10 cose da vedere a Tallinn: vi racconto la mia fiaba baltica

Ci siamo! Sono quasi le undici del mattino quando il comandante del velivolo annuncia di allacciare le cinture di sicurezza perché a breve iniziano le manove d’atterraggio. Incollo il naso al finestrino mentre il velivolo si abbassa, la coltre di nuvole bianche e paffute si dirada e finalmente vedo la terra estone, un po’ tremolante perché sono commossa. Mi emoziono perché era da tanto tempo che desideravo visitare Tallinn: tutta colpa dello scrittore olandese Jan Brokken!

L’atterraggio è perfetto: capitano ed equipaggio ci salutano e ci ringraziano; le hostess spalancano il portellone, ci siamo davvero, metto il naso fuori, respiro a pieni polmoni e dico entusiasta: “Tutto sommato non fa così freddo!“.

È più o meno così che è iniziata la mia fiaba baltica!

In questo articolo descriverò 10 cose che non dovrebbero mancare durante il vostro soggiorno a Tallinn. La piccola capitale estone si visita tranquillamente in un fine settimana (2 giorni pieni), senza correre troppo: quasi tutte le attrazioni di cui vi parlerò le troverete a poca distanza dal centro.

Siete pronti per partire con me?

1. Piazza delle Libertà (Vabaduse Väljiak)

L’Estonia ha avuto una storia particolarmente turbolenta e nel corso del tempo ha dichiarato ben due volte l’indipendenza: il 24 febbraio 1918 e il 20 agosto 1991. Il 24 febbraio 1918 l’Estonia dichiarò la propria indipendenza, cosa che non piacque né alla Russia né alla Germania, potenze che volevano annettere i territori baltici. L’Estonia venne così invasa dalla Russia, ma gli estoni non si diedero per vinti: la Guerra di indipendenza estone durò dal 1918 al 1920. Purtroppo, l’indipendenza dell’Estona ebbe vita breve: nel 1940 l’U.R.S.S. invase di nuovo il piccolo stato baltico e la Germania di Hitler giunse a salvarl: gli estoni salutarono con calore ed entusiasmo i nazisti, sperando che li liberassero dai sovietici e gli ridessero la libertà.

Peccato che non andò proprio così. I nazisti divisero la popolazione estone generando una pericolosa spaccatura negli strati sociali e abbandonarono l’Estonia solo nel 1944, momento in cui i sovietici decisero di nuovo di invadare l’Estonia. La dominazione sovietica in Estonia durò 47 anni e la definitiva indipendenza arrivò il 20 agosto 1991, due anni dopo la caduta del muro di Berlino e la disgregazione dell’immensa Unione Sovietica.

La bella Piazza delle libertà ricorda a tutti questa storia fatta di coraggio, indipendenza e resistenza verso gli invasori: qui la grande croce commemora i caduti della guerra d’indipendenza contro la Russia (1918-1920) e nelle giornate di vento i tre colori estoni – blu, bianco e nero – sventolano con orgoglio.

2. Palazzo Kadriorg e il suo parco

Sinora ho parlato della storia più recente dell’Estonia, ma i russi puntarono gli occhi sul piccolo stato baltico molto prima del 1918. La dominazione zarista in Estonia è narrata molto bene nel romanzo storico “Il pazzo dello zar” di Jaan Kross (trad. A. Alberti, Iperborea, 433 pagine, 19 €), che vi suggerico di leggere prima di un viaggio in Estonia.

Sebbene Jaan Kross abbia ambientato il romanzo a Võisiku, nel distretto di Viljandi, quando ho visitato il Palazzo Kadriorg e il suo magnifico parco non ho avuto problemi ad immaginarmi nella tenuta di Timotheus von Brock, il pazzo dello zar, appunto. La magia dei libri è anche questa.

L’attuale stupenda configurazione del Palazzo Kadriorg la si deve a Pietro il Grande che, quando entrò vittorioso a Reval, l’antico nome di Tallinn, decise di modificare un antico maniero in stile danese per donarlo alla moglie Caterina, su progetto dell’architetto veneziano Nicola Michetti. I lavori iniziarono nel luglio del 1718, gli zar dimorarono svariate volte, ma dopo la morte di Pietro il Grande, Caterina si disinteressò al palazzo, che poco alla volta cadde nell’oblio.

Oggi il Kadriorg è restaurato ed visitabile: ospita una piccola ma bellissima collezione d’arte estone, mentre in estate sono molti gli eventi che vengono ospitati nei giardini del parco. Il parco è visitabile gratuitamente, invece per entrare nel Palazzo si paga 5 €.

3. Il lungo mare di Pirita e l’alba invernale sul Mar Baltico

Pirita è un comune che confina con Tallinn, raggiungibile rapidamente dal centro città in autobus oppure a piedi, infatti la lunga passeggiata che costeggia il Mar Baltico è molto rilassante e panoramica.

“Che cosa ci fa su questa nave?” mi chiese in inglese  uno dei doganieri. “Volevo vedere il Mar Baltico”, risposi assonnato. “Perché, cos’ha di speciale?” “Secondo i marinai è il più bello di tutti.” “Mai notato”. “E’ la luce a essere speciale. Morbida e calda”. “La luce?” gli uomini si scambiarono un’occhiata. “In autunno s’infiamma.” “Lei che cosa fa di lavoro?” “Lo scrittore.” “Ah!” Un pazzo, ma non pericoloso. Mi sembrò di cogliere una punta di sarcasmo nel modo in cui mi timbrò il passaporto [Jan Brokken, Anime baltiche, trad. C. Cozzi e C. Di Palermo]

Di Pirita mi interessavano due cose: vedere l’alba sul Mar Baltico (alle 9.28 del mattino!) e le rovine del convento di Santa Brigida, un edificio gotico dedicato alla santa svedese. Il convento fu quasi interamente distrutto da un incendio ad opera di Ivan il Terribile durante la guerra di Livonia nel 1577. Con il tempo si svilupparono diverse leggende popolari e i contadini estoni raccontavano l’esistenza di passaggi segreti che collegavano Pirita al centro della città.

Io di fantasmi non ne ho visti, però ho camminato sulla sabbia ghiacciata del Baltico ed è stato veramente emozionante.

4. Le torri di Tallinn e la Città Vecchia Patrimonio Mondiale dell’UNESCO

La città di Tallinn è invasa da torri e torrette di età medievale, per cui potreste ritrovarvi a passeggiare con il naso all’insù per ammirarle tutte. Dai punti più alti della città ne vedrete parecchie, alcune sono visitabili come Kiek in de Kök (letteralmente “uno sguardo in cucina”) e altre hanno nomi buffi come “Margherita la grassa”.

5. Il mercatino di Natale di Tallinn

Certo, direte voi, il mercatino di Natale di Tallinn non si può vedere tutto l’anno, ma io l’ho messo nelle cose da vedere per amo il periodo natalizio e mi piace molto visitare i mercatini delle città italiane ed europee. Rispetto ai mercatini di Parigi o Praga, quello di Tallinn è più piccolino e raccolto, ma non per questo meno vivace, colorato e simpatico.

