Gertrude Bell | Vicino Oriente. Da Aleppo a Mosul

Viaggiare nel deserto è, per un certo aspetto, stranamente simile a viaggiare in mare: dall’ambiente circostante non hai alcun segnale di cambiamento e t’induca a pensare che i giorni di viaggio ti stiano portando a destinazione. Quando decidi di navigare verso una meta che non è familiare i soliti punti di riferimento della vita quotidiana vengono spazzati via. Che fine fa il passare del tempo? (…) È davvero un altro giorno? Oppure stai vivendo ancora ieri? Poi d’improvviso tocchi terra e scopri che nel corso di quel giorno che si è ripetuto e ripetuto all’infinito, hai attraversato mezzo globo [Vicino Oriente. Da Aleppo a Mosul, Gertrude Bell, trad. C. Colla e V. Pesci]

Il fascino che l’Oriente esercita sugli occidentali è innegabile e per persone come Gertrude Bell l’esplorazione di questi luoghi lontani diventa una sorta di missione. Storica, archeologa, alpinista, cartografa, scrittrice prolifica, fotografa, documentarista, linguista e orientalista, Gertrude Bell, nacque nel Regno Unito nel 1886, fu la prima donna a laurearsi ad Oxford con il massimo dei voti e in soli due anni.

Dopo il primo viaggio in Oriente, Gertrude Bell non poté più fare a meno di tornare e, alla fine, di stabilirsi in questi luoghi desertici, a tratti ostili e impervi, soprattutto per una donna. Per molti anni fece delle esplorazioni la sua vita: viaggiò attraverso Paesi pericolosi, spesso a dorso di cammello o cavallo, seguendo infinite carovane e guide locali; la Bell fotografava, scriveva e acquisiva dettagli che le permisero di diventare una delle più importati orientaliste dell’epoca, sempre rispettando, quasi con devozione, le tradizione dei nomadi arabi.

Tra il 1905 e il 1913 Gertrude Bell compì cinque esplorazioni in Medio Oriente, viaggiando in Palestina, Israele, Libano, Siria e Mesopotamia.

Vicino Oriente. Da Aleppo a Mosul” (tradotto da Cristina Colla e Valentina Pesci, Nuova Editrice Berti) è la cronaca del viaggio compiuto nel 1909, all’età di ventitré anni. Nel gennaio del 1909 la Bell si trova ad Aleppo ed è decisa a raggiungere Mosul passando per Kerbela e Baghdad.

(…) non c’erano molti europei che, nel gennaio del 1909, avevano le idee chiare di cosa fosse l’Asia al di fuori di Costantinopoli e di Salonicco (…) Appena sono atterrata a Beirut ho cominciato a lasciarmi alle spalle gli schemi europei, alla ricerca del vero significato delle grandi parole d’ordine che avevano guidato la rivoluzione. Ad Aleppo (…) ho imparato qualcosa delle speranze e delle paure, della felicità, dell’inquietudine e dell’indifferenza dell’Asia [Vicino Oriente. Da Aleppo a Mosul, Gertrude Bell, trad. C. Colla e V. Pesci, Nuova Editrice Berti]

Carovana nel deserto (fonte: Wikipedia, CC BY-SA 3.0)

A dorso di cammello e seguendo le carovane del deserto, la Bell registra con occhio critico e antropologico tutte le sfumature umane che si manifestano tra Aleppo e Mosul, destinazione finale di questa spedizione. Gertrude Bell cerca di descrivere e rappresentare attraverso i suoi scritti e le sue fotografie, quei luoghi così lontani e allo stesso tempo così vicini dall’Europa.

Come scrive Cecilia Mutti nella Nota biografica e al testo, nell’edizione italiana si è preferito dare spazio alle descrizioni antropologiche e sociali delle diverse comunità arabe incontrate durante il viaggio, in quel periodo di passaggio che è l’inizio del Novecento, mentre sono state messe da parte le descrizioni dettagliate e tecniche dei siti archeologici incontrati nel corso della spedizione, anche se sono presenti diversi cenni archeologici per farsi un’idea di quello che si poteva trovare in Mesopotamia all’inizio del secolo scorso.

L’archeologia e l’approfondimento dell’architettura rimasero sempre passioni per Gertrude Bell, tanto che fu la promotrice della realizzazione del Museo Archeologico di Baghdad nel 1923.

Quando la Prima Guerra Mondiale si profilò sull’orizzonte, Gertrude Bell fu una figura necessaria per i funzionari di Londra, date le sue competenze sull’Oriente; la Bell servì a destabilizzare l’agonizzante Impero ottomano, alleato dell’Impero tedesco dopo gli accordi del 1914: Gertrude Bell, in quei concitati anni, visse un’altra vita, quella di un ufficiale onorifico dei servizi segreti militari della Corona inglese.

Alla fine del conflitto, Gertrude Bell venne nominata esperta orientalista per stabilire i nuovi confini degli Stati nati dalla dissoluzione dell’Impero ottomano. Nel 1921 la Bell si ritrovò al Cairo con personaggi del calibro di Winston Churcill e Lawrence d’Arabia e contribuì a creare il regno dell’Iraq, unendo le province di Mosul, Bassora e Baghdad che conosceva bene grazie ai suoi numerosi viaggi.

“Perché,” mi chiese, “viaggiate così lontano dalla vostra terra?”
Risposi che mi spingeva la grande curiosità di vedere il mondo e tutto ciò che vi era da scoprire.
“Avete ragione,” rispose allora lui. “L’uomo non ha molto tempo da vivere, è naturale che desideri vedere tutto quello che può. Vedere tutto del mondo è un desiderio naturale. Ma pochi hanno il tempo di farlo – cosa volete? Siamo esseri umani.” [Vicino Oriente. Da Aleppo a Mosul, Gertrude Bell, trad. C. Colla e V. Pesci, Nuova Editrice Berti]

Conferenza del Cairo, Egitto, 1921 (fonte: Wikipedia Free Commons)

A chiedere a Gertrude Bell perché viaggi così lontana dall’Inghilterra è il mullah custode della tomba di Sir Ikbal, un “uomo cortese e allegro, vestito con abiti lunghi e un turbante bianco sul capo“. Quella del mullah suona quasi come una profezia: “l’uomo non ha molto tempo da vivere” e Getrude Bell muore a soli 40 anni, a Baghdad, dove è stata sepolta. Gertrude Bell è morta giovane ma ha cercato di vivere al massimo la sua vita, lasciando ai posteri una serie di esaltanti avventure.

Titolo: Vicino Oriente. Da Aleppo a Mosul
L’Autrice: Gertrude Bell
Traduzione dall’inglese: Cristina Colla e Valentina Pesci
Editore: Nuova Editrice Berti
Perché leggerlo: per conoscere la straordinaria figura di Gertrude Bell e per chi ama i viaggi, quelli avventurosi

(© Riproduzione riservata)

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Drago Jančar | Stanotte l’ho vista

E ci siamo rivisti. Stanotte, passando tra i giacigli nella baracca degli ufficiali, è venuta, viva, fermandosi proprio accanto a me. Cosa c’è Stevo? ha detto, non riesci a dormire? Avrei voluto dirle, pensavo che tu vivessi nell’Alta Carniola, ai piedi di un verde pendio, a ridosso di una vasta pianura di campi, questo avrei voluto dirle, vai a cavallo da quelle parti? Ma lei se n’era già andata, non c’era più (…) Ma stanotte è venuta da me, stanotte l’ho vista, è venuta da sola, Veronika [Stanotte l’ho vista, Drago Jančar, trad. V. Brecelj]

Stanotte l’ho vista” di Drago Jančar (Comunicarte edizioni, trad. da V. Brecelj) è uno struggente e malinconico romanzo polifonico dove cinque voci si susseguono nel raccontare la misteriosa scomparsa della protagonista del libro, una donna slovena di nome Veronika Zarnik.

Il primo dei cinque narratori è un ufficiale serbo, il capitano Štefan Radovanović, che conosce Veronika nel 1937, quando la donna manifesta l’intenzione di imparare ad andare a cavallo. Il maggiore Ilić, amico del marito di Veronika, invita Radovanović a insegnare alla donna ad andare a cavallo.

In pricipio, Radovanović e Veronika non si sopportano, ma lezione dopo lezione, l’ufficiale si innamora della donna, che è disposta ad abbandona il marito per seguire l’ufficiale serbo prima a Vranje, un luogo lontano al confine con la Bulgaria, e poi a Maribor. Ma un giorno, Veronika scappa da Maribor per andare al castello del marito nell’Alta Carniola. Da questo momento in poi, Radovanović perde le tracce della sua amata, le scrive lettere alle quali lei non risponderà mai, va in guerra e infine viene fatto prigioniero a Palmanova, in Italia.

