AA. VV. | Ombre. Racconti ispirati ai dipinti di Edward Hopper

– Quale pensi che sia la storia? – chiese lei.
– Cosa, la loro? Cosa ti fa credere che ce ne sia una?
– C’è sempre una storia. Dipingere è raccontare. Sai perché si intitola Nighthawks?
– Nel senso di “falchi nella notte”? No, in realtà.
– Be’, che sia notte è ovvio. Ma dài un’occhiata al becco di quello che sta con la donna.
Bosch lo fece. Se ne accorse per la prima volta. Il naso dell’uomo era appuntito e incurvato come quello di un uccello. Un falco nella notte. Ovvero un nottambulo. [Michael Connelly, Nighthawks, trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini]

Una ballerina nuda. Un pierrot triste e una donna dalle gote rosse alle sue spalle. Una ragazza sola in un caffè, con un cappellino. Un uomo che legge il giornale e una donna che, annoiata, pigia un tasto del pianoforte. La vetrina curva del diner più noto d’America, dove un cameriere serve un uomo e una donna che appaiono molto intimi. S’intravede una ragazza ad una finestra. Una ragazza nuda, ad eccezione delle scarpe, guarda fuori dalla finestra. Una giovane donna sola in una stanza attigua ad un cinema affollato. 

Atmosfere cupe, personaggi in costante attesa e nessun volto sorridente. Questi sono gli ingredienti dell’arte di Edward Hopper (1882-1967), uno dei più noti e apprezzati pittori americani del Novecento, acclamati dal pubblico per la sua incredibile capacità di trasmettere l’America – quella che vive nel nostro immaginario – attraverso i suoi quadri; spesso definito come il pittore del silenzio, nelle scene rappresentate da Edward Hopper aleggia un senso di solitudine e di attesa. Hopper disegnava luoghi che non hanno nulla di caratteristico: interni di locali, tavole calde, case, fari, marine, uffici; Hopper riportava su tela scene quoditiane, luoghi raggiungibili da chiunque e soprattutto, senza inventare niente, esaltava la normalità. Osservando i suoi lavori, lo spettatore viene letteralmente catturato e analizzando i personaggi e i paesaggi hopperiani non è difficile che percepisca una storia.

I nottambuli, Edward Hopper (1942) Art Institute of Chicago

I dipinti di Edward Hopper non hanno mai lasciato indifferenti né lettori né scrittori, come Lawrence Block, che ha chiesto ad alcuni autori americani di scegliere un dipinto di Edward Hopper e di scrivere un racconto ad esso ispirato. Il materiale prodotto è stato raccolto da Lawrence Block per andare a comporre l’antologia “Ombre. Dipinti ispirati a Edward Hopper” (trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini, Einaudi, 304 pagine, 18.50 €).

L’antologia è composta da tredici racconti che prendono spunto dal dipinto di Hopper scelto dall’autore. Il racconto inizia con il nome dell’autore, il titolo e una riproduzione del dipinto: quindi, con il quadro in mente, inizia il racconto e il lettore si sente più coinvolto. Si possono immaginare molte storie – partendo da un dipinto come Nighthawks o Sera d’estate – e ancora prima di iniziare a leggere il racconto aleggia la curiosità di scoprire in quale punto dello scritto l’autore sceglierà di descrivere la scena del dipinto; è un po’ come sapere già quale scena succederà, ma senza conoscere i nomi e le azioni dei protagonisti.

I racconti appartengono a generi diversi: prettamente narrativi – “Lo spogliarello“, “La storia di Caroline“, “Soir bleu“, “La donna alla finestra“, “Natura morta 1931“, “Finestre nella notte” e “Autunno, tavola calda” -, noir – “La verità su quanto è successo“, “Nighthawks“, “L’incidente del 10 novembre“, “Il proiezionista” -,  fantastico – “Stanze sul mare” -,  e horrorLa sala della musica“.

La casa aveva altre qualità che Carmen trovava inquietanti. Per esempio il fatto che ogni anno, senza l’intervento di nessuno, guadagnasse una stanza. Se n’erano accorti lo stesso anno che era arrivato Fabius, qualche mese prima che Klaus Ronson si ammalasse di cancro ai polmoni. Calleta non aveva dato peso alla coincidenza. E aveva sempre trovato normale che le stanze comparissero all’improvviso, come sorte dal mare. Il mondo è pieno di fenomeni che sfidano le leggi della fisica, ripeteva, solo che in genere passano inosservati [Nicholas Christopher, Stanze sul mare, trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini]

“Cinema a New York”, Edward Hopper (1939), The Museum of Modern Art, New York

Diversi generi letterari, diversi autori e autrici: la raccolta è eterogenea e alcuni scritti non fanno altro che confermare il genio dello scrittore, altri stupiscono e necessariamente qualcuno delude; confermano i loro genio Stephen King (“La stanza della musica”) e Jeffery Deaver (“L’incidente del 10 novembre”). Avendo letto per la prima volta Lee Child (“La verità su quanto è successo”), Michael Connelly (“Nighthawks”) e Joe R. Landsdale (“Il proiezionista”) mi hanno stupita parecchio.

Tra gli autori che non conoscevo nemmeno di nome, sono rimasta folgorata dai racconti di Jill D. Block (“La storia di Caroline”, l’autrice è la figlia di Lawrence Block, curatore dell’edizione americana), da Nicholas Christopher (“Stanze sul mare”) e da Kris Nelscott (“Natura morta 1931”). Ecco, soprattutto il racconto di Kris Nelscott: ci avrei visto bene un romanzo, uno di quelli da leggere tutto d’un fiato.

A malincuore ammetto che a deludermi è stata l’ultima alla quale avrei pensato, ovvero Joyce Carol Oates: il suo “La donna alla finestra” mi è sembrato isterico, inconcludente e contorto sin dall’inizio.

Un’antologia eterogenea come questa per preziosa principalmente per tre motivi: primo, permette al lettore di scoprire nuovi autori e autrici ed è un modo ambizioso e originale per celebrare un genio dell’arte del Novecento (temevo un po’ l’effetto commerciale, ma per fortuna – quasi- tutti i racconti si sono rivelati all’altezza delle mie aspettative).

Infine, nell’introduzione di Lawrence Block spiega il motivo per cui nel libro c’è la riproduzione di un dipinto in più: i racconti sono tredici, ma avrebbero dovuto essere quattordici. Un autore (o autrice) all’ultimo non ha potuto consegnare il lavoro, ma ormai Block e la sua squadra avevano già acquistato i diritti per riprodurre “Mattina a Cape Cod“, così il curatore, nella prefazione, invita i lettori a mettersi alla prova: quale storia c’è in questa donna vestita di rosso chiaro che si sporge verso la finestra?

