Shirley Jackson | L’incubo di Hill House

Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola [L’incubo di Hill House, Shirley Jackson, trad. M. Pareschi]

Nel corso di una settimana d’estate, il professor John Montague, emerito antropologo, contatta una serie di persone per dare avvio ad un esperimento a Hill House. L’oggetto del lavoro è il paranormale, in ogni sua declinazione. Il professor Montague invia una serie di inviti a persone sapientemente scelte, e solo due – due donne – hanno i requisiti giusti, Eleanor e Theodora.

Eleanor è una giovane donna che ha vissuto gli ultimi dieci anni della sua vita intrappolata in casa ad accudire la madre ammalata. È una donna che si rende conto, all’improvviso, di non aver mai vissuto veramente e di aver rinunciato a tutti i suoi sogni per restare al capezzale della genitrice; al contrario, la sorella di Eleanor si è sposata e ha avuto una bambina, lasciando alla sorella il gravoso compito di assistere la madre.

Eleanor decide quindi di accettare l’invito del professor Montague e, rubata l’auto di proprietà in parte sua e in parte di sua sorella, corre a Hill House. Inizialmente, la donna, si sente respinta dalla casa: percepisce appunto una forza respingente e il suo stesso subconscio le suggerisce di scappare a gambe levate.

Ma mentre Eleanor medita sul da farsi, a Hill House giunge Theodora, l’altra donna prescelta per l’esperimento sul paranormale; Theodora è una donna che appare più sicura di sé, avvenente, bella, con gran gusto nell’abbigliamento e con un savoir faire che la rende spesso potragonsita della scena. L’isterica Eleanor si ritrova ad ammirare e allo stesso tempo odiare amabilmente Theodora.

Oltre al professor Montague, direttore dell’esperimento, in casa vi è Luke Sanderson, il più prossimo erede della proprietaria di Hill House, un’anziana donna che ha autorizzato l’esperimento del professore con l’unica condizione che fosse presente anche il giovane Luke.

Sin dal primo momento, i partecipanti all’esperimento si rendono contro che quella casa è infetta, anormale, viva. Le porte si chiudono da sole, i pavimenti hanno punti gelidi, gli angoli non esistono e i corridoi sono un vero e proprio labirinto, perdersi è più semplice che ritrovare la propria camera. Nel corso delle giornate successive i fenomeni paranormali si manifestano con sempre più intensità, aumentando le angosce dei partecipanti, fino al drammatico epilogo.

C’è una lista impressionante di tragedie collegate a Hill House, ma è anche vero che è così per la maggior parte delle case. Dopotutto per persone devono pur vivere e morire da qualche parte, ed è difficile che una casa esista per ottant’anni senza veder morire fra le sue mura alcuni dei suoi abitanti [L’incubo di Hill House, Shirley Jackson, trad. M. Pareschi]

Photo by Ján Jakub Naništa on Unsplash

L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson (trad. M. Pareschi, Adelphi editore) è il più classico dei romanzi appartenti al genere gotico, scritto nel 1959. Grande protagonsita del romanzo è, assieme a Eleanor Vance, la casa stessa di Hill House, quell’orrenda e ripugnante dimora fondata sulla collina.

Nella casa avvengono fatti curiosi, strampalati ed eclatanti. Nel gruppo, ma mano che passa il tempo e i fenomeni si materializzano, cresce l’inquietudine e dilaga l’isteria, in particolare proprio nel cuore di Eleanor.

Ho letto “L’incubo di Hill House” perché dalle recensioni e dalla trama mi ispirava parecchio: mi piaceva l’idea dell’atmosfera cupa, l’ambientazione del romanzo in una casa isolata, la casa stregata stessa, capace di muoversi, di respirare e di caricare d’ansia chi vi entra.

Inizialmente la narrazione, sempre in terza persona ma con un attento riguardo agli isterici pensieri dei protagonsiti, mi ha coinvolta e interessata. Dalla metà in avanti ho iniziato ad annoiarmi: sembrava che non succedesse nulla, che le giornate si ripetessero senza grandi eventi degni di nota. È vero che qualche fenomeno paranormale accadeva, come quei colpi notturni contro le porte delle camere delle donne o quelle scritte col sangue, ma nulla di che.

Verso la fine, invece, mi ha proprio annoiata. Il finale stesso, poi, mi è sembrato una modalità un po’ frettolosa per finire il romanzo, quasi non si sapesse bene come farlo terminare. Theodora ed Eleanor mi sono risultate particolarmente antipatiche e insopportabili, a tratti persino un po’ stupide, noiose e ripetitive nei gesti e nei ritornelli.

Insomma, per le descrizioni della casa e per l’inquietudine nella prima parte, senza dubbio lo salvo. Dalla metà circa in poi mi è sembrato un romanzo del tutto ordinario, tanto che non è riuscito a tenere alta la mia attenzione.

Forse mi aspettavo di più da questo libro che viene considerato il capolavoro di Shirley Jackson; causa aspettattive troppo altre e non pienamente soddisfatte, non consiglierei la lettura di questo romanzo.

Titolo: L’incubo di Hill House
L’Autrice: Shirley Jackson
Traduzione dall’inglese: Monica Pareschi
Editore: Adelphi

(© Riproduzione riservata)

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Smettere di mangiare carne nella Corea del Sud | La vegetariana di Han Kang

Smettere di mangiare carne nella Corea del Sud: in sintesi è questa la decisione di Yeong-hye, protagonista del romanzo “La vegetariana” di Han Kang (trad. M. Z. Ciccimarra, Adelphi, 177 pagine, 18 €). Dopo aver fatto un sogno Yeong-hye è pronta a smettere di nutrirsi di carne, pesce, latticini e uova, sfidando apertamente la sua famiglia e le convenzioni sociali.

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Titolo: La vegetariana

L’Autrice: Han Kang è nata a Gwangju (Corea del Sud) nel 1970. Figlia dello scrittore Han Seung-won, ha vinto numerosi premi letterari. Nel 2016 le è stato assegnato il Man Booker International Prize assieme alla sua traduttrice inglese

Traduzione dall’inglese: Milena Zemira Ciccimarra

Editore: Adelphi

Il mio consiglio: un libro per riflettere sulle decisioni e su quanto possano influire sulla nostra vita. Un libro per guardarsi dentro e chiedersi quanto davvero valga la pena scegliere o lasciar scegliere gli altri per noi

Adesso i sogni vengono più volte di quante non riesca a contare. Sogni sovrapposti ad altri sogni, un palinstesto dell’orrore. Atti di violenza perpetrati di notte. Una sensazione vaga che non riesco a fissare… ma che ricordo come spaventosamente definita. Una ripugnanza intollerabile, così a lungo soffocata. Una ripugnanza che ho sempre cercato di mascherare con l’affetto. Ma adesso la maschera si sta staccando. [La vegetariana, Han Kang, trad. M. Z. Ciccimarra]

Yeong-hye ha fatto un sogno terribile: ha le mani sporche si sangue, un sapore metallico in bocca e corre in una foresta senza sapere esattamente cos’abbia fatto. Ha i vestiti zuppi di sangue e le sembra di masticare qualcosa di viscido e crudo. E’ in ansia. Molto.

