A. Igoni Barrett | L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto

L’ultima volta che abbiamo litigato le avevo appena detto che l’amavo. Lei ha detto “fatti, non parole”, e che se l’amavo sul serio le avrei dato un bambino, non l’avrei mai lasciata in quel modo, neanche per sogno.
“Amore significa che torni anche quando non puoi”.
A quel punto abbiamo litigato. Ho raccattato le mie cose e me ne sono andato [dal racconto Una storia tira e molla a Nairobi, A. Igoni Barrett, trad. M. Martino]

Amore significa che torni anche quando non puoi: in questa frase è contenuto il denominatore comune dei nove, bellissimi racconti di A. Igoni Barrett raccolti ne “L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto“, tradotti da Michele Martino per 66thand2nd editore. L’amore come sentimento è il protagonista dei nove racconti e viene declinato in ogni sua sfaccettatura; nel contempo, per i personaggi creati da A. Igoni Barrett, amore significa tornare sempre, o quasi, anche e soprattutto quando è impossibile.

Un figlio torna dalla madre alcolizzata e tossicodipendente. Una moglie continua a restare con il marito per mantenere l’onore della famiglia, benché sia gelosa dell’affetto che il consorte regala alla figlia. Un uomo innamorato di una bellissima donna ritorna sempre, dopo ogni litigata, nonostante il pessimo carattere di lei.

È sempre la Nigeria – ad eccezione di un racconto ambientato in Kenya, Una storia tira e molla a Nairobi – a far da sfondo alle storie di Igoni Barrett, una nazione descritta in modo sincero e priva di imbarazzo, rappresentata senza mezze misure, con difetti e pregi compresi.

Nei racconti vengono descritti gli ingorghi quotidiani di un traffico caotico e ingestibile; l’estrema povertà contrapposta al lusso sfrenato di chi lavora per il governo nigeriano; parte della recente storia della Nigeria, con i numerosi colpi di stato che si sono susseguiti nel tempo; le discriminazioni tra chi è bianco e chi è nero; la corruzione dei politici e l’abuso di potere da parte dei militari.

Benché si tratti di racconti più o meno brevi, A. Igoni Barrett ha la notevole capacità di descrivere in modo perfetto i protagonisti, evidenziando le caratteristiche positive e negative che li rendono realistici; i suoi personaggi non sono mai solo buoni o solo cattivi: sono esseri umani, persone comuni provenienti da differenti classi sociali, per cui fallibili.

Il tutto è sempre raccontato con un taglio a tratti ironico, a volte commovente o addirittura tragico, utilizzando uno stile semplice e coinvolgente allo stesso tempo, capace di trascinare con estrema facilità il lettore nelle vicende narrate.

Perpetua era confusa. Ciò che vedeva nel visto di Tene non somigliava affatto a quello che si aspettava. Cercava segni tangibili di un’emozione posticcia, ma non riusciva a coglierne nemmeno uno. Voleva gioia, ma trovava solo compassione. Eppure, ragionò, il fatto di non riuscire a vedere quello che aveva immaginato non faceva che confermare che la sua rivale era più scaltra del previsto [dal racconto Godspeed e Perpetua, A. Igoni Barrett, trad. M. Martino]

Lagos, Nigeria (fonte: Wikipedia CC BY 2.0)

L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto” è una raccolta di racconti entusiasmante e piacevole da leggere, dove l’amore, in ogni sua forma, corre tra le polverose strade della Nigeria, sempre pronto a costruire o distruggere speranze e gioie nel cuore degli uomini.

Se siete curiosi, qui potete leggere gli incipit dei nove racconti.

