10 cose da vedere a Tallinn: vi racconto la mia fiaba baltica

Ci siamo! Sono quasi le undici del mattino quando il comandante del velivolo annuncia di allacciare le cinture di sicurezza perché a breve iniziano le manove d’atterraggio. Incollo il naso al finestrino mentre il velivolo si abbassa, la coltre di nuvole bianche e paffute si dirada e finalmente vedo la terra estone, un po’ tremolante perché sono commossa. Mi emoziono perché era da tanto tempo che desideravo visitare Tallinn: tutta colpa dello scrittore olandese Jan Brokken!

L’atterraggio è perfetto: capitano ed equipaggio ci salutano e ci ringraziano; le hostess spalancano il portellone, ci siamo davvero, metto il naso fuori, respiro a pieni polmoni e dico entusiasta: “Tutto sommato non fa così freddo!“.

È più o meno così che è iniziata la mia fiaba baltica!

In questo articolo descriverò 10 cose che non dovrebbero mancare durante il vostro soggiorno a Tallinn. La piccola capitale estone si visita tranquillamente in un fine settimana (2 giorni pieni), senza correre troppo: quasi tutte le attrazioni di cui vi parlerò le troverete a poca distanza dal centro.

Siete pronti per partire con me?

1. Piazza delle Libertà (Vabaduse Väljiak)

L’Estonia ha avuto una storia particolarmente turbolenta e nel corso del tempo ha dichiarato ben due volte l’indipendenza: il 24 febbraio 1918 e il 20 agosto 1991. Il 24 febbraio 1918 l’Estonia dichiarò la propria indipendenza, cosa che non piacque né alla Russia né alla Germania, potenze che volevano annettere i territori baltici. L’Estonia venne così invasa dalla Russia, ma gli estoni non si diedero per vinti: la Guerra di indipendenza estone durò dal 1918 al 1920. Purtroppo, l’indipendenza dell’Estona ebbe vita breve: nel 1940 l’U.R.S.S. invase di nuovo il piccolo stato baltico e la Germania di Hitler giunse a salvarl: gli estoni salutarono con calore ed entusiasmo i nazisti, sperando che li liberassero dai sovietici e gli ridessero la libertà.

Peccato che non andò proprio così. I nazisti divisero la popolazione estone generando una pericolosa spaccatura negli strati sociali e abbandonarono l’Estonia solo nel 1944, momento in cui i sovietici decisero di nuovo di invadare l’Estonia. La dominazione sovietica in Estonia durò 47 anni e la definitiva indipendenza arrivò il 20 agosto 1991, due anni dopo la caduta del muro di Berlino e la disgregazione dell’immensa Unione Sovietica.

La bella Piazza delle libertà ricorda a tutti questa storia fatta di coraggio, indipendenza e resistenza verso gli invasori: qui la grande croce commemora i caduti della guerra d’indipendenza contro la Russia (1918-1920) e nelle giornate di vento i tre colori estoni – blu, bianco e nero – sventolano con orgoglio.

2. Palazzo Kadriorg e il suo parco

Sinora ho parlato della storia più recente dell’Estonia, ma i russi puntarono gli occhi sul piccolo stato baltico molto prima del 1918. La dominazione zarista in Estonia è narrata molto bene nel romanzo storico “Il pazzo dello zar” di Jaan Kross (trad. A. Alberti, Iperborea, 433 pagine, 19 €), che vi suggerico di leggere prima di un viaggio in Estonia.

Sebbene Jaan Kross abbia ambientato il romanzo a Võisiku, nel distretto di Viljandi, quando ho visitato il Palazzo Kadriorg e il suo magnifico parco non ho avuto problemi ad immaginarmi nella tenuta di Timotheus von Brock, il pazzo dello zar, appunto. La magia dei libri è anche questa.

L’attuale stupenda configurazione del Palazzo Kadriorg la si deve a Pietro il Grande che, quando entrò vittorioso a Reval, l’antico nome di Tallinn, decise di modificare un antico maniero in stile danese per donarlo alla moglie Caterina, su progetto dell’architetto veneziano Nicola Michetti. I lavori iniziarono nel luglio del 1718, gli zar dimorarono svariate volte, ma dopo la morte di Pietro il Grande, Caterina si disinteressò al palazzo, che poco alla volta cadde nell’oblio.

Oggi il Kadriorg è restaurato ed visitabile: ospita una piccola ma bellissima collezione d’arte estone, mentre in estate sono molti gli eventi che vengono ospitati nei giardini del parco. Il parco è visitabile gratuitamente, invece per entrare nel Palazzo si paga 5 €.

3. Il lungo mare di Pirita e l’alba invernale sul Mar Baltico

Pirita è un comune che confina con Tallinn, raggiungibile rapidamente dal centro città in autobus oppure a piedi, infatti la lunga passeggiata che costeggia il Mar Baltico è molto rilassante e panoramica.

“Che cosa ci fa su questa nave?” mi chiese in inglese  uno dei doganieri. “Volevo vedere il Mar Baltico”, risposi assonnato. “Perché, cos’ha di speciale?” “Secondo i marinai è il più bello di tutti.” “Mai notato”. “E’ la luce a essere speciale. Morbida e calda”. “La luce?” gli uomini si scambiarono un’occhiata. “In autunno s’infiamma.” “Lei che cosa fa di lavoro?” “Lo scrittore.” “Ah!” Un pazzo, ma non pericoloso. Mi sembrò di cogliere una punta di sarcasmo nel modo in cui mi timbrò il passaporto [Jan Brokken, Anime baltiche, trad. C. Cozzi e C. Di Palermo]

Di Pirita mi interessavano due cose: vedere l’alba sul Mar Baltico (alle 9.28 del mattino!) e le rovine del convento di Santa Brigida, un edificio gotico dedicato alla santa svedese. Il convento fu quasi interamente distrutto da un incendio ad opera di Ivan il Terribile durante la guerra di Livonia nel 1577. Con il tempo si svilupparono diverse leggende popolari e i contadini estoni raccontavano l’esistenza di passaggi segreti che collegavano Pirita al centro della città.

Io di fantasmi non ne ho visti, però ho camminato sulla sabbia ghiacciata del Baltico ed è stato veramente emozionante.

4. Le torri di Tallinn e la Città Vecchia Patrimonio Mondiale dell’UNESCO

La città di Tallinn è invasa da torri e torrette di età medievale, per cui potreste ritrovarvi a passeggiare con il naso all’insù per ammirarle tutte. Dai punti più alti della città ne vedrete parecchie, alcune sono visitabili come Kiek in de Kök (letteralmente “uno sguardo in cucina”) e altre hanno nomi buffi come “Margherita la grassa”.

5. Il mercatino di Natale di Tallinn

Certo, direte voi, il mercatino di Natale di Tallinn non si può vedere tutto l’anno, ma io l’ho messo nelle cose da vedere per amo il periodo natalizio e mi piace molto visitare i mercatini delle città italiane ed europee. Rispetto ai mercatini di Parigi o Praga, quello di Tallinn è più piccolino e raccolto, ma non per questo meno vivace, colorato e simpatico.

Al mercatino di Natale di Tallinn c’è di tutto: ambra del Baltico, manufatti in legno, abbigliamento artigianale, souvenir in ceramica, cibo locale e… glögg! Pochi giorni a Tallinn ci hanno resi dipendenti dal glögg una bevanda tipica dei Paesi nordici che viene servita caldissima. Possiamo dire che assomigli ad un infuso alla frutta, come sapore, e il calore che sprigiona quando la si beve è molto piacevole quando la temperatura serale scende sui -4° C! Il prezzo del glögg varia in funzione del contenuto in alcool: più alcool, più euro da sborsare, ma si resta sempre su cifre piuttosto abbordabili!

6. I migliori belvederi

La Città Vecchia di Tallinn è chiamata Toompea (“collina della Cattedrale”) e sorge su un rilievo calcareo proprio nel centro della città. Rispetto alla parte più nuova di Tallinn, la collina è rilevata di circa trenta metri, poco ma quel che basta per ammirare dai numerosi belvederi tutto lo splendore della Città Vecchia e il Mar Baltico.

In inverno il sole tramonta molto presto, noi essendoci stati qualche giorno prima del 21 dicembre abbiamo visto il sole tramontare circa alle 15.00. L’idea di vedere il tramonto da uno dei belvederi si è rivelata decisamente vincente: se ci pensate, è uno spettacolo meraviglioso e gratuito. E se un simpatico gabbiano decide di farvi da modello, le  immagini che porterete a casa saranno ancora più belle!

7. Cortili, passaggi segreti e viaggi nel tempo

Dicevo che la Città Vecchia di Tallinn è Patrimonio Mondiale dell’UNESCO e perdendovi tra i vicoli e i cortili e i passaggi del centro vi renderete conto del motivo di tale scelta; gli edifici e le strade sono rimaste molti simili a com’erano nel Medioevo e non ci sono fabbricati in rovina o abbandonati a sé stessi. Il mio compagno di viaggio, che inizialmente era scettico riguardo a Tallinn, si è ricreduto dicendo che, per lui, il centro storico della piccola capitale dell’Estonia è uno dei più belli e curati mai visti.

A Tallinn si può viaggiare nel tempo: stavamo passeggiando tranquillamente nella Raekoja Plats (la piazza del Mercatino di Natale) quando all’improvviso giungono due uomini in costume medievale che trascinano una strega alla gogna che grida qualche maledizione alla folla. Se entrate nel famosissimo locale III Drakon penserete di essere stati catapultati nel Medioevo: le cameriere e i cuochi sono in costume tradizionale, non ci sono posate, i piatti sono fatti di pane casereccio e i tavolacci sono pure poco puliti.

Ma uno dei miei passaggi preferiti, quello che mi ha fatta davvero credere di poter viaggiare nel tempo (sensazione che è durata un attimo, ma è stata bellissima) è il Katarina käik, ovvero il Passaggio di Santa Caterina: ciottolato, illuminato con le luminarie natalizie e costellato di botteghe artigiane, ecco ho creduto davvero, per un secondo, di aver fatto un salto indietro nel Medioevo!

8. La Cattedrale di Aleksandr Nevskj

Di nuovo un po’ di Russia a Tallinn: non mancate una visita alla splendida e maestosa Cattedrale ortodossa di Aleksandr Nevskj costuita sulla collina di Toompea, dipendente dalla chiesa ortodossa estone, ovvero dipendente dal Patriarcato di Mosca.

