Dušan Jelinčič | I fantasmi di Trieste

Già da bambino mi piaceva sognare, ma per poterlo fare devi avere il luogo adatto. La finestra di casa, che dava sul grande giardino della chiesa degli Armeni, era il loggione ideale per i miei sogni infantili. Dal mio podio reale vedevo i tre gradoni del giardino: il più basso era all’altezza del primo piano della casa dove vivevo, e con un balzo ci potevo andare per la via più breve (…); il secondo, con gli alberi da frutto e un pendio di pochi metri che con la pioggia diventava scivoloso, era il più vasto; in quello superiore, invece, c’era il giardino proibito, con le siepi ben curate e la ghiaia del piccolo sagrato che dava sull’entrata della chiesa. Poi c’era la chiesa stessa, che allora mi sembrava enorme con i due campanili gemelli svettanti verso il cielo, e la facciata giallo pallida con la sua finestra centrale slanciata con i vetri scuri [I fantasmi di Trieste, Dušan Jelinčič]

I fantasmi di Trieste” di Dušan Jelinčič (Bottega Errante Edizioni) è una raccolta di racconti che hanno come protagonisti la città di Trieste, alcuni personaggi realmente esistiti, luoghi particolari e i ricordi di Dušan Jelinčič stesso, attraverso una scrittura fluida, sempre briosa e brillante.

Trieste è una città con una storia complessa ma affascinante, una città che pare quasi la porta verso l’Est. “Trieste” scrive Dušan Jelinčič nella postfazione, “è una collana con tante perle, tutte diverse tra loro, ma ognuna col suo fascino sempre nuovo“.

Ci sono tante storie e fantasmi che si aggirano lungo le strette vie di Trieste. C’è il fantasma di Diego de Henriquez, l’uomo che voleva combattere i nuovi fascisti, accumulando ogni sorta di reperto bellico, e cercando i carnefici delle vittime della Risiera San Sabba. Ma proprio a causa di questa ostinazione farà una brutta fine.

C’è il bellissimo racconto sulla chiesa degli Armeni di Trieste, con sottili rimandi al popolo armeno che nel 1915 subì una terribile tragedia per mano turca; Dušan Jelinčič in questo racconto intesse vicende reali, come quella dell’organista Krugy, e personali, come i suoi pomeriggi a sognare guardando il giardino della chiesa degli Armeni.

C’è la storia dell’uomo che si vendicò di un collaborazionista ai tempi dell’occupazione nazista, incontrato per caso sul tram per Opicina; il racconto dove i ricordi di Dušan Jelinčič fluiscono liberamente dopo aver rivisto il campo da calcio dove andava una volta a giocare, ricordi fatti anche insulti da parte dei ragazzini dai cognomi italiani, perché lui, Dušan Jelinčič, è di origini slovene. “Sciavo” è un dispregiativo che usavano gli italiani per riferirsi con cattiveria agli sloveni di Trieste.

Ci sono anche racconti sui matti di Trieste all’indomani della chiusura definitiva dei manicomi, con la legge Basaglia del 1978; e la storia del bagno di Trieste dove uomini e donne sono separati: un romantico retaggio austroungarico. Non può mancare, poi, lo scrittore che elesse Trieste come seconda patria: James Joyce. Il suo fantasma si aggira spesso tra le viuzze della Città Vecchia di Trieste.

Infine, nuovamente il calcio: dai ricordi di una partita combattuta tra nazisti e occupati, ai ricordi di nuovo personali di Dušan Jelinčič quando col primo lavoretto riuscì a guardagnarsi l’ingresso allo stadio.

Le città non sono un’entità atratta, ma sono fatte di persone e palazzi, di strade e ricordi. E questi sono a volte insostenibili. Allora ho voluto dare ai fantasmi astratti dei volti concreti, descrivendo storie e persone reali che hanno fatto, nel bene e nel male, la storia della mia città attraverso le proprie angosce, alcuni esorcizzandole, e altri invece uscendone sconffitti [I fantasmi di Trieste, Dušan Jelinčič]

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Bora sul Molo Audace, Trieste (fonte: Wikipedia)

I fantasmi di Trieste“, come dicevo, è un libro affascinante e coinvolgente, che raccoglie ricordi personali e curiosità legati ad una città. Ogni città ha i suoi incanti e i suoi spettri, e Jelinčič gli ha dato voce con il fine ultimo di omaggiare Trieste.

Oggi Jelinčič vive in una casa sulla collina, nel Carso, dalla quale abbraccia con lo sguardo la città di Trieste. Da questo osservatorio privilegiato, Jelinčič ha intessuto la rete di storie che compone la bella raccolta “I fantasmi di Trieste“, realizzando a tutti gli effetti un’originale mappa della città, un libro piacevole da leggere che permette di sognare ad occhi aperti.

Titolo: I fantasmi di Trieste
L’AutoreDušan Jelinčič
Illustrazioni: Elisabetta Damiani
Editore: Bottega Errante
Perché leggerlo: per compiere un’originale passeggiata a Trieste in compagnia di un bravissimo scrittore capace di dare voce ai fantasmi omaggiando una città.

(© Riproduzione riservata)

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Daniel Vogelmann | Piccola autobiografia di mio padre

Infine tornai a Firenze. Andai subito alla Tipografia Giuntina e fui accolto come un “eroe”: tutti piangevano e mi abbracciavano. Ci fu anche un articoletto di ben tornato sulla Nazione. Ora si trattava di ricominciare a vivere, di risorgere dopo quella morte [Piccola autobiografia di mio padre, Daniel Vogelmann]

Ci sono persone che vivono la Storia in modo più intenso rispetto agli altri. Sono coloro che si ritrovano, vuoi per caso oppure per motivi diversi, impigliati nelle strette maglie delle vicende che caratterizzano un’epoca intera.

Schulim Vogelmann la Storia l’ha vissuta sulla sua pelle e oggi suo figlio Daniel scrive in sua memoria l’autobiografia che Schulim avrebbe voluto scrivere, ma che la vita non gli ha dato l’opportunità di portarla a compimento. Inizia con un treno in corsa, questa storia, mentre la città brucia e la famiglia di Schulim scappa.

Dalla Galizia polacca alla Palestina, peregrinando per l’Europa, Schulim infine raggiunge Firenze e qui inizia a lavorare in una tipografia. A Firenze si sposa con Annetta e la nascita della figlia Sissel, chiamata col nome dell’amata madre prematuramente scomparsa, sembra il raggiungimento della vera felicità.

Purtroppo, quando i fascisti prendono il potere, si inizia a tollerare sempre meno gli ebrei sul suolo italiano, e il 6 febbraio 1944 Schulim Vogelmann, con la sua famiglia, si ritrova a varcare i cancelli di Auschwitz. Il drammatico ritorno in Polonia.

In questo luogo pregno d’orrore e privo di umanità, Schulim perde per sempre la moglie Annetta e l’adorata figlia Sissel. Gli viene tatuato un numero sul braccio, 173484, ma grazie alle sue conoscenze della lingua polacca e del mestiere di tipografo, viene assunto dai nazisti al campo di lavoro di Plaszow, un sobborgo di Cracovia.

A Plaszow conosce Oscar Schlinder che lo mette in salvo assieme a molti altri ebrei. Il rientro a Firenze sarà per Schulim un nuovo inizio, doloroso a causa delle importanti perdite affettive subite, ma necessario per risorgere la morte ad Auschwitz. E sarà una donna, anch’essa segnata dal dolore e dalla perdita, a mostrare a Schulim che il miracolo della vita può sconfiggere la morte e che questo miracolo si può perpetuare in eterno.

Questa, in breve, è stata la mia esistenza su questa terra. Vorrei soltanto aggiungere che la parola che ho ripetuto sempre in tutta la mia vita, soprattutto nelle ore più buie (e anche poco prima di morire), è stata una parola, paradossalmente, araba: maktùb, che vuol dire “era scritto”. Però che non saprò mai se c’è qualcuno che scrive il destino degli uomini o è tutto un caso [Piccola autobiografia di mio padre, Daniel Vogelmann]

Auschwitz (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0 de)

Piccola autobiografia di mio padre” di Daniel Vogelmann, Giuntina, è un libro molto breve, che si legge in fretta ma che contiene fatti e insegnamenti destinati a perdurare nell’animo del lettore.

Scritto in prima persona, è Schulim che ci racconta la sua vita attraverso la penna di Daniel, il figlio che dà voce al padre. In calce, c’è una serie di brevi ma intense poesie che Daniel ha composto per la sorellina Sissel, mai conosciuta.

