Marco Balzano | Resto qui

D’estate scendo a fare due passi e costeggio il lago artificiale (…) Nel giro di pochi anni, il campanile che svetta sull’acqua morta è diventato un’attrazione turistica. I villeggianti ci passano all’inizio stupiti e dopo distratti (…) Come se sotto l’acqua non ci fossero le radici dei vecchi larici, le fondamenta delle nostre case, la piazza dove ci radunavamo. Come se la storia non fosse esistita [Resto qui, Marco Balzano]

L’iconico campanile che si eleva dalle acque del lago di Resia è una delle attrazioni turistiche più struggenti dell’Alto Adige. A vederlo è bellissimo: si tratta di una torre campanaria trecentesca, che in inverno può essere raggiunta a piedi se il lago gela, circondata dalle alte Alpi Venoste.

Ma un luogo, all’apparenza romantico, può nascondere una storia ben più dolorosa: le vicende legate al lago di Resia e degli abitanti della Val Venosta, sono narrate nell’eccezionale romanzo “Resto qui” di Marco Balzano (Einaudi).

È Trina che, con tono malinconico ma mai melodrammatico, racconta alla figlia scomparsa in circostanze misteriose la storia della Val Venosta, delle sue genti e delle violenze subite nel corso degli anni, da persone con credo politici e obiettivi diversi, dagli anni Venti agli anni Cinquanta.

All’indomani della Prima Guerra Mondiale, i territori dell’Alto Adige passano dal controllo austriaco a quello italiano. Trina all’epoca è una giovane ragazza che studia per diventare maestra, ma quando nel Sud Tirolo arrivano i fascisti iniziano i primi guai.

Il fascismo sembrava esistere da sempre. Da sempre c’era stato il municipio col podestà e i suoi tirapiedi, da sempre c’era la faccia del duce appesa ai muri, da sempre c’erano i carabinieri che venivano a mettere il naso nei fatti nostri (…) Ci eravamo abituati a non essere più noi stessi (…) [Resto qui, Marco Balzano]

Mussolini vieta di parlare in tedesco nei luoghi pubblici, gli impiegati di madrelingua tedesca vengono licenziati se non si adeguano e sostituiti da impiegati giunti da ogni parte d’Italia; “Vietato parlare in tedesco“, un monito che serpeggia nella valle. Il duce disturba anche i morti: nomi e cognomi teutonici sulle lapidi vengono sostituiti con nomi italiani.

Trina non si arrende: su consiglio di Pa’, sceglie di insegnare nelle scuole tedesche clandestine. Lei adora insegnare il tedesco ai bambini, ma la punizione per chi viene scoperto è il confino. Nel frattempo, mentre sempre più valligiani incominciano a sperare nell’intervento risolutivo di Hitler e si avvicinano all’ideologia nazista, Trina si sposa con Erich.

Sperare in Adolf Hitler era la ribellione più vera. Quella ribellione si faceva palpabile ai tavoli dell’osteria, nei ritrovi clandestini (…) ma svaporava quando soli nelle stalle mungevano le mucche e s’incamminavano verso la fontana a dissetarle. Sonnecchiammo così (…) fino all’estate del ’39, quando i tedeschi di Hitler vennero ad annunciare che, se lo volevamo, potevamo entrare nel Reich e lasciare l’Italia. La chiamarono la “grande opzione” [Resto qui, Marco Balzano]

Erich è un uomo semplice, buono, dedito alle sue bestie e ai suoi pascoli. Un uomo che non si risparmia, che lavora duramente per mantenere la sua famiglia; e soprattutto, Erich ama la sua terra e per nulla al mondo l’abbandonerebbe.

“Allora prendiamo i bambini e andiamocene via”.
“No!” gridava.
“Perché vuoi stare qui se rimarremo senza lavoro, se non potremo più parlare tedesco, se distruggeranno il nostro paese?”
“Perché qui ci sono nato, Trina. Ci sono nati mio padre e mia madre, ci sei nata tu, ci sono nati i miei figli. Se ce ne andremo avranno vinto loro.” [Resto qui, Marco Balzano]

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Lago di Resia (fonte: Wikipedia)

Stretti tra due morse, i fascisti e i nazisti, Trina ed Erich resistono finché la guerra si fa troppo aspra, finché il primogenito si unisce ai nazisti, finché a malincuore i due capiscono che l’unico modo per sopravvivere a quegli anni è darsi alla macchia in montagna.

Fascismo e nazismo sono stati due grossi problemi per la valle, ma ce n’è un altro ben peggiore. Si tratta di una minaccia che torna puntuale, a ondate, uno spettro che aleggia sin dal 1911: il progetto della costruzione di una grande diga che avrebbe unito due laghi e prodotto, da progetto, notevoli quantità di energia elettrica.

I progetti e lavori per la costruzione della diga si sono interrotti, nel corso degli anni, a causa delle due guerre ma arrivati alle soglie degli anni Cinquanta, complice il boom economico e la richiesta di energia, non si può rimandare oltre. E il terzo nemico da combattere, per i valligiani, ha un nome e un obiettivo ben preciso: la Montecatini, che costruirà la diga e sommergerà Curon, con la sua piazza, la chiesa, il municipio e il maso di Erich e Trina.

Ci avessero domandato quel giorno qual era il nostro desiderio più grande, avremmo risposto che era continuare a vivere a Curon, in quel paese senza possibilità da dove i giovani erano scappati e tanti soldati non erano più tornati. Senza voler sapere niente del futuro e senza nessun’altra certezza. Solo restare. [Resto qui, Marco Balzano]

Resto qui” di Marco Balzano è un romanzo che mi è piaciuto così tanto che mi sono ritrovata più volte a tornare indietro e rileggere i capoversi che mi avevano colpita alla prima lettura, oltre a commuovermi in certi passaggi. Suddiviso in tre parti – Gli anni, Fuggire, L’acqua – “Resto qui” è uno di quei libri che contengono due storie: quella della Val Venosta, schiacciata e minacciata dalla Storia, e quella personale di Trina.

Per entrambe, Balzano adotta uno stile all’apparenza semplice, ma ogni parola è ben calibrata, senza sbavature ed eccessi, utilizzando spesso un tono poetico e a tratti lirico, come quando Trina ripensa alla figlia scomparsa, l’ideale uditrice di questa vicenda.

La tua immagine mi sfuggiva (…) Eri come il volo di una farfalla, lento e sbilenco eppure difficile da afferrare [Resto qui, Marco Balzano]

Marco Balzano è riuscito a raccontare una storia difficile, e lo ha fatto regalando ai lettori dei personaggi indimenticabili, sinceri, passionali, perfettamente reali. Balzano ha descritto una valle, la Val Venosta, così fiera e orgogliosa delle sue tradizioni, della sua lingua e della sua cultura; una valle abitata da persone caparbie e combattive, pronte a tutto per difendere i propri masi e campi dall’inondazione.

E soprattutto, Balzano ha dato voce ad un luogo che a prima vista sembra semplicemente una bizzarria, un campanile romanico perfettamente restaurato che emerge dalle cupe acque di un lago alpino, ma che in realtà nasconde storie lunghe e travagliate: quelle di Trina ed Erich, di un angolino di Sud Tirolo, di chi, nonostante i soprusi, guerre e violenze, ha cercato di non arrendersi, ha cercato di resistere.

Fatti, storie, fantasie, ciò che contava era averne fame e tenersele strette per quando la vita si complicava o si faceva spoglia. Credevo che mi potessero salvare, le parole [Resto qui, Marco Balzano]

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Curon Venosta, ricostruita dopo aver sommerso la vecchia Curon (fonte: Wikipedia)

Titolo: Resto qui
L’Autore: Marco Balzano
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un romanzo magnifico che racconta della Val Venosta e delle sue genti, perché insegna che dietro ad un luogo all’apparenza fiabesco, possono esserci storie difficili da accettare

(© Riproduzione riservata)

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Federico Pace | Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita

Ma ogni viaggio non porta mai con sé solo una cosa, non ci conduce mai in un solo luogo. Il viaggio ci porta sempre in uno spazio infinito, ci restituisce sempre un ampio spettro di emozioni [Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita, Federico Pace]

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono“. José Saramago, premio Nobel per la Letteratura, conclude con queste frasi il libro sul suo amato Portogallo, e più leggo queste parole, più mi trovo d’accordo con lo scrittore portoghese.

Il viaggio, è vero, non finisce mai e il libro “Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita” di Federico Pace (Einaiudi, 14 €) ne è una bella conferma. Pace incomincia il viaggio raccontando della prima volta che, bambino, si allontanò senza permesso dal paese abruzzese dove si trovava in vacanza con i suoi genitori. Il brivido della scoperta e della marachella lo attraversavano come una scossa elettrica, e proprio mentre veniva recuperato da uno zio, in automobile, Federico Pace si rende conto che da quel momento in poi nulla sarà più come prima.

