Viveca Sten | Il corpo che affiora

Quando l’ancora fissata all’altro capo della cima venne gettata fuori bordo, per un istante rimase sorpreso, come se non si fosse reso conto che il peso l’avrebbe subito trascinato a fondo, che gli restavano solo pochi secondi. Il suo corpo avrebbe seguito quel pezzo di ferro. L’ultima cosa a scomparire sotto la superficie fu la sua mano, impigliata nella rete da pesca. Poi le acque si richiusero con un gorgoglio appena percettibile [Il corpo che affiora, Viveca Sten, trad. A. Storti]

È luglio e nell’arcipelago di Stoccolma le notti sono chiare e luminose. La stagione turistica è incominciata e i turisti, sia svedesi che stranieri, salpano dalla città alla volta di Sandhamn, una delle isole più esterne dell’arcipelago.

L’ispettore Thomas Andreasson è pronto per andare in vacanza sull’isola di Harö, non molto distante da Sandhamn; l’avvocato Nora Linde, amica d’infanzia di Thomas, è in vacanza a Sandhamn, e le sue giornate trascorrono tra le regate del marito Henrik e la scuola di nuoto estiva dei figli Simon e Adam.

Sembra che l’estate porterà interessanti profitti sull’isola, ma la tranquillità viene rotta dal ritrovamento di un cadavere, in avanzato stato di decomposizione e impigliato ad una rete da pesca, proprio su una delle spiagge sabbiose di Sandhamn. Thomas e i colleghi della polizia di Nacka devono rinunciare alle vacanze per risolvere il mistero.

La vittima è Kristen Berggen, un uomo solitario e disagiato che viveva solo alla periferia di Stoccolma. Ma Berggen è morto per omicidio, suicidio o un malore mentre passeggiava su un pontile? Mentre la polizia attende il responso dei medici legali circa la morte del disgraziato, a Sandhamn viene ritrovato il cadavere di una donna, morta non per cause naturali. Il lavoro si moltiplica ed è necessario giungere ad una soluzione per evitare altri morti sulla piccola isoletta: Nora è decisa a dare una mano all’amico Thomas, anche a costo di rischiare di mettersi in un grosso guaio.

Nell’oscurità, Nora avvicinò il polso agli occhi tentando di vedere le lancette dell’orologio. Che ora segnavano? Mezzanotte e mezzo? Cercò di rallentare il respito per non entrare in panico e di non abbandonarsi al tremito del corpo. Doveva contare soltanto su se stessa e non poteva permettersi di cedere alla paura. Salì fino alla lanterna, sperando di vedere un segno di vita nelle abitazioni ai piedi del faro, o almeno una barca in avvicinamento, ma tutto era silenzioso e buio [Il corpo che affiora, Viveca Sten, trad. A. Storti]

Sandhamn (fonte: Wikipedia, Arild Vågen CC BY-SA 3.0)

Il corpo che affiora” di Viveca Sten è un giallo godibile e scorrevole, dove il mistero è facilmente risolvibile dal lettore che ha un po’ di romanzi del genere alle spalle. Ammetto di aver iniziato a leggere il romanzo della Sten con ben poche aspettative, invece ho dovuto ricredermi sin dalle prime pagine.

Mi sono piaciuti molto i protagonisti del romanzo, li ho trovati descritti con grande naturalezza, tanto da apparirmi reali, con i loro pregi e difetti; ho adorato le descrizioni dell’arcipelago di Stoccolma perché la Sten si sofferma sui dettagli e sugli aspetti della vita degli stoccolmesi che hanno la seconda casa su una delle tante isole che compongono l’arcipelago.

Sandhamn è descritta con cura e dettaglio, tanto che mi è sembrato di essere realmente su quest’isoletta di sabbia nel cuore del Mar Baltico, dove in estate il sole tramonta quasi a mezzanotte illuminando con una luce calda le casette di legno rosso Falun.

Se è vero che il mistero è facile da risolvere (ho individuato quasi subito il responsabile dei delitti e il movente), “Il corpo che affiora” è un giallo nordico piacevole da leggere, che consiglio a chi ama il genere poliziesco e chi ha un debole per il Nord Europa.

Titolo: Il corpo che affiora
L’Autrice: Viveca Sten
Traduzione dallo svedese: Alessandro Storti
Editore: BUR
Perché leggerlo: perché si tratta di un romanzo semplice ma godibile, dov’è facile risolvere il mistero e sognare gli ambienti del Nord Europa

(© Riproduzione riservata)

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Beka Kurkhuli | La città nella neve

È caduta una grande quantità di neve che ha imbiancato tutto il quartiere. Il cielo incombente sembrava non volersi aprire mai alla primavera e i fiocchi ghiacciati sull’asfalto non sciogliersi più. Il vento turbinava ammassando cumuli di neve. Quel giorno il vento era sparito e il sole pareva sfuggito alla prigionia delle nubi cupe e buie. Tra la neve candida baluginava curioso del ghiaccio azzurro intenso (…) In via Sebastopoli, nei dintorni del cimitero di Vere, tra le case arroccate sul versante di un colle, la gente si muoveva con prudenza, a passi brevi e misurati, come se camminasse in punta di piedi [dal racconto La città nella neve, Beka Kurkhuli, trad. N. Geladze Fusco]

La città nella neve” di Beka Kurkhuli (trad. N. Geladze Fusco, Stilo editrice, 14 €) è una raccolta di cinque racconti, due lunghi e tre brevi, che come obiettivo ha quello di condurre il lettore all’interno della società georgiana, descrivendo i momenti salienti e drammatici della storia più recente dello Stato caucasico.

Nel primo racconto intitolato Assassino un uomo che ha combattuto la guerra tra georgiani e abcasi si ritrova a doversi nascondere con la famiglia a causa del suo passato militare. La moglie lo mette in difficoltà perché gli rifaccia il suo passato da combattente e perché desidera un paio di scarpe per andare al funerale di un cugino, ma l’uomo non ha nemmeno un lari per cui incomincia a vagare al di qua e al di là del confine tra Abcasia e Georgia per cercare di procurarsi del denaro; cercando di recuperare dei materiali da rivendere in un’abitazione abbandonata, incontrerà delle persone che lo porteranno a compiere un gesto drammatico.

“Non potevi startene alla larga, no?! Ora saresti a Nabakevi, avresti racimolato un po’ di mandarini e nocciole, seppur malvolentieri alcuni li avresti ceduti a loro, ma qualcosa sarebbe rimasto anche a te. Tutta la gente di Gali attraversa quel territorio e nessun abcaso vi fa più caso. La gente lavora, si busca qualche cocuzza; sa che la famiglia di Kishmaria si è messa ad allevare bestiame?” [dal racconto Assassino, Beka Kurkhuli, trad. N. Geladze Fusco]

Ne “La cità della neve“, racconto che dà il titolo alla raccolta, vengono narrate le vicende legate alla storia d’amore consumata negli anni Novanta tra due giovani georgiani. Lei, bellissima georgiana ricca che ha avuto l’opportunità di studiare a Londra, e lui, squattrinato georgiano che si barcamena tra un’occupazione e l’altra. Sullo sfondo, la crisi energetica di quegli anni difficili. Anni dopo i due, ormai adulti, si incontreranno di nuovo in una Tbilisi innevata.

Vecchia Tbilisi (fonte: Ilya Platonov, Flickr, immagine di dominio pubblico)

I racconti centrali sono i più brevi. Nel terzo racconto dal titolo “In sogno vidi” un uomo non vedente riporta in vita l’agrodolce ricordo dei suoi momenti felici, conditi da una forte nostalgia; nel quarto racconto, “Una sera“, un uomo seduto su una panchina in un parco di Tbilisi è indeciso su quale tipologia di caffè prendere, stupendosi che quando era più giovane ne esisteva un tipo solo. Questo è l’espediente per ricordare la sua giovinezza in una Tbilisi sovietica, dove si incrociavano più popolazioni diverse, derivanti da culture differenti, tutte unite sotto la bandiera dell’URSS.