Voi che storia ci vedete? Io una la vedo, e chissà se un giorno mi metterò a raccontarvela.

“Mattino a Cape Cod”, Edward Hopper (1950) Smithsonian American Art Museum, Washington

Titolo: Ombre. Racconti ispirati ai dipinti di Edward Hopper
Autori: Megan Abbott, Jill D. Block, Robert O. Butler, Lee Child, Nicholas Christopher, Michael Connelly, Jeffery Deaver, Stephen King, Joe R. Lansdale, Joyce C. Oates, Kris Nelscott, Jonathan Santlofer, Lawence Block
Traduzione: Luca Briasco, Fabio Deotto, Letizia Sacchini
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un’antologia di racconti molto belli, appassionanti per chi ama i lavori di Edward Hopper

(© Riproduzione riservata)

Paolo Cognetti | Le otto montagne

Il paese di Grana si trovava nella diramazione di una di quelle valli, ignorata da chi passava di lì come una possibilità irrilevante, chiusa in alto da creste grigio ferro e in basso da una rupe che ne ostacolava l’accesso (…) Una strada sterrata si staccava dalla regionale e saliva ripida, a tornanti, fino ai piedi della torre; poi superandola si addolciva, voltava sul fianco della montagna ed entrava nel vallone a mezza costa, proseguendo in falsopiano. Era luglio quando la imboccammo, nel 1984. Nei prati stavano falciando il fieno. Il vallone era più ampio di come sembrava da sotto, tutto boschi sul lato in ombra e terrazzamenti al sole: giù in basso, tra le macchie di arbusti, scorreva un torrente che ogni tanto intravedevo luccicare, e quella fu la prima cosa di Grana a piacermi. Leggevo romanzi d’avventura all’epoca. Era stato Mark Twain a trascinarmi all’amore per i fiumi [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Pietro ha una decina di anni e una grande voglia di vivere tante avventure. I genitori di Pietro sono da sempre innamorati delle montagne: le Dolomiti prima, dove si sono conosciuti e sposati, e le montagne del massiccio del Monte Rosa poi. Nei primi anni Settanta si sono trasferiti dalle montagne venete a Milano per lavoro. Giovanni, il padre di Pietro, lavora in una grande azienda chimica e soffre in città, tanto da decidere di spendere i risparmi per affittare una casetta in montagna.

E’ la mamma di Pietro a scoprire il paesino di Grana, un abitato costituito da poche anime e tante baite ormai in rovina, un luogo per nulla frequentato dai turisti; tutti e tre se ne innamorano subito e da quel momento in poi ogni estate li vedrà a Grana. La mamma esplora i boschi e s’incanta di fronte ai colori dei rododendri selvatici, il papà sale in alta quota in montagna, sfida i ghiacciai e i Quattromila, scrive pensieri entusiasti dei diari di vetta. Pietro incontra Bruno, un ragazzino circa della sua età, l’unico di Grana.

C’era un ragazzino che pascolava le mucche nei prati lungo la riva (…) Portava sempre con sé un bastone giallo, di plastica, dal manico ricurvo, con cui spronava le mucche su un fianco per spingerle giù verso l’erba alta [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Da un laconico dialogo, grazie all’intervento della mamma durante la prima merenda con latte e biscotti, nasce una grande amicizia: Pietro e Bruno iniziano a frequentarsi e a vivere mille cose assieme, come le esplorazioni delle vecchie baite abbandonate, le gite al fiume, le escursioni in montagna con Giovanni. Il momento di lasciare Grana e tornare a Milano è sempre difficile, ma si sopporta il distacco pensando al ritorno.

Così adesso conoscevo anch’io la nostalgia della montagna (…) Anch’io adesso potevo incantarmi alla comparsa della Grigna in fondo ad un viale. Rileggevo le pagine della guida del Cai come fosse un diario, imbevendomi della loro prosa d’altri tempi (…) i giorni di Grana mi sembravano così lontani da chiedermi se fossero esistiti davvero (…) la primavera tornava perfino a Milano e la nostalgia si trasformava in attesa che arrivasse il momento di tornare su [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Pietro torna a Grana e Bruno è sempre lassù ad attenderlo. Trascorrono gli anni e sembra che nulla possa mutare in questa sorta di trasumanza estiva da Milano a Grana; invece, le cose cambiano, perché sia Bruno che Pietro crescono. Pietro e Giovanni si allontanano, un figlio adolescente spesso fatica a capire un genitore e Pietro non capisce perché Bruno non voglia scendere in città a studiare o a cercare un lavoro che dia più certezze economiche.

Pietro si mostra sempre introverso, solitario, timido: studia cinema, cambia diverse città, vola persino in Himalaya per girare documentari e realizzare reportage. Bruno non abbandona Grana, è un giovane pieno di iniziativa ed entusiasmo, il lavoro duro non lo spaventa, vuole creare un’azienda agricola nell’alpeggio dello zio ma si mantiene facendo il muratore con il padre.

Non possono essere più diversi, Pietro alla costante ricerca di sé, girovago che non sa esattamente cosa vuole e dove vuole stare, e Bruno che accetta il suo destino quasi segnato di non doversi allontanare dalle montagne per nessun motivo. Ma se Pietro per qualche tempo si allontana da Grana – e quindi da Bruno – sarà Giovanni, indirettamente a riavvicinarli grazie all’eredità che lascerà al figlio.

Lago Dres in autunno, Ceresole Reale, Parco Nazionale del Gran Paradiso (foto: Claudia)

Le otto montagne” di Paolo Cognetti (Einaudi, 199 pagine, 18.50 €) è un libro semplicemente bellissimo. Semplicemente perché sentimenti, paesaggi, personaggi, situazioni sono descritti con una tale delicatezza che arrivano dritti al cuore di chi legge. Il romanzo è suddiviso in tre parti – Montagna d’infanzia, La casa della riconciliazione e Inverno di un amico – e abbraccia circa trent’anni di vita.

Vengono indagati i sentimenti e i rapporti tra i tre protagonisti: l’amicizia di Bruno e Pietro, le incomprensioni tra Pietro e Giovanni, la stima reciproca tra Bruno e Giovanni, che gli farà quasi da padre dato che quello di Bruno non è una bella persona; sullo sfondo, sempre, le splendide montagne del Massiccio del Monte Rosa, magistralmente descritte dalla sensibilità di Cognetti.

Oltre alla storia, sono proprio le descrizioni della montagna ad avermi conquistata: da esse si legge tra le righe quando l’Autore conosca e ami profondamente quegli ambienti.