La Cattedrale di Aleksandr Nevskj fu costruita nel XIX secolo per iniziativa della popolazione ortodossa; è una classica cattedrale in stile bizantino-russo e lo zar Alessandro III la volle dedicare a Sant’Aleksandr Nevskj come ex-voto a seguito di un incidente ferroviario dal quale lo zar ne uscì indenne.

Durante la dominazione sovietica la Cattedrale fu chiusa e non venne realizzato, come prospettato dai vertici sovietici, il Planetario della città. Nel maggio del 1945 la Cattedrale venne riaperta al culto e nell’ultimo decennio spesso rinnovata e restaurata. La Cattedrale è oggi visitabile ma non è possibile scattere fotografie al suo interno; per questo vi lascio una suggestiva immagine nottura… ah no, forse erano le 16.00!

9. Il pittoresco mercato della stazione

Se siete dei nostalgici sovietici, se volete trovare cianfrusaglie russe, abiti usati, libri in russo, cibo dubbiamente igienico, il Baalti Jaam fa per voi. Il mercato della stazione, Baalti Jaam appunto, si trova a pochi metri dalla stazione ferroviaria di Tallinn. Io non ho comprato nulla, però sono stata tentata di acquistare un libro russo a 1 € o il busto di Lenin in ottone, ma non sapevo se al controllo dell’aeroporto mi avrebbero fatta passare!

10. Le librerie di Tallinn

La cosa più bella anche se non ho potuto comprare nulla: le librerie di Tallinn. Ne ho visitate due: la Raamatukoi in Harju 1a che è una libreria di libri usati, ma vende anche spille sovietiche, francobolli, cartoline e altre cianfrusaglie; la Rahva Raamat che si trova agli ultimi piani del grande centro commerciale Viru, appena fuori dal Viru Gate.

Nella Raamatukoi è possibile perdersi tra gli immensi e altissimi scaffali di libri usati, principalmente scritti in estone e russo (forse qualcosa in inglese c’è, ma non sono sicura).

La Rahva Ramat invece è una libreria molto grande e direi quasi immersiva. Si trovano libri estoni, russi e inglesi, ci sono divesi servizi bar, tavolini, divanetti e un piccolo angolo verde: mi è sembrato un luogo dove acquistare romanzi sì, ma anche dove trascorrere qualche ora a rilassarsi, immersi da mille libri.

*

Come avete visto, Tallinn è molto piccola ma non mancano cose decisamente belle e originali da vedere. Se ci siete stati e volete lasciarmi un commento, sarò ben felice di leggere cosa vi è piaciuto (e cosa no, ovviamente) della piccola capitale estone.

Dato che curo un blog di libri, vi do alcuni suggerimenti di lettura nel caso vogliate intraprendere un bel viaggio in Estonia attraverso i romanzi e racconti:

Anime baltiche, Jan Brokken, trad. C. Cozzo & C. Di Palermo (Iperborea)

Il pazzo dello zar, Jaan Kross, trad. A. Alberti (Iperborea)

Terra di confine, Emil Tode, trad. F. Rosso Manescalchi (Iperborea)

La congiura, Jaan Kross, trad. G. Pieretto (Iperborea)

Le api, Meelis Friedenthal, D. Monticelli (Iperborea)

 

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Marie-Célie Agnant | Il libro di Emma

Non sono più la donna il cui sapere e la cui sensibilità costituiscono le chiavi che permettono di trovare la soluzione a un problema, ma quella che non sa, che non sa più qual è la sua posizione nel mondo. Sto lì, sul bordo della sedia, coi muscoli tesi. Le parole mi arrivano, non dal cervello per giungere alle labbra, ma dalla pancia. Non sono più una semplice interprete. Poco a poco abbandono il mio ruolo, divento una parte di Emma, sposo il suo destino. Nel corso di questa quarta seduta, ho l’impressione che il mio spirito lasci la camera e se ne vada a vogare sul fiume in compagnia di Emma [Il libro di Emma, Marie-Célie Agnant, trad. P. Ghinelli]

Emma è una donna haitiana detenuta in un manicomio criminale in Canada. Pare abbia commesso un delitto: sembra che Emma abbia ucciso la figlia Lola. Il dottor MacLeod, psichiatra, ha in cura Emma che durante i colloqui si rifiuta di parlare in francese, pur comprendendolo molto bene.

MacLeod interpella quindi Flore, haitiana come Emma, che deve fare da interprete; Emma parla e Flore traduce in francese allo psichiatra.

Emma, però, non parla né della figlia Lola né del delitto commesso; Emma racconta di sé, della sua isola, delle persone che la abitano, delle tradizioni e della sua più grande ossessione: la tratta dei neri. Anche se non sembrerebbe a prima vista, Emma è una donna colta che ha studiato e conseguito un dottorato in Francia; la rotta delle grandi navi che caricavano gli africani per portarli come schiavi nelle Americhe era il suo principale ambito di interesse.

Flore e il dottor MacLeod vengono così immensi, come noi lettori, nella storia drammatica e spaventosa che Emma racconta. Emma nasce da una donna che non la vuole, che sperava quasi che nascesse morta come le sue sorelle gemelle. Giunta ad una certa età, la madre di Emma affida la ragazzina a Mattie, una donna adulta che racconta ad Emma la storia delle sue antenate: Rosa, Emma, Kilima, giunte dall’Africa ad Haiti per essere sfruttate come schiave.

Non si risparmia le scene crude, Emma, perché la sua intenzione è quella di colpire l’immaginario del dottore e di Flore, che in parte condivide le origini con Emma. I racconti di Emma entrano nel cuore di Flore come fossero spilli aguzzi, entrano nei suoi pensieri, la coinvolgono nel profondo, fino a giungere al drammatico epilogo.

Sai, Flore, mi capita di chiedere aiuto a Kilima, a Cécile, all’Emma prima di me, poi a Rosa, a quelle eterne fuggiasche. Imploro la loro memoria, sapranno guidarmi, mi dico, ma non le vedo mai. Spesso, guardo il fiume con la speranza di vederle apparire. La sera, mi corico molto presto, per ritrovare i miei sogni e mia nonna Rosa. Ma i sogni mi fuggono, Flore, da quando sono chiusa qui. Non sogno più. Non sogno affatto. Rinchiudendomi qui, sono davvero riusciti a prendermi l’anima [Il libro di Emma, Marie-Célie Agnant, trad. P. Ghinelli]

Il libro di Emma” di Marie-Célie Agnant (trad. Paola Ghinelli, Edizioni Spartaco, 124 pagine, 13 €) è un romanzo fiume che contiene principalmente i monologhi di Emma, pur essendo narrato in prima persona dal punto di vista di Flore, l’interprete di lingue caraibiche.

Se io non avessi intrapreso il giro del mondo attraverso i libri, non sarei mai arrivata a leggere il romanzo di Marie-Célie e mi sarei persa anzitutto un buon libro e un’intensa riflessione sulla schiavitù e sul senso di appartenenza ad un luogo. Emma sa di aver orgini africane, perché conosce grazie a Mattie la storia delle sue ave; proprio per questo, non si sente haitiana benché sia nata ad Haiti, nell’isola dove tutto è blu. Mai stata amata dalla madre, odiata quasi dalla zia – la gemella della madre -, solo Mattie le ha voluto bene, pur avendole rivelato alcune storie che avrebbero poi iniziato a turbarla profondamente.

Sapevo diverse cose sulla tratta dei neri che dall’Africa venivano prelevati per essere ridotti in schiavi nelle Americhe: al liceo avevo seguito un percorso molto interessante sul tema della schiavitù in generale, e ampi capitoli erano sulle navi dei negrieri che trasportavano esseri umani come fossero merce da una costa all’altra dell’Oceano Atlantico.

Per i temi trattati, per lo stile molto diretto e semplice che arriva dritto al cuore del lettore, per l’intensità delle emozioni di Emma, Flore e il dottor McLeod (i personaggi principali), suggerirei la lettura di questo libro anche ai giovani lettori che hanno bisogno di rendersi conto cos’è stata la schiavitù nelle Americhe e cosa sono state le rotte delle navi negriere. Un libro perfetto per essere inserito in un percorso scolastico sulla schiavitù o per i lettori che vogliono conoscere un angolo di mondo spesso dimenticato e le radici culturali, con tanto di tradizioni e storia, dell’isola di Haiti.

Queste parole sono le ultime che ho raccolto dalla bocca di Emma. Hanno fatto il loro cammino dentro di me, per non lasciarmi mai. Le sento, come cose vive che si gonfiano, scoppiano in mille piccoli dolori, si agglutinano in fondo allo stomaco. Qualche volta, si fermano nella zona del cuore e mi gettano in un turbamento infinito. Qualche volta, mi calmano [Il libro di Emma, Marie-Célie Agnant, trad. P. Ghinelli]

Titolo: Il libro di Emma
L’Autrice: Marie-Célie Agnant
Traduzione dal francese: Paola Ghinelli
Editore: Edizioni Spartaco
Perché leggerlo: per i lettori che vogliono conoscere un angolo di mondo spesso dimenticato e le radici culturali, con tanto di tradizioni e storia, dell’isola di Haiti

(© Riproduzione riservata)

Ivano Porpora | Fiabe così belle che non immaginerete mai

(…) quando una persona ti parla di un mondo a mille colori, e tu dici che ce n’è uno solo, non pensare che sia un pirla: magari ha solo avuto il coraggio di procurarsi occhiali migliori dei tuoi [Ivano Porpora, Fiabe così belle che non immaginerete mai]

C’era una volta, in un Reame Lontanissimo, ma così lontano che se chiedevi indicazioni per raggiungerlo ti rispondevano tipo: uh, ma per carità!, lascia stare che consumeresti le suole di un cointainer di Primigi o altri dicevano tipo: dovresti percorrere almeno seimila anni luce sui convogli di Trenitalia, ti pare il caso? Quindi, in questo Reame Lontanissimo si svolge la storia del Libro Magico, di Dina la bambina frignona (e rompiballe) e della Strega Cattiva.