Al risveglio, nel cuore della notte, prende una decisione: smettere di mangiare carne, uova, latticini e pesce. Dal freezer e dal frigorifero butta via ogni alimento di origine animale, sotto gli occhi increduli e arrabbiati del signor Cheong, suo marito.

Yeong-hye inizia a dimagrire, troppo, gli zigomi si fanno sporgenti, i seni scompaiono, le verdure e i legumi sono le sue uniche fonti di sostentamento. La famiglia non ne è felice e durante un pranzo in onore della nuova casa della sorella In-hye, il massiccio e crudele padre di Yeong-hye decide di usare la forza per costringere la figlia a mangiare un pezzetto di maiale. Questa violenza, verbale e fisica, scatenerà nell’anima di Yeong-hye una ancora più consapevole decisione, ma non prima di aver tentato un gesto estremo e disperato.

“Pensavo che fosse tutta colpa della carne” disse. “Pensavo che bastasse smettere di mangiare carne per non farla più tornare. Ma non ha funzionato”. Lui sapeva che avrebbe dovuto concentrarsi su quello che stava dicendo, ma non riuscì a impedire ai suoi occhi di chiudersi poco per volta. “Ma ora… ho capito. La faccia è nella mia pancia. Usciva dalla mia pancia”. Con le sue parole che gli risuonavano nelle orecchie come una ninnanannna senza capo né coda, precipitò oltre il ciglio della coscienza in un sonno apparentemente senza fondo. “Ma non ho più paura. Non c’è niente di cui aver paura, adesso.” [La vegetariana, Han Kang, trad. M. Z. Ciccimarra]

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Tempio buddista e giardino a Seul (fonte: Joon-Young, Wikipedia CC BY-SA 3.0)

Il romanzo “La vegetariana” è suddiviso in tre parti: La vegetariana, La macchia mongolica, Fiamme verdi. La prima parte viene narrata in prima persona dal signor Cheong, il marito di Yeong-hye. In questa prima parte, la più semplice e lineare, è densa di violenza fisica da parte del padre e verbale da parte della madre, ed emerge quanto sia sconveniente per i coreani smettere di mangiare carne. Viene tollerato per motivi religiosi – i monaci buddisti non mangiano derivati animali – oppure per motivi di salute, ma la decisione apparentemente capricciosa di Yeong-hye non è concepibile.

“Ora la finisci con questa storia!” dichiarò. “Ecco qui, prendi. Su, mangia! Come hai fatto a ridurti in questo stato penoso, quando non c’è assolutamente niente che tu non possa mangiare?” [La vegetariana, Han Kang, trad. M. Z. Ciccimarra]

Nella seconda parte, narrata in terza persona, viene messa a fuoco la figura del cognato artista di Yeong-hye, marito della sorella In-hye. Il cognato è uno scansafatiche che si crede un artista ed è ossessionato in modo inquietante dalla macchia mongolica sul corpo di Yeong-hye. Lui userà le arti – non solo grafiche – per fare violenza alla cognata.

“Bastardo” mormorò, ingoiando i singhiozzi. “Guardala… E’ evidente che sta male, che non c’è con la testa. Come hai potuto?'” [La vegetariana, Han Kang, trad. M. Z. Ciccimarra]

Infine, nell’ultima parte, sempre narrata in terza persona, è la figura di In-hye a venire analizzata. Questa terza parte è senza dubbio la più bella e carica di pathos, quella che porta il romanzo alla degna conclusione. In-hye come ogni settimana sale sull’autobus per l’ospedale di Ch’ukseong, dove la sorella è ricoverata. Lo stato fisico della sorella sarà uno shock per In-hye, che inizia ad interrogarsi su se stessa, sulle sue decisioni e su tutte le volte che avebbe potuto fare qualcosa senza però farlo.

Gli innumerevoli alberi che ha visto nel corso della sua vita, le foreste ondeggianti che ammantano i continenti come un mare crudele, avviluppano il suo corpo esausto e la sollevano in alto. Si vedono solo frammenti di metropoli, piccole città e strade che galleggiano sul tetto della foresta come isole o ponti e vengono lentamente trascinate via, trasportate altrove da quelle calde onde. In-hye non può sapere cosa le stiano comunicando quelle onde, né cosa volessero dirle gli alberi che aveva visto alla fine dello stretto sentiero di montagna, raggruppati insieme come fiamme verdi nella penombra del primo mattino [La vegetariana, Han Kang, trad. M. Z. Ciccimarra]

“La vegetariana” è un romanzo che necessariamente porta alla riflessione: cosa succede quando si tenta di sfidare le convenzioni e quanto influiscono le esperienze – e le violenze o le scene violente – subite da piccoli nellla vita adulta, nelle decisioni future e nell’equilibrio psicologico di ogni individuo.

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Uam Historic Park nella città di Daejeon (fonte: Jo, Wikipedia CC BY 2.0)

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Leggendo il libro vengono spesso nominati i nomi dei piatti della tradizione coreana. Non conoscendone nessuno ho svolto una piccola ricerca e trovato due piatti abbastanza semplici da replicare. Ho scelto due semplici piatti, entrambi vegetariani: bibimbap e pajeon, più facili a farsi che a dirsi!

Bibimbap vegetariano

300 grammi di riso tipo basmati
2 peperoni
mezzo cavolo verza
1 spicchio di aglio
olio, sale e pepe

Far bollire il riso basmati dopo averlo lavato (l’acqua deve risultare limpida). In due pentole separate, far soffriggere i peperoni a listarelle con l’aglio, e il cavolo verza con l’aglio. Condire il riso con dell’olio e sale. Presentare in tavola il riso condito accompagnato alle verdure (ovviamente, potete scegliere voi il tipo di verdure che vi piace di più).

Pajeon (pizza frittata coreana)

4 uova
1 porro (o 1 cipolla)
aglio e olio
un cucchiaino di prezzemolo
1 cucchiaio di farina
1 bicchiere d’acqua

Far saltare i porri con l’aglio e l’olio. In una terrina, sbattere le uova con la farina e l’acqua. Aggiungere i porri (o le cipolle) soffritte e il prezzemolo. Friggere in una padella antiaderente entrambi i lati. Servire a fette tagliate tipo pizza con il riso basmati bollito.

Buona lettura e buon appetito!

Consigli di lettura: 10 libri da mettere in valigia quest’estate

Buongiorno lettrici e lettori! Si avvicinano il periodo estivo e le agognate vacanze; per molti l’estate rappresenta un momento in cui si legge di più, per questo ho deciso di rispolverare la rubrica Consigli di lettura e di suggerire 10 libri da portare in vacanza con voi quest’estate.

