Isaac Bashevis Singer | Nemici. Una storia d’amore

Lui intanto rifletteva su come fosse fantastico essere in America, in un paese libero, senza la paura dei nazisti, della polizia segreta russa, delle guardie di confine, degli informatori. Non aveva nemmeno portato con sé la carta di identità. Negli Stati Uniti non chiedevano i documenti a nessuno. Però non riusciva a dimenticare che in una strada tra Mermaid e Neptune Avenue Jadwiga lo stava aspettando (…) Quelle donne avevano diritti legittimi su di lui, non se ne sarebbe mai liberato [Nemici. Una storia d’amore, Isaac B. Singer, trad. M. Morpurgo]

Coney Island, anni Quaranta. Herman si sveglia nel suo asettico appartamento newyorkese, la sua seconda moglie Jadwiga lo attende in cucina con la colazione pronta e la tavola apparecchiata. Herman è un ebreo polacco, scampato ai nazisti proprio grazie a Jadwiga, la contadina polacca che lo ha tenuto nascosto nel fienile dei suoi padroni per tre lunghi anni.

Herman, una volta terminata la guerra, ha immediatamente fatto richiesta per entrare in America, il grande paese che ai suoi occhi da profugo polacco appariva come il migliore al mondo. Tamara, la prima moglie di Herman, è morta in un campo di concentramento, assieme ai loro due figli piccoli. Così, Herman ha deciso di ricominciare dall’America, riprendere tutto daccapo, compreso un nuovo matrimonio, con la donna polacca che lo ha salvato dalla furia dei nazisti.

Ma Herman, mentre era in Germania in attesa di imbarcarsi sul piroscafo che avrebbe portato lui e la nuova consorte in America, conosce Masha. Masha è una donna volitiva, capricciosa, ma tosta: è sopravvissuta ai campi di lavoro nazisti e anche lei ha tutte le migliori intenzioni per ricominciare da zero negli Stati Uniti.

Herman perde la testa per Masha, che diventa la sua amante. In America, Herman trova uno squallido lavoro presso un avido rabbino: Herman è il suo ghostwriter, ma per fare la spola tra Coney Islanda, dove vive, e il Bronx, dove vive la sua amante Masha, Herman spiega alla moglie Jadwiga che vende anche i libri del rabbino in giro per la costa orientale.

Così, Herman inizia la sua doppia vita, un’esistenza costellata di continue menzogne alla moglie Jadwiga e dei capricci di Masha, che si dimostra una donna prepotente, gelosa e volubile.

Mentre Herman si districa tra bugie e verità, tra lunghi viaggi tra Coney Island e il Bronx, tra le sgridate del rabbino e le scenate di Masha, un giorno riceve una telefonata da un lontano parente. C’è un’importante novità per Herman: la donna che lui credeva morta, la prima moglie ebrea Tamara, pare che sia viva e sembra proprio che sia a New York.

Nella tristezza si consuma la mia vita e i miei anni tra i sospiri, vien meno per mia colpa la mia forza e si consumano le mie ossa. Sono diventato un obbrobrio per tutti i miei nemici, una cosa spregevole per i miei vicini, e il terrore dei miei conoscenti [Nemici. Una storia d’amore, Isaac B. Singer, trad. M. Morpurgo]

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Skyline di New York (fonte: Wikipedia)

Nemici. Una storia d’amore” di Isaac Bashevis Singer (trad. M. Morpurgo, Adelphi) è il primo romanzo del premio Nobel per la Letteratura Isaac B. Singer che ho il piacere di leggere. Ciò che più di ogni altra cosa mi ha colpita, della penna di Isaac B. Singer, è la capacità di condurre il lettore nel cuore della storia. Qui, in questo romanzo, non si tratta solo di leggere belle descrizioni di luoghi o persone: in “Nemici. Una storia d’amore” si ha la vera sensazione di vivere la storia, perché essendo narrato in terza persona Singer illustra ed esprime in estremo dettaglio i pensieri, le paure, le gioie e le delusioni di tutti i suoi personaggi.

Ho apprezzato i numerosi rimandi alla cultura ebraica, presenti sottoforma di festività, prescrizioni sulla dieta e sulla vita quoditiana; al fondo del libro si trova un glossario molto interessante per approfondire o lasciarsi incuriosire dalla cultura ebraica, che è particolarmente complessa ma molto affascinante.

