Grigorij Šur | Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944

Il 23 settembre 1943 iniziò l’ultimo atto del terribile dramma. Alle undici e trenta di mattina il ghetto venne strettamente accerchiato da soldati tedeschi armati fino ai denti, muniti di elmetti, di bombe a mano e fucili, proprio in assetto di battaglia. Questa volta i soldati non si limitarono a circondare il ghetto: in ranghi serrati si disposero, a partire dall’ingresso del ghetto, lungo le vie Getmanskaja e Sirotskaja, fino alla diramazione ferroviaria della via Rossa, dove precedentemente venivano caricati sui convogli gli ebrei deportati in Estonia (…) A tutti fu chiaro che era arrivato il loro ultimo giorno [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944” di Grigorij Šur, tradotto da Paola Buscaglione Candela per Giuntina, è una di quelle testimonianze che avrebbero potuto perdersi tra pieghe della Storia, se non fosse stato per Anna Šimajte, una donna conosciuta quasi per caso da Šur, come spesso accade.

Grigorij Šur nasce a Vilna, in Lituania, in una famiglia ebrea nel 1888. Sin da giovane si interessa di politica e giornalismo e capisce subito che non sempre si può manifestare la propria idea; dopo essere stato confinato nella steppa precaspica, nel governatorato di Astrakan, Šur riesce a ritornare a Vilna e a proseguire la carriera giornalistica.

Di nuovo arrestato come dissidente, per un po’ si tiene lontano dalla politica, ma nel 1940 mentre la Lituania è sotto il controllo sovietico, Grigorij Šur dirige un giornale dell’amministrazione ferroviaria. Quando è convinto di poter stare tutto sommato in pace, il vento della Storia prende a soffiargli di nuovo contro.

Nella notte tra il 21 e il 22 giugno 1944 la Germania nazista infrange il patto Molotov-Ribbentrop e invade i Paesi Baltici. Le truppe sovietiche si ritirano e i nazisti prendono il controllo di Estonia, Lettonia e Lituania.

Gli ebrei erano consapevoli che dopo l’occupazione da parte dell’esercito tedesco la loro situazione in quella zona sarebbe stata difficile, ma nessuno avrebbe mai pensato che alla maggior parte di loro non sarebbe stato consentito di rimanere in vita. Sembrava probabile che dopo il primo, turbolento periodo di transizione, tutto sarebbe rientrato nei binari consueti, i pacifici cittadini avrebbero continuato la solita vita, misera forse, difficile, ma comunque sarebbero vissuti [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Gli ebrei di Vilna sanno che sarebbe iniziato un periodo difficile. I nazisti incominciano emanando leggi antisemite, istituendo coprifuoco e regole assurde, infine creano prima un ghetto, il principale, e poi un secondo. Nel secondo ghetto, liquidato prima del principale, le persone vengono messe in attesa di essere trasferite a Ponary: a piedi o sui treni, quasi sempre con un inganno sottile, gli ebrei vengono portati in questa località a pochi chilometri da Vilna, e qui brutalmente massacrati.

Il 15 settembre [1941], dal ghetto 1 furono condotte via 1200 persone e l’1 ottobre, nella sera del Yom Kippur, altre 2300. Nella notte tra il 3 e il 4 ottobre portarono via dal ghetto 2 2000 persone, il 16 altre 3000 e cinque giorni dopo 13000 (fra cui 60 paralizzati e malati di mente). Così il ghetto 2 cessò di esistere, e a Vilna rimase un solo ghetto. [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

JewishGhettoPlaque Vilnius.JPG

Targa che ricorda la conformazione dei due ghetti di Vilnius (fonte: Wikipedia)

La famiglia di Šur viene trasferita nel ghetto, mentre Grigorij viene rinchiuso nella fabbrica di pellicce “Kailis”, dove è costretto a lavorare. Ma Grigorij Šur, appena può, scrive.

Scrive tutto ciò che accade agli ebrei, senza edulcorare la realtà, raccontando minuziosamente le crudeltà naziste; confessa la cattiveria dei poliziotti ebrei che vogliono ingraziarsi i tedeschi e non si risparmia nel parlare di cosa succede a Ponary. Scrive appena ha un attimo di tregua, su fogli di recupero, frasi disconnesse, in disordine, casuali. E poi nasconde tutto perché se questi appunti dovessero essere scoperti, per lui e la sua famiglia sarebbe senz’altro la fine.

E la fine arriva. La Germania sta perdendo la guerra, gli Alleati e i sovietici avanzano, così viene autorizzata la liquidazione del ghetto di Vilna: è il 23 settembre 1943.

E così, dopo la liquidazione del ghetto di Vilna, in vita erano rimasti in tutto circa tremila ebrei; nei blocchi della fabbrica di pellicce “Kailis”, nelle officine automobilistiche e in qualche altra impresa. Insomma, la città era “libera da ebrei” (Judenfrei), come “liberi” erano anche i villaggi e molte città di Polonia, Estonia, Lituania, Bielorussia, Ucraina. Nei blocchi e nelle officine automobilistiche si viveva in costante attesa della liquidazione e dell’invio a Ponary (…) oppure nel trasferimento in qualche altra località in Estonia, per esempio, dove si sarebbe stati uccisi più lentamente da lavori sfibranti (se non forse all’improvviso durante il tragitto, in qualche bosco) [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Grigorij Šur perde la moglie e il figlio Aaron, mentre la figlia Miriam riesce a fuggire in modo alquanto rocambolesco grazie all’amica Anna Šimajte, una donna che Grigorij Šur aveva conosciuto anni prima. Dopo un anno circa dalla liquidazione del ghetto di Vilna, i nazisti spostano gli uomini dalla fabbrica di pellicce al lager di Stutthof. Nei concitati momenti che precludono la fine della Germania nazista, i soldati tedeschi caricano i prigionieri di Stutthof su una chiatta e, portata al largo, la affondano nel Mar Baltico.

Ma forse hanno ragione quanti vivono come se intorno non ci fosse quella situazione da incubo, quanti non vogliono vedere le mura che ci rinchiudono, quasi dimenticando che ci troviamo sul palmo di una mano di acciaio che a ogni momento può chiudersi, schiacciandoci tutti come moscerini [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Bundesarchiv Bild 183-R99291, Wilna, Frauen mit Juden-Kennzeichen.jpg

Ragazze nel ghetto di Vilna (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0 de)

La testimonianza di Grigorij Šur è preziosa perché è scritta da colui che assiste e osserva il crescendo della follia nazista nei confronti della comunità ebraica di Vilna, e viene raccontata con uno sguardo lucido e oggettivo; ed è fondamentale perché descrive la vita e la morte degli ebrei di Vilna mentre il dramma si compie.

Grigorij Šur non vivrà abbastanza per vedere i suoi preziosi appunti pubblicati; essi vengono salvati da Anna Šimajte, quindi curati dai responsabili del neonato Museo Ebraico di Vilna e stampati sotto forma di libro testimonianza. Il risultato è un libro emotivamente coinvolgente, molto scorrevole e tradotto usando parole semplici ma efficaci, capaci di arrivare a tutti. Perché questa tipologia di libri deve arrivare a tutti, senza lasciare indifferente nessuno.

Oggi, a oltre settant’anni dai fatti narrati, abbiamo ancora bisogno di libri come questo, perché come sottolinea Vladimir Porudominskij nella prefazione al testo, da sempre una comunità ha cercato il nemico all’esterno, mai tra i membri della comunità stessa. 

Avremo sempre bisogno di documenti storici come questo, e non solo per onorare la memoria degli oltre 65.000 ebrei lituani morti nei tre anni di occupazione nazista, ma per mandare a memoria ciò che è stato e cercare, ognuno nel nostro piccolo, di evitare che succeda di nuovo.

Chi avrebbe potuto credere che nel XX secolo, nel cuore dell’Europa, in un paese dai livelli altissimi di civiltà, sarebbe sorta una dottrina della razza e che si sarebbero trovati uomini capaci di mettere in atto tale dottrina compiendo azioni impensabili persino in epoche barbariche? Menzogne, demagogia, violenza brutale, repressione del diverso, crudele eliminazione dei non allineati, una fitta rete di delatori e di agenti segreti, un onnipresente, sanguinario terrore: ecco i fondamenti che hanno permesso al nazismo di corrompere il proprio popolo e i popoli sottomessi e di spingere migliaia di uomini ad eliminare altri uomini, in primo luogo gli ebrei [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Titolo: Gli ebrei di Vilna. Cronaca dal ghetto 1941-1944
L’Autore: Grigorij Šur
Traduzione dal russo: Paola Buscaglione Candela
Con una nota di: Vladimir Porudominskij
Editore: Giuntina
Perché leggerlo: perché si tratta di una testimonianza preziosa e unica dell’occupazione nazista in Lituania, perché racconta dove può spingersi la follia degli uomini, una follia che non dovrebbe ripetersi mai più

(© Riproduzione riservata)

Annunci

Jill Eisenstadt | Rockaway Beach

Cara Alex, come stai? In questo momento sto aspettando la telefonata di un tizio che mi ha promesso di trovarmi un lavoro a Fish R Us. Non c’è altro sostanzialmente. La storia di fare il vigile del fuoco è andata a farsi benedire: la lista degli iscritti al test d’ingresso è già lunga sei isolati. Potrei entrare nella guardia costiera, fare lo sbirro o cose del genere ma non so (…) Il fratello di Chowder diventerà insegnante di ginnastica. È strano dover diventare qualcosa, così all’improvviso [Rockaway Beach, Jill Eisenstad, trad. L. Taiuti]

È strano dover diventare qualcosa o scegliere di diventare qualcuno all’improvviso. E quando si ha la sensazione che il periodo più bello della propria vita stia per terminare, oltre che strano è anche angosciante.

