Joshua Cohen | Un’altra occupazione

Alcuni ragazzi ci andavano giù pesante, irrompevano nelle case degli sconosciuti, smantellavano i mobili, portavano via i mobili, rompevano oggetti a caso per sbaglio, e anche non per sbaglio, facevano dei furtarelli insignificanti per caso, e anche non per caso, o sempre in maniera superficiale, scorticando i linoleum, lasciando tutto vuoto, lasciando tutto un casino: chi avrebbe detto che la vita sotto l’esercito lo avrebbe preparato per fare traslochi? Il che significava che fare traslochi era… cosa? Un dovere? Una vocazione superiore? Un lavoro? Un’altra occupazione? [Un’altra occupazione, Joshua Cohen, trad. C. Durastanti]

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Yoav e Uri sono due ragazzi israeliani congedati dall’esercito dopo averlo servito per tre anni. Come molti compagni di leva, Yoav e Uri vogliono lasciare Israele per un po’ di tempo, per vedere il mondo, per dimenticare cos’è successo durante i tre anni di servizio militare.

La madre di Yoav ha un parente che vive in America e ha fatto fortuna fondando una ditta di traslochi, la King Traslochi; David King vive a New York ma è di origini ebraiche, ha americanizzato il suo cognome per dare maggiore incisività alla sua impresa. David è sempre alla ricerca di manodopera a basso costo e accetta di buon grado che i due ragazzi – dapprima Yoav e poi Uri – vengano a lavorare nella sua ditta.

Il primo ad arrivare è Yoav e con lui David è immediatamente schietto e sincero. L’America non è il paese delle opportunità, soprattutto per chi è ebreo. Che se lo ricordi, Yoav, che è un ebreo che arriva da Isreale e, bene o male, verrà giudicato dagli americani.

Non importa. Nel mondo degli affari chiacchierano tutti. Quello che voglio dire è che, a differenza mia Yo, tu sei un vero ebreo. E’ quello che sei per natura, cresciuto nella terra tua. E adesso che hai pagato il tuo tributo a quella terra, adesso che hai sofferto per lo Stato, sei fuori, sei qui, e devi capire il significato che ha una cosa del genere. Qui in America, un vero ebreo come te dovrà rispondere a una sfida che appartiene soltanto a lui [Un’altra occupazione, Joshua Cohen, trad. C. Durastanti]

Il lavoro da traslocatori è duro. Non si tratta solo di spostare degli oggetti perché gli inquilini si trasferiscono in un altro alloggio; spesso bisogna buttare giù le porte degli abitanti morosi, spaccando i mobili, rubando cose, buttando oggetti dai balconi.

I gesti che Yoav e Uri vedono ripetersi da parte dei loro colleghi, li riportano inevitabilmente agli anni dell’esercito. Ricordano quando irrompevano nelle case dei palestinesi; quando per noia chiudevano i passaggi ai confini e impedivano alle persone di passare, banché in possesso di regolari documenti; quando potevano fare tutto ciò che passava loro per la testa perché facevano parte dell’esercito israeliano.

(…) tutto il paese si stava sciogliendo. I confini si restringevano, si espandevano, continuavano a essere spostati, finché non ci si ritrovava intrappolati tra dove eri stato ieri e dove sarebbe stato domani e tu, tu stesso, non eri diventato un confine, scavto nella sabbia lungo le strade squarciate dai tondi per il cemento armato e alterate dal filo spinato [Un’altra occupazione, Joshua Cohen, trad. C. Durastanti]

Deserto del Negev (fonte: immagine di pubblico dominio su Wikipedia)

Un’altra occupazione” di Joshua Cohen (trad. Claudia Durastanti, Codice edizioni, 18 €) è un romanzo che racconta il servizio militare in Israele e il dietro le quinte di una ditta di traslochi newyorkese, due diverse esperienze solo all’apparenza scollegate, e pone l’accento sull’identità personale e sulla formazione di un individuo, aggiungendoci una buona dose di razzismo verso gli ebrei da parte degli americani.