In questo Reame Lontanissimo – e Grandissimo, pure – c’era un Libro Magico che, per semplicità chiameremo: “Fiabe così belle che non immaginerete mai“; no fermi, facciamo: Libro Magico, così il titolo è più corto. Comunque, questo Libro Magico lo aveva scritto un certo Ivano Porpora che, capitato per sbaglio nel Reame Lontanissimo – e Grandissimo -, aveva lasciato un’unica copia del Libro Magico nella biblioteca della città, in modo che tutti gli abitanti potessero leggerlo.

Nel Reame Lontanissimo – e Grandissimo – c’era una bambina di cinque anni che si chiamava: Dina, che era frignona (e un po’ rompiballe) tanto frignona che i genitori la lasciavano vagare per il paese da sola e lei adorava andare in biblioteca. Sì, aveva cinque anni e già sapeva leggere: era precoce, va bene? Volete andare avanti voi?

Ogni giorno Dina si allacciava le sue Primigi nuove di fabbrica e correva in biblioteca a leggere il Libro Magico, che ormai conosceva a memoria. La sua fiaba preferita era “L’uomo che perse a briscola con la tristezza“, benché Dina non sapesse cosa fosse la briscola (ma la tristezza sì, eh); amava molto anche la fiaba “Il nuovo paio d’occhiali“, ché aveva imparato che il mondo si deve guardare a colori, e non in bianco e nero; mentre il Kraken con centinaia di orologi waterproof per ogni tentacolo era il suo mostro preferito, che sperava, un giorno, d’incontrare.

Comunque. Una mattina, giunta in biblioteca, Dina chiese di consultare il Libro Magico ma il bibliotecario le spiegò che era sparito. Come sparito?, domandò la bambina e iniziò a frignare. Hai poco da frignare, la redarguì il bibliotecario, ti dico che il Libro Magico non c’è.

Dina uscì dalla biblioteca con le lacrime agli occhi e all’improvviso si palesò la Strega Cattiva con il Libro Magico tra le grinfie. Cerchi questo?, le domandò. Dina smise di frignare: Sì, dammelo. Col cavolo, rispose la Strega Cattiva e iniziò a ghignare in modo malvagio. Dina ricominciò a frignare. Se vuoi il libro, prova a prenderlo, gné gné!, la schernì la Strega Cattiva. Dai, però, sei cattiva! disse Dina tra le lacrime. Eh, ma va?

La Strega Cattiva batté due volte i tacchi delle sue Primigi ormai fruste e volò via; Dina non si perse d’animo, oltre che frignona era pure testarda. Anche la bambina batté due volte i tacchi delle sue Primigi nuove di fabbrica e volò via dietro la Strega Cattiva.

Le due si inseguirono per tutta l’estensione del Reame Lontanissimo – e Grandissimo – che era veramente grandissimo, ma tipo che volarono sopra tundre, taighe, ghiacci artici e antartici, foreste pluviali ed equatoriali, su deserti caldi e deserti freddi, volarono su oceani, delta ed estuari, mari, fiumi, laghi salati, laghi immensi e laghi piccoli. Insomma, avete capito. Dina continuava a chiedere il Libro Magico indietro e la Strega Cattiva continuava a rispondere: giammai!

Finalmente giunsero ai confini del Reame Lontanissimo – e Grandissimo – o meglio: quello che si suppone fosse il confine perché nessuno c’era mai stato, tanto era grandissimo il Reame. Dunque, l’apparente confine era delimitato dalle pendici di un gigantesco vulcano: per dire, più grande del Mauna Kea, più grande del Krakatoa, più grande del Popocatépetl, più grande del: insomma, avete capito, era grande. Fu lì, alle pendici del vulcano, che Dina decise di frignare e fare capricci con lo scopo di sfinire l’avversaria.

Dina frignò e frignò, per Quaranta Giorni e Quaranta Notti, pianse e pianse tutte le lacrime che poteva piangere una bambina di cinque anni frignona (e un po’ rombipalle); pure il cielo si coprì e iniziò a piovere e piovere, e lacrime e pioggia assieme sommersero le tundre e le taighe, i ghiacci artici e antartici, le foreste pluviali e quelle equatoriali, i deserti caldi e i deserti freddi, e gli oceani e i delta e gli estuari e i mari e i fiumi e i laghi salati, immensi, piccoli.

E la Strega Cattiva alla fine non ne poté più: Tiè, piglia ‘sto libro e vattene solo, ché sei una rompiballe, non so come facciano i tuoi poveri genitori a sopportarti. La Strega Cattiva batté i tacchi delle sue Primigi ormai fruste e scomparve.

La piccola Dina, vittoriosa, prese il Libro Magico e lo abbracciò teneramente. Qualche secondo dopo, tornò il sole su tutto il Reame Lontanissimo – e Grandissimo – e comparve anche un grande arcobaleno. Dina batté i tacchi delle sue Primigi nuove di fabbrica e tornò al suo paese.

Il Fattore – ovvero il Sindaco -, l’Ortolano e il Farmacista avevano già dato l’allarme per la scomparsa della bambina perché non sentivano più frignare e tirarono un sospiro di sollievo quando videro tornare Dina con il Libro Magico. (I genitori non avevano dato nessun allarme perché non si erano accorti che Dina fosse sparita: erano ormai sordi e immuni alle scenate isteriche della figlioletta adorata).

Il Libro Magico – che, ricordiamo, di nome giusto faceva: “Fiabe così belle che non immaginerete mai” – fu riportato in biblioteca ma per evitare che in futuro qualcuno rubasse l’unica copia, una casa editrice che chiameremo, per esempio: LiberAria editrice, pubblicò molte copie del pregiato testo, le quali furono inviate ai quattro angoli del Reame Lontanissimo – e Grandissimo.

E così, tutti ebbero la loro storia e il loro momento magico. Ah, già: e vissero tutti felici e contenti.

Questa mia recensione insegna tre cose, cari lettori:

A volte frignare serve, a volte no. Valutate caso per caso.

Quando un libro è bello, è bene averne più copie in casa: non sia mai che venga prestato a qualche pesudolettore della domenica che poi non ce lo restituisce. O se ve lo ruba una Strega Cattiva sai che stress andarlo a recuperare chissà dove!

Leggete “Fiabe così belle che non immaginirete mai” di Ivano Porpora (LiberAria editrice, 165 pagine, 15 €) perché tutti abbiamo bisogno di una storia che ci scaldi il cuore.

(© Riproduzione riservata)

Patrizio Nissirio | Atene, cannella e cemento armato

Però Atene è brutta. Non potrei mai ricordare e contare quante volte ho sentito questa frase dal contrariato turista (da non confondere col viaggiatore, ovviamente) che frettolosamente e con il fiatone si arrampica nella calura agostana sulle pendici dell’Acropoli, così per mettere la bandierina del ‘ci sono stato’ (…) Ad Atene, la Storia e l’Oriente ne segnano per sempre l’identità, a dispetto del suo aspetto moderno solo superficialmente sgangerato. E questo sfugge a tutti quei turisti senza il tempo per conoscerla. Perché è proprio il tempo l’enzima che accende la rovente, sensuale reazione chimica con Atene [Patrizio Nissirio, Atene, cannella e cemento armato]

Nel libro “Atene, cannella e cemento armato” (Giulio Perrone Editore, 139 pagine, 12 €) Patrizio Nissirio, giornalista e scrittore responsabile di ANSAmed, racconta la capitale della Grecia ai lettori italiani, con uno stile ironico, fresco e scorrevole. Molti di coloro che visitano Atene superficialmente – vuoi perché si è di passaggio prima di andare a prendere i traghetti al Pireo, vuoi perché la capitale ellenica è la breve tappa di una crociera – ne restano delusi. Atene è brutta: i monumenti principali sono inglobati tra palazzi osceni, orrendi, molti in costruzione o ormai abbandonati a sé stessi.

L’abusivismo edilizio, l’assensa di piani regolatori, la dittatura militare che ‘regalava’ licenze edilizie, sono alcuni fattori che hanno permesso ad una delle più antiche città del mondo di diventare una foresta di palazzoni e strade tortuose nate a casaccio, costantemente preda del traffico cittadino.

Il giornalista Nissirio nel suo reportage racconta molto bene la storia di Atene: dallo splendore ai tempi dei primi greci alla dominazione ottomana, dalla grande migrazione dei turchi dalla Grecia alle due guerre mondiali, dalla dittatura dei colonnelli all’ingresso nell’Unione Europea; quindi le speranze legate alle Olimpiadi del 2004 e l’affondo della grande crisi che ancora oggi, putroppo, affligge lo Stato ellenico.

L’attuale conformazione della città è figlia della storia che ha vissuto e a primo impatto, in effetti, per un turista o viaggiatore può non essere piacevole. Chi si aspetta una città antica, fatta di rovine (ma curate), piazze e monumenti resta irrimedialmente deluso: ci sono solo palazzi, e traffico, e caos, e inquinamento.

Ma Patrizio Nissirio, dovendo vivere ad Atene per motivi di lavoro, ha trascorso diversi anni nella capitale greca scoprendo che la città presenta degli aspetti affascinanti. I secoli della dominazione ottomana hanno lasciato sapori, profumi, colori, spezie e modi di fare; i monumenti, quelli sopravvissuti, hanno un fascino unico, se si pensa alla loro età; persino il Pireo, il più grande porto greco, ha un qualcosa di romantico.

Nissirio sceglie di raccontare Atene usando, oltre i suoi occhi, le parole dello scrittore Màrkaris Petros, uno tra i più noti giallisti ellenici tradotti in Europa. Attraverso le parole estrapolate dai romanzi di Màrkaris, Nissirio racconta l’Atene moderna, fatta anche e soprattutto di disparità tra poveri e ricchi (la Grecia è uno Stato dove l’evasione fiscale di manifesta con notevole prepotenza), l’arrivo dei profughi e i disordini che necessariamente si creano, il caos quodidiano, le illusioni post Olimpiadi e la palude della crisi. Oltre a Màrkaris, Nissirio cita altri scrittori e scrittici greci tradotti in italiano (una ricca bibliografia alla fine del volume raccoglie degli interessanti spunti di lettura).

