Lola Larra e Vicente Reinamontes | A Sud dell’Alameda. Diario di un’occupazione

Ammetto che quando ho deciso di rimanere l’ho fatto soprattutto per te. Perché mi avevi sfidato, perché mi piacevi e perché ero curioso. Ma non è per te che sono ancora qui (…) Non posso dire che mi sento coinvolto in tutto quello che succede e che credo in tutto quello che viene detto nelle assemblee. Però ormai ci sono dentro, ormai sento di farne parte (…) mi emoziona pensare che in questo stesso momento ci sono molti altri come noi, ognuno nella propria scuola (…) che reclamano attenzione sulla pessima educazione che riceve la maggior parte degli studenti, e noi qui (…) siamo solidali con loro [A Sud dell’Alameda, Lola Larra e Vicente Reinamontes, trad. R. D’Alessandro]

Santiago del Cile, maggio 2006. Il Cile non si è qualificato per i Mondiali di calcio e Nicolas, portiere di una squadra di dilettanti, ne è dispiaciuto e ha deciso di tifare per la Francia. In quel maggio autunnale, mentre incomincia a soffiare una brezza ben più fredda, Nicolas però ha altro a cui pensare.

Assieme ad un gruppetto di compagni e amici, Nicolas sta occupando da tre giorni la sua scuola privata. Nel resto della città e del Cile, sono tanti gli studenti come lui che stanno facendo occupazione: chiedono, tutti in coro, una scuola più giusta, servizi gratuiti alle fasce più povere, l’abolizione della LOCE, una legge che risale agli anni della dittatura e volta a discriminare i ragazzi poveri, e il test gratuito di ammissione alle università. La stampa chiama questi studenti pinguini, per via della divisa adottata nelle scuole cilene, e la protesta assume il nome di “Revolución de los pingüinos“.

Sebbene la mamma e il papà di Nicolas abbiano partecipato con animo e cuore alle proteste dell’ottantacinque e dell’ottantasei contro Pinochet, Nicolas non si sente un rivoluzionario ma decide di proseguire l’occupazione perché è affascinato da Paula, una compagna di classe dal carattere piuttosto vivace.

Nicolas affida i suoi pensieri al diario personale che tiene ben nascosto nell’aula 6, dove dorme. Racconta del cibo che scarseggia, dei carabinieri che vorrebbero farli sgomberare, del supporto del preside, della paura e dei dubbi se restare davvero o tornare a casa, il luogo sicuro dove è rimasta la sua sorellina minore.

Allo stesso tempo, tra le righe del suo diario, si legge una consapevolezza via via crescente: Nicolas cambia e matura, capisce che l’occupazione significa combattere pacificamente per chiedere alla Presidente Bachelet ciò che è giusto per la scuola cilena. I ragazzi e i bambini sono il futuro del Cile ed essi devono essere formati in modo migliore per far crescere il Paese.

In quest’occupazione sembra che tutti abbiano un titolo, un incarico e un lavoro. A parte me [A Sud dell’Alameda, Lola Larra e Vicente Reinamontes, trad. R. D’Alessandro]

A Sud dell’Alameda. Diario di un’occupazione” scritto da Lola Larra e illustrato da Vicente Reinamontes (Edicola ediciones, 18 €) è il racconto, scritto in modo semplice, scorrevole e a tratti ironico, di quattro giorni di occupazione in una scuola privata a Santiago del Cile: le pagine azzurre del diario di Nicolas, con i testi scritti da Lola Larra, si alternano alle belle tavole disegnate da Vicente Reinamontes.

A raccontare le dinamiche interne del gruppetto di giovani occupanti, è appunto Nicolas, un ragazzo che proviene da una buona famiglia, la voce narrante dell’intero libro.

Man mano che si avvicina la data della marcia di protesta, durante la quale tutti gli studenti delle scuole aderenti all’iniziativa si uniranno, la tensione nell’istituto cresce. In questo lasso di tempo, Nicolas impara a mettere da parte i timori e i dubbi sulla sua partecipazione, capendo quanto è davvero importante che lui sia lì. Si mangia poco, si dorme male, si vive con la costante paura di uno scontro con i carabinieri, ma si va avanti.

Perché quello che Nicolas arriverà a capire poco prima della marcia di protesta è che è giusto – anzi, necessario – combattere per i propri diritti e quelli dei ragazzi meno abbienti. “A Sud dell’Alameda. Diario di un’occupazione” potrebbe essere un buon libro da leggere per gli studenti italiani, per far loro conoscere una realtà diversa e per far capire come e quanto si deve lottare, spesso, per i propri ideali e per il proprio futuro.

