AA. VV. | Ombre. Racconti ispirati ai dipinti di Edward Hopper

– Quale pensi che sia la storia? – chiese lei.
– Cosa, la loro? Cosa ti fa credere che ce ne sia una?
– C’è sempre una storia. Dipingere è raccontare. Sai perché si intitola Nighthawks?
– Nel senso di “falchi nella notte”? No, in realtà.
– Be’, che sia notte è ovvio. Ma dài un’occhiata al becco di quello che sta con la donna.
Bosch lo fece. Se ne accorse per la prima volta. Il naso dell’uomo era appuntito e incurvato come quello di un uccello. Un falco nella notte. Ovvero un nottambulo. [Michael Connelly, Nighthawks, trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini]

Una ballerina nuda. Un pierrot triste e una donna dalle gote rosse alle sue spalle. Una ragazza sola in un caffè, con un cappellino. Un uomo che legge il giornale e una donna che, annoiata, pigia un tasto del pianoforte. La vetrina curva del diner più noto d’America, dove un cameriere serve un uomo e una donna che appaiono molto intimi. S’intravede una ragazza ad una finestra. Una ragazza nuda, ad eccezione delle scarpe, guarda fuori dalla finestra. Una giovane donna sola in una stanza attigua ad un cinema affollato. 

Atmosfere cupe, personaggi in costante attesa e nessun volto sorridente. Questi sono gli ingredienti dell’arte di Edward Hopper (1882-1967), uno dei più noti e apprezzati pittori americani del Novecento, acclamati dal pubblico per la sua incredibile capacità di trasmettere l’America – quella che vive nel nostro immaginario – attraverso i suoi quadri; spesso definito come il pittore del silenzio, nelle scene rappresentate da Edward Hopper aleggia un senso di solitudine e di attesa. Hopper disegnava luoghi che non hanno nulla di caratteristico: interni di locali, tavole calde, case, fari, marine, uffici; Hopper riportava su tela scene quoditiane, luoghi raggiungibili da chiunque e soprattutto, senza inventare niente, esaltava la normalità. Osservando i suoi lavori, lo spettatore viene letteralmente catturato e analizzando i personaggi e i paesaggi hopperiani non è difficile che percepisca una storia.

I nottambuli, Edward Hopper (1942) Art Institute of Chicago

I dipinti di Edward Hopper non hanno mai lasciato indifferenti né lettori né scrittori, come Lawrence Block, che ha chiesto ad alcuni autori americani di scegliere un dipinto di Edward Hopper e di scrivere un racconto ad esso ispirato. Il materiale prodotto è stato raccolto da Lawrence Block per andare a comporre l’antologia “Ombre. Dipinti ispirati a Edward Hopper” (trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini, Einaudi, 304 pagine, 18.50 €).

L’antologia è composta da tredici racconti che prendono spunto dal dipinto di Hopper scelto dall’autore. Il racconto inizia con il nome dell’autore, il titolo e una riproduzione del dipinto: quindi, con il quadro in mente, inizia il racconto e il lettore si sente più coinvolto. Si possono immaginare molte storie – partendo da un dipinto come Nighthawks o Sera d’estate – e ancora prima di iniziare a leggere il racconto aleggia la curiosità di scoprire in quale punto dello scritto l’autore sceglierà di descrivere la scena del dipinto; è un po’ come sapere già quale scena succederà, ma senza conoscere i nomi e le azioni dei protagonisti.

I racconti appartengono a generi diversi: prettamente narrativi – “Lo spogliarello“, “La storia di Caroline“, “Soir bleu“, “La donna alla finestra“, “Natura morta 1931“, “Finestre nella notte” e “Autunno, tavola calda” -, noir – “La verità su quanto è successo“, “Nighthawks“, “L’incidente del 10 novembre“, “Il proiezionista” -,  fantastico – “Stanze sul mare” -,  e horrorLa sala della musica“.