Poi ci sedemmo sull’erba. Pensai che avrebbe incominciato una delle sue tirate su cavalli e libertà, ma quel pomeriggio guardava lontano, con lo sguardo assente (…) Improvvisamente si abbandonò tra le mie braccia e mi guardò negli occhi. Permetti, disse, mentre era già distesa tra le mie braccia. Come se io potessi dare un qualsiasi permesso. O negarlo (…) Accarezzami i capelli, ordinò. Lo so che lo desideri, aggiunse mentre esitavo. Il maggiore Ilić apparve davanti ai miei occhi, l’onore di ufficiale, disse, l’onore di un ufficiale. Ma il gesto (…) della mia mano era più forte del mio onore di ufficiale (…) [Stanotte l’ho vista, Drago Jančar, trad. V. Brecelj]

Veduta di Maribor, Slovenia (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0)

La seconda voce è quella di Josipina, la madre di Veronika, che si strugge di nostalgia nel suo minuscolo appartamento a Lubiana, divisa tra i ricordi del defunto marito Peter e della figlia scomparsa. Se Veronika fosse rimasta a Maribor con il serbo, anziché tornare in Alta Carniola col marito, forse sarebbe non sarebbe scomparsa, forse sarebbe viva. Perché la madre viveva nel castello con Veronika e Leo, e in una gelida notte del gennaio del ’44 arriva qualcuno  deciso a vendicarsi con gli Zarnik. L’unico modo per scoprire qualcosa sulla sorte di Veronika è scrivere una lettera al dottor Horst.

Ma è viva, è certamente viva. Soltanto, non può farsi sentire, forse è da qualche parte in Serbia con Stevo, o in Svizzera con Leo. Ma non può farsi sentire, ecco tutto. Però verrà, verrà [Stanotte l’ho vista, Drago Jančar, trad. V. Brecelj]

La terza voce è quella del dottor Horst, il medico tedesco che un giorno riceve a Graz una lettera da parte della madre di Veronika, nella quale gli viene chiesto se conosce qualche dettaglio a proposito della scomparsa degli Zarnik. L’arrivo della lettera getta il dottor Horst in un mare di ricordi: anche lui, come molti altri uomini, aveva subito il fascino di Veronika. Anche lui si era innamorato di lei e aveva patito la sua scomparsa. Il dottor Horst conosce dei dettagli, ma non vuole rivelarli alla madre, non vuole ritornare con la mente a quei giorni del gennaio del ’44.

Stanotte la vedo. Sento la sua presenza, anche se non l’ho toccata che prendendole la mano, la sento come se fosse ancora qui. Non posso pensare a quello che le è successo, a quel che le hanno fatto, non posso. E non risponderò alla lettera. Ho raccolto ancora una volta quei pezzetti di carta e li ho bruciati [Stanotte l’ho vista, Drago Jančar, trad. V. Brecelj]

La quarta voce è quella di Joži, la governante degli Zarnik, che nella notte del gennaio del ’44 scopre diverse cose a proposito della scomparsa dei padroni del castello. Quella notte Veronika chiede a Joži di stare con Josipina, di confortarla, di dirle che andrà tutto bene e che tornerà. Lo dice mentre indossa un pesante cappotto e si allaccia gli scarponi. Lo dice ostentando sicurezza e tremando di paura.

Un giorno Fani, la cuoca, e io aprimmo una di quelle lettere (…) E ci mettemmo a piangere entrambe. Poiché quello Stevo, noi diremmo Štefan, (…) scriveva così bene e con tanto sentimento, era così infelice senza di lei che sicuramente avrebbe pianto pure lei, se l’avesse letta (…) ogni lettera finiva (…) con le parole: vrati se ljubavi. Era scritto prima in serbo, poi anche in sloveno, amore mio [Stanotte l’ho vista, Drago Jančar, trad. V. Brecelj]

Paesaggio montano in Slovenia (fonte: Wikipedia, CC BY 4.0)

Infine, l’ultima voce è quella di un partigiano sloveno che, suo malgrado, ha dato origine a tutta la catena di eventi che hanno portato alla scomparsa degli Zarnik. E lui, quest’uomo pentito, conosce perfettamente cosa sia successo e dove sia ora Veronika.

Con i miei compagni di lotta si combatteva, si fuggiva, ci si riuniva, si rideva, si piangevano i caduti e si andava avanti (…) Notti senza sonno, fuochi di accampamento, montagne, gole inerpicate tra le rocce, marce notturne ai bordi del bosco a ridosso del villaggio, percosse e spari, tutto con il tempo confuso in un groviglio senza date e senza più nomi (…) [Stanotte l’ho vista, Drago Jančar, trad. V. Brecelj]

Stanotte l’ho vista” dello sloveno Drago Jančar è un romanzo denso, corposo e ricco di emozione e sentimento. È scritto con uno stile che inizialmente può sembrare ostico, poiché l’Autore non usa i segni di punteggiatura né gli stacchi quando avvia i dialoghi, ma una volta entrati nel meccanismo narrativo ci si rende conto che l’intreccio è scorrevole ed estremamente coinvolgente.

Sullo sfondo delle vicende legate a Veronika Zarnik c’è la storia della Slovenia, da poco prima della Seconda Guerra Mondiale agli anni immediatamente successivi: ed è proprio la storia a remare contro gli Zarnik, perché in tempo di guerra è difficile capire di chi fidarsi. Stanotte l’ho vista” è uno di quei romanzi che coinvolgono, ammaliano e stupiscono. Un romanzo forte e intenso, moderno e attuale ma che ha il respiro di un classico.

Si vive in un’epoca in cui non si rispetta  la gente, viva o morta, che è stata pronta a battersi, perfino a sacrificarsi per idee comuni (…) Le persone non apprezzano ci ha voluto soltanto vivere (…) in fondo avrei voluto soltanto vivere. E che ciò abbia senso, me lo ha rivelato durante la guerra una donna rara, allegra, aperta a tuto il mondo, anche un po’ malinconica che ho incontrato in quel paese vicino e lontano. Veronika. [Stanotte l’ho vista, Drago Jančar, trad. V. Brecelj]

Titolo: Stanotte l’ho vista
L’Autore: Drago Jančar
Traduzione dallo sloveno: Veronika Brecelj
Editore: Comunicarte edizioni
Perché leggerlo: perché è un romanzo denso, corposo, ricco di emozioni e sentimenti. Una storia d’amore, una storia di guerra, una scomparsa misteriosa sullo sfondo della Slovenia durante gli anni appena precedenti e appena successivi alla Seconda Guerra Mondiale. Un romanzo moderno che ha il respiro di un classico.

(© Riproduzione riservata)

Martin Pollack | Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa

Questo viaggio immaginario, con tutte le situazioni, i luoghi e le persone che descrive, si svolge interno al 1900, epoca a cui risalgono anche i brani tratti dalle opere di autori provenienti dalla Galizia e dalla Bucovina. È possibile oggi ripercorrere questo viaggio, perlomeno per quanto riguarda gli itinerari e le strade, che spesso conducono a villaggi lontani dalle grandi città? Per lungo tempo la risposta è stata no (…) [Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa, Martin Pollack, trad. F. Cremonesi]

Si può viaggiare di persona, in modo attivo, oppure lo si può fare lasciando correre la fantasia. Il secondo modo di viaggiare è quello scelto da Martin Pollanck, scrittore austriaco: l’idea è di percorrere con l’immaginazione il tragitto ferroviario che univa la Galizia con la Bucovina. Se la Bucovina oggi esiste ancora, la Galizia non esiste più: è la Storia a modificare i nomi dei luoghi e sposta i confini, la Storia che viene scritta dagli uomini che vincono le guerre.

Pollack immagina di prendere un treno e di percorrere queste regioni storiche all’inizio del Novecento. Lo scrittore austriaco è idealmente accompagnato da altri scrittori, i quali hanno vissuto la Galizia e la Bucovina, vuoi perché ci sono nati o perché qui hanno viaggiato realmente.

La Galizia iniziava nell’attuale Polonia orientale e proseguiva verso Est nell’attuale Ucraina, sfumando quindi nella regione della Bucovina che comprende una parte dell’Ucraina meridionale e una parte della Romania nord orientale. Il viaggio immaginario di Pollack incomincia a Cracovia, sullo storico treno della linea Carl Ludwig-Bahn, e a Cracovia tornerà dopo aver attraversato le due regioni.