Al mercatino di Natale di Tallinn c’è di tutto: ambra del Baltico, manufatti in legno, abbigliamento artigianale, souvenir in ceramica, cibo locale e… glögg! Pochi giorni a Tallinn ci hanno resi dipendenti dal glögg una bevanda tipica dei Paesi nordici che viene servita caldissima. Possiamo dire che assomigli ad un infuso alla frutta, come sapore, e il calore che sprigiona quando la si beve è molto piacevole quando la temperatura serale scende sui -4° C! Il prezzo del glögg varia in funzione del contenuto in alcool: più alcool, più euro da sborsare, ma si resta sempre su cifre piuttosto abbordabili!

6. I migliori belvederi

La Città Vecchia di Tallinn è chiamata Toompea (“collina della Cattedrale”) e sorge su un rilievo calcareo proprio nel centro della città. Rispetto alla parte più nuova di Tallinn, la collina è rilevata di circa trenta metri, poco ma quel che basta per ammirare dai numerosi belvederi tutto lo splendore della Città Vecchia e il Mar Baltico.

In inverno il sole tramonta molto presto, noi essendoci stati qualche giorno prima del 21 dicembre abbiamo visto il sole tramontare circa alle 15.00. L’idea di vedere il tramonto da uno dei belvederi si è rivelata decisamente vincente: se ci pensate, è uno spettacolo meraviglioso e gratuito. E se un simpatico gabbiano decide di farvi da modello, le  immagini che porterete a casa saranno ancora più belle!

7. Cortili, passaggi segreti e viaggi nel tempo

Dicevo che la Città Vecchia di Tallinn è Patrimonio Mondiale dell’UNESCO e perdendovi tra i vicoli e i cortili e i passaggi del centro vi renderete conto del motivo di tale scelta; gli edifici e le strade sono rimaste molti simili a com’erano nel Medioevo e non ci sono fabbricati in rovina o abbandonati a sé stessi. Il mio compagno di viaggio, che inizialmente era scettico riguardo a Tallinn, si è ricreduto dicendo che, per lui, il centro storico della piccola capitale dell’Estonia è uno dei più belli e curati mai visti.

A Tallinn si può viaggiare nel tempo: stavamo passeggiando tranquillamente nella Raekoja Plats (la piazza del Mercatino di Natale) quando all’improvviso giungono due uomini in costume medievale che trascinano una strega alla gogna che grida qualche maledizione alla folla. Se entrate nel famosissimo locale III Drakon penserete di essere stati catapultati nel Medioevo: le cameriere e i cuochi sono in costume tradizionale, non ci sono posate, i piatti sono fatti di pane casereccio e i tavolacci sono pure poco puliti.

Ma uno dei miei passaggi preferiti, quello che mi ha fatta davvero credere di poter viaggiare nel tempo (sensazione che è durata un attimo, ma è stata bellissima) è il Katarina käik, ovvero il Passaggio di Santa Caterina: ciottolato, illuminato con le luminarie natalizie e costellato di botteghe artigiane, ecco ho creduto davvero, per un secondo, di aver fatto un salto indietro nel Medioevo!

8. La Cattedrale di Aleksandr Nevskj

Di nuovo un po’ di Russia a Tallinn: non mancate una visita alla splendida e maestosa Cattedrale ortodossa di Aleksandr Nevskj costuita sulla collina di Toompea, dipendente dalla chiesa ortodossa estone, ovvero dipendente dal Patriarcato di Mosca.

La Cattedrale di Aleksandr Nevskj fu costruita nel XIX secolo per iniziativa della popolazione ortodossa; è una classica cattedrale in stile bizantino-russo e lo zar Alessandro III la volle dedicare a Sant’Aleksandr Nevskj come ex-voto a seguito di un incidente ferroviario dal quale lo zar ne uscì indenne.

Durante la dominazione sovietica la Cattedrale fu chiusa e non venne realizzato, come prospettato dai vertici sovietici, il Planetario della città. Nel maggio del 1945 la Cattedrale venne riaperta al culto e nell’ultimo decennio spesso rinnovata e restaurata. La Cattedrale è oggi visitabile ma non è possibile scattere fotografie al suo interno; per questo vi lascio una suggestiva immagine nottura… ah no, forse erano le 16.00!

9. Il pittoresco mercato della stazione

Se siete dei nostalgici sovietici, se volete trovare cianfrusaglie russe, abiti usati, libri in russo, cibo dubbiamente igienico, il Baalti Jaam fa per voi. Il mercato della stazione, Baalti Jaam appunto, si trova a pochi metri dalla stazione ferroviaria di Tallinn. Io non ho comprato nulla, però sono stata tentata di acquistare un libro russo a 1 € o il busto di Lenin in ottone, ma non sapevo se al controllo dell’aeroporto mi avrebbero fatta passare!

10. Le librerie di Tallinn

La cosa più bella anche se non ho potuto comprare nulla: le librerie di Tallinn. Ne ho visitate due: la Raamatukoi in Harju 1a che è una libreria di libri usati, ma vende anche spille sovietiche, francobolli, cartoline e altre cianfrusaglie; la Rahva Raamat che si trova agli ultimi piani del grande centro commerciale Viru, appena fuori dal Viru Gate.

Nella Raamatukoi è possibile perdersi tra gli immensi e altissimi scaffali di libri usati, principalmente scritti in estone e russo (forse qualcosa in inglese c’è, ma non sono sicura).

La Rahva Ramat invece è una libreria molto grande e direi quasi immersiva. Si trovano libri estoni, russi e inglesi, ci sono divesi servizi bar, tavolini, divanetti e un piccolo angolo verde: mi è sembrato un luogo dove acquistare romanzi sì, ma anche dove trascorrere qualche ora a rilassarsi, immersi da mille libri.

*

Come avete visto, Tallinn è molto piccola ma non mancano cose decisamente belle e originali da vedere. Se ci siete stati e volete lasciarmi un commento, sarò ben felice di leggere cosa vi è piaciuto (e cosa no, ovviamente) della piccola capitale estone.

Dato che curo un blog di libri, vi do alcuni suggerimenti di lettura nel caso vogliate intraprendere un bel viaggio in Estonia attraverso i romanzi e racconti:

Anime baltiche, Jan Brokken, trad. C. Cozzo & C. Di Palermo (Iperborea)

Il pazzo dello zar, Jaan Kross, trad. A. Alberti (Iperborea)

Terra di confine, Emil Tode, trad. F. Rosso Manescalchi (Iperborea)

La congiura, Jaan Kross, trad. G. Pieretto (Iperborea)

Le api, Meelis Friedenthal, D. Monticelli (Iperborea)

 

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La mia bussola punta a Nord: consigli per un viaggio a Tallinn

Hello! You’re welcome!” è l’esclamazione che più spesso vi diranno gli estoni e lo faranno in ogni occasione: quando acquisterete dei souvenir, quando farete spesa al supermercato, quando ordinerete al ristorante e quando chiederete informazioni negli uffici del turismo o sui mezzi pubblici.

Tra i bellissimi viaggi di quest’anno, c’è il soggiorno a Tallinn (e l’escursione a Helsinki!) e in questo articolo voglio raccontarvi quanto sia bello quest’angolino dell’Estonia e quando sia facile organizzare un viaggio economico nella più settentrionale delle Repubbliche Baltiche. Siete pronti per segnarvi i miei consigli e partire con me?

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Perché ho scelto Tallinn?