Sono gli anni Ottanta, a Rockaway Beach, e la trama non potrebbe essere più classica: ci sono quattro amici, Timmy, Chowder, Peg ed Alex, e ci sono i loro dubbi e paure sul futuro. Le incertezze legate alla loro identità e a quello che vorrebbero fare nella vita, i litigi tra loro e i dissapori tra le proprie famiglie.

Se Peg e Chowder, assieme ad altri, sono quasi di contorno e non si sognano di lasciare il luogo dove hanno sempre vissuto, i veri protagonisti del romanzo – che poi sono quelli che nel corso della vicenda crescono di più – sono Timmy ed Alex.

Timmy lascia la scuola, più per fare un dispetto alla madre bigotta e alla zia suora, e preferisce trascorrere le giornate in spiaggia sulla torre di guardia del corpo dei bagnini, poi vedrà; forse per l’inverno cercherà un lavoro in un supermarket o farà il concorso per diventare vigile del fuoco, o non sa.

Alex vince e accetta una borsa di studio per un college nel New Hampishire ed è la sua partenza il punto di rottura. Timmy ed Alex stavano insieme, si amavano, ma lei sembra sapere cosa vuole, diversamente da Timmy e dagli altri.

Ma al college Alex scopre che l’ambiente è molto diverso da come se l’era immaginato: all’interno della scuola ci sono passaggi obbligati, prove da superare per essere accettati, bisogna avere un ragazzo altrimenti si passa per sfigati. Così Alex conosce Joe, forse ne innamora o forse no, comunque lo porta a conoscere i suoi genitori a Rockaway a Natale. Forse lo porta a casa solo per far ingelosire Timmy, che a Rockaway d’inverno senza Alex si annoia e gli sembra che il tempo non passi mai.

Quando ritorna l’estate e Alex rientra a Rockaway Beach, trova cose diverse e cose uguali. E matura una certezza: che alla fin fine lei si sente fuori posto, in ogni luogo.

Fuori posto a scuola, fuori posto a casa, a corto di argomenti, a corto di fiato, lenta a capire qualsiasi cosa di ogni cosa. Quando si allontana da Peg, che rimane lì con i capelli sul viso, non sa più come sentirsi, solo giovane e un pochino triste [Rockaway Beach, Jill Eisenstad, trad. L. Taiuti]

.JPG

Rockaway Beach Boulevard (fonte: Wikipedia)

Rockaway Beach” di Jill Eisenstadt, tradotto da Leonardo Taiuti per Black Coffee edizioni, è un romanzo che arriva dritto dagli anni Ottanta e leggendo lo si capisce molto bene. Quando la Eisenstadt pubblicò “From Rockaway” era il 1987 e lei aveva ventiquattro anni, uscita indenne da poco dall’adolescenza dei primissimi anni Ottanta.

Quello che salta subito agli occhi, è il forte disagio giovanile che vivono i ragazzi. A parte Alex, nessuno di loro sa esattamente cosa vuole dalla vita e mirano unicamente a far passare il tempo, anche se allo stesso tempo hanno paura che passi troppo in fretta e che il miglior periodo della vita scivoli via.

Il romanzo è una serie di instantanee che abbracciano un anno, dal momento in cui i quattro amici escono dal ballo di fine anno – sì, c’è anche Timmy, benché abbia lasciato la scuola – al momento in cui si riuniscono dodici mesi dopo, con Alex completamente cambiata e con Timmy che è in dubbio se la ama ancora oppure no.

Proprio perché è il tempo a dare ritmo alla vicenda – il suo trascorrere inesorabile – “Rockaway Beach” ha una narrazione con velocità altalenante: a tratti scorre rapida, a tratti non procede perché sembra che non succeda assolutamente nulla. In effetti, nelle località marine come Rockaway, in inverno il tempo è davvero infinito.

Tra le feste in spiaggia, gli scherzi pesanti e la vita del college aleggia sempre un’insoddisfazione di fondo. Più i protagonisti provano a raggiungere l’estremo, meno capiscono di loro stessi. E allora entrano nel circolo vizioso di provare qualcosa di ancora più mortale: come gettarsi in acqua tuffandosi da diciotto metri d’altezza.

“Perché hai dovuto farlo?” vuole sapere Alex (…) “Ma per vedere se sarei sopravvissuta, è ovvio”. [Rockaway Beach, Jill Eisenstad, trad. L. Taiuti]

Più leggevo, più mi sentivo distante dalla realtà dei ragazzi. Non li biasimo, e nemmeno li comprendo. A volte avrei voluto scuoterli, gridar loro che – mannaggia – sono giovani e hanno tutta la vita davanti, non sono né dei falliti. Avrei voluto dir loro che la vita vera è là fuori che li aspetta, e che anche se non sono perfetti, non è necessario esserlo. E che è veramente troppo breve, effimera, sfuggente.

Una volta ho letto che le larve delle effimere vivono diciotto anni nel fango, sul fondo delle pozze, e che quando escono e finalmente diventano insetti, si accoppiano e muoiono nel giro di un’ora. Questa sì che è vita, eh? Be’, non sentirti in obbligo di rispondermi ma [Rockaway Beach, Jill Eisenstad, trad. L. Taiuti]

Titolo: Rockaway Beach
L’Autrice: Jill Eisenstadt
Traduzione dall’inglese: Leonardo Taiuti
Perché leggerlo: per essere catapultati nei veri anni Ottanta su una spiaggia del Queens e per vivere il vero disagio di un gruppo di adolescenti che ha il terrore di crescere, e di perdere tutto

(© Riproduzione riservata)

10 curiosità sull’isola di Cipro

Torno a scrivere di Cipro, l’isola del Mediterraneo che ho potuto visitare quest’estate. L’idea di organizzare un viaggio a Cipro è nata diversi mesi fa, per cui ho avuto parecchio tempo per documentarmi e leggere curiosità e leggende riguardo questa splendida terra.

Nell’articolo raccolgo le 10 curiosità che mi hanno colpita di più. Buona lettura!

*

1. NICOSIA, L’ULTIMA CAPITALE DIVISA

Un tempo fu Ledra, poi divenne Nicosia sotto la dinastia franca dei Lusignano e oggi si trova al centro della Mesaoria di Cipro, ai piedi delle alture dei monti di Keryenia. Arrivando a Nicosia dall’autostrada, due cose colpiscono immediatamente: la prima è la grande bandiera di Cipro del Nord che domina sul fianco delle montagne e la seconda sono gli alti minareti della Selimiye Camii, una chiesa gotica trasformata in una moschea dopo l’occupazione turca.

Nicosa è oggi l’ultima capitale divisa in Europa: un lungo muro separa la porzione a Nord controllata dal governo de facto di Cipro del Nord e la porzione Sud controllata dalla Repubblica di Cipro. Il muro segue la traccia della Linea Verde, che fu disegnata nel 1964 dagli ufficiali inglesi con una matita di colore verde. Per passare da una porzione all’altra della città, si transita lungo Ledra Street e si attraversa la “buffer zone“, la terra di nessuno, disseminata di edifici in rovina e case senza finestre.

Nicosia (foto: Claudia)

2. IL TRAGICOMICO INCIDENTE DELLA ZIA DI MAOMETTO

La presenza mussulmana a Cipro ha origini lontane e la leggenda vuole che anche la zia del Profeta di Maometto mise piede sull’isola nel 649. La zia, giunta in prossimità del Lago Salato che oggi si trova nell’Akrotiri, nel distretto di Larnaka, cadde dal mulo che la trasportava e morì sul colpo. Nel punto dove l’amata zia morì, venne eretta una moschea chiamata Hala Sultan, dal nome della donna. La moschea è oggi un luogo di pellegrinaggio molto importante nel mondo islamico.

La Moschea di Pafo, nel quartiere turco – purtroppo non ho immagini della Hala Sultan (foto: Claudia)

3. PIU’ GATTI CHE CIPRIOTI

Gli amanti dei felini sono avvisati: a Cipro troveranno più gatti che ciprioti. I felini a Cipro sono davvero dappertutto: li troverete addormentati tra le rovine, all’ombra degli alberi, sugli scalini dei monasteri, nei pressi dei ristoranti (con la speranza che dai tavoli cada qualche ghiottoneria) e vi faranno compagnia vicino alle spiagge. Si dice addirittura che ci siano, a Cipro, un milione e cinquecentomila gatti… E sappiate che i ciprioti, tra Nord e Sud dell’isola, sono a malapena un milione!

Dolcissimi cuccioli al Monastero di Kykkos (foto: Claudia)

4. L’ARCIVESCOVO CHE FU PRESIDENTE

L’Arcivescovo Makarios III fu un religioso e politico ciprota: nel 1960, oltre ad essere capo della Chiesa Ortodossa di Cipro, diventò primo Presidente della Repubblica di Cipro dopo l’indipendenza dal Regno Unito. Si ritrovò ad affrontare i gravi dissapori tra greco-ciprioti e turco-ciprioti, la creazione del movimento per l’annessione alla Grecia, l’EOKA e, successivamente, l’EOKA B, e infine il tentativo di colpo di Stato da parte dei greco-ciprioti il 14 luglio del 1974.

Makarios III abbandonò l’isola prima che le truppe turche invadessero Cipro, il 20 luglio del 1974, in risposta al tentato colpo di Stato. I suoi sostenitori lo credettero morto ma egli rientrò a Cipro nel 1975 dichiarando che se avessero diviso l’isola questa non si sarebbe riunita mai più.