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Ho scelto libri che ho apprezzato e ho cercato di abbinarli a quella che credo possa essere la vacanza perfetta per quel preciso tipo di lettura. Non mancherà di ironia, in questo articolo, ma è giusto così: a prendersi troppo sul serio si diventa noiosi! Quindi, quando inizierete a preparare la valigia o lo zaino per le vacanze di quest’anno, ritagliate un pochetto di spazio per farci stare ancora un libro.

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Cop_NEVE_CANE1Il consiglio: Neve, cane, piede di Claudio Morandini (Exòrma edizioni)

La trama: Il romanzo è ambientato in un vallone isolato delle Alpi. Vi si aggira un vecchio scontroso e smemorato, Adelmo Farandola, che la solitudine ha reso allucinato: accanto a lui, un cane petulante e chiacchierone che gli fa da spalla comica, qualche altro animale, un giovane guardiacaccia che si preoccupa per lui, poco altro.

La vacanza: Il romanzo di Morandini è perfetto per essere letto in montagna. Che siano le nostre Alpi, Dolomiti, Appennini o l’Europa, questa lettura che parla di monti e di vita in quota è ideale per chi sceglierà di andare in vacanza tra le montagne, i paesini e i laghi alpini. Con buone probabilità scoprirete che i montanari hanno davvero la testa dura come Adelmo, il protagonista del libro.

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Parlami-damore_primawebIl consiglio: Parlami d’amore di Pedro Lemebel (marcos y marcos)

La trama: Pedro Lemebel ha sempre amato cantare canzoni come questa, vibranti di sentimento; si sentiva una persona semplice, vicina a prostitute e operai, vicina a chi resiste e vive al margine. E parlano d’amore le ultime cronache che ha scritto, di un amore sorridente e sconfinato per la bellezza annidata ovunque, per la giustizia calpestata, per questo mondo pieno di ipocrisie, menzogne e formidabili atti di coraggio. Amore per tutti noi, a cui ha consegnato la sua testimonianza appassionata, il suo invito a vivere fino in fondo, a credere e lottare. E a parlare d’amore.

La vacanza: La raccolta delle cronache piumate di Pedro Lemebel, autore cileno scomparso prematuramente, è perfetta per chi andrà in vacanza in Sudamerica o per chi sogna di andarci, poiché le atmosfere descritte dall’autore cileno sono tanto affascinanti quanto coinvolgenti. Le croncache attraversano il Sudamerica e non solo, troverete sicuramente quella che vi colpirà di più.

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Cover-Sanctuary-Line_image_ini_620x465_downonlyIl consiglio: Sanctuary Line di Jane Urquhart (Nutrimenti)

La trama: Chiamata a lavorare in un centro di ricerca per studiare la migrazione delle farfalle monarca, l’entomologa Liz Crane si trasferisce a vivere nella fattoria in riva al lago Erie dove ha trascorso le estati della sua infanzia. Il luogo, un tempo affollato da zii e cugini, e dai lavoratori che giungevano annualmente dal Messico per la raccolta, ormai è caduto in rovina. Osservando attorno a sé i resti di un mondo scomparso, la donna ripercorre con la memoria quel passato luminoso – i giochi di bambini, le nuotate al lago, le leggende e le poesie, le barchette di carta liberate in acqua. E poi, a segnare la fine della stagione estiva, l’albero che avvampa di farfalle. Ma a gettare un’ombra sui ricordi è lo spettro di ciò che avvenne dopo, la successione di eventi che, come un cataclisma, hanno sconvolto un equilibrio apparentemente immutabile. Una trama di perdite e assenze, che s’intrecciano in una vicenda densa di simbologie.

La vacanza: Il romanzo della canadese Jane Urquhart è per la maggior parte ambientato nella regione dei Grandi Laghi al confine tra Canada e Stati Uniti. E’ la lettura perfetta per chi trascorrerà le vacanze in una località lacustre, magari con la propria famiglia (possibilmente piena di segreti, rancori e non detti) o con i cugini che vedete una volta all’anno.

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copDLSDCIl consiglio: Dietro la scena del crimine. Morti ammazzati per fiction e per davvero di Cristina Brondoni (Las Vegas edizioni)

La trama: Si fa presto ad ammazzare un personaggio. Nei libri, nei film e nelle serie TV ci troviamo spesso di fronte a scene del crimine, assassini, morti ammazzati, incidenti, suicidi e infallibili detective che riescono a risolvere i casi più complessi grazie al loro intuito o alla loro intelligenza fuori dal comune. Tutto ciò ci fa pensare che nei casi reali di cronaca nera vengano mandate a indagare persone incompetenti o quantomeno sprovvedute. Analizzando però la fiction con gli occhi esperti di una criminologa, ci si accorge che se certe volte gli scrittori e gli sceneggiatori precorrono metodi e tecniche di indagine, spesso fanno agire i loro personaggi senza tenere conto di cosa succede nella realtà sulla scena del crimine. Perché morire può essere molto semplice, ma scoprire come e perché è una faccenda decisamente più complicata.

La vacanza: Il diventente saggio della criminologa Cristina Brondoni è la lettura ideale per chi trascorrerà le vacanze sui nostri litorali italiani, dividendosi tra un bagno e un ghiacciolo sotto l’ombrellone. A Jesolo è probabile che vi verrà assegnato dal destino un vicino di sdraio particolarmente odioso: il libro di Cristina Brondoni potrà suggerirvi il delitto (quasi) perfetto per porre rimedio alla malasorte.

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9788862431828_0_500_0_75Il consiglio: Vladivostok. Nevi e monsoni di Cédric Gras (Voland)

La trama: L’iniziale disappunto non riesce però a smorzare l’entusiasmo che guida il giovane francese nella conoscenza paziente dell’Estremo Oriente russo e dei suoi abitanti. Con stile vivace e annotazioni divertenti, Gras descrive – al ritmo delle stagioni, delle nevi e dei monsoni – la geografia di questo remoto e quasi favoloso angolo della terra e le sue relazioni con il resto del mondo. Lungi dall’essere un racconto di viaggio in senso tradizionale, “Vladivostok” è il ritratto onesto e affettuoso di una città in bilico tra Russia e Asia, capace di esercitare un grosso fascino sull’autore e di minare i suoi pregiudizi “occidentali”.

La vacanza: Il bellissimo e suggestivo libro del geografo Cédric Gras è ideale per chi intraprenderà un lungo viaggio in treno per raggiungere la meta delle sue vacanze. Che sia il mare, o la montagna, o una bella capitale europea, l’importante sarà leggerlo mentre siete cullati dal treno. Se poi andrete in vacanza in Russia, precisamente a Vladivostok, allora è il vostro libro.

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14883c583d22d4c818ec33fbe725c9d2_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyIl consiglio: Viaggio in Urewera di Katherine Mansfield (Adelphi)

La trama: In un taccuino riempito da Katherine Mansfield a diciannove anni, durante un viaggio fra i Maori, la materia fantastica di cui saranno fatti i suoi racconti neozelandesi. 