Quando dicevo che in inverno avrei visitato Tallinn, gli amici e i conoscenti rimanevano un po’ perplessi. Credo fosse per il freddo, ma anche perché non sapevano bene dove collocare Tallinn nella cartina geografica dell’Europa (“Ah, ma vai in Russia, quindi?”). Quindi, perché organizzare un viaggio a Tallinn? Io ho da sempre la passione per la geografia e ricordo che da bambina avevo sentito parlare delle Repubbliche Baltiche, tre Stati diventati indipendenti dall’ex-Unione Sovietica. Sono trascorsi poi molti anni, finché non ho letto uno dei libri più illuminanti mai letti in vita mia: Anime baltiche di Jan Brokken (trad. C. Cozzo e C. Di Palermo, Iperborea editore). I personaggi e le storie raccontate in questo libro hanno fatto sì che io iniziassi a sognare di visitare questi luoghi e dopo due anni di attesa, finalmente, ho potuto andare a Tallinn e realizzare il mio sogno.

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Tallinn dal belvedere di Toompea (foto: Claudia)

Perché organizzare un viaggio a Tallinn?

  • Perché è una capitale molto piccola, il centro storico è patrimonio mondiale dell’UNESCO, è quasi interamente senza veicoli e si può girare a piedi.
  • Perché è una meta sicura. I recenti atti terroristici che hanno colpito Parigi, Bruxelles, Monaco di Baviera e Berlino certo mi spaventano molto; l’Estonia da questo punto di vista può definirsi molto sicura.
  • Perché è a soli 85 km a sud di Helsinki e con l’occasione di un viaggio in Estonia potrete fare… un salto in Finlandia (nel mio caso, con 22 € andata/ritorno di traghetto ho potuto viaggiare da Tallinn a Helsinki in giornata).
  • Perché gli estoni sono gentili, professionali e precisi, e in generale perché l’Estonia è un paese molto pulito e ben organizzato.
  • Perché a Tallinn potrete sentirvi nel Medioevo, o nella Russia ottocentesca, o ancora in epoca sovietica. Il tutto entro pochissimi chilometri.

Come vestirsi in inverno per affrontare un viaggio a Tallinn?

Premetto che il freddo che ho percepito a Tallinn e Helsinki è molto diverso dal freddo che attanaglia ogni inverno la porzione di Pianura padana dove vivo; se da noi italiani del nord il freddo è umido tanto da penetrare nelle ossa, su oltre il 59° parallelo è secco e molto più soppportabile. Credo di essere stata molto fortunata: le massime sono arrivate a +2° C e le minime non sono andate sotto i -4° C.

Cosa indossare per proteggersi adeguatamente dal freddo baltico? Maglietta termica maniche lunghe, un pile leggero, un pile giacchetta con cappuccio e un giaccone a vento; poi, calzemaglia in caldo cotone, calzini spessi, pantaloni di velluto, scarponcini impermeabili; infine non dimenticate guanti e sciarpa. Dovrei aver elencato tutti gli abiti che indossavo: vi garantisco che non ho avuto freddo!

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Ore 9.48: l’alba sul Mar Baltico vista dalla spiaggia di Pirita (foto: Claudia)

Se è vero che quasi tutti gli estoni parlano bene l’inglese, per evitare di correre in farmacia e rischiare di non farvi capire, portate lo stesso con voi un piccolo kit di medicinali: io ho portato con me dell’aspirina, un blister di moment act e una confezione di Benagol.

Informazioni legate al viaggio: come arrivare, dove soggiornare, come muoversi a Tallinn

Il vettore aereo che ho utilizzato per il viaggio a Tallinn è easyJet, volo diretto da Milano Malpensa. A causa del maltempo e di una perturbazione stazionante sul Centro Europa, l’aereo ha avuto un po’ di ritardo sia all’andata che al ritorno, ma per 98 € A/R di biglietto posso anche soprassedere!

Dall’aeroporto di Tallinn (terzo migliore aeroporto in Europa dopo Monaco di Baviera e Helsinki Vaanta) al centro città si può prendere il bus n°2, che in poco meno di 20 minuti arriva nei pressi del centro commerciale Viru; da qui, a pochi metri c’è il Viru Gate, l’ingresso alla città vecchia. In città ci si può muovere a piedi, mentre per raggiungere le attrazioni più lontane (come il palazzo Kadriorg o Pirita) si possono prende i numerosi tram o bus.

Per il soggiorno c’è davver l’imbarazzo della scelta: sono molte le soluzioni per tutte le tasche. Io ho soggiornato all’Hotell Bern, un grazioso albergo a tre stelle, a 10 minuti dal centro città e 15 minuti dal porto (Terminal D). Voto più che positivo per l’Hotell Bern, dove il personale giovane, la pulizia, la colazione abbondante e variegata e la vicinanza con un fornito supermercato e diversi locali hanno fatto sì che il soggiorno fosse davvero perfetto.

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Il mercatino di Natale nella piazza del Municipio a Tallinn (foto: Claudia)

Cosa mangiare a Tallinn

Quella estone è una cucina che mescola la tradizione russa con quella Scandinava: il risultato sono piatti elaborati molto pesanti, ricchi di panna, burro, salse varie. Io che sono abituata a mangiare in modo leggero, ho fatto un po’ di fatica a trovare qualcosa che mi piacesse, ma se siete curiosi o di buona forchetta troverete certamente qualcosa che fa per voi. Posso consigliarvi sicuramente di assaggiare il salmone, ottimo in ogni modo, e se siete veramente coraggiosi potrete assaggiare carne di alce, orso e addirittura castoro. Non dimenticate, soprattutto se viaggiate in inverno, si assaggiare il glögg una bevanda calda originaria della Svezia ma molto popolare a Tallinn; il glögg è servito in tre declinazioni: analcolico, al 20% e al 40% di alcool, il prezzo cambia in funzione della gradazione alcolica.

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In questa insalata c’è più maionese che verdura! (foto: Claudia)

Guida turistica usata per il viaggio

Tallinn – AA. VV., Morellini editore, 160 pagine, 12.90 €

Per ora mi fermo qui, ma ho ancora moltissime cose da raccontarvi: quello tra Estonia e Finlandia è un viaggio che sognavo davvero da tempo e averlo realizzato mi ha riempito il cuore di gioia. Un viaggio è sempre una scoperta e mai come in questo caso ho imparato tante cose del mondo che mi circonda e di me stessa.

Jaan Kross | Il pazzo dello zar

Nel 1978 viene pubblicato “Il pazzo dello zar” di Jaan Kross (Iperborea, 433 pagine, 19 €) mentre l’Estonia è controllata dall’Unione Sovietica. Quando Kross pubblica quello che oggi viene considerato il suo capolavoro viene condannato a otto anni di prigionia, pena che sconterà nei gulag in Siberia. La stessa sorte toccata a Timotheus von Brock, protagonista del romanzo di Kross, che a causa di scritti compromettenti viene condannato a nove anni di prigione dallo zar in persona.

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Titolo: Il pazzo dello zar

L’Autore: Jaan Kross, poeta e romanziere, è il più conosciuto e acclamato scrittore estone, nominato più volte per il Premio Nobel. Il suo romanzo Il pazzo dello zar è stato tradotto in venti lingue. La maggior parte delle sue opere riflettono la travagliata storia dell’Estonia nel XX secolo, contesa tra la Germania e la Russia.