Il vallone di Grana a metà novembre era bruciato dalla siccità e dal gelo. Aveva il colore dell’ocra, della sabbia, della terracotta, come se nei pascoli un incendio fosse già passato e spento. Nei boschi divampava ancora: sui fianchi della montagna le fiamme d’oro e di bronzo dei larici illuminavano il verde cupo degli abeti, e ad alzare gli occhi al cielo scaldavano l’anima. Giù in paese invece regnava l’ombra. Il sole non arrivava nel fondo del vallone e la terra era dura sotto i piedi, coperta qua e là da una crosta di brina [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Per apprezzare qualcosa a volte dobbiamo rischiare di perderla. Solo così possiamo capire quando per noi è davvero importante e quando potrebbe mancarci se dovesse scomparire. La leggenda tibetana delle otto montagne non ve la racconto: è struggente, ve lo garantisco, e il finale del romanzo fa commuovere.

Nei silenzi della montagna i nostri pensieri riecheggiano più facilmente: dopo la conquista dell’agognata cima sentiamo noi stessi, tra i battiti convulsi del nostro cuore, e abbiamo una sensazione da tradurre a parole e da imprimere sul logoro diario di vetta.

Titolo: Le otto montagne
L’Autore: Paolo Cognetti
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un libro scritto bene, emozionante e struggente. Per chi ama la montagna, per chi ha perso qualcosa che ora non più avere, per chi pensa che più ci si sale verso le vette e più sia facile ascoltare i nostri pensieri

(© Riproduzione riservata)

Evan S. Connell | Mrs Bridge

Nei libri ci sono altri libri, si dice, e certamente se non fosse stato per il romanzo “Nessuno scompare davvero” di Catherine Lacey io, probabilmente, non avrei mai letto “Mrs Bridge” di Evan S. Connell (trad. G. Boringhieri, Einaudi, 227 pagine, 12,00), perdendomi così un libro brillante, a tratti divertente ma anche molto riflessivo e profondo.

Si chiamava India, un nome a cui non riuscì mai ad abituarsi. Aveva il sospetto che i suoi genitori, nel darglielo, avessero avuto in mente un’altra persona. O forse avevano sperato di avere una figlia diversa. Da bambina era stata più volte sul punto di indagare, ma il tempo era passato e non l’aveva mai fatto. Da ragazza le era capitato spesso di pensare che se la sarebbe cavata benissimo anche senza marito, e terminati gli studi questa convinzione aveva prevalso per alcuni anni, con grande pena di suo padre e sua madre. Fino ad una sera d’estate e a un giovane avvocato di nome Walter Bridge [Mrs Bridge, Evan S. Connell, trad. G. Boringhieri]

È India Bridge la protagonista del romanzo di Evan S. Connell, una donna americana che di particolare ha solo il nome di battesimo. Mrs Bridge è una donna bella, ma non troppo, ed è decisamente normale: sposata con un avvocato – che non si tira indietro nel fare gli straordinari -, hanno tre figli, Ruth, Carolyn e Douglas, e vivono in una bella casa con tanto di servitù di colore a Kansas City, tra gli anni Venti e la fine degli anni Quaranta del Novecento.

Mrs Bridge ha diverse amiche, alcune molto acculturate, quindi spesso si fionda in biblioteca e si impone di leggere libri impegnativi per farsi un’opinione; ma è il marito a dirle come votare e quando Mrs Bridge cerca di emanciparsi, si scoraggia perché non è mica semplice votare di testa propria. Prova ad imparare lo spagnolo, inizia un corso di pittura che non porta a termine, va a vedere film d’essai che puntualmente non capisce.

India Bridge frequenta malvolentieri gli amici del marito, ricchi e facoltosi, ma appare sempre felice quando è ora di iniziare la cena; organizza cocktail party in casa tirando fuori dai cassetti gli asciugamani degli ospiti che gli invitati non toccheranno per non rovinarli. Cerca di educare i figli con principi sani, ma spera che l’amicizia tra Carolyn e la figlia nera del giardiniere finisca presto; insegna ai figli come risparmiare e non sciupare nulla, ma quando si annoia corre a fare shopping o a mangiare dolci al Plaza, il ristorante più rinomato di Kansas City.

Mentre i figli crescendo capiscono sempre meno la loro madre, in particolare Ruth che addirittura sceglie – giovanissima – di andare a vivere da sola a New York, Mr Bridge sta sempre accanto alla moglie, confortandola nei momenti difficili, e anche se pare a volte assente, Walter è capace di slanci d’affetto sorprendenti, come regalarle un viaggio in Europa oppure donarle rose rosse dopo aver fallito una prova di cucina.

Eppure, nonostante la vita agiata, la casa di proprietà, il marito affettuoso e i figli sani, Mrs Bridge soffre di nostalgia, di rimpianti, di cose non dette o non fatte, di tristezza che giunge all’improvviso e sembra rallentare ancora di più il corso del tempo.

“Stanza a New York” Edward Hopper (1932)

L’album di fotografie le regalava molte ore serene. Lì ritrovava i suoi figli, e con loro anche suo marito. Una foto lo ritraeva in pieno sole, con una mano appoggiata al parafanghi della nuova Reo e Carolyn a cavalcioni sulle spalle. E in un’altra c’era Douglas, che mostrava orgoglioso la mazza da baseball (…) E poi c’era Ruth, in posa con il suo primo paio di scarpe con i tacchi alti (…) Mrs Bridge rimpiangeva di non aver scattato più fotografie (…) rievocavano tutto ciò che aveva conosciuto più intimamente, e più profondamente aveva amato [Mrs Bridge, Evan S. Connell, trad. G. Boringhieri]

Mrs Bridge” è un libro che mi è piaciuto e mi ha coinvolta, mi ha fatta sorridere e allo stesso tempo riflettere. La quotidianità  della famiglia Bridge – in particolare di India Bridge – è raccontata in terza persona attraverso 117 episodi, che non occupano mai più di un paio di pagine. Gli episodi, tutti rigorosamente in ordine temporale, riescono nella loro brevità a regalare dei veri e propri flash ai lettori sulla vita e sulle emozioni provate da India Bridge.

Evan S. Connell ha creato un personaggio originale, pieno di difetti e virtù, ma anche di paure e di ansie, di slanci d’amore e di momenti di notevole sconforto; Mrs Bridge è una donna che ama la sua famiglia, per la quale farebbe davvero tutto, ma nel suo intimo è spesso incostante – i corsi che comincia e non finisce -, si annoia quando i figli diventano adulti e non sa come trascorrere le giornate, corre spesso senza meta, con il solo obiettivo di far passare il tempo; ed è guardandosi indietro che Mrs Bridge vede che non ha mai vissuto la sua vita per se stessa, ma unicamente per compiacere gli altri.