Sette giorni possono cambiarti. Da allora è passato un anno e adesso più che mai credo che la battaglia per un’educazione di qualità per tutti, per un paese più giusto, sia qualcosa di possibile. Ci stiamo lavorando. Siamo tanti. Siamo dappertutto [A Sud dell’Alameda, Lola Larra e Vicente Reinamontes, trad. R. D’Alessandro]

Titolo: A Sud dell’Alameda. Diario di un’occupazione
L’Autrice: Lola Larra
Il disegnatore: Vicente Reinamontes
Traduzione dallo spagnolo: Rocco D’Alessandro
Editore: Edicola Ediciones
Perché leggerlo: per conoscere una realtà diversa e per capire come e quanto si deve lottare, spesso, per i propri ideali e per il proprio futuro

(© Riproduzione riservata)

Annunci

Otto domande per Alejandra Costamagna, scrittrice cilena

Conoscete il blog di Good Book.it La scimmia dell’inchiostro? Si tratta di un bel blog di approfondimento culturale che propone suggerimenti di lettura, interviste, anteprime, news ed eventi legati al mondo editoriale; la redazione de La scimmia dell’inchiostro ogni mese sceglie una casa editrice e la presenta al pubblico italiano attraverso interviste agli editori e agli autori, il tutto volto a conoscere le diverse realtà editoriali italiane, soprattutto quelle più piccoline.

Il mese di ottobre sarà dedicato alla scoperta di Edicola ediciones, una casa editrice tosta che fa spola tra l’Italia e il Cile, traducendo nel Belpaese autrici e autori cileni e viceversa verso il Cile.

Quale ruolo ha il mio blog in questo progetto? Giulia Cuter di Good Book.it mi ha proposto di leggere “C’era una volta un passero“, raccolta di tre racconti brevi scritti da Alejandra Costamagna, e quindi di porre alla scrittrice cilena alcune domande per la rubrica Interviste del blog La scimmia dell’inchiostro. Le otto domande che ho posto alla gentilissima Alejandra sono state tradotte da Paolo Primavera e Alice Rifelli di Edicola ediciones; le trovate di seguito in questo articolo e sul blog La scimmia dell’inchiostro a questo link.

Buona lettura!

Il banner ufficiale di Good Book.it

Claudia: Scrittori per desiderio o per caso. Lei, Alejandra, come e quando ha capito che voleva diventare scrittrice?

Alejandra: Non credo si sia trattato di una decisione consapevole. Credo che tutto sia partito dalla lettura. La scrittura è, in un certo senso, la proiezione della lettura. Forse nel momento della pubblicazione del mio primo romanzo, En voz baja, mi sono trovata di fronte a un dato di fatto. Che ho assecondato.

Claudia: Nel racconto “C’era una volta un passero” quando la protagonista adolescente, Amanda, va a trovare il padre in carcere afferma: “La perquisizione non ci sembra la cosa peggiore; forse la cosa peggiore è che ci siamo abituate” e in questa frase lei ha condensato tutto il disagio che deriva dal vivere in una dittatura. Com’è stato, per lei bambina e adolescente, vivere gli anni della dittatura di Augusto Pinochet? Quali sono state le limitazioni che ha patito di più?

Alejandra: Non ho vissuto l’esperienza più dura, non ho famigliari desaparecidos né torturati o uccisi. Le limitazioni che ho dovuto vivere, in questo senso, sono state più domestiche. Ho trascorso l’infanzia e la prima adolescenza sotto coprifuoco e in stato d’assedio, in un paese dalla falsa normalità, dove avevamo paura a camminare per strada e, al tempo stesso, nutrivamo il desiderio di imparare il linguaggio degli adulti, che ci avrebbe permesso – credevamo allora – di capire il significato dei silenzi, delle estreme attenzioni dei nostri genitori, degli eufemismi, dei militari in strada, delle persone che non c’erano più, dei blackout, delle parole proibite.

Claudia: Sempre nel racconto “C’era una volta un passero”, di nuovo Amanda – ma riferendosi anche alla sorella Virginia –, dichiara: “Noi continuiamo a fare domande, non smetteremo mai di farne”, riferito al fatto che spesso la madre taceva alle figlie le informazioni a proposito del destino del padre. Lo stesso è stato anche per lei? Anche lei poneva domande e questioni ai suoi genitori, quando la realtà irrompeva nelle vostre vite? E che cosa le raccontavano i suoi? Indoravano la pillola o le presentavano la realtà così come stava?