Traduzione dall’estone: Arnaldo Alberti

Editore: Iperborea

Il mio consiglio: “Il pazzo dello zar” è un romanzo potente, bellissimo, struggente e dagli echi ottocenteschi. E’ una storia di uomini e dei loro sentimenti, del potere delle parole e dell’importanza della libertà

Ho ripreso il manoscritto e l’ho aperto accanto al mio diario. Ho letto finora e a ogni riga mi sono chiesto due volte: non ci sono già qui (come lo zar Alessandro affermava) i segni della follia? E sono giunto a un’inattesa conclusione. Tutto quello che Timo scrive è la pura verità, una verità che se non tutti, molti conoscono. L’errore sta solo nell’uso che lui ne ha fatto. E’ perfino criminale. La ribellione di quegli uomini a dicembre dello scorso anno l’ha dimostrato una volta di più. Ma l’arditezza di Timo è stata, con tutta evidenza, vera pazzia (…) Perché di un uomo si può dire che è folle, ma di un centinaio di persone no. [Il pazzo dello zar, Jaan Kross, trad. A. Alberti]

Nel 1827 dopo nove anni di prigionia Timotheus von Brock può fare ritorno a casa. Provato dalla lunga privazione di libertà, Timo raggiunge l’antica dimora di Võisiku, nel distretto di Viljandi, dove ad attenderlo ci sono sua moglie Eeva, il cognato Jakob e il figlioletto Jüri.

La storia di Timo von Brock e delle sue vicissitudini vengono narrate attraverso gli scritti del cognato Jakob Mettich, sotto forma di diario. Jakob racconta anche di sé e della sorella Eeva: anni prima, infatti, Timo aveva rifiutato di sposare una nobildonna dell’aristocrazia russa, preferendo Eeva la figlia di umili contadini estoni. Assieme a quella di Eeva, Timo von Brock paga anche l’istruzione di Jakob. I due fratelli estoni imparano a leggere, scrivere e parlare le lingue dell’aristocrazia dell’epoca, il russo, il francese e il tedesco.

La vita di Eeva e Timo sembra scorrere al meglio, ma l’incantesimo si spezza quando Timo redige un discoso nel quale, tra le altre cose, insulta lo zar. Sua Maestà non è deciso a perdonare a Timo anche quest’altra stramberia e ordina l’immediata incarcerazione nella fortezza di Schlüsselburg.

Trascorrono nove lunghi anni durante i quali Eeva, moglie fedele che decide di tingersi i capelli di nero per portare un lutto, cerca di andarlo a trovare e di ottenere varie volte la grazia. Grazia che arriva, alla fine, con la sentenza finale: Timotheus von Brock è un pazzo e può tornare a Võisiku, ma non può uscire dai confini dell’Impero russo.

Ma è proprio pazzo, Timo, o è un uomo che ha semplicemente cercato di smuovere le coscienze dell’epoca e ha avuto il coraggio di dire la verità, andando contro ai principi della nobiltà e dello zar in persona?

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Herman Castle, Narva, Estonia (fonte: Zentsik, CC BY-SA 3.0 ee)

“D’altra parte, signori miei, apriamo una buona volta gli occhi: questa nostra tanto decantata cavalleria era ed è una questione che riguarda solo e unicamente noi! Soltanto tra di noi, o nei confronti di coloro che trattiamo da nostri pari, ci comportiamo cavallerescamente. Con gli umili ci siamo comportati finora nel modo più infame!” [Il pazzo dello zar, Jaan Kross, trad. A. Alberti]

Nel libro “Il pazzo dello zar” rivive la figura di Timo, un personaggio realmente esistito, la cui storia è quella di un uomo che ha osato sfidare le convenzioni dell’epoca e ne ha pagato care le conseguenze. Jaan Kross sceglie di romanzare la storia di Timo in un momento in cui l’Estonia è controllata nuovamente dalla Russia, non più zarista ma sovietica. Come ai tempi di Timo, anche durante il dominio sovietico le verità era bene metterle a tacere o si potevano rischiare pesanti punizioni.

I personaggi vengono presentati e descritti con precisione e maestria, con tanto spessore da farli apparire decisamente reali; nei dialoghi si legge quella passione, quell’ardore tipico di un romanzo dagli echi ottocenteschi. “Il pazzo dello zar” è infatti anche un romanzo storico: vengono citati luoghi, situazioni, personaggi quali zar, generali, imperatori europei e vengono descritte epiche battaglie e brucianti sconfitte.

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Riisa bog, Parco Nazionale Soomaa, Estonia (fonte: Olev Mihkelmaa, Wikipedia CC BY-SA 3.0)

Si tratta di un romanzo potente, impegnativo e ricco di informazioni storiche, un libro sul potere delle parole e delle idee, molto più pericolose di tante armi, perché se usate bene le parole possono smuovere le coscienze.

Quando un uomo inizia a ragionare con la propria testa e a dire cose pericolose, non resta altro che mettere a tacere i sovversivi, per gli uomini potenti che vogliono mantenere il controllo. Non resta che incarcerare chi si oppone al regime, chi cerca di aprire gli occhi agli altri: come Jaan Kross, che rievocando la storia di Timotheus von Brock voleva smuovere le coscienze degli estoni messi a tacere dal regime comunista. Ma la verità, anche se con fatica, arriva sempre e con essa arriva la libertà: per Timo è arrivata dopo nove anni di prigionia, per l’Estonia di Kross solo nel 1991. E per fortuna lo scrittore ha fatto in tempo a vederla libera, la sua Estonia.

Emil Tode | Terra di confine

La lettura di “Terra di confine” di Emil Tode (Iperborea, 169 pagine, 10,50 €) si è rivelato un viaggio, proprio come me lo ero immaginato leggendo la trama. Con il giovane traduttore estone, protagonista e voce narrante, ho vagato attraverso l’Europa, da Est a Ovest, dal “paese scomparso” fino ad Amsterdam per giungere infine a Parigi.

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Titolo: Terra di confine

L’Autore: Emil Tode, pseudonimo di Tõnu Õnnepalu, è nato a Tallinn nel 1962. Redattore di una rivista letteraria e traduttore di letteratura francese, dopo aver pubblicato diverse poesie si è imposto come fenomeno letterario estone con “Terra di confine”

Traduzione dal tedesco: Francesco Rosso Marescalchi

Editore: Iperborea

Il mio consiglio: “Terra di confine” può sfuggire alle definizioni perché è un romanzo davvero particolare. Uniche le descrizioni dei luoghi e dei sentimenti, gli eventi descritti attraverso lettere mai spedite. Un libro per chi vuole scoprire autori poco noti in Italia e viaggiare attraverso le pagine

Là sognavo davvero di potere, un giorno, fuggire a Parigi, passeggiare lungo i boulevard, stare seduto ai caffè e sorridere alla gente che avrebbe risposto al mio sorriso – e nessuno avrebbe potuto raggiungermi, né la nonna né i professori né la mia stessa vita. E ora mi trovo qui, in questa città scortese e invasa dai turisti, mi manca il fiato per il caldo, rimango disteso fino a mezzogiorno nella mia tana e non so più cosa sognare. E alle mie spalle non ho lasciato niente, ho portato tutto con me, la mia vita, la nonna, la maleodorante casa della mia infanzia, tutto. Ma almeno è più facile non dover sognare niente, magari che qualcuno mi ami. Una volta lo sognavo ossessivamente, non sognavo più altro. E che cosa ci si guadagna: “Nient’altro che pene e dolori”, avrebbe detto la nonna. Più passa il tempo e più le dò ragione [Terra di confine, Emil Tode]

Un giovane traduttore giunge a Parigi dopo aver a lungo sognato di raggiungere questa città. Il giovane proviene da un lontano paese, nel cuore dell’Est Europa, senza mai rivelare ai suoi interlocutori il paese esatto nel quale è nato.