Vecchia carta della linea ferroviaria della Galizia e della Bucovina (fonte: Wikipedia, Pubblico Dominio)

Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa” di Martin Pollack (trad. F. Cremonesi, Keller editore) è quindi un lungo e intrigante viaggio immaginario nel cuore dell’Europa Centrale, un viaggio che – con un po’ di audacia e spirito di avventura – si può in parte ripercorrere.

Grazie ai romanzi e ai libri, Pollack riesce a ricostruire molto bene le atmosfere dell’epoca, i luoghi, i personaggi, i fatti di cronaca, coinvolgendo chi legge che si sente trasportato in un viaggio reale; questo perché è la scrittura di Pollack ad essere minuziosa e intima, in particolare nelle descrizioni dei villaggi che oggi non esistono più. Ma anche negli usi e nei costumi delle genti, nelle lingue parlate, nei panorami che si potevano vedere dal treno.

Un viaggio, quello di Pollack, che riesce a ridare lustro ad un angolo perduto d’Europa, che oggi non è più come un tempo, che ha perso o ritrovato la sua identità. Un pezzo d’Europa fiero delle proprie radici, un angolo forse mai scomparso in modo definitivo, perché ciò che siamo oggi deriva necessariamente da ciò che è stato un tempo.

Leopoli, Ucraina, cartolina del 1915 circa (fonte: Wikipedia Pubblico Dominio)

La stessa provincia
la stessa patria
un tempo era la nostra
oggi è straniera
(Kazimierz Wierzynski, Wiersz dla Romana Palestra)

Titolo: Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa
L’Autore: Martin Pollack
Traduzione dal tedesco: Fabio Cremonesi
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: per i nostalgici viaggiatori che cercano luoghi perduti, inghiottiti dalla furia della Storia, ma ancora vivi e presenti, nonostante tutto

(© Riproduzione riservata)

Siri Ranva Hjelm Jacobsen | Isola

Un tempo si credeva che nel mare intorno alle Faroe ci fossero isole galleggianti, raccontava abbi (…) ‘Da dove venivano?’ domandai (…) Prendi Svínoy: un tempo era un’isola galleggiante. Da dove veniva, nessuno sapeva dirlo, ma di giorno si teneva nascosta nell’abisso. Ogni notte spuntava in superficie e con un po’ di fortuna poteva capitare di vederla: spumeggiante contro il cielo, sorta dal nulla, con l’acqua che le scorreva intorno a fiotti [Isola, Siri Ranva Hjelm Jacobsen, trad. M. V. D’Avino]

Chi emigra chiama casa il luogo d’origine, il punto dal quale è partito e che si è lasciati alle spalle. Per i figli degli emigranti il luogo d’origine dei genitori sarà casa ma con una connotazione molto diversa: casa, per loro, è semplicemente un posto dove si trascorrono le vacanze, dove una volta l’anno si riunisce chi è emigrato e chi è rimasto.

La protagonista del romanzo “Isola” di Siri Ranva Hjelm Jacobsen (trad. M. V. D’Avino, Iperborea, 17 €) è la nipote di Marita e Frizt, due faroesi immigrati in Danimarca negli anni Trenta. Abbi Frizt avrebbe voluto diventare ingegnere elettronico per lavorare alla centrale idroelettrica, ma la scuola era molto costosa e la prozia Ingrún dovette decidere se aiutare economicamente suo fratello Frizt o suo fratello Jegvan. Scelse Jegvan.

Così Frizt emigrò a Vordingborg, in Danimarca, per frequentare una scuola magistrale. La vita di mare, a diffenza dell’altro fratello Ragnar, non faceva per abbi Fritz.

Fritz ha mal di gola. Le dita dei piedi sguazzano nel sudore freddo e un cattivo odore gli invade il naso ogni volta che respira. Avvilito, si passa la lingua lungo i denti felpati. Un uomo malato avrà pur il diritto di lavarsi i denti? Il pesce lascia il suo sangue acquoso sotto le unghie, sugli indumenti di lana. Strisce di muco argentato, qualcosa di più scuro. Scaglie minuscole che sfarfallano sotto il coltello, volano in giro e s’incollano alla pelle bagnata. A volte ci sono dei vermi [Isola, Siri Ranva Hjelm Jacobsen, trad. M. V. D’Avino]

Omma Marita si fermò ancora un anno sull’isola di Vágar, nel verde arcipelago delle Faroe. Un anno durante il quale si avvicinò a Ragnar, il fratello di Frizt. Marita gli si avvicinò così tanto da portare dentro di sé uno scomodo segreto sulla nave in partenza da Suðuroy. Una volta giunta in Danimarca, il segreto scomparve e Marita poté iniziare la sua nuova vita con Fritz. Abbi è stato felice con omma, per tanti anni a venire, ma un sentimento l’ha pervaso e non l’ha abbandonato mai: la nostalgia.

“Non ti manca proprio niente di casa?” le domandava Fritz. “Mi manca tutto”, mentiva Marita. Lui aveva bisogno di sentirselo dire. Provava nostalgia, qualche volta, e lei pensava che non dovesse portarlo da solo [Isola, Siri Ranva Hjelm Jacobsen, trad. M. V. D’Avino]

Photo by Hollie Harmsworth on Unsplash

La protagonista non si sente completamente faroese, perché è nata in Danimarca e le Faroe le conosce soprattutto come meta delle vacanze estive. Le Faroe non sono la sua patria, non sono la sua casa. Lei non parla faroese e ha una chioma nera, lunga, non bionda come le donne delle isole. Eppure, nonostante questo, la ragazza vuole fare luce sulla sua famiglia, in particolare sulla figura dei nonni, abbi e omma, da lei molto amati.

Abbi è riuscito a trasmettere la nostalgia per un luogo mai vissuto, la nipote prova una nostalgia strana e curiosa per le Faroe, isole che non sono mai state casa sua. La nostalgia, talvolta, è ereditaria.

Abbi mi insegnò la sua nostalgia come un versetto biblico, su cui battevamo e ribattevamo (…) Le isole di cui aveva nostalgia non avevano una posizione geografica. Io lo sapevo, e di sicuro lo sapeva anche omma. Che quella di abbi era una patria fluttuante. [Isola, Siri Ranva Hjelm Jacobsen, trad. M. V. D’Avino]

“Isola” di Siri Ranva Hjelm Jacobsen è un romanzo breve ma molto evocativo, ricco di immagini suggestive e descrizioni poetiche. “Isola” è una saga famigliare che si sviluppa sulle isole Faroe, dove la giovane protagonista con il nome che è incapace a pronunciare – perché faroese e lei conosce solo il danese – vuole interrogare i parenti rimasti sulle isole per approfondire le conoscenze riguardo omma e abbi, Marita e Fritz.

La storia di questi ultimi viene rivelata un po’ per volta: un dettaglio del passato e subito un salto nel presente, un dettaglio e di nuovo il silenzio. Le zie rimaste sull’isola parlano anche degli altri fratelli di abbi: Ingrún, Jegvan, Kalle, Ragnar, e la moglie di quest’ultimo, Beate.

Photo by Marc Zimmer on Unsplash

La protagonista, nella sua ricerca, è accompagna dalla madre e dal padre, che chiama affettuosamente la Tarantola. I tre viaggiano attraverso i lussureggianti e incontaminati paesaggi delle Faroe, gli abitati maggiori come Tórshavn e le isole che scompaiono in una notte, come vuole la leggenda di Mikynes; l’obiettivo è conoscere le proprie radici, iniziare a vedere le Faroe non solo come un luogo di vacanza, ma percepirle come l’origine di tutto.

Una riga in una lettera di Fritz: Le isole più piccole possono nascere in una notte, e possono sparire in una notte. E poi? Sott’acqua, nel fondo del mare, tutte le terre emerse s’incontrano [Isola, Siri Ranva Hjelm Jacobsen, trad. M. V. D’Avino]

Titolo: Isola
L’Autrice: Siri Ranva Hjelm Jacobsen
Traduzione dal danese: Maria Valeria D’Avino
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: perché è una storia raccontata con uno stile poetico e delicato, perché parla di una famiglia e dei suoi componenti che spesso devono prendere decisioni drammatiche e impegnative. Perché il luogo in cui nascono i nonni o i genitori è l’origine di tutto, anche se per noi restano dei luoghi di vacanza o di passaggio.