Un romanzo ottimo, audace e decisamente intimo che consiglio vivamente a chi ama la letteratura americana e quei personaggi tratteggiati talmente bene da apparire perfettamente reali.

“Anziani coniugi con il cane a Cape Cod” Edward Hopper (1939)

Titolo: Mrs Bridge
L’Autore: Evan S. Connell
Traduzione dall’inglese: Giulia Boringhieri
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: per sorridere, per riflettere, per meditare sul senso delle vite di chi passa le proprie unicamente per far felici gli altri

Elena Loewenthal | Conta le stelle, se puoi

Nel Giorno della Memoria ho deciso di parlare di “Conta le stelle, se puoi” di Elena Loewenthal (Einaudi, 257 pagine, 17.50 €) per un motivo molto semplice: questo libro non parla di Shoah, campi di concentramento, di rastrellamenti, forni crematori o deportazioni. Questo romanzo parla di quella che avrebbe potuto essere la vita, con le sue speranze, gioie e difficoltà, di una famiglia ebrea se un bel giorno del 1924 “quel Mussolino lì” avesse preso un colpo.

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Nonno Moise partì da Fossano una domenica mattina di fine estate, poco prima delle grandi feste. A quel tempo non era ancora nonno e nemmeno immaginava che un giorno lo sarebbe diventato. A dire più o meno il vero (…) nonno Moise non immaginava nessuna delle tante, o forse poche, cose che nella vita gli sarebbero capitate. Non immaginava, ad esempio, che invece di un albero composto e altero la sua discendenza avrebbe disegnato un tessuto senza capo né coda steso alla bell’e meglio fino ai quattro angoli del mondo, tutto instarsi e ricami e maglie diseguali come fa un filo di lana fra due ferri maldestri (…) neppure sperava perché era ancora troppo giovane per sperare, quando la vita è tutta un’allegra certezza e la linea dell’orizzonte sta persa in un mare di luce, neppure sperava di morire come Giobbe, sazio di anni [Elena Loewenthal, Conta le stelle, se puoi]

Nel 1872 Moise Levi è un giovane ebreo di Fossano, intraprendente e curioso. Figlio unico, decide di lasciare la natia città per cercare fortuna a Torino: con sé porta la sua incredibile voglia di costruirsi un futuro e un carretto pieno di stracci. La sorte gli è amica, giunto a Torino – dopo varie traversie tra Saluzzo e la Vel Pellice – Moise si distingue immediatamente per la sua voglia di lavorare e poco tempo dopo il suo arrivo a Torino fonda una società che commercia nel settore tessile con il signor Malvano.

Trascorrono gli anni e mentre Moise invecchia, prima padre e poi nonno, Torino muta il suo aspetto diventando sempre più moderna senza perdere mai il suo esclusivo fascino di antica capitale del Regno d’Italia. Nonno Moise diventa parecchio ricco, acquista l’intero stabile di via Maria Vittoria, la sua discendenza diventa sempre più numerosa e anche a lui a volte è impossibile raccapezzarsi tra tutti i nipoti e pronipotini.

Quando nel 1922 le camice nere e quel Mussolino lì marciano su Roma, nonno Moise capisce immediatamente che quella è brutta gente. E il re Vittorio Emanuele II, un perfetto incapace, non è in grado di fermare i fascisti che con il suo beneplacito salgono al governo. Ma se tutti immaginano l’arrivo di tempi duri, si sbagliano di grosso: una bella mattina del 1924 a quel Mussolino lì viene un infarto e crepa.

Così, nonno Moise non conoscerà le leggi razziali, né i drammatici rastrellamenti, né gli episodi di razzismo e violenza nei confronti degli ebrei. Moise e la sua numerosa discendenza non vedranno mai le sinagoghe o le attività degli ebrei bruciare per mano dei fascisti; non saranno costretti ad emigrare in Svizzera o in America per scampare alla morte. Semplicemente, nonno Moise e la sua famiglia vivranno, in silenzio senza mai fare rumore – come sono abituati gli ebrei – ma vivranno, felici e numerosi.

Ah, il ’38! Che anno, che è stato. Unico e irripetibile, tanto che si fa persino fatica a raccontarlo, a mettere in ordine nella sequenza di eventi, nelle gioie e negli entusiasmi, nei ricordi che s’affollano, nelle nostalgie che non guariscono. Il ’38 è un anno così, che tiene insieme chi c’era e chi aveva ancora da venire al mondo e persino chi se n’era già andato: tutti uniti dall’attesa e dalla speranza e dalla felicità di essere finalmente lì [Elena Loewenthal, Conta le stelle, se puoi]

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Il romanzo “Conta le stelle, se puoi” di Elena Loewenthal mi è piaciuto davvero moltissimo, e questo lo specifico subito. La narrazione procede in modo non sempre scorrevole, sono frequenti i salti temporali e le anticipazioni: è così che di punto in bianco, magari leggiamo il nome di un nipote che nascerà solo anni e anni dopo, ma con l’albero genealogico alla mano è come sfogliare un album fotografico, con fotografie e storie dal 1848 al 2003, saltando da Torino a Fossano, dalla Terra Promessa alle Americhe, lasciandosi cullare dalla musicalità del piemontese mescolato con l’ebraico.

La storia raccontata dalla Loewenthal diventa originale nel momento in cui la scrittrice torinese immagina che a Mussolini venga un colpo secco e muoia, e da qui in avanti la Storia prende una piega diversa: nello stesso anno della morte di Mussolini viene dato il voto alle donne; nel 1938, anno mirabile e irripetibile, finisce il mandato britannico in Terra Santa e nasce lo Stato di Israele, Vittorio Emanuele II abdica e va in esilio in Egitto, nasce quindi la Repubblica italiana e nel 1948 viene abolito il servizio militare.

Pur essendosi prese molte libertà narrative, soprattutto storiche, la Loewenthal descrive bene l’evoluzione della città di Torino: da quando barriera Nizza erano quattro cascine attorniate da prati incolti, all’arrivo degli stabilimenti Fiat e quindi allo sviluppo industriale della porzione sud della città. Come descrive con notevole veridicità l’ubicazione di quello che fu il ghetto ebraico di Torino e del quale oggi non restano che i cancelli di ferro tra via Bogino, via Maria Vittoria e via S. Francesco da Paola.

