Carmen Korn | Figlie di una nuova era

Henny si era messa dietro al fotografo e, distolto lo sguardo dal gruppo verso il reparto maternità dall’altra parte della strada, aveva visto una donna uscire dal portone della clinica con un fagottino tra le braccia. In quel momento aveva capito qual era il suo posto. Non sarebbe diventata infermiera, ma ostetrica. Avrebbe assistito al nascere della vita, dopo tutto il dolore e lo strazio che aveva avuto sotto gli occhi ogni giorno all’ospedale militare [Figlie di una nuova era, Carmen Korn, trad. M. Francescon e S. Jorio]

La Prima Guerra Mondiale è terminata, la Germania si sta riprendendo dalla sconfitta e dalle condizioni imposte dagli Stati vincitori. In questo contesto storico si inserisce il romanzo “Figlie di una nuova era” di Carmen Korn, tradotto da M. Fracescon e S. Jorio per Fazi editore. Lo sfondo è la città di Amburgo, e le vicende narrate abbracciano un periodo che va dal 1919 al 1948.

Le protagoniste del romanzo sono quattro ragazze, i cui destini si intrecceranno nel corso degli anni a venire; seguiremo le loro vicende in particolar modo durante l’avvento del nazismo e della sua affermazione, fino allo scoppio e alla risoluzione della Seconda Guerra Mondiale.

Henny ha perso suo padre durante il conflitto e s’appresta a inziare il suo nuovo lavoro come ostetrica alla prestigiosa clinica Finkenau. Sua madre Else, una donna piuttosto invadente, ma è fiera di sua figlia. Käthe, la migliore amica di Henny, ha seguito lo stesso percorso scolastico: anche lei inizierà a lavorare come ostetrica alla clinica. A Käthe – e al suo compagno Rudi – interessa molto la politca poiché si batte per la causa comunista.

Ida è una ragazza ricca e viziata; per motivi puramente economici, è costretta dal padre a sposare un uomo che non ama, ma Ida – con la sua voglia incredibile di conoscere il mondo – si ritrova presto ad avvicinarsi al mondo della comunità cinese di Amburgo. Infine, c’è Lina, la sorella maggiore di Lud, che ha studiato per diventare insegnante; i due fratelli sono orfani per motivi drammatici legati alla estrema povertà in cui la loro famiglia ha versato durante il conflitto.

Pur essendo molto diverse tra loro, le ragazze matureranno assieme – durante certi periodi saranno più vicine, altri meno. Le loro idee crescono con loro, cambiano, col tempo imparano a conoscere i loro stessi caratteri, a scendere necessariamente a compromessi e imparano a vivere sotto la costante minaccia del nazismo prima e di un nuovo conflitto armato poi.

Oltre alle quattro ragazze, tra i personaggi troviamo due eccezionali medici della Finkenau: Theo Unger e Kurt Landmann, uomini che insegneranno a Henny e Käthe non solo il mestiere di ostetriche, ma anche lo stare al mondo, soprattutto in tempi così bui.

Tutti loro, legati da rapporti diversi, non esiteranno aiutarsi a vicenda quando i venti di guerra si faranno più minacciosi.

Erano tempi difficili per cominciare una vita nuova. Ma non era ancora troppo tardi. Che bello [Figlie di una nuova era, Carmen Korn, trad. M. Francescon e S. Jorio]

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Tramonto su Amburgo (fonte: Wikipedia)

Figlie di una nuova era” di Carmen Korn, Fazi editore, trad. da M. Francescon e S. Jorio, è uno di quei romanzi che vanno dritti al cuore. Primo di una trilogia – che verrà pubblicata da Fazi, il secondo volume uscirà nella primavera del 2019 – il romanzo è scritto con uno stile semplice e diretto, ricco di descrizioni per far sì che il lettore si immedesimi nella storia, la Korn riesce perfettamente a far scorrere il tempo, mostrando come la Germania è cambiata nel corso di trent’anni.

Nel romanzo, ogni personaggio è toccato dalla minaccia nazista e dalla guerra, e ognuno in cuor suo si schiera, più o meno apertamente, a favore o contro i politici dell’epoca. Narrando la storia in terza persona, la Korn permette al lettore di entrare nei pensieri di ognuno dei personaggi, dando così la possibilità di conoscerli profondamente.

La Storia verrà a bussare alla porta di ognuno di loro. Sarà necessario prendere decisioni, anche dolorose; ci saranno perdite, lutti e scomparse; alcuni di loro verranno imprigionai e il loro destino non sarà noto. Allo stesso tempo, ci saranno matrimoni – più o meno felici -, nascite e successi lavorativi. Qualche personaggio crescerà di più, lasciandosi alle spalle la vecchia vita. Il tutto raccontato con eleganza e notevole sensibilità.

Sullo sfondo degli anni più difficili per la Germania e i tedeschi, nella bellissima Amburgo martoriata dalle bombe, le quattro protagoniste e gli altri personaggi de “Figlie di una nuova era” vi mostreranno quanto la Storia possa essere crudele ma anche quanto l’amicizia e l’amore possano ridare speranza agli uomini.

Titolo: Figlie di una nuova era
L’Autrice: Carmen Korn
Traduzione dal tedesco: Manuela Francescon e Stefano Jorio
Editore: Fazi
Perché leggerlo: perché si tratta di un bellissimo romanzo, scorrevole e piacevole da leggere, che racconta quando la Storia possa essere crudele e quanto, in contrapposizione, l’amore e l’amicizia possano ridare speranza

(© Riproduzione riservata)

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Laura Fusconi | Volo di paglia

Quando arrivò alla curva del cespuglio di corniolo si fermò a guardare la Valle. Nel fienile i balloni c’erano ancora: lei e Luca avrebbero potuto giocare come sempre a Volo di paglia. L’avevano inventato insieme, quel gioco: Luca era stato il primo ad arrampicarsi sui balloni di fieno e a lanciarsi nel mucchio di paglia che c’era sotto. E poi aveva riso, dicendo che era la cosa più bella che avesse mai fatto [Laura Fusconi, Volo di paglia]

Luca e Lidia sono amici: lui vive in campagna, tra Agazzano e Verdeto, mentre Lidia vive a Piacenza e lo raggiunge solo durante l’estate. Appena Lidia lascia la città, corre a cercare Luca: l’idea è quella di trascorrere, come sempre, i pomeriggi a giocare a volo di paglia e a sfidare le proprie paure entrando nella casa della Valle.

Ma Luca, quell’estate del 1998, è diverso. Luca è taciturno, strano, evita di proposito Lidia e parla sempre di una bambina che si chiama Lia. Per quanto si sforzi, Lidia non riesce a capire chi sia questa Lia, ma la odia perché le ha portato via il suo migliore – e unico – amico.

La Casa della Valle, quella struttura diroccata che inquieta le campagne e i suoi abitanti, nasconde una serie di segreti perché venne abitata dalla famiglia Draghi e tutti, negli anni del fascismo, temevano la famiglia Draghi. Gerardo Draghi, nel 1942, era il crudele ras della zona, sempre pronto a malmenare chi non la pensava, come il povero Don Antonio. Anche Tommaso e Camillo, oggi adulti e all’epoca solo bambini, avevano il terrore di Draghi. Perché si sa, Franco, il piccolo di Baldini, non era mica scomparso da solo.