Piccola autobiografia di mio padre” è un libretto piccolino che Daniel Vogelmann ha inizialmente scritto per le sue nipotine, affinché non dimentichino la storia del loro bisnonno e vengano a conoscenza delle loro origini. Poi, però, la piccola autobiografia è stata date alle stampe: così che tutti possano leggerla e riflettere su cosa accade alle persone che vivono la Storia più intensamente degli altri.

Titolo: Piccola autobiografia di mio padre
L’Autore: Daniel Vogelmann
Editore: Giuntina
Perché leggerlo: perché è una storia destinata a perdurare nell’animo del lettore e apre una serie di riflessioni su cosa accade a chi vive la Storia più intensamente degli altri

(© Riproduzione riservata)

John Steinbeck | Diario russo. Un reportage culturale unico sulla Russia della Guerra Fredda

“Non dovete pensare che noi siamo venuti con idee già favorevoli o sfavorevoli (…) Siamo qui per un servizio giornalistico, se sarà possibile farlo. Intendiamo scrivere e fotografare esattamente quello che vediamo e sentiamo, senza nessun commento editoriale. Se c’è qualcosa che non ci piace, o non comprendiamo, diremo anche quello. Ma siamo venuti per scrivere qualche cosa. Se potremo scrivere ciò per cui siamo venuti, lo scriveremo. Se non potremo, avremo sempre da scrivere qualche cosa a questo proposito” [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

Se c’è un luogo che non esiste più ma che mi interessa in modo sproporzionato, è l’Unione Sovietica. Pertanto, appena mi imbatto in romanzi o, come in questo caso, in reportage degli anni sovietici, inizio a leggere con la mente aperta e la curiosità elevatissima. “Diario russo. Un reportage culturale unico sulla Russia della Guerra Fredda” di John Steinbeck, tradotto da Giorgio Monicelli per Bompiani, ha ampiamente soddisfatto la mia curiosità di lettrice.

All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, com’è noto, Stati Uniti e Unione Sovietica iniziano a guardarsi con notevole circospezione e sospetto; è calata la Cortina di Ferro, prendono a circolare notizie fasulle sull’Unione Sovietica in America, volte a demonizzare i comunisti e il popolo sovietico in generale.

John Steinbeck è uno scrittore americano affermato quando, nel 1947, ottiene i permessi necessari per entrare in Unione Sovietica e intraprendere un viaggio che, una volta compiuto, avrebbe dovuto fornirgli il materiale per un corposo reportage sull’URSS e suoi popoli. Poiché spesso le parole non sono sufficienti, Steinbeck si fa accompagnare dal noto fotografo Robert Capa.

L’idea è semplice: Steinbeck e Capa dovranno entrare in contatto col popolo sovietico, dovranno chiedergli come vivono, cosa mangiano, come si vestono, quali sono le loro idee sull’America, cosa è cambiato – in meglio o in peggio – dopo la guerra. Insomma, cercheranno di comprendere l’animo dei sovietici, anche se fin da principio sanno bene che non tutto sarà comprensibile alle loro mentalità occidentali.

Il viaggio incomincia da Helsinki, dove Steinbeck e Capa atterrano con il volo proveniente dagli Stati Uniti; il trasbordo sul velivolo sovietico è di per sé piuttosto avventuroso, premessa di ciò che i due americani vivranno nei giorni sovietici.

I C-47 sono un po’ malandati, per quel che riguarda arredi e parati, ma i motori sono ben tenuti e i piloti sembrano eccellenti. Hanno un equipaggio un po’ più numeroso dei nostri apparecchi, ma poiché non mettemmo piede in cabina di comando non sappiamo che cosa abbiano da fare (…) Ci sono usanze che sembrano un tantino bizzarre (…) Manca qualsiasi cintura di sicurezza (…) Non si vola di notte (…) Una volta seduti i passeggeri, il bagaglio viene accatastato nella corsia (…) [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

Raggiunta Mosca, il viaggio può iniziare. La burocrazia sovietica è farraginosa, complessa, macchinosa e necessita di innumerevoli passaggi di documenti, timbri, scartoffie che corrono di mano in mano. Ed è molto buffo che sia così complessa, agli occhi di Steinbeck sembra come quando i governi americani o inglesi emettono le leggi, mentre questi ardui passaggi di carte avvengono per esempio per ordinare un piatto al ristorante.

Mosca, capitale della Russia (fonte: Wikipedia)

Mosca è una città ancora ferita dalla guerra appena terminata. Gli abitanti hanno l’aria plumbea, cupa, si mettono in coda pazientemente per comprare generi di prima necessità che spariscono nei negozi quasi subito. Stenbeck e Capa incontrano diplomatici americani a Mosca, visitano i musei che celebrano la Rivoluzione e i suoi personaggi e cercano di farsi un’idea di questi moscoviti depressi e bui.

C’è davvero poca allegria nelle strade e di rado qualcuno sorride (…) C’è una grande serietà per le strade e forse è stato sempre così, non lo sappiamo [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

La seconda tappa del viaggio è molto più allegra: Kiev e le campagne ucraine. Qui Steinbeck e Capa incontrano ucraini molto più sorridenti, gioiosi e curiosi. Se è vero che l’Ucraina è stata, come Mosca, profondamente colpita e distrutta dagli attacchi aerei nazisti, è anche vero che il popolo ucraino ha reagito con molta più positività e, tra un ballo e una festa, benché siano ancora molte le macerie tra le città, si guarda al futuro con occhi colmi di speranza.

Kiev, capitale dell’Ucraina (fonte: Wikipedia)

In mezzo a quella musica lieve, alla luci, di fronte al pacifico scorrere del fiume, i nostri amici ricominciarono a parlare della guerra, come se fosse un pensiero assillante di cui non potevano liberarsene. Parlarono di cose terribili che non riuscivano a dimenticare [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

Terza tappa, Stalingrado. La città sul Volga è stata duramente colpita dalla guerra e l’assedio ha messo a dura prova le sue genti. Ma anche qui, a Stalingrado, i russi hanno due cose in mente: lavoro e ricostruzione. Lavorano tutti faticosamente e in maniera incessabile, mostrando un senso del dovere fuori dal comune.

Il mondo aveva preparato per Stalingrado una falsa medaglia, mentre ciò di cui aveva bisogno era una mezza dozzina di scavatrici [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

La tappa più attesa è la quarta, la visita al Paese che ha dato i natali all’uomo d’acciaio: la Georgia. Nel corso del viaggio attraverso la Russia e l’Ucraina, molti cittadini sovietici decantavano le glorie della Georgia, pertanto sia Steinbeck che Capa hanno aspettative altissime. Aspettative che, nel corso del viaggio tra Tbilisi, Gori e Batumi, verranno ampiamente soddisfatte.

Si parlava del Caucaso e della regione intorno al Mar Nero come di un paradiso in terra. Cominciammo addirittura a credere che la maggior parte dei russi sperasse, vivendo bene e virtuosamente, di finire dopo morti non in cielo, ma in Georgia [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

In Georgia, Steinbeck e Capa vengono trattati con i guanti bianchi. Invitati a vedere le meraviglie di questa terra, il pomposo museo dedicato a Stalin a Gori, le stazioni balneari di elevato prestigio sulla costa nel Mar Nero, le coltivazioni di tè e, dato il culto georgiano per il cibo e il bere, i due americani vengono rimpinzati di ogni sorta di ben di Dio.

Tbilisi – Veduta

Tbilisi, capitale della Georgia (fonte: Wikipedia)

La Georgia non è stata toccata più di tanto dalla guerra, grazie alla sua posizione un po’ defilata, laggiù tra le montagne e il Mar Nero. Non ci sono paesi distrutti, non c’è gente che ha perso tutto, cari e oggetti; qui non ci sono macerie per strada, né visi lugubri o musi lunghi. Il viaggio georgiano degli americani è scandito da brindisi, feste, banchetti e un po’ di cultura.

La Georgia è davvero una terra incantata e quando la lasciate rimane in voi come un sogno. Il suo popolo è un magico popolo. Vive in una delle più belle e più ricche terre del mondo e ne è assolutamente degno Finalmente comprendevamo perché i russi ci avevano sempre detto: “Finché non avrete visto la Georgia, non avrete visto nulla” [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

Il rientro a Mosca è esaltante: la città si sta preparando per le celebrazioni dell’anniversario della sua fondazione e presto ci saranno anche i festeggiamenti per l’anniversario della Rivoluzione. È settembre, inizia a far freddo: sembra quasi che cadano i primi fiocchetti di neve. Gli americani sono felici: Steinbeck ha molto materiale per il suo reportage, un reportage che si presenta coinvolgente, scorrevole e molto accattivante; privo di qualsiasi pregiudizio o giudizio, “Diario russo” è un volume che mostra il popolo sovietico così com’era, senza filtri occidentali e senza aggiunte né censure.