Quando vien fuori che sei dell’Europa dell’Est ti guardano con compassione e dicono una frase fatta, come se parlassero con il congiunto di uno appena morto [Terra di confine, Emil Tode]

Durante un seminario per traduttori provenienti dall’Est Europa, il giovane incontra Franz, un affascinante docente, del quale si innamora perdutamente. Lo raggiunge ad Amsterdam, la città sull’acqua, e poi di nuovo a Parigi, dove Franz ha una casa magnifica ubicata sull’Ilê St. Louis, dalle cui finestre si vede la Senna che brumeggia al mattino.

Ma il malessere che il giovane traduttore dell’Europa dell’Est si nasconde nel suo cuore, lo porta a compiere un terribile crimine. Il traduttore quindi inizia a scrivere missive – senza mai spedirle – al giovane e misterioso Angelo, una figura incontrata a Parigi ma mai descritta. In queste lettere il traduttore si racconta, si descrive, parla del suo paese, della guerra, dei sovietici e della severa nonna. Infine confessa il suo terribile delitto.

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La spiaggia estone di Viimsi in inverno (Di MP6lder – Opera propria, CC BY-SA 3.0, Wikipedia)

Quante volte sono tornato a quel molo, a quell’acqua, là dove il fiume si fa ampio e impetuoso e i treni del metrò corrono in lontananza sul ponte attraverso l’oscurità come se fosse acqua, come se il mondo fosse sotto l’acqua, dall’altra parte, non qui dove stiamo. Osservo la superficie come un limite oltre il quale deve celarsi il mondo vero, aspetto che la tua mano emerga o che sullo specchio dell’acqua si formino dei cerchi a indicare che mi è concesso raggiungerti. Ma non accade nulla. Un colpo di vento increspa la superficie e fa mormorare i grandi alberi sopra di me, e tra il mormorio si distingue un ansimare di dolore o di piacere, dal ponte giunge un fischio lacerante, ma laggiù non c’è anima viva. Qualcuno trova soddisfazione al suo desiderio, qualcuno cade morto nella stessa erba in cui qualcun altro ha appena sparso il suo seme. Tutt’intorno la carne è pronta, mio caro Angelo, ma lo spirito non c’è da nessuna parte [Terra di confine, Emil Tode]

Narrato attraverso lettere mai spedite al misterioso Angelo, scritto in prima persona, “Terra di confine” è un libro davvero molto particolare. La scrittura fluida e precisa di Emil Tode racconta, con tono appassionato e fortemente sentimentale, le gioie e i dolori del giovane traduttore Est europeo in una Parigi descritta con precisione. Proprio la passione che Tode lascia trasparire dalle pagine, conferisce a “Terra di confine” l’eco di un romanzo ottocentesco, pur essendo stato scritto nei primi anni Novanta del Novecento.

Il paese che il giovane che scrive le missive non cita mai è quel luogo reso attraverso immagini e colori suggestivi: dove in giugno c’è sempre luce e d’inverno calano presto le tenebre. Una terra ambita per la sua posizione geografica perfetta, a cavallo tra Est e Ovest, che per centinaia di anni ha subito invasioni da popoli diversi – dai danesi, dagli svedesi, dai tedeschi, dai russi, dai finlandesi – e che solo nel 1991 ha potuto dichiararsi indipendente per la seconda volta e in modo definitivo. La terra di confine è l’Estonia.

Una volta ho trovato su un giornale l’espressione “terra di confine”. Così definivano il paese da cui provengo. Un termine tecnico della politca. Molto preciso, del resto. Ma una terra di confine non può esistere: c’è qualcosa da questa parte della frontiera e qualcosa dall’altra parte, ma il confine stesso non esiste. Ci sono l’autostrada e il campo di grano con la casa colonica tra gli alberi assetati, ma dove corre il confine tra queste due cose? Non lo si può vedere. E se ci si trova esattamente su quel confine non si può essere visti, né dall’una né dall’altra parte [Terra di confine, Emil Tode]

Emil Tode parla di quel senso di sradicamento che vive nel cuore di chi ha lasciato il suo amato-odiato paese; quella confusione di sogni, ricordi e realtà che vive nel cuore degli animi sensibili, come il giovane traduttore estone durante il soggiorno a Parigi; racconta di un amore omosessuale, appassionato quanto clandestino, e di ciò che succede quando si vive divisi tra due mondi apparentemente molto diversi. Tra le pagine vive quella passione quasi ottocentesca, di cui parlavo, che Emil Tode ci mette nel raccontare la sua storia ad Angelo: l’amore per Franz, in primo luogo, ma anche i suoi ricordi di gioventù nella casa della nonna, del momento in cui – dopo aver visto passare tanti tram sotto la sua finestra – ha deciso di prenderne uno anche lui, e fuggire dall’Estonia alla volta della Francia.

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Un’alba invernale estone sulla neve (Di MaarjaLiisR – Opera propria, CC BY-SA 3.0, Wikipedia)

Mi sono ritrovata ad amare (e a rileggere) le romantiche descrizioni usate per raccontare della sua terra di confine, la città di Tallinn, i paesaggi innevati e preda del gelo o le notti estive piene di luce. Mi sono ritrovata ad amare una terra che non conosco ancora ma che scoprirò presto.

Vengo da una terra dove il sole è un diamante raro, una favolosa moneta d’oro che si gira e si rigira al chiarore del fuoco, e la si morde prima di osare fidarsene. In autunno si mette via il sole in cantina, insieme alle patate e ai cavoli, e quando lo si ritira fuori, a primavera, diffonde il velenoso odore dei bianchi germogli di patate su tutta la fattoria, fino al bosco [Terra di confine, Emil Tode]

Meelis Friedenthal | Le api

Tra i libri che preferisco ci sono quei romanzi dove ti senti completamente trasportata nel tempo e nello spazio; io amo quelle storie dove abbondano i dettagli e le descrizioni, perché fanno sì che io mi senta davvero lettrice protagonista. Nel caso del romanzo “Le api” di Meelis Friedenthal (Iperborea, 275 pagine, 16,50 euro) a tratti mi pareva persino di percepire il freddo umido e pungente che viveva Laurentius Hylas, il tormentatissimo protagonista del libro.