Titolo: L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto
L’Autore: A. Igoni Barrett
Traduzione dall’inglese: Michele Martino
Editore: 66thand2nd
Perché leggerlo: perché si tratta di una raccolta di racconti coinvolgenti e piacevoli da leggere dove il sentimento preponderante è l’amore mostrato in ogni sua declinazione, e allo stesso tempo è un sincero e vivido ritratto della Nigeria di oggi

(© Riproduzione riservata)

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Liliana Lazar | Figli del diavolo

Nel suo misero alloggio, Elena aveva imparato a relativizzare qualsiasi cosa, dagli odori nauseabondi che salivano lungo le tubature alle blatte che infestavano il palazzo e che lei teneva alla larga dai suoi venti metri quadri a furia di candeggina. Anche la sua solitudine forzata non le pesava più di tanto. Ancora vergine a un’età in cui altre aspettavno il quinto marmocchio, l’unica cosa che la tormentava davvero era il fatto di non avere figli. E se ormai aveva rinunciato all’idea di sposarsi, sperava ancora di diventare madre, prima o poi [Figli del diavolo, Liliana Lazar, trad. C. Diez]

Alla fine degli anni Settanta il dittatore della Romania Nicolae Ceaușescu legiferò in merito al numero di figli che una donna poteva avere e sul diritto d’aborto: l’aborto è proibito alle donne con meno di quarantacinque anni che non hanno dato alla luce quattro figli. Tra le severe regole, le donne ferite in seguito a un aborto clandestino non potranno essere curate finché non avranno denunciato la persona che ha procurato l’aborto.

La legge sul numero dei figli derivava dal fatto che secondo il despota romeno la vera forza di un Paese era il suo popolo e i romeni dovevano essere numerosi. Le famiglie non dispondevano di mezzi economici per mantenere molti figli, così gli abbandoni erano all’ordine del giorno, e negli anni Ottanta il governo romeno aprì molte strutture per i bambini rifiutati dai genitori. Dopo la morte di Ceaușescu avvenuta nel 1989, l’Europa occidentale scoprì cosa era accaduto negli orfanotrofi governativi, trasformati da case di accoglienza a lager.

La scrittrice romena Liliana Lazar vuole raccontare una pagina buia della storia della Romania attraverso il dramma degli orfani degli anni Ottanta: il risultato è il romanzo di denuncia sociale “Figli del diavolo“, tradotto da Camilla Diez per 66than2nd, che ha come protagonista Elena Cosma, un’ostetrica romena di 35 anni, senza marito né figli, che vive sola in un grigio palazzo anonimo a Bucarest.

Nella capitale, Elena Cosma lavora in una struttura nella quale arrivano donne disperate che chiedono di abortire o che abbandonano i bambini appena nati. Anche se illegalmente, per le signore legate al Partito Elena Cosma pratica l’aborto in cambio di molti soldi.

Elena Cosma era una delle poche professioniste a praticare interruzioni di gravidanza per le mogli dei quadri di Partito. In cambio dei suoi servizi, poteva contare su un po’ di protezione, e qualche volta le capitava anche di intascarsi un bel gruzzoletto (…) [Figli del diavolo, Liliana Lazar, trad. C. Diez]

L’ostetrica che ha un forte desiderio di maternità quando incontra Zelda P. capisce che potrà soddisfarlo. Zelda P. è la vedova di un soldato e chiede aiuto a Elena Cosma, ma la giovane donna è ben oltre al terzo mese per cui l’ostetrica non può far nulla. Però, Elena Cosma ha un’idea: Zelda P. partorirà ed Elena prenderà con sé il bambino.

Palazzo del Parlamento, Bucarest (fonte: Wikipedia)

Il primo luglio 1978, giorno dei Santi Cosma e Damian, a Bucarest Zelda P. partorisce un bambino e Elena lo chiama Damian. La felicità di Elena e Damian dura poco: qualche tempo dopo, Zelda P. si rifà viva ed Elena per proteggere Damian decide di trasfersi a Prigor, un paese di campagna a pochi chilometri da Iași.