Ci sono viaggi che spaventano, altri che insegnano, altri ancora sono necessari o di piacere, qualche viaggio è in realtà un ritorno o un percorso volto a ritrovare noi stessi o a cercare migliori condizioni di vita.

Lo stesso cammino. Poi però quel cammino, quello stesso percorso, all’improvviso porta in un posto in cui non pensavamo mai di giungere [Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita, Federico Pace]

L’alba sul Mar Baltico a Pirita, Estonia. E’ uno dei luoghi che mi ha riempito l’anima e mi ha commossa profondamente (foto: Claudia)

Leggere il libro di Federico Pace è compiere realmente un giorno intorno al mondo: seguendo le orme di personaggi più o meno noti, si attraversano oceani, steppe siberiane, deserti, confini; si raggiungono città splendide, come Parigi, Praga o Lisbona; si viaggia sulle isole dell’Irlanda o quelle più lontane della Polinesia francese. Durante un viaggio, soprattutto di ritorno, c’è chi si rende conto di quanto sia cambiato, dal tempo del primo viaggio.

O forse perché siamo cambiati noi stessi o ci cambierà proprio quell’avventatezza che ci ha spinti a tornare fin laggiù [Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita, Federico Pace]

Ma perché un uomo dovrebbe mettersi in viaggio, uscendo dalla propria zona comfort, dalla propria casa o dal proprio ben noto Paese? Come dicevo, i viaggi che compiono i personaggi che rivivono negli scritti di Federico Pace hanno molteplici motivi. Frida Kalho torna a casa per salutare la madre morente; Albert Einstein abbandona l’Europa a causa del nazismo; l’uomo che cadde sulla Terra attraversa la Russia in treno per tornare a Mosca senza prendere l’aereo; Julio Cortazar ritorna a Mendoza perché ha bisogno di sapere com’è cambiata durante la sua assenza.

E c’è chi viaggia per scoprire posti remoti, nuovi, diversi da quello in cui vive. Come Paul Gauguin che si imbarca per Tahiti per vedere quanto è diverso quel mondo dalla sua Francia.

Tutto quel viaggio (…) tutti quei frammenti di mondo, non per rimanere affascinato dall’infinita diversità degli uomini, ma per capire cosa c’è di unico e comune in tutta l’umanità [Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita, Federico Pace]

Un viaggio è talvolta faticoso, a volte sfibrante, spesso si incappa in seccature o si fa fatica a farsi comprendere dalle persone del posto. Un viaggio, però, è anche fonte di sapere, se si parte con gli occhi e il cuore ben aperti. Ci si adatta, perché nessun luogo sarà mai come la nostra confortevole casa; bisogna prepararsi ai disagi e alle difficoltà, ma si viene sempre ripagati e man mano si acquista sempre più sicurezza e autostima.

I viaggi aprono varchi su ciò che stiamo diventando. Certificano la nostra condizione. Ci scuotono dall’incosapevolezza e di quell’andare altrove, nel confrontarci con l’altro, ci obbligano a prendere consapevolezza di ciò che altrimenti cerchiamo di nascondere a noi stessi. Il velo che cela le cose, in viaggio viene strappato senza esitazione. La solitudine, in viaggi come questi, diventa crudele, severa e racconta di noi, delle nostre condizioni, con una sincerità priva di dubbi [Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita, Federico Pace]

A Sofia, in Bulgaria, ho vissuto l’atmosfera dell’Est Europa. E mi è piaciuta così tanto che sogno di tornarci (foto: Claudia)

E un viaggio deve ricominciare, sempre. Saramago, sempre nel suo Viaggio in Portogallo, ricorda che il viaggiatore deve ricominciare il suo viaggio, rimettersi in cammino, rivedere ciò che ha già visto e rivivere le emozioni già vissute. Quando si dice: “Ho visto tutto“, si sa che è una bugia.

Il viaggio deve riprendere sempre, e una guida emotiva come il libro di Federico Pace, è senza dubbio il modo perfetto per rimetterci in cammino.

Titolo: Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita
L’Autore: Federico Pace
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: per ricominciare il viaggio, sempre

(© Riproduzione riservata)

Hisham Matar | Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro

Tutt’a un tratto pensavo che tornare dopo tanto tempo era una cattiva idea. La mia famiglia se n’era andata nel 1979, trentatre anni prima. Questo era lo iato che divideva l’uomo dal ragazzino di otto anni che allora ero (…) Torna e dovrai affrontare l’assenza o il disfacimento di ciò che più amavi (…) Parti e ogni legame con l’origine sarà reciso. Sarai come un tronco morto, duro e cavo. Cosa fai quando non puoi partire e non puoi tornare? [Il ritorno, Hisham Matar, trad. A. Nadotti]

È il 2012 quando Hisham Matar ritorna in Libia, accompagnato dalla moglie Diana e dalla madre. Sono trascorsi trentatre anni dalla sua ultima volta in Libia, all’epoca era un bambino di nove anni. Trentatre anni sono un lasso di tempo lunghissimo, durante il quale sono accadute molte cose: le più importanti, per Hisham, sono state l’arresto e l’incarcerazione di suo padre Jaballa Matar, orgoglioso oppositore del regime di Gheddafi.

Hisham aveva diciannove anni e si trovava a Londra quando suo padre è stato catturato. Jaballa fu imprigionato ad Abu Salim, una delle numerose prigioni presenti in Libia; un dettaglio che la famiglia Matar riesce a scoprire, ma  da un certo punto in poi i contatti tra Jaballa e la famiglia si interrompono.

Le lettere che il padre scriveva non arrivano più e le notizie, passate di bocca in bocca attraverso gli angusti e luridi corridoi della prigione di Abu Salim, hanno iniziato a rarefarsi e diventare imprecise. È probabile, ma non certo, che Jaballa sia morto nel 1996 durante un’esecuzione di massa nella prigione di Abu Salim: ancora oggi non si conosce il destino dei prigionieri, e il padre di Hisham potrebbe essere uno dei 1270 uomini uccisi quel giorno.

Nel 2011 l’ondata di proteste e scioperi che ha dato il via alla primavera araba ha travolto anche la Libia, mettendo fine ad una dittatura cruenta e fin troppo duratura. La primavera araba in Libia ha portato una ventata di novità, di libertà ma anche di incertezza e paura. Muammar Gheddafi è stato destituito e ucciso, ma uno dei suoi figli in quegli anni godeva ancora di stima e potere: ed è proprio a Seif Gheddafi che Hisham inizialmente si rivolge per chiedere informazioni riguardo al padre.

Per scoprire che cosa è successo a Jaballa Hisham, infatti, non ha altra scelta che tornare in Libia e parlare con Seif Gheddafi. Hishma si muove tra le città di Tripoli e Bengasi per parlare con amici e parenti, questi ultimi imprigionati anch’essi ad Abu Salim. Hisham è instacabile, non si arrende, vuole conoscere qual è stato il destino del padre: chiede se è vivo, dove si trova, oppure se è morto e dove può essere sepolto.

 So, non ultimo dalle sue lettere, che in quell’esistenza segregata il pensiero dei suoi figli gli offriva conforto e sicurezza. Mi aveva dato qualcosa che non ha prezzo: la sua fiducia. Gli sono grato di avermi costretto a trovare la mia strada. La sua sparizione mi ha lasciato nel bisogno e ha reso incerto il mio futuro, ma è un fatto che il bisogno e l’incertezza possono essere ottimi maestri [Il ritorno, Hisham Matar, trad. A. Nadotti]

Vincitore del Premio Pulizer 2017 per l’Autobiografia, “Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro” di Hisham Matar (Einaudi, trad. A. Nadotti, 246 pagine, 19.50 €) è un memoir struggente e monumentale, scritto con uno stile seducente ed elegante e con un tono che si mantiene sempre pacato anche quando Matar racconta episodi e scene cruente.

La ricerca del padre scomparso è il cardine del memoir, ma è anche il pretesto per raccontare ai lettori la storia della famiglia Matar, incominciando dal nonno dissidente che combatté contro i coloni italiani, per poi giungere al preciso ritratto di Jaballa Matari.

La grande capacità di Hisham Matar è quella di legare ricordi personali con la storia del suo Paese d’origine, la Libia, riuscendo a presentare un quadro chiarissimo. A fare da controcanto agli eventi famigliari, infatti, vi sono le pagine del colonialismo italiano in Nord Africa iniziato nel 1911, i successivi rapporti tra libici e italiani, la Seconda Guerra Mondiale, l’avvento del generale Muammar Gheddafi, la caduta di quest’ultimo e la primavera araba.

