Massimo Cuomo | Bellissimo

Dietro al vetro c’è la faccia di Miguel, zero giorni. Davanti al vetro c’è la faccia di Santiago, cinque anni. La sua espressione stupita si riflette sulla vetrata insieme al neo sulla guancia destra. Come il bottone di una camicetta. Come il punto di un punto di domanda. E la domanda che pensa Santiago, osservando il fratellino nella culla oltre il vetro, è una soltanto: “Perché è così bello?” [Massimo Cuomo, Bellissimo]

Nel 1976 a Mérida, in Messico, nella famiglia Moya nasce un bambino bellissimo. La nascita di Miguel, questo è il nome del fortunato nascituro, interessa da subito tutta la popolazione del paese perché il piccolo Moya è così perfetto, così bello da conquistare chiunque lo guardi per la prima volta.

È impossibile non amare Miguel: i suoi sorrisini ammaliano le infermiere, che non perdono occasione di prenderlo in braccio e coccolarlo; la sua perfezione rende la famiglia entusiasta, mentre le amiche della mamma la invidiano perché ha un bambino così bello. Persino Santiago, il fratello maggiore di cinque anni, resta colpito dalla piccola creatura bellissima, ma sente anche che il suo arrivo cambierà qualcosa per sempre. Per tutti.

L’aura che Miguel esercita sulla famiglia Moya e sugli abitanti di Mérida si accentua quando, ancora piccolissimo, contrae la difterite e per miracolo ne guarisce. Miguel diventa “il bambino divino“, e mentre la sua bellezza si manifesta giorno dopo giorno, Santiago si sente sempre più messo da parte. Per tutta la loro vita insieme, Santiago e Miguel gestiranno con alti e bassi, amore e odio, gelosie e momenti di comprensione, il rapporto di fratellanza. Perché fratelli, bene o male, lo saranno per sempre.

Insomma, un santo, questo è diventato il piccolo Miguel. E questo pensa Maria Serrano mentre Vicente Moya la afferra senza riguardo, la trascina con sé sul tappeto, nella processione, in mezzo alla gente che grida, incontro alla festa che comincia. “E adesso?” le viene da dire guardando il marito, che non la sente nemmeno, per chiedere cosa sarà della serata, e cosa della loro vita [Massimo Cuomo, Bellissimo]

Ho acquistato “Bellissimo” di Massimo Cuomo (edizioni e/o, 264 pagine, 17 €) al Salone del libro di Torino e ho iniziato a leggerlo con le aspettative altissime. Dello stesso autore ho letto “Piccola osteria senza parole“, un romanzo che mi aveva conquistata e ha conquistato anche diversi amici ai quali l’ho prestato; “Bellissimo”, però, è molto diverso da “Piccola osteria senza parole” e non solo per i contenuti, ma soprattutto per lo stile dell’Autore.

Piccola osteria senza parole” è un romanzo scritto in modo semplice e scorrevole, molto ironico spesso, con parole in dialetto veneto e personaggi davvero surreali e divertenti; “Bellissimo”, invece, ha uno stile molto più complesso, ricco di frasi articolate con parecchi incisi e parole decisamente ricercate; in “Bellissimo” si legge chiaramente la capacità di Massimo Cuomo di rimettersi in gioco, di non fossilizzare il proprio modo di scrivere, di non restare lo scrittore statico che non cambia perché ha riscosso successo con i romanzi precedenti. E per cambiare radicalmente stile narrativo servono una buona dose di bravura e molto, molto coraggio.

Massimo Cuomo ha saputo rischiare, cambiando stile e il risultato è notevole: le suggestioni, le descrizioni dei luoghi – la luce del Messico, il calore della gente, i profumi e i sapori – e i sentimenti dei personaggi principali sono delinati con una precisione tale per cui chi legge ha la sensazione di essere trasportato nel tempo e nello spazio.