Il romanzo è strutturato in modo originale: Cohen si dedica a raccontare in dettaglio le vite degli altri personaggi, non solo di Yoav e Uri, generando una girandola di storie, eventi, luoghi, fatti di cronaca che inizialmente possono confondere – soprattutto i lunghi flashback – ma che giunti alla fine spiegano i comportamenti di protagonisti del libro.

Nel romanzo emerge quanto un’esperienza, positiva o negativa, possa formare l’individuo. In tre anni di servizio militare possono accadere molte cose e si tratta di un’esperienza impossibile da cancellare. Uri ci prova, andando a chiedere consiglio dopo il congedo ad un rabbino. E le risposte sono eloquenti.

(…) non puoi smettere di essere un soldato, proprio come non puoi smettere di essere un ebreo. Sono entrambe condizioni permanenti, per la vita (…) Sei nato soldato, perché sei nato ebreo [Un’altra occupazione, Joshua Cohen, trad. C. Durastanti]

Per questo, ogni volta che i ragazzi vedono certe scene durante le irruzioni negli appartamenti, la loro mente torna in Israele, in Cisgiordania, a Gaza. Yoav non vuole accettare di essere l’ebreo da compatire, né l’israeliano da condannare; Uri vorrebbe mettersi tutto alle spalle, chiudere per sempre il capitolo del servizio militare, vorrebbe giustificare le sue azioni pensando che non è stata colpa sua, ha solo eseguito gli ordini.

Ma ciò che siamo oggi non è altro che il risultato delle azioni passate, i nostri trascorsi ci hanno formati e per quanto possiamo sforzarci, sono impossibili da cancellare. Pur non avendo scelto di nostra iniziativa quali azioni compiere.

Siamo sempre stati costretti a diventare quello che siamo, eppure hanno tutti un’opinione al riguardo, ci trattano come se lo avessimo scelto [Un’altra occupazione, Joshua Cohen, trad. C. Durastanti]

Gaza (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0)

Titolo: Un’altra occupazione
L’Autore: Joshua Cohen
Traduzione dall’inglese: Claudia Durastanti
Editore: Codice edizioni
Perché leggerlo: perché è una profonda riflessione sul quanto influiscano gli eventi esterni nella formazione psicologica di un individuo e su quanto sia impossibile cambiare la natura e l’identità una volta che la società ci ha formati.

(© Riproduzione riservata)

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Lauren Groff | Arcadia

Tu sei nato nella Carovana, dice Abe a bassa voce, quanto eravamo ancora un manipolo di groupie che seguiva Handy nei suoi giri (…) Eravamo due dozzine, al massimo. Andavamo ai concerti, restavamo per le riunioni che si tenevano dopo. Ovunque andassimo, incontravamo comuni, alcune lavoravano, altre no. A forza di vedere iurte, cupole geodetiche, capanne sudatorie e case occupate nei ghetti, cominciammo a pensare che anche se tutti stavano facendo cose simili, noi volevamo fare qualcosa di diverso dagli altri. Qualcosa di pur. Volevamo vivere con la terra, non su di essa (…) Volevamo che il nostro amore fosse un faro col quale illuminare il mondo [Arcadia, Lauren Groff, trad. T. Pincio]

Briciola è un bambino minuscolo come un bruscolino, primo nato di quella che diventerà la comune di Arcadia. Abe e Hannah, i genitori di Briciola, sono due giovani che sentono di doversi allontanare dal mondo, quel mondo fatto solo di falsità, inganni e guerre, per unirsi alla carovana di Handy, un uomo mosso dalla voglia di creare una comune unica nel suo genere, Arcadia appunto.