Un documento, “Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro” di Hisham Matar, che è soprattutto l’omaggio all’amato padre scomparso e al suo Paese. Un libro che colpisce, incanta, seduce e fa arrabbiare: una bella lettura consigliata a chi è interessato al mondo arabo e alla storia contemporanea.

La luce stava lentamente scemando. Il mare era calmo ma non immobile. La superficie era rigata da correnti che fluivano in varie direzioni, lievi come i segni del sonno sulla pelle. Avevo la sensazione non di osservare, bensì di ricordare, come se io e Diana avessimo già vissuto lì e ora fossimo tornati con lo stesso spirito con cui ci era capitato di visitare città dove avevamo vissuto in precedenza; come se ci ritrovassimo in piedi davanti a un edificio che un tempo chiamavamo casa e provassimo la strana sensazione che si prova quando i cambiamenti in noi contrappongono alla stabilità di una geografia famigliare (…) Ma non era una cosa strana da pensare, adesso che ero finalmente a casa? O è questo l’essere a casa: casa come luogo dal quale l’intero mondo tutt’a un tratto è accessibile? [Il ritorno, Hisham Matar, trad. A. Nadotti]

Titolo: Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro
L’Autore: Hisham Matar
Traduzione dall’inglese: Anna Nadotti
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un libro struggente e bellissimo, perché racconta di un padre e di un figlio, e dell’abisso tra di loro che è stato creato dalla potenza della Storia

(© Riproduzione riservata)

J. M. Coetzee | Vergogna

In questo momento vengo punito per ciò che è successo fra me e sua figlia. Sono caduto in disgrazia, e non sarà facile risollevarmi. Non rifiuto la punizione. Non mi ribello. Anzi, la vivo giorno dopo giorno, cercando di accettare la vergogna come la condizione della mia esistenza. Pensa che a Dio sia sufficiente, se vivrò per sempre nella vergogna? [Vergogna, J. M. Coetzee, trad. G. Bona]

David Lurie vive a Cape Town, è un professore universitario sui cinquant’anni, ha due matrimoni alle spalle ed si ritiene un uomo piacente. David ama le donne, ne frequenta parecchie, sempre diverse; quando al campus universitario incontra Melanie, una giovane studentessa di colore, decide di averla a tutti i costi.

Melanie viene sedotta dal professor Lurie, il quale stravede per quel corpo così giovane e perfetto. Dopo l’ennesimo incontro, Melanie prende coraggio decide di denunciare il professor Lurie per molestie sessuali. La carriera di David è in pericolo: l’accusa grava su di lui come un peso insopportabile; all’inizio David è sicuro che se la caverà, che tutto finirà nel dimenticatoio e che lui potrà tornare ad insegnare all’università. Ma la vicenda prende una piega diversa.

David Lurie, stimato professore di linguistica, è costretto ad abbandonare l’insegnamento e l’università; decide di rifugiarsi nella fattoria della figlia Lucy, la quale vive nelle remote e pericolose campagne lontane da Cape Town.

Lucy è una donna forte, omossessuale e sicura di sé che manda avanti una fattoria da sola e che si occupa di ospitare cani dietro compenso e vende prodotti agricoli e fiori al mercato di una città vicina. David stenta a comprendere la vita che Lucy ha scelto, ma la aiuta spinto dallo spirito paterno.

Una notte, alla fattoria, arrivano tre uomini di colore: picchiano selvaggiamente David, violentano Lucy, uccidono i cani e distruggono tutto. È a questo punto che David inizia ad interrogarsi sulla violenza che permea il luogo in cui vive e a capire ancora meno il perché Lucy si ostini a non andare da quel luogo e a non denunciare le violenze subite.

Lucy non risponde. Vorrebbe nascondere la faccia, e David sa perché. A causa della vergogna. Ecco cosa hanno ottenuto i tre visitatori, ecco cosa hanno fatto a questa giovane donna moderna e sicura di sé. La storia si sta diffondendo a chiazza d’olio. Non quella di Lucy, la loro, perché ne sono i proprietari. E la storia dice che l’hanno rimessa in riga, che le hanno fatto vedere a che cosa serve una donna. [Vergogna, J. M. Coetzee, trad. G. Bona]

Kgaswane Mountain Reserve, South Africa (fonte: Marco Schmidt, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons)

“Vergogna” (trad. Gaspare Bona, Einaudi, 229 pagine, 12 €) è uno dei romanzi più noti dello scrittore sudafricano J. M. Coetzee, Premio Nobel per la Letteratura nel 2003. È uno di quei libri scritti in modo eccezionale che sollevano una serie di interrogativi e di questioni, tanto che chi legge si deve necessariamente fermare e pensare a ciò che avrebbe fatto al posto dei protagonisti.

All’inizio del romanzo, David Lurie appare come un professore arrogante e sicuro che potrà ottenere tutto ciò che vuole; ottiene Melanie, quasi con la forza, dopo averla sommersa di moine e colta di sorpresa. Quello che David non si aspetta è che Melanie – giovane, fragile e timida – sia capace di denunciarlo. È così che si sgretolano, pezzo dopo pezzo, le sicurezze di David Lurie.

Ora David è un uomo che ha perso il lavoro, la sicurezza economica e certezze. La narrazione si sposta quindi in una campagna violenta, dove vendette e ripicche tra bianchi e neri sono all’ordine del giorno.

– Sii ragionevole, Lucy. Le cose sono cambiate. Non possiamo fare finta che non sia successo niente.
– Perché no?
– Perché non è una buona idea. Perché è pericoloso.
– Quel posto non è mai stato sicuro, e poi ci torno per amore di un’idea, buona o cattiva che sia. Ci torno e basta.

[Vergogna, J. M. Coetzee, trad. G. Bona]

David Lurie è sconvolto: Melanie, la studentessa da lui sedotta, è riuscita a trovare il coraggio di ribellarsi e a sporgere denuncia; Lucy, la figlia che appare così forte e sicura di sé, non reagisce agli episodi violenti, anzi li accetta, tanto quell’angolo di mondo non può che essere così.

E se… e se questo fosse il prezzo da pagare per restare sulla mia terra? Forse loro la vedono così, e io dovrei mettermi nei loro panni. Pensano che io sia in debito. E si considerano dei semplici esattori. Perché lasciarmi vivere qui senza pagare? Forse è questo che si dicono [Vergogna, J. M. Coetzee, trad. G. Bona]

Dopo l’aggressione notturna alla fattoria, David inzia a rendersi conto del male che ha inflitto a Melanie e alla sua famiglia. Vorrebbe rimediare, ma la sensazione di vergogna per ciò che ha fatto alla studentessa e per quello che hanno vissuto lui e Lucy alla fattoria, lo perseguita, gli schiaccia il cuore come fosse un macigno.

La vergogna per il suo comportamento è ogni giorno più forte e l‘unico modo per cercare di andare avanti non è combatterla o eliminarla, ma è imparare a conviverci.

Sì, concordo con te, è umiliante. Ma forse è il punto di partenza giusto per ricominciare da capo. Forse è una lezione da accettare. Bisogna saper ricominciare dal fondo. Senza niente. Senza una carta da giocare, senza un’arma, senza una proprietà, senza un diritto, senza dignità. [Vergogna, J. M. Coetzee, trad. G. Bona]

Titolo: Vergogna
L’Autore: J. M. Coeztee
Traduzione dall’inglese: Gaspare Bona
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: per chi vuole rendersi conto di ciò che significa vivere in Sudafrica, dove l’apartheid è finito ma quella sgradevole sensazione di vendetta e risentimento sono più vivi che mai.

(©Riproduzione riservata)

Chimamanda Ngozi Adichie | L’ibisco viola

Il profumo dei frutti mi riempì le narici quando Adamu aprì il cancello del nostro compound. Era come se le alte mura tenessero prigioniero l’odore degli anacardi, dei manghi e degli avocado che stavano maturando. Mi diede la nausea.
– Vedi, l’ibisco viola sta per sbocciare, – disse Jaja quando uscimmo dalla macchina. Lo stava indicando, anche se non ce n’era bisogno. Vedevo bene i boccioli ovali, addormentati, che oscillavano nella brezza della sera. Il giorno dopo era la domenica delle Palme, il giorno in cui Jaja non fece la comunione, il giorno in cui papà lanciò il suo pesante messale dall’altra parte della stanza e ruppe le statuine [L’ibisco viola, Chimamanda Ngozi Adichie, trad. M. G. Cavallo]

Kambili ha quindici anni e vive ad Enugu, in Nigeria, con la famiglia benestante: il padre di Kambili, Eugene, è un imprenditore talentuoso e possiede l’unico giornale indipendente dello stato.

Eugene è un grande benefattore, amato e rispettato dalla comunità cristiana. È un devoto cattolico, cresciuto con i preti in un collegio, ma dietro quest’aura di persona dedita ai più deboli e a Dio Eugene nasconde un lato malvagio:  non disdegna la violenza per educare i figli e per imporre le proprie decisioni alla moglie.