Ho amato parecchio le riflessioni su ciò che ha colpito e cambiato in modo irreparabile i protagonisti: la Seconda Guerra Mondiale e le sue dirette conseguenze, primo su tutti l’Olocausto, la morte di milioni di persone innocenti. E spesso i protagonisti riflettono sulla condizione di sopravvissutto e sulla vergogna di avercela fatta mentre parenti, amici e conoscenti sono spirati dopo numerosi stenti nei campi o durante le lunghe marce della morte.

Ognuno di loro ha incubi e preoccupazioni, ma le menti sono occupate sempre dai nazisti. Per Herman, i nazisti sono coloro che lo hanno costretto a vivere per tre anni nascosto in un fienile; per Jadwiga, cristiana al momento della Guerra, i nazisti sono stati coloro che le hanno fatto rischiare la vita quotidianamente per tenere nascosto Herman, l’ebreo. Per Masha i nazisti e i russi solo coloro che le hanno fatto vivere l’orrore dei campi di concentramento e di lavoro; per Tamana i nazisti sono coloro che le hanno ucciso i figlioletti davanti ai suoi occhi.

Mi è piaciuto leggere come i profughi polacchi, nella persone di Herman, Jadwiga, Masha e Tamara, hanno reagito all’arrivo in America. Herman continua a vedere nazisti ovunque, li sogna e li teme come se non fosse mai uscito dalla Polonia; Jadwiga si rifiuta di imparare l’inglese, ma vuole avvicinarsi alla cultura ebraica; Masha lavora in una tavola calda, vorrebbe lasciarsi alle spalle l’orrore ma non riesce, perché ciò che ha vissuto non è possibile che venga dimenticato; infine Tamara, la donna che in Polonia ha lasciato tutta la sua vita, i suoi figli, e per lei l’America è un posto come un altro.

Ciò che ho apprezzato meno, invece, è a tratti la lentezza della storia e i momenti in cui sembrava che, pagine dopo pagine, gli eventi si ripetessero nello stesso modo e che le vicende non procedessero. Le menzone di Herman si ripetevano spesso; talvolta i capricci di Masha erano davvero esagerati; ho provato pena per Jadwiga, la seconda moglie tradita e trattata come un’idiota da Herman. Herman stesso in certi punti mi ha irritato con la sua incapacità di prendere in mano la situazione e di decidere cosa fare per sistemare i guai originatisi a causa delle sue bugie.

Nel complesso lo giudico un buon romanzo, in particolare per l’approfondimento sulla condizione di profughi europei in America, sulla cultura ebraica e sulle riflessione storiche sulla Shoah.

Titolo: Nemici. Una storia d’amore
Autore: Isaac Bashevis Singer
Traduzione dall’inglese: Marina Morpurgo
Editore: Adelphi
Perché leggerlo: è un buon romanzo, in particolare per l’approfondimento sulla condizione di profughi europei in America, sulla cultura ebraica e sulle riflessione storiche sulla Shoah

 

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Patrick Modiano | Incidente notturno

I ricordi che ho di Parigi sono molto preziosi e ad alcuni di loro ci sono davvero affezionata. I mandarini mangiati nella soffitta del Marais dove alloggiavo mentre fuori pioveva, le luci riflesse sulla Senna, l’emozione di vedere “La colazione sull’erba” di Eduard Manet al Museo dell’Orsay e la grande ruota panoramica in Place de la Concorde.

Leggere “Incidente notturno” di Patrick Modiano (Einaudi, 115 pagine, 17,50 euro) mi ha permesso di ritornare a Parigi con i ricordi, facendomi riaffiorare qualche dettaglio che credevo di aver perso mentre era solo ripiegato in profondità nelle pieghe della memoria.

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Titolo: Incidente notturno

L’Autore: Patrick Modiano è nato nel 1945 a Boulogne-Billancourt. Autore di numerosi romanzi e racconti, nel 1978 si aggiudicò il Premio Goncourt. Nell’ottobre del 2014 l’Accademia svedese gli conferì il Premio Nobel per la Letteratura.