La mattina di San Cristóbal ha i rumori del mercato, il profumo nell’aria fresca di pannocchie arrostite e carne soffritta in sughi piccanti. Miguel muove a piedi verso il centro del paese, lungo vie di ciottoli diritte che salgono e scendono in dolci declivi, abbandonandosi al languore che sente attorno e dentro di sé, per vie bordate di muri dipinti, fermandosi ad assaggiare qualsiasi cosa se un colore oppure un odore lo attraggono, in posadas dai tetti rossi animati di chiacchiere e musica, fra venditori ambulanti di peperoncini, papaya, fagioli secchie  farina [Massimo Cuomo, Bellissimo]

Il contenuto del romanzo è semplice: “Bellissimo” indaga il rapporto tra Santiago e Miguel, illuminando una volta l’uno e una volta l’altro. Santiago è il fratello maggiore, forse mai notato del tutto neppure prima della nascita del fratellino; Santiago è silenzioso, riflessivo, vive quasi come in punta di piedi. Miguel è il bambino bellissimo, capace di ammaliare chiunque, che scopre molto presto le gioie (e i dolori) dell’amore. Ma Miguel scopre anche che la bellezza può essere una benedizione ma, se usata scorrettamente, allo stesso tempo può essere una maledizione.

Una benedizione: ottenere un lavoro, avere moltissime fidanzate, portare nel proprio cortile decine di donne e fare in modo che il padre ci guadagni su. Una maledizione: può renderlo antipatico, può allontanarlo dal fratello Santiago, può generare molti attriti e avere pochi amici.

Eppure, Santiago e Miguel saranno fratelli per sempre, si vorranno bene, nonostante le difficoltà, le invidie e le comprensioni; si aiuteranno, litigheranno, si allontaneranno, ritorneranno insieme e si cercheranno per tutta la vita. E nel finale, bellissimo e colmo di speranza, questo loro amore fraterno maturato con il tempo esploderà e fiorirà come un fiore cempasúcil.

Allora Santiago lo guarda negli occhi e capisce il senso della lettera che ha scritto, delle parole che ha scelto, della terra che dissoda, di questa casa sospesa nel niente di Topolobampo, lontana dall’unico posto dove dovrebbe essere, dove suo figlio dovrebbe nascere. E capisce che anche questo è amore. L’atto d’amore di Miguel per lui, per difenderlo da se stesso, per proteggerlo dal male che gli ha fatto, che potrebbe fargli ancora. Ma adesso, finalmente, Santiago non ha più paura [Massimo Cuomo, Bellissimo]

Titolo: Bellissimo
L’Autore: Massimo Cuomo
Editore: edizioni e/o
Perché leggerlo: perché è un romanzo ben scritto, piacevole da leggere, che indaga il rapporto tra due fratelli, il significato e le conseguenze della bellezza

(© Riproduzione riservata)

Lorenza Pieri | Isole minori

Inizia con una poetica descrizione della fine dell’estate il magnifico romanzo “Isole minori” di Lorenza Pieri (edizioni E/O, 207 pagine, 17 €) e io amo la fine dell’estate, per cui questo incipit mi ha colpita profondamente. Questo romanzo l’ho acquistato per puro caso, ammaliata dalla bella copertina e dal titolo evocativo: si è rivelata una delle migliori letture di quest’estate.

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Titolo: Isole minori

L’Autrice: Lorenza Pieri nasce a Lugo di Romagna e trascorre l’infanzia all’isola del Giglio. Dopo aver lavorato nell’editoria italia, oggi traduce dal francese e vive negli Stati Uniti con la famiglia. “Isole minori” è il suo romanzo d’esordio

Editore: edizioni E/O

Il mio consiglio: “Isole minori” è un romanzo che ho amato tantissimo, mi ha colpita, stregata, emozionata. Mi sono commossa alla fine, perché è successo ciò che speravo sin dalle prime pagine. Per me è un libro imperdibile

Avevamo visto i delfini la mattina. Siamo stati dietro i loro dorsi lucidi con il gozzo per una buona mezz’ora, poi andavano troppo lontano e babbo doveva rientrare. Per me era la prima volta. Era la fine di agosto del 1976. In genere la conclusione delle vacanze degli altri segnava l’inizio delle nostre. I turisti tornavano in città e noi restavamo ad aspettare con calma l’autunno dentro una stagione calda ancora lunga, e avevamo tempo e spazio tutti per noi. Fino a metà ottobre sedici di minima, ventisette di massima, mare calmo, spiagge deserte. Solo cinque tipi di rumore: acqua contro scogli, acqua contro scafi, motori a scoppio, grida di uccelli, voci umane. [Isole minori, Lorenza Pieri, citazione pagina 11]

Agosto 1976. Teresa ha sei anni e vive nell’albergo che i suoi genitori gestiscono sull’isola del Giglio. Teresa è una bambina sveglia, ma non come Caterina, sua sorella maggiore di due anni; Caterina è saccente, arrogante, vuole sempre avere l’ultima parola, e quasi sempre Teresa cade vittima degli scherzi orditi dalla sorella e ne resta fortemente spaventata. Poi ci sono i piccoli gigliesi, i bambini che giocano con loro, c’è soprattutto Pietro, un bambino che adora spaventare Teresa e spesso la porta con sé durante improbabili avventure marine.