La vacanza: La scrittrice neozelandese Katherine Mansfield racconta in questo brevissimo reportage il suo rocambolesco viaggio nella terra dei Maori. Questo è il libro ideale per chi ama viaggiare soprattutto con la fantasia, un breve racconto per farsi suggestionare e affascinare dalle descrizioni di una terra perfettamente agli antipodi dell’Italia (se poi ci va davvero, tanta invidia per voi!)

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indexIl consiglio: Benedizione di Kent Haruf (NN editore)

La trama: Nella cittadina di Holt, in Colorado, Dad Lewis affronta la sua ultima estate: la moglie Mary e la figlia Lorraine gli sono amorevolmente accanto, mentre gli amici si alternano nel dare omaggio a una figura rispettata della comunità. Ma nel passato di Dad si nascondono fantasmi: il figlio Frank, che è fuggito di casa per mai più tornare, e il commesso del negozio di ferramenta, che aveva tradito la sua fiducia. Nella casa accanto, una ragazzina orfana viene a vivere dalla nonna, e in paese arriva il reverendo Lyle, che predica con passione la verità e la non violenza e porta con sé un segreto. Nella piccola e solida comunità abituata a espellere da sé tutto ciò che non è conforme, Dad non sarà l’unico a dover fare i conti con la vera natura del rimpianto, della vergogna, della dignità e dell’amore.

La vacanza: La cittadina di Holt dove Haruf ambienta il suo romanzo Benedizione (e l’intera Trilogia della Pianura) non esiste, per cui sarà impossibile per voi andarci in vacanza. Ma questo è il romanzo che più di ogni altro deve essere letto prima o durante un viaggio negli Stati Uniti (magari proprio nell’Ovest descritto da Haruf) oppure per chi ama in modo sconfinato l’America pur essendo in vacanza a Varigotti.

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indexIl consiglio: L’arte di collezionare mosche di Fredrik Sjöberg (Iperborea)

La trama: «Nessuna persona sensata si interessa alle mosche», e soprattutto, ahimè, non le ragazze. Ma sono questi screditati insetti ad aver cambiato la vita di Fredrik Sjöberg, o meglio, la curiosa famiglia dei sirfidi, che abbondano nell’idilliaca isoletta svedese dove si è trasferito e di cui è uno dei maggiori esperti e collezionisti. E sono loro il suo ironico punto di partenza per osservare la vita da un’altra ottica, l’alfabeto di una lingua nuova per leggere il paesaggio, e forse il mondo. 

La vacanza: Lo svedese Fredrik Sjöberg è entomologo e collezionista di insetti, ha scritto questo libro stupendo e perfetto per chi sceglierà una vacanza a contatto con la natura, nei parchi o riserve, magari in bungalow oppure in tenda. Non è necessario essere in vacanza su un’isola svedese e inseguire insetti con un retino rischiando di essere scambiato per un pazzo, però è chiaro che sarebbe un valore aggiunto per rendere davvero ideale il libro in vacanza.

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china_girlIl consiglio: My Little China Girl di Giuseppe Culicchia (ETD)

La trama: Perché non c’è Paese più imperscrutabile della Cina. E non c’è Paese da cui dipendiamo di più, come dimostrano le recenti vicende borsistiche. Comprendere la Cina sarà – anzi: già è – indispensabile. Giuseppe Culicchia ci ha provato a modo suo e nel modo di Allacarta, la collana di EDT che invia gli scrittori italiani in giro per il mondo per capirlo attraverso uno degli ingredienti fondamentali di ogni cultura: la cucina.

La vacanza: Lo dice il titolo, è il libro ideale per chi andrà in Cina oppure sogna di visitarla. Leggendo il buffo reportage di Giuseppe Culicchia emergono tutte le contraddizioni della Cina moderna; Culicchia consiglia anche alberghi, cose da fare e cose da (non) mangiare, per cui potrebbe essere discriminante per decidere se visitare o meno il gigante asiatico. Se a sentir parlare di scorpioni caramellati vi prende il panico ma siete già su un aereo della Air China… troppo tardi! Ma vi divertirete ugualmente, tranquilli!

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indexIl consiglio: Lo strano manoscritto trovato in un cilindro di rame di James De Mille (marcos y marcos)

La trama: C’è bonaccia tra le Canarie e Madeira, il Falcon non può navigare. Lord Featherstone e i suoi amici, giocando con le barchette di carta sull’acqua trasparente, trovano un misterioso cilindro metallico, incrostato di conchiglie. Misterioso è anche il contenuto: un manoscritto affidato alle onde da Adam More, naufrago in una terra sconosciuta, oltre i confini del mondo. In attesa che il vento torni a gonfiare le vele, i quattro amici, a turno, cullati dal mare, leggono ad alta voce la sua storia.

La vacanza: Il classico dello scrittore canadese è senza dubbio l’ottimo romanzo per chi vivrà una vacanza all’insegna dell’avventura e dell’imprevisto; tempeste, naufragio su un’isola deserta (o apparentemente deserta), autoctoni bellicosi, insomma ce n’è davvero per tutti i gusti. Ideale per chi visiterà le Isole Canarie, va anche bene per chi resterà ad Alluvioni Cambiò (in provincia di Alessandria, n.d.r.) dove l’unico imprevisto sarà quello di restare senza ghiaccio per l’aperitivo.

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Questi sono i miei consigli di lettura per l’estate, libri che in un modo o nell’altro ho amato e mi hanno divertita. Ora aspetto i vostri consigli per me: cosa mi suggerite di leggere quest’estate? Se vi va, scrivetemi quali sono i libri che amate e che più sono adatti al periodo estivo e vacanziero. Alla prossima

(© RIPRODUZIONE RISERVATA)

Librinpillole: le letture di marzo

Librinpillole è una nuova e piccola rubrica che vi racconta e vi consiglia i libri che ho letto nel mese appena trascorso. Buone letture!

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Le mie letture di marzo e la gallina pasquale di paglia (foto: Claudia)

Nell’attesa della bella stagione, il mese di marzo mi ha riservato alcune novità e qualche sorpresa. Per la prima volta ho partecipato ad un gruppo di lettura fisico: ci siamo incontrati nel bar di un piccolo paesino ai piedi delle montagne e abbiamo chicchierato per due orette circa a proposito del romanzo di Marco Malvaldi “La briscola in cinque”. La casa editrice Atmosphere libri (se non la conoscete, date un’occhiata all’interessante catalogo) per la festa della donna ha messo in palio dei libri e io ho vinto “La danza della terra” di Oka Rusmini, scrittrice indonesiana della quale vi parlerò il mese prossimo. Le sorprese non sono finite perché grazie ad un concorso di CasaSirio editore ho vinto in anteprima “Elementare, cowboy” di Steve Hockensmith, a maggio in tutte le librerie, del quale vi parlerò prossimamente (appena mi arriverà, intanto vi incuriosisco!).

Nel frattempo, ho ovviamente letto e grazie alla letteratura ho potuto visitare ben cinque nuovi Paesi, comodamente sprofondata nel mio divanetto. Curiosamente, anche questo mese ho letto prevalentemente libri scritti da donne, per pura casualità, in realtà non ci ho fatto molto caso; come sempre, vi racconto le mie letture nel caso vi foste persi qualche articolo di recensione oppure siate appena giunti sul mio blog. Cliccando sul titolo del libro verrete reindirizzati alla mia recensione.