Ed è una storia di dolore e morte, quella dei Draghi. Oggi, tutti loro sono scomparsi: Gerardo, Ada, Lia, Guglielmo e persino Stefano, il nipote di Gerardo, è morto molto giovane. Stefano è morto nel 1990 e Mara, la sua vecchia fidanzata dell’estate dell’incidente, è anche lei tra Agazzano e Verdeto per sfidare i suoi fantasmi e cambiare i suoi ricordi.

(…) all’interno della Valle ci abitava l’Ombra, un’entità che poteva assumere diverse forme e risucchiare le persone fino a inglobarle, facendogli perdere conoscenza (…) Se l’Ombra ti assorbiva, eri perduto. Non c’era nessun rimedio. Potevi solo concentrarti sulla luce, se c’era, per provare a salvarti [Laura Fusconi, Volo di paglia]

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Paese, Giuseppe Abbati (fonte: Wikipedia)

Volo di paglia” di Laura Fusconi (Fazi editore, 15.50 €) è una storia di fantasmi, sfide, paure, inquietudini e ricordi. La storia incomincia nel 1942 e si conclude nel 1998, circa cinquant’anni di vicende che si svolgono nelle campagne piacentine. Lo stile della Fusconi è molto semplice, perché il romanzo è raccontato quasi per intero guardando attraverso gli occhi dei bambini, i quali non capiscono cosa succeda nel mondo degli adulti; erano bambini Tommaso e Camillo e Lia nel 1942, sono bambini Luca e Lidia nel 1998. Mara non è una bambina, è una donna, e pur essendo alla ricerca di qualcosa di complesso, i suoi pensieri vengono descritti il più semplicemente possibile.

Il romanzo è un continuo salto temporale, avanti e indietro nel tempo: inizialmente ci si deve aggrappare a nomi ed eventi, per non perdersi nel flusso della storia. Poi, man mano che la narrazione incede, si incomincia a mettere a fuoco la storia, che assume via via dei contorni sempre più inquietanti.

Pur collocando i fatti narrati in un tempo preciso – dagli anni del fascismo a pochi anni prima del Duemila – la Fusconi riesce a dare alla storia una connotazione onirica, come sospesa nel tempo. Questo perché, a distanza di anni, dai bambini degli anni quaranta a quegli degli anni novanta, sembra essere cambiato poco: i timori legati alla Valle sono le stesse, come identiche sono le voci e le leggende che aleggiano sul Bosco delle Fate e il Bosco delle Streghe.

E anche il Volo di paglia è lo stesso: ci giocavano Camillo, Tommaso e Lia, da bambini, e anni dopo ci giocano Luca e Lidia, nello stesso fienile, come una continua, inquietante simmetria che solo alla fine avrà un punto di svolta diverso. Camillo, ormani affetto da demenza senile, riuscirà con un gesto a mettere in salvo chi nel passato non gli riuscì di salvare.

Titolo: Volo di paglia
L’Autrice: Laura Fusconi
Editore: Fazi editore
Perché leggerlo: perché è una storia narrata in modo semplice, ma che nasconde inquietudini e segreti. Più ci si addentra nelle vicende, più si fa chiaro ed emergono i fantasmi che popolano il romanzo e tormentano i protagonisti

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Shifra Horn | Quattro madri

Avevo la pelle d’oca e sapevo che questo fotografo, il cui nome non era stato mai pronunciato a casa, le era stato vicino più di ogni altro uomo. E così, cullata nel suo letto di ottone che mi risucchiò nel suo grembo con la gentile insistenza del silenzioso, discreto, vecchio materasso, che aveva soffocato i singhiozzi di persone da tempo perdute, e inghiottito i lamenti appassionati di quanti erano affogati nella sua morbidezza, mi immersi in quella montagna di foto. In quella notte insonne, fra un cambio di pannolini e l’allattamento, mi preparai a imbarcarmi per un viaggio in cerca della mia famiglia [Quattro madri, Shifra Horn, trad. S. Kaminski]

Amal è diventata madre e suo marito è scomparso il giorno successivo alla nascita del figlio. La bisnonna di Amal, Sarah, la consola dicendo che nella loro famiglia è sempre andata così: gli uomini hanno abbandonato le mogli, ma ora che ad Amal è nato un maschio, Ben Ami, nessun’altra donna, d’ora in poi, sarà costretta a subire questa pesante eredità.

Qualche giorno dopo la nascita di Ben Ami, Sarah muore e la giovane nipote Amal eredita tre cose appartenute alla bisnonna: il letto d’ottone dove lei stessa è nata, un napoleone d’oro che fu diviso e di nuovo unito e un grande baule di legno. Amal aprendo il baule trova un’infinità di fotografie che hanno fissato per sempre istantanee di vita delle generazioni passate.

Così, nel corso di una lunga notte, Amal ripercorre la storia delle donne della sua famiglia attraverso gli scatti fotografici. La madre di Sarah, Mazal, sposatasi giovane perché orfana; Sarah, la bisnonna di Amal, donna bellissima ed eccezionale, capace di aiutare le donne che non possono avere figli; Pnina Mazal, la nonna di Amal, bambina prodigio in grado di imparare con estrema facilità ogni lingua e capace di comunicare con il fratello maggiore muto; Gheula, la madre di Amal, avvocatessa che difende strenuamente i diritti degli arabi benché nata in una famiglia ebraica.

Infine, Amal, nata nel 1948 insieme allo Stato di Israele, con quel nome così difficile da portare – significa ‘lavoro’ in ebraico, ‘speranza’ in arabo – che non ha mai conosciuto suo padre perché Gheula si è sempre rifiutata di parlare di lui.

Da Israele a Salonicco, quindi di nuovo a Gerusalemme, grazie alle immagini che escono come per magia dal baule di Sarah, Amal compie il lungo peregrinare delle donne della famiglia, attraverso momenti felici e grandi difficoltà, sullo sfondo di uno Stato che sta nascendo ma già segnato da conflitti e lacerazioni.

Nell’anno in cui mia madre lasciò Meah Shearim, scoppiò la guerra d’indipendenza. La maggior parte degli edifici fu danneggiata dai proiettili sparati dal confinante quartiere arabo. Uomini, donne e bambini furono uccisi come mosche, soltanto il caseggiato della yeshivà e gli appartamenti vicini ne uscirono indenni: il che fu visto come un segno divino (…) [Quattro madri, Shifra Horn, trad. S. Kaminski]

Monte degli Ulivi, Gerusalemme (foto: Wikipedia CC BY-SA 4.0)

Quattro madri” di Shifra Horn (trad. S. Kaminski, Fazi editore, 17.50 €) è un romanzo che ha come protagoniste principali cinque donne israeliane, diverse tra loro, ma unite da un destino comune: crescere i propri figli da sole, perché abbandonate dagli uomini.

Il romanzo si apre con la voce di Amal che, in prima persona, racconta del suo tragico matrimonio e della nascita di suo figlio Ben Ami. Una volta trovato il baule della bisnonna, ripercorrendo le tappe della storia della famiglia, la narrazione passa alla terza persona, per poi tornare nuovamente alla voce di Amal che parla della sua nascita, delle difficoltà con la madre Gheula e della voglia di scoprire chi era suo padre.

Shifra Horn scrive un romanzo con un linguaggio scorrevole e semplice, ma allo stesso tempo utilizza immagini ricercate per descrivere luoghi, caratteri e azioni delle sue protagoniste. Tra le pagine si respira un’atmosfera a tratti surreale, che ammicca al realismo magico sudamericano: sono presenti elementi e fatti inspiegabili ma nella storia appaiono perfettamente normali e lineari. Mentre si legge, sembra del tutto normale che Pnina Mazal parli tantissime lingue o che Sarah aiuti le donne che desiderano un figlio a restare incinte.