L’isola del Giglio è un perfetto rifugio, quello scelto dai genitori di Teresa, Elena detta la Rossa per le sue idee politiche e Vittorio timido e pacioso veterinario; assieme a loro, la nonna, madre di Elena, donna forte che ha fatto la guerra ed è rimasta vedova da giovanissima. L’isola sembra lontana dai problemi della terraferma, quelli provocati soprattutto dagli attentati: sono gli Anni di Piombo, è ancora fresco nelle memorie di tutti il tragico attentato di Piazza Fontana, a Milano. E’ rimasto impresso anche nelle menti delle due bambine, in quella di Teresa in particolare.

Quando il governo italiano decide di deportare i due attentatori di Piazza Fontana, Freda e Ventura, proprio sull’isola del Giglio, Elena la Rossa si mette alla guida di un comitato che non vuole assolutamente i due criminali nel proprio territorio.

Da questo punto, dalla fine dell’estate del 1976, inizia la vicenda della famiglia di Teresa, narrata in prima persona da lei stessa adulta. Come in ogni famiglia, ci sono contrasti, problemi, liti e riappacificazioni. Il tempo però guasta alcuni rapporti, soprattutto quelli tra personaggi più orgogliosi. Trascorrono le estati, i freddi e umidi inverni; Caterina va a studiare in un collegio vicino a Firenze e poi vola a Parigi; Teresa vive confusamente la sua condizione di gigliese, lei in fondo non lo è, pur essendo nata lì.  Perché tutto sommato, il Giglio è come un cordone ombelicale difficile da recidere.

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Giglio porto (fonte: Lorenzo G, Wikipedia CC BY 2.0)

Io non sono più gigliese, forse non lo ero mai stata, perché anche quando ci vivevo ero comunque figlia di forestieri. Col passare degli anni e con l’assenza prolungata ho fatto sempre più fatica a essere riconosciuta. Sono cambiata molto. Ma c’è qualcosa di più, che ha a che fare con la mia natura. Caterina se la ricordano tutti, è rossa di capelli, è uguale a mamma; io, se non sono con lei, posso essere chiunque.  [Isole minori, Lorenza Pieri, citazione pagina 129]

Come dicevo, la narrazione in prima persona è affidata ad una Teresa ormai adulta, che si guarda indietro e rievoca la sua infanzia e adolescenza gigliese e racconta degli anni successivi, sino alla drammatica notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012.

Il racconto scorre con naturalezza, diventa facile per il lettore appassionarsi alle vicende della famiglia di Teresa: viene voglia di prendere a ceffoni quell’insolente di Caterina, e viene voglia di dire all’amico Pietro di mettere da parte l’orgoglio e di fare pace con Teresa. Insomma, “Isole minori” è un romanzo che mi ha fortemente coinvolta, soprattutto dal punto di vista emotivo proprio quando Teresa adulta racconta i fatti di quella notte di gennaio.

Il finale, commovente, è quello che mi aspettavo per cui non posso che consigliare la lettura di questo bellissimo affresco famigliare, questi personaggi che attraversano circa quarant’anni di storia italiana, in buona parte vissuti nella piccola isola del Giglio. Imperdibile e commovente, davvero.

Provai a chiudere gli occhi per qualche secondo. Quando li riaprii era ancora tutto lì (…) Ma qualcosa era cambiato per sempre. L’anello che mi legava all’infanzia si era spezzato. La nostalgia, la barca con Vittorio, le corse in spiaggia con Caterina e Irma, la Rossa nella sezione del Pci, i bagni di notte, (…) Seppi che ero lì e che non potevo fare altro che guardare avanti. Gli strinsi la mano libera dentro la tasca, all’improvviso si era alzato il vento. [Isole minori, Lorenza Pieri, citazione pagina 207]

Librinpillole: le letture di marzo

Librinpillole è una nuova e piccola rubrica che vi racconta e vi consiglia i libri che ho letto nel mese appena trascorso. Buone letture!