“Conta le stelle, se puoi” è un titolo evocativo che si ispira ad un episodio della Genesi: quando Dio mostra ad Abramo la volta celeste e gli confida che tanto sarà vasta la sua discendenza. Tornando alla realtà, sappiamo bene che Mussolini non morì nel 1924 e le leggi razziali furono emanate e molti ebrei piemontesi e non solo vennero deportati e uccisi nei campi di concentramento.

Ma Elena Loewenthal non si è arresa e non l’ha data vinta ai fascisti: ha immaginato un lieto fine e una storia diversa per la discendenza di nonno Moise e per tutti gli ebrei, descrivendoci come avrebbe potuto essere la Storia contando i vivi anziché i morti.

Titolo: Conta le stelle, se puoi
L’Autrice: Elena Loewenthal
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: per non arrendersi alla Storia, per immaginare un futuro diverso, felice e numeroso come le stelle della volta celeste

Librinpillole: le letture di agosto e settembre

Dopo la pausa estiva ritorna Librinpillole, la rubrica che vi racconta e vi consiglia i libri che ho letto nel mese appena trascorso. Buone letture!

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Da lettrici e lettori attenti avrete notato – probabilmente! – che alla fine del mese di agosto non ho scritto l’articolo della rubrica Librinpillole con l’elenco delle letture del mese; questa mancanza è dovuta al fatto che il 30 agosto sono partita per la vacanza estiva a Malta, quindi in questa puntata di Librinpillole vi parlerò delle letture di agosto e di settembre assieme.

Iniziamo con il mese di agosto, mese che non amo particolarmente come ho già detto più volte, ma durante il quale ho letto (e pedalato!) parecchio, ecco quali libri:

  • Sono il guardiano del faro Éric Faye (trad. Valentina D’Onofrio, Racconti edizioni, 150 pagine, 14 €). Un’ottima raccolta di racconti, molto raffinati e sofisticati, per chi cerca una prosa che la potenza di una poesia.
  • Sassi vivi di Anna Rottensteiner (trad. Carla Festi Keller editore, 128 pagine, 13€). Una lettura molto interessante che apre una finestra su di un difficile periodo storico così vicino a noi e così importante da non dover assolutamente essere dimenticato.
  • Nessuno scompare davvero di Catherine Lacey (trad. Teresa Ciuffoletti, SUR editore, 243 pagine, 16,50 €). Il romanzo mi è piaciuto ma è necessario leggerlo con lo spirito giusto e prendere il personaggio di Elyria per quello che è: una donna insoddisfatta che non sa cosa vuole dalla vita.
  • Crepuscolo di Kent Haruf (trad. Fabio Cremonesi, NN Editore, 314 pagine, 17 €). Per chi è già stato a Holt sarà di nuovo come tornare a casa, dove si incontrano vecchi amici e conoscenze. Consiglio di leggere Crepuscolo solo dopo aver letto Canto della pianura.
  • La Repubblica del Catch di Nicolas De Crécy (trad. Fay R. Ledvinka, Eris edizioni, 222 pagine, 17 €). E’ una bella graphic novel per chi cerca una storia assolutamente visionaria, strampalata e bizzarra.
  • Il paese dei segreti addii di Mimmo Sammartino (Hacca edizioni, 184 pagine, 15 €). E’ un romanzo dal titolo poetico e affascinante, struggente e trascinante. Davvero consigliato.
  • Isole minori di Lorenza Pieri (edizioni E/O, 207 pagine, 17 €). Un romanzo che ho amato tantissimo, mi ha colpita, stregata, emozionata. Mi sono commossa alla fine, perché è successo ciò che speravo sin dalle prime pagine. Per me è un libro imperdibile.
agosto

Le letture di agosto!

Settembre è il mio mese preferito, chissà forse perché lo inizio sempre in vacanza o perché mi piace l’idea di ricominciare con entusiasmo dopo la pausa estiva, o forse perché è il mese del mio compleanno (e io compio gli anni con Frodo e Bilbo Baggins). Insomma, anche durante il mese di settembre ho letto libri e graphic novel molto interessanti. Eccoli:

  • Itero perpetuo di Adam Tempesta (Eris edizioni, 408 pagine, 18 €). Gli amanti dei fumetti di fantascienza, molto visionari e surreali, troveranno un’ottima graphic novel con una storia ben congegnata.
  • Le cose che non facciamo di Andrés Neuman (trad. Silvia Sichel, SUR edizioni, 152 pagine, 15€ ): la raccolta di brevi e brevissimi racconti di Neuman la consiglio agli appassionati del genere narrativo breve, a chi piace leggere qualcosa di sperimentale e assurdo, a chi cerca qualcosa di decisamente innovativo.
  • Aiuto! di Isaak Friedl e Yi Yang (BAO Publishing, 18 €)
  • Mio fratello rincorre dinosauri di Giacomo Mazzariol (Einaudi, 174 pagine, 16,50 €): è un romanzo bellissimo, commovente e scritto molto bene. Consigliato a chi ama le storie tratte dalla vita vera e a chi crede che le barriere siano soprattutto mentali. Un romanzo consigliatissimo ai ragazzi giovani.
  • Risposta multipla di Alejandro Zambra (trad. Maria Nicola, SUR edizioni, 107 pagine, 12 €): lo consiglio a chi cerca una lettura orginale e molto interessante e decisamente diverso dal solito libro!
  • Tumulto di Alice Milani e Silvia Rocchi (Eris edizioni, 167 pagine, 17,50 €): un bel fumetto per chi ama i viaggi on the road, la musica, il senso di libertà che deriva dall’essersi liberati di un grande peso sul cuore
  • Terra di confine di Emil Tode (trad. Francesco Rosso Marescalchi Iperborea, 169 pagine, 10,50 €): è un libro che può sfuggire alle definizioni perché è davvero particolare. Uniche le descrizioni dei luoghi e dei sentimenti, gli eventi descritti attraverso lettere mai spedite. Un libro per chi vuole scoprire autori poco noti in Italia e viaggiare attraverso le pagine.
settembre

Le letture di settembre!

Prima di darvi l’appuntamento al mese prossimo con questa rubrica, vi anticipo una cosa super bella che troverete sul blog prossimamente: il 7 ottobre passate di qui perché ci sarà una sorpresa! Vi dò un piccolissimo indizio: quello che si avvierà il 7 ottobre sarà una cosa che avevo sperato si avverasse e la trovate mescolata nella lista dei buoni propositi per il 2016. Curiosi? Se sì, non vi resta che seguirmi!

L’appuntamento con Librinpillole è per il prossimo mese, con tante (spero belle!) nuove letture!