Kambili e Jaja crescono in un clima di continua soggezione e devozione; i ragazzi non osano contraddire il padre, lo compiacciono e non parlano se non sono interpellati. Kambili e Jaja possono solo obbedire, pregare e studiare per essere sempre i primi della classe.

I rigidi divieti di Eugene sono tanti: niente pantaloni per Kambili, niente televisione per entrambi, niente musica se non quella sacra, nessuna distrazione dallo studio e dall’obbedienza, e una visita di solo un quarto d’ora all’anno a casa del nonno, che segue una religione animista e per Eugene è un ‘pagano’.

Quando il giornale di Eugene inizia a ricevere minacce e il suo socio viene arrestato, Eugene si lascia convince da sua sorella Ifeoma a portare i suoi figli da lei, a Nsukka, dove la situazione politica è all’apparenza migliore. Kambili e Jaja vanno a casa delle zia e inizialmente hanno paura di qualsiasi cosa, persino di parlare. Sarà grazie alla travolgente allegria della zia, dei suoi figli e di padre Amadi che Jaja e Kambili incominceranno a capire cosa significa divertirsi, essere liberi, avere una propria opinione.

Mentre scendevo dall’auto davanti a casa ripassai mentalmente le immagini di quel pomeriggio. Avevo sorriso, corso, riso. Il mio petto era pieno di qualcosa che sembrava bagnoschiuma. Leggero. La leggerezza era così dolce che la assaporavo sulla lingua, la leggerezza di un frutto giallo acceso di anacardio troppo maturo [L’ibisco viola, Chimamanda Ngozi Adichie, trad. M. G. Cavallo]

L’ibsco viola” di Chimamanda Ngozi Adichie è un meraviglioso romanzo di formazione sullo sfondo di una Nigeria sconquassata dai continui colpi di stato e cambi di governo del periodo post-coloniale, narrato in prima persona da Kambili.

Kambili e Jaja all’inizio del romanzo sono due ragazzini intimoriti dalla figura del padre, timidi e impacciati con gli sconosciuti e incapaci persino di ridere; nel corso della storia incontrano una serie di personaggi che faranno loro capire che nella vita si può essere un buon cristiano ma allo stesso tempo si può essere una persona allegra e divertente. Le figure chiave di questa crescita interiore dei ragazzi sono tre: zia Ifeoma, Papa-Nnukwu (il nonno di Kambili e Jaja) e il sacerdote padre Amadi.

Zia Ifeoma è una giovane professoressa universitaria già vedova, con tre figli a carico, che sogna l’America. Nonostante le difficili condizioni economiche – vivono in una casetta modesta, senza gas, con la luce che salta di continuo – zia Ifeoma e i figli sono spontanei e sempre pronti a ridere e scherzare. Anche mentre cenano fanno chiasso, cosa che a casa di Kambili e Jaja non si fa, poiché si mangia in silenzio e apre bocca solo per pregare.

Papa-Nnuku è il padre di Eugene, ma è un pagano ai suoi occhi, e i figli non possono stare con lui più di un quarto d’ora all’anno, per non essere contaminati dalle sue stupide storie sugli antenati, animali parlanti e leggende popolari; ma mentre Kambili e Jaja sono ospiti da zia Ifeoma, Papa-Nnukwu si sente male e la zia lo prende con sé per un periodo. Kambili e Jaja sono terrorizzati perché si tratta del primo divieto che infrangono: stare sotto lo stesso tetto di un pagano, addirittura Kambili dorme nella stessa stanza. Papa-Nnukwu è felice di avere tutti i nipoti accanto, così felice che inizia a raccontare storie che incantano anche Jaja e Kambili.

Io la fissai. Pagano, tradizionalista, che importanza aveva? Non era cattolico, tutto qui; non era della nostra fede. Era una di quelle persone di cui chiedevamo la conversione nelle nostre preghiere perché non finisse negli eterni tormenti del fuoco infernale [L’ibisco viola, Chimamanda Ngozi Adichie, trad. M. G. Cavallo]

Infine, padre Amadi, un sacerdote che non veste sempre in modo tradizionale, che gioca a calcio con i ragazzini di strada, che prende a cuore Kambili e Jaja e cerca di far loro capire che la religione non è solo imposizione, punizioni, divieti e preghiere, ma si possono fare un sacco di cose che fanno piacere a Dio, come ballare, cantare e scherzare. E soprattutto, padre Amadi aiuta Kambili a esprimere se stessa e a tirare fuori la sua vera indole.

– È bello vedere che sei di nuovo te stessa, – disse padre Amadi guardandomi dalla testa ai piedi (…) Io sorrisi. Lui mi fece segno di alzarmi per un abbraccio (…) Avrei voluto essere capace di dirgli che la sua presenza mi dava una sensazione di calore, che ora il mio colore preferito era la sfumatura argilla bruciata della sua pelle [L’ibisco viola, Chimamanda Ngozi Adichie, trad. M. G. Cavallo]

La grande capacità della Adichie è quella di raccontare con estrema naturalezza i sentimenti di Kambili, che cambiano nel corso della storia: da ragazzina paurosa a ragazza più sicura di sé stessa, anche se non riuscirà a imporsi alla volontà del padre come invece farà Jaja, rifiutandosi di fare la comunione durante la domenica delle Palme. I personaggi che l’autrice nigeriana crea sono reali, perfetti nelle loro debolezze e insicurezze e sono capaci di cambiare opinioni e comportamenti nel corso del tempo.

E poi c’è l’immagine – bellissima – dell’ibisco viola: quando Jaja vede per la prima volta il giardino di zia Ifeoma, nota l’ibisco viola, un fiore che non aveva mai visto prima; la zia spiega che quella varietà d’ibisco è stata creata dalla sua amica botanica: Jaja vuole mica un paio di talee per piantarle nel suo giardino?

Jaja prende le talee con sé e le pianta a Enugu, nel giardino della tenuta del padre; contro ogni aspettativa, l’ibisco attecchisce e fiorisce nonostante l’harmattan, un vento secco e polveroso che spazza ciclicamente il Golfo di Guinea in inverno. L’ibisco diventa il simbolo di ciò che zia Ifeoma, il nonno e padre Amadi hanno regalato a Jaja e Kambili, la libertà di vivere, che cresce e si rinforza nonostante il vento avverso della volontà di Eugene.

Titolo: L’ibisco viola
L’Autrice: Chimamanda Ngozi Adichie
Traduzione dall’inglese: Maria Giuseppina Cavallo
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un romanzo di formazione scritto in modo magistrale, perché è una storia che fa commuovere, ridere e riflettere; per conoscere qualcosa in più sulla Nigeria post-coloniale e perché ogni fanatismo è pericoloso e va combattuto.

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Marilynne Robinson | Gilead

Ammesso che tu abbia qualche ricordo di me, mi capirai meglio grazie a quello che ti sto raccontando. Se potessi guardarmi con gli occhi di un uomo fatto anziché con quelli di un bambino, noteresti senz’altro in me un che di crepuscolare. Mentre leggi queste pagine, spero tu capisca che quando parlo della lunga notte che precedette questi miei giorni di felicità, più che la sofferenza e la solitudine ricordo la pace e il conforto: sofferenza, certo, ma mai senza conforto; e solitudine, ma mai senza pace [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Gilead” di Marilynne Robinson (trad. Eva Kampmann, Einaudi, 257 pagine, 12 €), scritto nel 2004 e vincitore del Pulizer Prize of Fiction 2005, è il primo volume di una trilogia incentrata sugli abitanti di Gilead, immaginaria cittadina rurale del Midwest americano. “Gilead” si svolge nel 1957 ed è incentrato sulla figura del reverendo John Ames, la voce narrante.

Il reverendo John Ames ha quasi settantasette anni e sente di essere prossimo alla morte. Sapendo che non avrà la possibilità di veder crescere suo figlio, decide di scrivergli una lettera diario.

Nella lettera s’intrecciano personaggi, luoghi ed episodi che riaffiorano dai ricordi del reverendo Ames. Storie che si legano l’una con l’altra, come i rami nodosi di una vecchia quercia, e che vanno a comporre un preciso ritratto di Ames, dai suoi sentimenti alle sue paure, dai suoi dubbi alla sua umiltà.