Il popolo sovietico, come scrive Steinbeck, è come tutti gli altri popoli del mondo. E’ indubbia la presenza di qualche individuo meschino e cattivo, ma secondo lo scrittore americano – data la sua esperienza – i sovietici buoni sono la stragrande maggioranza.

Titolo: Diario russo.Un reportage culturale unico sulla Russia della Guerra Fredda
L’Autore: John Steinbeck
Fotografie nel testo: Rober Capa
Traduzione dall’inglese: Giorgio Monicelli
Editore: Bompiani
Perché leggerlo: perché si tratta di uno straordinario affresco dell’Unione Sovietica nel 1947, perché è un viaggio attraverso l’umanità, i paesi, i paesaggi, gli usi e i costumi delle genti sovietiche

(© Riproduzione riservata)

Petros Markaris | La balia

“Maria vive con il fratello minore in un paesino fuori Drama. È originaria del Mar Nero. Da qualche tempo diceva che avrebbe voluto vedere per l’ultima volta la Città (…) Maria è molto in là con gli anni. Se non ha novanta, poco ci manca. Di sicuro ha un fisico molto resistente ma, insomma, un viaggio come questo sarebbe faticoso per una donna della sua età. Ho cercato di dissuaderla, ma non c’è stato niente da fare (…) È partita in pullman da Salonicco. Ma da allora se ne sono perse le tracce (…)” [La balia, Petros Markaris, trad. A. Di Gregorio]

Il commissario Kostas Charitos è ad Istanbul, con la moglie Adriana, con un gruppo di greci. Per i greci, soprattutto quelli chiamati romèi, ovvero nati ad Istanbul e poi migrati in Grecia, la megalopoli turca è ancora chiamata Costantinopoli, oppure la Città. Nel gruppo di greci in visita ci sono persone originarie della Città, come la signora Mouràtoglou, la donna che meglio conosce Istanbul e dispensa curiosità a non finire ai partecipanti della gita.

Charitos e Adriana sono giunti nella Città per cercare di dimenticare un grosso torto subito da parte della figlia Caterina: la ragazza, avvocato di successo, si è sposata civilmente, dando ai genitori – soprattutto alla madre, devota ortodossa – un grande dispiacere.

La Città, con le sue meraviglie da mille e una notte, si dipana sotto gli occhi del gruppo dei greci estasiati. Se Adriana, per sbollire la rabbia, compra oggetti a non finire, Charitos non può fare a meno di avviare paragoni tra la sua Atene e Costantinopoli.

All’improvviso capisco qual è la differenza tra Atene e la Città. Ad Atene le cose da vedere sono meno di quelle da evitare. L’Acropoli, le colonne di Dioniso Olimpo, il Ceramico, mettici pure Sunio, anche se è un po’ fuori mano. Tutto il resto è sepolto (…) Invece a Costantinopoli ogni cosa è esposta alla vista generale, come se chi fosse passato di qua avesse abbandonato tutto in fretta e furia, poi fossero sopraggiunti altri e anche loro avessero abbandonato ogni cosa com’era e per fortuna poi a nessuno fosse venuto in mente di fare ordine. Esci da Santa Sofia e ti inoltri in quartieri pieni di costruzioni poverissime (…) La Moschea Blu è circondata di alberghi hollywoodiani, ma poi entri nel palazzo del Topkapi e ti senti piccolo come Alì Pascia davanti alla Sublime Porta (…) Ti soffermi sulla riva del Corno d’Oro, e tra le case mezzo diroccate il tuo sguardo cade sulla Torre veneziana di Galata (…) Ad Atene, dovunque si affondi una vanga si troverà un resto archeologico. Qui, se affondi una vanga rischi di buttar giù mezza Città [La balia, Petros Markaris, trad. A. Di Gregorio]

Vecchia scuola greca a Fener (fonte: Flickr Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

Dopo un’intensa giornata di visita nel quartiere di Sultanahmet, il gruppo di Charitos viene invitato a mangiare in una tipica taverna greca nel quartiere di Pera; qui, uno scrittore di origini greche, sentendo parlare la sua lingua, interrompe i discorsi del gruppo e chiede se, per caso, tra loro ci sia una certa Maria Hambou. Maria è una donna anziana, sui novant’anni, era stata la sua balia e aveva manifestato l’intenzione di ritornare nella Città per vederla ancora una volta. Ma nel gruppo di Charitos non c’è nessuna Maria.

Qualche giorno dopo, giunge la notizia di una tragica morte a Drama, il paese greco dove Maria viveva. L’anziano fratello della donna è stato trovato morto, avvelenato, mentre di Maria nessuna traccia. Il mistero si infittisce quando, sebbene non si sappia dove sia Maria, una donna di origini greche viene trovata morta avvelenata nel quartiere di Fener, lo storico quartiere romèo.

Charitos si vede affiancare un poliziotto turco, Murat, per condurre le indagini legate agli omicidi e alla scomparsa di Maria. Gli eventi sono collegati? Per scoprirlo, i due dovranno mettere da parte le naturali diffidenze tra greci e turchi, anche se verrà rispolverata una dolorosa storia, il probabile movente degli omicidi. Una vicenda che affonda le sue origini nelle ingiustizie che la minoranza greca ha dovuto subire in Turchia.

La fotografia mostra un vecchio piroscafo dalla ciminiera altissima. È ormeggiato in un porto, e intorno alla poppa è circondato di barche in attesa. Il mare è calmo e, sulla spiaggia, sul fondo, si vedono le case della costa. Dietro la nave si estende una collina coperta di pini (…) Deve trattarsi della nave che ha portato la famiglia di Maria dal Ponto alla Città, dal Mar Nero a Istanbul, penso. Per tutti questi anni si è portata con sé la fotografia e ora l’ha data a Emine, perché sa che la fine si avvicina. Ma dov’è questo porto del Ponto? [La balia, Petros Markaris, trad. A. Di Gregorio]

Moschea Blu, Sultanahmet (fonte: Flickr Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

La balia” di Petro Markaris, tradotto da Andrea Di Gregorio per Bompiani, è un romanzo afferente al genere giallo coinvolgente e molto gradevole. In questo romanzo ci sono tutte le caratteristiche del genere: una serie di crimini, un probabile colpevole, un mistero di risolvere e, in questo caro, due investigatori che inizialmente si osteggiano un po’ a causa delle loro diverse orgini, turche e greche.

In realtà, il giallo in sé è semplice da risolvere e il movente è uno dei più classici in assoluto: la vendetta. E allora perché promuovo a pieni voti questo intenso romanzo? Ho apprezzato “La balia” per diversi motivi: lo stile ironico e accattivante della scrittura di Markaris; il carattere un po’ burbero ma solo in apparenza del commissario Kostas Charitos; le descrizioni stupende della Città e della storia della comunità romèa di Istanbul.

Petros Markaris è nato a Istanbul, per cui ha certamente a cuore la Città e la minoranza greca; questi sentimenti emergono nel romanzo che, sebbene sia impostato come un giallo, parla molto della comunità romèa e trattandosi per me di una nuova scoperta, ho dato immediatamente più peso a questo aspetto, anziché al giallo in sé.

In epoca bizantina erano molti i greci, definiti romèi, che vivevano a Costantinopoli; con la sua caduta e l’avvento degli Ottomani, i greci si spostarono nel quartiere di Fener. Nel 1921, però, i turchi fecero di tutto per mandar via i cittadini di lingua greca, tanto che nel 1923 iniziarono le migrazioni forzate di massa. Nel 1955 ci fu un pogrom contro i romèi voluto dall’allora dittatore turco e infine, con l’inasprisi della crisi di Cipro, nel 1964 la comunità romèa fu nuovamente colpita in modo pesante. Oggi i cittadini di lingua greca a Istanbul sono pochi e quasi tutti vivono nel quartiere di Fener.

È attorno a questi dolorosi fatti che Markaris compone il suo romanzo. E regala ai lettori descrizioni della Città intense e vive: da Sultanahmet con i suoi monumenti di importanza mondiale, ai quartieri di Fener e Balat, dai colori e profumi del Kapalıçarşı – dove Adriana compra l’impossibile pur non riuscendo nell’arte della contrattazione – ai quartieri asiatici raggiungibili grazie ai traghetti sul Bosforo, fino alle stupende descrizioni dei tramonti sul Corno d’Oro.

Un romanzo consigliato a chi ama il genere giallo e le ambientazioni dal sapore orientale; per chi vuole conoscere la storia dei cittadini di lingua greca che abitano in Turchia, una storia forse poco nota ma molto affascinante, e chi vuole scoprire una Istanbul molto lontana dalle classiche rotte turistiche.

