Irena Brežná | Straniera ingrata

I libri testimonianza di esperienze reali mi interessano sempre e “Straniera ingrata” di Irena Brežná (trad. S. Forti, Keller editore 150 pagine, 14.50 €) è uno di questi. Scritto in realtà a due voci, il romanzo della Brežná invita il lettore a riflettere sui sentimenti e sulle paure di chi abbandona il proprio paese alla volta della terra straniera, che non sempre – anzi, quasi mai – è il paradiso.

Dovevo essere grata di poter vivere qui. E sempre puntuale. A chi e per che cosa dovevo essere puntualmente grata, se nel mondo migliore mi andava tutto così male? Casa propria è là dove si può stare imbronciati e io non avevo casa (…) Mi avevano offerto riparo nel migliore dei mondi possibili, ma la straniera ingrata rideva della loro concezione del mondo [Straniera ingrata, Irena Brežná, trad. S. Forti]

Il breve romanzo di Irena Brežná è raccontato attraverso due voci, che si alternano durante la narrazione. La prima voce è quella di una giovane donna straniera giunta nel paese ospite anni prima, ma che non è ancora riuscita ad integrarsi perfettamente; ci sono modi di fare degli autoctoni che lei non capisce, spesso non usano il tedesco standard bensì i loro dialetti locali, parlate che la donna straniera non comprende totalmente.

La nuova lingua era la più grande avventura dell’esilio e io non mi sottraevo al duro compito di esplorarla. La posta in gioco era più alta della sopravvivenza come essere comunicante: volevo la mia dignità linguistica. Parlando la lingua standard, affermavo ogni giorno: I dialetti appartengono a voi. Imparerò a capirli, ma non a parlarli. [Straniera ingrata, Irena Brežná, trad. S. Forti]

La seconda voce è quella di un’interprete che mette in comunicazione i medici e gli infermieri di un ospedale con gli stranieri giunti nel loro paese, ma lavora anche nelle scuole e nei tribunali, in ogni luogo dove sia necessaria la traduzione da una lingua cesellata di accenti, tettucchi e ghirigori verso il tedesco standard. E interpretare il dolore e i problemi degli stranieri può essere emotivamente molto pesante.

Il destino degli altri mi spinge in mare aperto e il vento scompiglia i miei sentimenti e i miei pensieri [Straniera ingrata, Irena Brežná, trad. S. Forti]

Bratislava, capitale della Slovacchia (fonte: bredus, Wikipedia Commons, CC BY 3.0)

Irena Brežná presenta con leggerezza e in punta di piedi le problematiche legate all’integrazione e all‘interpretazione dei bisogni degli stranieri in terra ospite; non rinuncia all’ironia, in fondo è una straniera ingrata verso il paese che l’ha accolta, con la freddezza mascherata abilmente di sorrisi e cortesie.

La scrittrice non menziona mai né il paese di origine della straniera ingrata protagonista né il paese ospite, ma si intente piuttosto semplicemente che sono la Slovacchia – al tempo della Brežná era ancora Cecosclovacchia – mentre il paese ospite è la Svizzera. “Straniera ingrata” pur non essendo una vera e propria autobiografia è un testo liberamente ispirato alla vita di Irena Brežná stessa, che fuggì dalla Cecoslovacchia comunista nel 1968 verso la Svizzera più liberale.

Per l’osservatore superficiale, ogni straniero che giunge nella nuova terra dovrebbe essere solo grato di essere lì e dovrebbe integrarsi in fretta, scordare le proprie origini, imparare la nuova lingua e memorizzare immediatamente le nuove regole: cambiare, quindi, nazionalità a tutti gli effetti. In realtà, integrarsi non è per niente semplice e le piccole sconfitte quotidiane possono diventare davvero molto pesanti da sopportare; la pazienza e la comprensione verso queste persone più che un fatto politically correct dovrebbe essere quasi un automatico gesto di gentilezza umana: chissà se domani saremo noi “stranieri ingrati” in una terra che non ci appartiene.