I luoghi, particolarmente ad Atene, sono anche intrisi di assenze, di echi. Basta solo concedersi il tempo per ascoltare, persino nel rumore del traffico o tra gli slogan urlati di una manifestazione. E così, improvvisamente, tra gli edifici con gli alti portici sorretti da pilastri in cemento armato, le saracinesche abbassate per sempre e coperte di graffiti, come i muri tutt’attorno, si può avvertire sempre la presenza del fantasma del passato. Enorme, imponente, com’è il passato di questa città. Che in questa pagina di Liberaki ha anche un nome oggi dimenticato sulla via Aristotelous: Silenzio [Patrizio Nissirio, Atene, cannella e cemento armato]

Quando sono stata a Creta non sono passata da Atene perché avevo acquistato un volo diretto verso Chanià, e in parte mi è dispiaciuto non fermarmi – anche solo un paio di giorni – nella capitale greca. Nonostante quai tutti quelli che conosco che ci sono stati mi dicano che è una città invivibile, io sono testarda e a loro non credo: io Atene vorrei vederla. Dalle immagini che ho visto in rete, da ciò che ho letto (e non solo nel libro di Patrizio Nissirio), per come sono fatta, io credo che Atene potrebbe proprio piacermi.

Certo, i palazzi e tutto quel cemento armato, con i ferri che spuntano ovunque, son proprio orrendi. Ma Atene, va scoperta, con calma, senza tanta fretta. Un sito archeologico potrebbe essere nascosto da una serie di palazzoni fatiscenti, l’ideale potrebbe essere di fermarsi un attimo alla taverna, bere qualcosa di fresco mentre si consulta una mappa. La salita all’Acropoli io non lo affronterei alle tre del pomeriggio, rischiando un colpo apoplettico per il calore; sull’Acropoli ci salirei al tramonto, perché credo che solo da lassù potrei rendermi conto di quando davvero sia grande Atene (città che, racconta Nissirio, raccoglie metà della popolazione greca).

Sì, insomma. Credo che potrei innamorarmi di Atene, delle sue luci e delle sue ombre.

Atene, città dai sapori e odori fortissimi, alla fine sa conquistare – e per sempre – chi ci si muove nel modo più aperto e curioso. Prima, però, bisogna passare una sorta di esame: chi si ferma al suo aspetto più esteriore troverà sempre un motivo per non amarla, e fuggire verso il mar Egeo. La città sa invece premiare chi la attraversa a sensi aperti [Patrizio Nissirio, Atene, cannella e cemento armato]

Tash Aw | Stranieri su un molo

Nessuno è ancora certo della geografia in questo luogo straniero e familiare; nessuno sa quanto disti Kota Baru da Singapore, o se Jakarta sia più vicina a Malacca di Penang. Bangkok è da qualche parte a nord di qui, ma a che distanza? Restano in piedi sulle banchine, cercando di capire dove andare. Stranieri, smarriti su un molo. Penso spesso a questa immagine [Stranieri su un molo, Tash Aw, trad. Martina Prosperi]

Stanieri su un molo” di Tash Aw (trad. M. Prosperi, add editore, 91 pagine, 12 €) è una via di mezzo tra riflessione, memoir e saggio sulle migrazioni. L’autore è nato a Taiwan da genitori di origini malesi, i quali, a loro volta, erano figli di genitori di origini cinesi; oggi, Aw vive a Londra, dopo aver trascorso molti anni a Kuala Lumpur, Malesia.

Il memoir saggio si apre con una scena in taxi: Aw è in Thailandia assieme ad un europeo che parla molto bene la lingua thai; eppure, il taxista, ignora l’europeo e si rivolge solo ad Aw, credendolo thailandese, mentre lo scrittore conosce solo poche parole in lingua thai.

Anche in Nepal, nella scena successiva, Tash Aw viene creduto nepalese dalla gente del posto, mentre insiste dichiarando di essere malese, anzi, cino-malese ma nato a Taiwan.

I nonni, sia materni che paterni, di Tash Aw dalle province cinesi, anni prima che Mao Zedong e i comunisti prendessero il potere al governo, erano emigrati in Malesia; stranieri su un molo, i nonni di Aw, che si erano trovati – all’epoca senza ancora conoscersi – da soli, giovanissimi, in un Paese del quale non sapevano praticamente nulla.

[Mio nonno] Lui è arrivato in Malesia da bambino con nient’altro che una camicia addosso; non capisce cosa significi avere nostalgia di casa. Mia madre prova a fargli capire come si sente mia sorella – è dura, e lei è completamente sola, le altre ragazze sono perfide. E mio nonno dice, semplicemente: “Ma noi siamo immigrati”. Come se ciò spiegasse tutto. Come se le avversità, la nostalgia, la malinconia e le vane aspirazioni fossero una componente normale della nostra esistenza [Stranieri su un molo, Tash Aw, trad. Martina Prosperi]

Tash Aw parte quindi dalla storia dei nonni, passando a qualche parentesi riguardo ai genitori (il padre è sempre stato restio a parlare di se stesso), per spiegare come mai il suo volto sia una mescolanza di caratteri asiatici che lo rendono pressoché camaleontico. In ogni stato asiatico dove si reca, può tranquillamente essere scambiato per una persona del posto; come in Giappone, quando un uomo del luogo iniziò a parlargli in giapponese e Tash Aw, per non deluderlo, annuiva con il capo.

Vogliamo che lo straniero sia uno di noi, qualcuno che possiamo capire [Stranieri su un molo, Tash Aw, trad. Martina Prosperi]

Infine, da memoir della sua famiglia, Tash Aw passa al saggio, raccontando al lettore alcuni aspetti delle culture asiatiche e molte delle sue contraddizioni, in particolare della società cinese, e infine si adopera per avviare una riflessione sui migranti e sulle migrazioni. Nella parte finale del libro c’è un’intervista esclusiva all’Autore per l’edizione italiana. Il contenuto di questa intervista verte su migrazioni, idea di appartenenza ad un’etnia precisa, razzismo e populismo dilagante (lo straniero alle persone fa ‘paura’ in quanto ‘diverso’) e analisi del tessuto sociale italiano ed europeo.

L’Autore spiega che la somiglianza è rassicurante. Facciamo un gioco: se in una sala d’aspetto, oltre noi, ci sono due donne, un’italiana e una rumena, a chi affidiamo la custodia della borsa o della valigia se dobbiamo allontanarci per un attimo? La sensazione che una persona appartenga al nostro Paese, abbia la nostra cittadinanza, segua la nostra religione, è più rassicurante di una straniera che, certamente, avrà usi e costumi diversi dai nostri. Eppure, perdiamo molto se non ci confrontiamo e impariamo da chi, appunto, è ‘diverso’ da noi.

La somiglianza è molto più rassicurante della differenza. Quindi quando assomigli anche solo vagamente a tutti gli altri, è molto semplice per le persone credere che tu sia uno di loro. Nel clima politico di oggi, le differenze sono accentuate e ci vuole di più per stabilire quel senso di somiglianza, ma succede ancora. Vorrei aggiungere però che le persone non affermano che tu sia uno di loro, se i tentativi di assimilarti non funzionano, a quel punto sei sempre incasellato come l’Altro [dall’intervista a Tash Aw condotta dalla redazione di add editore]

Titolo: Stranieri su un molo
L’Autore: Tash Aw
Traduzione dall’inglese: Martina Prosperi
Editore: add editore
Perché leggerlo: per riflettere sulle luci e sulle ombre delle società asiatiche di oggi, per immaginarsi stranieri per un attimo, persi su un molo, circondati da estranei

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Laia Jufresa | Umami

Ho scritto: Umami. È un po’ scemo come titolo (…) Ma per ora penso di lasciarlo perché, allo stesso tempo, Umami è il titolo perfetto. Cercare di raccontare chi è stata mia moglie è necessario e impossibile quanto spiegare l’umami: quel sapore che satura le papille gustative senza, proprio per questo, lasciarsi distinguere, oscillando con soddisfazione tra il salato e il dolce, un po’ così, un po’ cosà (…) È il titolo perfetto perché nessuno lo capirà come io non ho mai capito davvero Noelia Vargas Vargas. Forse per questo non mi sono mai stancato di lei. Forse l’amore è proprio questo. E così è la scrittura: lo sforzo di descrivere a parole una persona sapendo che per gli altri resterà comunque un caleidoscopio: i suoi mille riflessi nell’occhio di una mosca [Umami, Laia Jufresa, trad. Giulia Zavagna]

A Villa Campanario, in un cortile condiviso da più famiglie, si incrociano le vite e i destini di una serie di personaggi molto originali e diversi tra loro. C’è Alfonso, un agronomo ricercatore rimasto vedovo; ci sono la piccola Pina e il suo papà Beto; una coppia di artisti, Daniel e Daniela, che ha un bambino che si chiama semplicemente Bebè; Marina, una pittrice che inventa colori; Chela, una donna che torna dopo molto tempo a Villa Campanario in una notte piovosa; Ana e i suoi due fratelli maschi, la madre Linda Walker e il marito messicano.

È l’intraprendente Ana a comparire per prima nel romanzo, nel 2004: Ana vuole realizzare una milpa, un antico ed ecologico sistema di agricoltura messicano che prevede di coltivare assieme mais, fagioli e zucca, i tre alimenti principali della dieta messicana. Alfonso, agronomo, è felice di aiutare Ana a realizzare la milpa nel fazzoletto di terra in centro al complesso di Villa Campanario; Pina, l’amica di Ana le dà una mano, gli altri inquilini restano a guardare. I fratelli di Ana sono in Michigan, dalla abuela americana, vicino al lago dove anni prima la sorellina Luz aveva avuto un terribile incidente.

Nel suo romanzo d’esordio “Umami” (trad. Giulia Zavagna, Edizioni SUR, 247 pagine, 16.50 €) Laia Jufresa sceglie un modo interessante per raccontare i rapporti tra i personaggi: lo fa suddividendo il romanzo in quattro parti e ogni parte segue un ordine temporale inverso, partendo dal 2004 e tornando indietro sino al 2000; ogni anno è affidato ad un personaggio in particolare: Ana, in prima persona, ci racconta del 2004, l’anno della milpa; Marina racconta del 2003, l’anno in cui Chela torna a Villa Campanario, ma la narrazione è in terza persona; Alfonso, in prima persona, rappresenta il 2002, l’anno della morte di Noelia, sua moglie, l’anno in cui decide di scrivere un libro dal titolo Umami che l’abbia come protagonista; il 2001 è affidato, nuovamente in prima persona a Luz, che racconta dell’estate in Michigan, l’estate del suo incidente mortale; infine, il 2000 è affidato a Pina, l’amica di Ana, in un momento delicato della sua vita.