Titolo: La balia
L’Autore: Petros Markaris
Traduzione dal greco: Andrea Di Gregorio
Editore: Bompiani
Perché leggerlo: perché il giallo è basato sulla storia della minoranza greca in Turchia e perché la scrittura di Markaris conduce il lettore alla scoperta delle culture e dei popoli che si affacciano sul Mar Egeo

(© Riproduzione riservata)

Isaac Bashevis Singer | Nemici. Una storia d’amore

Lui intanto rifletteva su come fosse fantastico essere in America, in un paese libero, senza la paura dei nazisti, della polizia segreta russa, delle guardie di confine, degli informatori. Non aveva nemmeno portato con sé la carta di identità. Negli Stati Uniti non chiedevano i documenti a nessuno. Però non riusciva a dimenticare che in una strada tra Mermaid e Neptune Avenue Jadwiga lo stava aspettando (…) Quelle donne avevano diritti legittimi su di lui, non se ne sarebbe mai liberato [Nemici. Una storia d’amore, Isaac B. Singer, trad. M. Morpurgo]

Coney Island, anni Quaranta. Herman si sveglia nel suo asettico appartamento newyorkese, la sua seconda moglie Jadwiga lo attende in cucina con la colazione pronta e la tavola apparecchiata. Herman è un ebreo polacco, scampato ai nazisti proprio grazie a Jadwiga, la contadina polacca che lo ha tenuto nascosto nel fienile dei suoi padroni per tre lunghi anni.

Herman, una volta terminata la guerra, ha immediatamente fatto richiesta per entrare in America, il grande paese che ai suoi occhi da profugo polacco appariva come il migliore al mondo. Tamara, la prima moglie di Herman, è morta in un campo di concentramento, assieme ai loro due figli piccoli. Così, Herman ha deciso di ricominciare dall’America, riprendere tutto daccapo, compreso un nuovo matrimonio, con la donna polacca che lo ha salvato dalla furia dei nazisti.

Ma Herman, mentre era in Germania in attesa di imbarcarsi sul piroscafo che avrebbe portato lui e la nuova consorte in America, conosce Masha. Masha è una donna volitiva, capricciosa, ma tosta: è sopravvissuta ai campi di lavoro nazisti e anche lei ha tutte le migliori intenzioni per ricominciare da zero negli Stati Uniti.

Herman perde la testa per Masha, che diventa la sua amante. In America, Herman trova uno squallido lavoro presso un avido rabbino: Herman è il suo ghostwriter, ma per fare la spola tra Coney Islanda, dove vive, e il Bronx, dove vive la sua amante Masha, Herman spiega alla moglie Jadwiga che vende anche i libri del rabbino in giro per la costa orientale.

Così, Herman inizia la sua doppia vita, un’esistenza costellata di continue menzogne alla moglie Jadwiga e dei capricci di Masha, che si dimostra una donna prepotente, gelosa e volubile.

Mentre Herman si districa tra bugie e verità, tra lunghi viaggi tra Coney Island e il Bronx, tra le sgridate del rabbino e le scenate di Masha, un giorno riceve una telefonata da un lontano parente. C’è un’importante novità per Herman: la donna che lui credeva morta, la prima moglie ebrea Tamara, pare che sia viva e sembra proprio che sia a New York.

Nella tristezza si consuma la mia vita e i miei anni tra i sospiri, vien meno per mia colpa la mia forza e si consumano le mie ossa. Sono diventato un obbrobrio per tutti i miei nemici, una cosa spregevole per i miei vicini, e il terrore dei miei conoscenti [Nemici. Una storia d’amore, Isaac B. Singer, trad. M. Morpurgo]

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Skyline di New York (fonte: Wikipedia)

Nemici. Una storia d’amore” di Isaac Bashevis Singer (trad. M. Morpurgo, Adelphi) è il primo romanzo del premio Nobel per la Letteratura Isaac B. Singer che ho il piacere di leggere. Ciò che più di ogni altra cosa mi ha colpita, della penna di Isaac B. Singer, è la capacità di condurre il lettore nel cuore della storia. Qui, in questo romanzo, non si tratta solo di leggere belle descrizioni di luoghi o persone: in “Nemici. Una storia d’amore” si ha la vera sensazione di vivere la storia, perché essendo narrato in terza persona Singer illustra ed esprime in estremo dettaglio i pensieri, le paure, le gioie e le delusioni di tutti i suoi personaggi.

Ho apprezzato i numerosi rimandi alla cultura ebraica, presenti sottoforma di festività, prescrizioni sulla dieta e sulla vita quoditiana; al fondo del libro si trova un glossario molto interessante per approfondire o lasciarsi incuriosire dalla cultura ebraica, che è particolarmente complessa ma molto affascinante.

Ho amato parecchio le riflessioni su ciò che ha colpito e cambiato in modo irreparabile i protagonisti: la Seconda Guerra Mondiale e le sue dirette conseguenze, primo su tutti l’Olocausto, la morte di milioni di persone innocenti. E spesso i protagonisti riflettono sulla condizione di sopravvissutto e sulla vergogna di avercela fatta mentre parenti, amici e conoscenti sono spirati dopo numerosi stenti nei campi o durante le lunghe marce della morte.

Ognuno di loro ha incubi e preoccupazioni, ma le menti sono occupate sempre dai nazisti. Per Herman, i nazisti sono coloro che lo hanno costretto a vivere per tre anni nascosto in un fienile; per Jadwiga, cristiana al momento della Guerra, i nazisti sono stati coloro che le hanno fatto rischiare la vita quotidianamente per tenere nascosto Herman, l’ebreo. Per Masha i nazisti e i russi solo coloro che le hanno fatto vivere l’orrore dei campi di concentramento e di lavoro; per Tamana i nazisti sono coloro che le hanno ucciso i figlioletti davanti ai suoi occhi.

Mi è piaciuto leggere come i profughi polacchi, nella persone di Herman, Jadwiga, Masha e Tamara, hanno reagito all’arrivo in America. Herman continua a vedere nazisti ovunque, li sogna e li teme come se non fosse mai uscito dalla Polonia; Jadwiga si rifiuta di imparare l’inglese, ma vuole avvicinarsi alla cultura ebraica; Masha lavora in una tavola calda, vorrebbe lasciarsi alle spalle l’orrore ma non riesce, perché ciò che ha vissuto non è possibile che venga dimenticato; infine Tamara, la donna che in Polonia ha lasciato tutta la sua vita, i suoi figli, e per lei l’America è un posto come un altro.

Ciò che ho apprezzato meno, invece, è a tratti la lentezza della storia e i momenti in cui sembrava che, pagine dopo pagine, gli eventi si ripetessero nello stesso modo e che le vicende non procedessero. Le menzone di Herman si ripetevano spesso; talvolta i capricci di Masha erano davvero esagerati; ho provato pena per Jadwiga, la seconda moglie tradita e trattata come un’idiota da Herman. Herman stesso in certi punti mi ha irritato con la sua incapacità di prendere in mano la situazione e di decidere cosa fare per sistemare i guai originatisi a causa delle sue bugie.

Nel complesso lo giudico un buon romanzo, in particolare per l’approfondimento sulla condizione di profughi europei in America, sulla cultura ebraica e sulle riflessione storiche sulla Shoah.

Titolo: Nemici. Una storia d’amore
Autore: Isaac Bashevis Singer
Traduzione dall’inglese: Marina Morpurgo
Editore: Adelphi
Perché leggerlo: è un buon romanzo, in particolare per l’approfondimento sulla condizione di profughi europei in America, sulla cultura ebraica e sulle riflessione storiche sulla Shoah

 

Sabahattin Ali | Madonna col cappotto di pelliccia

Solo che io, dopo quello che avevo vissuto, non sarei più potuto ripiombare nel torpore di un tempo. Desideravo viaggiare in lungo e largo, incontrare persone che parlavano la mia lingua o idiomi a me sconosciuti e, ovunque sarei andato, negli occhi di tutte le donne che avrei incontrato, avrei cercato Maria Puder, la Madonna col cappotto di pelliccia. Fino all’ultimo respiro [Madonna col cappotto di pelliccia, Sabahattin Ali, trad. B. La Rosa Salim]

Ankara, anni Trenta. Un giovane ragazzo turco perde il lavoro all’improvviso e un suo conoscente gli offre un nuovo impiego nella sua azienda. Il ragazzo si trova a dividere l’ufficio con un certo Raif Effendi, un uomo maturo piuttosto silenzioso e misterioso.