Quando ero piccolo, la gente credeva che fossi più grande e spesso pretendeva da me di più – più buonsenso, di solito – di quanto fossi in gredo di tirar fuori all’epoca. Divenni molto bravo a fingere di capire, un’abilità che mi è servita ad andare avanti nella vita. Ti dico questo perché coglio che tu ti renda conto che sono tutt’altro che un santo (…) Godo di molto più rispetto di quanto non meriti [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Parla della sua famiglia originaria del Maine ma vissuta in Kansas, di sé stesso, del suo rapporto con la religione e il sacerdozio, delle rare amicizie, dell’amore che prova per la moglie e per il figlio, il tutto descritto con struggente sentimento e commozione. Ciò che il reverendo John Ames ha vissuto è stato filtrato attraverso i suoi occhi e il suo cuore di pastore di anime, è un uomo che ha sempre rispettato il prossimo, che ha perdonato chi ha sbagliato e che si è privato dei suoi magri guadagni per aiutare chi era in difficoltà.

Andrew Wyeth (1943)

Il reverendo Ames descrive suo nonno, John Ames a sua volta sacerdote, un uomo dai modi coloriti che sosteneva i Free Soiler ad affermare il diritto al voto schierandosi come antischiavista, dichiarandosi a favore della guerra per liberare gli schiavi, e richiamava i fedeli in chiesa sparando un colpo di pistola in aria. Scrive di suo padre, John Ames anch’esso uomo di religione, pacifista convinto e spesso in conflitto con il padre, eppure sempre pronto al perdono, tanto da scendere in Kansas con il figlio adolescente per cercare la tomba di suo padre John Ames: durante gli ultimi anni della sua vita, il vecchio Ames era tornato in Kansas a predicare e da laggiù non era mai tornato.

Mio padre nacque in Kansas, come me, perché il vecchio si era spinto fin laggiù dal Maine col solo scopo di aiutare i Free Soiler ad affermare il diritto al voto, in quanto si doveva votare sulla costituzione che avrebbe deciso se il Kansas sarebbe entrato a far parte dell’Unione degli Stati Uniti come stato schiavista o antischiavista (…) ovviamente, molti abitanti del Missouri che volevano annettere il Kansas al Sud fecero la stessa cosa. Perciò, per un certo periodo la situazione fu completamente fuori controllo. Un’esperienza da dimenticare, diceva mio padre. Non gli piaceva sentir accennare a quei tempi, e questo fatto fu causa di rancori tra lui e il genitore [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Descrive la sua gioventù spensierata con le marachelle combinate con l’amico Robert Boughton, l’ammirazione smisurata per il fratello maggiore Edward, uomo con teorie e idee contrapposte a quelle del padre; racconta della piccola Louise, una bambina con le trecce che da adulta diventerà sua moglie, ma disgraziatamente perirà in seguito al parto di Rebecca, la loro sfortunata primogenita.

Il reverendo Ames descrive gli anni solitari dopo essere diventato vedovo, le serate infinite, le pie donne di Gilead sempre pronte a fargli trovare un pasto caldo; dopo le bravate giovanili, anche Boughton è diventato un sacerdote e nella lettera diario vengono riportate molte costruttive discussioni a sfondo religioso con l’amico sacerdote Boughton. Intere pagine vengono riservate al rapporto tra il sacerdote Boughton e suo figlio, John Ames “Jack” Boughton, pecora nera della famiglia Boughton e figlioccio del reverendo John Ames.

Uno dei personaggi più interessanti, benché sia il più silenzioso ed elusivo, è Lila, la giovane moglie del reverendo Ames, descritta con una delicatezza incredibile. Nella lettera, il reverendo Ames usa solo parole commoventi per raccontare l’attimo in cui ha conosciuto la donna che sarebbe diventata la sua seconda moglie, incontrata nel 1947, durante una funzione. Il reverendo è immediatamente attratto da Lila, egli capisce che quella donna rappresenta qualcosa di unico e la avvicina, invitandola al circolo biblico.

Pian piano la donna si avvicina alla religione, impara a vivere assieme alle persone e diventa una voracissima lettrice. Lila ha un passato turbolento, del quale il reverendo non scrive molto. Durante una lumiosa giornata, mentre sono in giardino, la donna propone al reverendo di sposarla.

Cominciò a venire a casa mia insieme ad alcune delle altre donne per prendere le tende da lavare, o sbrinare la ghiacciaia. E poi cominciò a venire da sola per prendersi cura del giardino. Lo fece diventare bellissimo e rigoglioso. E una sera, quando la trovai là, vicino alle splendide rose, le chiesi: – Come potrò sdebitarmi di tutto questo? E lei mi rispose: – Dovrebbe sposarmi – . E lo feci. [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Andrew Wyeth (1963)

Ma la gioia più grande per il reverendo Ames è la nascita del figlio. È ormai anziano, Ames, ha quasi sett’anni quando diventa padre: è felice ma allo stesso tempo la paura di morire prima che al piccolo restino ricordi di lui. Nel descrivere i momenti della loro vita quoditiana, si percepisce un amore fortissimo e straordinario, un sentimento profondo, autentico, emozionante.

Tu e tua madre eravate seduti sul dondolo, avvolti in una trapunta. Lei ha detto: – Forse questa è l’ultima serata mite -. Mi ha fatto posto al suo fianco, mi ha sistemato la trapunta sulle ginocchia e ha appoggiato la testa sulla mia spalla (…) E così siamo rimasti seduti al buio per un po’, tu più o meno addormentato mentre tua madre ti carezzava i capelli [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Per il figlio, il reverendo Ames è disposto a tutto, anche a giocare con lui nonostante gli accacchi dell’età e mentre lo tiene in braccio prega per il suo futuro, per lui augura solo il meglio. Non ci sarà, accanto a lui, gli anni che li dividono sono troppi e il tempo scorre fin troppo in fretta; ma il reverendo prega affinché il figlio diventi un uomo intelligente, buono e misericordioso.

Pregherò per tu diventi un uomo coraggioso in un paese coraggioso. Pregherò perché tu trovi un modo per renderti utile [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Come avrete intuito dalla mia recensione, “Gilead” è un romanzo che mi è piaciuto moltissimo, che mi ha emozionata, commossa e colpita. Le vicissitudini dei pochi personaggi legati alla cittadina di Gilead sono filtrate dagli occhi e dai sentimenti del reverendo Ames, che restituisce al lettore un ritratto unico di alcuni abitanti della cittadina del Midwest degli anni Cinquanta. Lo stile di Marilynne Robinson è coinvolgente, studiato nei minimi dettagli, ogni parola usata è calibrata, nulla è lasciato al caso o allo sproposito. I personaggi, pochi appunto, sono caratterizzati con un dettaglio incredibile e vengono indagati in profondità, presentati con le loro paure e sicurezze, certezze e debolezze.

Solo un personaggio è evanescente, pur raccontandone le gesta. È il figlio di Amese e Lila, il bambino di sette anni che rappresenta la gioia del padre, ma non viene descritto in quanto bambino, bensì immaginato dall’anziano padre quando sarà un vecchio.

(…) quando sarai vecchio come me, forse ti verrà in mente di scrivere una sorta di resoconto personale, come sto facendo io (…) Perché mi piace pensarti vecchio? Quella prima fitta dell’artrite nel tuo ginocchio la immagino con tutta la tenerezza di quando mi ha mostrato il tuo dente dondolante. Sii assiduo con le tue preghiere, vecchio mio [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Eppure, benché possa sembrare che “Gilead” parli di morte – da quella del nonno a quella repentina della voce narrante – io in questo romanzo ho trovato la vita e la speranza, tanta speranza, la fiducia nel futuro e la certezza che tutti possiamo cambiare in meglio.

Andrew Wyeth (1998)

La vita del figlio che continuerà e che un giorno diventerà adulto; la speranza e la fiducia in un futuro radioso per tutti; e la certezza che se si vuole, se si lavora duramente, si può cambiare. Potrà cambiare Jack Bougthon come è cambiata Lila quando ha incontrato il reverendo Ames. Ma questo lo scoprirò solo ritornando a Gilead, ritornando a casa.

Titolo: Gilead
L’Autrice: Marilynne Robinson
Traduzione dall’inglese: Eva Kampamann
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché Gilead è come una trapunta calda quando a settembre iniziano le prime serate fredde. Perché racconta un’America rurale che esiste solo più nei ricordi, o nelle lettere polverose che si disfano se le si legge. Perché il reverendo Ames, col suo gran cuore, è uno dei personaggi più belli e meglio riusciti incontrati nei tanti romanzi americani che ho letto.
Acquista: formato brossura

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AA. VV. | Ombre. Racconti ispirati ai dipinti di Edward Hopper

– Quale pensi che sia la storia? – chiese lei.
– Cosa, la loro? Cosa ti fa credere che ce ne sia una?
– C’è sempre una storia. Dipingere è raccontare. Sai perché si intitola Nighthawks?
– Nel senso di “falchi nella notte”? No, in realtà.
– Be’, che sia notte è ovvio. Ma dài un’occhiata al becco di quello che sta con la donna.
Bosch lo fece. Se ne accorse per la prima volta. Il naso dell’uomo era appuntito e incurvato come quello di un uccello. Un falco nella notte. Ovvero un nottambulo. [Michael Connelly, Nighthawks, trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini]

Una ballerina nuda. Un pierrot triste e una donna dalle gote rosse alle sue spalle. Una ragazza sola in un caffè, con un cappellino. Un uomo che legge il giornale e una donna che, annoiata, pigia un tasto del pianoforte. La vetrina curva del diner più noto d’America, dove un cameriere serve un uomo e una donna che appaiono molto intimi. S’intravede una ragazza ad una finestra. Una ragazza nuda, ad eccezione delle scarpe, guarda fuori dalla finestra. Una giovane donna sola in una stanza attigua ad un cinema affollato. 