Oggi la tomba dell’Arcivescovo Makarios III si trova nei pressi del Santuario di Throni, nel cuore dei Monti Troodos. Tre militari armati fino ai denti vigilano, ventiquatt’ore su ventiquattro, sulla tomba del loro primo Presidente.

Il sobrio memoriale all’Arcivescovo Makarios III a Throni (foto: Claudia)

5. UNA SEPOLTURA DA RE

Chi mi segue lo sa, adoro l’archeologia e a Pafo non mi sono lasciata scappare l’opportunità di visitare le Tombe dei Re (2.5 € l’ingresso). Il sito spettacolare è situato in una zona fatta di scogliere e scarpate e gli ipogei visitabili sono stati costruiti intorno al III secolo a.C., distanti dalle mura di Nea Paphos, poiché i morti dovevano essere seppelliti lontani dai centri abitati.

In realtà, chi veniva sepolto qui non era un vero re, ma era una persona ricca e facoltosa. Le tombe dovevano essere delle vere e proprie case, con cortile, peristilio e colonne, poiché ogni anno i parenti rimasti in vita dovevano tenere un banchetto in onore dei cari defunti.

Le Tombe dei Re a Pafo (foto: Claudia)

6. PAFO, LA CAPITALE ROMANA

Pafo oggi è composta da due insediamenti limitrofi: Kato Pafos, sul mare, e Ktima nell’interno. La leggenda vuole che fu Agapenore, re di Tegeia di ritorno dalla guerra di Troia a fondare la città, mentre i documenti dicono che fu Nicocles, ultimo re di Palai Paphos (oggi Kuklia), a dare origine a Pafo.

Quando i romani giunsero a Cipro, nel 58 a.C., Nea Paphos era la città più importante e in questo periodo vennero costruite splendide ville completamente pavimentate da eccezionali mosaici oggi visibili al Parco Archeologico di Paphos (4.5 € l’ingresso).

Col tempo, iniziò il declino di Pafo: gravi terremoti la danneggiarono e le incurisioni arabe divennero sempre più frequenti. Inoltre, era un luogo poco salubre, a causa dell’avanzata delle paludi una volta abbandonato il porto. Infine, a capitale di Cipro passò da Pafo a Nicosia, che nella Mesaoria e lontana dal mare aveva poche possibilità di essere saccheggiata dai pirati!

Gli eccezionali mosaici ritrovati a Pafo (foto: Claudia)

7. FRAMMENTI DI REGNO UNITO

Campi da golf, villette a schiera di colore chiaro con un fazzoletto di prato verde di fronte. Aspetta, ma siamo in Inghilterra? Quando abbiamo attraversato il distretto di Limassol, verso Pissouri, ci siamo chiesti se per caso non fossimo capitati in Inghilterra e in effetti così è: l’Akrotiri (Limassol) e Dhekelia (Larnaka) sono due settori che appartengono alla Corona Britannica, sono ovvero due Territori d’Oltremare a tutti gli effetti.

La cosa curiosa, oltre le villette e i campi da golf, è che sono gli unici due Territori d’Oltremare della Corona dove non si usa la Sterlina inglese: si utilizza, infatti, l’Euro!

Kourion, superbo sito archeologico nel Distretto di Limassol, ricade in uno dei Territori d’Oltremare della Corona Britannica (foto: Claudia)

8. RAPITE LA SPOSA!

I Royal Wedding si sono sempre celebrati in Inghilterra, ad eccezione di uno. Riccardo Cuor di Leone fece tappa a Cipro mentre scendeva in Terra Santa a combattere come Crociato, nell’estate del 1189. La sua promessa sposa, Berengaria, stava raggiungendo Cipro in compagnia della futura cognata Giovanna, sorella di Riccardo, quando una ingloriosa tempesta fece naufragare la nave su cui viaggiava.

Il monarca cipriota cercò di prendere in ostaggio le due donne, ma non riuscendoci, si rifiutò di soccorrerle. Riccardo si vendicò dichiarando guerra e sconfisse Commeno non lontano da Nicosia. Ma prima che la sua promessa sposa potesse essere rapita di nuovo, Riccardo e Berengaria convolarono a nozze al Castello di Limassol, dando luogo così all’unico matrimonio reale celebrato fuori dall’Inghilterra.

Le coste rocciose e insidiose presso Episkopi (foto: Claudia)

9. LA SPIAGGIA DOVE NACQUE AFRODITE

La certezza è che a Cipro sentirete sicuramente parlare di lei, la dea della bellezza Afrodite. Il motivo è molto semplice: la leggenda vuole che la dea sia emersa dalle acque e sia approdata sulle rive della spiaggia di Petra tou Romiou, letteralmente “le pietre di Romios“. Perché questo nome insolito?

Perché un’altra leggenda legata a questo luogo suggestivo è questa: un eroe popolare, Dhiyenis Akritas detto Romios, per scacciare i pirati dalle coste dell’isola avrebbe scagliato enormi rocce contro le navi degli invasori.

Che queste leggende siano vere o no, resta il fatto che Petra tou Romiou è una spiaggia decisamente scenografica e parecchio fotogenica.

La spiaggia dove la tradizione vuole che Afrodite sia emersa dalle acque (foto: Claudia)

10. LAZZARO, ALZATI E CAMMINA (E VAI A CIPRO)

Tutti conosciamo la storia di Lazzaro. Quando Gesù giunse a Betania, Lazzaro era morto gà da quattro giorni, così chiese di rimuovere la pietra del sepolcro e chiamò l’amico, il quale si levò dal giaciglio e uscì vivo e vegeto dalla tomba.

D’accordo, Lazzaro risorse dai morti, ma poi cosa gli successe? Nell’Antico Testamento e nei Vangeli non viene più nominato, ma la tradizione orientale vuole che Lazzaro giunse proprio a Cipro, dove divenne vescovo e rimase nell’episcopato per un trentennio. Fino alla morte. Quella definitiva, suppongo.

La Chiesa cattolica Agia Kyriaki circondata dalle rovine di Panagia Chrysopolitissa (foto: Claudia)

*

Se conoscete altre curiosità su Cipro raccontatemele nei commenti! Spero che l’articolo (e le mie fotografie) vi siano piaciuti!

*

Se prenoti il tuo viaggio attraverso questo link di Booking ti aspetta un sconto di € 15 che riceverai a fine soggiorno!

Laura Fusconi | Volo di paglia

Quando arrivò alla curva del cespuglio di corniolo si fermò a guardare la Valle. Nel fienile i balloni c’erano ancora: lei e Luca avrebbero potuto giocare come sempre a Volo di paglia. L’avevano inventato insieme, quel gioco: Luca era stato il primo ad arrampicarsi sui balloni di fieno e a lanciarsi nel mucchio di paglia che c’era sotto. E poi aveva riso, dicendo che era la cosa più bella che avesse mai fatto [Laura Fusconi, Volo di paglia]

Luca e Lidia sono amici: lui vive in campagna, tra Agazzano e Verdeto, mentre Lidia vive a Piacenza e lo raggiunge solo durante l’estate. Appena Lidia lascia la città, corre a cercare Luca: l’idea è quella di trascorrere, come sempre, i pomeriggi a giocare a volo di paglia e a sfidare le proprie paure entrando nella casa della Valle.

Ma Luca, quell’estate del 1998, è diverso. Luca è taciturno, strano, evita di proposito Lidia e parla sempre di una bambina che si chiama Lia. Per quanto si sforzi, Lidia non riesce a capire chi sia questa Lia, ma la odia perché le ha portato via il suo migliore – e unico – amico.

La Casa della Valle, quella struttura diroccata che inquieta le campagne e i suoi abitanti, nasconde una serie di segreti perché venne abitata dalla famiglia Draghi e tutti, negli anni del fascismo, temevano la famiglia Draghi. Gerardo Draghi, nel 1942, era il crudele ras della zona, sempre pronto a malmenare chi non la pensava, come il povero Don Antonio. Anche Tommaso e Camillo, oggi adulti e all’epoca solo bambini, avevano il terrore di Draghi. Perché si sa, Franco, il piccolo di Baldini, non era mica scomparso da solo.

Ed è una storia di dolore e morte, quella dei Draghi. Oggi, tutti loro sono scomparsi: Gerardo, Ada, Lia, Guglielmo e persino Stefano, il nipote di Gerardo, è morto molto giovane. Stefano è morto nel 1990 e Mara, la sua vecchia fidanzata dell’estate dell’incidente, è anche lei tra Agazzano e Verdeto per sfidare i suoi fantasmi e cambiare i suoi ricordi.

(…) all’interno della Valle ci abitava l’Ombra, un’entità che poteva assumere diverse forme e risucchiare le persone fino a inglobarle, facendogli perdere conoscenza (…) Se l’Ombra ti assorbiva, eri perduto. Non c’era nessun rimedio. Potevi solo concentrarti sulla luce, se c’era, per provare a salvarti [Laura Fusconi, Volo di paglia]

Immagine correlata

Paese, Giuseppe Abbati (fonte: Wikipedia)

Volo di paglia” di Laura Fusconi (Fazi editore, 15.50 €) è una storia di fantasmi, sfide, paure, inquietudini e ricordi. La storia incomincia nel 1942 e si conclude nel 1998, circa cinquant’anni di vicende che si svolgono nelle campagne piacentine. Lo stile della Fusconi è molto semplice, perché il romanzo è raccontato quasi per intero guardando attraverso gli occhi dei bambini, i quali non capiscono cosa succeda nel mondo degli adulti; erano bambini Tommaso e Camillo e Lia nel 1942, sono bambini Luca e Lidia nel 1998. Mara non è una bambina, è una donna, e pur essendo alla ricerca di qualcosa di complesso, i suoi pensieri vengono descritti il più semplicemente possibile.

