Gaël Faye | Piccolo paese

Dov’è il Burundi? È un piccolo paese che si trova nel cuore dell’Africa, vicino al Ruanda, alla Tanzania e al lago Tanganica. Se il Ruanda lo conoscevo dopo aver letto alcuni libri sul genocidio e la Tanzania mi era nota per gli eccezionali ritrovamente paleontologici del dottor Leakey, sul Burundi non sapevo nulla prima di leggere “Piccolo paese” di Gaël Faye (Bompiani, trad. Mara Dompè, 193 pagine, 16 €).

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Lunedì 4 gennaio 1993
Cara Laure, il mio nome è Gaby (…) La mia città è Bujumbura. Il mio paese è il Burundi (…) Ho gli occhi marroni, quindi vedo gli altri in tonalità marrone. Mia madre, mio padre, mia sorella, Prothé, Donatien, Innocent, i miei amici… sono tutti color caffelatte. Ognuno vede il mondo attraverso il colore dei suoi occhi. Siccome tu hai gli occhi verdi, io per te sarò verde (…) Da grande, voglio fare il meccanico per non trovarmi mai in panne nella vita. Bisogna saper riparare le cose quando non funzionano più (…) Quest’anno ci saranno le elezioni per decidere un presidente per la Repubblica del Burundi. È la prima volta che succede. Io non potrò votare, devo aspettare di essere meccanico. Ma ti dirò il nome del vincitore. Promesso! A presto. Un bacio Gaby [Piccolo paese, Gaël Faye, trad. M. Dompè]

Gabriel – per gli amici Gaby – è un ragazzino di dieci anni che vive in Burundi col papà di origini francesi e la mamma di origini ruandesi. La famiglia di Gaby è benestante, il papà guadagna bene e possono permettersi di abitare in una bella casa e di essere serviti da personale burundese.

Gaby va bene a scuola, ha un’amica di penna in Francia, Laure, della quale è innamorato e gioca con i compagni a rubare manghi e a rivenderli per guadagnare qualche soldo da spendere in dolciumi o sigarette per poi rifugiarsi in un Combi Volkswagen arruginito. Quando sembra che la sua esistenza non possa essere più felice, i genitori smettono di andare d’accordo e decidono di separarsi. Una vera e propria tragedia, per un ragazzino così piccolo.

Alla separazione dei genitori, però, si aggiunge un altro orribile evento: in Ruanda infuria la guerra, hutu contro tutsi, sotto gli occhi della comunità internazionale si sta verificando un vero e proprio genocidio. Gaby pur essendo un bambino intuisce la gravità della situazione, capisce che i profughi ruandesi che si rifugiano in Burundi stanno scappando da qualcosa di molto simile ad un inferno.

Come se non bastasse, quando i parenti di mamma vengono mortalmente coinvolti dalla guerra in Ruanda, precipita anche la situazione in Burundi: il neo presidente, eletto democraticamente dal popolo per la prima volta, viene assassinato e inizia quello che diventerà un lungo colpo di stato seguito da notevole instabilità politica e sociale.

Essere un bambino in Burundi inizia a diventare molto, molto difficile…

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Colline del Burundi (fonte: Christine Vaufrey , Wikipedia Commons CC BY 2.0)

Papà è andato rapido in salotto, ha acceso la radio. Abbiamo sentito la stessa musica classica che aleggiava fuori. Si è messo la mano sulla fronte ripetendo: “Merda! Merda! Merda!”. Poi ho saputo che era una tradizione passare musica classica alla radio quando c’era un colpo di stato. Il 28 novembre 1966, per il colpo di stato di Michel Micombero, avevano trasmesso la Sonata per pianoforte n° 21 di Schubert; il 9 novembre 1976, per quello di Jean-Baptiste Bagaza, la Sinfonia n° 7 di Beethoven; e il 3 settembre 1987, per quello di Pierre Buyoya, il Bolero in do maggiore di Chopin. Quel giorno, il 21 ottobre 1993, ci è toccato il Crepuscolo degli dei di Wagner. Papà ha chiuso il cancello con una grossa catena e diversi lucchetti e ci ha ordinato di non uscire di casa e di tenerci lontani dalle finestre. Poi ha sistemato i materassi nel corridoio per mitigare il rischio di proiettili vaganti. Siamo rimasti distesi a terra per tutta la giornata. Era divertente, sembrava di fare campeggio nella nostra stessa casa [Piccolo paese, Gaël Faye, trad. M. Dompè]

Piccolo paese” di Gaël Faye è un romanzo che ho letto quasi tutto d’un fiato, perché la vicenda è raccontata molto bene ed è altamente coinvolgente. Gaël Faye sceglie di narrare quasi tutta la storia in modo ironico e disincantato, vista attraverso gli occhi di un bambino, senza dimenticare di descrivere con lucidità episodi e scene particolarmente forti.