La casa aveva altre qualità che Carmen trovava inquietanti. Per esempio il fatto che ogni anno, senza l’intervento di nessuno, guadagnasse una stanza. Se n’erano accorti lo stesso anno che era arrivato Fabius, qualche mese prima che Klaus Ronson si ammalasse di cancro ai polmoni. Calleta non aveva dato peso alla coincidenza. E aveva sempre trovato normale che le stanze comparissero all’improvviso, come sorte dal mare. Il mondo è pieno di fenomeni che sfidano le leggi della fisica, ripeteva, solo che in genere passano inosservati [Nicholas Christopher, Stanze sul mare, trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini]

“Cinema a New York”, Edward Hopper (1939), The Museum of Modern Art, New York

Diversi generi letterari, diversi autori e autrici: la raccolta è eterogenea e alcuni scritti non fanno altro che confermare il genio dello scrittore, altri stupiscono e necessariamente qualcuno delude; confermano i loro genio Stephen King (“La stanza della musica”) e Jeffery Deaver (“L’incidente del 10 novembre”). Avendo letto per la prima volta Lee Child (“La verità su quanto è successo”), Michael Connelly (“Nighthawks”) e Joe R. Landsdale (“Il proiezionista”) mi hanno stupita parecchio.

Tra gli autori che non conoscevo nemmeno di nome, sono rimasta folgorata dai racconti di Jill D. Block (“La storia di Caroline”, l’autrice è la figlia di Lawrence Block, curatore dell’edizione americana), da Nicholas Christopher (“Stanze sul mare”) e da Kris Nelscott (“Natura morta 1931”). Ecco, soprattutto il racconto di Kris Nelscott: ci avrei visto bene un romanzo, uno di quelli da leggere tutto d’un fiato.

A malincuore ammetto che a deludermi è stata l’ultima alla quale avrei pensato, ovvero Joyce Carol Oates: il suo “La donna alla finestra” mi è sembrato isterico, inconcludente e contorto sin dall’inizio.

Un’antologia eterogenea come questa per preziosa principalmente per tre motivi: primo, permette al lettore di scoprire nuovi autori e autrici ed è un modo ambizioso e originale per celebrare un genio dell’arte del Novecento (temevo un po’ l’effetto commerciale, ma per fortuna – quasi- tutti i racconti si sono rivelati all’altezza delle mie aspettative).

Infine, nell’introduzione di Lawrence Block spiega il motivo per cui nel libro c’è la riproduzione di un dipinto in più: i racconti sono tredici, ma avrebbero dovuto essere quattordici. Un autore (o autrice) all’ultimo non ha potuto consegnare il lavoro, ma ormai Block e la sua squadra avevano già acquistato i diritti per riprodurre “Mattina a Cape Cod“, così il curatore, nella prefazione, invita i lettori a mettersi alla prova: quale storia c’è in questa donna vestita di rosso chiaro che si sporge verso la finestra?

Voi che storia ci vedete? Io una la vedo, e chissà se un giorno mi metterò a raccontarvela.

“Mattino a Cape Cod”, Edward Hopper (1950) Smithsonian American Art Museum, Washington

Titolo: Ombre. Racconti ispirati ai dipinti di Edward Hopper
Autori: Megan Abbott, Jill D. Block, Robert O. Butler, Lee Child, Nicholas Christopher, Michael Connelly, Jeffery Deaver, Stephen King, Joe R. Lansdale, Joyce C. Oates, Kris Nelscott, Jonathan Santlofer, Lawence Block
Traduzione: Luca Briasco, Fabio Deotto, Letizia Sacchini
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un’antologia di racconti molto belli, appassionanti per chi ama i lavori di Edward Hopper

(© Riproduzione riservata)

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Jane Urquhart | Sanctuary Line

La prima cosa che mi ha colpita del romanzo “Sanctuary Line” di Jane Urquhart (Nutrimenti, 239 pagine, 17 euro) è la bellissima copertina: c’è una farfalla monarca che pare appoggiata su quello che ha l’aria di un taccuino ricco di appunti. Leggendo la trama ho avuto la sensazione che questo romanzo fosse nelle mie corde e l’istinto mi ha dato ragione.