(© Riproduzione riservata)

Giacomo Mazzariol | Mio fratello rincorre i dinosauri

Se non fosse stato per un club del libro al quale partecipo, probabilmente non avrei mai scoperto e letto “Mio fratello rincorre i dinosauri” di Giacomo Mazzariol (Einaudi, 174 pagine, 16,50 €). E se io non avessi scoperto e letto questo libro mi sarei persa una storia davvero bellissima.

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Titolo: Mio fratello rincorre i dinosauri

L’Autore: Giacomo Mazzariol è nato nel 1997 e vive a Castelfranco Veneto. Nel marzo del 2015 ha caricato su Youtube The Simple Interview, un video dove il protagonista è suo fratello Giovanni, che ha la Sindrome di Down. Il video ha riscosso un successo inaspettato.

Editore: Einaudi

Il mio consiglio: “Mio fratello rincorre i dinosauri” è un romanzo bellissimo, commovente e scritto molto bene. Consigliato a chi ama le storie tratte dalla vita vera e a chi crede che le barriere siano soprattutto mentali. Un romanzo consigliatissimo ai ragazzi giovani.

A mamma piace leggere. Per casa ci sono libri ovunque: sul tavolino del salotto, in cucina, sui davanzali. Persino in bagno. Ma è di solito il comodino quello che rischia di crollare sotto il peso delle storie che ci accumula (…) Sono sempre stato attratto dai libri. Credo che l’amore per i libri si trasmetta da genitore a figlio nell’aria e nel cibo, oltre che con l’esempio. Insomma mi capitava spesso di prendere in mano uno dei libri che mamma lasciava in giro, giusto per balbettarne il titolo, passare un dito sulla carta, o a volte annusarne l’odore. Per questo motivo mi accorsi di quello (…) Lessi l’autore, uno straniero, e il titolo, che conteneva anch’esso una parola straniera, e che quella parola era straniera lo sapevo perché c’era la lettera w (…) La parola era Down (…) Prima di quella c’era la parola sindrome. Non sapevo cosa volesse dire sindrome, non sapevo cosa volesse dire Down. Lo aprii e, come accade quando ci sono delle pagine più spesse, il libro si spalancò su una fotografia. Sgranai gli occhi. E’ Giovanni, pensai. [Mio fratello rincorre i dinosauri, Giacomo Mazzariol, citazione pagine 30-31]

Giacomo ha cinque anni e due sorelle, una maggiore e una minore, quando riceve dai genitori una notizia grandiosa: avrà un fratellino, un maschietto, finalmente, per pareggiare i conti con le femmine e votare in modo democratico. Tre maschi e tre femmine in casa. Per Giacomo è una festa il giorno in cui i genitori gli rivelano la notizia dell’arrivo del fratellino; inizia ad immaginarsi avventure incredibili: gli insegnerà ad arrampicare sugli alberi, a gareggiare in bicicletta, ad avere successo con le ragazze e un sacco di altre cose. Giacomo gli compra un ghepardo di peluche, usando tutti i suoi risparmi, perché è così che immagina il fratellino: veloce e combattivo come un ghepardo.

Poi, un giorno i genitori comunicano ai bambini un’altra notizia: Giovanni, perché così si chiamerà il fratellino, sarà un bambino speciale. Per Giacomo speciale significa avere super poteri e quindi sarà davvero veloce e agile come un ghepardo. Il giorno in cui Giovanni nasce, Giacomo è un po’ stranito: non assomiglia agli altri bambini che ha visto finora; Giovanni ha gli occhi a mandorla, come i cinesi, ha una membrana sottile che unisce le dita dei piedi e ha la nuca piatta. Non è di questo pianeta, è la conclusione del bambino.

Con il trascorrere del tempo, Giacomo si rende conto che Giovanni può essere tutto eccetto che un supereroe. Non ha nessun super potere e nemmeno l’agilità del ghepardo. Quando scopre esattamente il motivo, il fatto che Giovanni abbia la Sindrome di Down, Giacomo ci resta molto male e dovrà passare ancora molto tempo, ancora molti anni prima che arrivi a capire quanto sia fenomenale suo fratello, quello un po’ strano che rincorre i dinosauri.

Ma intanto c’era un sacco di vita davanti. Mia, sua, insieme. Soprattutto insieme. Andare in giro con Giovanni era la cosa che più mi rendeva felice, era come camminare con una giornata di sole in tasca. Non avevevo più paura del giudizio di nessuno e stavo imparando a non giudicare troppo in fretta [Mio fratello rincorre i dinosauri, Giacomo Mazzariol, citazione pagina 163]

Il romanzo “Mio fratello rincorre i dinosauri” è l’opera di esordio del giovanissimo autore veneto Giacomo Mazzariol. Confesso che per prima cosa mi ha fatto sorridere il cognome, perché ho un’amica veneta che tempo fa ha mi  raccontato la storia del dispettoso folletto Mazzariol; infatti, nel libro Giacomo racconta, quando scelgono il nome per il fratellino in arrivo, la storia del folletto veneto.

Oltre ad essere colpita dalla giovanissima età dell’Autore (finalmente uno scrittore giovane e bravo!), mi è piaciuto tantissimo il suo stile: la storia della famiglia di Giovanni scorre veloce, in modo fluido, chiaro e accattivante. Non mancano i momenti drammatici ma abbondano gli episodi divertenti e in generale la storia è raccontata con leggerezza e spensieratezza.

Poi, ci si ferma a leggere tra le righe e si percepisce l’amore vero che c’è tra Giovanni e i membri della sua famiglia. Questo affetto emerge sin dall’inizio della storia e giunge perfettamente intatto sino alla fine. Certo, in alcuni momenti della vita Giacomo si è vergognato del fratello, ha quasi finto che non esisistesse. Questo è successo non perché Giacomo non amasse il fratello, ma perché la società etichetta immediatamente chi viene ritenuto “normale” e chi ritenuto “anormale”; se non si è più che perfetti, la società scarta i più deboli.

Ed è soprattutto per questo motivo, secondo me, che il libro di Giacomo Mazzariol andrebbe letto nelle scuole: perché l’apparente differenza nasconde sentimenti sinceri e cose bellissime che possono essere scoperte solo abbattendo il pregiudizio (l’interpretazione della guerra secondo Giovanni mi ha commossa). Persone come Giovanni possono insegnare agli altri molte più cose di quello che immaginiamo, con i loro sentimenti puri e senza filtri. Vedere il mondo con i loro occhi, che è molto diverso da come lo vediamo noi. Siamo noi a costruirci barriere e chiuderci porte: ragazzi come Giovanni li abbattono ogni tipo di barriera e scardinano ogni porta, perché in fondo sono loro i veri supereroi.