A prima vista Prigor non sembrava più povera delle altre località della regione. Anzi, qui la miseria era meno visibile che altrove, perché gli abitanti potevano contare su una natura generosa. E poi, fino al allora, l’isolamento li aveva protetti dalla repressione politica [Figli del diavolo, Liliana Lazar, trad. C. Diez]

A Prigor Elena accetta uno squallido lavoro in un dispensario medico, dove ha il dovere di denunciare alle autorità ogni tentativo di interruzione di gravidanza volontaria. Ma anche a Prigor ben presto si scopre il segreto di Elena: è il sindaco, il veterinario Ivanov, a scoprire che Damian non è figlio di Elena. L’ostetrica, a sua volta, viene a conoscenza di un fatto di sangue che vede il veterinario coinvolto e i due, con un tacito accordo, decidono di fingere di non sapere l’uno dell’altra e di proseguire i loro affari.

Dato il numero crescente di orfani in Romania, Elena Cosma chiede al sindaco il permesso di aprire una casa per bambini, per i figli del diavolo, quei bambini abbandonati o rifiutati dalle famiglie, quei disgraziati rachitici e malati che nessuno vuole.

Il ministero della Gioventù e dell’Infanzia ha appena inaugurato una nuova casa per bambini nel nord della Moldavia. E’ l’ottava struttura di questo tipo che vdiene aperta dall’inizio dell’anno, prova dell’interesse delle autorità nei confronti dei bambini abbandonati (…) [Figli del diavolo, Liliana Lazar, trad. C. Diez]

Ma ciò che succede sulla pelle dei bambini è davvero drammatico: Elena Cosma ne è a conoscenza ma non denuncia le irregolarità. Nemmeno il suicidio di Lucian, bambino di otto anni vittima delle mire pedofile dell’Impalatore, la smuove. Per Elena Cosma l’importante è proteggere Damian ad ogni costo.

Gli orfani sono in balia degli educatori personaggi crudeli che sedano i bambini con tranquillanti e manganellate, fanno la cresta su ogni cosa, si prendono una parte dei beni destinati ai bambini. Elena Cosma fa di tutto per proteggere Damian dalla drammatica realtà, mettendo tra Damian, “figlio di Dio”, e gli orfani, “i figli del diavolo”, lucchetti, catene e porte sbarrate.

Figli del diavolo” di Liliana Lazar è un romanzo scritto con uno stile altamente coinvolgente, dove i capitoli brevissimi si alternano l’un con l’altro, dove la tensione è sempre altissima e la paura che succeda qualcosa di brutto è costante. È un libro interessante per chi vuole conoscere una pagina di storia romena: in questa vicenda le vittime sono state principalmente i bambini, coloro che avrebbero dovuto rappresentare la forza del Paese e avrebbero dovuto essere protetti, invece hanno subito i peggiori orrori della dittatura di Ceaușescu.

Quando gli eventi precipitano, nei primi anni Novanda, quando viene fuori lo scandalo delle microtrasfusioni e della dilagante epidemia di HIV tra i bambini, la stessa Elena Cosma, per quanto motivata dall’amore di madre, non riuscirà a fuggire e proteggere Damian: per aver taciuto e nascosto certi orrori, non può esserci un lieto fine. Ogni nodo viene al pettine e fuggire alle proprie colpe e ai propri silenzi è impossibile.

Titolo: Figli del diavolo
L’Autrice: Liliana Lazar
Traduzione dal francese: Camilla Diez
Editore: 66thand2nd
Perché leggerlo: per conoscere le condizioni di vita degli orfani nella Romania degli anni della dittatura

(© Riproduzione riservata)

Librinpillole: le letture di giugno

Librinpillole è la rubrica che vi racconta e vi consiglia i libri che ho letto nel mese appena trascorso. Buone letture!

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I libri di giugno in posa per voi: manca “L’ombra del gatto” perché ha già dovuto rientrare in biblioteca!

Il mese di giugno è trascorso in fretta, complici diversi impegni che aspettavo con tanta curiosità, che poi sono passati troppo in fretta. Mi riferisco in particolare a tre eventi: la Grande Invasione a Ivrea (TO) dove ho trascorso una mattinata e un pomeriggio in compagnia di Elisa, la bella presentazione del libro “Adieu mon cœur” di Angelo Calvisi alla Libreria Sulla Parola di Caluso (TO) e l’ultimo appuntamento de Una valigia di libri – Viaggio in Africa e Oceania, organizzato come sempre da La lettrice rampante, Stefania della Libreria Sulla Parola e me.