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Titolo: Sanctuary Line

L’Autrice: Jane Urquhart è nata nel 1949 nell’Ontario, Canada. E’ autrice di otto romanzi acclamati dal pubblico. Ha vinto diversi premi letterari prestigiosi, tra cui nel 1992 il Prix du meilleur livre étranger in Francia, unica autrice canadese. E’ Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere in Francia e ufficiale dell’Ordine del Canada, la più alta onoreficienza civile nel suo Paese

Traduzione dall’inglese: Nicola Manuppelli

Editore: Nutrimenti edizioni

Il mio consiglio: questo è un libro per chi ama la luce calda della fine dell’estate, per chi ha trascorso l’infanzia tra boschi e campagne, con amici, cugini e zii un po’ folli; è un romanzo per chi cerca la storia di una famiglia, con i suoi segreti e le mille difficoltà. Un romanzo per chi si sente come una farfalla monarca, sempre in bilico tra un luogo e l’altro

Io credo che le cose che ci attraggono e quelle che ci respingono abbiano lo stesso potere sul nostro corpo e sulla nostra mente, e sembrano, almeno a me, ugualmente determinani nel nostro destino. Un ragazzo di campagna divenuto soldato fa sì che una ragazza sposti la sua attenzione da un fratello all’altro (…) Un giovane messicano in un paese straniero si fa prendere dal panico di fronte alla violenza degli adulti, quella violenza che confina con la loro paura, e lui e la passione sono cancellati per sempre dalla mia vita. Messa fuori rotta da un improvviso salto di vento, una farfalla non raggiungerà mai la sua destinazione. Morirà in volo, senza accoppiarsi, e le meravigliose potenzialità contenute nelle sue cellule e affidate alla sua migrazioni non potranno mai realizzarsi [Sanctuary Line, Jane Urquhart, trad. N. Manuppelli]

All’entomologa Liz Crane viene chiesto di ritornare in Canada per studiare le dinamiche della migrazione delle farfalle monarca presso il Sanctuary Point, in prossimità del Lago Erie, nell’Ontario. Approfittando della vicinanza tra la vecchia fattoria degli zii e il luogo di lavoro, Liz torna a vivere nell’antica casa colonica che oggi è in rovina e abitata solo più dai fantasmi degli avi.

Adesso che vivo qui, mi mancano i bambini che noi tutti eravamo prima che ogni cosa andasse in pezzi, e mi mancano i bambini che avrebbero dovuto sostituirci ma non lo hanno fatto [Sanctuary Line, Jane Urquhart, trad. N. Manuppelli]

Un tempo la fattoria di zio Stanley era viva. Liz, orfana di padre, trascorreva con la madre le tiepide estati dagli zii materni; zio Stanley raccontava ai bambini le storie degli antenati della famiglia Butler, coloro che dall’Irlanda si erano imbarcati verso il Nuovo Mondo in cerca di fortuna: alcuni erano diventati agricoltori, altri guardiani del faro. Liz amava soprattutto trascorrere del tempo con Mandy, la sua adorata cugina amante della poesie e con le idee ben chiare. E poi, c’era Teo, il timidissimo figlio di una donna messicana senza marito, quei messicani che giungevano ogni primavera per lavorare stagionalmente nell’azienda di zio Stanley, per ritornare in Messico a settembre. Proprio come Liz, che alla fine dell’estate sarebbe tornata in città, e proprio come le farfalle monarca che abbandonano l'”albero delle farfalle” per andare a svenare a sud.

Le farfalle sono tornate sull’albero. Questo annuncio, più di ogni alto, era il faro che illuminava la fine della stagione, il codice segreto che ci annunciava che i giochi estivi erano terminati [Sanctuary Line, Jane Urquhart, trad. N. Manuppelli]

L’incanto di un tempo che non c’è più aleggia nella vecchia casa. Non c’è più nessuno che canta nei frutteti mentre raccoglie le mele; nessuno munge più le Holstein da latte. Non si organizzano più grigliate in riva al lago, non si nuota più fino a farsi venire le labbra blu dal freddo, non si va più in esplorazione nei vecchi cimiteri con l’entusiasmo dello zio Stanley alla ricerca della leggendaria tomba della povera Nellie.