Lince rossa e altre storie di Rebecca Lee (Clichy edizioni, 223 pagine, 15 euro). L’autrice canadese firma una raccolta di racconti davvero molto avvincente e interessante, che contiene storie di persone ordinarie e spesso insicure, sullo sfondo di un’America e di un Canada che si evolvono con loro.

I gatti non hanno nome di Rita Indiana (NN Editore, 169 pagine, 16 euro). Un realismo magico moderno e frizzante caratterizza il romanzo della scrittrice dominicana Rita Indiana, un romanzo per chi ama gli animali; per scoprire una Santo Domingo lontana dai cataloghi patinati delle agenzie di viaggio; un libro per chi vuole immergersi nella calura dell’estate, sorseggiando un caffellatte e vedendo qua e là insegne al neon e cuori blu.

Profumo di caffè e cardamomo di Badriya al-Bishr (Atmosphere libri, 169 pagine, 15 euro). Leggendo il romanzo della scrittrice saudita per me è stato come intraprendere un vero e proprio viaggio a Riyadh e in generale nell’Arabia Saudita, attraverso i ricordi e le suggestioni di Hind, la voce narrante femminile, alla scoperta di una cultura a me quasi sconosciuta.

La briscola in cinque di Marco Malvaldi (Sellerio, 162 pagine, 10 euro). Questo è il libro che mi ha delusa di più, questo mese, forse perché mi aspettavo qualcosa di più dato il clamore che suscitano sempre i romanzi di Malvaldi. In passato avevo letto La carta più alta che in effetti non mi aveva entusiasmato molto; questo è forse un po’ più avvincente, ma per me resta un giallo troppo semplice da risolvere.

Parlami d’amore di Pedro Lemebel (marcos y marcos, 160 pagine, 12 euro). Leggendo le cronache piumate di don Pedro ho ritrovato la magia della sua scrittura, la stessa che avevo già trovato in Ho paura torero e in Baciami ancora, forestiero. Per me è imperdibile.

Viaggio in Urewera di Katherine Mansfield (Adelphi, 101 pagine, 8 euro). Primo libro che leggo dell’autrice neozelandese Katherine Mansfield: un brevissimo taccuino di viaggio, consigliato a chi ama scoprire nuovi luoghi e a chi, come me, sogna anche un po’ la Nuova Zelanda.

La donna abitata di Gioconda Belli (edizioni e/o, 369 pagine, 11 euro). Un libro che mi è piaciuto, perché parla e racconta delle ingiustizie sociali che devono essere combattute, e ho apprezzato le due donne protagoniste, coraggiose e caparbie, separate da circa cinquecento anni di storia.

Anche noi l’America di Cristina Henriquez (NN Editore, 316 pagine, 17 euro). Questo è un romanzo sulle speranze che hanno chi lascia il proprio Paese, sulle paure che incombono quotidianamente, sulla difficoltà linguistiche e culturali, sulla complessità di comprendere le regole. Davvero imperdibile!

Mare calmo di Nicol Ljubić (Keller editore, 189 pagine, 14,50 euro). E’ un libro poetico e struggente, che mescola passato e presente in un modo assolutamente unico, che ci racconta una storia d’amore che prende una piega del tutto inaspettata a causa di un evento del passato, nascosto tra le pieghe della Storia, durante la guerra dei Balcani.

Ecco, queste sono stati i libri che mi hanno fatto compagnia a marzo: complessivamente sono molto soddisfatta delle letture – ad eccezione di “La briscola in cinque” che mi ha un po’ delusa.

Il mese che verrò mi porterà un nuovo incontro de Una valigia di libri, dopo essere stati in Sud America a marzo, il 16 aprile andremo a scoprire gli scrittori e le scrittici dell’Asia. Inoltre, il 3 aprile parteciperò al BookPride a Milano, dove spero di incontrare altre blogger o persone che seguono il mio blog e dove… sarò protagonista di una cosa bella della quale vi parlerò presto!

E voi, quali libri avete letto a marzo? Quali mi consigliate?

L’appuntamento con Librinpillole è per il prossimo mese, con tante (spero belle!) nuove letture!

Katherine Mansfield | Viaggio in Urewera

Una terra alla fine del mondo, un luogo selvaggio dominato da vulcani, terremoti, gayser e fanghi bollenti. Due isole principali che costituiscono un buffo stivale al contrario, perfettamente agli antipoti dell’Italia. Questa è Aotearoa in lingua maori, la terra scoperta dal Capitano Cook nel 1769 e che venne battezzata Nuova Zelanda. Ed è in questo territorio remoto che nel 1888 nacque Katherine Mansfield, scrittrice e poetessa che si sentì sempre in bilico tra due mondi. “Viaggio in Urewera” di Kathrine Mansfield (Adelphi, 101 pagine, 8 euro) è il diario del viaggio che la giovanissima scrittrice neozelandese compì tra il novembre e il dicembre del 1907. Un viaggio del quale non potuto che subirne un grande fascino.

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Titolo: Viaggio in Urewera

L’Autrice: Kathrine Mansfield nacque nel 1888 a Wellington, Isola del Nord. Dopo aver studiato in Inghilterra tornò in Nuova Zelanda, ma sentendosi più europea decise di ritornare a vivere a Londra. Qui si sposò con lo scrittore John Middleton Murry. Per tutta la sua breve vita proseguì a viaggiare attraverso Francia, Germania, Svizzera e Italia. Morì a Fontainebleau nel 1923. Per Adelphi sono apparsi “Tutti i racconti” e “Viaggio in Urewera“.

Traduzione dall’inglese, guida alla lettura e postfazione: Nadia Fusini

Editore: Adelphi

Il mio consiglio: per chi ama i viaggi e per chi vuole scoprire la figura della scrittrice Katherine Mansfield

Poco prima di fermarci per la sosta del pranzo siamo arrivati alle cascate Waipunga – la mia prima esperienza di grandi cascate – sono indescrivibilmente belle – tre – una accanto all’altra – e un burrone boscoso da ogni lato – Il rumore è quello del tuono – il sole riverbera sull’acqua – ora sono seduta sulla sponda del fiume – a pochi metri di distanza – l’acqua scorre veloce – manuka, piante di lino e felci sulle sponde – Si riparte – a presto cara mamma [Katherine Mansfield, Viaggio in Urewera, trad. N. Fusini]

La giovanissima Katherine Mansfield, che ama gli acronomi e spesso di firma KM, nel novembre del 1907 parte per un viaggio alla scoperta della terra di Urewera, una porzione di territorio nell’Isola del Nord ancora in parte inesplorata e abitata dai maori, le popolazioni che per prime colonizzarono la Nuova Zelanda.