Dopo aver girovagato attraverso gli Stati Uniti, nel 1968 gli arcadi trovano posto nello stato del New York. Qui parcheggiano i pullmini, il Pink Piper e i caravan, finalmente si fermano per creare Arcadia. Briciola è piccolissimo e di quel periodo ricorda la fame, le difficoltà, il freddo e soprattutto la depressione invernale della mamma. I primi anni di Arcadia sono difficili: inventarsi un mondo nuovo non è facile. Nell’ideale mondo di Arcadia nessun animale viene sfruttato – gli arcadi sono vegan; se vai a letto con una donna diventi suo marito e puoi avere più di un coniuge; qui circolano liberamente droghe leggere e pesanti; puoi sentirti libero ma devi lavorare per il bene della comune.

Col tempo Arcadia cresce, vengono realizzati dei fabbricati fissi e abbandonati quelli mobili; quando Casa Arcadia viene inaugurata e la voce si sparge per tutto lo stato e oltre. Sono molti i giovani che arrivano a popolare Arcadia, attratti principalmente dalla libertà sessuale e dalla possibilità di assumere droghe.

Anche Briciola, nel frattempo, cresce e dimostra giorno dopo giorno una sensibilità fuori dal comune. Briciola si rende conto che Arcadia è un sogno che non potrà vivere a lungo, ma Arcadia è il suo guscio perché Briciola non è mai uscito dalla comune, non ha mai visto il mondo, pur sapendo chi è il Presidente degli Stati Uniti e cosa succede in Vietnam.

Molte cose smettono di funzionare ad Arcadia e iniziano i primi aspri attriti tra gli arcadi. Handy non ha mai lavorato, troppi cappelloni vengono solo per approfittare dell’ospitalità, di soldi i genitori di Briciola non ne hanno mai avuti e la fame è uno spettro sempre presente, specialmente quando il clima di guasta e vanno persi ettari di coltivi.

La fine del sogno degli arcadi è questione di tempo e quando la magia di Arcadia s’infrange, Briciola e i suoi genitori lasciano la comune e, spaventati, decidono di affrontare il mondo. Scelgono di andare a  New York, sono gli anni Ottanta, molte cose sono cambiate dal 1968, l’anno in cui Abe e Hannah sono entrati nella comune; per Briciola, invece, sarà una dura prova scoprire cosa c’è nel mondo al di fuori di Arcadia.

Sorge il sole. Con la luce del giorno vede spuntare nel finestrino il riflesso del suo viso. Scorge così poco in quell’immagine: una bella frangia di capelli dorati, il collo lercio di una maglietta. Un po’ di fragile e pallida carne sopra ossa appuntite e occhi così grandi, in quel suo viso, che minacciano di inghiottire il mondo che sfila in un vortice di apparizioni fugaci, quello stesso mondo che minaccia di inghiottirli [Arcadia, Lauren Groff, trad. T. Pincio]

The Arcadian Pastoral State, Thomas Cole (1834)

Arcadia” di Lauren Groff (trad. Tommaso Pincio, 371 pagine, 16.90 €) è un libro molto bello, delicato, tenero e crudele allo stesso tempo, scritto e tradotto in modo eccellente. Suddiviso in quattro parti racconta la storia di Briciola e della comune Arcadia dagli anni Sessanta al 2018, ovvero dagli anni luminosi dei sogni degli hippies ad un futuro alquanto apocalittico dove un’epidemia di influenza polmonare si abbatte sulla popolazione di una Terra sovrasfruttata.

La bellezza del romanzo “Arcadia” risiede nelle stupende descrizioni di luoghi e sentimenti che Lauren Groff dipinge con notevole maestria e nelle riflessioni che necessariamente scaturiscono da un simile testo. Realizzare una comune perfetta e autonoma è un’utopia: è impossibile, o quasi, pensare di allontanarsi dal mondo per inventare a tutti gli effetti un mondo nuovo; lo era negli anni Sessanta e lo sarebbe ancora oggi. Arcadia è come un essere che si evolve, che cresce, che muta e durante la sua evoluzione riflette drammaticamente la società dalla quale gli arcadi fuggivano.