(© Riproduzione riservata)

Liliana Lazar | Figli del diavolo

Nel suo misero alloggio, Elena aveva imparato a relativizzare qualsiasi cosa, dagli odori nauseabondi che salivano lungo le tubature alle blatte che infestavano il palazzo e che lei teneva alla larga dai suoi venti metri quadri a furia di candeggina. Anche la sua solitudine forzata non le pesava più di tanto. Ancora vergine a un’età in cui altre aspettavno il quinto marmocchio, l’unica cosa che la tormentava davvero era il fatto di non avere figli. E se ormai aveva rinunciato all’idea di sposarsi, sperava ancora di diventare madre, prima o poi [Figli del diavolo, Liliana Lazar, trad. C. Diez]

Alla fine degli anni Settanta il dittatore della Romania Nicolae Ceaușescu legiferò in merito al numero di figli che una donna poteva avere e sul diritto d’aborto: l’aborto è proibito alle donne con meno di quarantacinque anni che non hanno dato alla luce quattro figli. Tra le severe regole, le donne ferite in seguito a un aborto clandestino non potranno essere curate finché non avranno denunciato la persona che ha procurato l’aborto.

La legge sul numero dei figli derivava dal fatto che secondo il despota romeno la vera forza di un Paese era il suo popolo e i romeni dovevano essere numerosi. Le famiglie non dispondevano di mezzi economici per mantenere molti figli, così gli abbandoni erano all’ordine del giorno, e negli anni Ottanta il governo romeno aprì molte strutture per i bambini rifiutati dai genitori. Dopo la morte di Ceaușescu avvenuta nel 1989, l’Europa occidentale scoprì cosa era accaduto negli orfanotrofi governativi, trasformati da case di accoglienza a lager.

La scrittrice romena Liliana Lazar vuole raccontare una pagina buia della storia della Romania attraverso il dramma degli orfani degli anni Ottanta: il risultato è il romanzo di denuncia sociale “Figli del diavolo“, tradotto da Camilla Diez per 66than2nd, che ha come protagonista Elena Cosma, un’ostetrica romena di 35 anni, senza marito né figli, che vive sola in un grigio palazzo anonimo a Bucarest.

Nella capitale, Elena Cosma lavora in una struttura nella quale arrivano donne disperate che chiedono di abortire o che abbandonano i bambini appena nati. Anche se illegalmente, per le signore legate al Partito Elena Cosma pratica l’aborto in cambio di molti soldi.

Elena Cosma era una delle poche professioniste a praticare interruzioni di gravidanza per le mogli dei quadri di Partito. In cambio dei suoi servizi, poteva contare su un po’ di protezione, e qualche volta le capitava anche di intascarsi un bel gruzzoletto (…) [Figli del diavolo, Liliana Lazar, trad. C. Diez]

L’ostetrica che ha un forte desiderio di maternità quando incontra Zelda P. capisce che potrà soddisfarlo. Zelda P. è la vedova di un soldato e chiede aiuto a Elena Cosma, ma la giovane donna è ben oltre al terzo mese per cui l’ostetrica non può far nulla. Però, Elena Cosma ha un’idea: Zelda P. partorirà ed Elena prenderà con sé il bambino.

Palazzo del Parlamento, Bucarest (fonte: Wikipedia)

Il primo luglio 1978, giorno dei Santi Cosma e Damian, a Bucarest Zelda P. partorisce un bambino e Elena lo chiama Damian. La felicità di Elena e Damian dura poco: qualche tempo dopo, Zelda P. si rifà viva ed Elena per proteggere Damian decide di trasfersi a Prigor, un paese di campagna a pochi chilometri da Iași.

A prima vista Prigor non sembrava più povera delle altre località della regione. Anzi, qui la miseria era meno visibile che altrove, perché gli abitanti potevano contare su una natura generosa. E poi, fino al allora, l’isolamento li aveva protetti dalla repressione politica [Figli del diavolo, Liliana Lazar, trad. C. Diez]

A Prigor Elena accetta uno squallido lavoro in un dispensario medico, dove ha il dovere di denunciare alle autorità ogni tentativo di interruzione di gravidanza volontaria. Ma anche a Prigor ben presto si scopre il segreto di Elena: è il sindaco, il veterinario Ivanov, a scoprire che Damian non è figlio di Elena. L’ostetrica, a sua volta, viene a conoscenza di un fatto di sangue che vede il veterinario coinvolto e i due, con un tacito accordo, decidono di fingere di non sapere l’uno dell’altra e di proseguire i loro affari.

Dato il numero crescente di orfani in Romania, Elena Cosma chiede al sindaco il permesso di aprire una casa per bambini, per i figli del diavolo, quei bambini abbandonati o rifiutati dalle famiglie, quei disgraziati rachitici e malati che nessuno vuole.

Il ministero della Gioventù e dell’Infanzia ha appena inaugurato una nuova casa per bambini nel nord della Moldavia. E’ l’ottava struttura di questo tipo che vdiene aperta dall’inizio dell’anno, prova dell’interesse delle autorità nei confronti dei bambini abbandonati (…) [Figli del diavolo, Liliana Lazar, trad. C. Diez]

Ma ciò che succede sulla pelle dei bambini è davvero drammatico: Elena Cosma ne è a conoscenza ma non denuncia le irregolarità. Nemmeno il suicidio di Lucian, bambino di otto anni vittima delle mire pedofile dell’Impalatore, la smuove. Per Elena Cosma l’importante è proteggere Damian ad ogni costo.

Gli orfani sono in balia degli educatori personaggi crudeli che sedano i bambini con tranquillanti e manganellate, fanno la cresta su ogni cosa, si prendono una parte dei beni destinati ai bambini. Elena Cosma fa di tutto per proteggere Damian dalla drammatica realtà, mettendo tra Damian, “figlio di Dio”, e gli orfani, “i figli del diavolo”, lucchetti, catene e porte sbarrate.

Figli del diavolo” di Liliana Lazar è un romanzo scritto con uno stile altamente coinvolgente, dove i capitoli brevissimi si alternano l’un con l’altro, dove la tensione è sempre altissima e la paura che succeda qualcosa di brutto è costante. È un libro interessante per chi vuole conoscere una pagina di storia romena: in questa vicenda le vittime sono state principalmente i bambini, coloro che avrebbero dovuto rappresentare la forza del Paese e avrebbero dovuto essere protetti, invece hanno subito i peggiori orrori della dittatura di Ceaușescu.

Quando gli eventi precipitano, nei primi anni Novanda, quando viene fuori lo scandalo delle microtrasfusioni e della dilagante epidemia di HIV tra i bambini, la stessa Elena Cosma, per quanto motivata dall’amore di madre, non riuscirà a fuggire e proteggere Damian: per aver taciuto e nascosto certi orrori, non può esserci un lieto fine. Ogni nodo viene al pettine e fuggire alle proprie colpe e ai propri silenzi è impossibile.

Titolo: Figli del diavolo
L’Autrice: Liliana Lazar
Traduzione dal francese: Camilla Diez
Editore: 66thand2nd
Perché leggerlo: per conoscere le condizioni di vita degli orfani nella Romania degli anni della dittatura

(© Riproduzione riservata)

Erika Fatland | Sovietistan. Un viaggio in Asia Centrale

Gli abitanti dell’Asia centrale non hanno mai vissuto isolati, ma attraverso i millenni hanno avuto a che fare con eserciti invasori provenienti da est e da ovest, da nord e da sud. Gruppi etnici sono arrivati a piedi da tutti i punti cardinali (…) La caratteristica distintiva dell’Asia centrale è stata, appunto sempre la sua posizione centrale, nel cuore dell’Asia, tra l’Europa e l’Asia (…) È questo destino, questa posizione, questo afflusso di genti e di idee, ad aver fatto sì che città come Samarcanda, Bukhara e Merv siano diventate ai loro tempi fiorenti centri del sapere. I decenni sotto il governo sovietico, quando l’Asia centrale costituiva la periferia dell’impero e per giunta era chiusa dietro rigide barriere di filo spinato, costituiscono (…) un’anomalia nella sua storia [Sovietistan. Un viaggio nell’Asia Centrale, Erika Fatland, trad. E. Kampamann]

Erika Fatland è un’antropologa sociale norvegese che nel corso di due viaggi, durati in complesso otto mesi, attraversa cinque tra i più nuovi stati del mondo, nati nel 1991 all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica. I nomi di queste repubbliche sembrano uno scioglilingua: Turkmenistan, Kazakistan, Tagikistan, Kirghizistan e Uzbekistan.

Gli obiettivi della Fatland sono molteplici: la studiosa vuole scoprirne di più sulla vita quotidiana delle genti che popolano questi immensi deserti cinti da montagne aguzze; vuole farsi un’idea il più possibile obiettiva della politica post-sovietica; intende ripercorrere la storia, vedere coi suoi occhi i confini tracciati da Stalin e comprendere la geografia arzigogolata di questi luoghi vicini ma lontani dagli europei.