Passando alle letture, questo mese ho letto molto, anche perché alcuni libri scelti questo mese erano decisamente brevi. Sono contenta perché grazie alle mie letture questo mese ho visitato ben dieci nuovi Paesi e il mio giro del mondo attraverso i libri sta procedendo alla grande. Ecco di seguito l’elenco con il link diretto alla mia recensione:

Appartenersi di Karim Miské (Fazi, 95 pagine, 15 euro): un breve ma intenso memoir grazie al quale ho imparato molte cose sulla Mauritania, sul rapporto tra la Francia e le sue ex-colonie, sugli amori tra due persone di diversa cultura e sul senso di appartenere o di sentirsi parte di un mondo.

Solo bagaglio a mano di Gabriele Romagnoli (Feltrinelli, 87 pagine, 10 euro): un brevissimo compendio per chi ama viaggiare, scovato a Bologna nella Libreria Libri Liberi della mitica Inge, letto praticamente tutto tra Reggio nell’Emilia e Torino mentre tornavo a casa.

Buongiorno compagni! di Ondjaki (Iacobelli editore, 121 pagine, 12 euro): un libro che racconta una bellissima storia narrata attraverso la voce di un bimbo, che con i suoi occhi innocenti vede il suo Paese, l’Angola, cambiare.

African pyscho Alain Mabanckou (66than2nd, 155 pagine, 17 €): racconta le divertentissime memorie di un giovane aspirante serial killer congolese. Una lettura ironica, pungente e tagliente come la lama di un coltello, ma che strappa più di una risata.

L’altra figlia di Annie Ernaux (L’Orma editore, 81 pagine, 8,50 €): è una lettura breve ma potente, per chi vuole immergersi in un turbinio di sentimenti ed emozioni descritte in modo magnifico, una lettera che la scrittrice francese scrive a un mittente che non potrà mai leggerla.

Gli Stati Uniti d’Africa di Abdourahman A. Waberi (Morellini editore, 165 pagine, 14,90 €): è un’originalissima prospettiva dove le sorti del mondo sono ribaltate, dove l’Africa è ricca e l’Europa e Nord America poverissime. Un libro impeccabile e preciso che permette ampie riflessioni sul pianeta su cui viviamo e pone una domanda fondamentale: il cambiamento è possibile?

Canti del Mid-America di Sherwood Anderson (Corrimano edizioni, 80 pagine, 10 €): è una raccolta poetica dove, leggendo, veniamo cullati dalle parole, profonde ed evocative, di uno scrittore magistrale, un uomo che ha saputo descrivere luoghi, tempi, persone ed emozioni con una capacità rara: quella di trasportarci lontano e farci sognare.

Manuale di sopravvivenza amazzonica per signorine di città di Sara Porro (EDT, 127 pagine, 8,90€): è un lungo racconto di avventure e incontri, in parte piacevoli, a volte poco igienici e soprattutto culinari. Una divertente e bellissima lettura.

L’ombra del gatto di Flavio Massazza (Il Punto Piemonte in bancarella, 195 pagine, 10 €): l’ho letto per un bookclub ma non l’ho recensito sul blog. Darò qui una breve opinione: la storia è interessante, refusi a parte, è molto scorrevole e trascina il lettore verso il finale un po’ surreale, quindi inverosimile, e troppo rocambolesco. L’ha letto anche la mia mamma e pure lei la pensa come me. Vedete voi se leggerlo o meno.

Elementare, cowboy di Steve Hockensmith (CasaSirio editore, 407 pagine, 18 €): è un giallo in salsa western, una lettura divertente e stimolante, raccontata in modo fluido e scorrevole, il libro ideale da portare in vacanza.