Alejandra: Come molte famiglie durante quegli anni, anche i miei genitori cercavano di proteggermi ed evitavano di raccontarmi tutto quello che stava succedendo. Non per indorare la pillola, quanto per non espormi ai pericoli. I miei genitori sono argentini e si sono traferiti in Cile nel 1967, dopo l’arrivo al potere di Juan Carlos Onganía. Ricordo che, chissà perché, percepivo la loro argentinità come una specie di salvacondotto. Sapevo molto bene che la parola “comunismo” era una bomba verbale che in quegli anni nebbiosi non potevamo assolutamente sganciare. A volte mi facevo scappare altre parole, come Quilapayún [gruppo cileno di musica popolare che appoggiò il governo di Salvador Allende, N.d.T.] o Víctor Jara [cantautore cileno, militante del Partito Comunista, imprigionato, torturato e assassinato dai militari pochi giorni dopo il colpo di stato, N.d.T.], che era la musica che si ascoltava in casa mia. A volte canticchiavo addirittura le loro canzoni. Ed è capitato che ogni tanto qualche curioso mi chiedesse se i miei genitori fossero comunisti. Era in quei momenti che tiravo fuori il salvacondotto: «Sono argentini». Ora che ci ripenso, a quell’età ero convinta che il comunismo fosse cileno e che, in quanto argentini, i miei genitori fossero immuni da quegli strani sospetti.

Claudia: Nel racconto “Lancette d’orologio” la protagonista afferma: “Una madre è una foto sul muro di una casa”, mentre nel racconto “C’era una volta un passero” Amanda dichiara: “un padre è una bomba ad orologeria”. In queste due dichiarazioni, fatte da due ragazze adolescenti, si legge il riferimento alle persone scomparse durante i diciassette anni del regime di Augusto Pinochet. La madre che scompare e diventa una foto, un padre che si ribella al regime e potrebbe mettersi in pericolo. Quanto è ancora forte in Cile – e in Argentina – la questione dei desaparecidos?

Alejandra: Non avevo mai dato questa interpretazione alle frasi che hai citato, ma la tua mi sembra una lettura possibile e interessante. Il tema continua senza dubbio a essere presente. E fino a quando la verità, tutta la verità sui detenuti desaparecidos, non verrà a galla e non si farà vera giustizia, questa continuerà a essere una questione in sospeso.

Alejandra Costamagna (© Alberto Sierra)

Claudia: Uno dei libri che ho amato di più è “Ho paura torero” di Pedro Lemebel (edito in Italia da marcos y marcos e tradotto da M. L. Cortaldo e G. Mainolfi), che ha un incipit drammatico e bellissimo allo stesso tempo: “Come scorrere una garza sul passato, una tenda bruciacchiata che sventola alla finestra aperta di quella casa nella primavera dell’86. Un anno marchiato a fuoco dai copertoni fumanti per le strade di Santiago, schiacciata dal pattugliamento. Una Santiago che si svegliava al suono delle pentole sbattute nei cortei, al lampi dei black out, per i cavi elettrici scoperti, esposti alle catene, alle scintille. Poi il buio pesto, le luci di un camion blindato, i Fermo lì stronzo, agli spari e le corse a perdifiato (…) Quelle notti funeree, trafitte dalle grida, dall’incessante “Cadrà”, e dai tanti, tanti comunicati dell’ultimo minuto, sussurrati dall’onda sonora del “Diario de Cooperativa”. Quando è terminato il regime di Augusto Pinochet, lei aveva vent’anni: cosa ricorda degli ultimi anni della dittatura?

Alejandra: Anche se gli ultimi anni non furono i più duri della dittatura, ci sono stati casi atroci dei quali ci è toccato essere testimoni diretti. Tra questi, i fatti del 29 marzo del 1985, ovvero l’assassinio dei fratelli Rafael e Eduardo Vergara Toledo nella Villa Francia, e il sequestro, e successivo sgozzamento, del sociologo José Manuel Parada, a quei tempi capo della documentazione della Vicaría de la Solidariedad, del pittore e pubblicista Santiago Nattino, e del dirigente sindacale dei professori Manuel Guerrero. Sono molti i crimini commessi durante quegli anni dalla dittatura, una lista a cui voglio aggiungere l’assassinio del giornalista José Carrasco e di altri tre militanti di sinistra nel 1986 e la cosiddetta “Operazione Albania” nel 1987. Furono degli avvertimenti, la dittatura ci stava dicendo di essere ancora viva, sempre vigile. Nonostante questo eravamo giovani, e come giovani credevamo che il futuro potesse portare un cambiamento e ci consegnavamo a quell’idea con una dolce e ingenua speranza.

Claudia: La sua collega scrittrice Nona Fernández nel suo libro “Chilean electric”, portato in Italia da Edicola e tradotto da Rocco D’Alessandro, scrive: “Per molti anni Salvador Allende fu per me soltanto una voce. Sapevo che era stato l’ultimo presidente eletto dal paese, sapevo che era morto all’interno della Moneda, però non avevo mai visto nessuna sua immagine, era solo un’ombra oscura e sfocata. In casa mia non c’erano foto di Allende. In nessuna casa di nessun amico, di nessun parente, di nessun vicino. E se c’erano, stavano ben nascoste”. Lei era molto piccola quando Salvador Allende morì, ma qualcuno dei suoi famigliari o amici più grandi è riuscito a trasmetterle qualcosa del Presidente? Ha ascoltato a posteriori i suoi discorsi registrati? Se sì, che idea si è fatta del Presidente Allende?