Sull sfondo, appena accennata qua e là, c’è la storia di Israele, che si srotola nel corso di circa cento anni. Shifra Horn cita qualche evento cruciale, con leggerezza, per non appesantire la narrazione, toccando le tappe fondamentali: l’arrivo degli ebrei in massa, i primi conflitti con la popolazione araba, la fine del protettorato britannico, la nascita ufficiale di Israele, l’inasprimento dei conflitti tra le genti israeliane e palestinesi.

Quattro madri” è un bel romanzo famigliare epico, che abbraccia quasi un secolo della storia di Israele, dove si muovono donne sorprendenti che mai si perdono d’animo, capaci di reinventarsi in continuazione e di rialzarsi dopo ogni caduta.

Titolo: Quattro madri
L’Autrice: Shifra Horn
Traduzione dall’ebraico: Sarah Kaminski
Editore: Fazi editore
Perché leggerlo: perché è un romanzo famigliare epico, che abbraccia quasi un secolo della storia di Israele, fatto di donne straordinarie sempre pronte a rialzarsi dopo ogni caduta

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Elizabeth Jane Howard | All’ombra di Julius

Lei del resto non era il tipo di donna che si fatica a immaginare vecchia o povera: tutto quel che era riuscito a scoprire a riguardo (con una telefonata anonima all’azienda del marito) era che non si era risposata e che viveva sempre nella stessa casa. Così le aveva scritto dicendole che per caso, quel fine settimana, si sarebbe trovato proprio in quella parte di mondo (non era vero) e gli sarebbe piaciuto passare a trovarla. La lettera doveva esserle arrivata il giorno prima, ed erano intesi che lei gli avrebbe scritto un telegramma oppure gli avrebbe telefonato in caso di intoppi, vale a dire nel caso in cui non avesse avuto voglia di incontrarlo. Non l’aveva sentita [All’ombra di Julius, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

Nel 1965 Elizabeth Jane Howard pubblica in Inghilterra il romanzo “After Julius” e solo molti anni dopo pubblicherà il primo volume della saga della famiglia che l’ha resa celebre: i Cazalet. Nei cinque corposi volumi della saga dei Cazalet il lettore segue le vicende della famiglia dal 1937 alla fine degli anni Cinquanta.

All’ombra di Julius“, che esce oggi in Italia, è un romanzo a sé: è ambientato nel 1959 tra Londra e il Sussex, ha pochi personaggi e si svolge interamente nell’arco di un fine settimana.

La trama del romanzo è semplice. Sono gli anni Sessanta a Londra e dal giorno dell’eroica morte di Julius sono trascorsi vent’anni. Julius era un editore, marito e padre londinese, un uomo valoroso che aveva già combattuto durante la Grande Guerra e, nonostante l’età, aveva intenzione di dare il suo personale contributo al secondo conflitto mondiale. Purtroppo, nel corso di un’azione pericolosa e folle, Julius resta ucciso lasciando un grande vuoto nelle vite di chi gli sopravvive.

La moglie Esme, il suo amante Felix King, le due figlie Cressida ed Emma si rendono conto di chi era davvero Julius una volta che scompare. Ora che Julius non c’è più, il vuoto che lascia è immenso e incolmabile.

Esme subisce due grossi colpi, alla morte di Julius. Uno è, ovviamente, la perdita del marito e l’altra è l’allontanamento dell’apprendista medico Felix, suo giovane amante. Esme si rifiuta di risposarsi, cresce le sue figlie meglio che può e cerca di dimenticare anche Felix.

Ma all’improvviso, Felix si rifà vivo. Sono appunto trascorsi vent’anni e il vecchio amante chiede ad Esme di poter fare un salto nel Sussex per trascorrere il fine settimana ed Esme accetta. In quel fine settimana di novembre, nel Sussex, ci sono anche Cressy ed Emma, una coppia di amici di Esme, Daniel Brick, il maggiore Hawkes e la servitù.

Nel corso di tre giorni, quel fine settimana novembrino, nebbioso e freddo, molti nodi giungeranno al pettine e rivelazioni, scoperte, chiacchiere, pettegolezzi e intrecci amorosi ne faranno da cornice.

“Il senso di colpa”, cominciò pensoso. Doveva stare attento. “Il senso di colpa è ciò che si prova quando uno non si rivela all’altezza di un’immagine presuntuosa che si è fatto di se stesso. Non c’entra niente il dispiacere di aver fatto qualcosa di brutto. È solo il dispiacere di non essere ciò che si credeva. Però è un ottimo deterrente dal rifarlo ancora”. E poi, con un pizzico, o almeno così sperava, di astuzia psicologica, disse: “Mi sento molto meglio. È bello parlare con te, anche se sei una ragazzina arrogante”. [All’ombra di Julius, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

Nigel van Wieck (b 1949) “Inside Out”

All’ombra di Julius” di Elizabeth Jane Howard (trad. M. Francescon, 326 pagine, 20 €) è un romanzo che vede muoversi pochi protagonisti sulla scena e che si svolge nell’arco di tre giorni. Il romanzo è suddiviso in tre parti: nella prima vengono presentati i protagonisti, raccontando le loro storie e lasciando volutamente dei vuoti da colmare; nella seconda parte, i protagonisti si trovano tutti assieme nel Sussex e nel corso della giornata del sabato vengono fuori vecchi rancori, emozioni sopite e nascono degli equivoci; infine, nella terza parte, che si svolge la domenica, l’intreccio, dopo un paio di colpi di scena presentati con alti livelli di drammaticità quasi teatrale, si scioglie. Per qualcuno ci sarà un lieto fine, per qualcun altro no.

All’ombra di Julius” essendo un romanzo breve non ha il tempo di analizzare a fondo i personaggi e logicamente svolgendosi in tre soli giorni non può avere la pretesa di far maturare i protagonisti. Cressy ed Emma, le figlie di Julius ed Esme, non possono crescere in tre giorni, anche se Emma sarà vittima di un episodio violento che la cambierà e le mostrerà come può essere cruda la realtà.

Il periodo a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta è stato un periodo di confusione ma anche di grandissime aspettative. La Seconda Guerra Mondiale è terminata ma è una ferita ancora viva e pulsante per i tanti inglesi che, come Esme, Emma e Cressy, hanno perso un parente nel corso del conflitto; le aspettative per il futuro sono alte, ma per rialzarsi dopo uno scivolone del genere è necessario darsi davvero da fare. Se la guerra, il razionamento, il terrore delle bombe, la paura della morte e le tessere annonarie sono solamente un doloroso ricordo, ora è fondamentale rimboccarsi le maniche. Ma per i protagonisti de “All’ombra di Julius” è difficile.

Il fallimento, la confusione e il cambio repentino dei costumi pervadono gli animi di tutti. Esme sa che il matrimonio con Julius non era rose e fiori, inoltre ha anche fallito come amante di Felix King. Felix, a sua volta, è un medico mediocre che ha prestato servizio in Corea e una volta tornato in Inghilterra non sa che fare. Daniel Brick, il personaggio che più ho odiato in assoluto, è un poeta scadente con un passato burrascoso, ma molto sveglio e furbo, capace di ammaliare le donne deboli.

Cressida è una musicista che non riesce a trovare ingaggi importanti perché è troppo impegnata nel cercare un uomo, ma nella ricerca fallisce perché quasi tutti quelli che trova sono sposati o non vanno bene per lei. Infine, Emma, che a ventisette anni vive passivamente la sua vita, senza reagire mai, senza mai pensare a che cosa fare della propria esistenza, accontentandosi di vivere in una soffitta con la sorella e le sue paturnie amorose.