Librinpillole: le letture di febbraio

Librinpillole è una nuova e piccola rubrica che vi racconta e vi consiglia i libri che ho letto nel mese appena trascorso. Buone letture!

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I libri letti a febbraio! (foto: Claudia)

Febbraio è un mese breve anche se quest’anno ha avuto un giorno in più: per me è stato un mese ricco di belle letture, di scrittori mai letti prima e caratterizzato dal curioso predominio degli autori di nazionalità francese (ne ho letti ben quattro!). Vi racconto le mie letture nel caso vi foste persi qualche articolo di recensione oppure siate appena giunti sul mio blog. Cliccando sul titolo del libro verrete reindirizzati alla mia recensione. Vediamo le letture del mese di febbraio…

E’ francese il primo autore letto questo mese con il bellissimo romanzo “Come accadde che Thomas Leclerc 10 anni 4 mesi e 3 giorni divenne Fulmine Tom e salvò il mondo” di Paul Vacca (Edizioni Clichy), una storia per riflettere sulla disabilità e l’autismo in modo lieve e disincantato.

Sono stata nella cittadina immaginaria di Holt, in Colorado, dove sono ambientati i romanzi di Kent Haruf. Ho iniziato la scoperta di questo autore con il romanzo “Benedizione” (NN Editore), la storia dell’ultima lunga estate di Dad Lewis, il protagonista, e un magnifico intreccio tra i personaggi che abitano ad Holt.

La vera scoperta di questo mese di letture è senza dubbio “La tua presenza è come una città” di Ruska Jorjoliani (Corrimano edizioni), una scrittrice di origini georgiane che oggi vive a Palermo. Il romanzo racconta la storia di due amici russi, Viktor e Dimitri, e dei loro rispettivi figli Sasha e Kirill, abbracciando quasi l’intero Novecento sullo sfondo di una Russia in fermento. Imperdibile.

Sono tornata in Francia, precisamente a Parigi, con una guida d’eccezione: ho letto “Incidente notturno” di Patrick Modiano (Einaudi), Nobel per la Letteratura nel 2014. Un romanzo brevissimo ma intenso, che mi ha permesso di rivivere le emozioni vissute nella mia amata Parigi.

Mi sono divisa tra la campagna della Borgogna e Roma con il romanzo “Vita degli elfi” di Muriel Barbery (edizioni e/o), anche se ahimé non mi ha convinta tanto e ho provato a spiegarlo nella recensione. Sarà perché è da troppi anni che sono a digiuno dal genere fantasy?

Dello scrittore italiano Paolo Pasi ho letto “L’era di Cupidix” (Edizioni Spartaco) e mi ha davvero conquistata. Cosa succederebbe se in commercio venissero messe delle pillole per provare costantemente gli effetti dell’innamoramento? E delle pasticche per dimenticare il grande amore? Ada, Carlo e Giovanni, i protagonisti del romanzo, subiscono le conseguenze di questo esperimento farmaceutico.

Sogno la Russia e leggendo “Vladivostok. Nevi e monsoni” di Cédric Grass, giovane geografo francese che ha vissuto quattro anni a Vladivostok, mi sono emozionata e ritrovata, un taccuino di memorie e pensieri che stuzzicato la mia voglia di viaggiare e scoprire nuove culture.

Un breve salto in Italia, a Genova, l’ho fatto con “Adieu mon coeur” di Angelo Calvisi (CasaSirio editore), un romanzo bello e originale per il modo in cui il protagonista Paolo, famoso musicista, racconta la storia della sua vita, di dieci anni in dieci anni. Da scoprire.

Infine, l’ultimo libro letto questo mese è stato senza dubbio il più impegnativo dal punto di vista emotivo ma non stilistico: “Ragazzi di zinco” di Svetlana Aleksievic (edizioni e/o), scrittrice e giornalista bielorussa Nobel per la Letteratura nel 2015. Il libro è la raccolta di testimonianze di chi ha vissuto direttamente o indirettamente la guerra tra Russia e Afghanistan dal 1979 al 1989. Un libro necessario per farsi un’idea di cos’è davvero la guerra.

Mi ritengo decisamente soddisfatta dei libri che ho scelto di leggere questo mese: a parte la delusione con “Vita degli elfi” di Muriel Barbery. Ho dato molto spazio all’editoria indipendente: ho scoperto le case editrici Clichy, Corrimano edizioni, Spartaco edizioni e Voland; a parte Svetlana Alesksievic che avevo già letto, gli altri otto autori li ho letti per la prima volta.

Insomma, sono felice delle letture fatte e per marzo ho già buttato giù un piccolo piano di lettura: vorrei dare un po’ di spazio alla letteratura sudamericana, anche in vista al terzo incontro dell’evento Una valigia di libri che ci porterà proprio nel continente americano (tutte le info sull’evento >>qui e >>qui).

E voi, quali libri avete letto a febbraio? Quali mi consigliate?

L’appuntamento con Librinpillole è per il prossimo mese, con tante (spero belle!) nuove letture!

I consigli di lettura di Dicembre: speciale Natale

Regalare un libro e ricevere un libro in regalo: cosa c’è di più bello, per una lettrice o un lettore? Mi piace molto donare libri agli amici e alle amiche, soprattutto i libri che io ho amato. Se ci pensate, un libro è un oggetto piuttosto economico da regalare e quando lo si regala in realtà si dona un intero piccolo universo, il tutto in poche pagine. Per questo, ho pensato di scrivere i consigli di lettura del mese di Dicembre come una piccola guida per aiutarvi a regalare “il libro giusto” ai vostri amici.

Con la speranza di esservi utile, scriverò per chi consiglio quel preciso libro e se cliccherete sul link verrete reindirizzati alla mia recensione e nel caso di un libro che vorrei leggere – ma che vorrei anche consigliare – verrete reindirizzati alla recensione di Federica del blog Una ciliegia tira l’altra.

Siete pronti, prendete carta e penna e… ecco il mio piccolo vademecum di Natale con letture per tutti i gusti!