Alejandra: Sì, chiaramente ho ascoltato i discorsi di Allende più volte. Senza andare troppo indietro nel tempo, ho riascoltato il discorso di Radio Magallanes [fu l’ultimo discorso alla nazione di Salvador Allende, trasmesso da Radio Magallanes mentre i militari stavano bombardando il palazzo presidenziale, N.d.T.] proprio l’11 di settembre appena trascorso. Non ho conosciuto Allende, ma mia madre mi portò sulle spalle a più di uno dei suoi comizi. Ero molto piccola e ovviamente non ho ricordi, ma con il tempo mi sono creata un’immagine molto precisa e delineata del suo personaggio. Che fosse soprannominato “El Chicho” [letteralmente, il piccolo, N.d.T.] già fa capire quanto venisse considerato un tipo tranquillo, simpatico a tutti. I miei genitori parlavano con infinito rispetto del Chicho e io conservo questo ricordo ereditato da loro.

La copertina del libro “C’era una volta un passero”, edito da Edicola ediciones

Claudia: Nella graphic novel “Gli anni di Allende” di Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta, tradotto da Paolo Primavera per Edicola, quando il Presidente Allende è sotto assedio al Palazzo della Moneda, lancia un ultimo messaggio ai cileni: “Lavoratori della mia patria: ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Continuate voi, sapendo che, più prima che poi si riapriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Via il Cile! Viva il Popolo! Viva i lavoratori!”. Dopo i diciassette anni della dittatura di Pinochet, cosa è successo al Cile? Ha seguito il commovente, ultimo messaggio del Presidente o ha intrapreso una strada diversa, lasciandosi alle spalle sia la dittatura sia l’eredità dei tre anni del mandato di Allende?

Alejandra: Senza dubbio, e finalmente, il Cile è uscito dalla lunga notte della dittatura. Anche se credo che i legami istituzionali con il regime, l’ossessione nei confronti del consenso, gli accordi inclini all’impunità e il rafforzamento del sistema neoliberale hanno finito per ostacolare il coronamento effettivo di questa nuova democrazia. Temo che l’ultima parte del discorso di Allende (“Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore”) non si sia ancora compiuta.

Claudia: L’ultima domanda è una curiosità. Quali libri consiglia di leggere, a noi lettori italiani, per capire il Cile della dittatura e il Cile di oggi?

Alejandra: Poco hombre, di Pedro Lemebel. È stato pubblicato da Ediciones UDP poco prima della sua morte e riunisce settantatré cronache tratte dai suoi libri. Un ripasso del Cile degli ultimi decenni: dagli anni settanta del secolo scorso fino al 2012.

*

Ringrazio Alejandra Costamagna per aver risposto alle mie domande, grazie a Edicola ediciones, nelle persone di Alice e Paolo per la traduzione e le imamgini per l’articolo, e un grande grazie a Giulia di Good Book.it per avermi coinvolta in questo progetto.

Alejandra Costamagna | C’era una volta un passero

Mio padre è il protagonista di questa storia, ma mio padre non c’è più. Devo andare all’indietro e grattarmi la testa per farlo comparire. Con la sua partenza molte cose cambiarono in casa. Non sto parlando della carta da parati o degli elettrodomestici. Mi riferisco al fatto che tutti cominciarono a dare un po’ di matto. Anche se sembra che a dirlo sia una persona sana, anch’io ero diventata matta [C’era una volta un passero, Alejandra Costamagna, trad. M. Nicola ]

C’era una volta un passsero” di Alejandra Costamagna (trad. Maria Nicola, Edicola ediciones, 75 pagine, 10 €) è una raccolta di tre racconti brevi ambientati in Cile durante gli anni della dittatura di Augusto Pinochet. Hanno, tutti e tre i racconti, ragazze adolescenti come protagoniste, le quali sono immerse in questa realtà stagnante e pericolosa, della quale sanno o capiscono poco.

Nel primo racconto della raccolta, “Mai nessuno si abitua” la protagonista è Jani, una ragazzina che lascia il Cile per andare in Argentina dalla zia, accompagnata dal papà. Quello che non sa è che la mamma e il papà si stanno separando, e che è stato deciso che trascorrerà più tempo col papà e la zia in Argentina che con la mamma in Cile.

Il secondo racconto, “Lancette d’orologio“, è brevissimo, in due pagine sole, la Costamagna riesce a trasmettere l’infinito vuoto che una madre lascia quando scompare.

