Marianne Jaeglé | Giallo Van Gogh

Amava quei fiori, tipici del Sud, che si orientano verso il sole come adoratori umili e appassionati. Ama il loro voltarsi in modo fervido, ma anche il fatto che la loro amministrazione si traduca in una modesta imitazione della loro divinità: il loro cuore e i loro petali non sono altro che un omaggio colorato e vibrante al sole [Giallo Van Gogh, Marianne Jaeglé, trad. M. L. Fanello]

Arles, 1888. Nell’assolato Sud della Francia, Vincent Van Gogh vive in una squallida pensione e occupa il suo tempo dipingendo febbrilmente. Grazie al fratello Theo, che gestisce una galleria d’arte a Parigi, Vincent riesce a piazzare qualche quadro, anche se non è molto apprezzato nel mondo dell’arte di quel periodo. Theo è generoso con Vincent: gli compra i colori, le tele e gli passa dei soldi. Con quel denaro Vincent riesce ad affittare una casa gialla ad Arles e ad arredarla; il suo sogno è quello di vivere con Paul Gauguin, un artista dal quale vuole imparare.

Paul accetta di andare a vivere nella casa di Vincent, ma il rapporto tra i due artisti è tormentato. Vincent è quasi come un amante geloso e giorno dopo giorno Paul si rende conto che l’anima dell’olandese è posseduta dalla follia. Quando Vincent, in un attimo di rabbia, si taglia un orecchio, Paul ne ha la certezza.

Per aiutare il fratello, Theo gli suggerisce di trascorrere un periodo dapprima in ospedale per curare la ferita all’orecchio, e poi in una struttura dove si curano i malati mentali. L’intera Arles ce l’ha con Vincent, nessuno capisce la sua arte, le pennellate con cui rabbiosamente imbratta le tele non piacciono, benché esca una recensione positiva ai suoi lavori da parte del critico Albert Aurier.

Van Gogh non è solo un grande pittore, entusiasta della sua arte, della sua tavolozza e della natura, è ancora un sognatore, un credente esaltato, un divoratore di belle utopie che vive di idee e speranze [Giallo Van Gogh, Marianne Jaeglé, trad. M. L. Fanello]

“Campo di grano con volo di corvi”, Van Gogh (1890)

Vincent sente stringersi attorno a sé un cerchio: Gauguin lo discredita, la cognata Johanna lo sopporta poco, il fallimento incombe su di lui, è convinto che qualcuno tenti di avvelenarlo, iniziano paranoie e paure immotivate. Ma in tutto questo disagio, fisico e mentale, l’unico che crede in lui è Theo e Vincent si sente spronato a continuare a creare e dipingere, usando ogni cosa come soggetto. Dove c’è volontà c’è un sentiero, si ripete, un giorno qualcuno lo apprezzerà.

Nel 1890 Theo decide di portare Vincent a Auvers-sur-Oise, in una clinica per persone disturbate mentalmente. Lui e la moglie vivono a Parigi, potranno così passare spesso a salutare Vincent. Qui ad Auvers-sur-Oise accade l’irreparabile. Di ritorno da un’uscita, Vincent è sanguinante: uno sparo l’ha colpito. Si è sempre pensato che il pittore olandese, ormai scoraggiato e distrutto, si sia sparato un colpo per suicidarsi. Ma è davvero così?

È la pittura che mi ha scelto, la pittura e nessun altro [Giallo Van Gogh, Marianne Jaeglé, trad. M. L. Fanello]

Dettaglio de “I girasoli”, Van Gogh (1888)

Giallo Van Gogh” di Marianne Jaeglé (trad. M. L. Fanello, L’Asino d’Oro edizioni, 16 €) è un lungo romanzo che indaga gli ultimi due anni di vita del pittore olandese Vincent Van Gogh supponendo che la sua morte non sia stata un suicidio bensì un omicidio, come sostengono alcuni storici americani.