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Le mie letture di marzo e la gallina pasquale di paglia (foto: Claudia)

Nell’attesa della bella stagione, il mese di marzo mi ha riservato alcune novità e qualche sorpresa. Per la prima volta ho partecipato ad un gruppo di lettura fisico: ci siamo incontrati nel bar di un piccolo paesino ai piedi delle montagne e abbiamo chicchierato per due orette circa a proposito del romanzo di Marco Malvaldi “La briscola in cinque”. La casa editrice Atmosphere libri (se non la conoscete, date un’occhiata all’interessante catalogo) per la festa della donna ha messo in palio dei libri e io ho vinto “La danza della terra” di Oka Rusmini, scrittrice indonesiana della quale vi parlerò il mese prossimo. Le sorprese non sono finite perché grazie ad un concorso di CasaSirio editore ho vinto in anteprima “Elementare, cowboy” di Steve Hockensmith, a maggio in tutte le librerie, del quale vi parlerò prossimamente (appena mi arriverà, intanto vi incuriosisco!).

Nel frattempo, ho ovviamente letto e grazie alla letteratura ho potuto visitare ben cinque nuovi Paesi, comodamente sprofondata nel mio divanetto. Curiosamente, anche questo mese ho letto prevalentemente libri scritti da donne, per pura casualità, in realtà non ci ho fatto molto caso; come sempre, vi racconto le mie letture nel caso vi foste persi qualche articolo di recensione oppure siate appena giunti sul mio blog. Cliccando sul titolo del libro verrete reindirizzati alla mia recensione.

Lince rossa e altre storie di Rebecca Lee (Clichy edizioni, 223 pagine, 15 euro). L’autrice canadese firma una raccolta di racconti davvero molto avvincente e interessante, che contiene storie di persone ordinarie e spesso insicure, sullo sfondo di un’America e di un Canada che si evolvono con loro.

I gatti non hanno nome di Rita Indiana (NN Editore, 169 pagine, 16 euro). Un realismo magico moderno e frizzante caratterizza il romanzo della scrittrice dominicana Rita Indiana, un romanzo per chi ama gli animali; per scoprire una Santo Domingo lontana dai cataloghi patinati delle agenzie di viaggio; un libro per chi vuole immergersi nella calura dell’estate, sorseggiando un caffellatte e vedendo qua e là insegne al neon e cuori blu.

Profumo di caffè e cardamomo di Badriya al-Bishr (Atmosphere libri, 169 pagine, 15 euro). Leggendo il romanzo della scrittrice saudita per me è stato come intraprendere un vero e proprio viaggio a Riyadh e in generale nell’Arabia Saudita, attraverso i ricordi e le suggestioni di Hind, la voce narrante femminile, alla scoperta di una cultura a me quasi sconosciuta.

La briscola in cinque di Marco Malvaldi (Sellerio, 162 pagine, 10 euro). Questo è il libro che mi ha delusa di più, questo mese, forse perché mi aspettavo qualcosa di più dato il clamore che suscitano sempre i romanzi di Malvaldi. In passato avevo letto La carta più alta che in effetti non mi aveva entusiasmato molto; questo è forse un po’ più avvincente, ma per me resta un giallo troppo semplice da risolvere.

Parlami d’amore di Pedro Lemebel (marcos y marcos, 160 pagine, 12 euro). Leggendo le cronache piumate di don Pedro ho ritrovato la magia della sua scrittura, la stessa che avevo già trovato in Ho paura torero e in Baciami ancora, forestiero. Per me è imperdibile.

Viaggio in Urewera di Katherine Mansfield (Adelphi, 101 pagine, 8 euro). Primo libro che leggo dell’autrice neozelandese Katherine Mansfield: un brevissimo taccuino di viaggio, consigliato a chi ama scoprire nuovi luoghi e a chi, come me, sogna anche un po’ la Nuova Zelanda.

La donna abitata di Gioconda Belli (edizioni e/o, 369 pagine, 11 euro). Un libro che mi è piaciuto, perché parla e racconta delle ingiustizie sociali che devono essere combattute, e ho apprezzato le due donne protagoniste, coraggiose e caparbie, separate da circa cinquecento anni di storia.