Che cosa successe in realtà – che fosse uno, o alcuni, o nessuno – era una questione senza risposta, benché il sogno si ripetesse ostinato, con la sua casa e con i suoi coinquilini, con le sue proprietà vicine, evanescenti e capricciose, con il suo buio e gli alberi neri dai rami neri, con la sua inquietante misteriosità (…) [dal racconto In sogno vidi, Beka Kurkhuli, trad. N. Geladze Fusco]

Infine, nell’ultimo, lungo racconto dal titolo “Musakala”, Kukhuli narra senza filtri e in modo romanzato il ruolo dei mujahedddin afghani durante la guerra a cavallo tra gli anni Novanta e i primi anni del Duemila. La vicenda prende avvio dalla resa dei sovietici in Afghanistan nel 1989, anni concitati durante i quali entrano in scena i mujaheddin e la presa di potere dei talebani, che per prima cosa impongono la sharia in Afghanistan. Si arriva fino ai primi Duemila, con l’attacco terroristico alle Torri Gemelle e alla distruzione dei Buddha di Bamiyan. Protagonista del racconto è Abdel Hamid, uno dei combattenti.

Dopo qualche anno, la guerra finì e le truppe sovietiche si ritirarono dall’Afghanistan. Pareva che tutti i guai fossero giunti al termine, ma ad attendere il paese vi erano disgrazie e disastri non minori (…) Abdel ricevette da Dio la grazia bramata da ogni mussulmano: l’invito a compiere il pellegrinaggio alla sacra città di Mecca per il rituale dello Hajj in compagnia di alcuni insigni mujaheddin, oltre al privilegio di essere invitato dal Mullah Omar in persona [dal racconto Musakala, Beka Kurkhuli, trad. N. Geladze Fusco]

Ushguli Lamaria, Svaneti, Georgia (fonte: Wikipedia CC BY-SA 4.0)

Come dicevo, i cinque racconti di Beka Kurkhuli hanno la capacità di trasportare chi legge all’interno della società georgiana, dove i protagonisti appartengono a diverse classi sociali, rappresentando differenti categorie di persone, da ex-combattenti a uomini anziani e nostalgici; sullo sfondo si possono leggere alcuni momenti salienti della Storia recente della Georgia.

I racconti di Kurkhuli incominciano nel presente, quindi prendono avvio dei flashback, e si ritorna al presente, chiudendo il ciclo. La scrittura di Kurkhuli è ricercata e raffinata, in particolare quando descrive e racconta gli aspetti geografici e i paesaggi della Georgia; Kurkhuli sembra non lasciare nulla al caso e le note della traduttrice a fine racconto aiutano a comprendere i termini, gli aspetti della cultura georgiana e la Storia dello Stato caucasico.

La città nella neve” è uno di quei libri che permettono di viaggiare e di conoscere una realtà relativamente vicina a noi ma poco conosciuta, una sorta di Europa di periferia. Il libro di Beka Kurkhuli è stato pubblicato in Italia grazie al sostegno del Georgian National Book Center e del Ministero della Cultura e dello Sport della Georgia, e fa parte del progetto Voices from European peripheries. Literatures, lost and rediscovered identity, che “si propone, attraverso la loro diffusione, di promuovere in Italia la questione della ricerca di identità, in tutte le sue sfaccettature“.

Titolo: La città nella neve
L’Autore: Beka Kurkhuli
Traduzione dal georgiano: Nunu Geladze Fusco
Editore: Stilo Editrice
Perché leggerlo: per conoscere una realtà molto diversa dalla nostra, per scoprire uno Stato a cavalo tra Europa e Asia

(© Riproduzione riservata)

Salone Internazionale del Libro di Torino: 10 consigli per organizzare la vostra visita

Buongiorno lettrici e lettori, tra pochi giorni il 31° Salone Internazionale del Libro prenderà il via: dal 10 al 14 maggio 2018 Torino sarà la Capitale della Lettura. Per me si tratta di un evento irrinunciabile e da anni dedico una giornata al Salone. Mai come quest’anno ho voglia di andarci: non ho potuto andare né a Tempo di Libri, né al Book Pride e nemmeno potrò andare alla Grande Invasione di Ivrea a giugno.

Libri ovunque, sorrisi, chiacchiere, volti amici e nuove conoscenze. Al Salone si respira cultura e si possono fare grandi scoperte. Allo stesso tempo, per essere visitato al meglio, occorre qualche accortezza, soprattutto chi andrà la prima volta (o sono anni che non va e si è dimenticato quanto può essere sfiancante il Salone).

Ho pensato di raccogliere in questo articolo 10 consigli per organizzare al meglio la vostra (prima) visita al Salone Internazionale del Libro di Torino. Buona lettura e buona organizzazione!

1 Raggiungete Lingotto Fiere con i mezzi pubblici

La logistica è il primo punto da prendere in considerazione. Sono sicura che non avete nessuna voglia di girare a vuoto con l’auto per un’ora attorno al Lingotto Fiere, pregando in hindi tutte le divinità indiane che vi liberino un posto (pure a pagamento, tra l’altro). Forse se arrivate presto un posto potete anche trovarlo, ma Lingotto Fiere è ben collegato con le stazioni ferroviarie principali. Oltre a numerose linee di autobus, Lingotto Fiere è collegato dalla veloce metropolitana di Torino.

Considerate l’idea di arrivare in treno, inquinerete meno e sarete senz’altro meno stressati; se alle casse esibirete il biglietto del treno avrete un piccolo sconto (7 € anziché 10 €).

2 Ottimizzate i tempi (in particolare se arrivate da lontano)

A nessuno piace stare in coda e a noi italiani men che meno. Le code per entrare al Salone possono essere molto lunghe e dato che a maggio inizia a far caldo, può essere fastidioso attendere per ore sotto il sole. In sostanza, rischiate di entrare già stanchi e stufi al Salone. Per questo vi suggerisco di dare un’occhiata al sito del Salone e di acquistare on line i biglietti: è vero che acquistare il salta fila ha un sovrapprezzo, ma che è meglio spendere un euro in più che stare un’ora in piedi!

3 Studiate il programma e la mappa con la posizione degli stand

Il Salone è immenso e il programma non è da meno: appena sarete entrati al Salone chiedete una mappa degli stand e il programma degli eventi della giornata; sedetevi, prendere la matita e segnate gli eventi che vi interessano o gli editori che conoscete o che volete conoscere.

Il programma è già consultabile, così se avete solo un giorno da dedicare al Salone potete sceglierlo in funzione dell’evento che vi interessa. Vi ricordo che per gli autori o gli eventi più ‘grossi’ è bene arrivare una mezz’oretta prima che cominci perché le sale dove si svolgono si riempiono facilmente.

4 Rivalutate la Francia

Ebbene sì, quest’anno nessun Paese ospite esotico: i nostri cugini d’Oltralpe saranno i protagonisti della 31° edizione del Salone è dedicata alla Francia. Dalla letteratura alla saggistica, dai libri per ragazzi alle bande dessinée, sono tanti gli Autori e le Autrici francesi e provenienti dalle ex-colonie che ci faranno compagnia quest’anno. Date un’occhiata tra i nomi!

5 Riposatevi (è un ordine!)

L’effetto serra che si sviluppa nei padiglioni di Lingotto Fiere può essere esasperante: dovete fare una pausa! Purtroppo tra gli stand e le corsie vedrete poche panchine per risposarsi, ma nell’area d’ingresso e all’esterno del padiglione opposto all’entrata dovreste trovare una (minuscola) area pic nic. Eventualmente, accampatevi da qualche parte o sulle gradinate d’ingresso e riposatevi, sfogliando magari il vostro ultimo acquisto. E valutate il prossimo.

Questa foto l’ho scattata da un punto rilevato dove mi ero appollaiata per mangiare!

6 Portatevi il pranzo da casa (e tanta acqua!)

Al Salone ci sono bar e chioschetti che vendono street food, senza troppa varietà. Ci sono code chilometriche per procacciarsi un panino, c’è il rischio di mangiare in piedi perché ci sono pochi posti a sedere e aggiungete anche che col prezzo di panino e bibita vi comprate (almeno) un libro. Quindi? Suggerisco di portarsi qualcosa da casa (acqua, soprattutto, ricordate l’effetto serra?) e di mangiarlo seduti sulle gradinate d’ingresso o nella piccola area pic nic esterna (se siete fortunati a trovare un posto).

7 Siate curiosi (e indipendenti!)

Il Salone del Libero è principalmente scoperta: troverete un autore nuovo, un libro ambientato in un luogo che non conoscevate, scoprirete una casa editrice magari piccola ma con un buon catalogo interessante. Tutto questo solo se sarete curiosi e vi metterete in gioco. E’ vero che nel punto 3 vi ho detto di scegliere gli stand da vedere, ma ritagliatevi un po’ di tempo per visitare qualche stand che vi ispira anche solo per il nome dell’editore o per l’arredamento scelto (lo stand di NN Editore, ad esempio, sembra un salottino!).