Sradicata, è questo che mamma dice di sé quando ci sono visite e beve vino rosso e la lingua e i denti diventano neri. Da bambina, mi immaginavo piccole radici che le spuntavano dai piedi, riempiendo di terra le sue lenzuola (…) Ho visto delle sue foto di quando aveva la mia età, con il violoncello tra le gambe e i piedi scalzi. Era facile svanire così. Disfarsi come schiuma. Facile scappare ed essere salvata. A me, quando mi siedo, mi si uniscono le cosce e c’è sempre qualcosa che mi spunta dal bordo dei pantaloni, o della sedia, o della bocca. E non ne so niente di ritmo. Né di avventure. Se scappassi, finirei per tornare [Umami, Laia Jufresa, trad. Giulia Zavagna]

Umami è quel sapore indefinito, un mescolio tra il dolce e il salato, potrebbe quasi essere quel sapore che dà corpo e gusto ai cibi. Una pastasciutta senza condimento sono semplicemente carboidrati insapori, ma aggiungiamo pomodorini, parmigiano, basilico o altre verdure, improvvisamente cambia sapore e diventa molto più appetibile.

Umami è quella sensazione che dà corpo anche ai sentimenti: lo sa bene Alfonso, che ha amato la moglie Noelia fino all’ultimo giorno; lo sa Ana, che provava affetto per Luz, la sua sorellina scomparsa; lo sa Pina, alla quale manca immensamente la madre Chela.

Ma Umami è anche il sapore del ricordo di chi non c’è più: Alfonso scrive un libro per ricordare Noelia; Ana realizza una milpa ma i suoi pensieri spesso corrono a Luz; Pina si finge adulta e forte, ma il ricordo della madre è sempre presente. Umami è un romanzo intimo, delicato e sempre in bilico tra un sapore e l’altro, tra nostalgia e ricordo, tra consapevolezza e commozione.

Titolo: Umami
L’Autrice: Laia Jufresa
Traduzione dallo spagnolo: Giulia Zavagna
Editore: Edizioni SUR
Perché leggerlo: perché Umami è un romanzo intimo, delicato e sempre in bilico tra un sapore e l’altro, tra nostalgia e ricordo, tra consapevolezza e commozione

(© Riproduzione riservata)

Tra profumi e colori dell’Alta Provenza: qualche consiglio di viaggio

Sono stata in Alta Provenza, in Francia, e ho realizzato un piccolo desiderio che coltivavo da tempo: vedere, annusare e fotografare i campi di lavanda, immaginati da sempre come immensi mari lilla dal profumo inebriante. La mia base è stato il paesino di Digne-les-Bains – scelto non a caso, tra qualche riga capirete – e il tempo a mia disposizione due giorni (sabato e domenica); nell’articolo vi racconterò la mia esperienza in Alta Provenza, vi mostrerò bellissimi campi di lavanda e mari giurassici, vi spiegherò perché questo viaggio mi è servito e soprattutto cosa mi ha insegnato. Se siete pronti a partire, seguitemi, passeremo dal Monginevro all’andata e al Col du Larche al ritorno.

Provenza, terra di profumi e colori: il mio itinerario

La fortuna di noi piemontesi è che siamo decisamente vicini al confine francese e, da dove vivo io, questa distanza può essere coperta in sole due orette. È presto quando superiamo in auto il confine tra Italia e Francia e, con mio immenso stupore, compare la conca che ospita il meraviglioso paese di Briançon. Con i suoi tre forti, le montagne che lo cingono e una notevole vivacità, Briançon è un luogo che mi colpisce e che spero di tornare a vedere con calma.

Non abbiamo putroppo tempo di sostare a Briançon, perché per arrivare a Digne-les-Bains la strada è ancora molto lunga. Già da Oulx in poi, infatti, non è più possibile viaggiare velocemente, perché le strade hanno dei limiti di velocità abbastanza bassi e sono tutte a curve (a chi patisce l’auto consiglio pastiglie o braccialetti antiemetici).

Il nostro percorso in auto costeggia l’immenso Lac du Serre Ponçon, che è uno specchio d’acqua artificiale di notevoli dimensioni, molto suggestivo e vivace: in zona sono presenti moltissimi camping e strutture di vario genere, sul lago è possibile praticare diversi sport acquatici.

Lac du Serre Ponçon (foto: Claudia)

La strada continua, scende e scende, fin quando raggiungiamo il bivio per il paesino di Barles. Molto probabilmente a voi non dirà nulla, ma a chi come me è laureato in geologia dirà parecchio: nelle zone limitrofe ai paesini di Digne-les-Bains e Barles, nel corso del tempo, studiosi di ogni nazionalità hanno portato alla luce scheletri di rettili preistorici, hanno studiato impronte fossili di uccelli, sono state scoperte e descritte per la prima volta moltissime ammoniti… Insomma, questa zona è come un grande libro che non vede l’ora di essere letto: quel che ci vuole raccontare è uno dei tanti capitoli della Storia geologica della Terra.

Canyon a Barles (foto: Claudia)

Percorriamo la strada che da Barles scende a Digne-les-Bains, entrando e uscendo da canyon spettacolari. La mia sorpresa, il luogo che mi farà emozionare, mi aspetta a Digne-les-Bains a circa 1 km dal centro della città. Lungo una parete rocciosa, accanto alla statale, si trovano centinaia e centinaia di ammoniti e altri cefalopodi: un sito unico e prezioso, fruibile gratuitamente a tutti, corredato di pannelli esplicativi. Nel Giurassico – circa 300 milioni di anni fa – qui nel bacino di Digne-les-Bains c’era un grande mare, caldo, dove nuotavano animali di ogni specie. Uno spettacolo, vero?

Ammoniti e cefalopodi a Digne-les-Bains (foto: Claudia)

Arrivati a Digne-les-Bains è tempo di andare a posare i bagagli e rinfrescarsi prima di scendere a Valensole, una delle migliori zone dell’Alta Provenza per rimirare i campi di lavanda. Jean-Luc e Paulette sono i nostri host, una coppia di francesi molto simpatici che ci ha affittato uno spazioso appartamento per una notte. La casa è molto grande, confortevole e ha anche uno splendido giardino dal quale spunta il curioso Filou, uno yorkshire veramente batuffoloso!

Dopo aver pranzato in giardino, ci rimettiamo in marcia. Per andare da Digne-les-Bains a Valensole ci sono diverse strade: veloci, panoramiche o quelle che ti inventi perché pensi di esserti perso. Ecco, le ultime sono le migliori: sì, all’uscita di Digne ho dato l’indicazione sbagliata al mio fidanzato che guidava e così, senza volerlo, ci siamo trovati sulla D8… Sì, la D8, la strada giusta per inizia ad ammirare i campi molto prima di arrivare a Valensole. A volte perdersi non è mica un errore.

Persi lungo la D8, da Digne a Valensole (foto: Claudia)

Seguendo la D8 si arriva sull’altopiano di Valensole, credo che bastino le mie immagini per descrivere una simile meraviglia.

Il modo migliore per visitare l’altopiano di Valensole è perdersi. Dico davvero, perdetevi, percorrete la D6, la D8, la D15 e la D56: non potrete sbagliare, a perdita d’occhio vedrete tantissimi campi di lavanda, la parte più difficile sarà sceglierne uno da fotografare!

Qualche suggerimento: con educazione, si può parcheggiare in prossimità dei campi; le aziende agricole francesi lavorano sui campi, quindi potreste incontrare trattori e macchine per il taglio della lavanda: lasciate libero il passaggio per i lavoratori; ricordatevi che fa veramente caldo (un cappellino di paglia sarà perfetto sia per proteggersi dal sole che per realizzare scatti molto belli); infine, occhio agli insetti: le api, se disturbate troppo, pungono!

Valensole (foto: Paolo)

Dopo essere stati cotti a puntino dal sole (la temperatura ha superato i 40°), ritorniamo a Digne-les-Bains, stanchissimi dopo la giornata ma decisamente soddisfatti.

Il giorno successivo lo dedichiamo all’esplorazione delle Gorges du Verdon, dopo aver visto immagini davvero spettacolari siamo curiosi di vederle. Scendiamo da Digne-les-Bains verso Riez, quindi proseguiamo per Moustier St. Marie, incontrando ancora spettacolari campi di lavanda e di girasoli. Moustier St. Marie è un paesino magnifico arroccato lungo le falesie di calcare: merita una visita, se passate di qui non perdetevelo.

Campo di girasoli a Moustier St Marie (foto: Claudia)

Le Gorges du Verdon sono lunghissime e la Lonely Planet propone un itinerario ad anello per osservarle bene. Noi, purtroppo, avendo poco tempo scegliamo di percorrere la strada alta che collega direttamente le Gorges con Castellane. I paesaggi sono in ogni caso magnifici.

Gorges du Verdon (foto: Claudia)

Giungiamo a Castellane dove acquisto diverse cartoline e souvenir e vengo avvolta dal profumo di brioche al burro. Sempre seguendo strade a curve, sali e scendi, ritorniamo a Digne-les-Bains per rientrare in Italia. Invece di passare nuovamente da Briançon, scegliamo di percorrere la strada per Barcelonette che conduce al Col du Larche. Le montagne sono un vero spettacolo, curva dopo curva diventano più alte e imponenti.

A Larche ci fermiamo in un punto panoramico: io amo, come già sapete, i luoghi di confine e Larche è l’ultimo paese prima della frontiera con l’Italia. Lo osservo dall’alto, lo studio: Larche potrebbe essere un qualunque paese alpino italiano, invece, per una manciata di chilometri, è francese. Ed è bellissimo, come tutti i luoghi di confine che non hanno una sola identità, ma ne hanno due.

Larche, frontiera (foto: Claudia)

All’inizio dell’articolo ho scritto che questo viaggio mi è servito e mi ha insegnato qualcosa. Durante questo viaggio on the road non abbiamo avuto il navigatore che abbiamo di solito: il giro in Alta Provenza mi ha insegnato che posso cavarmela benissimo anche senza Garmin. Certo, ammetto di aver consultato Google Maps da mobile quando non eravamo sicuri della direzione presa (per uscire da Digne-les-Bains e quando ci siamo ‘persi’ sulla D8), ma in generale ce l’abbiamo fatta alla grande. E poi, in questa zona perdersi non è un dramma, anzi: c’è la possibilità di finire in un luogo davvero spettacolare.