20151020110238_253_cover_mediaTitolo: Le api

L’Autore: Meelis Friedenthal (1973) è laureato in teologia e filosofia all’Università di Tartu, in Estonia. Dopo un romanzo di stampo fantascientifico e una serie di racconti, scrive il secondo romanzo “Le api” ottenendo nel 2013 il Premio dell’Unione Europea per la Letteratura

Traduzione dall’estone: Daniele Monticelli

Editore: Iperborea

Il mio consiglio: per tutti coloro che amano i romanzi storici ambientati nel Seicento dove alchimia e medicina ancora si fondono, per chi ama i protagonisti tormentati e per chi apprezza le descrizioni minuziose come un quadro fiammingo

Laurentius si guardò attorno e cercò di argomentare. “L’anima non è forse l’attualità del corpo? Per questo sezionando non la troviamo, perché non è più attualmente nella persona. Possiamo fare un cadavere in pezzi minuscoli, ma l’anima non c’è. Semplicemente non c’è. Eppure tutti sentono di averla, no? Finché esistiamo la percepiamo”. Peter prese la parola: “Credo che il teatro anatomico possa servire da illustrazione a questa discussione. Il signor Laurentius Hylas ha magari fatto un cadavere a pezzettini e si è così convinto delle proprie parole, ma l’esperienza insegna più di ogni parola e l’esperienza è ciò di cui abbiamo bisogno. E che altro è il teatro, se non esperienza?” [Le api, Meelis Friendenthal, trad. D. Monticelli, citazione pagina 179]

Laurentius Hylas giunge in Estonia dopo un lungo viaggio periglioso per mare e per terra. Con sé ha un baule con le sue carte e una gabbia di ferro costuita con le sue mani, la casa del suo pappagallo Clodia. Laurentius è uno studente che ha lasciato l’università di Leida, Olanda, per giungere in Estonia ed iscriversi all’università di Tartu. Durante il tragitto, il tempo è piuttosto inclemente: pur essendo fine settembre cade quasi ogni giorno una fitta pioggia gelida e l’umidità raggiunge sia le membra che le ossa. L’Estonia, esce da un’estate piovosa che ha distrutto molti raccolti e condotto alla fame diverse persone, in particolare le fasce contadine più deboli e povere, pur essendo definita il granaio di Svezia, dato che all’epoca la piccola repubblica baltica era sotto il dominio svedese.

La carrozza di Laurentius fa una sosta prima di arrivare a Tallinn, e durante quell’occasione, nella sudicia e sporca locanda dove si fermano a riposare, il povero pappagallo Clodia muore. Il giovane Laurentius era molto legato a Clodia, perché il ragazzo credeva che il pappagallo potesse aiutarlo a socializzare con gli estranei e a tenere a bada la sua bile nera e i suoi umori.

Ma un altro evento sconvolge Laurentius prima di giungere finalmente a Tartu: lungo la strada resa sdrucida dalle piogge, una ruota della carrozza di rompe e mentre il cocchiere – aiutato dai passeggeri – ripara la vettura, Laurentius incontra uno straccione dai profondi occhi azzurri e disperati, che lo inquieta profondamente e gli ruba la gabbia con il corpicino del povero Clodia. Da quel momento in poi, Laurentius lamenterà di forti febbri, spossatezza persistente e inappetenza dovuta principalmente ad un odore marcescente quanto persistente che gli ammorberà le narici e l’anima per lungo tempo. E quella giovane ragazza vestita di bianco, che afferma di chiamarsi Clodia è reale oppure nata dal delirio febbrile?

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“Lezione di anatomia del dottor Tulp”, olio su tela, Rembrandt (1632)

Il suo fiato era forse come il ragno che si arrampicava sul muro? Esiste tutto il tempo da qualche parte, ma finché non si mostra con chiarezza è come se non ci fosse. Quello stesso fiato che gli animava il corpo un attimo prima, che gli circolava nei polmoni e gli toccava il sangue, ora se ne vola via nell’oscurità. Si mescola all’aria umida della notte e diventa parte di essa, si muove dentro e fuori i polmoni perfino quando con l’avanzare della sera, la ragione e lo spirito si ottundono sempre più. Perfino quando il corpo si affloscia addormentato sul letto. Vuoto di memoria. Quel fiato che si muove dentro e fuori è dunque la vita, l’esistenza dell’uomo? [Le api, Meelis Friendenthal, trad. D. Monticelli, citazione pagine 206-207]

Ambientato a fine Seicento, il romanzo “Le api” permette realmente di far compiere al lettore un salto nel tempo. La vita dell’Estonia dell’epoca è resa in modo pressoché perfetto, dalla descrizione della vita contadina e delle loro disgrazie ai suntuosi banchetti universitari e alle lezioni di anatomia.

Nel romanzo compaiono, oltre alle teorie di famosi scienziati come Newton e Boyle dei quali spesso nel libro si discute, anche dei personaggi realmente esisiti come il rettore matematico Sven Dimberg, il filosofo Gabriel Sjoberg e il medico Jakob F. Below. I paesi baltici sono stati spesso territori contesi, e solo dopo quasi settecento anni di varie dominazioni straniere hanno potuto dichiararsi indipendenti; come l’ambientazione, anche il periodo scelto per sviluppare il romanzo è un periodo di confine, un’epoca dove la gente si scrolla di dosso i retaggi medievali per iniziare a vedere le cose attraverso occhi scientifici.

E poi, c’è il protagonista Laurentius Hylas, un uomo che riflette il Seicento di passaggio nel quale egli vive: Laurentius vuole credere nella scienza e nelle nuove teorie scientifiche, ma sembra essere ancora saldamente radicato alla stregoneria e all’alchimia, continuando a mescolare – come molti all’epoca – le teorie scientifiche con l’alchimia. Laurentius è preda della malinconia, che si manifesta sottoforma di “febbre” o “bile nera”, uno continuo sbalzo dei suoi umori interni che gli provocano febbri e spossatezza, e quell’odore costante e pestilenziale e marcescente che lo perseguita e gli impedisce di cibarsi dignitosamente, così Laurentius si procura la corteccia di salice per prodursi una tintura da bere, pratica su di sé il salasso, convinto che eliminando i corpuscoli malati del suo sangue, potrà guarire dalle febbri che lo attanagliano. Ma le febbri continuano e continuano anche le visioni di una ragazza vestita di bianco che dice di chiamarsi Clodia, ma che nessun’altro oltre Laurentius conosce.

ponte nel bosco

“Ponte nel bosco” Rafail Levitsky

E infine, ci sono le api che rappresentano l’anima, che spesso è oggetto di molte discussioni nel romanzo. Le api vengono paragonate alle virtù umane e a Laurentus ricordano le parole di Platone, quando afferma che sono la reincarnazione delle persone che hanno vissuto una buona vita. Sul finale onorico e particolare, Friedenthal lascia il lettore in bilico, libero di decidere come interpretarlo, pare un po’ nebbioso e sfocato, come chi guarda il mondo attraverso un corpo colpito dalla febbre e dalla malinconia.

Jaan Kross | La congiura

Tra le case editrici italiane, quella che preferisco è senza dubbio Iperborea perché da quanto ho iniziato a leggere i romanzi che pubblica ho avuto modo di conscere e approfondire un mondo che conoscevo poco o per nulla. Non avevo mai letto nessun autore estone che raccontava l’Estonia, un Paese a mio avviso molto interessante e affascinante. “La congiura” di Jaan Kross (Iperborea, trad. G. Pieretto, 182 pagine, 15 euro) è un libro che mi ha permesso di entrare nella dimensione socio-culturale delle Repubbliche Baltiche e mi ha decisamente arricchita.