8 Armatevi di pazienza

Avrete bisogno di pazienza per ogni passo, soprattutto se andrete al Salone al sabato o alla domenica. Ci saranno parecchie code: all’ingresso, ai chioschetti (a meno che non seguiate il consiglio n.6), ai bagni, agli eventi più importanti, negli stand grandi (ma voi seguirete il punto n.7 e quindi questa coda la eviterete).

9 Parlate con gli editori (non vi mangiano!)

Una delle migliori scoperte durante uno dei tanti Saloni del Libro è stata quando mi sono avvicinata allo stand di Keller Editore. Mi avevano colpito le copertine e ho potuto scambiare due parole con con l’editore che, ovviamente senza impegno, mi ha suggerito un libro. Il libro era un reportage sulla guerra dei Balcani e dato che ne sapevo poco e niente, l’ho comprato e divorato in pochi giorni. Da allora di libri editi da Keller ne ho letti tanti, e non mi hanno mai delusa.

Il mio consiglio è quello di avvicinarsi agli stand e farsi consigliare dall’editore. Raccontategli qualcosa di voi, di ciò che vi piace leggere, se avete un luogo del cuore, se vorreste approfondire una tematica. Insomma, mettete da parte la timidezza: il Salone è come una grande festa dove i protagonisti siete voi lettori e il libri.

Lettori accampati sulle gradinate d’ingresso

10 Non solo Salone: visitate Torino!

E già che ci siete, in particolare se vi fermate più giorni, visitate Torino! Dopo le Olimpiadi invernali del 2006, Torino ha saputo trasformarsi in una bella città a misura di turista. Il centro è piccolo, i mezzi pubblici frequenti e capillari, le vie sono disposte a scacchiera ed è facile orientarsi. Vi elenco i luoghi di Torino che preferisco e che vi suggerisco di visitare:

  • Museo Egizio
  • Museo Nazionale del Cinema e Mole Antonelliana
  • Palazzo Reale
  • Palazzo Madama
  • Piazza Castello e Via Garibaldi
  • Piazza Carignano e Piazza San Carlo
  • Via Po e Piazza Vittorio
  • Duomo di Torino
  • Parco del Valentino e Borgo Medievale
  • Museo di Pietro Micca (l’eroe dell’Assedio di Torino del 1706)

*

Ora siete pronti a organizzare e vivere al meglio il vostro 31° Salone Internazionale del Libro di Torino! Ci vediamo là?

Elisabeth Åsbrink | 1947

Non c’è una data precisa, un momento esatto in cui l’attenzione passa dalla gestione del passato a quella del futuro. C’è solo questo anno, il 1947, in cui tutto si muove in modo vibrante, senza stabilità e senza meta, perché ogni possibilità è ancora aperta [1947, Elisabeth Åsbrink, trad. A. Borini]

Il presente è l’esito del delicato equilibrio di una moltitudine di variabili ben ponderate, ma spesso è il caso a dominare le conseguenze.

La giornalista e scrittrice svedese Elisabeth Åsbrink prende un anno e lo eleva a protagonista nel brillante saggio divulgativo “1947“, tradotto da Alessandro Borini per Iperborea. È nel 1947 che i governi di tutto il mondo hanno dovuto gestire crisi, prendere decisioni importanti, cercare di ricostruire il mondo e provare a infondere nuova speranza nei sopravvissuti.

Speranza è il sentimento al quale tutti ambiscono. La Seconda Guerra Mondiale è terminata da due anni, l’Europa e il mondo intero sono a pezzi: durante gli anni del conflitto sono state sganciate tonnellate di ordigni, milioni di edifici sono stati distrutti, intere città sono state rase al suolo.

Non c’è un modo scorrevole per scrivere di questo, nessun dolce flusso di parole, nessuna riconciliazione alla fine del racconto avvincente. Le frasi prendono un ritmo staccato. Tutto si spezza, viene continuamente rotto, va incontro al filo spinato. Un tempo senza pietà [1947, Elisabeth Åsbrink, trad. A. Borini]

Quell’anno, tra le macerie fumanti d’Europa si muove un’orda di disperati: sono gli ebrei sopravvissuti alla Endlösung der Judenfrage di Hitler. Liberati quando gli Alleati hanno scoperto i campi di sterminio, ora vogliono lasciare l’Europa. Per andare a casa, in Palestina. Migliaia di profughi si mettono in marcia e cercano – legalmente o illegalmente – di arrivare in Medio Oriente.

Quell’anno, la Palestina è ancora sotto protettorato britannico e gli inglesi impediscono agli ebrei europei di entrarci. Bloccano la nave Exodus, la dirottano su Cipro, chiudono temporaneamente gli ebrei nei campi profughi. La storia sembra ripetersi: nessuno vuole gli ebrei nel proprio Paese. Le Nazioni Unite devono decidere cosa accadrà in Palestina: creare uno stato ebraico? Creare una federazione? Provare a far andare d’accordo arabi ed ebrei? La decisione che verrà presa provocherà una catastrofe che si ripercuote ancora oggi.

La prima ondata. Anche così si può descrivere la moltitudine di persone che raccoglie i propri averi tra spari e scoppi di bombe, sotto i tetti dove i cecchini della morte aspettano con i fucili carichi (…) Il 4 dicembre al-Halisa è il primo di una lista di nomi dolorosi (…) un elenco scritto nella pietra, nella memoria delle 750.000 persone presto in fuga [1947, Elisabeth Åsbrink, trad. A. Borini]

Quell’anno, la Corona inglese deve spaccare l’India in tre parti, l’impero coloniale brittanico si sta dissolvendo. Vengono tracciati i confini tra India e Pakistan e tra India e Bangladesh: è un disastro, muoiono migliaia di persone, ma allo scoccare della mezzanotte del 15 agosto 1947 India e Pakistan ottengono l’agognata indipendenza.

La partizione (…) costringe a scappare 4,5 milioni di non mussulmani e 5,5 milioni di mussulmani nella sola regione del Punjab. In totale, le persone in fuga sono 13 milioni. Più avanti Dickie commenterà il proprio contribuito come ultimo viceré dell’India, responsabile dell’uscita di scena della Gran Bretagna, con le parole “I fucked it up” [1947, Elisabeth Åsbrink, trad. A. Borini]

Quell’anno, iniziano i processi contro i gerarchi nazisti a Norimberga. Non esiste una Dichiarazione universale dei diritti umani, una commissione ci sta lavorando; la parola ‘genocidio’ deve ancora essere creata. Non tutti i nazisti sono comparsi a Norimberga: grazie a personaggi politici potenti, come Perón, viene creata una rete a maglie strette fatta di passaporti falsi, visti di ingresso e concessioni di asilo fasulle che permette ai nazisti di espatriare dapprima in Svezia e poi in Sudamerica.

Quell’anno, Eric Arthur Blair, di salute cagionevole, si ritira con la sorella e il figlio adottivo sull’isola di Jura. Qui scriverà il suo ultimo e più famoso romanzo: 1984, firmandolo George Orwell. Christian Dior, tra mille proteste, presenta il New Look. L’informatica Grace Hopper mette a punto il linguaggio COBOL, è convinta che un giorno basterà un singolo apparecchio per compiere le operazioni fondamentali dell’informatica e conia la parola bug quando scopre che il guasto al processore è dovuto ad una falena fulminata nella scheda madre. Michail, un soldato sovietico, diventa famoso perché inventa lo strumento dispensatore di morte più usato al mondo: il Kalašnikov.

L’URSS, nonostante le perdite, sta allargando il suo rosso abbraccio sull’Europa e gli Stati Uniti sono intenzionati a fermare l’espansione degli ideali comunisti. Gli USA sono pronti a tutto per fermare i russi: iniziano la Guerra Fredda e la Caccia alle streghe, sui cieli di Roswell sfreccia quello che sembra un UFO e nasce la CIA.