Da qui il titolo del romanzo: il giallo allude ad uno dei colori preferiti del pittore e all’omicidio che la Jeaglé mette in scena e risolve. Il romanzo è narrato in terza persona e suddiviso in tre parti: nella prima viene messo in scena il turbolento rapporto tra Vincent e Paul Gauguin, che si conclude con il drammatico gesto di autolesionismo di Van Gogh; nella seconda parte vengono descritti il fallimento di Vincent, il rapporto tra Vincent, Theo e Johanna, il fatto che nessuno riesca a comprendere ed apprezzare la sua arte; infine, nella terza parte, che si sposta dal Sud della Francia alle porte di Parigi, si ritrova Vincent chiuso in manicomio fino al suo drammatico omicidio.

Il romanzo è corposo, forse fin troppo. La Jeaglé si è documentata molto, ma a tratti la narrazione è piuttosto lenta e ripetitiva, e leggendo talvolta ho avuto la sensazione che non si arrivasse mai al dunque. Giunta finalmente al punto cruciale del libro – il presunto omicidio di Vincent Van Gogh – il movente e l’assassino mi sono sembrati alquanto irrealistici: mi sarei aspettata di tutto, tranne quello che poi viene descritto. Non posso certo dire che non sia stato un colpo di scena, in effetti. 

Quello che invece mi è piaciuto, è l’aver presentato Vincent Van Gogh come un uomo solo, ignorato dalle persone della sua epoca – ad eccezione, ovviamente, dell’amato fratello Theo – e soprattutto incompreso nella sua arte. Van Gogh dipingeva soggetti semplici, persone comuni, con quelle sue rapide e rabbiose pennellate che sembravano quasi voler distruggere le tele. Voleva, Van Gogh, creare una nuova arte, andare oltre l’impressionismo, voleva lasciare il segno.

Ma dati gli insuccessi, Vincent si sente un fallito. Soffre di paraioe e turbe mentali ma non smette mai di disegnare e dipingere. Dipinge ogni giorno della sua vita, senza dare ascolto alle voci che lo tormentano, alle persone che lo criticano. Lavora perché è convinto che un giorno qualcuno apprezzerà il suo lavoro e si emozionerà di fronte ai suoi dipinti. Proprio come me, che mi sono commossa quando al Musée d’Orsay, a Parigi, ho visto all’improvviso la sua splendida “Notte stellata”.

Domani dipingerà quel campo di grano maturo, con le sue spighe ben gonfie e pesanti, cosparso di fiori delicati e al di sopra, con un colore piatto e uniforme, il cielo blu cobalto vivo e puro. Mostrando la natura semplice e sublime, infonderà un desiderio di bontà e di speranza in tutti coloro che guarderanno la sua tela [Giallo Van Gogh, Marianne Jaeglé, trad. M. L. Fanello]

“Notte stellata sul Rodano”, Van Gogh (1888)

Titolo: Giallo Van Gogh
L’Autrice: Marianne Jaeglé
Traduzione dal francese: Maria Letizia Fanello
Editore: L’Asino d’Oro edizioni
Perché leggerlo: se amate l’arte e il personaggio di Van Gogh, se volete scoprire chi potrebbe aver ucciso il famoso pittore olandese

(© Riproduzione riservata)

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Li Kunwu e Philippe Ôtié | Una vita cinese. Il tempo del padre

Appassionata di storia quale sono, quando add editore mi ha presentato la loro ultima novità in uscita della collana Asia – e prima graphic novel del loro catalogo – ho accettato con entusiasmo la proposta. “Una vita cinese. Il tempo del padre” disegnata dall’illustratore cinese Li Kunwu e scritta con il francese Philippe Ôtié (add editore, 256 pagine, 19.50 €) è il primo di una serie di tre volumi autobiografici: una storia toccante, forte, che fa riflettere e che presenta in modo chiaro e preciso la situazione della Cina dagli Anni Cinquanta fino alla morte di Mao Zedong.