Traduzione: Emmanuelle Caillat

Editore: Einaudi

Il mio consiglio: un buon libro per chi vuole provare l’emozione di lasciarsi guidare dalle parole e dalle descrizioni dell’inedita Parigi di Modiano

Lungo i portici mi sembrava di tornare all’aria aperta. A sinistra il palazzo del Louvre, e subito dopo le Tuileries della mia infanzia. Man mano che mi fossi avvicinato alla Concorde, avrei tentato di intuire cosa ci fosse nel buio, dietro la cancellata del giardino: la prima vasca, il teatro all’aperto, la giostra, la seconda vasca… Ora mi bastavano pochi passi per respirare l’aria d’alto mare (…) Quella notte la città era più misteriosa del solito. E poi non avevo mai avvertito un silenzio così profondo attorno a me. Nemmeno un’auto. Poco dopo avrei attraversato place de la Concorde, senza preoccuparmi dei semafosi rossi o verdi, come si attraversa una prateria. Sì, ero di nuovo in un sogno, ma più sereno di quello di prima alle Calanques. Proprio mentre raggiungevo place des Pyramides è sbucata fuori l’auto, e quando ho avvertito quel dolore alla gamba ho pensato che stavo per svegliarmi. [Patrick Modiano, Incidente notturno, trad. E. Caillat, citazione pagine 62-63]

Il protagonista del romanzo di Patrick Modiano è un ragazzo giovane che una notte mentre attraversa place de la Concorde viene investito da una Fiat color acquamarina. L’incidente non è grave, né per la vittima dell’investimento né per la conducente. I due vengono trasportati all’ospedale Hotel-Dieu, ma poi la donna scompare mentre il ragazzo viene trasferito in una clinica privata.

Una volta dimesso, il ragazzo vuole cercare la donna che l’ha investito perché gli ricorda una persona che aveva già incontrato in passato. Infatti, questo non è stato il primo incidente occorso al giovane protagonista: era già stato investito una volta fuori dalla scuola elementare, e a soccorrerlo anche quella volta gli pare che ci fosse la stessa donna dell’incidente di place de la Concorde.

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“Quella notte la città era più misteriosa del solito” (foto: Claudia)

Di ritorno in albergo ho chiamato il servizio informazioni per sapere il numero di telefono di Jaqueline Beausergent, square de l’Alboni. Sconosciuta a tutti i civici di quell’indirizzo. La mia camera mi è sembrata più piccola del solito, come se la ritrovassi dopo diversi anni di assenza o addirittura ci avessi abitato in una vita precedente. Era mai possibile che l’incidente dell’altra notte avesse provocato una simile frattura nella mia esistenza, e che oramai ci fossero un prima e un dopo? [Patrick Modiano, Incidente notturno, trad. E. Caillat, citazione pagine 69]

La frattura nell’esistenza del giovane è dovuta allo choc che lo ha risvegliato, mentre camminava nella nebbia della sua mente, l’incidente diventa quindi “uno degli avvenimenti più determinanti della mia vita. Un richiamo all’ordine“.

Nel romanzo “Incidente notturno“, scritto da Modiano nel 2003 e tradotto solo quest’anno in italiano, si trovano tutti i temi cari e tipici dell’Autore francese: la memoria, il ricordo e la ricerca, il tutto sullo sfondo di una Parigi quasi sempre notturna e misteriosa. Una città tutto sommato “piccola”, dato che Parigi è grande ma si possono incontrare spesso gli stessi visi. Il protagonista cammina per Parigi, da place du Louvre fino alle Porte di Orleand, alla ricerca non solo della donna che lo ha investito ma anche alla ricerca di un pezzo di sé, dei suoi ricordi che credeva perduti.

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Gabriel Garcia Marquez | Dodici racconti raminghi

Mi ritrovo in biblioteca di fronte allo scaffale degli autori sudamericani e decido di leggerne uno per aggiungere un nuovo Paese al mio progetto del giro del monto attraverso i libri. La scelta cade sulla Colombia e con Marquez ho solo l’imbarazzo della scelta. Scelgo, però, come prima lettura, una raccolta di racconti. Seguirà un commento entusiasta e certamente continuerò la lettura del Nobel colombiano con dei romanzi.