Pur essendo narrato con pungente ironia, in “All’ombra di Julius” la Howard non ha voluto indorare la pillola al lettore, non ha regalato un lieto fine per tutti. Per un motivo semplice: Elizabeth Jane Howad sapeva bene come può essere crudele e spietata la vita.

Per avere la shopper dedicata al romanzo, segui le istruzioni a questo link!

Titolo: All’ombra di Julius
L’Autrice: Elizabeth Jane Howard
Traduzione dall’inglese: Manuela Francescon
Editore: Fazi editore
Perché leggerlo: perché è un buon romanzo di intrattenimento, semplice ma efficace.

(© Riproduzione riservata)

Franco Faggiani | La manutenzione dei sensi

Le ore di cammino nella notte erano le preferite di Martino. Nessuna domanda, nessuna parola, solo occhi spalancati, piccoli gesti e passi misurati per non fare rumore; inizialmente impacciati poi sempre più fluidi, naturali fino a essere parte di quel momento e di quell’ambiente. Come i rami sottili d’arbusto che tremolano al vento lieve, un cumulo di neve che diventa liquido e trasparente e si immerge nella terra, un pipistrello in caccia che sfreccia silenzioso tra gli alberi. I nostri sicuri cammini notturni, ben diversi da certi nebbiosi e inquietanti ritorni a casa nelle serate milanesi, erano contemplati da Martino come “la manutenzione dei sensi” [La manutenzione dei sensi, Franco Faggiani]

Leonardo Guerrieri è uno scrittore ed editore milanese, sulla cinquantina, dal carattere un po’ burbero e diretto. La prematura morte dell’amata moglie Chiara lo getta nello sconforto, ma sua figlia Nina, osteopata, riesce a salvarlo dalla depressione. Dopo la morte della madre, Nina incomincia a fare volontariato all’Istituto Maria Ausiliatrice e qui incontra Martino Rochard, un piccolo orfano.

La proposta di Nina è semplice: perché Leonardo non richiede all’Istituto l’affido Martino? Se sulle prime Leonardo è contrario, col tempo si rende conto che Nina vuole davvero fare qualcosa per Martino: vorrebbe farlo crescere in una vera famiglia. Così Leonardo accetta e il Tribunale dei minori gli affida il bambino.

In casa ognuno viveva nei propri spazi; ogni tanto, come due silenziosi alianti sostenuti dalle calde correnti, ci intercettavamo. Per due chiacchiere, più le mie che le sue, e per mangiucchiare qualcosa, come due buoni amici che all’ora di pranzo si incrociano per caso in piazza e vanno al bar [La manutenzione dei sensi, Franco Faggiani]

Quando Martino inizia a frequentare le scuole medie gli viene diagnosticata la Sindrome di Asperger; eppure,  non ha l’aria di un ragazzino malato, a scuola è brillante e i suoi ragionamenti sono molto maturi. Leonardo è spaventato dalla diagnosi ma il goliardico dottor Rambaldi lo rincuora: Martino potrà condurre una vita normale.

Dopo la diagnosi, Milano inizia a star stretta a Leonardo e decide di realizzare un vecchio sogno, suo e dell’amata Chiara: vende l’appartamento a Milano e acquista e ristruttura una baita a Cesana Torinese, in Alta Valle Susa, in Piemonte. Chiara si era innamorata di quelle montagne e Leonardo decide di andarci a vivere con il piccolo Martino Rochard, mentre Nina fa carriera in America.

Una volta abitabile la baita, Leonardo e Martino si trasferiscono. La vita in montagna è molto diversa da quella di città: se è vero che all’apparenza mancano molti servizi o sono distanti da raggiungere, a Martino la montagna piace. Il giovane Rochard impara a camminare nei boschi di notte, a seguire le tracce degli animali e inizia a dare una mano nelle stalle dell’agriturismo Barba Gust, gestito dalla famiglia Bermond.

Le montagne valsusine sono la dimensione ideale per Leonardo e Martino: durante le loro camminate notturne ognuno è perso, in silenzio, nei propri pensieri. Entrambi impareranno molto da queste nuove esperienze: Martino inizierà a fare progetti riguardanti il suo futuro e Leonardo impararà a lasciarsi indietro il passato e smettere di sentirsi in colpa per le cose non dette, non fatte con Chiara.

Novembre per molti era dunque un mese triste, noioso. Noi non vedevamo l’ora che le nuvole e l’oscurità venissero ad abbracciare la nostra casa e che la pioggia premurosa verso i ruscelli e i boschi si raffreddasse trasformandosi in fiocchi soffici di neve. Così potevamo avere l’alibi per barricarci dentro e dedicarci alle nostre silenziose occupazioni (…) Come fossimo in orbita a tempo indefinito, a guardare la Terra girare senza sentirne i rumori. Nel chiuso della nostra casa ci sentivamo liberi [La manutenzione dei sensi, Franco Faggiani]

Panorama in Val Thuras, Alta Val di Susa, Piemonte (foto: Claudia)

La manutenzione dei sensi” di Franco Faggiani è un romanzo che ho apprezzato tanto. Narrato in prima persona da Leonardo, il libro è scritto con uno stile scorrevole e semplice, ma coinvolgente. Amando i luoghi teatro della storia, mi sono piaciute soprattutto le descrizioni di Cesana Torinese e delle belle montagne della Val di Susa. I dialoghi tra i personaggi per la maggior parte sono brevi e diretti, perché i valligiani sono così, non si perdono in lunghe chiacchiere ma, essendo taciturni di natura, cercano di andare subito al sodo. Anche Leonardo e Martino sono di poche parole, più sguardi e intese che tanti discorsi.

La montagna è silenzio, è contemplazione, è rispetto per la natura, è seguire ritmi più lenti; per raggiungere una cima non bisogna correre, ma tenere un passo il più possibile costante. Per questo Leonardo e Martino trovano a Cesana, ognuno a loro modo, la dimensione ideale per vivere.

Leggendo “La manutenzione dei sensi” ascoltato una storia delicata e tenera che nasconde una riflessione sulla vita, sulle cose che possono succedere ad ognuno di noi; si incontrano persone grazie alla scomparsa di altre, o si può ricevere una diagnosi che inizialmente spiazza, ma col tempo si arriva a capire che i limiti sono solo nella nostra testa e che gli ostacoli, con l’aiuto giusto, possono essere saltati.

Un sentiero, un crinale, e via. A volte mi mettevo perfino a correre, come a volere arrivare in fretta in un posto, spesso in cresta, un dosso. La felicità poteva essere semplicemente una salita ripida e un panorama nuovo. Oltre ogni dorsale o cima c’era sempre qualcosa da scoprire, se non altro quella sensazione iniziale di vuoto e di immenso che ti prende alla testa [La manutenzione dei sensi, Franco Faggiani]

Titolo: La manutenzione dei sensi
L’Autore: Franco Faggiani
Editore: Fazi editore
Perché leggerlo: perché è una storia che coinvolge, perché è densa di sentimenti e di umanità, perché è uno di quei romanzi da leggere mentre si è in montagna, seduti all’ombra di un folto larice, cullati dalla piacevole brezza che spira dal lago
Leggilo se: ti è piaciuto “Cade la terra” di Carmen Pellegrino (Giunti)

(© Riproduzione riservata)

Elizabeth Jane Howard | Il tempo dell’attesa

“Caspita Polly! Proprio tu che sei sempre così ragionevole!”.
“E’ quello che ho sempre pensato anche io. Ma non funziona più tanto bene. Il fatto è che mi sento inutile (…) Voglio dire, so che quello che provo non conta perché c’è la guerra e via dicendo, però io queste cose le provo lo stesso. Proprio non capisco che cosa ci sto a fare qua. Mi sento come se dovessi guardare in faccia il senso della vita, ma sono anche consapevole che farlo può essere molto pericoloso…”.
“In che senso pericoloso?”.
“Come se dopo non ci fosse ritorno. Come se facendolo vedrei qualcosa che non potrei più dimenticare (…)”. [Il tempo dell’attesa, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

Home Place, settembre 1939. Il Generale spegne la radio: la Polonia è stata invasa dalle truppe di Hitler. È iniziata ufficialmente la guerra. I Cazalet, riuniti nella casa di campagna nel Sussex, restano in silenzio e a Polly pare di sentire il battito del proprio cuore echeggiare nelle ampie stanze.