Pur essendo un viaggio duro e difficile, soprattutto per una signorina come Katherine, lei sta al passo con gli altri membri della spedizione e annota le sue osservazioni su un diario. Descrive i magnifici paesaggi selvaggi, i luoghi dove regno indiscussi i vulcani, parla di cascate che rombano e assordano chi sta loro vicino e di laghi immensi che puzzano di uova marce.

Dopo giorni di viaggio e notti in tenda assediati dal caldo e dalle zanzare, gli esploratori giungono a Urewera, la regione ancora mitica e inseplorata, roccaforte degli ultimi Maori che si erano opposti all’arrivo degli europei. Una volta incontrati i Maori – ora piuttosto pacifici e arresi al dominio dei bianci – la carovana degli esploratori ripercorre la strada del ritorno a casa.

Il viaggio di Katherine Mansfield assume le connotazioni di una ricerca di sé stessa, lei che si sente una ragazza divisa tra il Vecchio Mondo e il Nuovo nuovo mondo. La Mansfield durante la sua breve vita viaggiò molto, ma in nessun luogo mise radici o si sentì a casa; pur amando la Nuova Zelanda e collocando Urewera come l’arrière-pays di Yves Bonnefoy – quel luogo che è uno spazio inventato, a metà tra il mondo reale e quello immaginario, dove comprendiamo la nostra condizione di passanti e non di abitanti veri e propri – pur amando le sue isole neozelandesi lei si sente divisa e a casa da nessuna parte. Così, decide di lasciare la Nuova Zelanda e ritornare a Londra, dove pensa di sentirsi più libera di esprimere le sue arti, tra cui la musica oltre la letteratura.

Questo è un aspetto che trovo molto affascinante, pur non avendolo mai vissuto di persona: nascere in un luogo che tu credi che ti appartenga, mentre le radici dei tuoi genitori – o dei tuoi avi – affondano in una terra lontana. Come i francesi nati in Algeria, che non si sentivano né algerini né francesi; come gli italiani nati in Libia o in Somalia; come gli inglesi nati in India o in America; come, appunto, i discendenti degli europei nati in Oceania.

Viaggio in Urewera” è un libro che consiglio a chi ama viaggiare, a chi sogna un viaggio avventuroso – chissà, magari proprio in Nuova Zelanda -, un taccuino ricco di descrizioni e suggestioni, e per chi viaggia sperando si ritrovare se stesso.

Librinpillole: le letture di gennaio

Librinpillole è una nuova e piccola rubrica che vi racconta e vi consiglia i libri che ho letto nel mese appena trascorso. Buone letture!

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Posso affermare che ho iniziato il mio 2016 da lettrice con parecchi libri belli (alcuni addirittura bellissimi) e ho letto ben tre scrittori provenienti da Paesi stranieri che non comparivano ancora nell’elenco dei luoghi visitati con le mie letture: Canada, Bielorussia e Albania. Ho letto anche scrittori nuovi che mi hanno davvero sorpresa e affascinata. Ma andiamo con ordine.

Ho iniziato l’anno leggendo “Lo strano manoscritto trovato in un cilindro di rame” di James De Mille (marcos y marcos), regalatomi da Elisa in occasione del Natale. James De Mille fu un autore canadese, e lo consiglio ai lettori che amano le avventure, in perfetto stile Jules Verne o Robert Louis Stevenson, e vogliono leggere qualcosa di originale e divertente.

Il secondo romanzo che ho letto mi ha portata direttamente nella New York degli Anni Venti, sulle tracce di Rick Martin un geniale quanto irrequieto trombettista bianco che suona alla maniera dei neri: “La leggenda del trombettista bianco” di Dorothy Baker (Fazi), un libro che consiglio agli appassionati di letteratura americana e di musica.

Ho poi letto un libro che era da molto tempo che volevo leggere: “Preghiera per Chernobyl’” di Svetlana Aleksievic (E/O),  premio Nobel per la Letteratura 2015. Leggendo queste drammatiche testimonianze mi sono resa conto dell’entità, la vera entità, del disastro di Chernobyl’ nell’aprile del 1986. E’ un libro forte e non lo nego, lo consiglio a chi vuole scoprire i retroscena dell’incidente visti dalle persone comuni.

Sono rimasta sul genere drammatico con “Adua” di Igiaba Scego (Giunti), un romanzo che sembra lieve ma non lo è, la storia di Adua una donna somala giunta in Italia negli Anni Settanta e intrappolata e illusa da un regista senza scrupoli. In questo romanzo c’è il rapporto difficile tra un padre e una figlia, ci sono gli anni del fascismo, c’è il razzismo di oggi e i problemi connessi agli sbarchi sulle nostre coste. Un libro per capire una pagina di storia forse un po’ trascurata.

Finalmente ecco un libro divertente: “Caro lettore in erba…” di Gianluca Mercadante (Las Vegas edizioni) mi ha fatta sorridere e riflettere sul mondo dell’editoria di oggi. Lo consiglio sia a chi è a tutti gli effetti un lettore in erba e a chi ha nostalgia di quando lo era.

Ho mantenuto – e sto mantenendo! – il mio proposito di leggere letteratura di autori dell’ex-blocco sovietico con “Forse Esther” di Katja Petrowskaja, Premio Strega europeo 2015. Il romanzo della Petrowskaja è un memoir di famiglia frammentata dagli eventi del Novecento. Consigliato a chi apprezza le storie famigliari ed è appassionato di Storia.

Con “Breve diario di frontiera” di Gazmend Kapllani (Del Vecchio editore) ho scoperto davvero un bellissimo libro, il più bello letto in questo mese. Con un tono cinico e ironico, il professor Kapllani racconta ai lettori la sua personale Odissea per scappare dall’Albania funestata dai postumi di una dittatura verso la terra dei sogni, la Grecia. Consigliatissimo a chi cerca una lettura frizzante su un tema di grande attualità.

Scorpion dance” dell’israeliana Shifra Horn (Fazi) è stata una lettura che mi ha impegnata per una settimana intera, data la corposità del romanzo e dati gli argomenti trattati. Una narrazione poetica affidata ad Orion, un bibliotecario che può percepire il profumo dei colori, la storia di una famiglia tedesco-israeliana con segreti che giacciono ancora laggiù, in Germania. Consigliato a chi cerca una lettura che lo assorba completamente.

Infine ho divorato in un giorno “Dietro la scena del crimine. Morti ammazzati per fiction e per davvero” di Cristina Brondoni (Las Vegas edizioni): questo è un manuale divertente per chi vuole scrivere un racconto o un romanzo giallo, oppure per semplici appassionati di romanzi gialli e serie TV. Un’ottima lettura, ricca di spunti e di risate (sì, si parla di morti ammazzati, e forse non è bello ridere: ma leggete il saggio della Brondoni e poi ne riparliamo).

Il mio bilancio di lettura è più che positivo: nove libri provenienti dall’editoria indipendente, nove autori mai letti prima (di cui ben sei scritti da scrittrici donne!) e tre Paesi nuovi visitati con le mie letture, Canada, Bielorussia e Albania, come già anticipato.