Il viaggio della Fatland incomincia in Turkmenistan, una dittatura mascherata da repubblica, come negli altri Stan ad eccezione del Kirghizistan. Nel Paese degli amanti dei cavalli, la Fatland ha modo di iniziare a vedere ciò che poi vedrà in tutti gli altri Stan: se nelle capitali la ricchezza viene ostentata con fierezza, nelle periferie dei grandi centri abitati e nei villaggi remoti è la povertà a farla da padrona. Soprattutto nelle zone rurali e nelle valli quasi inaccessibili del Tagikistan e del Kirghizistan, la Fatland incontra persone che pur vivendo con meno di un dollaro al giorno non si tirano indietro a dividere con lei tè verde e pane appena sfornato.

Laghi in prossimità del Lenin Peak, Tagikistan (fonte: Wikipedia, CC BY-SA 4.0)

L’Unione Sovietica non esiste più ma in queste zone ha lasciato pesanti eredità. I governatori dei cinque stati centro asiatici mettono in atto politiche molti simili a quelle sovietiche: cariche presidenziali a vita con poteri enormi tra le mani, poster con le loro immagini per incentivare il culto della propria persona e un sistema talmente corrotto da risultare agli ultimi posti nella classifica dell’indice di percezione della corruzione mondiale.

Con alcune politche sbagliate i sovietici sono riusciti a innescare il processo di distruzione del lago d’Aral deviando il corso dei suoi affluenti, hanno reso radioattivi centinaia di chilometri quadrati a causa dei test nucleari svolti in Kazakistan durante la Guerra Fredda, hanno sequestrato le terre e creato i kolchoz, hanno obbligato i nomadi a domiciliarsi in un luogo solo. Hanno tracciato i confini a tavolino senza pensare che avrebbero diviso etnie e culture, hanno avviato una politica repressiva nei confronti dei dissidenti, che sono stati spediti in massa nei campi di lavoro o in Siberia.

Appena fuori del centro c’è l’unica attrazione turistica di Mujnak: il cimitero delle navi. Nella sabbia sono allineati undici scafi arrugginiti di diverse fogge e grandezze, da piccoli pescherecci a grandi traawler (…) Foto satellitari mostrano come il lago, un tempo il quarto più grande del mondo, è rimpicciolito sempre di più fino a dividersi in due. Solo fino pochi anni fa due rami del lago si spingevano dal Kazakistan dentro l’Uzbekistan; ora ne resta soltanto uno, che continua ad accorciarsi e a restringersi (…) Negli ultimi cinquant’anni è sparito oltre il novanta percento del lago [Sovietistan. Un viaggio nell’Asia Centrale, Erika Fatland, trad. E. Kampamann]

Nave abbandonata ove un tempo c’era il lago d’Aral, Kazakistan (fonte: Wikipedia CC BY 2.0)

Allo stesso tempo, grazie ai sovietici sono arrivate le scuole gratuite per tutti i bambini e le bambine, l’analfabetismo è stato ridotto drasticamente, sono stati approntati centri medici e luce, gas, benzina sono diventati beni pressoché gratuiti, inoltre i biglietti aerei per gli spostamenti dei residenti avevano prezzi ridicoli ed erano alla portata di chiunque. Tutti avevano un lavoro e, se vogliamo credere alle statistiche sovietiche, la disoccupazione quasi non esisteva.

Ma prima dei sovietici e dei dittatori di oggi, l’Asia Centrale ha avuto un ruolo molto importante per la cultura mondiale. Era attraverso i suoi roventi deserti e lungo i pericolosi passi montani del Pamir che passava la Via della Seta. Un’infinità di genti, con culture e saperi diverse, attraversava l’Asia Centrale fermandosi nelle città e scambiando beni e idee. I matematici e gli astronomi dell’Asia Centrale erano i più all’avanguardia dell’epoca: il famoso matematico uzbeko al-Khwarizmi, vissuto tra il 780 e l’850 d.C. è considerato il padre dell’algebra; la seta uzbeka superò in qualità e in capacità d’essere tessuta la pregiata seta cinese e gli architetti si sbizzarrirono a costruire madrase e palazzi suntuosi. In seguito, nell’Ottocento Impero russo e Impero britannico misero gli occhi sull’Asia Centrale, innescando quello che passò alla storia come il Grande Gioco.

Quando vidi il Registan per la prima volta, il sole stava tramontando (…) Ciascuna delle madrase, con la facciata azzurrissima e gli archi perfetti, è una meraviglia a sé stante. La simmetria perfetta con cui sono disposte una di fronte all’altra innalza l’insieme al sublime (…) In quel preciso momento capii che lo scopo di tutto quel lungo viaggio, di quei cinque mesi, era di starmene seduta esattamente lì, davanti al Registan al tramonto, al suono di una moderna musica pop uzbeka e cento passeri cinguettanti [Sovietistan. Un viaggio nell’Asia Centrale, Erika Fatland, trad. E. Kampamann]

Registan, Samarcanda, Uzbekistan (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0)

Sovietistan. Un viaggio in Asia Centrale” di Erika Fatland (trad. E. Kampmann, Marsilio) è un lungo e affascinante viaggio attraverso una regione che per troppo tempo è stata inaccessibile. Con uno sguardo verso l’Europa e uno verso la Cina e la Russia, l’Asia Centrale è da sempre il punto di incontro tra l’Ovest e l’Est.

La capacità della Fatland di trasportare il lettore con lei è sorprendente: questa è una lettura che equivale davvero ad un incredibile viaggio. Con uno stile ironico e sempre scorrevole, nonostante la mole del libro, la Fatland mostra ai lettori europei il cuore pulsante dell’Asia, il vero centro.

E oltre a farci viaggiare per chilometri e chilometri, tra città di marmo bianco tappezzate da immagini di dittatori dal sorriso giocondo, tra deserti e laghi morti, tra città fantasma radioattive e montagne così splendide da sembrare una fiaba, la Fatland sembra insegnarci una cosa importante e fondamentale, una cosa che noi occidentali abbiamo senz’altro scordato: il vero splendore di una civiltà si ha quando questa entra in contatto con innumerevoli culture, idee, genti. L’Asia Centrale ce lo ricorda, e noi europei dovremmo fare in modo di non dimenticarcelo.

C’è un’infinità di cose da scoprire in questa parte di mondo. Proprio un’infinità [Sovietistan. Un viaggio nell’Asia Centrale, Erika Fatland, trad. E. Kampamann]

Astana, capitale del Kazakistan (fonte: Wikipedia, CC BY 2.0)

Titolo: Sovietistan. Un viaggio in Asia Centrale
L’Autrice: Erika Fatland
Traduzione dal norvegese: Eva Kampmann
Editore: Marsilio
Perché leggerlo: per viaggiare e sognare l’Asia Centrale, con i suoi paesaggi e le sue culture, le sue genti e la sua storia
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Franco Faggiani | La manutenzione dei sensi

Le ore di cammino nella notte erano le preferite di Martino. Nessuna domanda, nessuna parola, solo occhi spalancati, piccoli gesti e passi misurati per non fare rumore; inizialmente impacciati poi sempre più fluidi, naturali fino a essere parte di quel momento e di quell’ambiente. Come i rami sottili d’arbusto che tremolano al vento lieve, un cumulo di neve che diventa liquido e trasparente e si immerge nella terra, un pipistrello in caccia che sfreccia silenzioso tra gli alberi. I nostri sicuri cammini notturni, ben diversi da certi nebbiosi e inquietanti ritorni a casa nelle serate milanesi, erano contemplati da Martino come “la manutenzione dei sensi” [La manutenzione dei sensi, Franco Faggiani]

Leonardo Guerrieri è uno scrittore ed editore milanese, sulla cinquantina, dal carattere un po’ burbero e diretto. La prematura morte dell’amata moglie Chiara lo getta nello sconforto, ma sua figlia Nina, osteopata, riesce a salvarlo dalla depressione. Dopo la morte della madre, Nina incomincia a fare volontariato all’Istituto Maria Ausiliatrice e qui incontra Martino Rochard, un piccolo orfano.

La proposta di Nina è semplice: perché Leonardo non richiede all’Istituto l’affido Martino? Se sulle prime Leonardo è contrario, col tempo si rende conto che Nina vuole davvero fare qualcosa per Martino: vorrebbe farlo crescere in una vera famiglia. Così Leonardo accetta e il Tribunale dei minori gli affida il bambino.