Il romanzo è un continuo salto temporale, avanti e indietro nel tempo: inizialmente ci si deve aggrappare a nomi ed eventi, per non perdersi nel flusso della storia. Poi, man mano che la narrazione incede, si incomincia a mettere a fuoco la storia, che assume via via dei contorni sempre più inquietanti.

Pur collocando i fatti narrati in un tempo preciso – dagli anni del fascismo a pochi anni prima del Duemila – la Fusconi riesce a dare alla storia una connotazione onirica, come sospesa nel tempo. Questo perché, a distanza di anni, dai bambini degli anni quaranta a quegli degli anni novanta, sembra essere cambiato poco: i timori legati alla Valle sono le stesse, come identiche sono le voci e le leggende che aleggiano sul Bosco delle Fate e il Bosco delle Streghe.

E anche il Volo di paglia è lo stesso: ci giocavano Camillo, Tommaso e Lia, da bambini, e anni dopo ci giocano Luca e Lidia, nello stesso fienile, come una continua, inquietante simmetria che solo alla fine avrà un punto di svolta diverso. Camillo, ormani affetto da demenza senile, riuscirà con un gesto a mettere in salvo chi nel passato non gli riuscì di salvare.

Titolo: Volo di paglia
L’Autrice: Laura Fusconi
Editore: Fazi editore
Perché leggerlo: perché è una storia narrata in modo semplice, ma che nasconde inquietudini e segreti. Più ci si addentra nelle vicende, più si fa chiaro ed emergono i fantasmi che popolano il romanzo e tormentano i protagonisti

(© Riproduzione riservata)

Viaggio a Cipro, pensieri emotivi sparsi di un microcosmo di meraviglie

Tappa d’ogni passante e posteggio d’ogni guerra
Fui pianta che della furia dei venti sta nel mezzo.
E nonostante tutte le bufere che mi si son precipitate
(…) Non m’hanno sdradicata, ché profonde erano le mie radici.
(…) M’hanno sconvolta, piegata e m’han tagliato i rami,
Eppure dentro di me radice e cuore stanno saldi.

Vasilis Michailidis

L’isola di Cipro, laggiù alla periferia sudorientale dell’Europa, è un microcosmo di meraviglie. Lo avevo immaginato mentre organizzavo il nostro viaggio e una volta arrivati ne abbiamo avuto conferma. Cipro è un’isola più vicina all’Asia che all’Europa, e a causa della sua posizione geografica è stata conquistata e invasa nel corso della sua millenaria storia.

La storia di Cipro non può prescindere da ciò che l’isola è oggi, su queste frastagliate coste di calcare molti popoli e culture sono passati: fenici, minoici, greci, egiziani, persiani, romani, bizantini, crociati, veneziani, turchi, inglesi. Ognuno di loro ha preso e lasciato qualcosa: l’isola è costellata da splendidi siti archeologici minoici, greci e romani, curatissimi e meravigliosi.

Infine, quarantaquattro anni fa Cipro è stata vergognosamente divisa: a nord i turco-ciprioti e a sud i greco-ciprioti. Le popolazioni turche che vivevano a sud hanno dovuto andare a nord, e viceversa per le genti greco-cipriote. A Kouklia, vicino Pafos, ci sono i resti delle case turche, abbandonate in gran fretta e oggi in rovina, forse come monito di ciò che l’esodo delle popolazioni è stato.

Da un cuore pietrificato,
che soltanto il pianto disseta,
che altro germoglia se non
spine e rovi?

Andis Pernaris

Kouklia, parte del villaggio abbandonato (foto: Claudia)

Per tutti questi motivi l’isola è risultata così affascinante ai nostri occhi e abbiamo deciso di visitarla, viverla intensamente, scoprirla, cercare di capirla.

L’itinerario realizzato ci ha portati alla scoperta di alcuni punti davvero suggestivi dell’isola, un paio addirittura intatti e non contaminati. Sui Monti Troodos abbiamo guidato per chilometri e chilometri vedendo solo alberi, montagne, piccole chiesette e scorci sulla parte turca dell’isola. Ci è capitato di trovare una spiaggia deserta, tutta per noi, e una quasi deserta, un po’ impervia da raggiungere ma si sa che le cose più difficili da trovare sono le più belle.

On the road nella penisola di Akamas (foto: Claudia)

Il periodo è stato perfetto, a settembre il sole brilla sempre e il costante vento tiepido regala cieli di un blu abbagliante, la luce avvolge prepotentemente ogni cosa: gli ulivi arroccati nelle campagne brulle, i profumati cedri dei Monti Troodos, le baie che compaiono all’improvviso, le vestigia greche e romane, e il grande lago salato dell’Akrotiri. L’acqua del mare è così calda che un bagno è d’obbligo.

Ma è quando arriva l’ora del tramonto, l’ora più bella, che le emozioni aumentano. Le scogliere di calcare da bianche diventano rosa, copiando il cielo che rapido si tramuta, e il colore mare si trasforma di nuovo. I ciottoli della spiaggia di Petra tou Romiou si scuriscono ancora, l’acqua imperterrita li leviga e l’ultima luce li accarezza. Mi commuoverò per sempre a ricordarmi di quanto sono stata felice ad ammirare simili tramonti.

Bello adagiarsi in questa eterna marea,
nelle braccia degli imperscrutabili abissi.
Bello sentirne il canto nelle dolci notti d’autunno,
lontano dalla tempesta, lontano dal silenzio.
Tra poco la bassa marea getterà le sue reti
per irretire nel suo fascino il mare che s’è incantato
e che ininterrottamente ritma l’eco della vita.

Xanthos Lysiotis

Tramonto a Petra tou Romiou (foto: Claudia)

Le emozioni, a Cipro, sono forti come il caldo. Ci si riempe davvero gli occhi di meraviglia, soprattutto se si ha la sensibilità di apprezzare i piccoli dettagli, perché è nelle cose piccole e all’apparenza insignificanti che si nasconde la bellezza. Si vive intensamente, inebriati dalla curiosità di vedere cosa nasconde la prossima curva.

In otto giorni di viaggio abbiamo percorso 1047 chilometri, dalle coste dell’ovest siamo giunti nel cuore delle montagne e abbiamo raggiunto la capitale Nicosia. Per più di 80 chilometri abbiamo guidato su strade di montagna e per circa 20 chilometri abbiamo guidato su piste sterrate e polverose. Ci siamo stancati per il caldo ma ogni sera, a riguardare le fotografie e a ripensare ai luoghi, avevamo il cuore felice.

*

Il nostro itinerario ha toccato molte zone dell’isola, lo avevo studiato per vedere più cose possibili e il maggior numero di panorami e ambienti. Ecco l’itinerario in sintesi con qualche consiglio:

GIORNO 1 – PAFO

Per raggiungere Pafo abbiamo preso un volo diretto Ryanair dall’aeroporto di Bergamo Orio al Serio (costo 85 Euro a/r), abbiamo noleggiato una piccola Kia per una settimana al prezzo di 189 Euro con la Cyprus Car Hire, abbiamo alloggiato a Kato Pafo agli appartamenti Panklitos, a pochi passi dalle Tombe dei Re, al prezzo di 260 Euro per sette notti.

Arrivati a Pafo nel pomeriggio, una volta sbrigate le formalità per il noleggio dell’auto e il check in nel residence, siamo corsi ad ammirare il primo tramonto cipriota sulla spiaggia di fronte al faro di Pafo.

Un consiglio: a Cipro si guida a sinistra, come nei Paesi anglosassoni, ma i ciprioti guidano in modo prudente e tranquillo, la velocità consentita nei centri abitati è molto bassa (da 30 a 50 km/h) e in autostrada di 100 km/h e praticamente tutti rispettano i limiti. Le autostrade di Cipro sono gratuite. La valuta è l’Euro e le prese sono come quelle inglesi, quindi è meglio munirsi di adattatore. Cipro mi ha dato l’impressione di essere davvero un posto sicuro.

GIORNO 2 – AD OVEST DI PAFO E PENISOLA DI AKAMAS

Il primo giorno di visita lo abbiamo dedicato alla zona ad ovest della città di Pafo. Il nostro giro è stato il seguente: il quartiere turco di Pafo, il Monastero ortodosso di Agios Neofytos (vedere sotto il protico il pope che puliva le verdure mentre chiacchierava con le donne che lo aiutavano mi ha dato l’idea di sbirciare un po’ nella sua vita), le Gole di Akamas, la spiaggia di Lara nella penisola di Akamas, piena di nidi di tartarughe.

Un consiglio: per raggiungere la spiaggia di Lara la strada è sterrata per cui si consiglia di andare molto piano se non dispone di un mezzo fuoristrada e di prestare attenzione alla caduta massi dalle pareti. Per affrontare un pezzo del sentiero nelle Gole di Akamas sarebbe meglio indossare scarpe da ginnastica perché si rischia di scivolare sulle rocce bagnate.

Spiaggia di Lara, penisola di Akamas (foto: Claudia)

GIORNO 3 – MONTI TROODOS, VALLE DEI CEDRI E DISCESA AL GOLFO DI CRYSOCHOU

Un’intera giornata sui monti, passando da zero metri sul livello del mare alla quota massima di 1450 m sul livello del mare. Visita al paesino di Kakopetria, al Santuario di Throni e alla tomba dell’Arcivescovo Makarios III, al Monastero di Kykkos e alla spiaggia di Polis nel golfo di Crysochou.