E voi, quali libri avete letto a gennaio? Quali mi consigliate?

L’appuntamento con Librinpillole è per il prossimo mese, con tante (spero belle!) nuove letture!

Katja Petrowskaja | Forse Esther

Una grande famiglia sconquassata e frammentata dai grandi eventi del Novecento: è così che dovete immaginare la famiglia di Katja Petrowskaja, la scrittrice di orgini russe e ucraine autrice del libro “Forse Esther” (Adelphi, 241 pagine, 18 euro). In un libro che non è un romanzo ma un vero e proprio memoriale, l’autrice accompagna il lettore attraverso l’Europa dell’Est, alla ricerca di tutti i frammenti che possano aiutarla a ricostruire la storia della sua famiglia.

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Titolo: Forse Esther

L’Autrice: Katja Petrowskaja è nata a Kiev negli anni Settanta. Dopo aver studiato a Tartu, in Estonia, si è laureata a Mosca. Oggi vive a Berlino. “Forse Esther” è il suo primo libro scritto interamente in tedesco, la lingua del nemico. Con “Forse Esther”, nell’estate del 2015 la Petrowskaja vince il Premio Strega europeo.

Traduzione: Ada Vigliani

Edizioni: Adelphi

Il mio consiglio: per i lettori che vogliono intraprendere un giro dell’Europa dell’Est alla ricerca delle origini di una grande famiglia devastata dagli eventi del Novecento

All’inizio pensavo che un genealogico fosse più o mneo come l’albero di Natale, un abete con addobbi tirati fuori da vecchie scatole, alcune palle di vetro vanno in frantumi, tanto sono fragili, alcuni angeli sono brutti e resistenti e sopravvivono ai vari traslochi. In ogni caso, quello di Natale era l’unico albero di famiglia che avessimo, lo ricompravamo tutti gli anni per poi gettarlo via il giorno prima del mio compleanno. [Forse Esther, K. Petrowskaja, trad. A. Vigliani, citazione pagina 21]

Negli anni Ottanta Katja è una bambina sovietica e come tale si sente, chiusa nel cesermone grigio multipiano, in Ulica Florenzii. Quando l’Unione Sovietica va in frantumi, Katja inizia a viaggiare e una delle prime capitali straniere dove si reca è Varsavia, Polonia mia bella. Da sempre stata attratta dagli alberi genealogici, la Petrowskaja decide di comporre e ricostruire quello della sua famiglia, mettendosi sulle tracce dei suoi bisnonni.

La storia della sua famiglia è molto articolata e i componenti si sono o sono stati sparpagliati in giro per l’Europa dell’Est. Da Berlino a Vienna, da Varsavia a Lodz, Kiev e Cracovia, Parigi e Mauthausen e la gelida Siberia, Katja Petrowskaja senza arrendersi mai smuove mari e monti, anche solo per vedere la fotografia della scuola per sordomuti gestita dalla sua coraggiosissima bisnonna.

(…) noi però eravamo bambini sovietici, tutti uguali, con storie di famiglia immerse nella stessa nebbia, quella nebbia che, forse, costituiva proprio il presupposto della nostra uguaglianza. [Forse Esther, K. Petrowskaja, trad. A. Vigliani, citazione pagina 81]

Come essere immersa nella nebbia, nebbia a banchi per la precisione: questa è stata la mia sensazione mentre leggevo il libro di Kaja Petrowskaja. A tratti le connessioni tra i famigliari di Katja erano chiarissime, sembrava quasi facile scoprire la storia della sua babuska Rosa, mentre in certi punti la narrazione era nebulosa e persa, non sempre è semplice raccapezzarsi nel mare della Storia. Quando molti documenti, soprattutto documenti ebrei che erano conservati a Varsavia, vanno persi è davvero complesso capire che fine hanno fatto i parenti.

Dalla nebbia della memoria appaiono a poco a poco schegge di memoria: Forse Esther, sì, forse perché il papà di Katja non è convinto che si chiamasse proprio Esther, la sua babuska, quella donna anziana che il 29 settembre 1941 s’incamminò verso la forra di Babji Jar, il luogo dove i tedeschi avevano radunato gli ebrei; la leggenda del ficus sul camioncino dei fuggiaschi; il bisnonno che si cambiò cognome in onore della rivoluzione russa; la storia drammatica di quel nonno che mancò da casa per quarant’anni, prima rinchiuso a Mauthausen e poi nei gulag, mentre la paziente nonna lo attendeva sapendolo vivo, in cuor suo.

Il ficus mi sembra il protagonista, se non proprio della storia universale, almeno di quella della mia famigliare. Nell’idea che m’ero fatta io, il ficus aveva salvato la vita di mio padre. Ma ora, se nemmeno lui se ne ricordava più, poteva darsi che, in effetti, il ficus non fosse mai esistito. [Forse Esther, K. Petrowskaja, trad. A. Vigliani, citazione pagina 185]

Scritto direttamente in tedesco, la lingua del nemico, “Forse Esther” è valso a Katja Petrowskaja il Premio Strega Europeo 2015, ed è un libro dimostra come la Storia schiacci i piccoli uomini, li mandi in guerra, li opprima, li mandi al confine (nei lager tedeschi o nei gulag sovietici). L’autrice solo con pazienza infinita e con tanto coraggio ha cercato di seguire quel flebile filo di Arianna che le poteva regalare almeno un ricordo in più.

Vasilij Grossman | Tutto scorre…

Se voi poteste sfogliare la mia copia de “Tutto scorre…” di Vasilij Grossman (Adelphi, 229 pagine, 11 euro) la trovereste piena di sottolineature, da una semplice riga a due pagine intere di concetti che mi hanno colpita. “Tutto scorre…” è stato un regalo di Natale che ho divorato entro la fine del 2015 e finalmente mi accingo a parlarvene. Credo che “Tutto scorre…” sia un’opera imporante, un caposaldo del realismo socialista, credo che sia fondamentale per lanciare uno sguardo sulla Russia del Dopoguerra e per capire come il sogno sovietico si sia infranto in mille pezzi o forse non sia mai nato.

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Titolo: Tutto scorre…

L’Autore: Vasilij Grossma (1905 – 1964) è stato uno scrittore russo, uno dei più importanti del realismo socialista. Oltre “Tutto scorre…”, Adelphi ha pubblicato altre opere quali “L’inferno di Treblinka”, “Vita e destino” e “Il bene sia con voi!”