Titolo: Dodici racconti raminghi

L’Autore: Gabriel Garcia Marquez, soprannominato Gabo, nacque ad Aracata nel 1927 e morì a Città del Messico nel 2014. Fu uno scrittore, giornalista e saggista colombiano, insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1982. Tra i maggiori scrittori in lingua spagnola, Garcia Marquez è considerato uno dei più importanti esponenti del realismo magico, e grazie ai suoi scritti Gabo ha rilanciato l’interesse per la letteratura latinoamericana

Traduzione: Angelo Morino

Editore: Mondadori

Il mio consiglio: sì, addentratevi nella magia della scrittura di Gabo, non ve ne pentirete

Lo spirito sociale, il calore umano che le aveva permesso di sopravvivere alle prime nostalgie nel sopore del tropico, erano scomparsi. Gli amori eterni d’altomare finivano alla vista del porto. La signora Prudencia Linero, che non conosceva la natura volubile degli italiani, pensò che il male non stava nel cuore degli altri ma nel suo, perché lei era l’unica che andava tra la folla che tornava. Così devono essere tutti i viaggi, pensò, sentendo per la prima volta nella vita la fitta dell’essere straniera, mentre contemplava da bordo le vestigia di tanti mondi estinti in fondo all’acqua. [Diciassette inglesi avvelenati, citazione pagina 128]

Aprire un libro di Gabriel Garcia Marquez è come entrare in un mondo magico, è come essere risucchiati da eventi incredibili e fantastici, ma che siamo disposti a credere che siano successi davvero. Nella racconta Dodici racconti raminghi, l’Autore ci conduce tra il Sudamerica e l’Europa, assieme a personaggi surreali quanto particolari.

Saliamo su trasatlantici che da Buenos Aires sbarcano immigrati a Napoli, prendiamo aerei da Parigi durante una bufera di neve, arriviamo in una soffocante Barcellona in estate, attraversiamo la frontiera con la Francia a bordo di un’automobile di lusso e passeggiamo per Roma assieme ad un uomo che vuole avere a tutti i costi un’udienza con il Papa.

In questo turbinio di luoghi, personaggi, avvenimenti, descrizioni il lettore resta a bocca aperta mentre legge, incredulo ma disposto a lasciarsi andare dalla magia della penna di Gabo. I racconti, come scrive Gabo stesso nella premessa, sono stati scritti e lasciati nel cassetto per molti anni, prima che lui si decidesse a dar loro la luce; li  definisce raminghi perché scritti in anni e città diverse, scritti lontani tra di loro, così disomogenei che sembra quasi incredibile leggerli tutti assieme in una raccolta sola, senza un apparente filo logico che li unisca.

Per riscriverli o cwww.inmondadori.itorreggerli, dopo così tanto tempo, Marquez si recò nuovamente in tutte le città dove li aveva ambientati, per assaporare ancora una volta i profumi dei luoghi e per vedere se i suoi ricordi erano corretti o sbaditi.

Alcuni racconti mi hanno colpita in modo particolare, tanto da rileggerli subito per apprezzare al meglio alcune sfumature che magari mi erano sfuggite, proprio come i colori e i profumi delle città descritte da Gabo. Il genere del racconto solitamente mi piace molto, anche se – come ricorda Marquez – non è facile da scrivere, anzi, è più difficile di un romanzo.

Concentrare tutto ciò che l’autore vuole dire in poche pagine, non è un’arte di tutti gli scrittori; ciò che mi è piaciuto nei Dodici racconti raminghi, sono i finali di quelle storie che terminavano con una sorpresa o un evento che non mi aspettavo, e ho apprezzato molto la magia sudamericana che permea costantemente le pagine e lo stile poetico e sognante che caratterizza la penna di Gabo.

Gabriel Garcia Marquez è un Autore che mi ha sempre affascinata e ne ho sempre rimandato la lettura: ora che mi sono immersa nella sua scrittura, anche se molto poco, ho deciso di proseguirne la lettura e vedrete presto ampliata la sezione “Letteratura colombiana“.

Albert Camus | Riflessioni sulla pena di morte

Ho deciso di leggere “Riflessioni sulla pena di morte“, un saggio breve dell’autore francese Albert Camus, sia per la mia sfida personale “Un classico al mese” sia perché di recente ho letto una notizia su un quotidiano che mi ha sconvolta.