Gli anni della leggerezza, quelli descritti nel primo volume della saga dei Cazalet, sono ormai lontani. Sono un bel ricordo le gite al mare, le partite a tennis, le cene sobrie ma abbondanti, le feste di Natale e la spensieratezza di adulti e bambini.

Se solo un anno prima sembrava che la guerra fosse stata scongiurata, oggi è una minaccia più reale che mai. La guerra porta con sé preoccupazioni, dubbi e tanta, tantissima paura. Sono gli adulti ad arruolarsi: Edward in forze alla RAF e Rupert in Marina, mentre Hugh resta a Londra ai moli della segheria dei Cazalet, costantemente minacciato da incursioni aeree. A Home Place restano il Generale, quasi cieco, e sua moglie la Duchessa; Sybil, Villy e Zoë sono preoccupate per le sorti dei rispettivi mariti. I figli maschi, Simon e Teddy, vanno nei collegi che, nonostante le incertezze della guerra, sono aperti, mentre le ragazze, Louise, Clary e Polly, e i bambini, Neville, Lydia, Roly e Wills, restano a Home Place.

Questo nuovo capitolo della saga dei Cazalet abbraccia un lasso di tempo che va dall’invasione della Polonia il 1° settembre 1939 all’indomani dell’attacco a Pearl Harbor il 7 dicembre 1941, il momento in cui la guerra assume proporzioni mondiali.

Per raccontare questi due incerti e primi anni di guerra la Howard sceglie tre diversi punti di vista: Louise, la figlia di Edward e Villy, che sogna di diventare attrice nonostante l’avversione dei genitori; Clary, la figlia di Rupert, una ragazza curiosa e sveglia, che sogna di diventare una scrittrice e annota e appunta tutto ciò che le succede; Polly, la figlia di Sybil e Hugh, che vive la guerra come una prigionia mentre cerca di capire cosa vuole diventare, sentendosi sempre troppo vecchia e allo stesso tempo troppo giovane per ogni cosa.

Adesso il futuro le sbadigliava in faccia come un grosso, apatico punto interrogativo. Che ne sarebbe stato di lei? Che cosa mai se ne sarebbe fatta dei molti anni che presumibilmente l’attendevano? Avrebbe guardato il tempo che passava: lei non aveva sviluppato nessuna vocazione, a differenza di Louise e Clary che avevano sempre avuto le idee chiare su ciò per cui erano nate (…) [Il tempo dell’attesa, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

The Black Brook (c.1908), John Singer Sargent

Durante questi anni difficili, oltre alla guerra e ad un silenzioso e labile cambio di costumi, le ragazze si troveranno a risolvere problemi piuttosto impegnativi per la loro età: Louise si unirà ad una compagnia teatrale, scoprendo che la carriera degli attori è tutt’altro che semplice, mentre conoscerà nuove persone che le instilleranno molti dubbi riguardo ai suoi costumi; Clary inizia a fare pace con Zoë e scopre di amare moltissimo la nuova sorellina, ma un giorno riceverà una telefonata che le cambierà la vita; Polly farà i conti con la malattia di una persona a lei molto, molto cara e, dato il suo buon cuore, cercherà di prendersi cura del povero Cristopher, cugino di Louise.

Ma nonostante tutto, tra lutti, separazioni, tradimenti più o meno velati, equivoci, nascite, colpi di scena, attacchi aerei, nuovi personaggi, rivelazioni scioccanti e profonde riflessioni, i primi due anni di guerra trascorreranno per ognuno dei Cazalet.

Ho capito cosa vuoi dire. E’ una specie di trappola. Uno non dice le cose alle persone a cui vuole bene. Invece io penso che più vuoi bene a qualcuno, più dovresti dirgli tutto, anche le cose brutte. Credo che dirsi le cose sia il più grande gesto d’amore [Il tempo dell’attesa, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

Federico Zandomeneghi, “Il filo d’erba” (Le repos jeune fille aux fleurs) (1884-1894)

Il secondo volume della saga, “Il tempo dell’attesa” appunto, è un romanzo più corposo del primo volume ma è altrettanto scorrevole e molto più intrigante. La Howard descrive con cura e senza mai annoiare i pensieri e i sentimenti dei suoi personaggi. Sullo sfondo, c’è la guerra vissuta soprattutto attraverso gli occhi dei civili e delle giovani Cazalet: la paura degli attacchi aerei, l’impotenza di non poter far nulla, la voglia di rendersi comunque utili agli altri attraverso il volontariato. E quello della Howard, quello di non annoiare mai e mantenere sempre un ritmo costante, è un dono che è un appannaggio dei grandi scrittori e dei grandi romanzi.

In questo secondo capitolo della saga si entra nel vivo della vicenda: si conoscono più da vicino i personaggi che ci sono stati presentati nel primo libro, si scoprono i loro difetti e i loro pregi, possiamo rivalutarli, in bene o in peggio, possiamo insomma osservare come le persone cambiano col trascorrere del tempo. Ci scopriamo d’accordo con loro, oppure in contrasto, coinvolti ad un punto tale che, appena chiuso il libro, vorremmo tornare immediatamente a Home Place, nel gelido Sussex.

Titolo: Gli anni della leggerezza
L’Autrice: Elizabeth Jane Howard
Traduzione dall’inglese: Manuela Francescon
Editore: Fazi
Perché leggerlo: perché è una saga famigliare bellissima, coinvolgente, intrigante e soprattutto ben scritta
Leggilo se: hai letto e apprezzato “Gli anni della leggerezza” della stessa autrice

(© Riproduzione riservata)

Ricardo Romero | Storia di Roque Rey

Roque Rey guarda le scarpe e non sa bene che cosa dovrebbe pensare, che cosa potrebbe dire in un momento simile. Perché il problema è che l’uomo che è diventato sa che momenti simili non esistono (…) Le scarpe sono uniche e lo è, anche, l’atto di togliersele. Roque Rey guarda le scarpe e contempla il gesto. Muove i piedi e li ignora. Sulla riva, la barca attende che si decida [Storia di Roque Rey, Ricardo Romero, trad. V. Martinetto]

Roque Rey è un bambino quando mamma Esther lo abbandona a casa della zia Elsa e dello zio Pedro. Roque è un bambino biondo, timido, taciturno e riflessivo: i primi anni della sua vita li trascorre con degli zii, la severa zia Elsa lo porta spesso in chiesa, mentre lo zio Pedro è una persona più scherzosa e divertente. Un giorno, all’improvviso, lo zio Pedro muore e Roque vive un secondo abbandono dopo quello della madre.