La guerra a Bujumbura si era intensificata. Il numero delle vittime aveva raggiunto cifre così alte che ormai la situazione in Burundi occupava le prime pagine dell’attualità internazionale. Una mattina papà ha trovato il cadavere di Prothé nel canaletto di scolo, davanti a casa di Francis. Era stato lapidato. Gino ha detto che non era altro che un inserviente, non capiva perché piangessi. Quando l’esercito ha attaccato Kamenge abbiamo perso le tracce di Donatien. Era stato ucciso anche lui? [Piccolo paese, Gaël Faye, trad. M. Dompè]

Un libro come questo fornisce molti spunti per la riflessione. Si legge la storia del Burundi, uno stato che dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Germania nel 1962 ha visto susseguirsi un colpo di stato dopo l’altro, con la crescente instabilità politica che ne consegue. Si legge dell’incertezza legata all’arrivo dei profughi dal Ruanda, durante il tristemente noto genocidio del 1994: non tutti i burundesi erano contenti di ospitare i ruandesi, anzi, ho quindi scoperto che il razzismo non è solo una prerogativa di noi bianchi, purtroppo.

Si leggono la difficoltà di essere una famiglia mista in un luogo dalla mentalità chiusa come il Burundi, dove i bianchi non sempre venivano visti bene, e ovviamente la difficoltà di essere un figlio ‘mezzosangue’ che è quasi obbligato da che parte della barricata stare, se con i bianchi o con i neri, anche se Gaby preferirebbe essere neutrale.

La guerra senza che glielo chiediamo s’incarica sempre di trovarci un nemico. Io, che desideravo restare neutrale, non ci sono riuscito. Ero nato con quella storia. Scorreva dentro di me. Le appartenevo. [Piccolo paese, Gaël Faye, trad. M. Dompè]

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Lungo la strada tra Bujumbura e Gitega (fonte: Dave Proffer, Wikipedia Commons CC BY 2.0)

Infine, la faticosa scelta di abbandonare il paese in cui si è nati per andare molto lontano, in Francia, in un luogo dove sicuro gli artigli della guerra non potranno afferrare il piccolo Gaby. Però è difficile lasciare quel piccolo paese lussureggiante, dove nei laghi e nei fiumi si possono incontrare gli ippopotami, dove i manghi maturi sono la miglior merenda, dove ci sono gli amici di una vita e dove decide di rimanere una persona molto importante per Gaby. Un luogo dove il ritorno, anni e anni dopo, non sarà facile.

“Gaby, non sapevo come dirtelo. Preferivo che lo scoprissi da solo. Viene qui tutte le sere da anni…” La voce, una voce d’oltretomba, mi penetra nelle ossa. Mormora una storia di macchie sul pavimento che non vanno via. Travolgo alcune ombre, inciampo in qualche cassetta di birra, mi muovo a tentoni nel buio, mi avvicino al fondo del capanno. Raggomitolata a terra, nell’angolo della stanza, beve da una cannuccia un’acquavite artigianale. La ritrovo dopo vent’anni, che hanno pesato come cinquanta sul suo corpo irriconoscibile. Mi chino verso la vecchia signora. Ho l’impressione che mi riconosca da come mi fissa al chiarore dell’accendino che avvicino al suo viso. Con una tenerezza infinita, mamma mi posa delicatamente la mano sulla guancia: “Sei tu, Christian?” [Piccolo paese, Gaël Faye, trad. M. Dompè]

Titolo: Piccolo paese
L’Autore: Gaël Faye
Traduzione dal francese: Mara Dompè
Editore: Bompiani
Perché leggerlo: perché apre una finestra su uno dei più poveri stati d’Africa, per riflettere su cosa una guerra può scatenare e per lasciarsi commuovere da come un bambino vede il suo mondo

(© Riproduzione riservata)

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Yeonmi Park | La mia lotta per la libertà

Scrivere di libri qualche volta è davvero difficile. Cosa aggiungere a proposito de “La mia lotta per la libertà” di Yeonmi Park (Bompiani, trad. V. Raimo, 298 pagine, 18 €)?, ogni parola mi sembra superflua, però ne voglio parlare perché la storia della famiglia Park mi ha toccato il cuore, mi ha raccontato cose che non conoscevo, mi ha commossa e fatta arrabbiare. E soprattutto, mi ha fatto capire, ancora una volta, quanto io sia contro ogni forma di dittatura.