E’ infatti di pochi giorni fa la notizia della atroce morte di Clayton D. Lockett, detenuto in Oklaoma nel braccio della morte e ucciso con la tristemente nota iniezione letale; Lockett è stato condannato a morte per aver ucciso nel 1999 una ragazza e questi ultimi quindici anni li ha attesi nel braccio della morte, pensando ogni giorno alla sua condanna definitiva. Ma qualcosa durante la sua esecuzione è andato storto. Lockett è morto dopo atroci dolori perché oggigiorno i farmaci coi quali si prepara il mix letale non sono “testati” e quindi non si che effetto possano fare. Lockett è morto per arresto cardiaco non prima di aver avuto crisi epilettiche e convulsioni.

Titolo: Riflessioni sulla pena di morte

L’autore: Alber Camus (Mondovì, 1913- Villeblevin, 1960) è stato un filosofo, saggista, scrittore e drammaturgo francese. Nel 1957 è stato insignito del prestigioso Premio Nobel per la Letteratura.

Editore: SE Collana Piccola Enciclopedia

Il mio consiglio: per chi vuole approfondire la questione della pena di morte e per chi vuole farsi un’idea in merito

[la società] Si arroga il diritto di selezionare, quasi fosse ella stessa la natura, e di aggiungere sofferenze immense all’eliminazione, quasi fosse un dio redentore. Affermare che un uomo deve essere assolutamente radiato dalla società in quanto assolutamente malvagio, equivale a dire che la società è assolutamente buona, e nessuna persona sensata può crederlo oggi. Non lo si crederà, e si penserà più facilmente il contrario. La nostra società è diventata così malvagia e criminale perché ha eretto se stessa a fine ultimo, e non ha rispettato più nulla all’infuori della propria conservazione, o della propria riuscita nella storia. Desacralizzata lo è, questo è certo. Ma già dal diciannovesimo secolo ha cominciato a costituirsi un surrogato di religione, proponendo se stessa come oggetto di adorazione.

Ho aperto il mio commento con un’immagine di Amnesty International, l’organizzazione mondiale che si occupa principalmente di diritti umani. Secondo il loro rapporto, nel 2013 le condanne a morte nel mondo sono state 778, +15% rispetto al 2012 (fonte: Amnesty International). L’ONG non ha comunque chiaro il dato sulla Cina poiché le autorità di Pechino non divulgano dati ufficiali, si tratta di una stima approssimativa.

Spesso, anche in un paese piccolo come il mio, sento dire la frase: “Ecco, vedi, per quello ci andrebbe la pena di morte” oppure “Se ci fosse la pena di morte vedi che i pedofili non ci sarebbero più!”.

In realtà, se vogliamo dirla tutta – anzi, lo dice Camus – sin dai tempi della legge mosaica o del taglione, benché ci siano punizioni corporali (occhio per occhio, dente per dente) i criminali ci sono sempre stati. Estirpare il crimine – quale esso sia, dal “semplice” furto all’omicidio – non serve adottare la pena di morte. Questo è ciò che sostiene Camus nel suo saggio.

Camus scrive questo saggio principalmente per i suoi conterranei francesi, che nel 1957 anno della stesura del saggio, praticavano ancora la pena di morte (la pena di morte in Francia è stata abolita solo nel 1981, benché tra gli anni 1984 – 1995 molti politici emanavano leggi per reintrodurla! E rircordo che solo nel 2007 la Costituzione francese l’ha definitivamente esclusa allo scopo di rendere quasi impossibile la sua reintroduzione). Albert Camus era francese e si sa che i francesi durante la Rivoluzione di teste ne hanno fatte cadere tante, tantissime. Anche teste di innocenti, che sono stati ghigliottinati così giusto per mantenere vivo il cosiddetto “regime del terrore”.

Camus insiste molto su questo concetto, riflettete: uno Stato che condanna a morte un delinquente non diventa esso stesso un delinquente? E, potenzialmente, perché lo Stato può uccidere mentre un libero cittadino no? Così si arriva alla domanda principale di Camus: come può lo Stato si arrogarsi il diritto di decidere chi deve vivere e chi deve morire, sostituendosi quasi ad un Dio giustiziere e feroce?