Anche noi l’America di Cristina Henriquez (NN Editore, 316 pagine, 17 euro). Questo è un romanzo sulle speranze che hanno chi lascia il proprio Paese, sulle paure che incombono quotidianamente, sulla difficoltà linguistiche e culturali, sulla complessità di comprendere le regole. Davvero imperdibile!

Mare calmo di Nicol Ljubić (Keller editore, 189 pagine, 14,50 euro). E’ un libro poetico e struggente, che mescola passato e presente in un modo assolutamente unico, che ci racconta una storia d’amore che prende una piega del tutto inaspettata a causa di un evento del passato, nascosto tra le pieghe della Storia, durante la guerra dei Balcani.

Ecco, queste sono stati i libri che mi hanno fatto compagnia a marzo: complessivamente sono molto soddisfatta delle letture – ad eccezione di “La briscola in cinque” che mi ha un po’ delusa.

Il mese che verrò mi porterà un nuovo incontro de Una valigia di libri, dopo essere stati in Sud America a marzo, il 16 aprile andremo a scoprire gli scrittori e le scrittici dell’Asia. Inoltre, il 3 aprile parteciperò al BookPride a Milano, dove spero di incontrare altre blogger o persone che seguono il mio blog e dove… sarò protagonista di una cosa bella della quale vi parlerò presto!

E voi, quali libri avete letto a marzo? Quali mi consigliate?

L’appuntamento con Librinpillole è per il prossimo mese, con tante (spero belle!) nuove letture!

Gioconda Belli | La donna abitata

Ho scelto di leggere “La donna abitata” di Gioconda Belli (edizioni e/o, 369 pagine, 11 euro) per fare tappa in Nicaragua, il più grande stato dell’America Centrale, diviso tra due Oceani. Anche il Nicaragua come molti stati centro e sud americani visse la ferocia di una dittatura e anche qui chi amava la patria cercò di difenderla, cercò di scacciare i dittatori, proprio come cinquecento anni prima le popolazioni degli indios nahua cercarono di fare con i conquistadores venuti dalla Spagna.

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Titolo: La donna abitata

L’Autrice: Gioconda Belli è nata in Nicaragua nel 1948. Ha partecipato attivamente alla lotta del Fronte sandinista contro la dittatura dei Somoza. Ha scritto romanzi e racconti per ragazzi. Oggi vive negli Stati Uniti.

Traduzione dallo spagnolo: Margherita D’Amico

Editore: edizioni e/o

Il mio consiglio: questo è un libro per chi crede che le ingiustizie sociali debbano essere combattute; un romanzo coinvolgente che lega due donne coraggiose e caparbie, mentre cinquecento anni di storia le dividono

Una cosa era non essere d’accordo con la dinastia dei Grandi Generali, un’altra era lottare con le armi contro un esercito addestrato per uccidere senza pietà, a sangue freddo. Richiedeva un altro tipo di personalità, un’altra stoffa. Una cosa era la sua ribellione personale contro lo status quo, volere l’indipendenza, andarsene da casa, esercitare una professione, e un’altra gettarsi in quella pazzesca avventura, in quel suicidio collettivo, in quell’idealismo ad oltranza. Doveva riconoscere che erano coraggiosi; una specie di Don Chisciotte del tropico, ma era una follia, avrebbero continuato ad ammazzarli e lei non voleva morire. Ma non poteva nemmeno lasciar solo Felipe e il suo amico [La donna abitata, Gioconda Belli, trad. M. D’Amico]

Sono gli anni Settanta in Nicaragua, uno Stato schiacciato dalla dittatura, un Paese dove le differenze tra poveri e ricchi sono abissali. Lavinia è una giovane ragazza nicaraguense che ha avuto la possibilità di studiare architettura, i suoi genitori sono molto ricchi e la ragazza dalla vita ha avuto molte fortune. Ora che la zia Ines è mancata e si è abilitata a lavorare come architetta, Lavinia decide di andare a vivere da sola nella grande casa appartenuta alla zia.