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Titolo: La mia lotta per la libertà

L’Autrice: Yeonmi Park è nata a Hyesan, Corea del Nord, nel 1993. Nel 2007, assieme alla mamma, oltrepassa il fiume Yalu e fugge in Cina. Dopo diverse peripezie raggiunge la Corea del Sud. Oggi è attivista per i diritti umani

Traduzione dall’inglese: Veronica Raimo

Editore: Bompiani

Il mio consiglio: tutti noi dobbiamo conoscere le storie come quella di Yeonmi, per capire cosa significa privare un essere umano della propria dignità, dei propri diritti fondamentali e per essere contro ogni forma di dittatura

Ero una bambina caparbia, forse perché avevo sempre dovuto lottare tanto per ottenere qualcosa. Volevo a tutti i costi imparare a leggere, così mi sforzavo per cercare di dare un senso a quei caratteri che fluttuavano sulla pagina. Quando era a casa, a volte mio padre mi prendeva in grembo e mi leggeva i libri per bambini. Adoravo le storie, ma gli unici libri disponibili in Corea del Nord venivano pubblicati dal governo ed eranoa  sfondo politico. Al posto delle fiabe di paura, avevamo dei racconti ambientati in un posto turpe e disgustoso chiamato Corea del Sud, dove i bambini senza casa giravano a piedi scalzi a chiedere l’elemosina per strada. Non avevo mai realizzato, prima di arrivare a Seoul, che in realtà quei libri descrivevano la vita in Corea del Nord. Ma era impossibile per noi vedere oltre la propaganda. [La mia lotta per la libertà, Yeonmi Park, trad. V. Raimo]

Nei primi Anni Novanta a Hyesan, Corea del Nord, nascono Yeonmi ed Eunmi, figlie di Park Jin Sik e Keum Sook. Park Jin Sik sbarca il lunario contrabbandando e rivendendo illegalmente merce che giunge nella Corea del Nord dalla Cina, mentre la madre Keum Sook aveva inizialmente lavorato in una ditta di prodotti chimici per poi passare anche lei al contrabbando di merci e metalli.

La vita nella Corea del Nord è tutt’altro che semplice, fatta di alti e bassi, e nel romanzo viene descritta bene. I primi ricordi di Yeonmi sono legati al freddo e al buio: gli inverni nella Corea del Nord sono rigidi, soffiano i venti freddi dalla Cina, nevica parecchio e spesso la temperatura scende di decine di gradi sottozero. Pochi sono i nordcoreani che possono permettersi il riscaldamento in casa: i combustibili sono molto costosi, le candele sono beni di lusso e persino la luce va e viene.

Nella Corea del Nord bisogna essere fedeli al Partito e adorare i Kim, la dinastia di leader nordcoreani nata all’indomani dalla suddivisione delle due Coree. Il primo fu Kim-Il Sung il Grande Leader, seguito da Kim Jong-il noto come il Caro Leader, morto di recente e sostituito da Kim Jong-un. Ai bambini vengono raccontate cose magiche sui Kim, tra le quali che essi possano leggere nei pensieri di tutti i nordcoreani e che il Caro Leader sia nato su una montagna incantata, che abbia scritto 150 libri in tre anni e che voglia solo il bene per il suo popolo. Certe parole, nella Corea del Nord, assumono significati diversi rispetto al resto del mondo: l’amore, per esempio, si manifesta in un solo modo, quello devozionale verso i membri della famiglia Kim

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La divinizzazione dei Kim: a fianco della statua del “Grande Leader” Kim il-sung è stata installata quella del figlio il “Caro Leader” Kim Jong-il (fonte: Nicor, Wikipedia CC BY-SA 3.0)

In Corea del Nord, il regime non vuole che pensi, e odia le sottigliezze. Tutto è o bianco o nero, con nessuna sfumatura di grigio. Per esempio, in Corea del Nord l’unica forma di amore che puoi descrivere è quella per il leader; (…) [La mia lotta per la libertà, Yeonmi Park, trad. V. Raimo]