Titolo: Straniera ingrata
L’Autrice: Irena Brežná
Traduzione dal tedesco: Scilla Forti
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: per arrivare a comprendere che non sempre la terra straniera dove si approda è il paradiso

Evan S. Connell | Mrs Bridge

Nei libri ci sono altri libri, si dice, e certamente se non fosse stato per il romanzo “Nessuno scompare davvero” di Catherine Lacey io, probabilmente, non avrei mai letto “Mrs Bridge” di Evan S. Connell (trad. G. Boringhieri, Einaudi, 227 pagine, 12,00), perdendomi così un libro brillante, a tratti divertente ma anche molto riflessivo e profondo.

Si chiamava India, un nome a cui non riuscì mai ad abituarsi. Aveva il sospetto che i suoi genitori, nel darglielo, avessero avuto in mente un’altra persona. O forse avevano sperato di avere una figlia diversa. Da bambina era stata più volte sul punto di indagare, ma il tempo era passato e non l’aveva mai fatto. Da ragazza le era capitato spesso di pensare che se la sarebbe cavata benissimo anche senza marito, e terminati gli studi questa convinzione aveva prevalso per alcuni anni, con grande pena di suo padre e sua madre. Fino ad una sera d’estate e a un giovane avvocato di nome Walter Bridge [Mrs Bridge, Evan S. Connell, trad. G. Boringhieri]

È India Bridge la protagonista del romanzo di Evan S. Connell, una donna americana che di particolare ha solo il nome di battesimo. Mrs Bridge è una donna bella, ma non troppo, ed è decisamente normale: sposata con un avvocato – che non si tira indietro nel fare gli straordinari -, hanno tre figli, Ruth, Carolyn e Douglas, e vivono in una bella casa con tanto di servitù di colore a Kansas City, tra gli anni Venti e la fine degli anni Quaranta del Novecento.

Mrs Bridge ha diverse amiche, alcune molto acculturate, quindi spesso si fionda in biblioteca e si impone di leggere libri impegnativi per farsi un’opinione; ma è il marito a dirle come votare e quando Mrs Bridge cerca di emanciparsi, si scoraggia perché non è mica semplice votare di testa propria. Prova ad imparare lo spagnolo, inizia un corso di pittura che non porta a termine, va a vedere film d’essai che puntualmente non capisce.

India Bridge frequenta malvolentieri gli amici del marito, ricchi e facoltosi, ma appare sempre felice quando è ora di iniziare la cena; organizza cocktail party in casa tirando fuori dai cassetti gli asciugamani degli ospiti che gli invitati non toccheranno per non rovinarli. Cerca di educare i figli con principi sani, ma spera che l’amicizia tra Carolyn e la figlia nera del giardiniere finisca presto; insegna ai figli come risparmiare e non sciupare nulla, ma quando si annoia corre a fare shopping o a mangiare dolci al Plaza, il ristorante più rinomato di Kansas City.

Mentre i figli crescendo capiscono sempre meno la loro madre, in particolare Ruth che addirittura sceglie – giovanissima – di andare a vivere da sola a New York, Mr Bridge sta sempre accanto alla moglie, confortandola nei momenti difficili, e anche se pare a volte assente, Walter è capace di slanci d’affetto sorprendenti, come regalarle un viaggio in Europa oppure donarle rose rosse dopo aver fallito una prova di cucina.

Eppure, nonostante la vita agiata, la casa di proprietà, il marito affettuoso e i figli sani, Mrs Bridge soffre di nostalgia, di rimpianti, di cose non dette o non fatte, di tristezza che giunge all’improvviso e sembra rallentare ancora di più il corso del tempo.

“Stanza a New York” Edward Hopper (1932)

L’album di fotografie le regalava molte ore serene. Lì ritrovava i suoi figli, e con loro anche suo marito. Una foto lo ritraeva in pieno sole, con una mano appoggiata al parafanghi della nuova Reo e Carolyn a cavalcioni sulle spalle. E in un’altra c’era Douglas, che mostrava orgoglioso la mazza da baseball (…) E poi c’era Ruth, in posa con il suo primo paio di scarpe con i tacchi alti (…) Mrs Bridge rimpiangeva di non aver scattato più fotografie (…) rievocavano tutto ciò che aveva conosciuto più intimamente, e più profondamente aveva amato [Mrs Bridge, Evan S. Connell, trad. G. Boringhieri]

Mrs Bridge” è un libro che mi è piaciuto e mi ha coinvolta, mi ha fatta sorridere e allo stesso tempo riflettere. La quotidianità  della famiglia Bridge – in particolare di India Bridge – è raccontata in terza persona attraverso 117 episodi, che non occupano mai più di un paio di pagine. Gli episodi, tutti rigorosamente in ordine temporale, riescono nella loro brevità a regalare dei veri e propri flash ai lettori sulla vita e sulle emozioni provate da India Bridge.