Raif Effendi è un traduttore: traduce da e verso il tedesco perché nel precedente decennio era stato per lungo tempo a Berlino, in Germania. L’uomo è schivo e timido, i colleghi lo trattano con sufficienza e spesso gli attribuiscono colpe che lui non ha commesso; eppure, Raif Effendi subisce tali angherie senza mai ribellarsi.

Un giorno, il giovane ragazzo si ritrova a casa di Raif Effendi per consegnargli un’urgente lavoro di traduzione. Raif Effendi è costretto a letto, malato, e il giovane scopre che anche in casa l’uomo viene trattato molto male dai suoi parenti.

Quando la salute di Raif Effendi peggiora, l’uomo suggerisce al giovane ragazzo di leggere il suo diario perché nel piccolo taccuino sono riassunti gli anni trascorsi a Berlino. Raif Effendi, attraverso i suoi scritti, racconta con bruciante passione l’incontro con un dipinto, ad una mostra nella capitale tedesca: “Madonna col cappotto di pelliccia” è un magnetico autoritratto che per settimane entra nella mente del giovane Raif Effendi e non ne esce più.

Finché, una sera in un parco poco illuminato di Berlino, Raif Effendi incontra la donna dipinta nel quadro: è Maria Puder, la pittrice cabarettista che ha immortalato se stessa ne “Madonna col cappotto di pelliccia“. Inizia una travolgente storia d’amicizia e di passione tra i due giovani, un’amore sconfinato e travolgente che cambierà per sempre la vita di Raif Effendi.

Non ricordavo di essere mai stato così felice in tutta la mia vita, non mi ero mai sentito tanto appagato. Come poteva una persona, quasi senza fare niente, arrecare una tale felicità a un’altra? Solo con un sorriso amichevole, pulito… E io in quel momento non desideravo altro. Ero l’uomo più ricco del mondo. [Madonna col cappotto di pelliccia, Sabahattin Ali, trad. B. La Rosa Salim]

Ibrahim Calli, pittore turco (fonte: Wikipedia)

Madonna col cappotto di pelliccia” di Sabahattin Ali ritorna in libreria con la nuova traduzione di Barbara La Rosa Salim per Fazi editore. Fu pubblicato per la prima volta in Turchia nel 1942, sei anni prima che Ali venisse ucciso sul confine tra Turchia e Bulgaria, durante la sua fuga verso l’Europa, ed è stato di recente “riscoperto” dai giovani turchi, i quali si sono sentiti riflessi in Ali che fu dissidente del governo della sua epoca.

Si tratta di un romanzo denso d’amore, ricordi e sentimenti che travolgono i protagonisti proprio come la bufera infernale dei lussuriosi dell’Inferno di Dante; tra Raif Effendi e Maria Puder, ebrea tedesca ma originaria di Praga, l’incontro a Berlino è l’inizio di una nuova vita, il punto di principio di un’esistenza da percorrere assieme. Purtroppo, il destino ha in serbo per loro spiacevoli sorprese. Così, proprio come un fragile cristallo, all’improvviso tutto va in pezzi.

Tutti gli incontri e i legami sono una mera illusione. Le persone possono conoscersi fino a un certo punto, possono costruirsi degli alibi, ma poi, un bel giorno, si rendono conto degli errori commessi e, in preda alla disperazione, lasciano tutto e scappano. Questo non accadrebbe, se solo la smettessero di credere nei sogni e si accontentassero di ciò che è raggiungibile [Madonna col cappotto di pelliccia, Sabahattin Ali, trad. B. La Rosa Salim]

Madonna col cappotto di pelliccia” non è solo il racconto dell’amore tra Raif Effendi e Maria Puder; contiene anche una riflessione molto profonda e intensa sull’amore in generale, sulle diverse culture, sull’amicizia e sul destino che travolge ognuno di noi, nel bene o nel male.

Profondo e intenso, il romanzo di Sabahattin Ali è narrato in modo fluido, armonico e scorrevole. È un romanzo bello da leggere, la penna di Ali è delicata come il tocco di un pittore sulla tela; un romanzo che per me è stata una piacevole scoperta.

Le nostre emozioni, le nostre delusioni, i nostri attacchi d’ira sono generati sempre dagli aspetti fortuiti e impenetrabili degli eventi che accadono. È possibile scuotere un uomo che è pronto a tutto e che sa perfettamente cosa aspettarsi e da chi? [Madonna col cappotto di pelliccia, Sabahattin Ali, trad. B. La Rosa Salim]

Titolo: Madonna col cappotto di pelliccia
L’Autore: Sabahattin Ali
Traduzione dal turco: Barbara La Rosa Salim
Editore: Fazi editore
Perché leggerlo: perché è un romanzo gradevole, delicato e sensibile, benché tratti di brucianti passioni e drammatici destini

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Elias Canetti | Le voci di Marrakech

Davvero in quel momento mi sembrò di essere altrove, di aver raggiunto la meta del mio viaggio. Da lì non volevo più andarmene, ci ero già stato centinaia di anni prima, ma lo avevo dimenticato, ed ecco che tutto ritornava in me. Trovavo nella piazza l’ostentazione della densità, del calore della vita che sento in me stesso. Mentre mi trovavo lì, io ero quella piazza. Credo di essere sempre quella piazza [dal racconto Visita nella Mellah, E. Canetti, trad. B. Nacci]

Le voci di Marrakech” di Elias Canetti (trad. B. Nacci, Adelphi) porta come sottotitolo “Note di viaggio” pur apparendo a prima vista un’antologia di racconti; sono tra loro collegati, i racconti di questa raccolta, e si trattano a tutti gli effetti di appunti e riflessioni riguardanti il viaggio che compì Canetti nel 1954 in Marocco.

Negli scritti di Canetti rivive l’anima più intima del Marocco, un luogo lontano e diverso da quello di provenienza dello scrittore. Attraverso le vicende di ciechi, cammellieri, donne velate misteriose, commercianti, mendicanti, impostori ed ebrei, Canetti porta il lettore nel cuore della città di Marrakech, descritta utilizzando parole a tratti poetiche e a tratti crude.

C’è aroma nei suk, e freschezza, e varietà di colori. L’odore, che è sempre piacevole, cambia a poco a poco secondo la natura delle merci. Non esistono nomi, né insegne, e neppure vetrine. Tutto ciò che si vende è in esposizione. Non si mai quanto costeranno gli oggetti, né essi hanno infilzati i cartellini dei prezzi, né i prezzi sono fissi [dal racconto I suk, E. Canetti, trad. B. Nacci]

Le mura, autore Nouaman Bentaj (fonte: Flickr, Dominio pubblico)

Sullo sfondo della confusionaria e affascinante città compaiono ora personaggi assillanti, ora cantastorie e ora scrivani. È un affresco corposo e interessante quello tratteggiato da Canetti a proposito della Marrakech degli anni ’50, forse non molto diverso da come si presenterebbe oggi agli occhi del viaggiatore. Canetti cammina lungo le vie, per le strade, appuntando mentalmente ciò che poi vorrà imprimere su carta.

Quando si viaggia si prende tutto come viene, lo sdegno rimane a casa. Si osserva, si ascolta, ci si entusiasma per le cose più atroci solo perché sono nuove. I buoni viaggiatori sono gente senza cuore [dal racconto Le grida dei ciechi, E. Canetti, trad. B. Nacci]

Le voci di Marrakech” di Elias Canetti è l’ideale guida sentimentale per percorrere – mentalmente o realmente – le strette e confuse vie della città marocchina che, in questi brevi racconti e voci, è l’assoluta protagonista.

Marrakech, autore Carlos (fonte: Flickr, Dominio pubblico)

Titolo: Le voci di Marrakech
L’Autore: Elias Canetti
Traduzione: Bruno Nacci
Editore: Adelphi
Perché leggerlo: per sognare il Marocco, con il suo fascino e le sue contraddizioni

(© Riproduzione riservata)

Le migliori letture del 2018: la mia personale classifica

Fine anno, tempo di bilanci. A fine anno trovo piacevole guardarmi indietro e ripercorrere i passi compiuti; riguardo alle mie due passioni, le letture e i viaggi, mi ritengo decisamente soddisfatta.

Quest’anno ho letto una decina di libri in meno rispetto al 2017 e non ho recensito tutti i volumi letti, soprattutto quei testi che a mio avviso non meritavano che io perdessi tempo a scriverci qualcosa. È chiaro che leggendo parecchi libri accade di incappare in letture noiose o mediocri, ma per fortuna nel mio caso sono in numero maggiore le letture piacevoli.