Yeonmi, senza pietismi, racconta quanto più di incredibile ci possa essere: cose accadute durante la grande carestia, la gente che moriva di fame e di stenti per le strade e finiva mangiata dagli animali selvatici; Yeonmi parla di un Paese che non produce quasi nulla, dell’assenza dei fertilizzanti e del “furto del contenuto delle latrine“, perché gli escrementi poteva essere rivenduti a caro prezzo. Gli ospedali che versano in condizioni disastrose, dove mancano disinfettanti, medicinali e dove le siringhe vengono riutilizzate molte volte, dove i cadaveri vengono lasciati nel cortile con le orbite vuote mangiate dai ratti, in attesa che qualcuno del governo venga a raccoglierli. Polizia, medici, insegnanti, funzionari governativi, commercianti, tutti avvolti da una spirale di corruzione. Un Paese totalmente allo sbando, dove gli esseri umani non vengono considerati tali, ma sono semplicemente dei robot programmati per adorare e glorificare il regime dei Kim e i loro leader. Tutto questo accedeva nei prima Anni Duemila.

Forse, davvero nel profondo, sapevo che c’era qualcosa di sbagliato. Ma noi nordcoreani siamo abilissimi a mentire, perfino a noi stessi. I bambini morti di freddo, abbandonati nei vicoli dalle loro madri quasi uccise dalla fame, non rientravano nella mia visione del mondo, quindi non riuscivo a gestire e comprendere ciò che vedevo. Era normale scorgere dei cadaveri tra i cumuli di immondizia, cadaveri che galleggiavano nei fiumi, ed era normale andare avanti e non fare nulla quando uno sconosciuto gridava aiuto [La mia lotta per la libertà, Yeonmi Park, trad. V. Raimo]

Proprio come Winston Smith, protagonista del romanzo “1984” di George Orwell, il padre di Yeonmi capisce che non c’è nessuna speranza nella Corea del Nord: questa non è la vita che lui vuole per sua moglie e le sue due figlie. Così, racimolando denaro e corrompendo guardie di frontiera, Yeonmi e la mamma riescono ad attraversare il fiume Yalu e raggiungere la Cina.

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La città nordcoreana di Hyesan vista dalla città cinese di Changbai. Il fiume Yalu è il confine naturale tra la Nord Corea e la Cina (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0)

La Cina si rivela un incubo per Yeonmi e sua madre, l’attivista racconta cose tremende, violenze che a rievocarle sono costate lacrime e disperazione. Ma la fortuna è dalla parte di Yeonmi, almeno una volta, e non senza difficoltà riesce a raggiungere la Mongolia e a chiedere asilo politico in Corea del Sud. Qui, nella terra dei nemici dei Kim, Yeonmi scopre cosa significa davvero vivere.

Tutto, persino le emozioni umane più elementari, deve essere insegnato. Cominciavo a capire che non si può davvero crescere e imparare se non si ha un linguaggio all’interno del quale crescere. Sentivo il mio cervello prendere letteralmente vita, come se dei nuovi sentieri si illuminassero in luoghi che erano stati oscuri e desolati. La lettura mi stava insegnando cosa significasse essere vivi, essere umani. Lessi i classici (…) Il vero punto di svolta lo raggiunsi però con la scoperta de La fattoria degli animali di George Orwell (…) Sembrava che Orwell sapesse esattamente da dove venivo e cosa avessi passato. La fattoria degli animali era la Corea del Nord e lui stava descrivendo la mia vita (…) Ridurre l’orrore della Corea del Nord a una semplice allegoria annullò il potere che esercitava su di me. Aiutò a rendermi libera [La mia lotta per la libertà, Yeonmi Park, trad. V. Raimo]

Questa è la storia di Yeonmi e della sua famiglia. E’ la storia di un popolo oppresso da più di cinquant’anni da una dittatura feroce e cruenta. Qui vengono raccontate cose incredibili, impossibili da accettare. In questo libro troverete l’orrore, la tortura, la prigionia, la miseria, la povertà, la fame, insomma la quotidianità di coloro che vivono in trappola in un Paese che è in realtà un inferno. Questa è la storia di Yeonmi e della sua famiglia, del coraggio che si scopre di avere quando si decide di scappare, di cosa succede quando si cade dalla padella alla brace, di cosa accade quando a quasi vent’anni si scopre un mondo completamente nuovo e ci si rende conto di essere vissuti in un universo di menzogne e bugie.

“La mia lotta per la libertà” di Yeonmi Park è un libro da leggere, da sottolineare e da rileggere, per dire ‘no’, sempre e per sempre, ad ogni forma di oppressione e dittatura.