In casa ognuno viveva nei propri spazi; ogni tanto, come due silenziosi alianti sostenuti dalle calde correnti, ci intercettavamo. Per due chiacchiere, più le mie che le sue, e per mangiucchiare qualcosa, come due buoni amici che all’ora di pranzo si incrociano per caso in piazza e vanno al bar [La manutenzione dei sensi, Franco Faggiani]

Quando Martino inizia a frequentare le scuole medie gli viene diagnosticata la Sindrome di Asperger; eppure,  non ha l’aria di un ragazzino malato, a scuola è brillante e i suoi ragionamenti sono molto maturi. Leonardo è spaventato dalla diagnosi ma il goliardico dottor Rambaldi lo rincuora: Martino potrà condurre una vita normale.

Dopo la diagnosi, Milano inizia a star stretta a Leonardo e decide di realizzare un vecchio sogno, suo e dell’amata Chiara: vende l’appartamento a Milano e acquista e ristruttura una baita a Cesana Torinese, in Alta Valle Susa, in Piemonte. Chiara si era innamorata di quelle montagne e Leonardo decide di andarci a vivere con il piccolo Martino Rochard, mentre Nina fa carriera in America.

Una volta abitabile la baita, Leonardo e Martino si trasferiscono. La vita in montagna è molto diversa da quella di città: se è vero che all’apparenza mancano molti servizi o sono distanti da raggiungere, a Martino la montagna piace. Il giovane Rochard impara a camminare nei boschi di notte, a seguire le tracce degli animali e inizia a dare una mano nelle stalle dell’agriturismo Barba Gust, gestito dalla famiglia Bermond.

Le montagne valsusine sono la dimensione ideale per Leonardo e Martino: durante le loro camminate notturne ognuno è perso, in silenzio, nei propri pensieri. Entrambi impareranno molto da queste nuove esperienze: Martino inizierà a fare progetti riguardanti il suo futuro e Leonardo impararà a lasciarsi indietro il passato e smettere di sentirsi in colpa per le cose non dette, non fatte con Chiara.

Novembre per molti era dunque un mese triste, noioso. Noi non vedevamo l’ora che le nuvole e l’oscurità venissero ad abbracciare la nostra casa e che la pioggia premurosa verso i ruscelli e i boschi si raffreddasse trasformandosi in fiocchi soffici di neve. Così potevamo avere l’alibi per barricarci dentro e dedicarci alle nostre silenziose occupazioni (…) Come fossimo in orbita a tempo indefinito, a guardare la Terra girare senza sentirne i rumori. Nel chiuso della nostra casa ci sentivamo liberi [La manutenzione dei sensi, Franco Faggiani]

Panorama in Val Thuras, Alta Val di Susa, Piemonte (foto: Claudia)

La manutenzione dei sensi” di Franco Faggiani è un romanzo che ho apprezzato tanto. Narrato in prima persona da Leonardo, il libro è scritto con uno stile scorrevole e semplice, ma coinvolgente. Amando i luoghi teatro della storia, mi sono piaciute soprattutto le descrizioni di Cesana Torinese e delle belle montagne della Val di Susa. I dialoghi tra i personaggi per la maggior parte sono brevi e diretti, perché i valligiani sono così, non si perdono in lunghe chiacchiere ma, essendo taciturni di natura, cercano di andare subito al sodo. Anche Leonardo e Martino sono di poche parole, più sguardi e intese che tanti discorsi.

La montagna è silenzio, è contemplazione, è rispetto per la natura, è seguire ritmi più lenti; per raggiungere una cima non bisogna correre, ma tenere un passo il più possibile costante. Per questo Leonardo e Martino trovano a Cesana, ognuno a loro modo, la dimensione ideale per vivere.

Leggendo “La manutenzione dei sensi” ascoltato una storia delicata e tenera che nasconde una riflessione sulla vita, sulle cose che possono succedere ad ognuno di noi; si incontrano persone grazie alla scomparsa di altre, o si può ricevere una diagnosi che inizialmente spiazza, ma col tempo si arriva a capire che i limiti sono solo nella nostra testa e che gli ostacoli, con l’aiuto giusto, possono essere saltati.

Un sentiero, un crinale, e via. A volte mi mettevo perfino a correre, come a volere arrivare in fretta in un posto, spesso in cresta, un dosso. La felicità poteva essere semplicemente una salita ripida e un panorama nuovo. Oltre ogni dorsale o cima c’era sempre qualcosa da scoprire, se non altro quella sensazione iniziale di vuoto e di immenso che ti prende alla testa [La manutenzione dei sensi, Franco Faggiani]

Titolo: La manutenzione dei sensi
L’Autore: Franco Faggiani
Editore: Fazi editore
Perché leggerlo: perché è una storia che coinvolge, perché è densa di sentimenti e di umanità, perché è uno di quei romanzi da leggere mentre si è in montagna, seduti all’ombra di un folto larice, cullati dalla piacevole brezza che spira dal lago
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Thorkild Hansen | Arabia Felix

È un caso o c’è un significato nascosto? (…) Tutto si basa su un equivoco. Ci sono paesi in cui siamo stati felici, ma non ci sono paesi felici. Né a nord, né a sud. Né a destra, né a sinistra. Né lontano, né vicino. Dobbiamo correggere questo errore di traduzione, anche se così diventa tutto più difficile. Perché, se ci fosse qualcosa di vero, se la felicità si trovasse anche solo nel paese più lontano e il viaggio per raggiungerlo comportasse i più grandi rischi e potesse essere intrapreso solo a prezzo dei peggiori sacrifici, partiremmo comunque subito [Arabia Felix, Thorkild Hansen, trad. D. Unfer]

Perché l’Arabia Felice è chiamata felice? I suoi abitanti nascondono per caso il segreto della felicità?

Nel gennaio del 1761 dal porto di Copenaghen parte una nave da guerra, la Grønland, sulla quale si trovano cinque emeriti scienziati pronti a salpare per l’Arabia Felice, l’attuale Yemen. La loro missione, finanziata dal re di Danimarca, è quella di scoprire perché lo Yemen è un paese felice, ma non solo.

Poiché si tratta di una spedizione che ha un programma di viaggio incredibile per l’epoca, gli scienziati hanno numerosi altri compiti: scoprire i costumi delle popolazioni arabe, la loro lingua, i rapporti con la religione, la Storia dei paesi che verranno attraversati. Inoltre, l’emerito linguista scansafatiche Von Haven deve cercare antichi manoscritti religiosi biblici e ha l’arduo compito di capire se le iscrizioni sul Monte Sinai sono i Comandamenti che Dio impartì a Mosè.

Gli altri membri della spedizione sono: il naturalista svedese Forsskål, allievo del celebre Linneo, che ha il compito di raccogliere e descrivere quante più forme di vita animali e vegetali troverà lungo il percorso; il medico Kramer, piuttosto scarso come dottore; l’abile incisore e pittore Baurenfeind; infine, Niebuhr, umile agrimensore originario della Frisia.

Nella spedizione ci sono coloro che rifuggono i compiti e ci sono coloro che non si risparmiano nel lavoro. Mentre Kramer e Von Haven si riposano e mangiano alle spese del re di Danimarca, Niebuhr e Forsskål si danno da fare; Niebuhr si occupa di mappare, misurare e cartografare città, villaggi e siti archeologici. Forsskål raccoglie semi, prepara un erbario, mette sotto alcool serpenti, insetti e pesci.

Il vero viaggio incomincia in Egitto, quando giungono ad Alessandria. I membri della spedizione vedono e descrivono meraviglie della civiltà egizia: Niebuhr resta ammaliato dalle piramidi, opera incredibile per mano di migliaia di uomini, Forsskål scrive diversi trattati di scienze naturali in latino.

La missione prosegue verso il Sinai, dove Von Haven dimostra la sua incompetenza, non riuscendo a trovare – probabilmente – neppure il Monte giusto sul quale salire. Dopo il Sinai, la spedizione danese raggiunge la penisola araba e dall’attuale Arabia scendono verso lo Yemen. Ma questo punto, i membri saranno in compagnia di una malattia letale poco conosciuta dagli europei dell’epoca: la malaria.

A Sana’a, la maestosa capitale dello Yemen, giungono solo in tre. Sono trascorsi due anni dalla partenza da Copenaghen, durante il viaggio sono accadute molte cose – positive e negative – e finalmente i rappresentanti del re di Danimarca, spossati e devastati dalle febbri malariche, sono giunti nella capitale dell’Arabia Felice. Ma qui faranno un’amara scoperta: il nome “felice” deriva semplicemente da un’equivoco, lo Yemen non è affatto un paese felice, o meglio, non più e non meno di altri paesi nel mondo.