Ci raccontava storie di burrasche ululanti durante le quali gli ardimentosi guardiani dei fari della famiglia Butler riuscivano ad accendere migliaia di candele nell’immensa lanterna simile a un gioiello sulla cima delle loro torri [Sanctuary Line, Jane Urquhart, trad. N. Manuppelli]

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The long leg, Eward Hopper, 1953

Il tempo è trascorso troppo in fretta dall’ultima estate in cui Liz è stata alla fattoria: quell’ultima notte di settembre in cui molte cose sono andate in pezzi e ognuno dei Butler ha seguito caparbiamente il proprio destino. Sono accaduti eventi diversi che si sono legati assieme la notte in cui le farfalle monarca sono andate via senza che nessuno se ne accorgesse. Liz racconterà tutta la storia, o meglio, tutto ciò che sa su quella storia, all’ultima persona che si sarebbe immaginata di conoscere.

Mia zia, invece, aveva cacciato gli imbianchini quando erano arrivati, e stava in piedi davanti al bancone della cucina vuota, entrambe le mani appoggiate ai lati del lavello, le braccia tese come se temesse di poter vomitare o svenire. Guardava fuori dalla finestra, verso la strada alla fine del viale, in attesa [Sanctuary Line, Jane Urquhart, trad. N. Manuppelli]

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Morning to Cape Cod, Edward Hopper, 1950

Sanctuary Line” è un romanzo che mi ha coinvolta e appassionata moltissimo. Il tono con cui Liz Crane racconta è quello di chi sa che l’infanzia, con tutti i suoi giochi e le scorribande, e soprattutto la spensieratezza, non tornerà più; il tono di chi sa che il tempo è trascorso, le scelte sono state fatte – giuste o sbagliate questo lo si è scoperto solo in seguito.

Nel romanzo sono davvero molti gli spunti su cui riflettere: a partire dal tempo che scorre inesorabile, fino alla differenze culturali che dividono e separano le persone, rendendo a volte le cose complicate, per arrivare a capire quanto in realtà siamo fragili e pieni di paure. Ho amato molto le descrizioni dei luoghi dove vive Liz Crane, in bilico tra un passato dove echeggiano antichi fasti e splendori, sino al presente pieno di fantasmi. Ho apprezzato le soprattutto le storie degli avi raccontati da zio Stanley, un po’ invidiosa di non conoscere così bene la storia della mia famiglia.

Le immagini che Jane Urquhart propone ai lettori sono di una bellezza struggente: i bicchieri che vanno in pezzi al contatto con l’acqua perché qualcuno li aveva rotti e poi, pentito, incollati di nuovo; la ricerca delle parole incise per caso su una scrivania di legno; gli alberi pieni di farfalle che sembrano vivi, tanto palpitano le ali degli insetti.

Sanctuary Line” è un romanzo che ho apprezzato a tutto tondo: la storia dei Butler, degli avi, dello zio Stanley, di Mandy, di Liz e di chi riposa nel cimitero di famiglia, mi resterà nel cuore per sempre. E ogni volta che vorrò tornare a Sanctuary Point in estate, potrò farlo percorrendo la dritta Sanctuary Line, rileggendo questo splendido romanzo e sì, allora sì, rivedrò le farfalle monarca sugli alberi lungo del rive del Lago Erie.

Oggi penso che c’era tutta una vita in quei baci, o perlomeno tutta una giovinezza. C’erano le lettere che non saremmo mai arrivati a scriverci. C’era l’estate successiva e quella dopo ancora [Sanctuary Line, Jane Urquhart, trad. N. Manuppelli]

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Summer evening, Edward Hopper, 1947