Forse non è l’anno che voglio ricomporre. La ricomposizione riguarda me stessa. Non è il tempo a dover essere tenuto assieme, sono io, io e il dolore frantumato che provo aumenta sempre di più. Il dolore per la violenza, la vergogna per la violenza, il dolore per la vergogna [1947, Elisabeth Åsbrink, trad. A. Borini]

Elisabeth Åsbrink ci guida attraverso gli eventi importanti del 1947, intrecciando anche la storia personale della sua famiglia nello struggente intermezzo”I giorni la morte“. Suddiviso nei dodici mesi del fatidico anno, saltando da un luogo all’altro del pianeta, il saggio è scorrevole e intrigante, la scrittura della Åsbrink è incalzante e coinvolgente: benché noi oggi siamo a conoscenza dei diversi epiloghi delle questioni trattate, l’Autrice riesce a mantenere altissima la tensione narrativa e si legge trattenendo il respiro.

La Åsbrink ha anche il pregio di non formulare giudizi, con professionalità e competenza presenta i fatti storici in modo oggettivo. Sta a noi farci un’opinione sugli eventi.

“1947” è un libro che consiglio in modo particolare agli appassionati di Storia, lettori curiosi che abbiano già una base di storia del Novecento per capire meglio i fatti trattati. Per me, leggere “1947” di Elisabeth Åsbrink è stato come salire a bordo di una macchina del tempo ed essere catapultata in quell’anno cruciale, quell’anno incredibile e pazzesco dal quale sono nate la nostra società attuale e la nostra identità.

Titolo: 1947
L’Autrice: Elisabeth Åsbrink
Traduzione dallo svedese: Alessandro Borini
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: perché è nel passato che affondano le radici del presente e il 1947 è quell’anno incredibile e pazzesco dal quale sono nate la nostra società attuale e la nostra identità

(© Riproduzione riservata)

Bruno Tertrais e Delphine Papin | Atlante delle frontiere. Muri, conflitti, migrazioni

Tracciare un confine comporta sempre una doppia conseguenza: si rinchiude al suo interno ciò che consideriamo “nostro”, “noi” compresi, e si crea “l’altro” e l’alterità, togliendo a chi lo traccia la possibilità di essere tutto ciò che è in potenza. Qui nasce una domanda centrale, che i molti casi esposti e analizzati in questo Atlante delle frontiere aiutano a comprendere meglio (…): è il confine a creare la diversità o, al contrario, è quest’ultima a far nascere un confine? [dalla prefazione di Marc Aime ad Atlante delle frontiere, B. Tertrais e D. Papin, trad. M. Aime]

C’è un luogo in Europa che mi piacerebbe visitare, si trova in Lussemburgo, in prossimità del confine con la Germania e la Francia. Non è una di quelle cittadine famose per le bellezze artistiche, anche se si adagia dolcemente sul fiume Mosella; in quella cittadina, che tutti abbiamo nominato una volta nella vita, il 14 giugno 1985 i delegati di cinque Stati europei – Francia, Lussemburgo, Belgio, Olanda e Germania dell’Ovest – sottoscrissero lo storico accordo sul superamento delle barriere alle frontiere: l’Accordo di Schengen.

Oggi la politica europea riguardo ai suoi confini è ambigua. Da una parte, l’Europa vuole mostrarsi come uno spazio dove è possibile circolare liberamente; dall’altra, dopo la crisi siriana e le massicce migrazioni provenienti dall’Africa, l’Europa ha rispolverato il concetto di ‘confine’, nel 2016 ha creato la Frontex (corpi speciali di militari che presidiano le frontiere) e alcuni Stati europei hano costruito muri e recinzioni per impedire ai profughi di passare e transitare netro i propri territori.

Che cosa succede nel resto del mondo? Che cos’è un confine e cosa una frontiera? E quante frontiere esistono?

Nella lingua italiana, come in quella francese, confine e frontiera sono diventati sinonimi. In inglese, invece, border e boundary indicano delle linee di demarcazione, mentre frontier è lo spazio aperto, quello da conquistare, quello su cui si è costruita l’intera epopea del West (…) Questo Atlante ci dice che oggi esistono al mondo 323 frontiere terrestri su circa 250.000 km (dalla prefazione di Marc Aime ad Atlante delle frontiere, B. Tertrais e D. Papin, trad. M. Aime)

Possono sembrare parecchie 323 frontiere terrestri, tanto più che salgono ad oltre 750 se si aggiungono quelle marittime; oggi si cerca di evitare di tracciare o spostare le frontiere, perché la Storia insegna che può davvero essere molto pericoloso, perché “le frontiere sono cariche di storia: storia di guerre, di diplomazia, di colonialismo certamente, ma talvolta anche storia di antiche divisioni culturali“.

Il confine tra India e Pakistan è quella linea arancione che si vede dallo spazio. Si tratta di uno dei confini più presidiati e controllati al mondo (fonte: Wikipedia)

Atlante delle frontiere” di Bruno Tertrais e Delphine Papin (trad. M. Aime, add editore, 25 €) è uno splendido volume che, grazie a testi chiari e mappe infografiche colorate e puntuali, in cinque capitoli mostra uno spaccato interessante della situazione geopolitica a livello mondiale.

Esistono le frontiere ereditate, quelle di un tempo che oggi generano attriti e conflitti, come la suddivisione del Medio Oriente, i confini tra India, Pakistan e Bengala o le aree di influenza in Europa durante la Guerra Fredda.

Vi sono frontiere invisibili, che non hanno una realtà fisica. Come si traccia un confine in mare? E se ci sono laghi o fiumi come si procede? I fiumi si spostano, quindi Croazia e Serbia sentono il bisogno di ridefinire il proprio confine. Quando ci sono di mezzo giacimenti petroliferi ogni singolo metro è prezioso e per strapparlo al proprio vicino si studia di tutto. Cina e India si dividono la cima dell’Himalaya, ma entrambe la vorrebbero in esclusiva.

Le frontiere possono essere rimarcate da muri, recinti, metri di filo spinato. I confini diventano realtà fisiche, barriere, oggetti lineari che devono proteggere chi sta al di qua della linea. Se il muro di Berlino è stato smantellato, in Europa continuano ad esserci muri: a Ceuta e a Melilla, due enclavi spagnole su suolo marocchino, oppure il muro che divide la città di Nicosia, sull’isola di Cipro, a sua volta divisa in due dalla Linea Verde tracciata nel 1974. Al di fuori dell’Europa i muri sono tantissimi: noto quello che si sta costruendo tra USA e Messico, e famose e barricate tra Stato israeliano e territori palestinesi.

Il muro più basso: barriera alta 2 metri tra India e Pakistan; il muro più alto: barriera alta 9 metri tra Uzbekistan e Kirghizistan.

Per la felicità di persone come me, che adorano le curiosità, c’è un bel capitolo sulle stravaganze frontaliere: a Cuba c’è un pezzo di Stati Uniti, Guantanamo. India e Bangladesh nel 2015 si sono scambiati 162 enclave di prim’ordine, permettendo così il disenclavamento di numerose enclave, di una contro-enclave e di una contro-contro-enclave. Ma di enclave ne esistono anche tra Belgio e Olanda, tra Belgio e Germania, e ne abbiamo anche due su suolo italiano: Città del Vaticano e la Repubblica di San Marino. Il confine tra Svezia e Finlandia passa sull’isola di Märket, nel Golfo di Botnia; l’isola dei Fagiani, tra Francia e Spagna, viene amministrata dai francesi e dagli spagnoli a turno.

Il confine tra Svezia e Finlandia passa sull’isola di Märket, nel Golfo di Botnia (fonte: Wikipedia)

Nell’ultimo capitolo si parla di guerra. Confine e conflitto sono sempre andati a braccetto. I confini caldi del mondo si trovano principalmente in Medio Oriente, nell’Africa subsahariana, nel Mar Cinese (dove Cina, Filippine, Taiwan, Vietnam e Malesia cercano di mettere le grinfie su isolette lunghe nemmeno un chilometro) e lungo i confini della Russia, Ucraina, Caucaso e Crimea, soprattutto.

La gente non è fatta per vivere in situazioni di frontiera, cerca di sfuggire o di liberarsene il prima possibile. E tuttavia non fa che imbattercisi, trovarle e sentirle ovunque” ha scritto il reporter e viaggiatore Ryszard Kapuscinski. Di certo c’è che vivere nelle zone di confine, in particolar modo quelli caldi, non fa per gli uomini. Disagio, militari armati, alta tensione: chi vorrebbe vivere in un simile contesto?

Un confine ci fornisce un’identità e uno spazio conosciuto nel quale muoverci; allo stesso tempo, una frontiera non dovrebbe mai essere la tomba di un altro essere umano.