Poesia d’amore turca e persiana, AA. VV. (EPIDEM Novara, 340 pagine, 1.200 lire): è un libro che raccoglie poesie, teatro e racconti di autori provenienti dall’Asia Centrale. Senza dubbio è un volume di difficile reperibilità, ma può darsi che qualche biblioteca o mercatino dell’usato abbia qualche copia: in quel caso, non fatevelo scappare!

E voi, avete partecipato a qualche evento letterario o presentazione questo mese? Quali libri avete letto a giugno? Quali mi consigliate?

L’appuntamento con Librinpillole è per il prossimo mese, con tante (spero belle!) nuove letture!

Alain Mabanckou | African psycho

Prosegue il mio viaggio attraverso le letterature africane e questa volta sono stata nella Repubblica del Congo (ex-Congo francese) leggendo le divertentissime disavventure dell’aspirante serial killer Grégoire Nakobomayo narrate nel romanzo African psycho di Alain Mabanckou (66than2nd, 155 pagine, 17 €).

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Titolo: African psycho

L’Autore: Alain Mabanckou è nato a Pointe-Noire nel 1966. Dopo aver studiato legge a Brazzaville, nel 1989 si trasferisce in Francia. Oggi vive a Los Angeles e insegna letteratura francofona all’università. Autore pluripremiato in Francia, nel 2015 è stato finalista al prestigioso Man Booker International Prize e nella cinquina per il Premio Strega Europeo.

Traduzione dal francese: Daniele Petruccioli

Editore: 66thand2nd

Il mio consiglio: African psycho è sono le divertentissime memorie di un giovane aspirante serial killer. Una lettura ironica, pungente e tagliente come la lama di un coltello, ma che strappa più di una risata.

Ho deciso di uccidere Germaine il 29 dicembre. Ci penso da settimane, checché se ne dica per uccidere una persona ci vuole una preparazione insieme psicologica e materiale. Al momento credo di aver raggiunto lo stato d’animo giusto, anche se non ho ancora scelto il mezzo con cui portare a termine la mia opera. È solo questione di dettagli, ormai. Su questo aspetto pratico ho deciso di mantenere un certo margine di manovra, per aggiungere un pizzico di improvvisazione al progetto. No, non vado in cerca della perfezione, lungi da me questa idea. La verità è che non amo prendere le mie imprese alla leggera, e non sarà un omicidio a cambiare il modo in cui concepisco le cose… [©Alain Mabanckou, African psycho]

Grégoire Nakobomayo è un giovane congolese che vive nello squallido quartiere chiamato Colui-che-beve-l’acqua-è-un-imbecille. Lavora presso una carrozzeria, ma più che aggiustare le auto, le demolisce a colpi di martello; è particolarmente brutto, ha una testa squadrata a forma di triangolo, forma che viene evidenziata dalla rasatura dei capelli, ha la pelle nerissima, il naso piccolo e gli occhi infossati. Ha avuto un’infanzia difficilissima: abbandonato da piccolo dai genitori che non ha mai conosciuto, è stato cresciuto da genitori adottivi che lo prendevano in affido solo per avere i contribuiti statali.

Compiuti diciotto anni, è stato abbandonato anche dalla famiglia adottiva e buttato nel crudele mondo. Sin da piccolo Grégoire ha avuto istinti criminosi, tanto da frequentare i tribunali dove si condannano gli assassini o i ladri, per ispirarsi ascoltando le loro gesta. Ma ha un solo un grande idolo: il mitico e cattivissimo serial killer Angoualima, morto suicida dopo aver seminato panico e terrore a Colui-che-beve-l’acqua-è-un-imbecille. Angoualima stuprava, uccideva, rubava, rapiva… insomma, un mostro perfetto a tutto tondo al quale Grégoire si ispira per diventare un serial killer.