I tre uomini si fermano a guardare la valle con le sue case, il fumo dei focolari che sale verso l’alto misto al vapore della pioggia ancora sospeso alle pendici dei monti. Tutto è immobile. In primo piano un gruccione è tranquillamente appollaiato su un ramo. Ci vuole un po’ di tempo prima che gli stanchi viaggiatori credano davvero ai loro occhi. La città nella valle non è un miraggio provocato dalla febbre. È reale, come l’odore di terra bagnata che aleggia nell’aria (…) Non è un miraggio. È Sana’a. È la capitale dell’Arabia Felice [Arabia Felix, Thorkild Hansen, trad. D. Unfer]

Veduta di Sana’a, capitale dello Yemen, dichiarata Patrimonio Mondiale dell’UNESCO (fonte: Wikipedia, CC BY 2.0)

Arabia Felix” di Thorkild Hansen (trad. Doriana Unfer, Iperborea) è il magnifico resoconto del viaggio della spedizione finanziata dal sovrano di Danimarca volta alla scoperta degli usi e costumi arabi. Hansen fu archeologo e giornalista e scrisse “Arabia Felix” negli anni Novanta.

La prima parte del libro è piuttosto tosta e a tratti può annoiare il lettore: vengono presentati con un dettagli minuzioso i caratteri e i difetti dei partecipanti alla spedizione, e vengono messi in luce i retroscena sia politici che economici di una tale impresa. Ma dal punto in cui il viaggio e proprio inizia, per il lettore è una continua scoperta.

Thorkild è il narratore onniscente che della spedizione conosce tutto, e spesso fa parlare i diretti interessati attraverso lettere e frammenti di diario: il risultato è, tolte le prime pagine, un viaggio interessante e scorrevole, altamente coinvolgente. Il viaggio di ritorno da Sana’a, dove ritroveremo solo più Niebuhr, unico sopravvissuto della spedizione, è pura poesia. Niebuhr da Sana’a va a Bombay con gli inglesi, per poi risalire la Persia, l’attuale Iraq, la Siria e la Turchia; quindi ritorna in Europa passando da Bucarest, la Moldavia e la Valacchia.

Sito archeologico di Persepoli, l’antica capitale del regno di Persia, distrutta da Alessandro il Macedone (fonte: Wikipedia, CC BY-SA 4.0)

Però, una volta rientrato in Danimarca, Niebuhr farà una serie di amare scoperte: la stampa dell’epoca si è occupata poco della spedizione, le casse con le curiosità naturalistiche raccolte da Forsskål sono marcite nei depositi dell’università e il re che aveva voluto la spedizione è morto.

Niebuhr scivola ben presto nell’oblio e sceglie di tornare nelle sue amate campagne della Frisia, nell’ovest della Danimarca. Gli importanti risultati della spedizione in parte verranno persi, in parte dimenticati in qualche deposito, in parte distrutti; solo molti anni dopo qualcuno aprirà gli archivi, ma si accorgerà che molte informazioni sono inservibili oppure sono state “riscoperte” da altri, tempo dopo.

Il bellissimo libro di Thorkild Hansen, oltre ad essere l’appassionante resoconto di un viaggio incredibile (almeno per l’epoca), è una profonda riflessione sul concetto di felicità, sentimento prezioso che da sempre l’Uomo ricerca senza troppi successi. La felicità può presentarsi come qualcosa di estremamente effimero: un nuovo sito archeologico da mappare per Niebuhr, una specie nuova da scrivere per Forsskål, un ottimo piatto arabo per Von Haven. Però, Hansen non ha dubbi: la vera felicità va cercata dentro di noi, di modo che sia sempre disponibile e sia facile da raggiungere, senza troppi sacrifici o viaggi perigliosi.

(…) sarebbe in ogni caso più facile raggiungerla là che non nell’unico posto dove si trova davvero, il posto che è più vicino del paese più vicino eppure è più lontano del paese più lontano, perché questo posto non si trova fuori, ma dentro di noi [Arabia Felix, Thorkild Hansen, trad. D. Unfer]

Titolo: Arabia Felix
L’Autore: Thorkild Hansen
Traduzione dal danese: Doriana Unfer
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: per viaggiare verso Oriente e fare un vero e proprio salto nel tempo; per innamorarsi di luoghi e culture a noi molto lontane
Leggilo se: ti sono piaciuti “Buonanotte, signor Lenin” e “In Asia” entrambi di Tiziano Terzani

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Elizabeth Jane Howard | Il tempo dell’attesa

“Caspita Polly! Proprio tu che sei sempre così ragionevole!”.
“E’ quello che ho sempre pensato anche io. Ma non funziona più tanto bene. Il fatto è che mi sento inutile (…) Voglio dire, so che quello che provo non conta perché c’è la guerra e via dicendo, però io queste cose le provo lo stesso. Proprio non capisco che cosa ci sto a fare qua. Mi sento come se dovessi guardare in faccia il senso della vita, ma sono anche consapevole che farlo può essere molto pericoloso…”.
“In che senso pericoloso?”.
“Come se dopo non ci fosse ritorno. Come se facendolo vedrei qualcosa che non potrei più dimenticare (…)”. [Il tempo dell’attesa, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

Home Place, settembre 1939. Il Generale spegne la radio: la Polonia è stata invasa dalle truppe di Hitler. È iniziata ufficialmente la guerra. I Cazalet, riuniti nella casa di campagna nel Sussex, restano in silenzio e a Polly pare di sentire il battito del proprio cuore echeggiare nelle ampie stanze.

Gli anni della leggerezza, quelli descritti nel primo volume della saga dei Cazalet, sono ormai lontani. Sono un bel ricordo le gite al mare, le partite a tennis, le cene sobrie ma abbondanti, le feste di Natale e la spensieratezza di adulti e bambini.

Se solo un anno prima sembrava che la guerra fosse stata scongiurata, oggi è una minaccia più reale che mai. La guerra porta con sé preoccupazioni, dubbi e tanta, tantissima paura. Sono gli adulti ad arruolarsi: Edward in forze alla RAF e Rupert in Marina, mentre Hugh resta a Londra ai moli della segheria dei Cazalet, costantemente minacciato da incursioni aeree. A Home Place restano il Generale, quasi cieco, e sua moglie la Duchessa; Sybil, Villy e Zoë sono preoccupate per le sorti dei rispettivi mariti. I figli maschi, Simon e Teddy, vanno nei collegi che, nonostante le incertezze della guerra, sono aperti, mentre le ragazze, Louise, Clary e Polly, e i bambini, Neville, Lydia, Roly e Wills, restano a Home Place.

Questo nuovo capitolo della saga dei Cazalet abbraccia un lasso di tempo che va dall’invasione della Polonia il 1° settembre 1939 all’indomani dell’attacco a Pearl Harbor il 7 dicembre 1941, il momento in cui la guerra assume proporzioni mondiali.

Per raccontare questi due incerti e primi anni di guerra la Howard sceglie tre diversi punti di vista: Louise, la figlia di Edward e Villy, che sogna di diventare attrice nonostante l’avversione dei genitori; Clary, la figlia di Rupert, una ragazza curiosa e sveglia, che sogna di diventare una scrittrice e annota e appunta tutto ciò che le succede; Polly, la figlia di Sybil e Hugh, che vive la guerra come una prigionia mentre cerca di capire cosa vuole diventare, sentendosi sempre troppo vecchia e allo stesso tempo troppo giovane per ogni cosa.

Adesso il futuro le sbadigliava in faccia come un grosso, apatico punto interrogativo. Che ne sarebbe stato di lei? Che cosa mai se ne sarebbe fatta dei molti anni che presumibilmente l’attendevano? Avrebbe guardato il tempo che passava: lei non aveva sviluppato nessuna vocazione, a differenza di Louise e Clary che avevano sempre avuto le idee chiare su ciò per cui erano nate (…) [Il tempo dell’attesa, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

The Black Brook (c.1908), John Singer Sargent

Durante questi anni difficili, oltre alla guerra e ad un silenzioso e labile cambio di costumi, le ragazze si troveranno a risolvere problemi piuttosto impegnativi per la loro età: Louise si unirà ad una compagnia teatrale, scoprendo che la carriera degli attori è tutt’altro che semplice, mentre conoscerà nuove persone che le instilleranno molti dubbi riguardo ai suoi costumi; Clary inizia a fare pace con Zoë e scopre di amare moltissimo la nuova sorellina, ma un giorno riceverà una telefonata che le cambierà la vita; Polly farà i conti con la malattia di una persona a lei molto, molto cara e, dato il suo buon cuore, cercherà di prendersi cura del povero Cristopher, cugino di Louise.