A vederle dall’alto, le frontiere non esistono perché sono solo linee su una carta geografica. Se n’era già accorto Juri Gagarin quando in orbita attorno alla Terra doveva essersi sentito davvero libero dicendo: “da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere, né confini“.

Titolo: Atlante delle frontiere
Autori: Bruno Tertrais e Delphine Papin
Traduzione dal francese: Marc Aime
Editore: add editore
Perché leggerlo: per rendersi conto di quanto un confine possa essere importante, per capire meglio il mondo che ci circonda, per avere un’idea di ciò che potrebbe accadere in futuro

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Alina Bronsky | L’ultimo amore di Baba Dunja

Un anno fa un biologo è venuto a casa mia a fotografare le ragnatele (…) Marja dice che sono una casalinga negligente. Il bello della vecchiaia è che non hai più bisogno di chiedere il permesso a nessuno, né per vivere nella tua vecchia casa né per lasciare ragnatele appese. Anche i ragni erano già qui prima di me (…) Il biologo mi ha spiegato perché abbiamo così tanti parassiti. Perché da quando c’è stato l’incidente nucleare ci sono molti meno uccelli nella nostra zona. Perciò i coleotteri e ragni si moltiplicano indisturbati [L’ultimo amore di Baba Dunja, Alina Bronsky, trad. S. Forti]

Baba Dunja è una donna anziana, ormai non ha più ottantadue anni come una volta, ed è caratterizzata da una grande forza d’animo. Vive a Černovo, non molto lontano da Chernobyl’; qui l’aria, l’acqua, il suolo, è vero, sono contaminati, ma lei è anziana e prima o poi dovrà morire, no? Meglio che succeda in un luogo famigliare.

Come altre persone, Baba Dunja e la sua famiglia erano state allontanate da Černovo a seguito dell’incidente nucleare. Si erano trasferiti a Malyši, poi Jegor era morto, i loro figli erano andati via dall’Ucraina e Baba Dunja era andata in pensione. Per vivere in città la pensione di Baba Dunja non bastava neppure per l’affitto: è così che si è decisa a tornare a Černovo. La prima di tutti a tornarci.

Non mi preoccupo affatto di cosa succederà il giorno in cui resteremo senza corrente. Ho le mie bombole di gas e in ogni caso ci sono candele e fiammiferi. La nostra presenza viene tollerata, ma nessuno di noi pensa che il governo ci verrà in aiuto una volta finite tutte le risorse. Perciò ragioniamo in totale autonomia [L’ultimo amore di Baba Dunja, Alina Bronsky, trad. S. Forti]

I ragni hanno invaso la sua vecchia casa, ma Baba Dunja in passato ha vissuto ben altre difficoltà. Non saranno due ragni a fermarla. Come una pioniera, Baba Dunja riporta in vita la casa e il suo orto – le cose coltivate con le proprie mani sono le migliori – e un po’ per volta viene seguita da altre persone, che tornano a popolare Černovo. Come l’ipocondriaca Marja, l’accanito lettore Petrov, il vecchio Sidorov e gli antipaci coniugi Gavrilov.

L’esistenza di Baba Dunja scorre tranquilla in campagna. Ogni tanto arriva qualche biologo a prelevare campioni di flora e fauna, o arriva un medico a misurare la pressione e a prelevare il sangue degli abitanti di Černovo. Ogni tanto compare qualche fantasma del passato: Jegor o i morti a causa delle radiazioni. Solita routine.

Qualche volta trascorre una giornata a Malyši per commissioni varie e per ritiare la posta: la figlia Irina le spedisce lettere, bigliettini e pacchi dalla Germania. Ciò che interessa più di ogni cosa a Baba Dunja è sapere come sta Laura, la nipote che non ha mai visto ma che ama tantissimo.

Quello che invece attendo con ansia sono le lettere. Quando ricevo una lettera è sempre una festa (…) Tutte le sere, prima di dormire, leggo la lettera più recente, finché non arriva quella successiva [L’ultimo amore di Baba Dunja, Alina Bronsky, trad. S. Forti]

Ma la quiete di Černovo viene sconvolta dall’arrivo di un personaggio che stravolgerà le esistenze degli anziani e tranquilli pionieri. Quando si presenta il problema più grosso che il paese abbia mai avuto, Baba Dunja prenderà in mano la situazione con una praticità invidiabile e nel tentantivo di risolverlo dimostrerà onestà e bontà d’animo.

Ma adesso c’è un problema che riguarda l’intero paese (…) [L’ultimo amore di Baba Dunja, Alina Bronsky, trad. S. Forti]

Sviatohirsk, Donetsk Oblast, Ukraine (Wikipedia commons CC BY-SA 4.0)

L’ultimo amore di Baba Dunja” di Alina Bronsky (trad. S. Forti, Keller Editore, 14.50 €) è un delizioso romanzo tragicomico che ha come protagonista e voce narrante un’anziana donna volitiva e risoluta. La Bronsky riesce a descrivere la quotidianità di Baba Dunja e degli altri abitanti del paese con grande naturalezza. Come contorno ci sono gli altri pionieri di Černovo, che ruotano tutti attorno alla figura brillante di Baba Dunja, come se lei fosse il sindaco del paese.

Baba Dunja viene dipinta come un’anziata sulle sue, a tratti un po’ cinica, che commenta ogni cosa, ma allo stesso tempo cerca di essere discreta, per non offendere o disturbare, e riesce a risultare immediatamente simpatica a chi legge. Per certi versi, suscita anche tenerezza.

“Hai mai sentito parlare di Internet?”
“L’ho sentito nominare”. Infatti è così. “Ma non l’ho mai visto”.
“E dove. Qui siamo fermi all’età della pietra. In compenso abbiamo un telefono stregato che funziona una volta all’anno e nessuno sa dare una spiegazione” [L’ultimo amore di Baba Dunja, Alina Bronsky, trad. S. Forti]

L’ultimo amore di Baba Dunja” è un romanzo breve ma intenso, capace di catturare il lettore con la fluidità con cui è scritta questa storia; Baba Dunja è un personaggio indimenticabile, in grado di vivere ben oltre le pagine. Un romanzo davvero delizioso, acuto e travolgente, come le verità nascoste che l’anziana protagonista si appresta a svelare.

Titolo: L’ultimo amore di Baba Dunja
L’Autrice: Alina Bronsky
Traduzione dal tedesco: Scilla Forti
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: perché si tratta di un romanzo delizioso, acuto e travolgente e Baba Dunja è senza dubbio un personaggio indimenticabile

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Jesmyn Ward | Salvare le ossa

La prima volta che mamma mi aveva spiegato cos’è un uragano, ero convinta che gli animali scappassero tutti, che fuggissero prima della tempesta, che fiutassero il vento in anticipo e capissero che stava arrivando (…) Che i cervi guardassero i compagni e poi balzassero via. Che le volpi parlottassero tra loro, incassassero le spalle e si dessero alla fuga. E forse gli animali più grandi lo fanno davvero. Adesso però sono convinta che gli altri, come gli scoiattoli e i conigli, non si comportino affatto così. Forse gli animali piccoli non scappano. (…) fiutano l’aria del temporale in arrivo, quell’aria che sa di sale, di sale e fuoco che brucia tutto, e si preparano come noi [Salvare le ossa, J. Ward, trad. M. Pareschi]

Nell’entroterra del Mississippi, gli ultimi giorni di agosto sono densi quanto il cielo gonfio di nuvole grigie e lattiginose, così pesante che potrebbe cadere in terra da un momento all’altro. Il tempo sembra scorrere lentamente mentre la famiglia di Claude Batiste attende gli aggiornamenti sull’andamento dell’uragano che si muove nel Golfo del Messico.

I Batiste vivono nella “Fossa”, una porzione del bayou ribassata a causa dell’estrazione di argilla. Nella Fossa, dove tutto è polvere rossa e umidità e puzza di rifiuti bruciati, a regnare è il disordine: carcasse di furgoni, pezzi di ricambio di vario tipo, galline che razzolano nel cortile ma nascondo le uova nella foresta. Poco più in là si trova una piscina scavata nell’argilla dove l’acqua è rosa-arancione.

I componenti della famiglia nuotano nell’aria rovente e nei propri pensieri, in quei giorni di febbrile attesa. Claude Batiste, il padre, è spesso alticcio ma sa quale può essere la violenza di un uragano, ha vissuto Camille nel ’69, una tempesta leggendaria che spesso ricorreva anche nei racconti di mamma.