Atmosfere cupe, personaggi in costante attesa e nessun volto sorridente. Questi sono gli ingredienti dell’arte di Edward Hopper (1882-1967), uno dei più noti e apprezzati pittori americani del Novecento, acclamati dal pubblico per la sua incredibile capacità di trasmettere l’America – quella che vive nel nostro immaginario – attraverso i suoi quadri; spesso definito come il pittore del silenzio, nelle scene rappresentate da Edward Hopper aleggia un senso di solitudine e di attesa. Hopper disegnava luoghi che non hanno nulla di caratteristico: interni di locali, tavole calde, case, fari, marine, uffici; Hopper riportava su tela scene quoditiane, luoghi raggiungibili da chiunque e soprattutto, senza inventare niente, esaltava la normalità. Osservando i suoi lavori, lo spettatore viene letteralmente catturato e analizzando i personaggi e i paesaggi hopperiani non è difficile che percepisca una storia.

I nottambuli, Edward Hopper (1942) Art Institute of Chicago

I dipinti di Edward Hopper non hanno mai lasciato indifferenti né lettori né scrittori, come Lawrence Block, che ha chiesto ad alcuni autori americani di scegliere un dipinto di Edward Hopper e di scrivere un racconto ad esso ispirato. Il materiale prodotto è stato raccolto da Lawrence Block per andare a comporre l’antologia “Ombre. Dipinti ispirati a Edward Hopper” (trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini, Einaudi, 304 pagine, 18.50 €).

L’antologia è composta da tredici racconti che prendono spunto dal dipinto di Hopper scelto dall’autore. Il racconto inizia con il nome dell’autore, il titolo e una riproduzione del dipinto: quindi, con il quadro in mente, inizia il racconto e il lettore si sente più coinvolto. Si possono immaginare molte storie – partendo da un dipinto come Nighthawks o Sera d’estate – e ancora prima di iniziare a leggere il racconto aleggia la curiosità di scoprire in quale punto dello scritto l’autore sceglierà di descrivere la scena del dipinto; è un po’ come sapere già quale scena succederà, ma senza conoscere i nomi e le azioni dei protagonisti.

I racconti appartengono a generi diversi: prettamente narrativi – “Lo spogliarello“, “La storia di Caroline“, “Soir bleu“, “La donna alla finestra“, “Natura morta 1931“, “Finestre nella notte” e “Autunno, tavola calda” -, noir – “La verità su quanto è successo“, “Nighthawks“, “L’incidente del 10 novembre“, “Il proiezionista” -,  fantastico – “Stanze sul mare” -,  e horrorLa sala della musica“.

La casa aveva altre qualità che Carmen trovava inquietanti. Per esempio il fatto che ogni anno, senza l’intervento di nessuno, guadagnasse una stanza. Se n’erano accorti lo stesso anno che era arrivato Fabius, qualche mese prima che Klaus Ronson si ammalasse di cancro ai polmoni. Calleta non aveva dato peso alla coincidenza. E aveva sempre trovato normale che le stanze comparissero all’improvviso, come sorte dal mare. Il mondo è pieno di fenomeni che sfidano le leggi della fisica, ripeteva, solo che in genere passano inosservati [Nicholas Christopher, Stanze sul mare, trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini]

“Cinema a New York”, Edward Hopper (1939), The Museum of Modern Art, New York

Diversi generi letterari, diversi autori e autrici: la raccolta è eterogenea e alcuni scritti non fanno altro che confermare il genio dello scrittore, altri stupiscono e necessariamente qualcuno delude; confermano i loro genio Stephen King (“La stanza della musica”) e Jeffery Deaver (“L’incidente del 10 novembre”). Avendo letto per la prima volta Lee Child (“La verità su quanto è successo”), Michael Connelly (“Nighthawks”) e Joe R. Landsdale (“Il proiezionista”) mi hanno stupita parecchio.

Tra gli autori che non conoscevo nemmeno di nome, sono rimasta folgorata dai racconti di Jill D. Block (“La storia di Caroline”, l’autrice è la figlia di Lawrence Block, curatore dell’edizione americana), da Nicholas Christopher (“Stanze sul mare”) e da Kris Nelscott (“Natura morta 1931”). Ecco, soprattutto il racconto di Kris Nelscott: ci avrei visto bene un romanzo, uno di quelli da leggere tutto d’un fiato.

A malincuore ammetto che a deludermi è stata l’ultima alla quale avrei pensato, ovvero Joyce Carol Oates: il suo “La donna alla finestra” mi è sembrato isterico, inconcludente e contorto sin dall’inizio.

Un’antologia eterogenea come questa per preziosa principalmente per tre motivi: primo, permette al lettore di scoprire nuovi autori e autrici ed è un modo ambizioso e originale per celebrare un genio dell’arte del Novecento (temevo un po’ l’effetto commerciale, ma per fortuna – quasi- tutti i racconti si sono rivelati all’altezza delle mie aspettative).

Infine, nell’introduzione di Lawrence Block spiega il motivo per cui nel libro c’è la riproduzione di un dipinto in più: i racconti sono tredici, ma avrebbero dovuto essere quattordici. Un autore (o autrice) all’ultimo non ha potuto consegnare il lavoro, ma ormai Block e la sua squadra avevano già acquistato i diritti per riprodurre “Mattina a Cape Cod“, così il curatore, nella prefazione, invita i lettori a mettersi alla prova: quale storia c’è in questa donna vestita di rosso chiaro che si sporge verso la finestra?

Voi che storia ci vedete? Io una la vedo, e chissà se un giorno mi metterò a raccontarvela.

“Mattino a Cape Cod”, Edward Hopper (1950) Smithsonian American Art Museum, Washington

Titolo: Ombre. Racconti ispirati ai dipinti di Edward Hopper
Autori: Megan Abbott, Jill D. Block, Robert O. Butler, Lee Child, Nicholas Christopher, Michael Connelly, Jeffery Deaver, Stephen King, Joe R. Lansdale, Joyce C. Oates, Kris Nelscott, Jonathan Santlofer, Lawence Block
Traduzione: Luca Briasco, Fabio Deotto, Letizia Sacchini
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un’antologia di racconti molto belli, appassionanti per chi ama i lavori di Edward Hopper

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Paolo Cognetti | Le otto montagne

Il paese di Grana si trovava nella diramazione di una di quelle valli, ignorata da chi passava di lì come una possibilità irrilevante, chiusa in alto da creste grigio ferro e in basso da una rupe che ne ostacolava l’accesso (…) Una strada sterrata si staccava dalla regionale e saliva ripida, a tornanti, fino ai piedi della torre; poi superandola si addolciva, voltava sul fianco della montagna ed entrava nel vallone a mezza costa, proseguendo in falsopiano. Era luglio quando la imboccammo, nel 1984. Nei prati stavano falciando il fieno. Il vallone era più ampio di come sembrava da sotto, tutto boschi sul lato in ombra e terrazzamenti al sole: giù in basso, tra le macchie di arbusti, scorreva un torrente che ogni tanto intravedevo luccicare, e quella fu la prima cosa di Grana a piacermi. Leggevo romanzi d’avventura all’epoca. Era stato Mark Twain a trascinarmi all’amore per i fiumi [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Pietro ha una decina di anni e una grande voglia di vivere tante avventure. I genitori di Pietro sono da sempre innamorati delle montagne: le Dolomiti prima, dove si sono conosciuti e sposati, e le montagne del massiccio del Monte Rosa poi. Nei primi anni Settanta si sono trasferiti dalle montagne venete a Milano per lavoro. Giovanni, il padre di Pietro, lavora in una grande azienda chimica e soffre in città, tanto da decidere di spendere i risparmi per affittare una casetta in montagna.

E’ la mamma di Pietro a scoprire il paesino di Grana, un abitato costituito da poche anime e tante baite ormai in rovina, un luogo per nulla frequentato dai turisti; tutti e tre se ne innamorano subito e da quel momento in poi ogni estate li vedrà a Grana. La mamma esplora i boschi e s’incanta di fronte ai colori dei rododendri selvatici, il papà sale in alta quota in montagna, sfida i ghiacciai e i Quattromila, scrive pensieri entusiasti dei diari di vetta. Pietro incontra Bruno, un ragazzino circa della sua età, l’unico di Grana.