Ma nonostante tutto, tra lutti, separazioni, tradimenti più o meno velati, equivoci, nascite, colpi di scena, attacchi aerei, nuovi personaggi, rivelazioni scioccanti e profonde riflessioni, i primi due anni di guerra trascorreranno per ognuno dei Cazalet.

Ho capito cosa vuoi dire. E’ una specie di trappola. Uno non dice le cose alle persone a cui vuole bene. Invece io penso che più vuoi bene a qualcuno, più dovresti dirgli tutto, anche le cose brutte. Credo che dirsi le cose sia il più grande gesto d’amore [Il tempo dell’attesa, E. J. Howard, trad. M. Francescon]

Federico Zandomeneghi, “Il filo d’erba” (Le repos jeune fille aux fleurs) (1884-1894)

Il secondo volume della saga, “Il tempo dell’attesa” appunto, è un romanzo più corposo del primo volume ma è altrettanto scorrevole e molto più intrigante. La Howard descrive con cura e senza mai annoiare i pensieri e i sentimenti dei suoi personaggi. Sullo sfondo, c’è la guerra vissuta soprattutto attraverso gli occhi dei civili e delle giovani Cazalet: la paura degli attacchi aerei, l’impotenza di non poter far nulla, la voglia di rendersi comunque utili agli altri attraverso il volontariato. E quello della Howard, quello di non annoiare mai e mantenere sempre un ritmo costante, è un dono che è un appannaggio dei grandi scrittori e dei grandi romanzi.

In questo secondo capitolo della saga si entra nel vivo della vicenda: si conoscono più da vicino i personaggi che ci sono stati presentati nel primo libro, si scoprono i loro difetti e i loro pregi, possiamo rivalutarli, in bene o in peggio, possiamo insomma osservare come le persone cambiano col trascorrere del tempo. Ci scopriamo d’accordo con loro, oppure in contrasto, coinvolti ad un punto tale che, appena chiuso il libro, vorremmo tornare immediatamente a Home Place, nel gelido Sussex.

Titolo: Gli anni della leggerezza
L’Autrice: Elizabeth Jane Howard
Traduzione dall’inglese: Manuela Francescon
Editore: Fazi
Perché leggerlo: perché è una saga famigliare bellissima, coinvolgente, intrigante e soprattutto ben scritta
Leggilo se: hai letto e apprezzato “Gli anni della leggerezza” della stessa autrice

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Miroslav Penkov | A est dell’Occidente

Ho trovato le lettere che ha scritto a mia moglie molto prima che ci conoscessimo, quando lei aveva sedici anni. Una di quelle scoperte stupide, da romanzo rosa, niente a che vedere con la realtà e la vecchiaia (…) Non riesco neanche a immaginare di essere capace di scrivere lettere che una donna voglia conservare per sessant’anni. Vorrei essere stato io ad aver conosciuto Nora quant’era più vicina all’inizio della sua vita che alla fine. Perché questa è la semplice verità: siamo prossimi alla fine. E io non voglio. Io voglio vivere per sempre. Voglio rinascere nel corpo di un giovane e con la mente di un giovane, diversi dal mio corpo e dalla mia mente. Voglio vivere di nuovo, essere qualcuno che non conserva alcun ricordo di me. Voglio essere quell’uomo [dal racconto Makedonija, Miroslav Penkov, trad. A. Arduini]

Negli otto racconti che compongono la raccolta “A est dell’Occidente” dello scrittore bulgaro Miroslav Penkov (trad. Ava Arduini, Neri Pozza) i protagonisti sono giovani e vecchi bulgari alle prese con i ricordi, le speranze e gli insuccessi, sempre divisi tra due mondi: l’Est, dove sono intrappolati, e l’Ovest, che sognano ad occhi aperti.

Nel racconto “Makedonija” un uomo anziano parcheggiato in una casa di riposo scopre una serie di lettere nel portagioie della moglie Nora: si tratta di lettere scritte dall’amore giovanile di Nora, morto durante la guerra contro i turchi, nel tentativo di difendere i confini della Bulgaria. Per l’uomo, la scoperta delle lettere diventa l’occasione per pensare con nostalgia al suo passato.

In “Ad est dell’Occidentedue sfortunate coppie di amanti sono divise da un fiume e da un confine, quello serbo-bulgaro. Una storia d’amore finirà tragicamente, con un respiro quasi shakespeariano, l’altra terminerà in modo imprevedibile ma triste.

Comprando Lenin” è senza dubbio il racconto che ho preferito: un giovane bulgaro decide di lasciare la sua terra perché ha vinto una carta verde per gli Stati Uniti. Il nonno, fervente comunista devoto a Lenin benché l’Unione Sovietica sia ormai andata in mille pezzi, disapprova che il nipote decida di andare nel cuore dei “porci capitalisti“. Nel bel racconto viene sviscerato il rapporto tra nonno e nipote, condito con una bella dose di storia bulgara.

Il racconto “La lettera” indaga il rapporto tra una ragazzina bulgara, molto sveglia e lesta di mano, con Magda, la sorella gemella affetta da un ritardo mentale; qualcuno approfitterà del buon cuore di Magda e toccherà alla sorella trovare una soluzione al problema.

Una fotografia con Yuki” è un altro bel racconto: un bulgaro emigrato in America sposa una giapponese che sognava di disegnare cartoni animati. Tornano in Bulgaria per vacanza e per fare una serie di visite mediche quando si troveranno coinvolti in un drammatico incidente che avrà ripercussioni importanti soprattutto su Yuki.

In “Ladri di croci” ci sono due amici che vogliono rubare una croce d’oro nella Chiesa dei Sette Apostoli a Sofia: nella cripta dell’edificio religioso, però, faranno una scoperta veramente inquetante. Ne “Devshirmeh” un bulgaro giunto in America con la famiglia – moglie e figlia – si scontrerà con la cultura occidentale, diviso tra la voglia di diventare qualcuno in America e la voglia di non dimenticare le proprie radici.

L’orizzonte notturno” è un altro racconto che mi ha colpito molto. Ambientato all’indomani dell’avvento del comunismo in Bulgaria, il governo appena insediato costringe tutti i bulgari con origini turche a lasciare i propri nomi e a scegliersi nomi e cognomi bulgari. Kemal, la figlia di Kemal il fabbricante di cornamuse, deve affrontare questo dramma assieme alla malattia della madre e all’arresto del padre.

Nel quartier generale della milizia la coda copriva tre piani di scale. Kemal fu costretta ad aspettare accanto alla madre (…) tra le mani teneva un quaderno che le aveva dato qualcuno, un quaderno che conteneva pagine e pagine di nomi. Nomi come si deve. Bulgari. Aleksandra, Anelia, Anna, Burislava, Borjana, Vanja, Vesselina, Vjara (…) “Qualunque cosa accada là dentro” disse suo padre, “te la dovrai dimenticare” [dal racconto Makedonija, Miroslav Penkov, trad. A. Arduini]

Cattedrale di Aleksandr Nevskj, uno dei monumenti più noti di Sofia, la capitale della Bulgaria (foto: Nikolai Karaneschev, Wikipedia CC BY 3.0)

Nei racconti di Penkov, come dicevo nell’introduzione, i protagonisti vengono descritti con leggerezza e naturalezza. Sono sempre alla ricerca di loro stessi, cercano di migliorare la loro condizione, sognano l’occidente e in particolare l’America. Sono personaggi che spesso si cacciano nei guai, ma altre volte sono i guai ad arrivare da loro; alcuni racconti fanno sorridere, altri passaggi fanno riflettere.

Quando ho deciso di legggere “Ad est dell’Occidente” cercavo un libro che mi raccontasse la Bulgaria – la sua storia, i suoi contrasti – e qualcosa dei suoi abitanti: ho trovato otto racconti tragicomici, scorrevoli, decisamente ben scritti e coinvolgenti. Per questo suggerisco la raccolta “Ad est dell’Occidente” di Miroslav Penkov a chi ha voglia di scoprire l’Europa dell’Est attraverso le voci e le speranze, i dolori e le soddisfazioni dei suoi abitanti.

Titolo: Ad est dell’Occidente
L’Autore: Miroslav Penkov
Traduzione dall’inglese: Ada Arduini
Editore: Neri Pozza
Perché leggerlo: per scoprire l’Europa dell’Est attraverso le voci e le speranze, i dolori e le soddisfazioni dei suoi abitanti
Leggilo se: ti sono piaciuti i romanzi di Jonathan Safran Foer

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