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Titolo: Una vita cinese. Il tempo del padre

Gli Autori: Li Kunwu un cartoonist nato nel 1955 nella provincia dello Yunnan in Cina. Philippe Ôtié ha vissuto in Asia per più di dieci anni, lavorando in ambito economico e bancario. La passione per il fumetto e la conoscenza del mandarino l’hanno portato a lavorare alla sua prima opera, co-firmata da Li Kunwu

Traduzione dal francese: Giovanni Zucca

Editore: add editore

Il mio consiglio: “Una vita cinese. Il tempo del padre” è un’ottima graphic novel che presenta con precisione e fedeltà un pezzo drammatico della storia cinese. Consigliatissimo agli appassionati di storia, di fumetti e ai ragazzi giovani

Compagni! E’ già un anno che il Partito, dopo aver trionfato sui diavoli giapponesi, ha ricacciato in mare i reazionari del Kuomintang! Ci siamo lasciati alle spalle dodici anni di guerre e sofferenze. Ora è il tempo della pace. Il tempo della nuova Cina! Il presidente Mao ce l’ha detto: “E’ su una pagina bianca che si scrivono le più belle poesie”. Ve lo dico anch’io, la Cina è una pagina bianca sulla quale il partito e il popolo scriveranno una storia grandiosa… [Una storia cinese, L. Kunwu, P. Ôtié, trad. G. Zucca]

Il grande timoniere Mao Zedong è da un anno circa al potere, quando il segretario Li incontra Xiao Tao e decide di sposarla. Dal loro matrimonio nascono due figli, Li Kunwu e Meimei. Attraverso le tavole dello stesso Li Kunwu, il lettore riesce a percepire bene come l’avvento del comunismo e di Mao Zedong abbia profondamente e irrimediabilmente cambiato la vita del popolo cinese.

Li Kunwu è un bambino che non conosce altro che la divinizzazione del presidente Mao: vengono cantate delle canzoni in onore del grande timoniere, vengono mandate a memoria le sue citazioni contenute nel Libretto Rosso e Lei Feng, un personaggio controverso e forse mai esistito davvero, viene dato ai bambini come modello di eroe da seguire.

Ogni simbolo della Cina imperiale deve essere cancellato, ogni retaggio della mentalità medievale deve essere distrutto e abbattuto: per gli anziani cresciuti in quella che ora sembra un’epoca lontana, è molto difficile da accettare. Come Nainai l’anziana donna che cura Li Kunwu e la sorellina: lei è nata quando ancora si fasciavano i piedi alle bambine e si raccontavano storie bizzarre di creature in grado di balzare sulla Luna.

Il regime di Mao è un castello di carte fatto di bugie: ogni giorno vengono emesse dal partito centrale informazioni fasulle e tendenziose, alle quali ogni cinese (o quasi) crede, compreso il piccolo Li Kunwu. Le produzioni di acciaio e di cereali sono in costante aumento e di questo passo la Cina avrebbe potuto compere con il resto del mondo.

… l’amore materno e paterno non vale l’amore del presidente Mao… [Una storia cinese, L. Kunwu, P. Ôtié, trad. G. Zucca]

Con le folli iniziative legate al Grande balzo in avanti, Mao porta la Cina sull’orlo della capitolazione: muoiono di fame milioni di persone. Anche la famiglia di Li Kunwu è alle strette, ma grazie alla generosità di amici e parenti, riescono a sopravvivere alla grave carestia.

Ma quando si pensava che non ci potesse essere nulla di peggio del Grande balzo in avanzo, ecco le Guardie Rosse e la Rivoluzione culturale. Così, mentre il segretario Li inizia ad avere dei dubbi su Mao e sul governo, la figlia Mei mei viene mandata a lavorare in campagna e Li Kunwu è sempre più coinvolto dalla follia di Mao tanto da diventare Guardie Rosse custodi della Rivoluzione.