Parliamo poi dei metodi usati per uccidere… Camus fa il focus sulla Francia, quindi parla sempre di ghigliottine, lame, teste che rotolano via dal patibolo mentre dalla carotide sprizza via il sangue sulle folle di invasati che vanno a vedere le esecuzioni. Ma nel mondo gli uomini si sono inventati metodi cruenti e sempre più crudeli: dalla sedia elettrica (famosa negli USA), alle impiccagioni, al rogo, alla lapidazione, le iniezioni letali, le fucilazioni, e molte altre che se uno si ferma a pensare non può che dire “ma sono umani come me, quelli che partoriscono queste idee?”.

Ma negli anni ’50 in Francia le esecuzioni non erano più pubblice come durante la Rivoluzione; allora che senso ha una punizione che non si vede? Può nel ladro o nello stupratore l’idea di essere decapitato far sì che si redima prima di compiere l’insano gesto? Camus pensa di no. Anche perché, l’autore dice che chi rimane impressionato dalla pena di morte sono quelle fasce della popolazione che sono più sensibili, non certo un delinquente!

Vi è poi tutta la questione sulla colpevolezza: signori della Giuria, siete davvero sicuri che il condannato sia colpevole? A questo proposito Camus ci racconta la storia di Burton Abbot, detenuto ucciso (in una camera a gas!) in California nel 1957. Se andate a leggere la sua storia, scoprirete che Abbot fu condannato per l’omicidio di una ragazzina, ma la mattina dell’esecuzione fu presentato un ricorso perché non era certa la sua colpevolezza; Abbot fu tratto fuori dalla camera a gas e i medici tentarono di rianimarlo: purtroppo, era troppo tardi. Ma Abbot era davvero colpevole?

Camus non è il tipo che propone lo “svuota-carceri” per tutti, ma propone come pena non la morte bensì i lavori forzati o il carcere a vita. Non pensa che tutti i criminali possano redermersi, anzi, ben pochi arrivano al pentimento. E Camus non è daccordo con giustificare e perdonare tutto (voi perdoneresti i gerarchi nazisti che si divertivano ad uccidere donne e bambini nei campi di concentramento? Io no). Camus propone delle pene comunque severe ma che diano la possibilità di uscirne, se si è innocenti, senza fare la fine del povero Burton Abbot.

Pensateci bene, voi che siete a favore della pena di morte: e se un giorno (Dio non voglia, ma pensateci) voi foste ingiustamente accusati di un crimine grave, magari pedofilia o omicidio? Pensate se foste costretti ingiustamente ad essere rinchiusi nel braccio della morte, in attesa del vostro boia, vestito di tutto punto e fischiettante, che arriva per azionare la sedia elettrica o porgere al medico la fatal siringa; pensate come ci si possa sentire per anni costretti a pensare ad un giorno in cui nella vostra vena verranno ineiettati strani farmaci, i cui effetti si conosceranno solo dopo la vostra morte. Pensate ai vostri amici e parenti, che dopo il vostro ingresso al braccio della morte faranno finta di non conoscervi. Pensate che starete soli, forse ingiustamente perché voi siete innocenti, starete soli giorno e notte pensando al giorno della vostra morte.

 

Yasunari Kawabata | La casa delle belle addormentate

Gli autori giapponesi ed io andiamo parecchio d’accordo. Ho iniziato a conoscere l’arte orientale al Museo di Arte Orientale di Torino e proprio al MAO ho comprato il primo libro scritto da autori nipponici: una raccolta di haiku. Gli haiku sono le poesie più brevi del mondo, alcune sono composte da meno di 7 parole! Mentre i nostri poeti italiani si perdevano nella prolissità, i giapponesi ricercavano l’essenza delle cose da descrivere con il minor numero di parole. Ma non pensate che questi haiku fossero delle schifezze, visto che sono cortissimi e noi italiani siamo abituati alle poesie di decine di pagine… Basta una parola, un verbo, un gesto ed ecco che scatta l’emozione.

Dopo gli haiku, ho letto Murakami Haruki, Natsumo Kirino, Banana Yoshimoto e altre raccolte di poesie. Ieri ho finito il romanzo breve di Kawabata. Se devo essere essenziale: anche questa volta non sono stata delusa.