E poi, che cosa mi ha insegnato questo viaggio? Che non è vero che i francesi sono antipatici e non devo generalizzare: i padroni di casa sono stati gentilissimi e premurosi, discreti ma cordiali; e le persone con cui ho avuto a che fare mi sono sembrati affabili e rispettose. Se avevo avuto un’esperienza poco piacevole con alcune persone arroganti della Costa Azzurra, questo non significa che tutti i francesi siano antipatici. Il viaggio in Alta Provenza me l’ha insegnato e io torno veramente felice in Italia quando un viaggio smonta un pregiudizio.

Appena passato il confine con l’Italia, mi sono ritrovata a sognare ad occhi aperti la prossima volta che tornerò in Francia. Perché tornero? Perché c’è ancora tanto da conoscere e scoprire, e i viaggi, per me, servono proprio a questo.

Informazioni pratiche

Quando andare per vedere i campi di lavanda: fine giugno – metà luglio
Dove alloggiare: La Maison de Digne, Digne-les-Bains
Come andare: consiglio un’auto per girare in tutta libertà tra i campi di lavanda e lungo il Verdon

Prodotti tipici da assaggiare e acquistare

Miele di lavanda
Olio d’oliva
Olio di lavanda
Aglio viola
Brioche ‘burrose’

Quale romanzo leggere: La lista di Lisette di Susan Vreeland, trad. S. Fefé, Neri Pozza

Quale film vedere: Un’estate in Provenza (Avis de mistral), 2014, regia Rose Bosch, con Jean Reno e Anna Galiena

Risorse on line utili

Turismo in Alta Provenza
Route de la lavande
Guida turistica Gorge du Verdon
Parco Nazionale del Mercantour

Consigli di lettura: qualche suggerimento per l’estate!

L’estate di norma è il periodo dell’anno durante il quale si legge di più: si sfruttano le vacanze, il maggior tempo libero e le serate luminose fino a tardi non inducono il classico torpore delle serate invernali.

Per me, invece, vale il contrario: in estate leggo meno rispetto gli altri periodi dell’anno; patisco il caldo e non riesco a concentrarmi, preferisco stare fuori e praticare qualche sport (principalmente escursioni in montagna e mountain bike). Per non parlare poi delle vacanze vere e proprie! Quando sono via non leggo niente, troppo presa dalle novità del posto che sto vivendo, sia mare o montagna o una città europea.

L’idea di scrivere un articolo con alcuni consigli di lettura per l’estate l’ho già avuta l’anno scorso e l’articolo era stato letto parecchio; qualche giorno fa, sulla pagina Facebook, ho chiesto alle lettrici e ai lettori se volevano un altro articolo con nuovi consigli per l’estate: dato l’entusiasmo, eccomi qui a scriverlo.

Di seguito troverete dodici libri che ho letto di recente e vi suggerisco. Cliccando sul titolo del libro verrere reindirizzati alla mia recensione; nelle specifiche vi indico un estratto della trama, il genere e l’ambientazione, il perché leggerlo e la disponibilità in brossura o ebook.

Buona lettura e buona estate a tutti!

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Alla conquista della Luna di Emilio Salgari (Cliquot, 142 pagine, 16 €)

Trama: La conquista della Luna è il simbolo dei grandi miti del Novecento. Per un attimo l’abbiamo toccata. Per un attimo siamo stati sedotti dall’abbagliante illusione che il mondo fosse nelle nostre mani, che le conquiste scientifiche e le innovazioni tecnologiche potessero aprire tutte le porte, anche quella della felicità. Eppure, prima ancora che il XX secolo sbocciasse, un fine scrittore di storie avventurose ci aveva avvertiti che la natura primigenia non avrebbe mai chinato il capo di fronte alla sfida spavalda delle ambizioni umane. E lo aveva fatto attraverso alcuni visionari racconti che qui sono raccolti per la prima volta insieme.
Genere:
racconti
Ambientazione: Norvegia, Isole Canarie, Stati Uniti
Perché lo consiglio: l’uomo tenta di volare, conquistare la Luna, sfidare i mostri degli abissi e la potenza dei fenomeni insipiegabili; ma l’uomo per natura è fallibile e pieno di difetti. Emilio Salgari ci racconta proprio questo.
Disponibile in: brossura – ebook

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Le nostre anime di notte di Kent Haruf (NN Editore, trad. F. Cremonesi, 176 pagine, 17 €)

Trama: È nella cittadina di Holt, Colorado, che un giorno Addie Moore rende una visita inaspettata al vicino di casa, Louis Waters. I due sono entrambi in là con gli anni, vedovi, e le loro giornate si sono svuotate di incombenze e occasioni. La proposta di Addie è scandalosa e diretta: vuoi passare le notti da me? Inizia così una storia di intimità, amicizia e amore, fatta di racconti sussurrati alla luce delle stelle e piccoli gesti di premura. Ma la comunità di Holt non accetta la relazione di Addie e Louis (…) E i due protagonisti si trovano a dover scegliere tra la propria libertà e il rimpianto.
Genere:
romanzo
Ambientazione: Colorado, Stati Uniti
Perché lo consiglio: dopo aver letto i quattro romanzi di Kent Haruf finora editi in Italia ho capito che la potenza della sua scrittura è la semplicità ed è così che il lettore si identifica facilmente negli avvenimenti che accadono ai protagonisti. Se volte farvi un regalo, leggete Kent Haruf: le sue storie vi arriveranno dritte dritte al cuore.
Disponibile in: brossura – ebook

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Lions di Bonnie Nadzam (Black Coffee Edizioni, trad. L. Taiuti, 271 pagine, 15 €)

Trama: A metà fra ghost story e resoconto realistico di un amore, Lions è ambientato nell’omonima cittadina degli altopiani del Colorado, un luogo ormai quasi del tutto disabitato e ammantato di leggenda. Concepita per diventare una gloriosa città nell’Ovest in via di sviluppo, Lions non è riuscita a trasformarsi nella realtà sognata dai suoi fondatori (…) I cittadini di Lions conducono vite semplici, tormentate dai fantasmi – dei loro antenati, delle loro ambizioni e speranze, di un futuro incerto – e, quando un misterioso viandante giunge in città, la sua sinistra presenza spinge molti ad andarsene definitivamente (…) Lions è una storia di autoconsapevolezza, di ambizione, una riflessione sull’ossessione americana per l’autorealizzazione e sulla responsabilità, e sulle storie che quotidianamente ci raccontiamo per convincerci che la vita valga la pena di essere vissuta.
Genere
: romanzo
Ambientazione: Colorado, Stati Uniti
Perché lo consiglio: le storie – nuove e vecchie, reali e leggendarie – raccontate in “Lions” trascinano il lettore e lo coinvolgono intensamente. La strada che ogni protagonista traccia per sé è come un senso unico che una volta imboccato non è possibile percorrere all’indietro: si può solo procedere in avanti senza sapere dove porterà esattamente. Ammesso che la strada scelta sia quella giusta.
Disponibile in: brossura

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Mrs Bridge di Evan S. Connell (Einaudi, trad. G. Boringhieri, 227 pagine, 12 €)

Trama: Nella vita di India Bridge di strano c’è solo il suo nome, tanto da pensare che i genitori avessero avuto in mente un’altra persona nel darglielo. Per il resto la sua esistenza è il ritratto dell’ordinario. Moglie borghese, tre figli, una bella casa, cocktail party. Eppure dentro di lei qualcosa la tormenta (…) Connell dipinge le piú minute sfumature del cuore di una donna, con una scrittura che scava precisa in profondità, alla ricerca di quanto anche nella piú ordinaria delle esistenze si nasconde di straordinario.
Genere: romanzo
Ambientazione: Kansas City, Missouri
Perché lo consiglio: un romanzo ottimo, audace e decisamente intimo che consiglio vivamente a chi ama la letteratura americana e quei personaggi tratteggiati talmente bene da apparire perfettamente reali. per sorridere, per riflettere, per meditare sul senso delle vite di chi passa le proprie unicamente per far felici gli altri
Disponibile in: brossura – ebook

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Piccolo Paese di Gaël Faye (Bompiani, trad. Mara Dompè, 193 pagine, 16 €)

Trama: 1992. Gabriel vive a Bujumbura, in Burundi, in un quartiere di espatriati. Suo padre è francese, sua madre del Ruanda. Ha una sorella più piccola, Ana, e una banda di amici inseparabili – Gino, Armand, i gemelli – cresciuti insieme a lui nel vicolo (…) Poi i genitori che si separano, le prime elezioni del paese, la guerra civile: Gaby credeva di essere soltanto un bambino e si scopre meticcio, tutsi, francese. Il papà vuole spedire tutti in Europa, la mamma decide di restare, strappata a metà, trasformata per sempre dai lutti più feroci: in un attimo la paura rovescia tutto, invade le vite di tutti, mette fine all’infanzia e costringe ad andarsene, a disperdersi, a perdersi. Passeranno anni prima che Gaby faccia ritorno nel suo piccolo paese, alla ricerca della sua età d’oro, o di quello che ne è rimasto.
Genere: romanzo autobiografico
Ambientazione: Burundi e Francia
Perché lo consiglio: è un romanzo che apre una finestra su uno dei più poveri stati d’Africa; da leggere per riflettere su cosa una guerra può scatenare e per lasciarsi commuovere da come un bambino vede il suo mondo
Disponibile in: brossura – ebook

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Le otto montagne di Paolo Cognetti (Einaudi, 208 pagine, 18.50 €)

Trama: Quando i genitori di Pietro, un bambino solitario e scontroso che vive a Milano, scoprono il paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, sentono di aver trovato il posto giusto: Pietro trascorrerà tutte le estati in quel luogo «chiuso a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che ne ostacola l’accesso» ma attraversato da un torrente che lo incanta dal primo momento. E lí, ad aspettarlo, c’è Bruno, capelli biondo canapa e collo bruciato dal sole: ha la sua stessa età ma invece di essere in vacanza si occupa del pascolo delle vacche (…) Iniziano cosí estati di esplorazioni e scoperte, tra le case abbandonate, il mulino e i sentieri piú aspri. Sono anche gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre (…) perché la montagna è un sapere, un vero e proprio modo di respirare, e sarà il suo lascito piú vero (…) un’eredità che dopo tanti anni lo riavvicinerà a Bruno.
Genere: romanzo
Ambientazione: Milano e Grana (immaginario paese ai piedi del Monte Rosa)
Perché lo consiglio: è un libro scritto bene, emozionante e struggente. Per chi ama la montagna, per chi ha perso qualcosa che ora non più avere, per chi pensa che più si sale verso le vette e più sia facile ascoltare i nostri pensieri
Disponibile in: brossura – ebook