C’era un ragazzino che pascolava le mucche nei prati lungo la riva (…) Portava sempre con sé un bastone giallo, di plastica, dal manico ricurvo, con cui spronava le mucche su un fianco per spingerle giù verso l’erba alta [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Da un laconico dialogo, grazie all’intervento della mamma durante la prima merenda con latte e biscotti, nasce una grande amicizia: Pietro e Bruno iniziano a frequentarsi e a vivere mille cose assieme, come le esplorazioni delle vecchie baite abbandonate, le gite al fiume, le escursioni in montagna con Giovanni. Il momento di lasciare Grana e tornare a Milano è sempre difficile, ma si sopporta il distacco pensando al ritorno.

Così adesso conoscevo anch’io la nostalgia della montagna (…) Anch’io adesso potevo incantarmi alla comparsa della Grigna in fondo ad un viale. Rileggevo le pagine della guida del Cai come fosse un diario, imbevendomi della loro prosa d’altri tempi (…) i giorni di Grana mi sembravano così lontani da chiedermi se fossero esistiti davvero (…) la primavera tornava perfino a Milano e la nostalgia si trasformava in attesa che arrivasse il momento di tornare su [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Pietro torna a Grana e Bruno è sempre lassù ad attenderlo. Trascorrono gli anni e sembra che nulla possa mutare in questa sorta di trasumanza estiva da Milano a Grana; invece, le cose cambiano, perché sia Bruno che Pietro crescono. Pietro e Giovanni si allontanano, un figlio adolescente spesso fatica a capire un genitore e Pietro non capisce perché Bruno non voglia scendere in città a studiare o a cercare un lavoro che dia più certezze economiche.

Pietro si mostra sempre introverso, solitario, timido: studia cinema, cambia diverse città, vola persino in Himalaya per girare documentari e realizzare reportage. Bruno non abbandona Grana, è un giovane pieno di iniziativa ed entusiasmo, il lavoro duro non lo spaventa, vuole creare un’azienda agricola nell’alpeggio dello zio ma si mantiene facendo il muratore con il padre.

Non possono essere più diversi, Pietro alla costante ricerca di sé, girovago che non sa esattamente cosa vuole e dove vuole stare, e Bruno che accetta il suo destino quasi segnato di non doversi allontanare dalle montagne per nessun motivo. Ma se Pietro per qualche tempo si allontana da Grana – e quindi da Bruno – sarà Giovanni, indirettamente a riavvicinarli grazie all’eredità che lascerà al figlio.

Lago Dres in autunno, Ceresole Reale, Parco Nazionale del Gran Paradiso (foto: Claudia)

Le otto montagne” di Paolo Cognetti (Einaudi, 199 pagine, 18.50 €) è un libro semplicemente bellissimo. Semplicemente perché sentimenti, paesaggi, personaggi, situazioni sono descritti con una tale delicatezza che arrivano dritti al cuore di chi legge. Il romanzo è suddiviso in tre parti – Montagna d’infanzia, La casa della riconciliazione e Inverno di un amico – e abbraccia circa trent’anni di vita.

Vengono indagati i sentimenti e i rapporti tra i tre protagonisti: l’amicizia di Bruno e Pietro, le incomprensioni tra Pietro e Giovanni, la stima reciproca tra Bruno e Giovanni, che gli farà quasi da padre dato che quello di Bruno non è una bella persona; sullo sfondo, sempre, le splendide montagne del Massiccio del Monte Rosa, magistralmente descritte dalla sensibilità di Cognetti.

Oltre alla storia, sono proprio le descrizioni della montagna ad avermi conquistata: da esse si legge tra le righe quando l’Autore conosca e ami profondamente quegli ambienti.

Il vallone di Grana a metà novembre era bruciato dalla siccità e dal gelo. Aveva il colore dell’ocra, della sabbia, della terracotta, come se nei pascoli un incendio fosse già passato e spento. Nei boschi divampava ancora: sui fianchi della montagna le fiamme d’oro e di bronzo dei larici illuminavano il verde cupo degli abeti, e ad alzare gli occhi al cielo scaldavano l’anima. Giù in paese invece regnava l’ombra. Il sole non arrivava nel fondo del vallone e la terra era dura sotto i piedi, coperta qua e là da una crosta di brina [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Per apprezzare qualcosa a volte dobbiamo rischiare di perderla. Solo così possiamo capire quando per noi è davvero importante e quando potrebbe mancarci se dovesse scomparire. La leggenda tibetana delle otto montagne non ve la racconto: è struggente, ve lo garantisco, e il finale del romanzo fa commuovere.

Nei silenzi della montagna i nostri pensieri riecheggiano più facilmente: dopo la conquista dell’agognata cima sentiamo noi stessi, tra i battiti convulsi del nostro cuore, e abbiamo una sensazione da tradurre a parole e da imprimere sul logoro diario di vetta.

Titolo: Le otto montagne
L’Autore: Paolo Cognetti
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un libro scritto bene, emozionante e struggente. Per chi ama la montagna, per chi ha perso qualcosa che ora non più avere, per chi pensa che più ci si sale verso le vette e più sia facile ascoltare i nostri pensieri

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Evan S. Connell | Mrs Bridge

Nei libri ci sono altri libri, si dice, e certamente se non fosse stato per il romanzo “Nessuno scompare davvero” di Catherine Lacey io, probabilmente, non avrei mai letto “Mrs Bridge” di Evan S. Connell (trad. G. Boringhieri, Einaudi, 227 pagine, 12,00), perdendomi così un libro brillante, a tratti divertente ma anche molto riflessivo e profondo.

Si chiamava India, un nome a cui non riuscì mai ad abituarsi. Aveva il sospetto che i suoi genitori, nel darglielo, avessero avuto in mente un’altra persona. O forse avevano sperato di avere una figlia diversa. Da bambina era stata più volte sul punto di indagare, ma il tempo era passato e non l’aveva mai fatto. Da ragazza le era capitato spesso di pensare che se la sarebbe cavata benissimo anche senza marito, e terminati gli studi questa convinzione aveva prevalso per alcuni anni, con grande pena di suo padre e sua madre. Fino ad una sera d’estate e a un giovane avvocato di nome Walter Bridge [Mrs Bridge, Evan S. Connell, trad. G. Boringhieri]

È India Bridge la protagonista del romanzo di Evan S. Connell, una donna americana che di particolare ha solo il nome di battesimo. Mrs Bridge è una donna bella, ma non troppo, ed è decisamente normale: sposata con un avvocato – che non si tira indietro nel fare gli straordinari -, hanno tre figli, Ruth, Carolyn e Douglas, e vivono in una bella casa con tanto di servitù di colore a Kansas City, tra gli anni Venti e la fine degli anni Quaranta del Novecento.

Mrs Bridge ha diverse amiche, alcune molto acculturate, quindi spesso si fionda in biblioteca e si impone di leggere libri impegnativi per farsi un’opinione; ma è il marito a dirle come votare e quando Mrs Bridge cerca di emanciparsi, si scoraggia perché non è mica semplice votare di testa propria. Prova ad imparare lo spagnolo, inizia un corso di pittura che non porta a termine, va a vedere film d’essai che puntualmente non capisce.

India Bridge frequenta malvolentieri gli amici del marito, ricchi e facoltosi, ma appare sempre felice quando è ora di iniziare la cena; organizza cocktail party in casa tirando fuori dai cassetti gli asciugamani degli ospiti che gli invitati non toccheranno per non rovinarli. Cerca di educare i figli con principi sani, ma spera che l’amicizia tra Carolyn e la figlia nera del giardiniere finisca presto; insegna ai figli come risparmiare e non sciupare nulla, ma quando si annoia corre a fare shopping o a mangiare dolci al Plaza, il ristorante più rinomato di Kansas City.

Mentre i figli crescendo capiscono sempre meno la loro madre, in particolare Ruth che addirittura sceglie – giovanissima – di andare a vivere da sola a New York, Mr Bridge sta sempre accanto alla moglie, confortandola nei momenti difficili, e anche se pare a volte assente, Walter è capace di slanci d’affetto sorprendenti, come regalarle un viaggio in Europa oppure donarle rose rosse dopo aver fallito una prova di cucina.

Eppure, nonostante la vita agiata, la casa di proprietà, il marito affettuoso e i figli sani, Mrs Bridge soffre di nostalgia, di rimpianti, di cose non dette o non fatte, di tristezza che giunge all’improvviso e sembra rallentare ancora di più il corso del tempo.