Una madre è una foto sul muro di una casa; un primo piano di famiglia felice. Una madre è un orologio, dice un padre. Non sapete quanto può essere perniciosamente bello un padre [Lancette d’orologio, Alejandra Costamagna, trad. M. Nicola ]

Infine, l’ultimo racconto è “C’era una volta un passero“, quello che dà il titolo alla raccolta. Qui ci sono due sorelle adolescenti come protagoniste, Virginia e Amanda, la voce narrante della storia, e c’è un padre che all’improvviso sparisce. La madre è avida nel dare informazioni alle figlie, l’unica cosa che sanno è che il padre è in carcere. Poi, però, sparisce.

La calligrafia è inconfondibile. Mio padre ha sempre scritto tutto attaccato, come se ogni frase fosse un’unica lunga parola. Non c’è mittente (…) E’ una lettera per mia sorella e per me, quindi dovremmo aprirla insieme (…) vado avanti, leggo, torno indietro, gratto, rileggo (…) Non capisco tutte le parole, alcune frasi mi sfuggono. Ma so che rileggerò questa lettera mille volte, fino a impararla a memoria [C’era una volta un passero, Alejandra Costamagna, trad. M. Nicola ]

I racconti di Alejandra Costamagna trattano di temi molto importanti e impegnativi: la scomparsa, la morte, la dittatura, la perdita di un genitore, l’arrivo della consapevolezza che forse il mondo non è un luogo così bello. Con uno stile diretto, che parla al lettore con delicatezza ma senza troppi sconti, la Costamagna sviscera una delle pagine più delicate della storia del Cile: l’avvento della dittatura, la perdita delle libertà individuali e il terrore di essere imprigionati con la sola colpa di aver espresso un’idea.

Però, quello che ho colto in ogni racconto è la speranza, soprattutto ne “C’era una volta un passero“. Sì, è vero che Amanda e Virginia non sanno che fine abbia fatto il loro papà – la immaginano, la suppongono, ma nono sicure che sia andata proprio così; eppure, la speranza di rivederlo c’è, e penso che per tutti coloro che hanno perso qualcuno durante la dittatura la speranza di sapere che fine hanno fatto, o magari riabbracciarli dopo tanto tempo, sia ancora viva, luminosa, accesa.

Titolo: C’era una volta un passero
L’Autrice: Alejandra Costamagna
Traduzione dallo spagnolo: Maria Nicola
Editore: Edicola ediciones
Perché leggerlo: perché si tratta di tre racconti graffianti ma delicati che gettano luce su una pagina importante della storia del Cile

(© Riproduzione riservata)

Alejandro Zambra | Risposta multipla

Di tutti i libri che ho letto finora “Risposta multipla” di Alejandro Zambra (SUR edizioni, 107 pagine, 12 €) è di certo quello più originale. Strutturato come i quesiti che i ragazzi cileni devono sostenere per entrare all’università, Zambra riesce a raccontare qualcosa anche utilizzando questo espediente. E i risultato è divertente e molto interessante.

zambra

Titolo: Risposta multipla

L’Autore: Alejandro Zambra (1975) poeta, narratore e critico letterario è nato in Cile. In Italia sono stati pubblicati: I miei documenti (Sellerio), Modi di tornare a casa (Mondadori) e Bonsai (Neri Pozza)

Traduzione dallo spagnolo: Maria Nicola

Editore: SUR

Il mio consiglio: “Risposta multipla” lo consiglio a chi cerca una lettura orginale e molto interessante

Viviamo nel paese dell’attesa, disse allora il poeta. C’erano diversi poeti alla festa, ma solo lui meritava questo nome, perché parlava sempre da poeta, e più precisamente nel tono inconfondibile di un poeta ubriaco, di un poeta ubriaco cileno, di un poeta ubriaco cileno giovane: noi viviamo nel paese dell’attesa, passiamo la vita ad aspettare, il Cile è un’immensa sala d’attesa e moriremo aspettando il nostro numero. Quale numero? Il numero che ti danno nelle sale d’attesa, cretino, gli risposero [Alejandro Zambra, Risposta multipla]

Che cos’è esattamente “Risposta multipla“? E’ una serie di domande? E’ una sequenza di frasi da completare? E’ la comprensione di un testo (con domandine trabocchetto alla fine? Sì, “Risposta multipla” è soprattutto questo ma se si legge tra le righe (anche tra quelle che il lettore è chiamato a completare) si legge una parte della storia del Cile, tormentata come molte dittature del Novecento.

Novanta quesiti in totale, quindi armatevi pure di gomma e matita, se volete stare al gioco con Zambra. “Risposta multipla” inizia con 24 quesiti dove dovete indicare qual è la parola che tra le possibili non c’entra nulla con il termine proposto nella domanda; segue l’organizzazione di un discorso, per cui dovrete, tra i quesiti 25 e 36, costruire un testo sensato con le proposte di Zambra.