20150205121212_240_cover_mediaTitotlo: La congiura

L’Autore: Jaan Kross (1920 – 2007) è stato un poeta e narratore di fama internazionale, considerato il massimo esponente della letteratura estone contemporanea. Nato a Tallinn e laureatosi in legge a Tartu, è stato arrestato come dissidente dai nazisti e poi di nuovo dai sovietici, trascorrendo otto anni nei gulag siberiani prima di votarsi alla scrittura. Nel 2010 in Estonia è stato istituito un premio letterario che porta il suo nome

Traduzione: Giorgio Pieretto

Editore: Iperborea

Il mio consiglio: per i lettori curiosi e affascinati dalle culture nordiche e dalla storia contemporanea

Ora nella primavera e nell’estate del 1944, scopro che non sempre basta svegliarsi la mattina per far finire l’incubo, perché quel cubicolo grigio di cella che mi vedo intorno quando apro gli occhi non svanisce. Non svaniscono le sbarre alla finestra, alta come quella di una cantina, né lo strato di calce che ricopre i vetri (per impedire a chi si mette in punta dei piedi di vedere la baia). Le due brande sosprese con i rispettivi occupanti sono ancora lì, insieme all’uomo che vi dorme sotto, sul pavimento, e a quello accanto a lui. Così come la cassetta marrone che serve da coperchio per la latrina e da sedile, e che, in mancanza di cuscino, funge anche da poggiatesta, e l’odore della latrina stessa, che aleggia sulle assi sconnesse del pavimento, appena percettibile eppure sempre presente, tutt’uno con l’aria della cella. Finché non ci si alza e attraverso la finestra socchiusa si è raggiunti da una scia di cloruro di calcio. Un alito di vento l’ha portata da sinistra, dall’entrata dell’obitorio che si trova al pianterreno della vecchia prigione [citazione dal racconto La grammatica di Stahl, Jaan Kross trad. Giorgio Pieretto]

Tallinn, 1939, i sovietici sono alle porte e Hitler richiama in Germania i tedeschi che vivono in Estonia e vogliono tornare in patria. L’Estonia, assieme alla Lettonia e alla Lituania, sono da sempre state contese tra Russia e Germania, tra Est e Ovest, pizzicate tra due mondi. Nei tre racconti di Jaan Kross vengono rievocati tre momenti della storia Estone del Novecento, narrati attraverso la voce del giovane Peeter Mirk studente e giovane dissidente in fuga perenne, alter ego dell’Autore.

Nel primo racconto dal titolo “La ferita” Peeter Mirk parla del Umsiedlung, il trasferimento o rimpatrio dei tedeschi che vivono in Estonia. Siamo nell’ottobre 1939, Hitler è oramai stato nominato Cancelliere, ha invaso la Polonia e ha promesso ai tedeschi che vivono in Estonia che se vorranno avranno delle terre libere sul Baltico, appunto in Polonia. Gli amici di Peeter, Flora e Karl, decidono di lasciare l’Estonia alla volta della Germania, anche se non hanno prettamente origini tedesche. Flora, la sorella di Karl, solo un anno prima era stata la ragazza di Peeter, ma avevano interrotto il fidanzamento, l’uno per un motivo, l’altra per un altro. Mentre i due fratelli Flora e Karl pensano che in Germania troveranno lavoro e benessere, Peeter non ne è così convinto, poiché il Cancelliere tedesco non gli piace. Karl decide allora di invitare Peeter a cena per l’ultima volta, prima della loro partenza, approfittando della cena vuole anche presentargli sua moglie, sposata in fretta e furia prima della partenza. Ma un evento improvviso quanto nefasto sconvolgerà i piani dei ragazzi e la vita di uno di essi.

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“Tallinn” di Ivan Aivazovsky, Galerie Koller Zürich

Nel secondo racconto dal titolo “La grammatica di Stahl” siamo nell’estate del 1944 e Peeter decide che anche per lui è giunto il momento di lasciare l’Estonia. Seppur a malincuore, perché Peeter ama la sua terra e la sua cultura, capisce che la dominazione tedesca può rivelarsi molto pericolosa, soprattutto per dissidenti come lui. Così, con una valigia di compensato, qualche cambio e l’unica copia del romanzo nel quale mette in luce i difetti del regime nazista, Peeter si imbarca clandestinamente dal porto di Tallinn per raggiungere la Finlandia. Il viaggio dovrebbe essere breve, ma non privo di pericoli. Peeter scorge tra i profughi il suo vecchio amico Tammo, che per ripagargli un debito regala a Peeter una preziosa e vecchia copia de “La grammatica di Stahl“, il primo volume nel quale si parla della lingua e della grammatica estone. Ma qualcosa va storto durante la traversata, Peeter viene intercettato e incarcerato prima di raggiungere la Finlandia.

Nel terzo e ultimo racconto della raccolta che dà il titolo al libro, “La congiura” appunto, siamo nel 1946: ai tedeschi sono stati sostituiti i sovietici, che già tempo premevano per conquistare i piccoli stati baltici. Peeter Mirk in questo ultimo racconto parla dell’esperienza in carcere, come ne “La grammatica di Stahl”, ma questa volta i carcerieri sono i sovietici. In particolare, Peeter consiglierà al compagno di cella Lehtpuu (che in estone significa ‘albero a foglie caduche‘) come comportarsi e cosa dire durante gli interrogatori d’accusa.

Ho apprezzato molto lo stile armonico di Jaan Kross e l’alta qualità della traduzione di Giorgio Pieretti. I tre racconti, pur narrando episodi diversi della vita di Peeter Mirk, letti di seguito risultano fluidi e omogenei: sono come tre flash sugli episodi salienti della storia estone. Una storia, quella estone – come quella lituana e lettone – davvero molto complessa. Da sempre pizzicate tra Est e Ovest, hanno però saputo mantenere con orgolio la loro dignitità, la loro cultura e la loro lingua. Nella preziosa postfazione a cura di Giorgio Pieretto, il traduttore, vengono evidenziati i punti salienti della storia estone e un approfondimento biografico sullo scrittore Jaan Kross.

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Mulini a vento sull’isola di Saaremaa (photo: Ekke Vasli, CC BY 2.0)

Lanciare uno sguardo sull’Estonia, sulla sua storia e sulla sua cultura come ho scritto nell’introduzione mi ha arricchita molto, anche se apprezzando la casa editrice Iperborea  non avevo dubbio alcuno che “La congiura” mi sarebbe piaciuta.

Nel corso delle decine di anni trascorsi da allora sono più o meno riuscito a liberarmi da quel malessere che mi prendeva nelle foreste a foglie caduche, contro il piacere che provo in quelle di conifere. Ma quando l’estate scorsa, ad Autaguse, ho visto uno scoiattolo volante, un letun, lanciarsi nel cielo blu fra i rami forcuti di un vecchio tiglio, ho provato come una stretta al cuore, un inatteso senso di colpa per il destino di quell’animaletto in via d’estinzione. E solo dopo averci pensato a lungo ho capito il perché [citazione dal racconto Lacongiura, Jaan Kross trad. Giorgio Pieretto]

Jan Brokken | Anime baltiche

La neve inizia a cadere fitta, la luce del sole che muore all’orizzonte allunga le ombre delle betulle e degli abeti sui prati candidi. Qualche stella compare in cielo. All’improvviso, la cupola a cipolla di una chiesa russa-ortodossa; il fiato che si ghiaccia contro il finestrino dell’autobus e mentre la notte avanza, le luci di una città lontana iniziano a brillare.