Le Guardie Rosse erano numerose, giovani e impetuose… Come soldati di un’armata celeste, armati dell’onniscente libretto rosso, si lanciarono senza alcun freno nella grande impresa per la quale erano stati prescelti dal loro padre, il presidente Mao. Dal centro di Pechino fino ai villaggi più remoti del Paese, la Rivoluzione culturale dilagò con la rapidità di un lampo [Una storia cinese, L. Kunwu, P. Ôtié, trad. G. Zucca]

Una vita cinese. Il tempo del padre” è l’autobiografia del cartoonist cinese e la biografia di suo padre Li. Benché la storia sia vista attraverso gli occhi di un bambino innocente, non vengono risparmiate le descrizioni delle crudeltà e della politica completamente folle e insensata di Mao.

I dialoghi e le spiegazioni sono sono molto precisi e realistici, permettono con facilità di immergersi completamente nella storia. I disegni sono tutti in bianco e nero e a tratti sembrano solo delle bozze, ma trasmettono un grande senso di coinvolgimento. Quella di Li Kunwu è una graphic novel che tocca temi importanti, occorsi nemmeno troppo tempo fa, utili per capire la Cina di oggi e rinfrescare la memoria su quello che può succedere quando un solo uomo riesce a prendere il potere e a tenere in scacco milioni di persone.

Presidente Mao… le tue parole di cui ero impregnato e che declamavo con orgoglio… il tuo volto che ho disegnato e dipinto così tante volte… che cos’avevi fatto di me? Di noi? [Una storia cinese, L. Kunwu, P. Ôtié, trad. G. Zucca]

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Per approfondire la storia cinese, leggi anche la mia recensione al romanzo Cigni selvatici. Tre figlie della Cina di Jung Chang (TEA)

Giovanni Falcone | Cose di Cosa Nostra

Non sempre quando si fa pulizia negli scaffali dei genitori ci si annoia. Anzi. A volte si possono fare delle piacevoli scoperte. Mentre sistemavo i libri di scuola appartenuti a mio padre, ecco che spunta questo libretto snello e compatto, un’edizione del 1992. Ovviamente, so chi era Giovanni Falcone: il suo nome resta indissolubilmente legato a quello di Paolo Borsellino, due uomini che hanno combattuto strenuamente contro la mafia, tanto da rimetterci la loro stessa vita.

Poso il piumino della polvere e sistemo i libri scolastici in fretta e furia. Inizio a leggere il saggio di Falcone – scritto in collaborazione con Marcelle Padovani. E in poche righe mi sembra che Giovanni si qui, a fianco a me, a raccontarmi questa storia.

Titolo: Cose di Cosa Nostra

L’autore: Giovanni Falcone (Palermo 1939 – Capaci 1992) è stato un magistrato italiano. Fu assassinato con la moglie Francesca Morvillo e alcuni uomini della scorta nella strage di Capaci ad opera di Cosa Nostra. Assieme all’amico e collega Paolo Borsellino è considerato uno fra gli eroi simbolo della lotta alla mafia in Italia e a livello internazionale.

L’autrice: Marcelle Padovani è una giornalista francese.

Editore: Rizzoli

Il mio commento: sì perché è una storia recente che ci appartiene e che non è ancora chiusa

Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non di dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.

Tutte le volte che vedo la foto che ho postato qui sopra, mi vengono le lacrime agli occhi. Giovanni e Paolo, colleghi di lavoro e amici nella vita, due uomini siciliani che avevano un progetto in comune: smascherare e arrestare tutti i componenti di Cosa Nostra. Sin dagli anni del pool antimafia costituito da Rocco Chinnici (lui stesso ucciso da Cosa Nostra), i due si trovano a lavorare fianco a fianco, e continueranno fino alla fine, fin quando per loro era impossibile uscire di casa senza una scorta armata.

Dal 1983 fino al 1992 Falcone e Borsellino, assieme ad altri magistrati del pool, lavorano assiduamente e pian piano iniziano a scoprire un metodo per parlalre con i pentiti e a reperire fondi per alimentari le indagini. Il loro durissimo lavoro li porta a quello che la stampa soprannominò il Maxiprocesso di Palermo, iniziato nel 1986 e terminato con la sentenza finale il 30 gennaio 1992. A detta della stampa, questo fu il processo con il maggior numero di imputati di tutta la storia dell’umanità; gli imputati erano 475, gli avvocati 200. Alla fine vennero dati da scontare 19 ergastoli e pene per circa 2665 anni di prigionia.