Procedono i progetti di lettura sul Nord Europa e dell’Est Europa; come avrete notato, la letteratura europea è sempre la mia preferita poiché, come dico spesso, talvolta mi sento più europea che italiana; ho scoperto nuovi Autori e Autrici molto interessanti, alcuni li terrò d’occhio e appena torneranno in libreria correrò ad acquistare i loro volumi; ho continuato a seguire le mie case editrici preferite, che vedrete ben rappresentate nelle migliori letture del 2018.

Bando alle ciance, vi presento le migliori letture del 2018!

Le migliori letture del 2018 in posa per voi!

I MIGLIORI ROMANZI

Patria” di Fernando Aramburu (trad. B. Berni, Guanda). Se dovessi indicarvi un solo libro eccezionale per l’anno appena trascorso, non potrebbe che essere “Patria” di Fernando Aramburu; si tratta di un romanzo splendido che a distanza di mesi dalla lettura continua a richieggiarmi nell’anima, il segno che ho letto grande letteratura. E poi, mi è venuta voglia di visitare Euskadi, San Sebastian in particolare, ma questa è un’altra storia.

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Resto qui” di Marco Balzano (Einaudi). È il secondo romanzo di Balzano che leggo, e “Resto qui” mi ha proprio conquistata. Forse l’ho letto troppo velocemente, ma è uno di quei libri che non si riesce proprio a mettere giù. È la storia di chi, seppur modesto e povero, ha cercato di opporre resistenza agli invasori. Quando sono arrivata a Curon Venosta, ho visto il lago di Resia con il suo campanile che sorge dalle acque l’emozione è stata davvero forte.

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La manutenzione dei sensi” di Franco Faggiani (Fazi editore). Tra le belle montagne del Piemonte, a due passi con la Francia, si svolge la storia tra un padre e un figlio adottivo affetto dalla Sindrome di Asperger. Questo breve romanzo è denso, toccante e tenero, un altro di quelli che hanno lasciato il segno dentro di me per la loro semplicità e allo stesso tempo per la loro capacità di toccare le corde più interne dell’anima. Il fatto che io ami l’alta Val di Susa direi che ha fatto il resto per rendere indimendicabile questo libro.

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Cucinare un orso” di Mikael Niemi (trad. A. Albertari e A. Scali, Iperborea). Un romanzo giallo – ma non solo – ambientato nel profondo Nord della Lapponia svedese, al confine con Norvegia e Finlandia; un pastore di anime investigatore come protagonista principale, amante delle scienze naturali e del ragionamento, e un disgraziato sami come spalla. Aggiungiamo una buona dose di ironia e poesia nordica e il romanzo perfetto è servito. Come immaginerete, tempo un paio di pagine e mi sono ritrovata a sognare la contea del Norrbotten.

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L’ultimo amore di Baba Dunja” di Alina Bronsky, (trad. S. Forti, Keller editore). Ho deciso di leggere questo breve romanzo per due motivi: la bella copertina, piccola opera d’arte, e per l’ambientazione, l’Ucraina. Baba Dunja è una donna anziana, forte e rude, ma che sa essere tenera e pratica all’occorrenza. Vive nei territori contaminati dall’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl’, ma intanto di qualcosa dovrà pur morire, no? Sono stata conquistata da Baba Dunja, dai suoi vicini e dal telefono stregato sin dalle prime pagine. E sì, è ovvio che mi son messa a sognare l’Ucraina.

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I MIGLIORI LIBRI DI VIAGGIO

Sovietistan. Un viaggio in Asia Centrale” di Erika Fatland (trad. E. Kampamann, Marsilio). Leggere tutto d’un fiato un reportage corposo come quello dell’antropologa norvegese Erika Fatland è possibile solo se si è davvero appassionati alla storia dell’ex-Unione Sovietica e alle regioni dell’Asia Centrale. Nel mio caso, che sono inconsciamente attratta da queste aree remote e affascinanti, “Sovietistan” ha rappresentato una lettura illuminante, intelligente e molto, molto interessante.

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Arabia felix” diThorkild Hansen (trad. D. Unfer, Iperborea). Nel 1761 dal porto di Copenaghen parte una nave da guerra, la Grønland, con cinque emeriti scienziati a bordo. La loro missione è di scoprire perché lo Yemen è un paese felice. Il viaggio durerà anni e attraverserà innumerevoli paesi; si raccoglieranno informazioni interessanti, sulla flora e la fauna delle regioni percorse, e si cercherà di raggiungere lo Yemen valicando l’impervio deserto che collega la penisola del Sinai con l’Arabia. “Arabia felix” è un libro che parte in sordina ma crescendo in modo verticoso mi ha totalmente catturata. Racconta di un viaggio pericoloso, conturbante, a tratti drammatico, ma cosa avrei dato per salire sulla Grønland se a quell’epoca ci fossi stata anche io…!

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I MIGLIORI LIBRI DI SAGGISTICA E STORIA EUROPEA

1947” di Elisabeth Åsbrink (trad. A. Borini, Iperborea). La scrittura Åsbrink ha un dono incredibile: permette al lettore di fare un viaggio nel tempo. La scrittrice svedese prende un anno, il 1947, e lo seziona, mese per mese, raccontando ai lettori gli eventi e i personaggi cruciali. Nel 1947 sono accadute molte cose e ognuna di esse, tra quelle scelte dalla Åsbrink, ha avuto e ha una ricaduta sul nostro presente. “1947” è un vorticoso giro del mondo, leggere questo saggio storico, perfettamente scorrevole e piacevole, è come salire su una di quelle giostre che ruotano a folle velocità e una volta scesi, inevitabilmente, non potrete più essere gli stessi.

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Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa” di Martin Pollack (trad. M. Maggioni, Keller editore). Amo l’Europa, la amo nonostante le contraddizioni, le incoerenze, le difficoltà nel gestire le crisi che inevitabilmente ci piomberanno addosso nei prossimi anni. Amando l’Europa ho letto con trasporto ed emozione “Paesaggi contaminati” di Martin Pollack perché il bravissimo autore austriaco racconta le pagine più buie e crude della storia del mio amato continente: pagine intrise del sangue degli innocenti che nel corso del Novecento sono stati massacrati nel silenzio e oggi paiono caduti nell’oblio.

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Un album di storie” di Andonis Gheorghìu (trad. V. Gilardi, Stilo editrice). Se non avessi letto questo libro prima di partire per Cipro, è probabile che io non avrei poi amato così tanto Cipro. Gheorghìu è un giornalista cipriota che vive a Limassol e in questo libro sceglie di raccontare la sua isola attraverso le voci delle persone, i ricordi, i racconti, i ritagli di giornale, le immagini fotografiche, le lettere, i tiletti, i manifesti pubblicitari e gli oggetti. Ne viene fuori un ritratto sublime dell’isola di Cipro, un’isola divisa che solo quarant’anni fa ha conosciuto una guerra sanguinosa e violenta. Se ho amato così tanto Cipro, se a Nicosia mi sono emozionata così tanto, è anche e soprattutto merito di Andonsi Gheorghìu.

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BONUS: UN ATLANTE

Atlante delle frontiere. Muri, conflitti, migrazioni” di B. Tertrais e D. Papin (trad. M. Aime, add editore). Sono troppo giovane per ricordarmi il Muro di Berlino, ero molto piccola quando la notte del 9 novembre del 1989, a colpi di mazza e scalpello, con l’ausilio di ruspe e di draghe, veniva abbattuto quell’odioso simbolo della divisione tra Ovest ed Est. Quest’estate ho però avuto l’occasione di attraversarlo, un muro, fatto di cancellate, barricate provvisiorie, filo spinato arrugginito e bidoni di metallo; ho attraversato a piedi il confine tra la Repubblica di Cipro e Cipro del Nord, a piedi, tra Nicosia Sud e Nicosia Nord. Un giorno – mi auguro – che questo muro crollerà, e che le “due” Cipro verranno riunite. Purtroppo, quello di Nicosia non è l’unico muro al mondo e se vi capiterà di leggere – e ve lo consiglio – questo bellissimo “Atlante delle frontiere” capirete e scoprirete molte cose.

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Bene, la classifica delle mie migliori letture del 2018 si ferma qui. Ora tocca a voi: qual è o quali sono le vostre migliori letture dell’anno?

Letture in giro per l’Europa: cinque libri che ho portato con me

Un viaggio inizia sempre con un libro. Grazie alla lettura ho scoperto informazioni preziose sui luoghi che avrei visitato, dettagli e storie che diversamente non avrei trovato nelle guide turistiche; su quest’ultime si trovano notizie importanti legate alla logistica, alla valuta corrente, ai cibi tipici, ai monumenti più famosi, agli eventi o alle sagre, al clima e magari qualche formula di cortesia.