Randall è maturo per i diciassette anni che ha, sogna di poter andare al campo estivo di basket per dimostrare agli allenatori che la meriterebbe lui, la una borsa di studio il college. Skeetah, sedici anni, possiede un pit bull da combattimento, la bianchissima China, che ha appena dato alla luce cinque bellissimi cuccioli. Junior ha sette anni, l’ultimo fiore di mamma Rose, la quale vive solo più nei ricordi dei suoi figli.

Quando era morta, mamma mi aveva detto che era andata via, e io mi chiedevo dove. Siccome piangevano tutti, mi ero avvinghiata a mamma come una scimmia, mi ero aggrappata al suo corpo morbido con le braccia e con le gambe, e mi ero messa a piangere anch’io, lasciandomi attraversare da caterve d’amore, come pioggia estiva, continua, accecante. E poi era morta anche mamma, e non mi ero più potuta aggrappare a nessuno [Salvare le ossa, J. Ward, trad. M. Pareschi]

Alba nel bayou (fonte: WIkipedia CC BY-SA 4.0.)

L’unica ragazza in questo universo maschile è Esch, che ha quindici anni e vorrebbe essere amata. Esch si occupa come può della casa e della famiglia, ama segretamente Manny, l’amico di Randall, e legge e rilegge la storia di Medea e Giasone.

Nell’attesa di scoprire quale sarà la traiettoria dell’uragano e di sapere se colpirà anche il Mississippi, la vita alla Fossa scorre come se fossero giornate normali. Skeetah assiste la sua pitt bull che ha appena partorito; Randall si allena senza sosta per la partita di selezione per il campo estivo; Junior bazzica qua e là coi fratelli maggiori; i ragazzi organizzano un piccolo furto a casa dei bianchi, una grigliata con gli amici, un combattimento con i cani di Marquise, Manny e Rico, mentre Big Henry è sempre disponibile per dare una mano a tutti. Ed Esch, in quell’attesa rovente, fa la scoperta più incredibile di tutte: diventerà madre.

Il sole piomba su di me bruciandomi, facendo evaporare il sudore, acqua, sangue e lasciando solo la pelle, i miei organi dissecati, le ossa friabili: il mio corpo, un acino d’uva secca. Se potessi mi ficcherei dentro una mano e mi strapperei via il cuore, e quel minuscolo seme bagnato che diventerà il bambino. Prima quelli; il resto non farà così male [Salvare le ossa, J. Ward, trad. M. Pareschi]

Nel romanzo c’è un altro protagonista, ingombrante e spaventoso. Viene nominato spesso e quando si manifesta lo fa senza nessuna misura, devastando e distruggendo tutto, urlando e frustando gli alberi con la sua furia: l’uragano Katrina. I Batiste sanno che il luogo dove vivono è sulla linea di passaggio degli uragani e da Katrina vengono presi in pieno.

Katrina li costringe a chiudersi in quella casa pericolante, fa saltare la corrente elettrica, li terrorizza riversando piogge torrenziali e stradicando querce secolari. Devasta il bayou. Devasta le esistenze. Miete vittime al suo passaggio. Ma allo stesso tempo, rinsalda i rapporti, unisce i Batiste, ora che hanno un nemico comune, fortissimo, da combattere. Se l’uragano Katrina dispensa morte, Esch deve resistere al suo passaggio perché dentro di lei sono racchiusi vita, speranza e futuro. È racchiuso Jason, se sarà maschio. È racchiusa Rose, se sarà femmina.

Legherò i pezzi di vetro e mattone con lo spago e appenderò i frammenti sopra il letto, in modo che brillino nel buio e raccontino la storia di Katrina, la madre che è entrata nel golfo come una regina per portare la morte. Il suo carro era una tempesta terribile e nera (…) La madre assassina che ci ha feriti a morte e tuttavia ci ha lasciati vivi, nudi, stupefatti e raggrinziti come bimbi appena nati, come cuccioli ciechi, come serpentelli appena usciti dal guscio, affamati di sole. Ci ha lasciato un mare buio e una terra bruciata dal sale. Ci ha lasciati qui perché impariamo a camminare da soli. A salvare ciò che possiamo [Salvare le ossa, J. Ward, trad. M. Pareschi]

Tipiche abitazioni nei bayou del Sud degli USA (fonte: Wikipedia: CC BY 2.0)

Salvare le ossa” di Jesmyn Ward (trad. M. Pareschi, NN Editore, 19 €) è un romanzo narrato in prima persona da Esch, spettatrice e protagonista in attesa dell’arrivo di Katrina, suddiviso in dodici giorni. La Ward delinea la storia come se fosse lei stessa un urgano: senza usare mezze misure, con schiettezza e senza nascondere nulla. La paura, la gioia, l’attesa, tutte le emozioni sono estreme. Non ci sono sconti.  Allo stesso tempo, la scrittrice utilizza dei paragoni così poetici e toccanti che sembra incredibile che stia parlando di un qualcosa che dispenserà morte e panico.

Katrina ha ferito l’America, ha distrutto tutto, ha seminato morte. Ma ai Batiste ha insegnato che c’è solo un modo per salvare le ossa: restare uniti, soprattutto se la furia distruttrice si palesa sotto forma di fenomeno naturale impossibile da fermare.

Titolo: Salvare le ossa
L’Autrice: Jesmyn Ward
Traduzione dall’inglese: Monica Pareschi
Editore: NN Editore
Perché leggerlo: perché la Ward delinea la storia come se fosse lei stessa un urgano: senza usare mezze misure, con schiettezza e senza nascondere nulla. Perché un fenomeno naturale ingovernabile può insegnare quanto preziosa è la vita.

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Jacek Hugo-Bader | I diari della Kolyma. Viaggio ai confini della Russia profonda

Non è facile andarsene perché tutti gli abitanti della Kolyma, compresi i prigionieri, sono arrivati via mare. E fino a oggi questo è l’unico modo per andarsene: mostrando il documento d’identità e comprando un biglietto per la nave o l’aereo. Proprio come se la Kolyma fosse un’isola (…) Un’isola così distante, quasi fosse un altro pianeta: e infatti anche così la chiamano. Pianeta Kolyma, e tutto quello che sta al di fuori è materik: terraferma, continente. [I diari della Kolyma, J. Hugo-Bader, trad. M. Vanchetti]

Il reporter polacco Jacek Hugo-Bader si trova nella città di Magadan, sul Mar di Ochotsk, nella infinita regione della Kolyma, localizzata nella Russia orientale. L’obiettivo di Hugo-Bader è percorrere la Strada Maestra della Kolyma, una pista accidentata e scassata lunga 2.025 chilometri che conduce a Jakutsk, città principale della Jacuzia; questa pista non è percorsa da autobus di linea o da altri mezzi. Non esiste una ferrovia. L’unico modo per spostarsi è fare autostop, chiedere un passaggio ai numerosi, enormi camion che percorrono questa strada trasportando merci.

Hugo-Bader conosce la Russia ed è consapevole delle difficoltà di un viaggio di quel tipo, in una regione tanto sconfinata quanto pericolosa: non sono infrequenti gli attacchi da parte di animali selvatici quali orsi e lupi, ma il vero pericolo è il clima. Nella Kolyma, in pieno inverno, le temperature possono scendere fino a sessanta gradi sotto lo zero, e il record di temperatura più bassa mai registrata ha sfiorato i settanta gradi sotto lo zero. In luglio, poi, non sono escluse tempeste di neve improvvise, dove la visibilità si annulla, tutto diventa bianco e freddo, e la temperatura scende sui venti gradi sotto lo zero.

Il reporter inizia il suo viaggio in autunno, sapendo di correre un grandissimo rischio: per raggiungere Jakutsk bisogna attraversare il turbolento fiume Aldan e in Siberia, già all’inizio di ottobre, nei corsi d’acqua possono trovarsi dei giganteschi lastroni di ghiaccio; non esiste un ponte per attraversare l’Aldan, la crisi del rublo ha fermato i lavori di costruzione. Restano quindi dei traghetti di linea, che operano fino a quando non iniziano ad arrivare i lastroni di ghiaccio. Dopo, restano delle bagnarole non autorizzate, cariche di disperati e di paura. E Hugo-Bader è quello che vorrebbe evitare, prendere queste imbarcazioni quasi suicide.