Il giorno del funerale dello zio, la zia Elsa chiede a Roque un favore: può il ragazzino indossare le scarpe eleganti e nuove che verranno poi messe ai piedi dello zio Pedro? Roque accetta e si riempie di cotone le punte delle scarpe guante. Mentre giungono amici e parenti ad omaggiare la salma dello zio Pedro, Roque si allaccia le scarpe e inizia a camminare lungo i quartieri di Paraná.

Roque non tornerà mai più da zia Elsa: camminerà per anni e anni, attraverso gli immensi spazi dell’Argentina, lungo quartieri e città, incontrando personaggi più o meno bizzarri e curiosi, mantendosi sempre ai margini della società, senza esporsi mai troppo, senza farsi notare e senza lasciare un segno.

Le disse che l’amava ancora, che l’aveva perdonata, che sperava stesse bene. Le disse che adesso era lui a dover partire. Che non poteva più continuare ad abitare in quella casa perché quella casa apparteneva ai morti. Ai cari estinti. Aggiunse che le scarpe dello zio Pedro lo spingevano ancora ad andare avanti. Che non poteva smettere di portarle finché non fosse stato in grado di amare allo stesso modo in cui lui aveva amato [Storia di Roque Rey, Ricardo Romero, trad. V. Martinetto]

Caminito, La Boca, Buenos Aires (Wikipedia CC BY 2.0)

Quando leggo un romanzo sudamericano c’è spesso un punto oltre il quale mi perdo e vado in crisi, devo mettere da parte la mia razionalità e cercare di lasciarmi andare alla narrazione (nel romanzo, se siete curiosi, il punto di crisi è stato quando Roque ha suonato il campanello di Mariana). A volte mi chiedo se sia io ad avere problemi con la letteratura sudamericana o se io sia incapace di mollare gli ormeggi della mia razionalità e immergermi in una vicenda un po’ assurda. Ma andiamo per ordine.

Storia di Roque Rey” di Ricardo Romero, tradotto da Vittoria Martinetto per Fazi editore, è un romanzo che nei primi capitoli si presenta con buone premesse ma con il procedere della lettura si ha la sensazione che succeda poco e nulla; ci si aspetta un colpo di scena che invece non arriva e la vicenda resta piatta, senza troppi avvenimenti degni di nota. Leggendo ho avuto spesso la sensazione che la narrazione fosse immobile e allo stesso tempo che mancasse qualcosa.

Roque Rey è uno di quei personaggi che vorrei prendere da parte e scuotere un po’, vorrei dirgli di svegliarsi perché gli altri stanno approfittando di lui in ogni modo. Forse Roque è solo ingenuo, forse è solo troppo buono. Roque, inoltre, non si fa scrupoli nell’abbandonare le persone che lo amano e non ha la tendenza a chiedersi se per caso, con la sua fuga, ha fatto loro del male. Roque abbandona zia Elsa, Padre Umberto sul pullman, Los Espectos (un gruppo musicale e canoro), l’amico Marcos, ma non abbandona Mariana perché è la ragazza ad abbandonare prima lui. Così come non abbandona la madre di Mariana, né Natalia,Inés.

Roque Rey è un ragazzo prima e un adulto poi che vive passivamente le situazioni, senza mettersi in gioco più di tanto per cambiare la sua esistenza. Roque Rey è un personaggio incapace di amare, forse perché da piccolo di amore ne ha conosciuto poco e sa solo abbandonare gli altri, dato che sia suo padre che sua madre lo hanno lasciato senza tornare mai più.

Come in molti romanzi sudamericani, anche in “Storia di Roque” vengono raccontati episodi che sfiorano l’assurdo: uno su tutti, la nascita di Roque stesso. La madre non sa di essere incinta e pensa di avere un cancro o una malattia brutta quando invece scopre che quei dolori lancinanti all’addome non sono altro che contrazioni. Ma questo non è il solo evento assurdo narrato nella storia, ce ne sono molti altri, per esempio lo strano funerale che Roque fa per un personaggio a cui, tutto sommato, tiene.

La storia dell’Argentina citata nel libro è decisamente molto velata, necessita di una conoscenza minima per capire alcuni riferimenti a Perón, alla dittatura di Videla e il relativo stato di polizia, fino alla grande crisi e all’inflazione degli anni novanta.

L’idea di indossare le scarpe di zio Pedro e iniziare un lungo, lunghissimo vagabondaggio l’ho trovata interessante, eppure qualcosa non ha funzionato: non mi sono sentita coinvolta dalla storia come avevo immaginato. Pur essendo un romanzo denso e corposo, “Storia di Roque Rey” non riesce a lasciare un segno, come Roque stesso non riesce a lasciare nei luoghi che visita e nelle persone che incontra.

E mi ha ricordato molto il romanzo “Stoner” di John Williams, dove non succede nulla di eclatante o entusiasmante se non la vita ordinaria di una persona qualunque. È come se Roque camminasse con le scarpe degli altri, prima di zio Pedro e poi dei morti che incontrerà all’obitorio di Buenos Aires, per non lasciare traccia di sé, neppure un’impronta.

Titolo: Storia di Roque Rey
L’Autore: Ricardo Romero
Traduzione dallo spagnolo: Vittoria Martinetto
Editore: Fazi
Perché leggerlo: per immergersi nella società argentina, per conoscere e capire di più di questo immenso Paese pieno di contraddizioni
Leggilo se: ti è piaciuto “Stoner” di John Williams (Fazi)

(© Riproduzione riservata)

Elizabeth Jane Howard | Gli anni della leggerezza

“Davvero ti fa paura che io vada via?”.
“Ma certo!”.
“È già qualcosa”. Cercava di sembrare arrabbiata, ma si capiva che era contenta.
Hugh si alzò in piedi. “Andiamo a dare un’occhiata alla tua nuova stanza e vediamo che cosa si può fare per migliorarla.”
“Va bene, papà”. Gli prese la mano, ma era quella sbagliata; diede una rapida carezza alla calza di seta nera che copriva il moncherino del padre e poi disse: “Non è certo come stare in trincea durante una guerra: credo che alla fine mi ci affezionerò”.
Aveva in viso un’espressione seria, nello sforzo di nascondere quanto fosse in pena per lui. [Gli anni della leggerezza, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

Inghilterra, 1937. I tre fratelli Cazalet e le rispettive famiglie si preparano per andare a trascorrere le vacanze estive a Home Place, nel Sussex, la dimora di proprietà dei genitori affettuosamente soprannominati il Generale e la Duchessa. Assieme ai genitori, a Home Place, vive la sorella minore, Rachel, donna tormentata da forti mal di schiena e da un amore che non può manifestare liberamente.

Sono davvero numerosi, i Cazalet. William Cazalet, il Generale, è proprietario di una grande azienda che si occupa del commercio del legname, e i due figli maggiori – Hugh ed Edward – lavorano nella ditta di famiglia; Rupert, invece, è un artista che per sbarcare il lunario insegna in una scuola, senza grandi soddisfazioni e percependo uno stipendio alquando magro. Rachel, l’ultimogenita, vive a Home Place e si occupa dei genitori.

Hugh è sposato con una donna che ama tantissimo, Sybil, dalla quale ha avuto tre figli. Edward è sposato con Villy, ma non riesce a stare lontano dalle donne, sulle quali esercita un discreto fascino; la coppia ha tre figli. Rupert ha due figli ma è già vedovo e in seconde nozze ha sposato una donna troppo giovane, troppo bella e, almeno all’apparenza, troppo frivola: Zoë.