Grégoire all’attivo ha solo un’aggressione poco riuscita e un tentativo di stupro andato male: raggiunge la tomba del Maestro Angoualima e gli racconta le sue – disastrose – imprese. Il Maestro dall’Aldilà gli risponde che è un incapace, un deficiente, indegno persino di osare pronunciare il suo nome. Così, Grégoire decide di fare qualcosa di clamoroso, qualcosa che avrà risonanza sulla stampa, un evento del quale si parlerà per anni a venire, che lo consacrerà alla gloria anche agli occhi del Maestro: ucciderà Germaine, la prostituta che vive con lui.

La lettura di African psycho è stata una vera sorpresa: sembra strano confessarlo, ma leggendo le disavventure del disgraziato Grégoire mi sono divertita parecchio e più volte lo sfortunato aspirante criminale mi ha strappato un sorriso.

Alain Mabanckou sceglie di scrivere in prima persona, quindi come lettori veniamo catapultati nei pensieri di Grégoire. Pensieri che spesso sono fluidi e semplici, a volte contorti, soprattutto nella confusione e insicurezza che precede la pianificazione dell’omicidio di Germaine. Si procede nella lettura degli sprazzi dei pensieri di Grégoire, che rievoca anche la sua storia, per far capire ai lettori come sia arrivato a voler diventare un serial killer. Acutissimi per la loro ironia sono le conversazioni tra Grégoire e lo spirito di Angoualima, quando il discepolo va dal suo Maestro per raccontare i suoi crimini.

Se con il romanzo E adesso? dello scrittore cinese A Yi ero entrata negli inquietanti pensieri dell’assassino e mi aveva lasciato parecchia angoscia, con le disgrazie di Grégoire di African psycho è impossibile farsi prendere dal panico: è troppo pasticcione e impulsivo per far paura, si ride, e tanto, ma non lo si teme mai.

Il finale è a sopresa e Alain Mabanckou è abilissimo nel non lasciarlo intendere neppure per un secondo, anche al lettore più attento. Non ve lo svelo di certo: leggetelo se cercate un libro divertente di un autore veramente bravo.

Miguel Bonnefoy | Il meraviglioso viaggio di Octavio

Il romanzo “Il meraviglioso viaggio di Octavio” scritto da Miguel Bonnefoy (66thand2nd editore, 109 pagine, 16 euro) è un libro talmente bello che merita veramente una recensione meravigliosa. Io non so se sarò all’altezza di scrivere una recensione meravigliosa a proposito di questa fantastica serie di avventure, ma scrivo sin da ora che se state cercando un ottimo amico per farvi compagnia durante le vacanze, lo potrete senza dubbio trovare in questo libro.

6089606_403283Titolo: Il meraviglioso viaggio di Octavio

L’Autore: Miguel Bonnefoy è nato a Parigi nel 1986, da mamma venezuelana e papà cileno. Cresciuto tra Europa e Sudamerica, la sua scrittura riflette questa magia. “Il meraviglioso viaggio di Octavio”, pubblicato in Francia nel gennaio 2015, si è aggiudicato il prestigioso Prix Edmée de la Rochefoucauld per l’opera prima.

Traduzione: Francesca Bononi

Editore: 66thand2nd

Il mio consiglio: un libro come questo è un ottimo amico, non lasciatevelo scappare!

Pensò a Venezuela. Pensò che la letteratura non poteva somigliare a una figura tanto distante dalle donne. La letteratura doveva tenere la penna come si tiene una spada, mescolarsi all’immensa e tumultuosa comunità degli uomini, in una lotta ostinata in difesa del diritto di nominare, impastata nella stessa creta, nello stesso fango, nella stessa assurdità di coloro che la servivano. Doveva essere eroica e piena di ferite, avere i capelli sciolti, un machete alla cintura o uno schioppetto in spalla. La letteratura doveva rappresentare anche chi non la leggeva, per esistere come l’acqua e come l’aria, e sempre in modo diverso. [Il meraviglioso viaggio di Octavio, Miguel Bonnefoy, citazione pagina 50]