Un consiglio: addentratevi nelle montagne di Cipro solo se siete guidatori esperti e se non soffrite il mal d’auto perché ci sono infinite curve e per moltissimi chilometri non ci sono paesi. Prestare molta attenzione alla caduta massi dalle pareti che spesso invadono la carreggiata. Infine, non sottovalutate le distanze.

Affreschi al Monastero di Kykkos (foto: Claudia)

GIORNO 4 – ANTICA KOURION, BAIA DI EPISKOPI, SANTUARIO DI APOLLO YLATIS E PETRA TOU ROMIUO

Visita al sito archeologico di Kourion, che si affaccia sul paese omonimo e sosta alla spiaggia di Kourion. Nel pomeriggio, visita al Santuario di Apollo Ylatis e sosta alla spiaggia di Zapalo, selvatica e spettacolare. Rientrando verso Pafo, sosta a Petra tou Romiuo, la più scenografica spiaggia del distretto di Pafo, dove la leggenda vuole che sia nata la dea Afrodite.

Un consiglio: i siti archeologici a Cipro costano poco, sono molto curati  e decisamente grandi. Aprono presto al mattino e causa il gran caldo dei mesi estivi, sarebbe meglio visitarli al mattino presto. Tutti i siti archeologici che ho visitato disponevano di parcheggi gratuiti, servizi e di macchinette automatiche per acquistare bibite fresche. Il personale è gentilissimo.

Sito archeologico di Kourion (foto: Claudia)

GIORNO 5 – SITI ARCHEOLOGICI A PAFO, WHITE RIVER BEACH E CORAL BAY

Visita a due spettacolari siti archeologici a Pafo: le Tombe dei Re e il Parco Archeologico di Pafo con i suoi bellissimi mosaici di stampo mitologico. Nel pomeriggio, mare alla selvatica White River Beach e alla più classica Coral Bay, una spiaggia attrezzata perfetta per bambini e famiglie.

Sito archeologico delle Tombe dei Re (foto: Claudia)

GIORNO 6 – NICOSIA (SUD e NORD)

Giornata dedicata alla capitale di Cipro, la città di Nicosia. Appassionata di confini, non vedevo l’ora di attraversare i varchi a Ledra Street, dove dopo il controllo dei documenti (da entrambe le parti, sia greco-cipriota che turco-cipriota) si transita per pochi metri nella “buffer zone”, la Linea Verde tracciata dagli inglesi quando l’isola è stata divisa.

Tra le due parti ho di gran lunga preferito la parte turca, più pittoresca e colorata. A Nicosia Nord ho adorato le moschee e il caravanserraglio. I turco-ciprioti sono persone squisite e gentilissime tanto quanto i greco-ciprioti. Provate a bere il caffé turco: io l’ho allungato due volte con l’acqua tanto era forte!

Un consiglio: parcheggiate l’auto fuori le mura, i parcheggi costano poco e sono custoditi (3.50 euro per 6 ore). Il traffico a Nicosia può essere sfiancante. Nicosia è una città che mi ha dato l’impressione di essere tranquilla e sicura, non ho avvertito nessuna tensione tra le due parti. Nella parte turca di Nicosia sono accettati gli euro e per entrarci basta esibire la carta di identità, doppio controllo al check point di Ledra Street.

Il Caravanserraglio di Nicosia Nord (foto: Claudia)

GIORNO 7 – CAPO ASPRO A PISSOURI, SITO DI PALAI PAPHOS A KOUKLIA

Mattinata dedicata a rivedere la spiaggia di Petra tou Romoiu e alla scoperta della baia di fronte a Pissouri. Visita al sito di Palai Paphos, la vecchia Pafo, che ha resistuito i resti del tempio di Afrodite e lo splendido mosaico di Leda e il cigno.

Sito archeologico di Palai Paphos (foto: Claudia)

GIORNO 8 – VOLO PAFO-BERGAMO

Il nostro bellissimo viaggio a Cipro si conclude con un volo con orario da vampiri, ma siamo così felici che non ci facciamo caso.

*

CONSIGLI DI LETTURA

  • Cipro. Nicosia, Pafos, Famagosta, i monasteri sui monti Troodos, le baie e le vestigia greche” Guide Verdi d’Europa, Touring Editore
  • Cipro nella letteratura. Prosa e poesia“, AA. VV., Argo editore
  • Un album di storie” di Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi, Stilo editore
  • L’Aurora” di Victoria Hislop trad. M. ed E. Gislon, Bompiani

 

Per me Cipro è stato concentrato di bellezze, un’isola che vale davvero la pena di visitare e che se vista con occhi curiosi, sono certa che saprà regalare immense emozioni.

*

Se prenoti il tuo viaggio attraverso questo link di Booking ti aspetta un sconto di € 15 che riceverai a fine soggiorno!

Quando il blog va in vacanza: arrivederci a settembre!

Buongiorno lettrici e lettori!

Come lo scorso anno, interrompo la scrittura di articoli, recensioni e rubriche durante il mese di agosto: non è solo il caldo a far svanire la voglia di mettermi di fronte allo schermo del computer a scrivere, ma ci sono altri motivi per tirare un po’ il fiato dopo la prima metà dell’anno.

Oltre a leggere, in estate c’è molto da fare: ho ripreso a frequentare con costanza le montagne vicine a me, ora che le escursioni le sento molto meno faticose e viaggio più spedita anche in salita. Ho scoperto che i nostri panorami possono regalare belle sorprese e ogni luogo ha un’anima, basta trovarla e apprezzare quei piccoli dettagli che lo rendono unico.

Nonostante il caldo, sfreccio quasi tutti i giorni per un’oretta con la mountain bike. È così bello star fuori, lasciare i pensieri vagare, decidendo all’ultimo secondo se imboccare il bivio a destra o sinistra.

Parco Nazionale del Gran Paradiso (foto: Claudia)

Il tempo per leggere ci sarà anche quest’estate, un’oretta riesco sempre a ritagliarmela. Ma vorrei approfittare di questo mese di fermo del blog per leggere con più calma, senza troppa urgenza di scrivere il mio commento sulle mie letture. Vorrei scegliere i libri con più cura, leggendo forse meno testi ma appunto con più tranquillità.

Non ho ancora scelto i libri che leggerò quest’estate: non riesco a fare programmi, leggo quel che mi pare quando mi viene in mente. Può darsi che ci saranno delle letture che mi porteranno a Nord e altre ad Est, i due punti cardinali che al momento mi interessano di più; mi piacerebbe anche leggere una saga famigliare, senza dimenticare una raccolta di racconti.

E poi, c’è da organizzare il viaggio estivo, anche se alla partenza manca ancora un bel po’. Dopo la Sardegna, Creta e Malta, sarà di nuovo un’isola quella che visiterò verso settembre. La terza isola più grande del Mediterraneo, la più orientale dell’Unione Europea, più vicina all’Asia che alla nostra cara Europa, divisa da una lunga linea da 44 anni. Avete indovinato?

Per vivere al meglio l’estate, ritornerò a scrivere sul blog la seconda settimana di settembre: ci saranno le recensioni delle letture dell’estate e i miei diari di viaggio.

Come sempre potrete consultare il blog per cercare suggerimenti di lettura, viaggiando attraverso oltre cento Paesi del mondo. Troverete suggerimenti di lettura per tutti i gusti: dai reportage di viaggio alle autobiografie, dai romanzi ai racconti.

Per seguire le mie letture ci sono la pagina Facebook e l’account Instagram, che saranno sempre attivi.

Vi auguro una buona estate, qualche bella lettura (ma non troppe! siete in vacanza) e soprattutto tanto divertimento!

A presto, Claudia

Andonis Gheorghìu | Un album di storie

ti porterò a vedere anche i nostri album, quelli di famiglia, quei grandi album con la copertina spessa, sono interessanti, ci sono le fotografie tutte mescolate, quelle nuove insieme con quelle vecchie, (…) quelle “di gruppo” a scuola, alle feste di fidanzamento, ai matrimoni, ai battesimi, mescolate per età e periodi, alcuni in una fotografia sono bambini, nell’altra genitori, posano nello stesso album perfino da nonni (…) tutti insieme (…)
in una fotografia si ferma il tempo, lo si imprigiona per sempre in un pezzo di carta, la fotografia è un attimo di eternità (forse l’unico?), ti sembra poco? [Un album di storie, Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi]

Un album di storie” di Andoni Gheorghìu, tradotto da Valentina Gilardi per Stilo Editrice, è un libro meraviglioso dove protagonista è l’isola di Cipro, raccontata attraverso le voci dei suoi abitanti, sia greco-ciprioti che turco-ciprioti, gli articoli di giornale, le immagini d’epoca, le tradizioni e le lettere; le storie sono come le fotografie di uno di quei grossi album che conservano gli attimi preziosi della nostra vita e li fissano per sempre sulla cellulosa lucida.

Gheorghìu è un avvocato che vive a Limassol e con il tempo ha raccolto testimonianze e ricordi dei ciprioti che hanno voluto confidargli le proprie storie personali. Si racconta qualcosa di sé affinché non cada tutto nell’oblio; si regala un’immagine di famiglia ad uno sconosciuto, o una lettera, o un ritaglio di giornale, perché costui scriva una storia collettiva e corale che spieghi al mondo cosa è successo e cosa succede sull’isola di Cipro.

Fotografia di una classe di scuola elementare di Màratha. Nessuno di questi bimbi è vivo, sono tutti sepolti nella fossa comune di Màratha. Nella fila dietro, a destra, il fratello di Hussein, Erbàin, al quale furono legate le mani dietro la schiena prima che venisse decapitato [Un album di storie, Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi]

L’isola più orientale dell’Unione Europea è divisa da quarantaquattro anni; la linea verde separa la Repubblica Turca di Cipro del Nord dalla Repubblica di Cipro. La stessa capitale dell’isola, Nicosia, è l’ultima capitale al mondo divisa da un muro. Il settore greco-cipriota viene chiamato “zona libera“, l’area turco-cipriota è definita “zona occupata“.