Il libro è suddiviso in sei capitoli – sei interviste che la Padovani ha condotto a Falcone – nei quali si parla del loro metodo, delle loro scoperte, dei pentiti, del maxiprocesso e dell’attentato fallito del 1989. La scrittura è decisamente scorrevole e gli argomenti sono molto interessanti.

Penso che sia importante conoscere questi aspetti della nostra storia recente. I fatti narrati nel libro sono accaduti soltano 20 anni fa, e oggi se ne risentono ancora le conseguenze. Questo dovrebbe essere un libro da leggere nelle scuole, con l’aiuto degli insegnanti o di associazioni come “Libera” per far capire ai ragazzi l’importanza di chi ha combattuto e ha perso la vita per i suoi ideali.

Laura Boldrini | Solo le montagne non si incontrano mai

Questo romanzo era sullo scaffale della biblioteca e ricordando di aver sentito la storia di Murayo alla trasmissione “Chi l’ha visto?” ho deciso di prenderlo in prestito e leggerlo. Immaginavo fosse un polpettone sulla storia della ragazza somala e sull’incontro con il padre,  anzi a dirla tutta, non pensavo nemmeno che sarei arrivata alla fine della storia. E invece… non si giudica un libro dalla copertina, né una storia prima di averla letta, ma soprattutto non si giudica una persona prima di averla “conosciuta”. Anche se purtroppo non conoscerò mai di persona Laura Boldrini, che grazie a questo romanzo ho rivalutato come una donna straordinaria.

Titolo: Solo le montagne non si incontrano mai

L’autrice: Laura Boldrini (Macerata, 28 aprile 1961) è una giornalista, funzionaria e politica italiana, dal 16 marzo 2013 è Presidente della Camera dei Deputati della XVIII legislatura. Dal 1998 al 2012 ha ricoperto l’incarico di portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR, Regional Representation Southern Europe)

Editore: Rizzoli

Il mio consiglio: sì, perchè la storia è scritta in modo scorrevole e interessante e la vicenda narrata è decisamente coinvolgente

Questo è un romanzo bellissimo sulla speranza – mai perduta – di ritrovare una figlia scomparsa, sulla diversità tra culture e sulla dimostrazione che comunque possono convivere. Scritto da Laura Boldrini, da sempre impegnata ad aiutare i più deboli, questo romanzo non solo racconta la storia di Murayo e dei suoi ‘due’ papà, ma per me è anche stata occasione per avere qualche notizia sulla drammatica storia della Somalia e sulla situazione del più grande campo profughi al mondo, quello di Dadaab.
Grazie a questo romanzo ho rivalutato la figura di Laura Boldrini e sono rimasta piacevolmente ammirata nell’apprendere quanto davvero questa straordinaria donna fa per chi ha bisogno.

“Solo le montagne non si incontrano mai” lo scrive un uomo in una lettera indirizzata alla figlia che non vede da vent’anni. Questo romanzo è la storia di una ragazza somala che a causa di particolari circostanze si ritrova ad avere due padri. Murayo nasce in Somalia alla fine degli anni ’80, ma ben presto la sfortuna si abbatte sulla sua famiglia: muore infatti la madre e una sanguinosa guerra civile infuoca il suo paese e lei si ritrova a dover fuggire. La cagionevole salute di Murayo fa sì che il padre debba lasciarla in un ospedale militare italiano, affinchè venga assistita, poichè senza cure la bimba sarebbe destinata a morire. Improvvisamente, la situazione somala precipita ancora, la famiglia di Murayo si ritrova nel pieno di una vera e propria crisi umanitaria, e così anche il contingente italiano impegnato in Somalia ha l’ordine di rintrare. Il padre di Murayo a causa delle difficoltà logistiche non riesce a raggiungere in tempo l’ospedale italiano e quando vi arriva questo è già stato smantellato e di Murayo nessuna traccia.
Murayo viene adottata da un militare italiano, e dopo una breve tappa a Novara (in Piemonte) si stabilisce con la nuova famiglia a Piazza Armerina (in Sicilia).
Il vero padre di Murayo non si dà pace. Cerca la figlia ogni giorno e lo fa per vent’anni, ma il pover padre di Murayo non può uscire dal grande campo di Dadaab, in Kenya, dove vi risiedono circa 500.000 profughi somali.
Un colpo di fortuna e due ricercatrici inglesi, conducendo una ricerca proprio a Dadaab, apprendono la storia di questo padre distrutto e scrivono al programma TV italiano Chi l’ha visto?, riuscendo a trovare Murayo.