Il 20 agosto 1908 al porto di La Guaira, in Venezuela, sbarcò una nave proveniente da Trinidad che oltre ad esseri umani portò la peste. Presto la peste divenne un vero e proprio flagello e solo un intervento tanto casuale quando provvidenziale salvò gli abitanti dall’epidemia. Dove si verificò il miracolo dei limoni, nacque il paese di San Paolo dei Limoni, dove ai margini di una bidonville vive Don Octavio, il protagonista della storia. Don Octavio, quel ragazzone robosto e alto, custodisce un grande segreto e fa di tutto per evitare che la gente lo scopra, coprendolo di vergogna: Octavio, infatti, non sa leggere né scrivere e ogni giorno deve inventarsi un nuovo espediente per far credere agli altri che lui non sia analfabeta. Se bisogna leggere, racconta che ha dimenticato gli occhiali; se bisogna scrivere, mostra la mano bendata e dichiara che si è ferito e non può tenere la penna in mano.

Il mondo di Octavio però cambia quando in una farmacia incontra una donna che porta il nome del Paese in cui abitano: Doña Venezuela, la quale legge ad Octavio la ricetta che ha scritto il dottor Alberto Perezzo e che la farmacista non riusciva a decifrare. Venezuela invita Octavio a prendere un caffé e proprio in quel locale si rende conto che il pover uomo non sa leggere. Iniziano così una serie di lezioni a casa di Venezuela, durante le quali la donna mostra ad Octavio la bellezza della lettura e della scrittura.

Ma oltre l’analfabetismo, Octavio nasconde un altro segreto, ovvero un lavoro illecito e proprio a causa di questi loschi traffici si ritrova nei guai fino al collo. Costretto alla fuga, Octavio inizia il suo meraviglioso viaggio, un viaggio costellato di realismo magico, di magia, di personaggi bizzarri, di luoghi suggestivi, di tribù che vivono nelle foreste venezuelane e di fiumi capricciosi. Octavio da quel viaggio imparerà molto e solo al termine del suo peregrinare sarà disposto a tornare nella sua vecchia baracca, anche se lo attenderà una sorpresa poco gradevole.

Insetti, stelle, animali, utensili. Octavio cercò subito di decifrare quei simboli. La pietra muta parlava tutte le lingue. Gli ci vollero alcuni minuti prima di riconoscere un particolare del petroglifo di Campanero. La pieta che, dalla sera del furto, gli era costata mesi e mesi di esilio, e che nessuno, a parte le are e le orchidee, doveva aver letto […] Le sue mani, incontrando la luce, si proiettavano sul muro e ripetevano i gesti. Visto così, l’uomo sembrava discendere da un animale disegnato in una caverna. Lì riposava un’intera umanità. Octavio aveva finalmente scoperto dove nasceva la letteratura che aveva tanto cercato negli scaffali della chiesa e negli insegnamenti di Venezuela. Quel grande libro era rimasto chiuso per mille anni. Aveva resistito al tempo come la pietra. La letteratura era quindi una pietra. [Il meraviglioso viaggio di Octavio, Miguel Bonnefoy, citazione pagina 74-75]

Il viaggio che Octavio compie è davvero magico e se qualche lettore può pensare che il cosiddetto “realismo magico” sudamericano sia finito con autori del calibro di Gabriel Garcia Marquez o Isabel Allende, penso che debba leggere questo romanzo per ricredersi. Ogni pagina è impregnata suggestione e aleggia costantemente l’irreale legato però in modo indissolubile alla realtà; alcuni capoversi sono pura poesia, la prima citazione che ho riportato nell’articolo appartiene ad una delle pagine più belle che io abbia mai letto.

L’amore per il proprio paese, le proprie radici, la propria cultura e anche l’amore per i libri e la letteratura, fanno di questo breve ma intensissimo romanzo picaresco un piccolo petroglifo magico, che rifulge tutto da interpretare – a partire dalla magnifica copertina – e che non può mancare nelle librerie di chi ama storie originali e avvincenti, tenere e ricche di insegnamenti.