Ma prima di pensare all’Aldan, c’è molta strada da percorrere. Hugo-Bader viene tirato su dai camionisti che transitano sulla Strada della Kolyma; di paese in paese, di villaggio in villaggio, il polacco incontra persone che in realtà sono contenitori di storie, di racconti, di emozioni. Camionisti, nonnine, cuochi, medici, ricchi imprenditori senza scrupoli, sciamani, barcaioli abusivi, poliziotti corrotti, ex-militari, uzbeki, osseti, ubriaconi… Nella Kolyma non vivono solo russi, ma anche evenchi, jakuti, ciukci e coriacchi… Ognuno ha una storia e Hugo-Bader ha orecchie per tutti loro.

Hugo-Bader incontra uomini e donne che verso la Kolyma hanno sentimenti contrastanti: c’è chi scapperebbe a gambe levate, ma non ha soldi per farlo, e chi non si sposterebbe dalla Kolyma per tutto l’oro del mondo. Già, l’oro. A proposito dell’oro: la Kolyma viene chiamata il cuore d’oro della Russia e questo già lo sapeva Stalin.

Kolyma (fonte: Flickr, Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-NC-SA 2.0))

Perché la Kolyma, oltre ad essere una regione sconfinata e lontana dalla capitale russa, è stato il luogo perfetto e ideale per costruire i tristementi famosi GULAG, campi di prigionia e lavoro voluti da Stalin a partire dagli anni Trenta. Gli zek, prigionieri, venivano spediti qui a lavorare, costruivano alla bell’e meglio infrastrutture ma soprattutto estraevano oro e minerali preziosi, utilissimi alla Grande Madre Russia, sempre impegnata tra una guerra e l’altra per espandere i suoi confini, il tutto mentre i prigionieri morivano per il freddo, per la fame, per le malattie, per il troppo lavoro. Ma chi erano questi prigionieri? Nemici del Partito, potenziali controrivoluzionari, nemici personali di Stalin, professori, ingegneri, medici, persone che pensavano usando la propria testa. E molti di loro venivano spediti nella Kolyma per aver violato l’articolo 58 comma 14 del Codice penale della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa. Solženicyn e Šalamov compresi.

Ma cosa predendo ancora da questi russi? Ce l’hanno qui accanto. La centrale elettrica in cui lavorano l’hanno costruita i prigionieri di quel campo. Facevano la quindicina di chilometri dal lager al lavoro e viceversa tutti i giorni a piedi. Anche d’inverno. Questo dovrebbero insegnarlo nelle scuole locali, perché nella Kolyma ogni scuola è attaccata a qualche lager. Qui sono state rinchiuse e sono morte persone innocenti, i loro nonni, e appena oltre le ceneri del lager ci sono gli orti dei pompeiani, gli abitanti di Mjaundža [I diari della Kolyma, J. Hugo-Bader, trad. M. Vanchetti]

I diari della Kolyma” di Jacek Hugo-Bader (trad. M. Vanchetti, Keller editore, 18 €) è un reportage immenso quanto la Kolyma, è un libro meraviglioso e utilissimo per comprendere un pezzo fondamentale della storia sovietica e per provare a capire la Russia dei giorni nostri.

Il libro è impostato in modo originale, alternando vere e proprie pagine di diario nelle quali Hugo-Bader descrive in due o tre pagine la giornata, con pagine nelle quali approfondisce l’incontro con uno o più personaggi o si lancia in riflessioni personali. Il risultato è un reportage brillante, intelligente e vivido, e a tratti divertente, che insegna, illumina e conquista coloro che vogliono saperne di più del mondo nel quale vivono. Davvero una bellissima lettura.

“Sono arrivato con mia moglie e due zaini (…) Abbiamo dedicato la vita ai figli della strada, ma per me la cosa più importante è che vivo in un luogo ampio, immenso, sconfinato. Ma voi? Perché siete salito su questa bagnarola? Dovete proprio arrivare a Jakutsk? A qualunque costo?”
“No. È il viaggio che è importante, non la meta”. [I diari della Kolyma, J. Hugo-Bader, trad. M. Vanchetti]

Titolo: I diari della Kolyma. Viaggio ai confini della Russia profonda
L’Autore: Jacek Hugo-Bader
Traduzione dal polacco: Marco Vanchetti
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: trattasi di un reportage brillante, intelligente e vivido, e a tratti divertente, che insegna, illumina e conquista coloro che vogliono saperne di più del mondo nel quale vivono. Davvero una bellissima lettura.

Sitografia per approfondire:

Alla scoperta della lingua jacuta dell’estremo nord siberiano di Claudia Bettiol
Lo sciamanesimo nella cultura jacuta di Sandro Marra
Kolyma, terra d’oro e d’orrore di Oleg Egorov

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Elizabeth Jane Howard | All’ombra di Julius

Lei del resto non era il tipo di donna che si fatica a immaginare vecchia o povera: tutto quel che era riuscito a scoprire a riguardo (con una telefonata anonima all’azienda del marito) era che non si era risposata e che viveva sempre nella stessa casa. Così le aveva scritto dicendole che per caso, quel fine settimana, si sarebbe trovato proprio in quella parte di mondo (non era vero) e gli sarebbe piaciuto passare a trovarla. La lettera doveva esserle arrivata il giorno prima, ed erano intesi che lei gli avrebbe scritto un telegramma oppure gli avrebbe telefonato in caso di intoppi, vale a dire nel caso in cui non avesse avuto voglia di incontrarlo. Non l’aveva sentita [All’ombra di Julius, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

Nel 1965 Elizabeth Jane Howard pubblica in Inghilterra il romanzo “After Julius” e solo molti anni dopo pubblicherà il primo volume della saga della famiglia che l’ha resa celebre: i Cazalet. Nei cinque corposi volumi della saga dei Cazalet il lettore segue le vicende della famiglia dal 1937 alla fine degli anni Cinquanta.

All’ombra di Julius“, che esce oggi in Italia, è un romanzo a sé: è ambientato nel 1959 tra Londra e il Sussex, ha pochi personaggi e si svolge interamente nell’arco di un fine settimana.

La trama del romanzo è semplice. Sono gli anni Sessanta a Londra e dal giorno dell’eroica morte di Julius sono trascorsi vent’anni. Julius era un editore, marito e padre londinese, un uomo valoroso che aveva già combattuto durante la Grande Guerra e, nonostante l’età, aveva intenzione di dare il suo personale contributo al secondo conflitto mondiale. Purtroppo, nel corso di un’azione pericolosa e folle, Julius resta ucciso lasciando un grande vuoto nelle vite di chi gli sopravvive.

La moglie Esme, il suo amante Felix King, le due figlie Cressida ed Emma si rendono conto di chi era davvero Julius una volta che scompare. Ora che Julius non c’è più, il vuoto che lascia è immenso e incolmabile.

Esme subisce due grossi colpi, alla morte di Julius. Uno è, ovviamente, la perdita del marito e l’altra è l’allontanamento dell’apprendista medico Felix, suo giovane amante. Esme si rifiuta di risposarsi, cresce le sue figlie meglio che può e cerca di dimenticare anche Felix.

Ma all’improvviso, Felix si rifà vivo. Sono appunto trascorsi vent’anni e il vecchio amante chiede ad Esme di poter fare un salto nel Sussex per trascorrere il fine settimana ed Esme accetta. In quel fine settimana di novembre, nel Sussex, ci sono anche Cressy ed Emma, una coppia di amici di Esme, Daniel Brick, il maggiore Hawkes e la servitù.

Nel corso di tre giorni, quel fine settimana novembrino, nebbioso e freddo, molti nodi giungeranno al pettine e rivelazioni, scoperte, chiacchiere, pettegolezzi e intrecci amorosi ne faranno da cornice.

