutta d’un fiato, con un ritmo che non si smorza mai, tra colpi di scena e capitoli brevi che invitano il lettore a proseguire e a proseguire ancora.

Oltre alle belle descrizioni dell’ambiente musicale degli Anni Venti tra la west e la east coast degli Stati Uniti, la cosa che ho più apprezzato è il come la storia è raccontata, ovvero dal punto di vista di un narratore onniscente che spesso si lancia anche in giudizi personali. E’ un narratore che non conosciamo e non viene rivelato nemmeno alla fine della storia; è come le vicende di Rick Martin ci venissero raccontate da un amico che lo ha sempre seguito, che a volte l’ha approvato e a volte disapprovato, e questo espediente per narrare la storia mi è piaciuto tantissimo.

In questo libro, appunto scritto nel 1938 e ambientato negli Anni Venti, non c’è spazio per il razzismo e non esiste superiorità tra bianchi e neri, forse perché la musica mette d’accordo tutti e, anzi, a dirla tutta i neri hanno sempre suonato jazz meglio dei bianchi.

Insomma, è un libro che consiglio di leggere per lo stile, per la storia e soprattutto per la grande passione che Dorothy Baker ci mette per raccontarci della leggenda di Rick Martin, lo sfortunato trombettista bianco.