Nel giardino della casa c’è un albero di arancio, che fino all’arrivo di Lavinia non ha mai fiorito né dato frutti. Quello non è un albero come tutti gli altri: infatti all’interno custodisce lo spirito di Itzá, una donna indios vissuta cinquecento anni prima e uccisa, assieme al compagno Yarince, dagli spagnoli con i bastoni che sputano fuoco durante la colonizzazione.

Lavinia trova lavoro in uno studio di architettura molto famoso e conosce Felipe, un ragazzo bellissimo e affascinante con il quale scatta il colpo di fulmine. Ma Felipe non è un semplice architetto, è un militante del Movimento di Liberazione Nazionale, e lo rivela a Lavinia in un modo piuttosto rocambolesco. La ragazza è a conoscenza della presenza del Movimento in Nicaragua, ma ha sempre vissuto la sua vita senza chiedersi cosa fare per cambiare il suo Paese. Ora, dopo aver conosciuto Felipe, Flor e Sebastian, Lavinia inizia a porsi delle domande, e a chiedersi se abbia senso continuare a fingere che vada tutto bene oppure entrare anche lei a far parte del Movimento clandestino e cambiare davvero le cose…

Per quanto si eviti di vedere la violenza, la violenza viene a cercarti. Uno o la subisce o la fa. O, comunque, se a te non fanno niente, la fanno ad altri, ed è lì che interviene la coscienza. Perché se uno permette che la facciamo ad altri diventa, dichiaratamente o no, complice. [La donna abitata, Gioconda Belli, trad. M. D’Amico]

Il romanzo di Gioconda Belli ha come protagoniste due donne, l’una incarnata nell’albero di arancio e l’altra un’architetta che vive a Faguas sotto la feroce dittatura, a dividerle ci sono abissi culturali e temporali. Eppure, leggendo il romanzo, si ha l’impressione che pur essendo trascorsi cinquecento anni – o poco più – dalla colonizzazione spagnola delle terre nicaraguensi, per ottenere l’agognata libertà ancora oggi gli abitanti del Nicaragua debbano lottare.

Oggi non ci sono più gli spagnoli che depredano oro e pietre preziose, uccidendo e razziando le popolazioni indigene; oggi ci sono i Grandi Generali, una dinastia di dittatori fondata da Somoza, che con la violenza e l’oppressione tengono sotto scacco il Paese centro americano.

Nel romanzo mi è piaciuta molto la figura di Lavinia, così combattuta tra due mondi che grazie al personaggio di Felipe – ma anche dell’incidente di Lucrecia, la sua domestica – prende conoscenza della realtà in cui vive. Sono rimasta affascinata nell’ascoltare la storia di Itzá e Yarince, raccontata appunto dallo spirito che alberga nell’albero di arancio e l’ha fatto fiorire. E soprattutto, leggendo, mi sono affezionata davvero tanto ai personaggi, sentendoli vivi proprio come se fossero esistiti davvero.

Ho solo due piccole osservazione da fare: la prima è che a tratti il romanzo, essendo molto corposo, tende a ripetersi un po’, forse con cento pagine in meno avrebbe funzionato ugualmente; e la seconda è il finale, di cui non vi rivelo ovviamente niente, ma me lo aspettavo diverso. Ci sono stati due colpi di scena che mi hanno davvero sconvolta, ma poi a ripensarci non poteva che finire così: Gioconda Belli ha scritto l’unico finale possibile.

E di tutto ciò, cosa è rimasto di buono? mi chiedo. Gli uomini continuano a fuggire. Ci sono governanti sanguinari. Si continuano a straziare i corpi, si continua a far guerre. Il suono dei nostri tamburi deve continuare a battere nel sangue delle attuali generazioni. E’ l’unica cosa che di noi è rimasta, Yarince: la resistenza [La donna abitata, Gioconda Belli, trad. M. D’Amico]

Svetlana Aleksievič | Ragazzi di zinco

Quando io avevo vent’anni frequentavo l’università, cercavo di superare gli esami di fisica e matematica e di non perdere il treno ogni sera per tornare a casa. Quando Zilfigarov Oleg Nikolaevič aveva vent’anni è tornato a casa a bordo del “tulipano nero”, sigillato in una cassa di zinco e i suoi amati genitori e fratellini non hanno neppure potuto vederlo un’ultima volta prima della rapidissima sepoltura.