Prosegue con il completamento delle frasi, e sarete impegnati fino alla domanda 50. Continuerete con la soppressione degli enunciati, dovrete indicare cosa si può togliere da una sequenza di frasi che raccontano un qualcosa e ne avrete fino alla domanda 66. Le ultime domande, sino alla 90, sono comprensioni del testo: leggete tre bellissimi racconti brevi e Zambra vi interrogherà (state attenti ai trabocchetti!).

Se quello che in te era _____ è diventato _____, come saranno le tue _____.
A) luce         tenebra          tenebre
B) confusione          luce          luci
C) candore         lussuria          tette

D) amore          furia          follie
E) allegria          amarezza          pagine

Se deciderete di mettervi in gioco con Zambra e le sue novanta domande, tenete sempre a portata di mano una gomma: scoprirete infatti che spesso la risposta giusta di un questito con possibilità multiple non è quella che credevate. Magari, ripensandoci, vorrete cambiare qualcosa, e spesso rimarrete interdetti quando scoprirete che cinque risposte possono essere uguali. Quindi? Quale risposta barrare?

In questo consiste la vita, temo: nel cancellare e nell’essere cancellati. Anche noi stavamo per cancellarti, come forse sai o sei arrivato a sospettare. Noi non lo volevamo un figlio. Noi eravamo figli. Eravamo talmente figli che la possibilità di diventare genitori ci sembrava tremendamente lontana. E poi sapevamo, già allora, che dovevamo separarci. Per noi l’amore era un incidente, un accidente, una pratica; nel migliore dei casi, uno sport estremo [Alejandro Zambra, Risposta multipla]

Pedro Lemebel | Ho paura torero

Condensare in un articolo di recensione tutte le emozioni che ho vissuto leggendo questo romanzo credo sia impossibile. Come sa bene chi mi segue da tempo, sono una lettrice più che appassionata; leggo tantissimi libri, spesso appartenenti a generi molto diversi tra loro, ma sino ad oggi non ero ancora riuscita a trovare quel libro che si possa classificare come “preferito”. Ecco, credo che grazie al bellissimo (gli -issimo si sprecano) romanzo “Ho paura torero” di Pedro Lemebel (Marcos y Marcos, pagine 202, 15 euro) credo di poter finalmente dare una risposta alla domanda “qual è il tuo libro preferito?“.

tengomiedatorero

Titolo: Ho paura torero

L’Autore: Pedro Lemebel è nato a Santiago negli anni Cinquanta, povero e maricon. Dopo aver fondato un collettivo artistico con Francisco Casas, inizia a realizare spettacoli e performance artistiche. Rivendica il diritto alla vita, alla memoria e alla libertà sessuale. In italiano è apparso anche il suo primo romanzo, “Ho paura torero“, il libro più venduto in Cile nel 2001. Pedro Lemebel è morto nel gennaio del 2015 dopo una lunga malattia

Traduzione: M.L. Cortaldo e Giuseppe Mainolfi

Editore: Marcos y Marcos

Il mio consiglio: assolutamente sì! Leggete la mia recensione e soprattutto le citazioni

Quante cose aveva fatto per Carlitos, ed era pronta a farne molte altre, e solo per godere della sua preziosa compagnia, meditò solitaria, in soffitta, perforando con i suoi occhi asciutti lo scorcio della strada, da cui tre giorni prima l’aveva visto dileguarsi. Ogni volta che Carlos spariva, un abisso insondabile incrinava quel paesaggio, e tornava a pensare che lui era così giovane, e lei così vecchia, lui così bello e lei così spelacchiata dagli anni. Lui un ragazzino così sottilmente virile, e lei frocia persa, tanto checca che perfino l’aria intorno a lei sapeva di finocchio fermentato. E che poteva farci se lui la riduceva in fin di vita, come carta velina impregnata dell’umidità del suo alito? E che poteva farci, se nella sua vita aveva sempre brillato il proibito, nella passione imbavagliata dell’impossibile? [Ho paura torero, Pedro Lemebel, citazione pagine 123-124]

Siamo a Santiago del Cile, nel 1986, il regime di Augusto Pinochet dopo anni di oppressioni e crudeltà sta iniziando lentamente a vacillare. I protagonisti del romanzo sono una lei e un lui. Lei è la Fata dell’angolo, una vecchia frocia persa che nell’anima si sente donna, artista e ricamatrice. Ama la sua vita nonostante le mille avversità e ama in modo appassionato e con un pizzico di follia lui, Carlos, giovane studente misterioso e militante del Fronte patriottico Manuel Rodrìguez.