Laura Boldrini viene chiamata da Federica Sciarelli di Chi l’ha visto? e si occupa di accompagnare Murayo in Africa.
Murayo si scontra con una civiltà diversa da quella dove è stata cresciuta. Adottata all’età di 8 anni Murayo ha pochissimi ricordi dell’Africa e certe scoperte la scuotono nel profondo dell’animo. Apprendere l’analfabetismo femminile, per esempio, per lei iscritta all’università, è sconcertante; come lo è anche scoprire che la sorella Ambyo ha subito una tremenda e rituale mutilazione genitale e oggi ha già 5 figlie benchè abbia solo 25 anni.
Il padre di Murayo non vuole riportare la figlia in Africa, non gli interessa che sia stata battezzata, che sia diventata cattolica, che non porti il chador e che non conosca una parola di somalo; per il padre di Murayo quel che conta è che la figlia stia bene in Sicilia, sia viva, e che lo perdoni per non essere arrivato in tempo all’ospedale a prenderla.

Susan Vreeland | La passione di Artemisia

Alzo la testa tra la foresta di quadri ospiti della Galleria Palatina a Palazzo Pitti. Dopo due giorni di immersione totale nell’arte, dopo aver visitato Palazzo Vecchio, gli Uffizi, il Museo della Scienza, ecco che mi trovo in una delle più straordinarie gallerie d’arte del mondo. Alzo la testa e cammino in quelle enormi stanze fresche, dai pavimenti di marmo e con le ampie finestre che si affacciano sul magnifico giardino dei Boboli. Le opere qui conservate sono tantissime, quasi impossibile ricordarle tutte e dare a loro la giusta attenzione; ma una in particolare colpisce per la sua realtà, la sua luce, i tratti ben definiti, i colori smaglianti: è Giuditta con la sua ancella. L’eroina e l’ancella si voltano verso destra, dove l’osservatore del quadro non sa cosa c’è, ma lo può immaginare. Nel cesto spunta la testa di Oloferne e la spada che ha appena decapitato il tiranno, è appoggiata sensualmente sulla spalla scoperta di Giuditta. È un dipinto di Artemisia Gentileschi, donna pittrice vissuta nel Seicento, un’epoca ostile alle donne in generale, soprattutto se emancipate come lei.

Titolo: La passione di Artemisia

L’autrice: Susan Vreeland, è una scrittrice americana, vive a San Diego e i suoi romanzi sono pubblicati in italiano dall’Editore Neri Pozza

Editore: Neri Pozza (Collezione Beat)

Il mio consiglio: irrinunciabile agli appassionati di arte

“Sei stato il mio maestro”
“Sì. Ti ho insegnato a soffrire.”
“Mi hai insegnato a vivere e a usare la mia immaginazione. Mi hai risparmiato una vita di scampagnate e di ricami”.

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Questo è il dialogo che Susan Vreeland immagina svolgersi tra Artemisia Gentileschi e il padre Orazio, dialogo che fa da preludio alla loro riconciliazione, dopo quasi trent’anni di attriti.
In questo magnifico romanzo la Vreeland ci racconta la vita straordinaria di una delle pochissime pittrici donne, la prima pittrice ammessa nell’Accademia del Disegno a Firenze, e ci conduce attraverso le seicentesche Roma, Firenze, Genova e Napoli (città che ho visitato e amato, soprattutto Firenze).