Ho deciso di leggere “Ragazzi di zinco” di Svetlana Aleksievič (edizioni e/o, 316 pagine, 14 euro) perché nessuno mi ha mai parlato della guerra sovietica in Afghanistan e perché io all’epoca ero davvero troppo piccola per capire – ammesso che i telegiornali italiani parlassero di questa guerra.

Titolo: Ragazzi di zinco

L’Autrice: Svetlana Aleksievič è una giornalista e scrittrice bielorussa insignita del Premio Nobel per la Letteratura nel 2015. In italiano, oltre “Ragazzi di zinco” sono disponibili: “Preghiera per Černobyl’”, “Incantati dalla morte”, “Tempo di seconda mano” e “La guerra non ha un volto di donna”.

Traduzione dal russo: Sergio Rapetti

Editore: E/O

Il mio consiglio: “Ragazzi di zinco” è un libro da leggere per riflettere sulla guerra russo-afghana e in generale su tutte le guerre, un libro scritto benissimo, corale come una tragedia greca, che racconta una storia impossibile da accettare.

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Era e non era una guerra e comunque, ammesso che lo fosse, una guerra strana, senza morti né prigionieri. Nessuno aveva ancora visto le bare di zinco. Abbiamo saputo solo dopo che già allora delle bare arrivavano in città, ma le sepolture avvenivano di nascosto, nottetempo, e sulle pietre tombali non c’era niente che potesse far sospettare le reali cause del decesso. Nessuno si chiedeva come mai di punto in bianco dei ragazzi di diciannove anni avessero cominciato a morire uno dopo l’altro, se era per la vodka, l’influenza o, magari, un’indigestione d’arance. Le loro famiglie piangevano, ma gli altri vivevano tranquilli, visto che non era toccato a loro. I giornali scrivevano che in Afghanistan i nostri soldati costruivano ponti, mettevano a dimora viali alberati dell’amicizia e che i nostri medici curavano donne e bambini del posto. [Ragazzi di zinco, Svetlana Aleksievič, trad. S. Repetti, cit. pagina 24]

La Vigilia di Natale del 1979 il popolo dell’Afghanistan se la ricorderà per sempre: fu allora che i carri armati sovietici entrarono nel loro Paese, pronti a spazzare via le fazioni religiose estremiste comandate dai mujahidin e dai mullah e riportare alle genti la fierezza dei principi comunisti di Marx ed Engles. Portare la pace con carri armati, fucili, granate e quelle bombe che quando scoppiano liberano nell’aria migliaia di schegge, pronte ad accecare o a dissanguare il corpo che le intercetta.

Dei tanti ragazzi sovietici inviati in Afghanistan per combattere molti di loro non avevano mai visto delle montagne così alte e belle, abituati alle pianure gelide della Siberia. Molti di quei ragazzi fino al giorno prima erano stati studenti e figli, e ora dovevano sparare senza esitazione, anche ad un bambino o a un anziano disarmato. In nome di che cosa? Ma dell’amore per la Madre Patria e dei suoi Principi!, per sterminare i mujahidin che nascosti tra le montagne tendevano agguati a chi credeva nella Repubblica democratica dell’Afghanistan!

Erano ragazzi giovani, come giovani erano gli americani paracadutati in Vietnam qualche anno prima. Erano ragazzi spesso poco addestrati, dotati di vecchie strumentazioni di guerra, risalenti ancora alla Grande guerra patriottica. Qualcuno era volontario, ma molti no e solo una volta atterrati a Herat intuivano cosa sarebbe loro successo. Così non restava che vendere tutto ciò che era possibile rubare in giro – coperte, giacche, guanti, stellette, materiali sanitariper comprare vodka e droghe per stordirsi, per non pensare a nulla e per sparare a sangue freddo contro chiunque.

Ma la guerra era fatta anche di donne e ragazze che, volontarie o meno, atterravano a Kabul per prestare aiuto e soccorso alle truppe. Infermiere, dottoresse, virologhe e impiegate per le comunicazioni, spesso vittime di violenze sessuali da parte dei comandanti e dei racconti agghiaccianti di quei giovani che tornavano dalla missione senza né gambe né braccia.