Carlos era così buono, dolce, così gentile. E lei era così innamorata, così presa, così sonnambula in quelle notti che passava a parlare con lui aspettando la fine delle riunioni. Lunghe ore di silenzio a guardare le sue gambe stanche abbandonate nel raso fucsia dei cuscini. Un silenzio vellutato sfiorava la sua guancia azzurrina e non rasata. Un silenzio denso lo stordiva, la testa ciondolante dal sonno. Un silenzio letargico di piume calava sulla testa pesante come il piombo ma lei attenta, lei tutta bambagia, tutta delicatezza, sistemava un guanciale di spugna per farlo stare comodo. [Ho paura torero, Pedro Lemebel, citazione pagina 19]

Per passione e per amore, la Fata dell’angolo permette a Carlos e ai suoi amici di riunirsi della sua soffitta nel cuore di Santiago. I giovani ragazzi portano delle misteriose casse, accuratamente sigillate, il cui contenuto è oscuro alla Fata ma lei non se ne preoccupa, anzi le addobba con pizzi e merletti, come se fossero dei mobili. Alla Fata l’unica cosa che conta per lei è stare accanto a Carlos, quel ragazzo scapestrato e bellissimo che lei sente di amare dal profondo del cuore.

santiago

Skyline di Santiago del Cile, città in cui si svolge per buona parte il romanzo “Ho paura torero” (foto: Federica – Una ciliegia tira l’altra)

E’ un amore (im)possibile, quello tra Carlos e la Fata, un amore struggente che lei dissemina di bellissime cose come un picnic su un prato verso Cajon del Maipo oppure una festa di compleanno a sorpresa con una grande torta e tutti i bambini chissosi del quartiere.

Mi fai stare bene; quando sono con te sono felice. Neanche fossi un pagliaccio del circo. Non è questo, con te mi sento ottimista. E che altro? Che altro vorresti? Che mi ami un pochino. Sai che ti voglio bene più di un pochino. Non è lo stesso, tra l’amore e l’affetto c’è un mondo di differenza. Ti voglio bene con la tua differenza. [Ho paura torero, Pedro Lemebel, citazione pagina 133]

Settembre si avvicina, e assieme al compleanno di Carlos si porta a compimento un pezzo della missione dei ragazzi del Fronte patriottico. Augusto Pinochet, dittatore stanco e tormentato da Lucia, la moglie che non gli dà tregua, subisce un attentato lungo la strada per tornare a Santiago. Carlos ora deve fuggire, non può più stare a Santiago e non può più farsi vedere nei dintorni della casa della Fata dell’angolo. Ma anche lei è in pericolo, a malincuore deve abbandonare tutto e fuggire lontano.

Così uniti, nessuna mano ossuta poteva raggiungerli. Così vicini, sarebbero scappati da qualsiasi cosa, comunque, galoppando sulle nuvole, se necessario. [Ho paura torero, Pedro Lemebel, citazione pagina 51]

zapallar

L’Oceano Pacifico si infrange a Zapallar, località balneare a nord di Valparaiso (foto: Federica, Una ciliegia tira l’altra)

Ho paura torero“, un romanzo dal titolo così strano (che verrà svelato nel corso della narrazione), è un libro che mi porterò nel cuore di lettrice. La scrittura di Pedro Lemebel è spesso un connubio riuscitissimo a tratti raffinata e a tratti più forte, senza mai cadere nel volgare. L’assenza di segni di punteggiatura nei dialoghi non rende incomprensibile il testo, anzi, sembra essere un espediente per far leggere al lettore le parole tutte d’un fiato, una di fila all’altra, come tante piccole perle.

La Fata dell’angolo, personaggio spesso triste e discriminato ci insegna che l’affetto e l’amore può andare oltre le differenze e soprattutto le difficoltà. Per renderla felice, Carlos è disposto anche a piccole pazzie, perché in cuor suo sa di volerle bene più di un pochino. Il ritratto che Lemebel fa di Pinochet e della moglie Lucia è tragicomico, la satira pungente di chi – finalmente – può scrivere la sua a proposito del dittatore che ha tenuto in scacco il Cile per troppo tempo.

valpo

Le coloratissime case che si incontrano passeggiando per Valparaiso (foto: Federica, Una ciliegia tira l’altra)

Cosa mi resta dopo una lettura come questa? La sensazione di aver letto un bellissimo libro, la voglia di scoprire il Cile, con le sue mille sfumature, i suoi colori, i suoi profumi e la sua gente. Mi resta la voglia di rileggerla, una storia così, perché non è facile trovare libri come questo che conquistano cuore e ragione, che mescolano sapientemente così tante informazioni e sentimenti.

Lascio ancora parlare Lemebel, perché certamente lui può arrivare dritto ai vostri cuori, e riporto l’ultima citazione, il brano che ho letto e riletto dopo averlo sottolineato a tratto fine.