Il romanzo narra la vita di Artemisia, dagli esordi alla maturità. Inizia in modo cruento, ripercorrendo le tappe del processo alla quale Artemisia partecipa in veste di vittima, anche se al tribunale pare che la colpevole sia lei. Artemisia è stata ripetutamente violata da Agostino Tassi, un amico del padre, ma la corte sembra quasi voler colpevole Artemisia perchè ‘ha provocato lei Agostino’.
Orazio per evitare scandali ulteriori che potrebbero macchiare la sua carriera di pittore, trova un marito per Artemisia ed essa si trasferisce a Firenze.
Iniziano gli anni fiorentini, fatti di commissioni per i Medici, l’ingresso in Accademia, la nascita della figlia Palmira e l’amicizia con Galileo Galilei. Ma sono anche anni difficili, perchè scopre che il marito ha molte amanti, tra cui una delle sue modelle.
La bravura di Artemisia si diffonde fino alla lontana Genova, dove un mecenate la chiama al suo palazzo, dove per qualche anno Artemisia e la figlia vivranno, dipingendo per Cesare Gentile.
Ma da Genova Artemisia deve presto fuggire: suo padre Orazio è nella stessa città, che attende l’amico Agostino, l’uomo che aveva stuprato Artemisia. Così fugge a Venezia e infine approda nuovamente a Roma, dove però molti ricordano ancora il suo processo e l’avvenimento drammatico successo anni prima. Così infine Artemisia si stabilisce a Napoli, dove lavora a nuovi dipinti. Il padre Orazio lavora e vive in Inghilterra e chiama Artemisia con lui, per aiutarlo a finire di dipingere dei pannelli per un soffitto. Artemisia, divorata dall’indecisione, ci va dopo aver partecipato alle nozze di sua figlia Palmira con un signore locale. Arrivata in Inghilterra, trova suo padre molto debole e malato, e spinta dalla compassione dipinge con lui e arriva finalmente a perdonarlo.

Malala Yousafzai | Io sono Malala

L’anno scorso per la prima volta ho sentito parlare di Malala Yousafzai. L’edizione online de La Stampa aveva dedicato un articolo all’attentato avvenuto sullo scuolabus di un piccolo paese pakistano facente parte della provincia dello Swat. Si contavano tre ragazzine ferite, la più grave era Malala Yousafzai. “Chi è Malala? Mi sono chiesta, perchè così tanto scalpore per lei?” La notizia mi aveva colpito e nei giorni seguenti avevo seguito gli sviluppi dell’attentato. Attraverso i quotidiani online conoscevo per la prima volta la piccola Malala, quella studentessa coraggiosa che aveva avuto il coraggio di alzare la voce contro i talebani; lottando per giorni tra la vita e la morte, mentre il resto del mondo pregava per lei implorando le loro rispettive Divinità, Malala nonostante le difficoltà, i pericoli e i dolori, non si è arresa. Oggi vive in Inghilterra con la sua famiglia e quella che racconta con la giornalista Christina Lamb è la sua storia.

Titolo: Io sono Malala

Le autrici: Malala Yousafzai è nata a Mingora il 12 luglio 1997, ed è una studentessa e  attivista pakistana; Christina Lamb è una giornalista inglese.

Editore: Rizzoli

Il mio consiglio: sì perchè il diritto allo studio è sacrosanto per ogni bambino e bambina del mondo e deve essere rispettato per tutti, in tutti i Paesi. Malala è un grande esempio di coraggio ed è un modello per tutti noi.

Pensavamo che i talebani potevano prendersi le nostre penne e i nostri libri, ma non potevano impedire alle nostre teste di pensare.