Titolo: La casa delle belle addormentate

L’autore: Yasunari Kawabata (Osaka, 1899 – Zushi, 1972) è stato uno scrittore giapponese molto prolifico. E’ uno dei romanzieri nipponici più noti al mondo ed è stato il primo giapponese a vincere il prestigioso premio Nobel per la Letteratura nel 1968.

Editore: Mondadori

Il mio consiglio: ritengo sia giusto immergersi nella stranissima atmosfera della Casa delle belle addormentate

Ma la pienezza di una fanciulla non si può capire solo guardandola, solo giacendole quasi immobile accanto. Non la si può paragonare alla pienezza della camelia. Quello che la ragazza comunicava a Eguchi era il flusso della vita; era per un vecchio la vita ritrovata.

Eguchi è un uomo maturo che sotto consiglio di un amico inizia a frequentare una strana locanda; all’interno delle camere da letto vi sono delle ragazze, ma le regole sono molto chiare: gli ospiti della locanda potranno giacere accanto alle ragazze ma senza fare nulla con loro, perchè le ragazze sono addormentate da un potente narcotico. Le ragazze non sanno chi sia il vecchio o l’uomo che dorme loro accanto, come anche i vecchi non sanno neppure come si chiamano le ragazze.

Eguchi inizialmente vorrebbe violare le regole, toccando le ragazze verificando se la sua virilità funziona ancora. Ma man mano che il tempo passa, l’uomo decide di accettare la regola e non svegliare le ragazze. Eguchi prende dei sonniferi e cade addormentato accanto alle fanciulle. I dettagli delle ragazze – le unghie, il rossetto, il viso, il taglio degli occhi – concorrono a far sì che per Eguchi l’esperienza di questo sonno accanto a bellissime giovani sia un modo per ripensare al suo passato, in particolare alle donne del suo passato, dalla madre alla moglie, alle figlie alle sue amanti.

Il breve romanzo è essenziale ma intenso, l’atmosfera che si respira nella locanda è soffocante e ipnotica. E’ un buon romanzo, raffinato ma molto, molto particolare.

Poiché lei non apriva mai gli occhi, i vecchi non avvertivano nessun complesso di inferiorità per il proprio decadimento, veniva loro concessa illimitata libertà nelle fantasie e nei ricordi sessuali. E che le dormienti ignorassero tutto dei vecchi contribuiva alla loro serenità. E anch’essi ignoravano tutto delle ragazze, dalle loro condizioni di vita al loro carattere.

 

Selma Lagerlöf | L’anello rubato

Saranno le giornate che si accorciano, i tramonti infuocati tipiche di questa stagione, sarà il freddo pungente o la voglia di accoccolarsi sul divano con una tisana calda. O, semplicemente, saranno le offerte di IBS.it sugli ebook, fatto sta che finalmente ho letto un romanzo di Selma Lagerlöf. Ammetto di essere stata piuttosto curiosa nell’intraprendere la lettura di una ghost story scritta nel lontano 1925, da una ragazza svedese appassionata di saghe nordiche e di leggende struggenti. Ai tempi avevo già amato “Il fantasma dei Canterville” di Oscar Wilde, e conoscendo la mia passione per il nord europa, le aurore boreali e la mitologia della stirpe di Odino & Compagny, ho acceso l’ebook e fatto scorrere le pagine digitali. E non mi sono pentita dell’acquisto.

Titolo: L’anello rubato

L’autrice: Selma Lagerlöf (Svezia, 1858-1940) è stata un scrittrice e maestra elementare svedese, nota per i suoi romanzi e racconti ambientati in Svezia. Grande appassionata di folklore e leggende, durante la vita si ispirò ad esse per tessere le trame dei suoi lavori. Selma fu la prima donna a vincere il Premio Nobel per la Letteratura nel 1914

Editore: Iperborea

Il mio consiglio: assolutamente sì, anche ai ragazzi perchè è una storia avvincente e molto interessante

La penna mi cade di mano. Non è inutile cercare di mettere per iscritto queste cose? A me la storia è stata raccontata al crepuscolo accanto al fuoco. Sento ancora quella voce suadente e i brividi corrermi per la schiena, quei brividi che non sono solo di paura, ma anche di piacere e di aspettativa. Con che batticuore ascoltavamo, e in particolare questa storia, perché pareva sollevare un lembo del velo che nasconde l’inconoscibile! E in che strano stato d’animo ci lasciava, come se una porta si fosse aperta e finalmente dovesse comparire qualcosa che veniva da quella tenebra immane! Quanto c’è di vero in questo racconto? È passato da una narratrice all’altra, qualcuna ha aggiunto qualcosa, qualcuna ha tolto. Ma non conterrà almeno un granello di verità? Non dà l’impressione di descrivere cose realmente accadute?