E’ così che immagino l’inizio del viaggio che Jan Brokken racconta in “Anime baltiche“, viaggio per me immaginario ma bellissimo. Prima di leggere il mio articolo, consiglio l’ascolto delle suggestive musiche “Spiegel Im Spiegel” e “Fur Alina” del compositore estone Arvo Pärt.

Titolo: Anime baltiche

L’autore: Jan Brokken (1949) scrittore e viaggiatore olandese è famoso per la sua capacità di raccontare i grandi protagonisti del mondo letterario e musicale. Ha pubblicato numerosi romanzi di successo. In Italia, oltre ad “Anime baltiche” è uscito “Nella casa del pianista” (2011) sempre edito da Iperborea.

Traduttrici: Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo

Editore: Iperborea (2014)

Il mio consiglio: lo consiglio agli appassionati di viaggi, d’arte, di letteratura e a chi vuole scoprire la magia delle Repubbliche baltiche. Perché “viaggiare, insieme a leggere e ascoltare, è la via più breve per arrivare a se stessi

Fummo costretti a presentarci uno alla volta ai doganieri. Il mio interrogatorio fu il più lungo; delle nove persone a bordo ero l’unico passeggero. “Che cosa ci fa su questa nave?” mi chiese in inglese  uno dei doganieri. “Volevo vedere il Mar Baltico”, risposi assonnato. “Perché, cos’ha di speciale?” “Secondo i marinai è il più bello di tutti.” “Mai notato”. “E’ la luce a essere speciale. Morbida e calda”. “La luce?” gli uomini si scambiarono un’occhiata. “In autunno s’infiamma.” “Lei che cosa fa di lavoro?” “Lo scrittore.” “Ah!” Un pazzo, ma non pericoloso. Mi sembrò di cogliere una punta di sarcasmo nel modo in cui mi timbrò il passaporto [cit. Anime baltiche, pagina 17]

Grazie alla magistrale penna di Jan Brokken rivive la storia delle piccole Repubbliche Baltiche. Brokken ha viaggiato dieci anni tra Estonia, Lettonia e Lituania, durante i quali ha raccolto immagini, testimonianze, storie e interviste utili per ricostruire le vicissitudini di questo lembo d’Europa, piccolo ma sempre conteso tra oriente e occidente, tra la Germania, Svezia, Finalandia e la grande Unione Sovietica.

Nei dodici capitoli che costituiscono il libro, Brokken presenta artisti, musicisti, pittori, scrittori o semplici uomini e donne che nel loro piccolo hanno fatto la storia, rappresentando la Lituania, la Lettonia e l’Estonia nel mondo. Quelle terre dove i boschi si susseguono lungo le colline, dove la neve copre il paesaggio come una coperta avvolgente, dove il calore di un fuoco può essere fonte di gioia quando d’inverno i laghi gelano; quelle terre spesso invase e occupate, tanto che per alcuni periodi della storia era addirittura vietato parlare in estone, lettone o lituano. Quelle terre di confine, affacciate sul gelido Mar Baltico, hanno dato vita a persone che hanno combattuto la violenza con l’arte, la guerra con la letteratura, gli eccidi con la musica, creando un immenso patrimonio culturale che oggi Jan Brokken racconta nei capitoli del libro.

Tra le prime anime baltiche che Brokken descrive, ecco il libraio di Riga Janis Roze, costretto dai sovietici a chiudere la libreria per poi darla in gestione ai proletari russi, e solo molti anni dopo il negozio avrebbe potuto riprendere il vecchio nome del fondatore. L’architetto Ejzenstejn è un altro personaggio lettone, l’artista che ha progettato molti palazzi di Riga secondo lo Jugendstil in voga a Vienna. Ma l’architetto Ejzestjn era anche il padre di Sergej, il regista divenuto famoso per film quali La corazzata Potemkin, Ottobre e Sciopero!; benché Sergej disapprovasse lo stile di vita del padre, si troverà ad essergli molto simile una volta divenuto adulto.

Sempre in Lettonia, Brokken ci presenta Gidon Kremer, il noto violinista divenuto tale per volontà di suo padre. Mentre in Lituania, spicca tra i letterati Roman Kacev, che diverrà uno scrittore famoso con il nome d’arte di Romain Gary. Gary ebbe una vita molto difficile, durante la quale cercò anche di nascondere le sue origini lituane, tanto appunto da cambiarsi addirittura il cognome. Dopo una carriera nell’aviazione, nel 1944 si salvò per miracolo da un grave incidente dove morì il suo copilota. L’esperienza militare e il rapporto con la madre, Mina, segneranno profondamente la sua vita di scrittore.

Loreta era solo una giovane ragazza, quando la notte tra il 12 e il 13 gennaio del 1991 scese in piazza per manifestare contro i sovietici. La sua avventura finì molto male, tanto che si dice che il suo sguardo ripreso dalle telecamere dopo l’incidente con il carro armato intenerì Gorbacev in persona.

Chaim Jacob Lipchiz, come Loreta e Gary, era originario della Lituania. A causa delle invasioni nemiche dovette fuggire dalla sua terra. Diventò uno scultore famoso, “Il grido” (1928-1929) è la sua opera più nota ma anche la più discussa.

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Konigsberg, la città di Hannah Arendt in un dipinto di Ludwig Hermann

La scrittrice e filosofa Hannah Arendt crebbe a Konigsberg, una città che oggi non esiste più, e anche dopo aver viaggiato in tutta Europa e negli Stati Uniti, la Arendt conservò sempre la sua terra natale nel cuore. Brokken visita la Curlandia, antica regione storica della Lituania, per raccontare l’ascesa e la caduta dei baroni baltici, ricchi proprietari terrieri che tennero in scacco la terre baltiche per molti secoli. Nel capitolo “La cacciata da Moisamaa“, Brokken racconta l’appassionante storia della madre di Karim, una sua compagna di studi. Infine, negli ultimi capitoli, vengono presentati due grandi artisti: il pittore astratto Mark Rothko, che dipinse fratture in ogni suoi quadri per esprimere il disagio della fuga dal suo paese, e il compositore Arvo Pärt, che scrisse musiche di una bellezza struggente.

Tutti questi personaggi hanno in comune la passione e l’amore per la propria terra, anche se, a prima vista, sembrerebbe che alcuni di loro abbiano cercato di dimenticare la propria patria e addirittura la propria lingua. E’ impossibile dimenticare le origini: alle proprie radici necessariamente prima o poi si torna.

Il viaggio che per caso mi aveva portato in una piccola città portuale del golfo di Riga, risvegliò la mia curiosità per quei paesi situati nell’angolo meno definito d’Europa. La calma del Baltico, l’orgoglio dei baltici, quella fierezza che Huig, con l’occhio accorto dell’uomo di mare, aveva saputo cogliere con tanta sicurezza al primo sguardo mi hanno dato voglia di saperne di più. L’orgoglio non ha niente a che vedere con il nazionalismo, lo sciovinismo o l’arroganza. Essere orgogliosi del proprio paese significa credere in tutto ciò che lo rende speciale, diverso, unico. Segnifica avere fiducia nella propria lingua, nella propria cultura, nelle proprie capacità e nella propria originalità. Quest’orgoglio è la sola risposta adeguata alla violenza e all’oppressione. [cit. Anime baltiche, pagina 23]