Chi è Malala?
È questa la domanda che pone un talebano, con un fucile tra le mani, mentre salta sul furgoncino carico di ragazze dirette da casa dopo la scuola.
Le ragazze sono tutte terrorizzate e Malala non ha il tempo di aprir bocca per ribattere quando un proiettile la colpisce in volto. Altre due ragazze rimarranno ferite nell’attentato.
Già, ma chi è Malala? A questa semplice domanda ci sarebbe molto da scrivere, anche se parecchio sulla sua vita è già stato scritto. Nel romanzo biografia scritto da lei stessa con la collaborazione di Christina Lamb, Malala racconta in modo preciso e scorrevole la sua vita, le sue idee, il giorno dell’attentato e la sua lunga e dolorosa guarigione. Sì, perché Malala nonostante l’aggressione è sopravvissuta, ed è più decisa che mai a portare a termine la sua missione.
Malala è nata nel distretto dello Swat, una zona nel profondo nord del Pakistan, un luogo dalle bellezze naturali incantevoli ma dai problemi politici non da poco. Il Pakistan è quello stato nato solo nel 1947, ma con alle spalle diversi attentati dei loro governanti e dittature militari. Senza contare l’arrivo dei talebani attraverso i passi montuosi che confinano con l’Afghanistan, i quali hanno portato solo morte, distruzione e ignoranza.
Malala cresce nella scuola privata fondata da suo padre: lei ama studiare ed essere sempre la prima della classe. Grazie al padre, noto attivista per i diritti umani e per la difesa dell’ambiente, Malala si avvicina al mondo della politica tanto che condivide appieno molte idee del padre, e col tempo le matura, le elabora e le fa sue.
Il terreno su cui cresce Malala è spesso faticoso e sterile: il governo è quasi assente, causa i continui cambiamenti nella scena politica e i personaggi corrotti fino al midollo; le catastrofi naturali devastano quelle zone già povere, come alluvioni e dei grandi terremoti; l’esercito è presente ma spesso abusa dei suoi poteri; dal vicino Afghanistan, ecco i talebani che arrivano dopo l’11 settembre e conquistano il cuore della gente che segue Radio Mullah, per poi iniziare la loro opera di morte e devastazione; e infine gli americani, alleati con il Pakistan durante la guerra in Afghanistan a volte sbagliano bersaglio e colpiscono i pakistani con i droni causando centinaia di morti.
Ma Malala non cambia mai idea, è ferrea: lei desidera che ogni bambino e bambina della sua terra possa andare a scuola, perché ogni bambino ha un potenziale immenso e ha diritto ad una chance per cambiare il suo mondo. Quando i talebani si impongono nello Swat e a Mingora, la città di Malala, iniziano a dettare legge e ad obbligare le bambine a non frequentare più le scuole. Ma di nuovo, Malala e suo padre non si arrendono: anzi, iniziano le interviste per i giornali locali, ma presto l’attivismo di Malala e suo padre fa il giro del Pakistan. Addirittura Malala apre un blog in urdu – una delle lingue ufficiali del Pakistan – per la BBC nel quale racconta la sua quotidianità.
Nel 2009 l’esercito riesce a scacciare i talebani dallo Swat, ma in verità essi non sono andati via davvero; continuano a tramare nell’ombra e a far saltare scuole, ad uccidere persone reputate “immorali” o “infedeli” e continuano ad odiare Malala perché lei ora è famosa e nei discorsi pubblici cerca di spiegare alla gente quanto un libro e una penna siano più importanti delle armi. Il Pakistan si salverà e potrà crescere solo con un popolo istruito.
E così si arriva al 9 ottobre del 2012, il giorno dell’attentato. Malala viene portata a Peshawar in un ospedale militare, ma la sua situazione è gravissima e si decide per il suo trasferimento in Inghilterra dove verrà operata nuovamente e poi dimessa.
Oggi Malala vive con la sua famiglia in Inghilterra e lei e il padre continuano la missione per garantire un’istruzione a tutti i bambini del mondo.
Ciò che di più mi ha colpito della storia di Malala e la sua famiglia è che esistono persone che con il loro coraggio hanno voglia di cambiare il mondo e la vita di migliaia di bambini ai quali attualmente l’istruzione è preclusa. Sono persone come queste che si conquistano un posto nella Storia, senza usare armi come i talebani o gli eserciti. Per loro sono sufficienti un libro e una penna.