“Stanza a New York” Edward Hopper (1932)

L’album di fotografie le regalava molte ore serene. Lì ritrovava i suoi figli, e con loro anche suo marito. Una foto lo ritraeva in pieno sole, con una mano appoggiata al parafanghi della nuova Reo e Carolyn a cavalcioni sulle spalle. E in un’altra c’era Douglas, che mostrava orgoglioso la mazza da baseball (…) E poi c’era Ruth, in posa con il suo primo paio di scarpe con i tacchi alti (…) Mrs Bridge rimpiangeva di non aver scattato più fotografie (…) rievocavano tutto ciò che aveva conosciuto più intimamente, e più profondamente aveva amato [Mrs Bridge, Evan S. Connell, trad. G. Boringhieri]

Mrs Bridge” è un libro che mi è piaciuto e mi ha coinvolta, mi ha fatta sorridere e allo stesso tempo riflettere. La quotidianità  della famiglia Bridge – in particolare di India Bridge – è raccontata in terza persona attraverso 117 episodi, che non occupano mai più di un paio di pagine. Gli episodi, tutti rigorosamente in ordine temporale, riescono nella loro brevità a regalare dei veri e propri flash ai lettori sulla vita e sulle emozioni provate da India Bridge.

Evan S. Connell ha creato un personaggio originale, pieno di difetti e virtù, ma anche di paure e di ansie, di slanci d’amore e di momenti di notevole sconforto; Mrs Bridge è una donna che ama la sua famiglia, per la quale farebbe davvero tutto, ma nel suo intimo è spesso incostante – i corsi che comincia e non finisce -, si annoia quando i figli diventano adulti e non sa come trascorrere le giornate, corre spesso senza meta, con il solo obiettivo di far passare il tempo; ed è guardandosi indietro che Mrs Bridge vede che non ha mai vissuto la sua vita per se stessa, ma unicamente per compiacere gli altri.

Un romanzo ottimo, audace e decisamente intimo che consiglio vivamente a chi ama la letteratura americana e quei personaggi tratteggiati talmente bene da apparire perfettamente reali.

“Anziani coniugi con il cane a Cape Cod” Edward Hopper (1939)

Titolo: Mrs Bridge
L’Autore: Evan S. Connell
Traduzione dall’inglese: Giulia Boringhieri
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: per sorridere, per riflettere, per meditare sul senso delle vite di chi passa le proprie unicamente per far felici gli altri

Elena Loewenthal | Conta le stelle, se puoi

Nel Giorno della Memoria ho deciso di parlare di “Conta le stelle, se puoi” di Elena Loewenthal (Einaudi, 257 pagine, 17.50 €) per un motivo molto semplice: questo libro non parla di Shoah, campi di concentramento, di rastrellamenti, forni crematori o deportazioni. Questo romanzo parla di quella che avrebbe potuto essere la vita, con le sue speranze, gioie e difficoltà, di una famiglia ebrea se un bel giorno del 1924 “quel Mussolino lì” avesse preso un colpo.

levi

Nonno Moise partì da Fossano una domenica mattina di fine estate, poco prima delle grandi feste. A quel tempo non era ancora nonno e nemmeno immaginava che un giorno lo sarebbe diventato. A dire più o meno il vero (…) nonno Moise non immaginava nessuna delle tante, o forse poche, cose che nella vita gli sarebbero capitate. Non immaginava, ad esempio, che invece di un albero composto e altero la sua discendenza avrebbe disegnato un tessuto senza capo né coda steso alla bell’e meglio fino ai quattro angoli del mondo, tutto instarsi e ricami e maglie diseguali come fa un filo di lana fra due ferri maldestri (…) neppure sperava perché era ancora troppo giovane per sperare, quando la vita è tutta un’allegra certezza e la linea dell’orizzonte sta persa in un mare di luce, neppure sperava di morire come Giobbe, sazio di anni [Elena Loewenthal, Conta le stelle, se puoi]

Nel 1872 Moise Levi è un giovane ebreo di Fossano, intraprendente e curioso. Figlio unico, decide di lasciare la natia città per cercare fortuna a Torino: con sé porta la sua incredibile voglia di costruirsi un futuro e un carretto pieno di stracci. La sorte gli è amica, giunto a Torino – dopo varie traversie tra Saluzzo e la Vel Pellice – Moise si distingue immediatamente per la sua voglia di lavorare e poco tempo dopo il suo arrivo a Torino fonda una società che commercia nel settore tessile con il signor Malvano.

Trascorrono gli anni e mentre Moise invecchia, prima padre e poi nonno, Torino muta il suo aspetto diventando sempre più moderna senza perdere mai il suo esclusivo fascino di antica capitale del Regno d’Italia. Nonno Moise diventa parecchio ricco, acquista l’intero stabile di via Maria Vittoria, la sua discendenza diventa sempre più numerosa e anche a lui a volte è impossibile raccapezzarsi tra tutti i nipoti e pronipotini.

Quando nel 1922 le camice nere e quel Mussolino lì marciano su Roma, nonno Moise capisce immediatamente che quella è brutta gente. E il re Vittorio Emanuele II, un perfetto incapace, non è in grado di fermare i fascisti che con il suo beneplacito salgono al governo. Ma se tutti immaginano l’arrivo di tempi duri, si sbagliano di grosso: una bella mattina del 1924 a quel Mussolino lì viene un infarto e crepa.

Così, nonno Moise non conoscerà le leggi razziali, né i drammatici rastrellamenti, né gli episodi di razzismo e violenza nei confronti degli ebrei. Moise e la sua numerosa discendenza non vedranno mai le sinagoghe o le attività degli ebrei bruciare per mano dei fascisti; non saranno costretti ad emigrare in Svizzera o in America per scampare alla morte. Semplicemente, nonno Moise e la sua famiglia vivranno, in silenzio senza mai fare rumore – come sono abituati gli ebrei – ma vivranno, felici e numerosi.

Ah, il ’38! Che anno, che è stato. Unico e irripetibile, tanto che si fa persino fatica a raccontarlo, a mettere in ordine nella sequenza di eventi, nelle gioie e negli entusiasmi, nei ricordi che s’affollano, nelle nostalgie che non guariscono. Il ’38 è un anno così, che tiene insieme chi c’era e chi aveva ancora da venire al mondo e persino chi se n’era già andato: tutti uniti dall’attesa e dalla speranza e dalla felicità di essere finalmente lì [Elena Loewenthal, Conta le stelle, se puoi]

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Il romanzo “Conta le stelle, se puoi” di Elena Loewenthal mi è piaciuto davvero moltissimo, e questo lo specifico subito. La narrazione procede in modo non sempre scorrevole, sono frequenti i salti temporali e le anticipazioni: è così che di punto in bianco, magari leggiamo il nome di un nipote che nascerà solo anni e anni dopo, ma con l’albero genealogico alla mano è come sfogliare un album fotografico, con fotografie e storie dal 1848 al 2003, saltando da Torino a Fossano, dalla Terra Promessa alle Americhe, lasciandosi cullare dalla musicalità del piemontese mescolato con l’ebraico.

La storia raccontata dalla Loewenthal diventa originale nel momento in cui la scrittrice torinese immagina che a Mussolini venga un colpo secco e muoia, e da qui in avanti la Storia prende una piega diversa: nello stesso anno della morte di Mussolini viene dato il voto alle donne; nel 1938, anno mirabile e irripetibile, finisce il mandato britannico in Terra Santa e nasce lo Stato di Israele, Vittorio Emanuele II abdica e va in esilio in Egitto, nasce quindi la Repubblica italiana e nel 1948 viene abolito il servizio militare.

Pur essendosi prese molte libertà narrative, soprattutto storiche, la Loewenthal descrive bene l’evoluzione della città di Torino: da quando barriera Nizza erano quattro cascine attorniate da prati incolti, all’arrivo degli stabilimenti Fiat e quindi allo sviluppo industriale della porzione sud della città. Come descrive con notevole veridicità l’ubicazione di quello che fu il ghetto ebraico di Torino e del quale oggi non restano che i cancelli di ferro tra via Bogino, via Maria Vittoria e via S. Francesco da Paola.

“Conta le stelle, se puoi” è un titolo evocativo che si ispira ad un episodio della Genesi: quando Dio mostra ad Abramo la volta celeste e gli confida che tanto sarà vasta la sua discendenza. Tornando alla realtà, sappiamo bene che Mussolini non morì nel 1924 e le leggi razziali furono emanate e molti ebrei piemontesi e non solo vennero deportati e uccisi nei campi di concentramento.

Ma Elena Loewenthal non si è arresa e non l’ha data vinta ai fascisti: ha immaginato un lieto fine e una storia diversa per la discendenza di nonno Moise e per tutti gli ebrei, descrivendoci come avrebbe potuto essere la Storia contando i vivi anziché i morti.

Titolo: Conta le stelle, se puoi
L’Autrice: Elena Loewenthal
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: per non arrendersi alla Storia, per immaginare un futuro diverso, felice e numeroso come le stelle della volta celeste