Handy, il capo, è il primo dei fannulloni che rifugge il duro lavoro sin dall’inzio di Arcadia. Un copione che si osserva spesso nelle istituzioni, dove chi è a capo di qualcosa è sempre colui che lavora meno degli altri. Con il passare del tempo, Arcadia vede aumentare la propria popolazione: è quello l’inizio della fine. Troppe persone da sfamare e da sistemare: in Casa Arcadia, la struttura fissa e riscaldata, non c’è posto, per cui gli ultimi arrivati vengono alloggiati nelle carovane mobili. Iniziano le proteste: perché i primi arcadi possono stare a Casa Arcadia e gli altri nelle gelide roulotte? Come nella nostra società: i primi e i più furbi meglio alloggiano, agli altri restano le briciole.

Inoltre, gli abitanti di Arcadia hanno spesso patito la fame: è molto difficile impostare un’economia basata su agricoltura e autoproduzione, vegana per di più, le fatiche sono alte e il risultato scarso.

Le droghe, il sesso libero e la troppa libertà sono stati tre elementi che hanno causato la rovina di Arcadia; troppa libertà, si sa, nuoce a chi non la sfrutta usando la testa e la consapevolezza. Per questo Arcadia muore lentamente: la gente se ne va, per via della fame, per via della polizia sempre più presente con i controlli antidroga; così anche Briciola e la sua famiglia vanno via: per Briciola sarà uno shock essere buttato nel mondo fuori Arcadia.

Arcadia è un guscio protettivo, quasi un grembo materno, ad Arcadia il piccolo Briciola è legato con un cordone ombelicale. Reciderlo gli causa paure, terrore e grande infelicità. Il mondo fuori è terribile e lui lo sa già prima di uscire da Arcadia, ma lo affronta e non saranno poche le difficoltà che di nuovo troverà sul suo cammino.

Lauren Groff è stata eccezionale nel descrivere la crescita formativa di Briciola: seguiamo la sua vita dalla nascita nel caravan sino all’età adulta, quando è padre a sua volta di Grete e lavora come fotografo a New York. “Arcadia” è anche un perfetto romanzo di formazione, che segue tappa per tappa la crescita e la maturazione del piccolo Briciola. Cambia anche stile narrativo la Groff, man mano che Briciola cresce si alza la nebbia posata ridosso gli eventi e i personaggi che circondano il piccolo e diventa via via più chiaro, dagli aspetti negativi a quelli positivi.

In questa recensione mi sono volutamente concentrata sulle riflessioni scaturite dalle prime due parti del romanzo perché sono quelle più belle e più ricche; nella terza e nella quarta parte Briciola affronta il mondo reale, con le sue difficoltà, affronta tre drammi famigliari ma accanto avrà Grete, una figlia straordinaria avuta dall’amore della sua vita, Helle la figlia ribelle di Handy. Le parti terza e quarta più che riflessive sono descrittive, la Groff racconta cosa succede ai personaggi una volta usciti da Arcadia, drammi ed eventi che il lettore vuole conoscere, soprattutto se come me si è affezionato a Briciola, Abe e Hannah.

“Arcadia” è un ottimo romanzo, ben riuscito, che consiglio a chi ama la letteratura americana e a chi ha voglia di leggere un libro che porta a riflettere: Arcadia non è solo una comune degli anni Sessanta fondata da un manipolo di hippies un po’ sballati, Arcadia siamo anche noi e nel romanzo della Groff spesso mi ci sono ritrovata.

Titolo: Arcadia
L’Autrice: Lauren Groff
Traduzione dall’inglese: Tommaso Pincio
Editore: Codice edizioni
Perché leggerlo: per chi ama la letteratura americana e per chi ha voglia di leggere un libro che porta a riflettere: Arcadia non è solo una comune degli anni Sessanta fondata da hippies sballati, Arcadia siamo anche noi
Suggerimento musicale: From Yesterday, Thirdy Seconds To Mars (2006)

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