Il confine tra le due Repubbliche si può attraversare solamente dal 2003 ed esclusivamente attraverso i varchi autorizzati: altrimenti, varcare i confini è non solo illegale e perseguibile penalmente, ma è pericoloso poiché tantissime zone non sono ancora state bonificate, ed è concreto il rischio di saltare in aria su una mina antiuomo.

dal 2004 la squadra di sminamento delle Nazioni Unite a Cipro ha rimosso e distrutto più di 14.000 mine, ripulito in totale 57 campi minati, per un’estensione di 6.500 chilometri quadrati [Un album di storie, Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi]

Nicosia Green Line 14.JPG

Pezzo di muro che divide Nicosia in due porzioni, l’una turca e l’altra greca (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0)

Il 1974 è l’anno cruciale per Cipro. Dopo dieci anni di tensione, il tentativo di colpo di Stato da parte dei greco-ciprioti ai danni dell’Arcivescovo Makarios III è il pretesto affinché il 20 luglio 1974 le truppe turche invadano Cipro con l’idea di instaurare un governo nelle aree che sarebbe riuscita a conquistare. Inizia il conflitto.

In “Un album di storie” il 1974 viene ricordato come l’anno in cui tutto cambia, da quel momento in nessuna famiglia nulla è più come prima. C’è chi perde un figlio, chi un padre. Altri perdono le tracce di una figlia, o di una sorella. A Cipro, ancora oggi, si celebrano i funerali tardivi: può darsi che in occasione di lavori dove si mobilizzano tonnellate di terra ci si imbatta in una fossa comune.

Morti che attendono di riavere il nome che portavano in vita. C’era il piccolo Dimitris che giocava con delle letterine di plastica quando sono arrivati i turchi; quando hanno ritrovato le ossa di Dimitris accanto aveva ancora le letterine di plastica.

Dopo il 1974 la separazione è stata netta, senza scampo. I turco-ciprioti a nord, i greco-ciprioti a sud. Poco importa se un greco-cipriota viveva a Kyrenia, nel nord. Profughi verso nord, profughi verso sud. Persone che hanno abbandonato tutto, sono stati rinchiusi dentro la propria Repubblica, separati dagli altri da un muro per impedire alla gente di passare. Ognuno deve stare solo con la sua gente.

Immaginate cosa voglia dire poter tornare a casa anni e anni dopo. Rivedere la propria casa oggi occupata dai turchi, o viceversa dai greci. C’è un padre che è morto senza poter rivedere la propria abitazione, essendo stato deportato a sud, così la figlia torna a casa e raccoglie un po’ di terra: la porterà sulla tomba del genitore, gli darà l’illusione di essere tornato a casa.

oltre 24.000 greco-ciprioti si sono recati martedì nei territori occupati attraverso i varchi di Lidra Palace, d Pèrgamos e di Strovìlia, e 2050 turco-ciprioti sono entrati nelle zone libere dal varco di Lidra Palace
molti di quelli che hanno visto la propria casa per la prima volta dopo ventinove anni erano commossi. Alcuni l’hanno trovata completamente distrutta, altri in condizioni fatiscenti. Altri hanno dichiarato che avrebbero preferito rimanere con il ricordo del 1974 [Un album di storie, Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi]

GreenLine BufferZone Large.JPG

Unbuffer Zone, Cipro (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0)

Le storie degli abitanti di Cipro, oltre di guerra, parlano di temi più attuali. Fino poco tempo fa l’omossesualità era vista di cattivo occhio: c’era un uomo che dopo aver manifestato la sua natura ha subito un pestaggio violento da parte del fratello maggiore; l’uomo ha dovuto emigrare in Australia, a Cipro lo avrebbero di certo ucciso. Con la terra natia è rimasto in contatto grazie ad una nipote: lei inviava allo zio le foto di Cipro e della famiglia, lo zio inviava le immagini di Sydney e della sua vita in Australia.

Ci sono le storie dei ciprioti che emigrano all’estero, per lavorare e costruirsi un futuro migliore. Quando si torna dall’estero ci si ritrova tutti assieme in famiglia, si presentano i nuovi nati e si commemora chi nel frattempo è mancato. Si ascoltano le storie, i pettegolezzi di paese.

Ci sono le storie degli immigrati che giungono a Cipro: africani, iracheni, iraniani, siriani, uzbeki, filippini, ucraini, russi, thailandesi. Loro sono qui per rubare il lavoro ai ciprioti, quei lavori che nessun cipriota però vorrebbe fare: le badanti o gli uomini delle squadre di sminamento. Lavoro, quest’ultimo, decisamente ad alto rischio.

“avete avuto anche voi la guerra e i profughi, nemmeno molto tempo fa, eppure non ci volete; dovreste capirci un pochino, siamo anche noi profughi” [Un album di storie, Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi]

Sign in green line Nicosia.JPG

Zona di confine a Nicosia. Passare il confine tra le due Repubbliche al di fuori dei varchi autorizzati è tuttora illegale (fonte: Wikipedia: CC BY-SA 3.0)

Un album di storie” è un libro scritto con uno stile accattivante e colloquiale, con una punteggiatura tutta particolare, spesso senza maiuscole all’inizio delle frasi e senza punto al termine del periodo. È un libro a mio avviso bellissimo: leggendo ci si sente ospite ora in una casa turco-cipriota e ora in una greco-cipriota, mentre le famiglie ci mostrano le foto e raccontano aneddoti tristi, allegri e tragicomici.

Un libro nel quale non esistono buoni o cattivi: gli uomini sono tutti sullo stesso piano, vittime inconsapevoli di un disegno più grande di loro. Un libro con una raccolta di storie universali perché parla di tutti noi e di cosa succede quando qualcuno ti insegna ad odiare gli altri e ti porta sulla strada della violenza.

Un album di storie” fa riflettere, sorridere, arrabbiare e soprattutto commuovere. È uno di quei libri che io consiglio di leggere davvero di cuore.

ma anche la nostra vita, a pensarci bene, cos’è se non un gomitolo di storie? a volte le ricordiamo, le raccontiamo, le scriviamo, ci mettiamo un titolo, Un album di storie, e diventano come una storia unica, storia di ognuno di noi o storia di tutti noi; forse tutta la nostra vita non è altro che un album di storie? [Un album di storie, Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi]

Titolo: Un album di storie
L’Autore: Andonis Gheorghìu, vincitore del Premio Europeo per la Letteratura nel 2016
Traduzione dal greco: Valentina Gilardi
Editore: Stilo Editrice
Perché leggerlo: perché è un libro bellissimo che parla di Cipro e della sua gente, ma allo stesso tempo è un libro universale che racconta di tutti noi

(© Riproduzione riservata)

Stoccolma e arcipelago, una piccola guida letteraria

La Svezia, come il resto del Nord Europa, è sempre stato uno dei miei desideri. Ho sognato per lungo tempo di organizzare un viaggio in Svezia: immaginavo i luoghi, le città, i paesaggi e grazie alle mie letture riuscivo a vivere e i meravigliosi spazi svedesi.

Dopo aver tanto letto sulla Svezia, nel giugno scorso il mio sogno si è concretizzato prendendo un aereo per Stoccolma. La cosa buffa è che mi sono sentita come a casa, pur non avendo mai messo piede prima in Svezia.

Il potere dei libri è davvero grandioso.

*

Stoccolma in noir

Era in gamba, aveva un’ottima presenza sullo schermo e sapeva farsi valere (…) Se avesse continuato, avrebbe avuto senza dubbio una carica dirigenziale molto meglio remunerata (…) Invece aveva scelto deliberatamente di abbandonare il mondo della tv e di puntare su Millenium, un progetto ad alto rischio che era iniziato in un angusto scantinato di Midsommarkransen, ma che aveva avuto sufficientemente successo da permettere il trasferimento, verso la metà degli anni novanta, nei locali più ampi e più accoglienti di Götgatbacken nel quartiere di Södermalm [Uomini che odiano le donne, Stig Larsson, trad. C. Giorgetti Cima, Marsilio]

Un caratteristico angolo del quartiere di Södermalm (foto: Claudia)

Il mio primo incontro con la Stoccolma letteraria avviene leggendo “Uomini che odiano le donne” di Stieg Larsson, edito in Italia da Marsilio. Inizialmente impressionata dalla mole del romanzo, leggendolo mi sono resa conto di quanto fosse scorrevole, accattivante e piacevole.

Mikael Blomkvist è un noto giornalista investigativo, co-direttore della rivista svedese Millenium. Un giorno, il giornalista riceve la chiamata del potente industriale Henrik Vanger: l’uomo ha bisogno di Blomkvist per scoprire che cosa sia successo alla prediletta nipote Harriet, scomparsa nel 1966. Nel giorno dell’anniversario della scomparsa, ogni anno, Vanger riceve un fiore secco incorniciato. Mikael Blomkvist indaga aiutato dall’hacker Lisbeth Salander.

Il successo della saga Millenium, che comprende altri due volumi oltre Uomini che odiano le donne, è stato talmente forte che l’ufficio turistico di Stoccolma e molte guide private hanno iniziato a proporre il Millenium tour, un giro che conduce i visitatori nei luoghi dei romanzi di Stieg Larsson.

Tra i più interessanti, l’abitazione di Mikael Blomkvist al principio di Bellmansgatan, un lussuoso edificio con una vista unica sul canale di Riddarfjaerden e sulla città vecchia Gamla Stan; la redazione della rivista Millenium, all’angolo tra Götgatan e Hökensgata, proprio accanto alla fermata della metropolitana Slussen.