Le guide turistiche sono impersonali e ciò che a loro manca lo forniscono i libri: le emozioni. Per questo, se ne ho l’occasione, prima di partire per un viaggio leggo un romanzo, una raccolta di racconti, un diario o un saggio sul luogo che mi accingo a visitare.

C’è un libro in particolare, uno dei migliori letti nel 2018, che mi ha raccontato l’isola che avrei visitato con tale trasporto ed emozione che, una volta raggiunta, non ho potuto che constatare che avevo iniziato ad affezionarmici prima di partire, quando il viaggio era solo un sogno lontano.

È questo l’insegnamento più prezioso di quest’anno, la sublimazione delle mie due passioni, libri e viaggi: mi sono resa conto che io i luoghi inizio ad amarli attraverso le pagine di un libro. 

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Marzo 2018, viaggio a Sofia (Bulgaria) con il libro “Ad est dell’Occidente” di Miroslav Penkov (trad. A. Arduini, Neri Pozza)

A fine marzo, mia cugina ed io siamo atterrate a Sofia mentre infuriava una bufera di neve. Ho camminato tra le viuzze di Sofia con gli occhi spalancati, cercando di registrare ogni dettaglio possibile. Mi è stato restituito il ritratto di una città che definirei una Bella addormentata, affascinante e con interessanti potenzialità da sfruttare, quieta e vivibile. Sofia è una capitale balcanica da ammirare con rispetto e senza alcun pregiudizio.

La moschea Banja Bashi di Sofia, Bulgaria (foto: Claudia)

Cosa ho imparato a Sofia: talvolta la bellezza vera, ruvida e autentica, è nascosta nei dettagli. Cercatela bene.

Cosa ho scritto su Sofia: Suggestioni dall’Est Europa: consigli per un viaggio a Sofia e 10 curiosità su Sofia, Bulgaria

Cosa ho letto su Sofia e la Bulgaria: “Ad est dell’Occidente” di Miroslav Penkov, una raccolta di racconti ambientati tra la Bulgaria e gli Stati Uniti dove i protagonisti sono giovani e vecchi bulgari alle prese con i ricordi, le speranze e gli insuccessi, sempre divisi tra due mondi: l’Est, dove sono intrappolati, e l’Ovest, che sognano ad occhi aperti.

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Giugno 2018, viaggio a Stoccolma (Svezia) con il libro “Nel nome di mio padre” di Viveca Sten (trad. A. Ferrari, Feltrinelli)

La Svezia è sempre stato un mio sogno. Atterrata all’aeroporto di Arlanda non avevo ancora realizzato di essere davvero in Svezia e il colpo di fulmine vero è scattato sulla metropolitana di Stoccolma quando, all’improvviso, ecco comparire Gamla Stan, il centro storico della capitale svedese, l’immagine da cartolina che sognavo da anni. Stoccolma è la più bella capitale europea tra quelle visitate finora e Sandhamn, isola dell’arcipelago di Stoccolma, è uno dei luoghi più belli che io abbia mai visto.

Gamla Stan al tramonto (foto: Claudia)

Cosa ho imparato a Stoccolma: chi è geneticamente programmato per amare il Nord Europa non potrà che commuoversi di fronte a tanta bellezza e necessariamente si ritroverà a voler ritornare in Nord Europa

Cosa ho scritto su Stoccolma: Viaggio a Stoccolma, istruzioni per realizzare un sogno e Stoccolma e arcipelago, una piccola guida letteraria

Cosa ho letto su Stoccolma e arcipelago: “Nel nome di mio padre” di Viveca Sten, un romanzo giallo godibile, ben scritto e coinvolgente. Ambientato tra Stoccolma e l’isola di Sandhamn, nell’arcipelago, la Sten racconta due storie parallele, lontane tra loro nel tempo, ma destinate ad intrecciarsi. Un romanzo imprescindibile per innamorarsi dell’isola di Sandhamn (e della Svezia).

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Settembre 2018, viaggio a Cipro con il libro “Un album di storie” di Andonis Gheorghìu (trad. V. Gilardi, Stilo editrice)

Questo è stato il miglior viaggio del 2018, diciamolo subito. L’isola di Cipro è semplicemente un concentrato di meraviglie, perché è una terra dove le emozioni sono forti come il caldo e vale la pena di essere visitata. Che trepidazione mettere piede nelle Tombe dei Re, quanta eleganza ha la luce del tramonto, quanto fascino si nasconde nel cuore verde di Cipro, sui Monti Troodos, e quanto è stato insolito varcare la frontiera pedonale tra Nicosia Sud e Nicosia Nord dopo il rigoroso controllo dei documenti di identità.

Cipro è un piccolo scrigno di tesori, è un’isola che va scoperta attraverso occhi curiosi, dove mi auguro che il turismo di massa non arrivi mai perché la mia isola del cuore merita rispetto e i segni che la Storia ha lasciato qui sono dappertutto e non sempre legati a ricordi felici.

Tramonto a Petra tou Romiou, la spiaggia di Afrodite (foto: Claudia)

Cosa ho imparato a Cipro: ho capito che sono in grado di amare un luogo attraverso le pagine, molto prima di metterci piede fisicamente e Cipro sarà per sempre la mia isola del cuore

Cosa ho scritto su Cipro: Viaggio a Cipro, pensieri emotivi sparsi di un microcosmo di meraviglie e 10 curiosità sull’isola di Cipro

Cosa ho letto su Cipro: “Un album di storie” di Andonis Gheorghìu, un libro che sfugge ad ogni genere, scritto con uno stile accattivante, colloquiale e con una punteggiatura a tratti strampalata. Chi lo leggerà, si sentirà gradito ospite delle famiglie greco-cipriote e turco-cipriote, le quali racconteranno aneddoti allegri o dolorosi. Si percepiranno gli echi della guerra, gli spari dei fucili d’assalto e il boato delle mine antiuomo; si capirà, leggendo, che è un libro che racconta Cipro ma parla di tutti noi: è una serie di storie universali che insegnano cosa accade quando qualcuno incomincia a sottolineare le differenze e a portare gli altri sulla strada della violenza

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Ottobre 2018, viaggio in Val Venosta (Italia) con il libro “Resto qui” di Marco Balzano (Einaudi)

Amo il Trentino Alto Adige, ci ho soggiornato una decina di volte e in ogni occasione mi accorgo di quanto sia verde e sublime questa regione italiana. Tra le destinazioni originali dell’Alto Adige spicca senza dubbio il campanile di Curon Venosta, nell’omonima valle, che spunta dalle acque del grande Lago di Resia. Il bellissimo romanzo “Resto qui” di Marco Balzano è stato il pretesto per organizzare, ad ottobre, un rapido fine settimana on the road in Alto Adige. E vedere il campanile comparire dalle acque del lago, conoscendo le storie che vi sono alle spalle, è stata una vera e propria emozione.

“Resto qui” è tornato a casa (foto: Claudia)

Cosa ho imparato in Val Venosta: talora il luoghi, a prima vista sorprendenti o particolarmente belli, nascondono storie drammatiche e molto tristi

Cosa ho scritto sulla Val Venosta: ancora nulla… ma rimedierò!

Cosa ho letto sulla Val Venosta: “Resto qui” di Marco Balzano, un romanzo dove è stata data voce ad un luogo che a prima vista sembra semplicemente una bizzarria, un campanile romanico perfettamente restaurato che emerge dalle cupe acque di un lago alpino, ma che in realtà nasconde storie lunghe e travagliate. Forse come quelle di Trina ed Erich, di un angolino di Sud Tirolo, di chi, nonostante i soprusi, guerre e violenze, ha cercato di non arrendersi, ha cercato di resistere.

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Dicembre 2018, viaggio a Vilnius (Lituania) con il libro “Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944” di Grigorij Šur (trad. P. Buscaglione Candela, Giuntina Casa Editrice)

Ah, cara Vilnius, quanto ti sei fatta amare, con le tue costruzioni bianche, con i tuoi parchi innevati, con la tua cruda Storia che grida dalle mura dei vecchi ghetti ebraici e dalla stanza delle esecuzioni del KGB, con i tuoi due fiumi dai nomi romantici – Neris e Vilnia – con quelle tenere e dolci colline, con i tuoi silenzi assordanti e la tua voglia di sussurrarmi racconti nuovi ad ogni passo.

Come non restare ammaliati da Vilnius, dai suoi angoli fatiscenti e dai suoi palazzi tronfi e splendenti?