Evan S. Connell ha creato un personaggio originale, pieno di difetti e virtù, ma anche di paure e di ansie, di slanci d’amore e di momenti di notevole sconforto; Mrs Bridge è una donna che ama la sua famiglia, per la quale farebbe davvero tutto, ma nel suo intimo è spesso incostante – i corsi che comincia e non finisce -, si annoia quando i figli diventano adulti e non sa come trascorrere le giornate, corre spesso senza meta, con il solo obiettivo di far passare il tempo; ed è guardandosi indietro che Mrs Bridge vede che non ha mai vissuto la sua vita per se stessa, ma unicamente per compiacere gli altri.

Un romanzo ottimo, audace e decisamente intimo che consiglio vivamente a chi ama la letteratura americana e quei personaggi tratteggiati talmente bene da apparire perfettamente reali.

“Anziani coniugi con il cane a Cape Cod” Edward Hopper (1939)

Titolo: Mrs Bridge
L’Autore: Evan S. Connell
Traduzione dall’inglese: Giulia Boringhieri
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: per sorridere, per riflettere, per meditare sul senso delle vite di chi passa le proprie unicamente per far felici gli altri

Consigli di lettura: 10 libri per viaggiare

Viaggiare è un’esperienza unica che arricchisce e stupisce, che permette di entrare in contatto con usanze e costumi differenti dai nostri, apre la mente e rende più sicuri di sé oltre a regalare emozioni e ricordi preziosi. Tra le maggiori ispirazioni per i miei viaggi ci sono i libri e in passato mi sono ritrovata a sognare un viaggio grazie ad un libro per poi renderlo reale.

In questo articolo vi voglio segnalare e consigliare 10 libri per chi ama viaggiare: alcuni sono molto noti e li conoscerete certamente, altri spero di farveli conoscere e amare. Siete pronti a partire con me?

(Chris Lawton, unsplash.com, modificata)

1- Trans Europa Express di Paolo Rumiz (Feltrinelli)

Il giornalista triestino Paolo Rumiz ha percorso la cerniera d’Europa, dalle terre iperboree fino ad Instabul, dove il Bosforo pazientemente unisce l’Europa all’Asia. In trentatré giorni Rumiz percorre circa seimila chilometri, a piedi, in treno, in auto, in nave, autostop o bus, riempiendo otto taccuini di appunti e uno di disegni e schizzi, incontra innumerevoli persone di ogni estrazione sociale, dai contadini più umili e personaggi più illustri. Un libro per chi sogna di avere sempre la valigia pronta e una mappa pasticciata e stroppicciata piena di appunti.

2- Come ti scopro l’America di Emanuela Crosetti (Exòrma edizioni)

La giornalista e fotografa Emanuela Crosetti ha ripercorso in solitaria il lungo viaggio dei capitani di ventura Lewis e Clark, attraverso gli Stati Uniti, partendo da Saint Louis e arrivando in Oregon, di fronte all’immenso oceano Pacifico. È un reportage, che mette nostalgia per luoghi che non ho mai visto e situazioni che non ho mai vissuto, ma che ho sognato di vivere dalla prima all’ultima pagina.

3- Manuale di sopravvivenza amazzonica per signorine di città di Sara Porro (EDT)

Prendete una ragazza sempre vissuta tra la Brianza e Milano un po’ precisina, caricatela di ansie che hanno ansie di non aver vissuto abbastanza avventure, mescolate il tutto e otterrete un viaggio fai da te in Perù, attraverso stregoni e pozioni magiche, notti nella foresta in capanne infestate da ragni pelosi, cibi quasi immangiabili ma buonissimi e soprattutto la conclusione che viaggiare è una cosa magnifica e può insegnare molto più di quello che si immagina.