Jonas Jonasson | Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

Con i libri si può davvero viaggiare: questa affermazione può sembrare il solito cliché, ma non è assolutamente così, soprattutto quando si leggono libri come “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” di Jonas Jonasson (Bompiani, 446 pagine, 17,90 euro). Quando ho scartatato in fretta e furia quel pacchettino a forma di parallepipedo (“è un libro?” “ma va?!“) sono rimasta immediatamente affascinata dal nonno in copertina con il pigiamino rosa e il candelotto di dinamite nel taschino destro; sono rimasta talmente affascinata che l’ho iniziato subito e sono partita in giro per il mondo con il signor Allan Karlsson.

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Titolo: Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

L’Autore: Jonas Jonasson è nato nel sud della Svezia nel 1961, è giornalista e consulente media. Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve è stato il suo esordio letterario, ha venduto 6 milioni di copie nel mondo ed è diventato anche un film

Traduzione: Margherita Podestà Heir

Editore: Bompiani

Il consiglio di Federica (che me l’ha regalato e che ricalca il mio): con il signor Karlsson non solo potrete visitare tanti paesi, ma lo farete in ottima compagnia!

Di certo Allan Karlsson avrebbe potuto pensarci prima e, magari, comunicare agli interessati la sua decisione. In effetti non aveva mai riflettuto troppo sulle cose. Ecco perché quell’idea non ebbe neanche tempo di fissarsi nella sua testa che già aveva aperto la finestra della stanza al pianterreno della casa di riposo di Malmkoping, nel Sormland, per poi sgusciare fuori e atterrare nell’aiuola sottostante. La manovra richiedeva un certo fegato, dal momento che Anna compiva cent’anni proprio quel giorno. Solo un’ora dopo nella sala comune della casa di riposo avrebbero avuto inizio i festeggiamenti. Sarebbe stato presente persino il segretario comunale. E l’inviata del giornale locale. E tutti gli ospiti dell’ospizio. E tutto il personale, capitanato dalla ringhiosa e arcigna infermiera Alice. Soltanto il festeggiato non aveva la benché minima intenzione di partecipare [Jonas Jonasson, Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, trad. M. Podestà Heir, citazione pagina 7]

Giunto il giorno del suo centesimo compleanno, Allan Karlsson decide che l’ospizio di Malmkoping non sarà la sua tomba e fugge saltando dalla finestra. Allan lentamente raggiunge la stazione degli autobus e incontra un giovanotto dall’aria un po’ losca con una giubba che porta la minacciosa scritta “Never Again“. Il giovanotto ha urgenza di andare alla toilette e Allan si presta a dare un’occhiata alla grande valigia del ragazzo; ma sopraggiunge l’autobus che Allan vuole prendere e il centenario di trova di fronte ad un dilemma: abbandonare la valigia nella sala d’attesa oppure portarla con sé sull’autobus?

Allan Karlsson sceglie di portare con sé la pesante valigia sul bus e chiede al conducente fin dove può arrivare con cinquanta corone. Arrivato alla fine della sua corsa, Allan scende e si incammina per un sentiero, sempre trascinandosi la pesante valigia. In un casotto di una vecchia stazione abbandonata incontra Julius, e da questo momento la sua vita non sarà più la stessa, perché quando i due vegliardi aprono la valigia e ne svelano il contenuto capiscono che si stanno per cacciare in un bel guaio… Anzi, si sono già cacciati, perché il losco giovanotto della “Never Again” è già sulle loro tracce…

L’avventura di Allan Karlsson inizia quando il vecchietto posa i piedi tra le aiuole del giardino della casa di riposo e fugge, e prosegue in modo del tutto imprevedibile, dove i colpi di scena si susseguono l’uno dietro l’altro, inframezzati dalla storia della vita di Allan, perché sì un centenario che salta dalla finestra non è il classico vecchietto posato che potrebbe sembrare a prima vista. Allan Karlsson ha vissuto una vita straordinaria, ha conosciuto personaggi famosi, presidenti di varie repubbliche, re, dittatori, spie comuniste; ha imparato a parlare inglese, spagnolo, russo, cinese, e molte altre lingue, insomma la sua esistenza… esplosiva non ha avuto nulla di ordinario.

Il romanzo di Jonass Jonasson mi è piaciuto davvero tantissimo, perché io sono un’appassionata di Storia e seguire le vicende di Allan attraverso il Novecento mi ha divertita e affascinata. E’ un romanzo che quindi contiene molta Storia, presuppone buone basi per essere letto, anche se i lettori curiosi come me saranno felici di non conoscere tutto e di andarsi a leggere qualche curiosità, che so, sulla Corea del Nord.

Ringrazio quindi tantissimo Federica che regalandomi questo libro mi ha davvero fatta viaggiare in giro per il mondo e vi invito a leggere la sua recensione.