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Tutto in ordine e al suo posto di Brian Friel (marcos y marcos, trad. D. Benati, pag. 236, 18 €)

Trama: I luoghi sono d’Irlanda, splendida e aspra: il vento dell’Atlantico spazza le colline, ma dietro le dune, centinaia di allodole invisibili formano un ombrello di musica nella calura celeste (…) Il tempo potrebbe essere oggi, domani, sempre. Piccole crepe si aprono nella realtà conosciuta, nel quieto vivere, nelle convenzioni erette come barriere. Il mistero filtra e dilaga; sono donne, illusionisti, vecchi pescatori, rabdomanti a custodirlo. Con la sua lingua meticolosa e nitida (resa da Daniele Benati con straordinaria intelligenza e passione) Friel non giudica, non spiega. Gli basta il lampo della barca sul lago che appare e scompare nella notte, una testa troppo chinata sul volante per agganciarci: il nostro cuore è lì e l’immaginazione vola. Dieci racconti, dieci capolavori: Friel è un maestro dell’arte narrativa.
Genere: racconti
Ambientazione: Irlanda del Nord
Perché lo consiglio: per conoscere aspetti dell’Irlanda del Nord, per affezionarsi ai personaggi che nonostante le difficoltà sorridono e perché sono racconti scorrevoli, divertenti e molto coinvolgenti, da leggere e rileggere
Disponibile in: brossura

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Overlove di Alessandra Minervini (LiberAria editrice, 200 pagine, 12 €) 

Trama: Cosa siamo disposti a fare per amore? Tutto, anche lasciarci. Anna sta con Carmine da tre anni. Carmine è sposato e ha una figlia. Anna no. Si prendono e si lasciano diverse volte in un tira e molla di passione e senso di colpa. Carmine è un sofisticato cantautore indipendente che tenta la carriera nazional popolare per sbarcare il lunario. Passa le giornate rinchiuso nel suo studio di registrazione, alternando la fase creativa all’ossessione del controllo del peso. Rancoroso e frustrato, non ha il coraggio di cambiare vita. Fino a quando il cambiamento non glielo serve Anna su un piatto d’argento. Un pegno d’amore. In una Puglia dai colori vivi e velata di un’ironica malinconia, Anna lascia Carmine. Fino al momento prima, niente sembra essere cambiato. Ben presto la mancanza diventa un sentimento ambiguo: non è dolore per qualcosa che non c’è più ma per qualcosa che è avanzato e non è abbastanza.
Genere: romanzo
Ambientazione: Puglia
Perché lo consiglio: per i colori della Puglia, per le sue descrizioni, le persone che la abitano. Per riflettere sui sentimenti, sull’amore, sulla mancanza, sugli eccessi.
Disponibile in: brossura – ebook

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Happy hour (Black Coffee Edizioni, trad. S. Reggiani, 259 pagine, 15 €)

Trama: Ammantato dal fascino proprio del Sud degli Stati Uniti, Happy Hour è un susseguirsi di storie di donne, figure tormentate quanto realistiche, in lotta contro se stesse. Donne che bevono, che dipendono dal sesso; donne che prendono decisioni sbagliate accompagnandosi a uomini che le amano troppo o troppo poco; donne che sono la causa della propria rovina (…) Osservando il delicato tessuto della vita quotidiana delle sue protagoniste, Miller ci narra l’amore degli incompresi, la ricerca di conforto nelle cattive abitudini di cui non si riesce a fare a meno e i dettagli quotidiani di rapporti destinati a finire. Con l’onestà che contraddistingue la sua scrittura, Mary Miller firma ancora una volta un lucido e struggente ritratto della femminilità oggi.
Genere: racconti
Ambientazione: Stati Uniti del Sud (Mississippi, Florida, Texas, Louisiana)
Perché leggerlo: perché Mary Miller ha una scrittura tagliente e ipnotica, perché in poche parole condensa vite intere di frustrazioni e paure; perché le protagoniste sono deboli e sanno di esserlo eppure non fanno nulla per migliorarsi. Perché è una lettura che emoziona, nonostante tutto.
Disponibile in: brossura

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Famiglie ombra di Mia Alvar (Racconti edizioni, trad. Gioia Guerzoni, 453 pagine, 18 €)

Trama: Famiglie ombra parla al cuore di chiunque abbia mai cercato un posto che si possa chiamare «casa». Nove storie figlie della diaspora filippina e di un tempo in cui la distanza sembra essere la barriera, alla perenne ricerca, come siamo, di ricongiungerci con chi amiamo, separati da confini reali o solo immaginati.
Genere: racconti
Ambientazione: Filippine, Medio Oriente, Stati Uniti d’America
Perché lo consiglio: i racconti di Mia Alvar sono scorrevoli, avvincenti e coinvolgenti; sono perfetti per chi vuole conoscere qualcosa della realtà filippina, dal dopoguerra ad oggi; per chi vuole riflettere sulle disparità sociali, per chi è affascinato da culture diverse dalla propria e per chi vuole ritrovare un pezzo di sé dall’altra parte del mondo
Disponibile in: brossura

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Dove l’aria è più dolce di Tasneem Jamal (Nuova Editrice Berti,trad. F. Cosi e A. Repossi, 348 pagine, 18 €)

Trama: Uganda 1921. Questo romanzo d’esordio racconta la storia di Raju, arrivato dall’India per cercare fortuna, e della sua famiglia, in una società postcoloniale sempre più stratificata e complessa. Amori, sacrifici e successi s’intrecciano fino alla frattura dell’esilio, quando tutto va in pezzi e bisogna ricominciare da capo. Eppure, agli occhi della piccola Shama, “casa” rimane un concetto astratto: può esistere ovunque ci sia la famiglia, al di là dei cambiamenti, delle privazioni; a volte cresce, a volte rimpicciolisce, e quando viene distrutta, basta ricostruirla “dove l’aria è più dolce”.
Genere: romanzo
Ambientazione: India, Uganda, Canada
Perché lo consiglio: è un romanzo pieno di speranza, di voglia di vivere, di passioni. Non è solo la storia di una numerosa famiglia asiatica ma è un messaggio, un inno alla libertà e alla possibilità di vivere le proprie esistenze in luoghi sicuri e senza barriere razziali
Disponibile in: brossura

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Atlante leggedario delle strade d’Islanda (Iperborea, trad. Silva Cosimini, 225 pagine, 16 €)

Trama: Tra le ricchezze letterarie dell’Islanda c’è un patrimonio di miti e leggende tramandato attraverso i secoli che è tutt’oggi una presenza viva nell’immaginario popolare. Questo anche perché in nessun altro posto come in Islanda le storie sono inscindibili dal paesaggio, nascono da una natura “vivente” e misteriosa, che non ha tardato a popolarsi di troll, elfi, spettri, eroi e stregoni. Ogni angolo del paese ha ispirato le sue leggende, da cui spesso derivano gli stessi toponimi, e ogni leggenda può essere mappata geograficamente. L’Atlante leggendario delle strade d’Islanda ci guida in un viaggio attraverso l’isola raccontando le leggende più memorabili di ogni luogo, dalle località più famose agli angoli più remoti e inesplorati.
Genere: racconti
Ambientazione: Islanda
Perché lo consiglio: per sognare l’Islanda e i suoi miti, i luoghi e i paesaggi; per immergersi in una cultura millenaria, per sorridere, inquietarsi e suggestionarsi; per chi c’è stato e per chi sogna di andarci, in quelle terre remote, tra ghiacci e vulcani
Disponibile in: brossura – ebook

Lorenzo Pini | A Lisbona con Antonio Tabucchi. Una guida

Arriviamo in una città che non conosciamo. Via mare, via aria, via terra, non importa. Possiamo scegliere di percorrerla a caso senza meta e lasciare che tutto quello che accade sia inaspettato, oppure seguire consigli e dettagliati itinerari di guide turistiche. Potremmo aver visto un film ambientato in quella città, o letto un libro che ce ne parla (…) Ci sono tanti modi di prepararsi a un viaggio, breve o lungo che sia. E tra questi è incluso anche quello di non partire affatto, e viaggiare solo con la mente. In tutti questi casi, che sia la nostra fantasia o la rigorosa documentazione, avremo una percezione di quel luogo. La percezione di una realtà, tra le tante realtà [Lorenzo Pini, A Lisbona con Antonio Tabucchi]

Mi chiedo se sia possibile amare un luogo senza averlo mai visitato. Amarlo semplicemente perché suona bene il nome, perché lo si immagina avvolto da una calda luce, perché le fotografie restituiscono l’idea di un luogo bellissimo.

Amo il Nord Europa e chi segue le mie letture lo ha capito; c’è però un altro luogo in Europa che sogno di vedere da anni: il Portogallo. Perché proprio il Portogallo? Perché io amo i confini e i luoghi di confine e le terre lusitane sono state, per secoli, le terre più ad ovest del mondo conosciuto: Cabo de Roca era il confine tra il mare e la terra, ed è a tutti gli effetti il punto “dove la terra finisce e il mare comincia”.

Nelle ricerche di romanzi ambientati in Portogallo o scritti da autori lusitani od originari delle ex-colonie, mi sono imbattuta in “A Lisbona con Antonio Tabucchi” di Lorenzo Pini (Giulio Perrone editore, 174 pagine, 12 €), originalissima guida letteraria che ho divorato in pochi giorni.

Lorenzo Pini conduce il lettore attraverso la Lisbona descritta da Antonio Tabucchi nei suoi romanzi Sostiene Pereira e Requiem, e nei suoi racconti Any where out of the world e Il gioco del rovescio. Dopo un’introduzione estratta da Requiem e un breve scritto con la storia della città (dalla fondazione ad opera dei fenici alla caduta della dittatura nel 1974), la guida di Lorenzo Pini si suddivide in sette capitoli, dove i primi sei sono dei veri e propri itinerari che il viaggiatore può seguire percorrendo le tracce dei personaggi tabucchiani (con tanto di cartine), mentre il settimo capitolo trae le conclusioni di questo viaggio immaginario. In Appendice, consigli culinari, suggerimenti per la visita, informazioni pratiche per organizzare un viaggio nella capitale lusitana.