Come si guarda qualcosa che non si rivedrà più? Come si fa a dimenticare quello che non si è mai posseduto? Così, semplicemente. Semplice come voler rivedere Carlos un’altra volta mentre attraversa la strada e le sorride laggiù. La vita era così semplice e così stupida allo stesso tempo. Quello scorcio di città a centottanta gradi era il fondale in cinerama di un finale insulso. Come le sarebbe piaciuto piangere, in quel momento, sentire il cellofan tiempido delle lacrime che cadeva in un velo sudicio come un soffice e piovoso telone sulla città altrettanto sudicia. Come le sarebbe piaciuto che tutto il suo dolore ingabbiato rotolasse fuori in almeno una lacrima d’amarezza. Sarebbe stato più semplice partire, lasciando una piccola pozza di pianto, una minuscola pozzanghera di tristezza acquosa che nessuna CNI potesse identificare. Perché le lacrime delle fate non avevano identità, colore, sapore, non irrigavano nessun giardino di illusioni. Le lacrime di una fata orfana come lei non vedevano mai la luce, non si sarebbero mai trasformate in mondi umidi asciugati dalla carta assorbente delle pagine letterarie. Le lacrime delle fate sembravano sempre finte, lacrime interessate, pianto di pagliacci, lacrime artificiose, complemento esteriore di emozioni eccentriche. [Ho paura torero, Pedro Lemebel, citazione pagine 181-182]

scale_valpo

Tutto il colore che si incontra a Valparaiso (foto: Federica, Una ciliegia tira l’altra)

Nota a pié di pagina: le bellissime fotografie del Cile che ho inserito nell’articolo sono di Federica, del blog Una ciliegia tira l’altra, amica nel mondo reale e nel mondo virtuale.

Antonio Skàrmeta| I giorni dell’arcobaleno

Titolo: I giorni dell’arcobaleno

L’autore: Antonio Skàrmeta, all’anagrafe Esteban Antonio Skármeta Vranicić (Antofagasta, 7 novembre 1940) è uno scrittore, traduttore e diplomatico cileno. Autore di opere narrative, saggi, sceneggiature e testi teatrali.

Editore italiano: Einaudi

Anno di pubblicazione: 2012

Il mio consiglio: sì, a chi è appassionato di storia del sudamerica e chi ama la scrittura poetica e disincantata.

Un arcobaleno.

Un semplice, coloratissimo e allegro arcobaleno. Ecco il simbolo della campagna pubblicitaria a favore del No del referendum indetto da Pinochet; siamo nel 1988 e il dittatore cileno Augusto Pinochet ha deciso che per dare una ventata di democrazia al suo Paese è necessario un referendum popolare. La domanda sarà semplice: popolo cileno, volete che Pinochet resti alla guida del vostro Paese? Sì o No?
La storia vede due famiglie protagoniste di quel caldo ottobre del 1988: i Santos, padre e figlio, e la famiglia del grafico pubblicitario Adrián Bettini.
Una mattina all’improvviso il professor Santos, docente di filosofia, viene sequestrato dai militari cileni sotto gli occhi della sua classe, nella quale vi è anche suo figlio Nico. Intanto, il grafico pubblicitario Adrián Bettini viene invitato dal Ministro Fernández per dirigere la campagna del Sì a Pinochet, ma Bettini non accetta. Il grafico è da anni sulla lista nera di Pinochet ed è senza lavoro perché nessuno lo può assumere. Bettini però decide, non senza pochi dubbi, di dirigere la campagna per il No a Pinochet.
Nico e la figlia di Bettini, Patricia, sono fidanzati e vivono non senza turbamento questo periodo difficile di campagna elettorale. Si tratta infatti di una vera e propria campagna elettorale, perché il dittatore ha deciso di lasciare ben 15 minuti di spazio in TV a chi dirige la campagna per il No.
Il 5 ottobre si avvicina, la data del referendum popolare è alle porte. Bettini inventa uno spot per il Sì che andrà in onda in quei preziosi 15 minuti, mentre Nico disperato cerca suo padre temendo che sia già diventato uno dei tanti desaparecidos.
Ma per fortuna, la vera democrazia sta per arrivare e il difficile periodo per il popolo cileno sta per finire. Dopo anni di feroce e cruenta dittatura, sta per arrivare di nuovo la rinascita: un po’ come dopo un temporale, quando all’improvviso spunta l’arcobaleno.
La penna di Skármeta mi ha nuovamente conquistata, dopo aver letto “Il postino di Neruda”. Ho ritrovato le emozioni raccontate con una leggerezza poetica rara da trovare nei romanzi che vengono ambientati in epoche difficili, come quelle caratterizzate da genocidi e disumane dittature.