Io avevo un graffio alla spalla e un trauma cranico, ma lui non aveva più le gambe… Ce n’erano tanti di ragazzi come lui, senza gambe, senza braccia… Fumavano, scherzavano tra di loro… Finché erano lì, in compagnia, riuscivano in qualche modo a farcela. Ma non ne volevano sapere di tornare in Urss e fino all’ultimo giorno pregavano di poter restare lì… Avevano troppa paura a tornare… In Urss per loro sarebbe cominciata tutta un’altra vita… [Ragazzi di zinco, Svetlana Aleksievič, trad. S. Repetti, cit. pagina 203]

Alla radio e alla televisione non traspariva nulla di tutto ciò che l’Afghanistan era in realtà: un grande tritacarne dove i ragazzi venivano gettati senza pietà. A Mosca la vita andava avanti: cinema, teatro, spensieratezza… mentre qualcuno sotto una tenda rovente moriva durante un’amputazione perché mancavano gli antibiotici e le siringhe. In Urss quando i ragazzi tornavano, interi o a metà, l’opinione pubblica si divideva: c’era chi li considerava assassini e chi li considerava eroi che avevano obbedito agli ordini.

Quando siamo ritornati a casa avevamo la speranza di essere accolti a braccia aperte. E invece abbiamo scoperto che la nostra esperienza, le nostre sofferenze, non interessavano a nessuno. [Ragazzi di zinco, Svetlana Aleksievič, trad. S. Repetti, cit. pagina 106]

Quanti di quei giovani russi sono stati uccisi e rimpatriati a bordo del tulipano nero, un velivolo carico di casse di zinco, tutte identiche tranne per il cognome e il patronomico della vittima tracciato col gesso o con la vernice. Quante mamme e papà, sorelle, mogli, mariti e amici, vivevano a Mosca e in altre città sovietiche, sempre in attesa di una buona notizia o di una lettera di chi era lontano chilometri e chilometri, sperduto tra le montagne o già fatto a pezzi in un torrido deserto sabbioso.

Aspetto la primavera, quando i fiori si strappano dalla terra e mi vengono incontro. Ho piantato dei bucaneve… Per udire al più presto possibile il saluto di mio figlio… Perché mi vengono incontro spuntando là sotto… Da dove è mio figlio [Ragazzi di zinco, Svetlana Aleksievič, trad. S. Repetti, cit. pagina 241]

Qualcuno dall’Afghanistan tornava vivo, ma non tornava più come prima della partenza. A parte le ferite o le mutilazioni mal curate più o meno gravi, qualcosa nei loro animi non era più come prima, come uno specchio che si rompe e va in mille pezzi, impossibile da ricomporre, non restituirà più nessun riflesso. E solo una volta tornati, dopo mille difficoltà e incubi, si rendevano conto che l’inferno che avevano vissuto era stato perfettamente inutile.

Non voglio neanche sentir parlare di errore politico! (…) Se è stato un errore, allora restituitemi le gambe… [Ragazzi di zinco, Svetlana Aleksievič, trad. S. Repetti, cit. pagina 131]

In “Ragazzi di zinco” ho ritrovato la stessa bravissima e immensa Svetlana Aleksievič che mi aveva raccontato della tragedia nucleare in “Preghiera per Chernobyl’“. La raccolta di queste interviste durò parecchi anni, durante i quali la Aleksievič incontrò madri e mogli disperate e i reduci, sconvolti perché l’Unione Sovietica si disinteressava totalmente a loro una volta tornati. Questo libro costò all’autrice numerose denuncie e censure, per aver rivelato verità decisamente scomode, sui militari e sul Partito stesso.

Io non posso far altro che suggerire la lettura a tutti quelli che a proposito della guerra russa in Afghanistan non sanno nulla, perché nella Storia ogni frammento s’incastra perfettamente con un altro e ogni evento genera una serie di effetti che possono portare a risultati del tutto inaspettati. Un libro che non nego che non sia facile da leggere, non per lo stile – perfetto nel presentare le voci che compongono il coro – ma difficile per il contenuto, drammatico, tragico ma assolutamente necessario per non dimenticare.

Zilfigarov Oleg Nikolaevič (1964 – 1984)

Fedele fino alla morte al suo giuramento di soldato. Svaniti i desideri, i sogni spezzati, hai chiuso presto gli occhi, figlio caro; Oleg, figlio e fratello, non abbiam parole per dirti tutto il vuoto che ci hai lasciato. La tua mamma, il tuo papà, i tuoi fratellini e sorelline.

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