La leggerezza a cui fa riferimento il titolo dell’opera si percepisce molto bene. Le atmosfere sono quasi sempre calme e rilassate, nonostante qualche attrito fra i famigliari, ma in generale la vita dei Cazalet scorre con tranquillità durante l’estate del 1937: Home Place è a soli 15 chilometri dal mare, per cui spesso gli adulti portano i figli e i nipotini al mare; la Duchessa assieme alla cuoca Mrs Cripps studia i menù settimanali; il Generale continua a lavorare in azienda; le cugine Louise e Polly cercano di tenere fuori la cugina Clary dai loro affari; i cugini Simon e Teddy fanno comunella, scacciando via i Cazalet più piccini, Lydia e Neville.

“Il mare”, Sally Swatland (Washington 1946)

L’estate del 1937 verrà ricordata da tutti loro, negli anni a venire, come una delle ultime estati spensierate prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale, perché già in quella successiva il timore di un nuovo conflitto si farà più concreto.

“Credo stia per scoppiare un’altra guerra”. Hugh non lo stava guardando, e parlava nel modo pacato e casuale che usava per le cose serie.
“Gesù! E che cosa te lo fa pensare?”.
“Be’, guarda cosa sta succedendo! I tedeschi hanno occupato l’Austria. Hitler se ne va in giro a parlare del potere e della superiorità del Terzo Reich (…)”.
“Stammi a sentire, vecchio mio. So che sei davvero preoccupato ma vedrai che i crucchi non si metteranno contro di noi. Non dopo l’ultima volta (…)”. [Gli anni della leggerezza, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

Il romanzo “Gli anni della leggerezza” di E. J. Howard (tradotto da Manuela Francescon, Fazi editore, 604 pagine, 18.50 €) è suddiviso in due parti che descrivono le due estati prima che Hitler invada la Polonia. Se nell’estate del 1937 l’idea del conflitto resta sullo sfondo – la politica internazionale non tocca più di tanto le vite dei Cazalet – nel corso dell’estate del 1938 si percepisce in modo diverso la paura per una guerra imminente, in modo particolare lo sente la piccola Polly, la figlia di Hugh, perché teme che l’amato padre venga richiamato in guerra e che, questa volta, non torni più.

I rapporti tra i membri della famiglia nel corso di un anno cambiano molto: si stringono nuove allenze tra cugini, le amicizie si sgretolano e se ne costruiscono di nuove, gli adulti incominciano a pensare seriamente alla guerra e il Generale si organizza in modo da resistere ad un eventuale attacco aereo sull’Inghilterra da parte dei crucchi. Acquista la proprietà di Mill Farm e accoglie anche Jessica, la sorella di Villy, con i suoi quattro figli.

La scrittura di Elizabeth Jane Howard è molto raffinata e scorrevole: le descrizioni sono curate, nessun dettaglio è lasciato al caso; vengono descritti gli abiti dell’epoca, gli arredi, il colore dei fiori del giardino della Duchessa. Ma quello che più mi ha incantata è stata la notevole caratterizzazione psicologica dei personaggi: la Howard mette a nudo ogni personaggio, dal più importante quale il Generale all’ultimo dei domestici, l’adorabile e pasticcione Billy, l’aiuto giardiniere.

“Senza titolo”, Vicente Romero (Madrid 1956)

Nonostante la mole, “Gli anni della leggerezzaè un romanzo scorrevole e la cosa incredibile è proprio questa: il fatto che la Howard sia riuscita a scrivere un libro così coinvolgente dove, tutto sommato, a parte qualche piccolo colpo di scena, viene messa in scena la semplice quotidianità di una benestante famiglia inglese degli anni Trenta.

Leggendo ho avuto la sensazione di essere una spettatrice privilegiata: sono stata ospite silenziosa a Londra, Mill Farm e Home Place per osservare i Cazalet. Riga dopo riga, ho seguito dialoghi e pensieri dei personaggi, svelato i loro timori e le loro paure, ho scoperto i loro difetti e mi sono ritrovata, nel corso della storia, a rivalutare un personaggio o a restare delusa da un altro.

Gli anni della leggerezza” è una bella lettura, il romanzo perfetto per chi ama leggere.

Titolo: Gli anni della leggerezza
L’Autrice: Elizabeth Jane Howard
Traduzione dall’inglese: Manuela Francescon
Editore: Fazi
Perché leggerlo: perché “Gli anni della leggerezza” è un romanzo coinvolgente, stimolante e interessante. Il romanzo perfetto per chi ama leggere.

Librinpillole: le letture di giugno

Librinpillole è la rubrica che vi racconta e vi consiglia i libri che ho letto nel mese appena trascorso. Buone letture!

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I libri di giugno in posa per voi: manca “L’ombra del gatto” perché ha già dovuto rientrare in biblioteca!

Il mese di giugno è trascorso in fretta, complici diversi impegni che aspettavo con tanta curiosità, che poi sono passati troppo in fretta. Mi riferisco in particolare a tre eventi: la Grande Invasione a Ivrea (TO) dove ho trascorso una mattinata e un pomeriggio in compagnia di Elisa, la bella presentazione del libro “Adieu mon cœur” di Angelo Calvisi alla Libreria Sulla Parola di Caluso (TO) e l’ultimo appuntamento de Una valigia di libri – Viaggio in Africa e Oceania, organizzato come sempre da La lettrice rampante, Stefania della Libreria Sulla Parola e me.

Passando alle letture, questo mese ho letto molto, anche perché alcuni libri scelti questo mese erano decisamente brevi. Sono contenta perché grazie alle mie letture questo mese ho visitato ben dieci nuovi Paesi e il mio giro del mondo attraverso i libri sta procedendo alla grande. Ecco di seguito l’elenco con il link diretto alla mia recensione:

Appartenersi di Karim Miské (Fazi, 95 pagine, 15 euro): un breve ma intenso memoir grazie al quale ho imparato molte cose sulla Mauritania, sul rapporto tra la Francia e le sue ex-colonie, sugli amori tra due persone di diversa cultura e sul senso di appartenere o di sentirsi parte di un mondo.

Solo bagaglio a mano di Gabriele Romagnoli (Feltrinelli, 87 pagine, 10 euro): un brevissimo compendio per chi ama viaggiare, scovato a Bologna nella Libreria Libri Liberi della mitica Inge, letto praticamente tutto tra Reggio nell’Emilia e Torino mentre tornavo a casa.

Buongiorno compagni! di Ondjaki (Iacobelli editore, 121 pagine, 12 euro): un libro che racconta una bellissima storia narrata attraverso la voce di un bimbo, che con i suoi occhi innocenti vede il suo Paese, l’Angola, cambiare.

African pyscho Alain Mabanckou (66than2nd, 155 pagine, 17 €): racconta le divertentissime memorie di un giovane aspirante serial killer congolese. Una lettura ironica, pungente e tagliente come la lama di un coltello, ma che strappa più di una risata.

L’altra figlia di Annie Ernaux (L’Orma editore, 81 pagine, 8,50 €): è una lettura breve ma potente, per chi vuole immergersi in un turbinio di sentimenti ed emozioni descritte in modo magnifico, una lettera che la scrittrice francese scrive a un mittente che non potrà mai leggerla.

Gli Stati Uniti d’Africa di Abdourahman A. Waberi (Morellini editore, 165 pagine, 14,90 €): è un’originalissima prospettiva dove le sorti del mondo sono ribaltate, dove l’Africa è ricca e l’Europa e Nord America poverissime. Un libro impeccabile e preciso che permette ampie riflessioni sul pianeta su cui viviamo e pone una domanda fondamentale: il cambiamento è possibile?