L’incantevole piazza di Mosebacke, con al centro la statua delle Sorelle di Nils Siogren, un luogo dove Lisbeth incontra il suo avvocato Annika, e bevono birra sedute accanto al Södra Teatern.

Tramonto sul Riddarfjaerden e vista su Gamla Stan (foto: Claudia)

*

Sandham, l’isola degli omicidi

Dopo dieci minuti di passeggiata nel bosco, sbucò sulla spiaggia occidentale e davanti a lei si aprì il consueto scenario mozzafiato. Era davvero splendido (…) Nora si sedette su un masso al limitare del bosco per godersi la pace di quel luogo (…) Sprofondò le mani nelle tasche e si incamminò verso est. Se percorreva tutta la costa fino a Trouville e poi tornava verso casa passando per il bosco, ci avrebbe messo all’incirca un’ora. Una passeggiata né troppo lunga né troppo corta [Nel nome di mio padre, Viveca Sten, trad. A. Ferrari, Feltrinelli]

Trouville, isola di Sandhamn (foto: Claudia)

Mi sono innamorata perdutamente dell’isola di Sandhamn leggendo due romanzi gialli di Viveca Sten: “Il corpo che affiora” e “Nel nome di mio padre“. Terminato di leggere il primo libro, ho deciso che sarei andata a visitare l’isola di Sandhamn.

Giunta sull’isola, la sensazione è stata nuovamente quella di essere a casa: grazie alla lettura del primo romanzo della Sten, ogni scorcio mi pareva famigliare e utilizzando una mappa fornita dall’ufficio del turismo ho percorso l’intera isola a caccia dei luoghi dei romanzi.

Nel primo romanzo “Il corpo che affiora” conosciamo i due amici protagonisti, il poliziotto Thomas Andreasson e l’avvocato Nora Linde, alle prese con un rompicapo apparentemente senza soluzione: il cadavere di un uomo, in avazato stato di decomposizione, è stato ritrovato su una delle spiagge dell’isola. Come se non bastasse, a pochi giorni di distanza, altre due persone muoiono e il mistero si fa più fitto. Sarà una casuale scoperta di Nora nel capanno di Villa Brand a fare luce sul mistero.

Kvarnberget, Villa Brand nei romanzi di Viveca Sten (foto: Claudia)

Nel romanzo “Nel nome di mio padre” s’intrecciano passato e presente degli abitanti di Sandhamn, una storia di famiglie rivali e rancori mai sopiti. I luoghi qui sono la foresta di pini, dove i figli di Nora e altri amichetti fanno una macabra scoperta; il centro dell’abitato di Sandhamn, innevato e gelido; la chiesetta sulla roccia e il lontano cimitero sul bordo occidentale dell’isola.

Lasciò di nuovo vagare lo sguardo sui tronchi che lo circondavano, mentre una sensazione di disagio lo invadeva inesorabile. Il bosco gli pareva non finire mai, anche se lui sapeva bene che terminava sull’altro lato dell’isola, poco prima della spiaggia. Ma dal punto in cui si trovava non vedeva nulla [Nel nome di mio padre, Viveca Sten, trad. A. Ferrari, Feltrinelli]

La fitta foresta di pini che ricopre il centro dell’isola (foto: Claudia)

*

Runmarö, la magia delle notti d’estate

Ogni estate ci sono alcune notti – non molte, ma alcune – in cui tutto è perfetto. La luce, il caldo, i profumi, la foschia, il canto degli uccelli… le farfalle. Chi può dormire, allora? Chi vuole? La maggioranza, a quanto pare. A me invece viene da piangere di gioia e mi metto a girovagare per l’isola fino all’alba, sognando e pensando che le notti d’estate sono la nostra risorsa meno sfruttata. Questo pensiero è nuovo, ma i sogni e le passeggiate ci sono state sempre, da che ricordo. [L’arte di collezionare mosche, Fredrik Sjöberg, trad. F. Ferrari, Iperborea]

In viaggio verso Sandhamn, attraverso l’arcipelago di Stoccolma (foto: Claudia)

Forse il mio amore per l’arcipelago di Stoccolma ha radici più lontane, perché prima di leggere i gialli della Sten ho letto “L’arte di collezionare mosche” di Fredrik Sjöberg.

Questo è un libro che sfugge ad ogni classificazione, è impossibile da inserire in un genere letterario, ma per me è stata una lettura gradevole, divertente ed umoristica, mai noiosa o accademica, nemmeno quando Fredrik Sjöberg si lancia sulle disquisizioni a proposito dei suoi amati sirfidi.

Benché Sjöberg divaghi e parli di altri noti scienziati, artisti, scrittori ed esploratori, a me questo libro ha trasmesso soprattutto la voglia di andare a vedere dal vivo l’arcipelago, ammirare i suoi colori e assaporare i suoi profumi.

E ho pensato a Sjöberg quando, di ritorno da Sandhamn in traghetto, sorseggiavo un tè caldo e mangiavo biscotti al burro e cioccolato, mentre ammiravo i magnifici colori del tramonto, quasi alle dieci di sera.

Tramonto alle ore 22.30 sull’arcipelago di Stoccolma (foto: Claudia)

*

Gita ad Uppsala in compagnia di un piastrellista

Veniva preso da una sorta di malinconica tristezza anche solo a passare nelle vicinanze e vedere giovani betulle e cardi crescere fra i binari dove un tempo correvano i vagoncini ribaltabili, riempiti fino all’orlo di pesante argilla dell’Uppland. Perché gli ricordava, in qualche modo vago e generico, un’epoca in cui la sua vita era ancora popolata di gente (…) Ogni cosa era mondo, e nulla in quel mondo gli apparteneva sul serio. Così ebbe inizio il giovedì di Torsten Bergam [Il pomeriggio di un piastrellista, Lars Gustafsson, trad. C. Giorgetti Cima, Iperborea]

Uppsala, Svezia (fonte: Paulius Malinovskis, Attribution 2.0 Generic CC BY 2.0)

Torsten Bergam è un piastrellista di Uppsala, una città a nord di Stoccolma. Torsten è un uomo che vive in compagnia della sua solitudine. Moglie e figlio sono morti, lui si arrangia con qualche lavoretto rigorosamente in nero e si concede giusto qualche goccetto ogni tanto. Torsten non ha amici, ma un conoscente finlandese un giorno gli telefona per chiedergli se ha voglia di sistemare le piastrelle del bagno di un edificio in ristrutturazione di proprietà di un facoltoso committente.

Quello di Torsten sarà un lungo pomeriggio, durante il quale il suo lavoro verrà rimestato dai ricordi che spesso tornano a tormentarlo.

Durante il mio viaggio a Stoccolma non ho avuto la possibilità di andare ad Uppsala, ma l’ho aggiunta al piccolo itinerario letterario perché, dalla immagini che ho visto, mi sembra una cittadina molto gradevole ed è facilmente raggiungibile in giornata dalla capitale svedese.

Nel romanzo di Gustafsson, Uppsala è tratteggiata come una città malinconica, dove la narrazione di concentra su un fabbricato fatiscente in periferia. “Il pomeriggio di un piastrellista” parla di una Svezia differente, quella di persone che hanno problemi con l’alcool e con i soldi, quella gente che vive ai margini, sola, nell’indifferenza della società ed è continua preda dei propri ricordi e malinconie.

La vita era quella che era, e diventava quel che diventava. E nemmeno era possibile tornare indietro e riparare. La miseria dell’esistere [Il pomeriggio di un piastrellista, Lars Gustafsson, trad. C. Giorgetti Cima]

*

La letteratura nordica: uno sguardo d’insieme

La scelta del titolo Miniature deriva del resto dalla loro natura di testi brevi, ma anche dalla circostanza che non sempre trattano le opere centrali di ciascun autore. Tesi piuttosto a cogliere un piccolo particolare nel grande affresco rappresentato dalla produzione di uno scrittore e seguendo spesso una strada tracciata dall’occasione editoriale (…), i brevi testi si aprono all’osservazione di un particolare, di un’opera secondaria, verso un paesaggio più ampio sullo sfondo, l’intera produzione dell’autore e la mappa un tempo incerta, ora sempre più dettagliata, delle letterature nordiche nell’orizzonte del lettore italiano [Miniature. Frammenti di letterature dal Nord, Bruno Berni, Aguaplano]

L’ultimo libro del nostro itinerario letterario svedese è “Miniature. Frammenti di letterature dal Nord” di Bruno Berni, edito da Aguaplano. Nella raccolta di miniature del professor Berni, ritroviamo molti autori e autrici provenienti dal Nord Europa, dagli autori classici a quelli contemporanei, indicativamente attraverso due secoli di letteratura nordica.

Gli spunti per la lettura e l’approfondimento sono tanti, e nel caso della letteratura svedese sono davvero numerosi. Il viaggio attraverso “Miniature. Frammenti di letterature dal Nord” permette di spiccare il volo dalla Groenlandia alla Danimarca, dalla Finlandia all’Islanda. La mia lista di libri da leggere si è allungata notevolmente, dopo aver letto “Miniature”. Sono sicura che, se siete appassionati di Nord Europa come me, si allungherà anche la vostra.

Stoccolma, in tutta la sua meraviglia (foto: Claudia)

*

Questo articolo è stato scritto per il progetto #particongoodbook ideato da Giulia Cuter della redazione GoodBook.it.