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Per far appassionare i ragazzi alla lettura…

L’ultima stagione da esordienti di Cristiano Cavina (marcos y marcos)

Ti scriverò prima del confine di Diego Barbera (CasaSirio editore)

Il posto giusto di Simona Garbarini (CasaSirio editore)

Per i lettori che amano viaggiare…

Anime baltiche di Jan Brokken (Iperborea)

C’era una volta l’URSS… di Dominique La Pierre (Il Saggiatore)

My Little China Girl di Giuseppe Culicchia (EDT)

Per i lettori che amano i classici intramontabili…

Le avventure di Oliver Twist di Charles Dickens (Mondadori)

Ragazzo negro di Richard Wright (Einaudi)

Frankenstein di Mary Shelley (Mondadori)

Per chi ama le biografie e le autobiografie…

Memorie di una ragazza perbene di Simone De Beauvoir (Einaudi)

Io sono Malala di Malala Yousafzai e Christina Lamb (Garzanti)

Santa Evita di Tomas Eloy Martinez (SUR)

Per chi ama i gialli…

Il messaggio nella bottiglia di Jussi Adler Olsen (Marsilio)

La leggenda del sesto uomo di Monica Kristensen (Iperborea)

Mistero a Villa del Lieto Tramonto di Minna Lindgren (Sonzogno)

Per chi ama i racconti…

Fiori artificiali di Luiz Ruffato (la Nuova frontiera)

La congiura di Jaan Kross (Iperborea)

Manuale per ragazze di successo di Paolo Cognetti (minumum fax)

Per chi cerca letture rilassanti ma con spunti di riflessione…

La donna dal taccuino rosso di Antoine Laurain (Einaudi)

Verrà il vento e ti parlerà di me di Francesca Barra (Garzanti)

Il dolore del mare di Alberto Cavanna (Nutrimenti)

Per chi cerca saghe familiari e storie di famiglie…

Academy Street di Mary Costello (Bollati e Boringhieri)

Cigni selvatici di Jung Chang (TEA)

Lo sguardo del leone di Maaza Mengiste (Neri Pozza)

Per chi vuole informarsi e capire meglio il mondo in cui vive…

Proibito parlare di Anna Politkovskaja (Mondadori)

Memorie di un soldato bambino Ishmael Beah (Neri Pozza)

Il crollo di Chinua Achebe (E/O)

 

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L’albero di Natale realizzato con i libri presso la Biblioteca Civica di Rivarolo (Torino) (foto: Claudia)

La donna dal taccuino rosso | Antoine Laurain

La donna dal taccuino rosso è stata una piacevole scoperta nel panorama delle novità letterarie degli ultimi mesi. Scritto in modo leggero e ironico, è una storia che entra nel cuore del lettore, che risucchiato da un vortice di eventi non può che correre spasmodicamente verso la fine di questo tenero e dolce romanzo.

5928441_334823-e1423034022112Titolo: La donna dal taccuino rosso

L’Autore: Antoine Laurain è nato a Parigi negli anni Settanta e prima di dedicarsi alla scrittura, ha studiato cinema, ha girato diversi cortometraggi e ha lavorato come assistente antiquario. Durante la sua carriera letteraria ha vinto diversi premi, tra cui il Prix Druot e il Prix Relay. La donna dal taccuino rosso è stato un bestseller in Francia e verrà tradotto in dodici Paesi

Traduzione: Margherita Botto

Editore: Einaudi (2015)

Il mio consiglio: a chi cerca una storia romantica ambientata a Parigi, a chi ama i gatti grassi, a chi ama i libri e i librari affascinanti e misteriosi

Cara Laure Valadier,

mi dispiace di essermi intromesso fino a questo punto nella sua vita, non era mia intenzione. Ho trovato la sua borsa una mattina, per strada, mi sono lasciato coinvolgere nel gioco di rintracciare la proprietaria per restituirgliela. Da una cosa ne è nata un’altra un po’ a mio malgrado. […] Mi sono spinto troppo oltre. Come scrive Patrick Modiano, che lei sembra amare, in “Villa triste”: “Vi sono degli esseri misteriosi – sempre gli stessi – che se ne stanno come sentinelle a ogni bivio della vostra esistenza”. Diciamo che, del tutto involontariamente, sarò stato uno di loro. Un cordiale saluto. Addio. Laurent [La donna dal taccuino rosso, citazione a pagina 133]

Laurent è un libraio di Parigi e in una mattina qualunque di gennaio trova una borsa di pelle lilla accanto ai bidoni della spazzatura. Dapprima circospetto, poi più sicuro di sé, decide di prendere la borsetta e portarla alla polizia affinché rintracci la legittima proprietaria. Ma la poliziotta del commissariato suggerisce a Laurent di andare nello specifico ufficio per oggetti smarriti, e il libraio decide di portare la borsa l’indomani poiché l’ufficio è dall’altra parte della città.

Una volta a casa, Laurent non riesce a resistere e inizia a guardare gli oggetti contenuti nella borsetta lilla: uno specchio antico decorato con degli uccelli d’argento, una bottiglia d’acqua, un rossetto rosso corallo di Chanel, un profumo particolare e un po’ fuori moda, un taccuino rosso, un portachiavi con dei caratteri geroglifici e un romanzo tascabile dello scrittore Patrick Modiano con tanto di dedica personale, “A Laure, in ricordo del nostro incontro sotto la pioggia. Patrick Modiano“.

Che tipo era questa Laure a cui piaceva pranzare in giardino, che aveva paura delle formiche rosse, sognava di fare l’amore con i suo animale da compagnia trasformato in uomo, si metteva un rossetto color corallo e si faceva scrivere una dedica da Patrick Modiano? Laurent aveva di fronte una donna-puzzle. Una sagoma indistinta, come dietro un vetro appannato, un volto simile a quelli che incontri nei sogni i cui lineamenti si confondono non appena cerchi di richiamarli alla mente. [La donna dal taccuino rosso, citazione pagina 39]

Giunto a questo punto, Laurent inizia a leggere il taccuino rosso e quasi senza rendersene conto, inizia ad entrare nella vita della misteriosa Laure, la sconosciuta proprietaria della borsa. Il libraio de Le Cahier rouge inizia una indagine personale, aiutato dalla figlia Chloé decisamente sveglia ed eccitata dall’impresa quasi impossibile. Per rintracciare la sfuggente Laure, Chloé suggerisce al padre di disturbare addirittura Patrick Modiano, che al mattino passeggia sempre ai Jardin du Luxemburg.

L’indagine di Laurent si svolge attraverso vie immaginarie di Parigi e giardini realmente esistenti; lo stile scorrevole e intrigante dell’Autore mantiene alta l’attenzione del lettore, che pagina dopo pagina, si ritroverà a svelare i misteri legati alla vita di Laure. Benché i dialoghi siano inglobati nella vicenda e non siano evidenziati dalle classiche virgolette, il romanzo scorre rapidamente sotto gli occhi avidi di chi vuole scoprire come andrà a finire la storia di un libriaio di Parigi, di una borsa lilla e della sua misteriosa proprietaria.

Un romanzo decisamente ben riuscito e sicuramente consigliato.