Canti del Mid-America di Sherwood Anderson (Corrimano edizioni, 80 pagine, 10 €): è una raccolta poetica dove, leggendo, veniamo cullati dalle parole, profonde ed evocative, di uno scrittore magistrale, un uomo che ha saputo descrivere luoghi, tempi, persone ed emozioni con una capacità rara: quella di trasportarci lontano e farci sognare.

Manuale di sopravvivenza amazzonica per signorine di città di Sara Porro (EDT, 127 pagine, 8,90€): è un lungo racconto di avventure e incontri, in parte piacevoli, a volte poco igienici e soprattutto culinari. Una divertente e bellissima lettura.

L’ombra del gatto di Flavio Massazza (Il Punto Piemonte in bancarella, 195 pagine, 10 €): l’ho letto per un bookclub ma non l’ho recensito sul blog. Darò qui una breve opinione: la storia è interessante, refusi a parte, è molto scorrevole e trascina il lettore verso il finale un po’ surreale, quindi inverosimile, e troppo rocambolesco. L’ha letto anche la mia mamma e pure lei la pensa come me. Vedete voi se leggerlo o meno.

Elementare, cowboy di Steve Hockensmith (CasaSirio editore, 407 pagine, 18 €): è un giallo in salsa western, una lettura divertente e stimolante, raccontata in modo fluido e scorrevole, il libro ideale da portare in vacanza.

Poesia d’amore turca e persiana, AA. VV. (EPIDEM Novara, 340 pagine, 1.200 lire): è un libro che raccoglie poesie, teatro e racconti di autori provenienti dall’Asia Centrale. Senza dubbio è un volume di difficile reperibilità, ma può darsi che qualche biblioteca o mercatino dell’usato abbia qualche copia: in quel caso, non fatevelo scappare!

E voi, avete partecipato a qualche evento letterario o presentazione questo mese? Quali libri avete letto a giugno? Quali mi consigliate?

L’appuntamento con Librinpillole è per il prossimo mese, con tante (spero belle!) nuove letture!

Karim Miské | Appartenersi

Che cosa so della Mauritania, a parte che è uno Stato africano che si affaccia sull’Oceano Atlantico? Ben poco direi, in realtà non so neppure quale sia la sua capitale e in che anno abbia guadagnato l’indipendenza dalla Francia. Leggendo il libro di Karim Miské “Appartenersi” (Fazi, 95 pagine, 15 euro) ho imparato molte cose sulla Mauritania, sul rapporto tra la Francia e le sue ex-colonie, sugli amori tra due persone di diversa cultura e sul senso di appartenere o di sentirsi parte di un mondo.

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Titolo: Appartenersi

L’Autore: Karim Miské è nato ad Abidjian nel 1964, da padre mauritano e madre francese. Cresciuto tra Dakar e Parigi, oggi è romanziere e documentarista di successo. Con il suo primo romanzo Arabian Jazz (Fazi) ha vinto il Gran Prix de Littérature policière 2012 e il Prix du Meilleur Polar des lecteurs del Points 2014.

Traduzione dal francese: Maurizio Ferrara

Editore: Fazi

Il mio consiglio: è un libro di riflessioni che offre diversi spunti di lettura sul tema del multiculturalismo e sul senso di appartenza

Vivo in un senso di estraneità. Talvolta inquietante. Non essere mai esattamente questo: the Arab in the mirror. Né quest’altro: il francese della mia testa. Strana condizione. La mia da sempre. Non essere incluso in nulla, non essere compreso in alcuna categoria saldamente stabilita. Perpetua oscillazione sul ciglio del baratro. Costanti interrogativi esistenziali. Sarebbe stato meglio o no essere come l’altro, che sa chi è, a quale mondo appartiene? Certezza desiderabile. Certezza detestabile. Che mi attira e mi respinge, nello stesso tempo, in modo estremamente preciso. [Karim Miské, Appartenersi]

Karim nasce nel 1964, quattro anni dopo dell’indipendenza della Mauritania dalla Francia. I genitori di Karim si sono spostati in parte contro le volontà delle rispettive famiglie: il nonno francese ama il piccolo Karim ma avrebbe preferito un nipotino bianco; la nonna mauritana quando ha saputo che il figlio avrebbe sposato una bianca è svenuta.

Karim Miské si è sempre sentito diviso tra due mondi e negli anni Sessanta e Settanta, quando lui era un bambino, spesso veniva visto in modo sospetto da parte dei compagni. Karim era scuro di pelle ma aveva modi da francese. Che cos’era quindi? Un francese o un arabo?

Le amiche della nonna francese chiedono a Karim cosa farebbe se ci fosse una guerra tra Francia e Mauritania: lui, se fosse un militare, quale Stato servirebbe? Si sente più arabo o occidentale? Più francese o mauritano? Tutte queste domande, forse senza senso, confondono Karim e l’immagine che lo specchio gli riflette lui non riesce ad interpretarla.

Era buffo vedere adulti che facevano una domanda così stupida a un ragazzino. Così stupida come quella che si fanno tutti i bambini, quando i grandi non ascoltano: preferisci tua madre o tuo padre? Traduzione: preferisci i francesi o gli arabi? I cristiani o i mussulmani? Noi o loro? Di dove sei? Chi sei? Ce lo devi dire, per farci dormire in pace, rinfrancati, dopo che finalmente siamo riusciti a tracciare la frontiera tra noi e loro. Ero la guardia di confine, il doganiere. Non potevo zigzagare sul tracciato, dovevo schierarmi. Dalla parte giusta. [Karim Miské, Appartenersi]

Se i francesi fanno domande strane a Karim, quando va in Mauritania per la prima volta, Miské resta scioccato dal dilagante razzismo tra le varie etnie maure e dalla scoperta dell’esistenza degli schiavi: proprio schiavi, ogni famiglia ne possiede uno, o più di uno.

La confusione per Karim aumenta ulteriormente quando la madre lo porta a vivere in Albania, negli anni del regime del compagno Enver. Karim, con l’ingenuità dei bambini, osserva che i dirigenti del partito di Hoxha e loro stessi hanno case di lusso, si spostano in automobile, hanno la TV e fumano sigarette straniere; diversamente, il popolo albanese soffre la povertà, i bambini sono sporchi, alcuni non hanno neppure una casa dove stare. Karim si chiede il perché di queste disuguaglianze in un regime comunista, dove tutti – teoricamente – dovrebbero essere uguali e possedere le stesse cose. Il senso di tutto questo Karim Miské lo capirà solo molti anni dopo quando leggerà 1984 di George Orwell.

Scritto con un stile coinvolgente, semplice e diretto, Karim Miské ci racconta la sua storia personale e ci fa riflettere sul senso di (non) appartenenza; noi siamo sicuri di essere esattamente ciò che siamo? O a volte anche noi abbiamo qualche dubbio, su chi siamo veramente?

Sentirci parte di qualcosa, stare dalla parte giusta, appartenere davvero ad un luogo o ad un popolo non è qualcosa di così scontato e Karim Miské lo racconta senza tanti giri di parole. Però, Karim nonostante tutto capirà a chi appartiene davvero.

I libri, dopo il tuo primo manuale di letteratura i cui disegni sono rimasti impressi nei tuoi neuroni, erano una cosa sacra. Vivere senza di essi era semplicemente impossibile. Aprirne uno era come tornare a casa. Insomma, era

APPARTENERE

al paese della letteratura. [Karim Miské, Appartenersi]