Tierno Monénembo | Il re di Kahel

Aveva davvero attraversato il Mediterraneo, veniva davvero dall’Europa? Aveva l’impressione di no, di essere partito direttamente dalla brulicante mangrovia della sua infanzia per quella, reale e splendida, che si dispiegava sotto i suoi occhi. L’Africa, lui aveva voglia di costeggiarla lentamente prima (…) Il mistero di quel paese gli andava dritto al cuore [Il re di Kahel, Tierno Monénembo, trad. G. Fredianelli]

Marsiglia, novembre 1879. Il visconte francese Olivier de Sanderval è figlio di periti chimici e ingegneri, e per mantenere moglie e figli ha lavorato nel settore industriale in fiorente espansione, ma il suo sogno è sempre stato un altro. Sin da bambino, Sanderval sognava di essere un esploratore: a otto anni si era convinto che un giorno sarebbe diventato il sovrano dei selvaggi in qualche luogo remoto e lontano.

Compiuti quarant’anni, Sanderval si imbarca sulla Niger, con direzione Africa occidentale. Sanderval vuole andare nella regione del Fouta-Djalon, un’area dell’Africa occidentale complessa e impenetrabile, che affascina il visconte francese per via del nome e della sua geografia.

L’idea di Sanderval è quella di proporre all’almâmi, il sovrano del Fouta-Djalon, la costruzione di una ferrovia che possa collegare il remoto regno tra le foreste e altopiani con la costa. Francesi, portoghesi e inglesi sono ben presenti nell’Africa occidentale, hanno parecchi interessi e Sanderval si dovrà scontrare anche con loro, oltre ai regnanti locali e all’almâmi.

Sanderval trascorre in Africa molti anni: effettuerà cinque soggiorni nel Fouta-Djalon tra il 1880 e il 1919, anno della sua morte. Torna in Francia per rendere conto delle sue scoperte alla Società Geografica, ma scende di nuovo in Africa perché sente di appartenere a quei luoghi e crede che sia vicino al momento in cui si ritaglierà un regno tutto suo. Si ammala, rischia di restare ucciso, subisce un tentativo di avvelenamento, si innamora di una donna bellissima, si inimica dei regnanti, se ne fa amici altri. Tutto questo, nonostante le immense difficoltà, è per lui la realizzazione di un sogno.

Ma quel paese ora lo conosceva, lo desiderava, ne aveva bisogno: era diventato la sua droga. Capiva la magia delle sue luci e i misteriosi segreti dei suoi boschi. Si inebriava dei suoi odori di fonio e di gelsomino, si stordiva di piacere davanti ai suoi fiumi e alle sue vallate tortuose. I suoi sogni più pazzi si confondevano con i suoi orizzonti luminescenti e le sue cime coperte di azzurro [Il re di Kahel, Tierno Monénembo, trad. G. Fredianelli]

Fouta Djallon

Fouta Djallon (fonte: Wikipedia, Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic)

Il re di Kahel” di Tierno Monénembo (trad. G. Fredianelli, Nuova Editrice Berti, 19€) è un romanzo storico che racconta in modo preciso e corposo la storia del visconte Olivier de Sanderval, avventuriero ed esploratore dell’Africa occidentale.

Il motto di Sanderval era “conoscere piuttosto che combattere“. Il visconte era europeo lungimirante, visionario, perché nell’epoca delle grandi colonizzazioni, si opponeva a colonialismo in senso stretto, preferiva aprire il dialogo con le popolazioni, arrivare in pace nei regni dei sovrani d’Africa e non usare nessun tipo di arma, se non un po’ di dialettica per convertire i sovrani al progresso.

Con la sua capacità di dialogo e la sua infinita pazienza, Sanderval riuscirà a farsi regalare l’altopiano del Kahel e a diventarne simbolicamente il sovrano, sempre e comunque agli ordini del più potente almâmi. Sanderval sarà anche uno dei primi fondatori della città di Conakry, sull’isola di Timbo: Conakry diventerà la capitale della Guinea e la principale città di riferimento.

Allo stesso tempo, grazie a Olivier de Sanderval, i francesci riusciranno ad unire tutti i territori dell’attuale Guinea Conakry: unendo la regione del Fouta-Djalon ai settori precedentemente conquistati, i francesi fonderanno la Guinea nel 1895 e la incorporeranno ai territori dell’Africa Occidentale Francese. Tale resterà fino al 1958 quando la Guinea Conakry voterà per la propria indipendenza al referendum indetto da De Gaulle.

Pur essendo un romanzo storico, “Il re di Kahel” è scritto con uno stile molto scorrevole e piacevole da leggere. Monénembo riesce perfettamente a rendere l’idea dell’epoca storica, degli intrighi legati alla colonizzazione e alle diffoltà quotidiane che i colonizzatori o gli esploratori dovevano sopportare e risolvere.

Tierno Monénembo è nato in Guinea ma sceglie di scrivere il suo romanzo dal punto di vista di un francese, un estraneo, riuscendo a mostrare l’Africa e le sue popolazioni viste dagli occhi di un europeo. Monénembo descrive gli ambienti del Fouta-Djalon e dell’Africa attraverso la meraviglia e il trasporto che percepisce Sanderval, l’europeo che per tutta la vita ha sognato di essere in Africa.

È un romanzo che consiglio a chi è appassionato di storia, a chi è curioso e vuole conoscere la figura del visconte Olivier de Sanderval, e a chi desidera avvicinarsi alla cultura e alle vicende dell’Africa appena prima e durante l’epoca coloniale.

Titolo: Il re di Kahel
L’Autore: Tierno Monénembo
Traduzione dal francese: Gabriele Fredianelli
Editore: Nuova Editrice Berti
Perché leggerlo: per chi desidera avvicinarsi alla cultura e alle vicende dell’Africa appena prima e durante l’epoca coloniale.

(© Riproduzione riservata)

A. Igoni Barrett | L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto

L’ultima volta che abbiamo litigato le avevo appena detto che l’amavo. Lei ha detto “fatti, non parole”, e che se l’amavo sul serio le avrei dato un bambino, non l’avrei mai lasciata in quel modo, neanche per sogno.
“Amore significa che torni anche quando non puoi”.
A quel punto abbiamo litigato. Ho raccattato le mie cose e me ne sono andato [dal racconto Una storia tira e molla a Nairobi, A. Igoni Barrett, trad. M. Martino]

Amore significa che torni anche quando non puoi: in questa frase è contenuto il denominatore comune dei nove, bellissimi racconti di A. Igoni Barrett raccolti ne “L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto“, tradotti da Michele Martino per 66thand2nd editore. L’amore come sentimento è il protagonista dei nove racconti e viene declinato in ogni sua sfaccettatura; nel contempo, per i personaggi creati da A. Igoni Barrett, amore significa tornare sempre, o quasi, anche e soprattutto quando è impossibile.

Un figlio torna dalla madre alcolizzata e tossicodipendente. Una moglie continua a restare con il marito per mantenere l’onore della famiglia, benché sia gelosa dell’affetto che il consorte regala alla figlia. Un uomo innamorato di una bellissima donna ritorna sempre, dopo ogni litigata, nonostante il pessimo carattere di lei.

È sempre la Nigeria – ad eccezione di un racconto ambientato in Kenya, Una storia tira e molla a Nairobi – a far da sfondo alle storie di Igoni Barrett, una nazione descritta in modo sincero e priva di imbarazzo, rappresentata senza mezze misure, con difetti e pregi compresi.

Nei racconti vengono descritti gli ingorghi quotidiani di un traffico caotico e ingestibile; l’estrema povertà contrapposta al lusso sfrenato di chi lavora per il governo nigeriano; parte della recente storia della Nigeria, con i numerosi colpi di stato che si sono susseguiti nel tempo; le discriminazioni tra chi è bianco e chi è nero; la corruzione dei politici e l’abuso di potere da parte dei militari.

Benché si tratti di racconti più o meno brevi, A. Igoni Barrett ha la notevole capacità di descrivere in modo perfetto i protagonisti, evidenziando le caratteristiche positive e negative che li rendono realistici; i suoi personaggi non sono mai solo buoni o solo cattivi: sono esseri umani, persone comuni provenienti da differenti classi sociali, per cui fallibili.

Il tutto è sempre raccontato con un taglio a tratti ironico, a volte commovente o addirittura tragico, utilizzando uno stile semplice e coinvolgente allo stesso tempo, capace di trascinare con estrema facilità il lettore nelle vicende narrate.

Perpetua era confusa. Ciò che vedeva nel visto di Tene non somigliava affatto a quello che si aspettava. Cercava segni tangibili di un’emozione posticcia, ma non riusciva a coglierne nemmeno uno. Voleva gioia, ma trovava solo compassione. Eppure, ragionò, il fatto di non riuscire a vedere quello che aveva immaginato non faceva che confermare che la sua rivale era più scaltra del previsto [dal racconto Godspeed e Perpetua, A. Igoni Barrett, trad. M. Martino]

Lagos, Nigeria (fonte: Wikipedia CC BY 2.0)

L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto” è una raccolta di racconti entusiasmante e piacevole da leggere, dove l’amore, in ogni sua forma, corre tra le polverose strade della Nigeria, sempre pronto a costruire o distruggere speranze e gioie nel cuore degli uomini.

Se siete curiosi, qui potete leggere gli incipit dei nove racconti.

Titolo: L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto
L’Autore: A. Igoni Barrett
Traduzione dall’inglese: Michele Martino
Editore: 66thand2nd
Perché leggerlo: perché si tratta di una raccolta di racconti coinvolgenti e piacevoli da leggere dove il sentimento preponderante è l’amore mostrato in ogni sua declinazione, e allo stesso tempo è un sincero e vivido ritratto della Nigeria di oggi

(© Riproduzione riservata)