La vicenda inizia con la morte del terribile Generale Löwensköld, personaggio noto del piccolo paese di Hedeby. Il Generale per sua volontà vuole essere seppellito con il suo anello d’oro, donatogli da Carlo XII re di Svezia in persona. La famiglia del Generale acconsente e l’uomo viene seppellito nella cripta; in paese inizia un vociare concitato sul fatto che sia stato seppellito con l’anello d’oro e sul fatto che quest’ultimo possa venire rubato. Alcuni giorni dopo, muore la nipote del Generale e la tomba riaperta. In questo lasso di tempo Bård Bårdsson e la moglie iniziano a pensare all’anello e al suo destino, e proprio approfittando del fatto che la tomba sia rimasta aperta una notte, vanno a controllare se sia già stato rubato. La cupidigia si impossessa delle loro anime e infine derubano l’anello dal dito del morto. Inizia così una serie di guai per i Bårdsson: la tenuta prende fuoco, perdono possedimenti e denari, si ritrovano in rovina e la signora Bårdsson si uccide. Alcuni anni dopo, sul letto di morte Bårdsson confessa ad un pastore il furto dell’anello; il figlio di Bård Bårdsson origlia le confessioni del padre e deruba a sua volta il pastore che, incaricato dal padre, avrebbe dovuto riconsegnare l’anello al figlio del Generale. Mentre il figlio di Bårdsson tenta la fuga in Norvegia per andare a vendere l’anello, muore improvvisamente e viene notato da tre uomini che stavano facendo legna nel bosco, ovvero i fratelli Ivar e Erik Ivarsson e il loro figlio adottivo Paul Eliasson. Nel frattempo, il pastore ha comunque raccontato la storia dell’anello al figlio del Generale e quest’ultimo decide di andare dai Bårdsson per farselo restituire. Arrivato nel bosco, trova i fratelli Ivarsson e Eliasson con il cadavere del figlio di Bårdsson, e pensando che loro l’abbiano ucciso e rapinato, li trascina in tribunale.

Dopo una serie di vicissitudini, gli Ivarsson e Paul Eliasson vengono uccisi. Trascorrono molti anni, ma dell’anello ancora non si sa nulla. Un giorno, Marit Ivarsson, che fu la promessa sposa di Paul Eliasson, ritrova per caso un berretto dell’amato, dentro la cui nappa ecco l’anello. Ma Marta Bårdsdotter – la figlia di Bårdsson – che lavora presso Marit rivela che il berretto era di suo fratello. Marit capisce allora che il povero Paul avesse rubato il berretto del figlio di Bårdsson, ingnaro del fatto che contenesse l’anello. Così, per puro caso, ecco comparire Adrian Löwensköld, il nipote del Generale, e un suo amico: Adrian ha rotto il suo berretto e Marit, una donna gentile sempre pronta ad aiutare gli altri, glielo aggiusta ma nell’interno gli cuce l’anello.

Ed è così che l’anello passa di mano in mano, mentre il fantasma del Generale lo segue, senza mai poterlo prendere. L’anello torna così ad Hedeby, dove Adrian vive, e dove il fantasma del Generale inizia a comparire molto più di frequente.

È una storia di fantasmi decisamente avvincente, con quella suggestione nordica e quel pizzico di magia. È un racconto scorrevole, magistralmente tradotto in italiano, che rievoca una Svezia antica e piena di superstizioni, dove credere ai fantasmi è normale quando è normale sentirli sbattere le mele contro i muri perché sono arrabbiati.

Selma Lagerlöf è stata senza dubbio una scrittrice interessante che ha aiutato la cultura svedese con le sue opere e il suo lavoro di raccolta delle leggende locali. La Lagerlöf per me è stata una scoperta, ho trovato un gioiello di vera letteratura, e certamente continuerò a lasciarmi catturare dalle suggestioni da lei descritte.