La Lisbona di Tabucchi è geografia, architettura, spazio urbano e memoriale, entro i cui confini si sono consumati eventi privati e pubblici, esistenziali, storici e politici (…) Lisbona così com’è, pare fatta apposta per la finzione letterarie. Una matrice marittima che è nella storia del porto, nei moli protesi nell’azzurro [Lorenzo Pini, A Lisbona con Antonio Tabucchi]

Peniche (Photo by Mario Vassiliades on Unsplash)

Nel libro di Lorenzo Pini seguiamo i personaggi creati da Antonio Tabucchi attraverso le viuzze e le immense piazze di Lisbona. Ma non solo: con il protagonista di Requiem e con il dottor Pereira ci spingiamo sino a Cascais, dove le acque del Tago si gettano nell’Oceano Atlantico e dove Lisbona finisce, per lasciare posto ai comuni dell’Estoril.

Città che si riflette sull’acqua, quelle placide e limacciose del Fiume Tago, città che respira grazie ai temporali che scoppiano all’improvviso e grazie alle brezze che spirano dall’Atlantico e regalano cieli azzurri, Lisbona sembra che abbia le carte in regola per farsi amare e per far provare quella sensazione che si può dire solo in portoghese: saudade.

Lorenzo Pini, rielaborando le parole di Tabucchi, prova a spiegare cos’è la saudade, quell’emozione celebrata da poeti e scrittori non solo portoghesi. Nostalgia per il futuro, dovrebbe essere, ma la definizione è incompleta. Forse il modo migliore per capire cos’è la saudade è mettere qualche abito in valigia e ritrovarsi a Lisbona – o a Cabo de Roca – al tramonto, l’ora in cui è più facile provare la saudade.

Lisbona (Photo by Lili Popper on Unsplash)

La guida di Lorenzo Pini è quindi una bella raccolta di passeggiate facilmente realizzabili per chi si trova a Lisbona e dintorni, seguendo appunto le tracce dei personaggi di romanzi e racconti. Un modo, a mio avviso, molto originale di vivere un luogo e forse anche di ricordarlo meglio una volta tornati a casa.

Leggere un romanzo o un racconto ambientato nel luogo che andremo a visitare, secondo me, aiuta a calarsi meglio nell’atmosfera e ad aver quella sensazione di averlo già vissuto, di apprezzarlo ancor più facilmente. E leggere una guida partendo dagli scritti di chi quel luogo l’ha amato tanto da aver deciso di farne una seconda Patria, certamente aiuterà il viaggiatore a vivere il viaggio con vera passione.

Così lo scrittore si specchia nella sua città, tra le case pombaline, gli electricos, le chiese barocche, le tascas, i miradouros. Antonio Tabucchi è prima di tutto cittadino di questo luogo e sfrutta, per riconvertirli ad uso letterario, i suoi Leitmotiv: il clima, il fiume, la conformazione dell’estuario. Ma soprattutto sfrutta l’ambivalenza, la capacità delle città di offrire scenari talvolta diametralmente opposti. Da viaggiatori, siamo incuriositi dal doppio volto che Lisbona può mostrare [Lorenzo Pini, A Lisbona con Antonio Tabucchi]

Titolo: A Lisbona con Antonio Tabucchi
L’Autore: Lorenzo Pini
Editore: Giulio Perrone editore
Perché leggerlo: perché un viaggio comincia nel momento in cui si inizia a sognarlo. Caldamente suggerito agli appassionati degli scritti di Antonio Tabucchi

(© Riproduzione riservata)

Mary Miller | Happy hour

È preoccupato che un giorno non la amerà più. Adesso la ama molto e questo lo spaventa, perché potrebbe non durare. Forse entrambi dovrebbero trovarsi qualcun altro da amare di meno. O forse, semplicemente, lei non è la ragazza che lui credeva, quella che desiderava che fosse. L’ha deluso. E deludendolo ha deluso se stessa, e non riesce a fare altro che deluderlo perché lei stessa è delusa di averlo deluso e via discorrendo. Va tutto bene, gli aveva detto quella notte, accarezzandogli i capelli e stringendogli il braccio. Siamo felici, l’aveva rassicurato. Nessuna tempesta in vista [Mary Miller, dal racconto Istruzioni, trad. S. Reggiani]

Sin dalla sua uscita, sono stata incuriosita dalla raccolta di racconti “Happy hour” di Mary Miller (trad. Sara Reggiani, Edizioni Black Coffee, 259 pagine, 15 €). Lette presentazione e un’intervista di approfondimento a cura della casa editrice stessa, nonché qualche recensione pubblicata a ridosso dell’uscita del volume, ho iniziato a leggere “Happy hourcon un misto di curiosità e angoscia.

Dall’idea che mi ero fatta del contenuto dei racconti immaginavo che le voci protagoniste dei sedici racconti appartenessero ad un mondo troppo distante dal mio per essere apprezzate a pieno, invece sono riuscita ad apprezzarli perché mi hanno fatta riflettere, e talvolta mentre leggevo mi sono fermata a pensare che alcune loro debolezze e fragilità, in passato, le ho provate anche io.

Vorrebbe un’amica accanto, ma ultimamente sembrano tutte scomparse o hanno troppo da fare, o forse è lei a esserersi accorta solo adesso di preferire di gran lunga le loro vite alla sua, perciò fa fatica a starci insieme [Mary Miller, dal racconto Orsetto, trad. S. Reggiani]

Primo, le donne di Mary Miller non vogliono essere chiamate donne e una di loro lo ribadisce chiaramente nel racconto “Sporca”: Non sopporto di essere chiamata donna. Sono una ragazza. Lo sarò sempre. Questa prima precisazione è necessaria per presentare le sedici voci che introducono il lettore in questo vortice di storie.

Le ragazze tratteggiate dalla Miller sono originarie del Sud degli Stati Uniti, sono inquiete, ansiose, preoccupate per un futuro che non riescono a costruirsi, o che immaginano ma che sanno perfettamente che non vivranno mai. Osservano le amiche o le altre donne e si rendono conto che non saranno mai come loro, ma forse non vogliono nemmeno esserlo.

Questa non è la mia vita, e non è neppure quella che in teoria dovrei vivere, perciò tanto vale fingere che lo sia. La verità è che più la vivo più questa vita diventa mia, diventa reale, mentre quella che dovrei vivere recede sullo sfondo e un giorno scomparirà per sempre dalla mia vista [Mary Miller, dal racconto Verso l’alto, trad. S. Reggiani]

Galveston, Texas (Photo by Rajiv Perera on Unsplash)

Le ragazze hanno dei mariti o compagni distratti, incapaci di dir loro ‘ti amo‘ o anche solo ‘ti voglio bene‘; alcune ragazze sono già divorziate, altre separate, altre meditano di lasciare il compagno, altre ancora sono insoddisfatte del proprio uomo e si chiedono perché non solo l’hanno sposato ma hanno anche fatto dei figli con lui.

(…) mi ritrovo a chiedermi come abbia fatto a finire con lui e ad averci vissuto insieme per tutti questi anni. Cosa avremo ancora da dirci fra qualche tempo? Non riesco a immaginare un futuro in cui siamo felici. In generale c’è una cosa che non capisco nella vita, e cioè perché nessuno stia mai con la persona che ama davvero [Mary Miller, dal racconto Prima classe, trad. S. Reggiani]

In questo vortice di paure verso il futuro e incertezze riguardo loro stesse, le ragazze dei racconti della Miller sono immobili, incapaci di prendere un decisione e di svoltare la propria vita. Nell’attesa di qualcosa che – forse – non arriverà mai, molte ragazze si stordiscono con droghe o l’alcool che in casa non manca mai, nonostante le difficoltà economiche. Curare una fragilità con una sostanza che rende ancora più fragili è il modo migliore per rischiare un vero e proprio crollo.

Lo capisco anch’io che l’unico modo che abbiamo di cavarcela è restare in mezzo a disabili e ubriaconi, legare le nostre vite alle tristi e inutili esistenze di gente messa peggio di noi [Mary Miller, dal racconto Sporca, trad. S. Reggiani]

La scrittura di Mary Miller è incisiva, asciutta e non di perde in descrizioni o in sbrodolature: è essenziale, ho apprezzato molto il fatto che in una semplice frase la scrittrice americana sia riuscita a condensare situazioni o frustrazioni o pensieri delle protagoniste.

Eppure basterebbero pochi minuti per riassumere quello che c’è stato fra noi [Mary Miller, dal racconto La casa di Main Street, trad. S. Reggiani]

Fun in the pool (Photo by Jesper Stechmann on Unsplash)

Sì, le protagoniste femminili dei racconti di Mary Miller non sono felici, non sono soddisfatte della loro vita, non sono capaci di svoltare, di cambiare la loro vita e di prendere in mano le situazioni che vengono loro offerte; le protagoniste di Mary Miller sono piene di difetti, paure, ansie e incapacità.

Eppure, mi sono piaciute nel loro mettersi a nudo, nel loro confessarsi senza pudore, nella loro presa di coscienza di essere quello che sono, cioè deboli; come mi è piaciuta la scrittura tagliente di Mary Miller, che mi ha letteralmente tenuta incollata ai suoi racconti e ho dovuto dosarne la lettura, per non finirli troppo in fretta e aspettare poi troppo tempo per rileggerla di nuovo.

Lei lo guarda e si sente felice, ma la felicità è una cosa pesante, e ha l’impressione di doverne fare qualcosa [Mary Miller, dal racconto Hamilton pool, trad. S. Reggiani]

Titolo: Happy hour
Autrice: Mary Miller
Traduzione dall’inglese: Sara Reggiani
Editore: Edizioni Black Coffee
Perché leggerlo: perché Mary Miller ha una scrittura tagliente e ipnotica, perché in poche parole condensa vite intere di frustrazioni e paure; perché le protagoniste sono deboli e sanno di esserlo eppure non fanno nulla per migliorarsi. Perché è una lettura che emoziona, nonostante tutto

(© Riproduzione riservata)