Traduzione dal russo: Gigliola Venturi

Editore: Adelphi

Il mio consiglio: sì, è uno dei romanzi imprescindibili per capire il Novecento

Quella mattina si era svegliato, sul treno, con una sensazione di irremediabile solitudine. L’incontro del giorno precedente con il cugino lo aveva riempito di amarezza, e Mosca lo aveva assordato, soffocato. La mole degli altissimi edifici, il flusso delle macchine, i semafori, la folla che marciava sui marciapiedi, tutto gli era estraneo, inconsueto. La città gli era parsa un enorme meccanismo ammaestrato che ora s’immobilizzava al segnale rosso, ora ricominciava a muoversi col verde… Quante cose aveva visto la Russia in mille anni della sua storia. Negli anni sovietici poi, aveva veduto formidabili vittorie militari, grandiosi cantieri, nuove città, dighe che sbarravano il corso del Dnepr e della Volga, un canale che univa i mari, e possenti trattori, e grattacieli… Una cosa sola la Russia non aveva visto in mille anni: la libertà. [Tutto scorre…, V. Grossman, trad. G. Venturi, citazione pagine 58-59]

Un treno corre verso Mosca con il suo carico di esseri umani, pronti per essere scaricaricati nella capitale russa. Tra i passeggeri c’è anche Ivan Grigor’evic, che dopo quasi trent’anni di prigionia può assaporare nuovamente la libertà. Ivan Grigor’evic raggiunge la casa del cugino Nikolaj Andreevic, ma dopo così tanto tempo non si riconoscono quasi più.

I due cugini non potrebbero essere più diversi: Nikolaj è uno scienziato, ha conseguito un dottorato e ha un posto di lavoro di prestigio solamente perché ha sempre asservito e assecondato il potere come un vigliacco, votando consapevolmente contro degli innocenti che sono stati spediti nei lager della Siberia.

Ivan Grigor’evic, invece, è un uomo che sin da giovane non ha mai voluto piegarsi al potere, non ha mai voluto essere uno schiavo dello Stato, un automa, un uomo senza pensiero proprio e aveva difeso il diritto alla libertà, pagando queste affermazioni fatte durante un seminario di filosofia all’università con trent’anni di lavori forzati, nella gelida e insopitale Siberia.

Ivan Grigor’evic rifiuta l’invito di Nikolaj di fermarsi da lui a Mosca, si sposta a Leningrado dove incontra la persona che lo aveva denunciato, inizia a vagare prima per la città e poi spostandosi in periferia. Trova alloggio in affitto presso una donna di nome Anna Sergeeva, una vedova che lavora in una mensa e che si occupa del nipotino mentre suo figlio è lontano a servire l’esercito nelle truppe di riserva. Ivan Grigor’evic inizia a lavorare in un artel, una cooperativa di lavoro, ma i guadagni son molto bassi e il lavoro davvero duro, e spesso rievoca i ricordi dei lager e del lavoro nella Kolyma, in Siberia.

D’un tratto Ivan Grigor’evic rifletté: chissà, era quella magari la mia strada, il mio destino. Sì, con quei carri merci mi sono messo per via. Ed ecco, adesso il viaggio è finito. Quei ricordi del lager, che spesso si risvegliavano in lui senza un nesso specifico, lo tormentavano con la loro caoticità. Egli sentiva, ricordava che si può venire a capo del caos, che esistevano in lui le forze per farlo e che adesso, finita la strada del lager, era venuto il momento di vedere l’evidenza, di distinguere quali erano le regole in quel caos di sofferenze, quali le contraddizioni fra colpa e santa innocenza, tra il falso riconoscimento dei propri delitti e la devozione fanatica, tra l’assurdità dell’assassinio di milioni di persone innocenti e di gente devota al partito, e il ferreo significato di quegli assassinii. [Tutto scorre…, V. Grossman, trad. G. Venturi, citazione pagine 108]

Posso affermare senza tanti giri di parole che la lettura di “Tutto scorre…” di Grossman mi ha profondamente turbata ma nello stesso tempo ha rafforzato fermamente alcune mie convinzioni, che ora trovano fondamento nelle affermazioni di Grossman, giacché l’Unione Sovietica l’ha vissuta.

Se la grama realtà della privazione dei diritti umani fondamentali nei lager e nei gulag sovietici in Siberia la conoscevo già grazie ad altre letture, posso dire che sono rimasta fortemente sconvolta nell’apprendere che nello Stato socialista impediva gli scioperi ai lavoratori; lucrava sul lavoro dei miserabili (se un fabbro per una riparazione avrebbe preso 25 rubli, lavorando per lo Stato ne avrebbe percepiti 2, i restanti avrebbero ingrassato le casse sovietiche); e soprattutto tra gli anni Venti e Trenta lo Stato sovietico aveva confiscato le terre appartenenti ai kulaki, i contadini porprietari di terre, riducendoli alla miseria, alla fame e alla morte (e vi assicuro che i capitoli dedicati alla spiegazione della dekulakizzazione sono terribili da leggere, alla descrizione della morte dei bambini non mi ci abituerò mai).

Ci sono poi i capitoli dedicati all’ideale padre dell’Unione Sovietica, Lenin, e quelli che spiegano la presa di potere del “butterato figlio di un ciabattino di Gori“, il georgiano meglio noto con il suo soprannome inquietante, uomo d’acciaio, Stalin.

L’intolleranza, l’insistenza, l’irremovibilità di Lenin verso chi la pensava diversamente, il disprezzo per la libertà, il fanatismo della sua fede, la crudeltà verso i nemici – tutto quello che portò alla vittoria la causa di Lenin – è stato generato, forgiato negli abissi millenari della vita schiavistica russa, nella non-libertà russa. E’ questa la ragione per cui la vittoria di Lenin rese servizio alla non-libertà. [Tutto scorre…, V. Grossman, trad. G. Venturi, citazione pagine 201]

Come ho scritto nell’introduzione, la lettura del breve “Tutto scorre…” di Vasilij Grossman è una lettura imprescindibile per comprendere il Novecento. Non ci si può fare un’idea completa di cosa è stata l’Unione Sovietica se non si leggono libri come questo. Nelle scuole italiane si parla solo dei lager dove i tedeschi sterminavano senza pietà gli ebrei, mentre vengono quasi del tutto ignorati i lager siberiani dove i nemici dello Stato sovietico andavano a morire. E l’ignoranza dei lager siberiani è sbagliata, secondo me, perché come scrive Grossman “un cupo e tetro male snaturava la gente dei lager, cancellandone l’umanità” e questa affermazione vale per tutti i prigionieri, nessuno escluso.

Così come in Italia esiste – giustamente! – il reato di apologia del fascismo, esiste nel mondo il reato di apologia del comunismo e la costituzione dei partiti comunisti vigente nei seguenti Paesi: Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria (dove il comunismo ha portato alla catastrofe nazionale) e Romania. Mentre esiste il reato di apologia del comunismo e dei suoi simboli nei seguenti Paesi: Polonia (dove vige anche il divieto di commercializzare e riprodurre simboli fascisti e totalitaristi anche attraverso Internet), Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria (valevole anche per i simboli fascisti e in generale i regimi totalitari del Novecento), Georgia e Ucraina (che mette sullo stesso piano i simboli nazisti e comunisti, accomunandoli con il loro carattere criminale).

Da una lettura come questa, io ne esco profondamente sconvolta e incredula: nella mia mente stridono i connubi “comunismo e libertà” e “fascismo e libertà“, perché in ogni dittatura – di qualsiasi orientamento politico – la libertà è la prima cosa che si sopprime per mantenere il regime del terrore.