“Il senso di colpa”, cominciò pensoso. Doveva stare attento. “Il senso di colpa è ciò che si prova quando uno non si rivela all’altezza di un’immagine presuntuosa che si è fatto di se stesso. Non c’entra niente il dispiacere di aver fatto qualcosa di brutto. È solo il dispiacere di non essere ciò che si credeva. Però è un ottimo deterrente dal rifarlo ancora”. E poi, con un pizzico, o almeno così sperava, di astuzia psicologica, disse: “Mi sento molto meglio. È bello parlare con te, anche se sei una ragazzina arrogante”. [All’ombra di Julius, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

Nigel van Wieck (b 1949) “Inside Out”

All’ombra di Julius” di Elizabeth Jane Howard (trad. M. Francescon, 326 pagine, 20 €) è un romanzo che vede muoversi pochi protagonisti sulla scena e che si svolge nell’arco di tre giorni. Il romanzo è suddiviso in tre parti: nella prima vengono presentati i protagonisti, raccontando le loro storie e lasciando volutamente dei vuoti da colmare; nella seconda parte, i protagonisti si trovano tutti assieme nel Sussex e nel corso della giornata del sabato vengono fuori vecchi rancori, emozioni sopite e nascono degli equivoci; infine, nella terza parte, che si svolge la domenica, l’intreccio, dopo un paio di colpi di scena presentati con alti livelli di drammaticità quasi teatrale, si scioglie. Per qualcuno ci sarà un lieto fine, per qualcun altro no.

All’ombra di Julius” essendo un romanzo breve non ha il tempo di analizzare a fondo i personaggi e logicamente svolgendosi in tre soli giorni non può avere la pretesa di far maturare i protagonisti. Cressy ed Emma, le figlie di Julius ed Esme, non possono crescere in tre giorni, anche se Emma sarà vittima di un episodio violento che la cambierà e le mostrerà come può essere cruda la realtà.

Il periodo a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta è stato un periodo di confusione ma anche di grandissime aspettative. La Seconda Guerra Mondiale è terminata ma è una ferita ancora viva e pulsante per i tanti inglesi che, come Esme, Emma e Cressy, hanno perso un parente nel corso del conflitto; le aspettative per il futuro sono alte, ma per rialzarsi dopo uno scivolone del genere è necessario darsi davvero da fare. Se la guerra, il razionamento, il terrore delle bombe, la paura della morte e le tessere annonarie sono solamente un doloroso ricordo, ora è fondamentale rimboccarsi le maniche. Ma per i protagonisti de “All’ombra di Julius” è difficile.

Il fallimento, la confusione e il cambio repentino dei costumi pervadono gli animi di tutti. Esme sa che il matrimonio con Julius non era rose e fiori, inoltre ha anche fallito come amante di Felix King. Felix, a sua volta, è un medico mediocre che ha prestato servizio in Corea e una volta tornato in Inghilterra non sa che fare. Daniel Brick, il personaggio che più ho odiato in assoluto, è un poeta scadente con un passato burrascoso, ma molto sveglio e furbo, capace di ammaliare le donne deboli.

Cressida è una musicista che non riesce a trovare ingaggi importanti perché è troppo impegnata nel cercare un uomo, ma nella ricerca fallisce perché quasi tutti quelli che trova sono sposati o non vanno bene per lei. Infine, Emma, che a ventisette anni vive passivamente la sua vita, senza reagire mai, senza mai pensare a che cosa fare della propria esistenza, accontentandosi di vivere in una soffitta con la sorella e le sue paturnie amorose.

Pur essendo narrato con pungente ironia, in “All’ombra di Julius” la Howard non ha voluto indorare la pillola al lettore, non ha regalato un lieto fine per tutti. Per un motivo semplice: Elizabeth Jane Howad sapeva bene come può essere crudele e spietata la vita.

Per avere la shopper dedicata al romanzo, segui le istruzioni a questo link!

Titolo: All’ombra di Julius
L’Autrice: Elizabeth Jane Howard
Traduzione dall’inglese: Manuela Francescon
Editore: Fazi editore
Perché leggerlo: perché è un buon romanzo di intrattenimento, semplice ma efficace.

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Alessio Romano | D’amore e baccalà

Che poi Lisbona è davvero una delle città scenograficamente più spettacolari del mondo: e allora perché il suo simbolo non è il Castelo de São Jorge, vicino a dove ho scelto di abitare? O la Sé de Lisboa, la cattedrale che sembra una fortezza? O ancora le spettrali rovine del Convento do Carmo? Volevano a tutti i costi qualcosa di più moderno? C’è il neogotico Elevador de Santa Justa che non ha nulla da invidiare alla Tour Eiffel (…) E invece no: hanno scelto proprio questo stupidissimo tram [Alessio Romano, D’amore e baccalà, EDT]

Alessio Romano è uno scrittore abruzzese che viene inviato a Lisbona per scrivere di cucina e per descrivere ai lettori italiani l’affascinante capitale del Portogallo. Come ad imitare il mitico ragionier Fantozzi, Alessio prova prendere il tram 28 al volo, aggrappandosi a quella dannata trappola gialla che frena e accelera tanto bruscamente quanto improvvisamente.

Il tram 28 è un vero trabiccolo e Alessio cade, dopo una frenata, sbattendo la testa al suolo. La capoccia ha sbattuto forte perché Alessio crede di risvegliarsi a casa di Amália Rodrigues, una delle più note cantanti di Fado del Portogallo, morta e stramorta.

Quando rinviene – sul serio? – si trova nella minuscola e affaccendata cucina di una tipica tasca portoghese e di fronte a sé, oltre all’anziana cuoca sdentata, ha la più bella cameriera di Lisbona, Beatriz. Dopo aver mangiato un bacalhau e aver sostenuto una lunga conversazione con la cuoca, Alessio è deciso a scoprirne di più a proposito della bella Beatriz, che sembra però sparire nel nulla e perdersi nelle irte salite e discese della magica città di Lisbona.

Dalla caduta in poi, ad Alessio incominciano a capitare cose strane e assurde: parla con Pessoa, Camões, Chiado e una notte, sceso dal taxi, incontra persino Antonio Tabucchi. I grandi scrittori e poeti lo guidano come spiriti nei meandri della capitale del Portogallo, apparendo in modo del tutto casuale e repentino.

Alessio sa di sognare. Oppure no. Lisbona è una città dove possono accadere cose davvero assurde, buffe, incredibili. Tra un pasteis de nata e una crocchetta di bacalhau (perché sì, dovrebbe scrivere un reportage sulla cucina portoghese), tra una visita alle rovine del Carmo e un inseguimento per cercare la magnifica Beatriz, Alessio Romano, oltre ad assaggiare e raccontare i piatti lusitani, cercherà di comprendere dove si trova il sottile confine tra sogno e realtà in quel Portogallo investito di luce.

Panorama di Lisbona da uno dei numerosi miradouro (foto: Claudia)

È la prima cosa che ti sconvolge di Lisbona, questa luce caravaggesca. È come essere sempre dentro un quadro barocco con un’illuminazione precisa, perfetta che rende tutto un po’ irreale, come ti trovassi su un palco pronto per il tuo spettacolo [Alessio Romano, D’amore e baccalà, EDT]

D’amore e baccalà” di Alessio Romano (EDT, 162 pagine, 8.90 €) è il brillante e divertente diario di viaggio di un italiano che in un mese scopre, o cerca di scoprire, la città di Lisbona. Sempre scorrevole e coinvolgente, il libro è anche un omaggio ai poeti e scrittori, i già citati Pessoa, Chiado, Camões e Tabucchi, raccontando con semplicità ed efficacia un viaggio sempre i bilico tra realtà e sogno.

Lisbona è, allo stesso tempo, una città che lasciatasi alle spalle il grigiume di una dittatura opprimente e feroce, si sta facendo largo nel settore turistico: sempre più cittadini europei (e non solo) vengono attratti dalle bellezze e dall’ottimo cibo lisboeta. Un grande afflusso turistico genera introiti interessanti, ma allo stesso tempo rende necessario fornire al turista sempre più servizi. Lisbona dovrà trovare, nei prossimi anni, il giusto equilibrio per non restare soffocata dal boom turistico.

Il risultato è un libro agile e tascabile che può essere letto sia come dichiarazione d’amore per Lisbona che essenziale e originale guida per chi intende visitare la capitale del Portogallo. Per chi, come me, a Lisbona c’è stato, leggere “D’amore e baccalà” una volta tornato a casa sarà come tornare tra viuzze ripide, tramonti spettacolari e piazze immerse di luce, e necessariamente ci si ritroverà con l’acquolina in bocca a furia di leggere di pasteis de nata e baccalà.

Tramonto al miradouro Nossa Senhora do Monte (foto: Claudia)

Titolo: D’amore e baccalà
L’Autore: Alessio Romano
Editore: EDT
Perché leggerlo: perché è un libro agile e tascabile che fa sognare chi a Lisbona c’è stato e a chi ha intenzione di andare

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