La Sinagoga di Vilnius, l’unica sopravvissuta alla furia dell’occupazione nazista in Lituania (foto: Claudia)

Cosa ho imparato a Vilnius: che sono decisamente affetta dalla nostalgia baltica e la cura è l’eterno ritorno

Cosa ho scritto su Vilnius: Viaggio a Vilnius, piccola guida emotiva per scoprire la capitale della Lituania

Cosa ho letto su Vilnius: Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944” di Grigorij Šur, una preziosa perché è scritta da colui che assiste e osserva il crescendo della follia nazista nei confronti della comunità ebraica di Vilnius, raccontando con uno sguardo lucido e oggettivo. Si tratta di un documento fondamentale perché descrive la vita e la morte degli ebrei di Vilnius mentre il dramma si compie. È importante leggere questa testimonianza e farla propria perché mostra fin dove può spingersi la follia degli uomini, una follia che non dovrebbe ripetersi mai più.

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Chissà se con questo articolo un po’ strampalato che unisce due mie passioni, le letture e i viaggi, vi ho ispirati. Nell’augurarvi un buon 2019 ricco di positività e di vostre passioni, vi lascio una delle immagini più belle vissute durante il viaggio a Cipro.

Al tramonto, sulla spiaggia di ciottoli di Petra tou Romiou, il sole all’improvviso ha iniziato a riflettersi sui sassi della battigia e io ero così felice, in quel momento, che ho pensato di intrappolare per sempre quella splendida luce riflessa, magari dentro una scatolina, e aprire questo piccolo scrigno per rivederla quando sarò un po’ triste e per rivivere quell’attimo di felicità.

Vi auguro di incamerare molti bei ricordi, attimi felici, piccoli dettagli gioiosi, e di utilizzarli per rischiarare i momenti in cui, inevitabilmente, la vita prenderà una piega un po’ triste.

Tadeusz Pankiewicz | Il farmacista del ghetto di Cracovia

Nonostante tutto, in quell’epoca non si accettava ancora l’idea dell’assassinio di massa, della messa a morte col gas, delle cremazioni nei forni. Ma sempre più sovente pervenivano voci sulle atrocità che avevano luogo nel momento in cui la gente veniva caricata sui vagoni, su misteriose stazioni senza nome, su binari morti che quei treni pieni di gente in attesa per giornate intere senza cibo né acqua imboccava prima di sparire nel folto delle foreste circondate da fili spinati, da dove non giungeva più alcuna voce [Il farmacista del ghetto di Cracovia, T. Pankiewicz, trad. I. Picchianti]

Il farmacista del ghetto di Cracovia” di Tadeusz Pankiewicz (trad. Irene Picchianti, UTET) è un libro che ho apprezzato per il suo prezioso contenuto riguardo alla vita quotidiana di chi fu imprigionato nel del ghetto di Cracovia, ma che ho fatto fatica a leggere a causa dello stile dell’Autore.

È il 3 marzo 1941 quando nel quartiere di Podgórze di Cracovia, oltre il fiume Vistola, le autorità naziste creano il ghetto ebraico. L’intenzione è quella di isolare completamente la popolazione ebraica di Cracovia, numerosa e presente in città da molti anni. Curiosamente, alcuni ebrei inizialmente sono sollevati all’idea di vivere in un ghetto, poiché immaginano una comunità chiusa e protetta dalle ingiurie dei nazisti e dei polacchi. Nulla di più errato.

(…) ogni abitante del ghetto serbava nell’anima una tenue speranza di sopravvivere. Sopravvivere… Era una grande parola, a quel tempo. C’era forse qualcosa di più potente delle parole “libertà” [Il farmacista del ghetto di Cracovia, T. Pankiewicz, trad. I. Picchianti]

La vita nel ghetto di Cracovia diventa ogni giorno più dura: il cibo scarseggia, il riscaldamento delle abitazioni non funziona, le famiglie sono costrette a dividere la casa con sconosciuti, viene instaurato il coprifuoco, mancano i medici e i medicinali, le condizioni igieniche si deteriorano in fretta e scoppiano epidemie che uccidono i più deboli e coloro già debilitati dalla fame. Oltre a tutto questo, i nazisti hanno carta bianca, si divertono a prendere in giro gli ebrei e ad umiliarli pubblicamente.

I tedeschi sono maestri nel creare un’atmosfera di panico, di minaccia e di terrore. Lo strepito dei colpi d’arma da fuoco si mescola, in un modo stranamente sgradevole, ai fischi, all’abbaiare dei cani e alle grida dei tedeschi. L’angoscia per la sorte che sarà riservata ai bambini toglie alla gente ogni capacità di ragionare [Il farmacista del ghetto di Cracovia, T. Pankiewicz, trad. I. Picchianti]

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Immagine del ghetto di Cracovia, Polonia (fonte: Wikipedia)

Incominciano a circolare voci sui campi di concentramento, ma non tutti danno peso a queste apparenti dicerie; la vita nel ghetto è sufficientemente surreale, senza pensare pure a questi luoghi ove si sostiene che vengano uccisi in modo tanto brutale e violento. Benché alcuni non credano a ciò che si dice, sempre più spesso i nazisti rastrellano gli ebrei del ghetto di Cracovia e li caricano su carri o vagoni merci per allontanarli da Cracovia. A molti, il destino di costoro è ignoto ma certamente non si suppone felice.

Come ombre, spiriti delle storie di fantasmi, andavano a passo lento portando sulle spalle tutto ciò che possedevano e che pesava tanto quanto il loro tragico destino errante [Il farmacista del ghetto di Cracovia, T. Pankiewicz, trad. I. Picchianti]

Quando i nazisti avviano “soluzione finale“, il ghetto di Cracovia deve essere liquidato. In attesa della liquidazione totale, in prossimità del ghetto viene costruito il campo di concentramento di Plaszów. Qui i disgraziati attendevano la deportazione finale.

Testimone diretto degli anni bui dell’occupazione nazista a Cracovia è Tadeusz Pankiewicz, il farmacista del ghetto di Cracovia, che pur essendo polacco decide di restare – quasi fino all’ultimo – nella sua farmacia All’Aquila, nel quartiere di Podgórze.

Il dottor Pankiewicz prosegue la gestione della farmacia All’Aquila: fornisce agli ebrei un rifugio sicuro, passa loro documenti falsi per cercare di espatriare e soprattutto cura e fornisce medicine gratuitamente a coloro che non possono permetterlo. Pankiewicz, come un cronista, osserva e appunta tutto ciò che succede, dalla creazione del ghetto alla liquidazione finale.

Nell’annientamento del ghetto di Cracovia non erano stati assassinati solo i singoli individui, erano perite intere famiglie, a volte molto numerose che si erano stabilite a Cracovia molti secoli addietro e i cui nomi ricorrevano nelle cronache e nei documenti più antichi della vecchia Cracovia. Con loro scomparivano anche le loro tradizioni [Il farmacista del ghetto di Cracovia, T. Pankiewicz, trad. I. Picchianti]

Gli ebrei di Cracovia sono costretti ad abbandonare il ghetto, marzo 1943 (fonte: Wikipedia)

Come dicevo nelle prime righe dell’articolo, “Il farmacista del ghetto di Cracovia” ha un grande limite: lo stile con cui è scritto. Il libro è una raccolta di appunti e cronache, spesso presentate senza soluzione di continuità, saltando da un episodio all’altro o presentando un elenco di personaggi e loro azioni che annoiano. Inoltre, è particolarmente fastidioso il continuo cambio del tempo verbale nella narrazione, che un po’ è scritta al presente e un po’ al passato remoto, senza una logica ben definita.

Al dottor Pankiewicz, come riconoscenza dei suoi gesti eroici nei confronti degli ebrei, è stato nominato dallo Yad Vashem Giusto tra le nazioni, come il più noto imprenditore tedesco Oskar Schlinder.

Riconosco che “Il farmacista del ghetto di Cracovia” di Tadeusz Pankiewicz sia un libro di notevole importanza storica, un documento fondamentale perché il farmacista ha vissuto nel ghetto e ne è stato diretto testimone oculare; ha testimoniato le violenze, i soprusi, le minacce e le deportazioni per mano tedesca ai danni della popolazione ebraica di Cracovia, ma non è un libro semplice da seguire, a tratti è particolarmente soporifero a causa del come è scritto e forse è una testimonianza che, per essere apprezzata, andrebbe letta non tutta d’un fiato – è quasi impossibile, io l’ho intervallato con “Le voci di Marrakech” di Elias Canetti – ma a frammenti.

Titolo: Il farmacista del ghetto di Cracovia
L’Autore: Tadeusz Pankiewicz
Traduzione dal polacco: Irene Picchianti
Editore: UTET
Perché leggerlo: perché si tratta di una preziosa testimonianza della vita entro il ghetto di Cracovia durante l’occupazione nazista. Da leggere, però, a piccoli sorsi e non tutto d’un fiato

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