4- My Little China Girl Giuseppe Culicchia (EDT)

La Cina è quel Paese immenso, fatto di modernità e tradizione, che cambia volto ogni giorno e si sviluppa in modo rapidissimo. La Cina affascina è indubbio e con notevole ironia e sagacia Giuseppe Culicchia, giornalista torinese, la racconta nel bel reportage “My Little China Girl”. Assolutamente consigliato a chi non perde occasione di fare un salto nei ristoranti cinesi e per chi ama la millenaria cultura cinese, per chi cerca un libro per sorridere e anche un po’ per riflettere

5- Viaggi e altri viaggi di Antonio Tabucchi (Feltrinelli)

Antonio Tabucchi, grande conoscitore del Portogallo e della cultura lusitana, è stato anche e soprattutto un grandissimo e intraprendente viaggiatore. Nel reportage “Viaggi e altri viaggi” Tabucchi racconta del suo Portogallo e istruisce il lettore su come provare la saudade a Lisbona, ma racconta anche delle Azzorre, della Grecia, dell’Europa, dell’Asia e dell’America, in un crescendo che mette in luce tutta la passione e gli stati d’animo di chi i viaggi li gode minuto per minuto.

(Slava Bowman, unsplash.com)

6- Anime baltiche di Jan Brokken (trad. C. Cozzi e C. Di Palermo, Iperborea)

Jan Brokken con “Anime baltiche” ha toccato le corde del mio cuore e del mio animo di viaggiatrice facendomi sognare un viaggio nelle Repubbliche Baltiche, viaggio che si è felicemente concretizzato quando lo scorso dicembre ho potuto visitare Tallinn, la capitale dell’Estonia. Brokken racconta la storia delle Repubbliche Baltiche attraverso i suoi orgogliosi abitanti ed è un libro che coinvolge ad un livello tale per cui sognerete anche voi un viaggio a Tallinn, a Riga o a Vilnius.

7- Sulla strada di Jack Kerouac (trad. M. Caramella, Mondadori)

Jack Kerouac non ha bisogno di presentazioni, ogni mia parola sarebbe assolutamente superflua. L’ho inserito nell’elenco dei libri per viaggiare perché quello di Sal e Dean è il viaggio per eccellenza, dall’est all’ovest degli Stati Uniti in automobile o in autostop, spesso in preda a delirio alcolico o a momenti di intensa filosofia. Kerouac può non piacere a tutti, il suo stile asciutto e secco può non coinvolgere, ma riguardo a me ha fatto sognare tantissimo.

8- C’era una volta l’URSS di Dominique La Pierre (trad. K. Imberciadori, Il Saggiatore)

È il 1956 e il Paris Match riesce ad ottenere un permesso per un viaggio in U.R.S.S. per il giornalista francese Dominique La Pierre, il reporter Jean-Pierre Pedrazzini e relative consorti. I quattro partono da Parigi alla volta della Grande Russia a bordo di una Simca Maryl: da Mosca al Caucaso emergerà il ritratto di un Paese immenso, fatto quasi esclusivamente di contraddizioni e divieti, ma anche di persone cordialissime e generose, curiose e tutto sommato felici di essere quel che sono di quel che hanno.

9- Verso il Grande Sud di Isabelle Autissier e Erik Orsenna (trad. M. Uberti Bona, Longanesi)

I navigatori francesi Isabelle ed Erik hanno un sogno: raggiungere il Grande Sud con la loro imbarcazione Ada e si prefissano di raggiungere la Baia Margherita, coordinate geografiche 66° 33′ S, ovvero il leggendario Circolo Polare Antartico. Il libro è un susseguirsi di emozioni, pagine dei diari di Isabelle ed Erik e storie dei navigatori che prima di loro sognarono di raggiungere il Polo Sud. Un libro per chi ama le curiosità legate ad uno dei luoghi più remoti e misteriosi della Terra e chi ama il gusto dell’avventura e vuole essere catapultato in un mondo di ghiaccio, ostile quanto affascinante.

10- Vladivostok. Nevi e monsoni di Cédric Grass (trad. G. Pigozzo Bernardi, Voland)

Al giovane geografo francese Cédric Gras viene proposta la direzione di una sede della Alliance Française e lui sceglie la città di Vladivostok perché quello che prova per la Russia è un qualcosa difficile da spiegare. Il suo bellissimo reportage di viaggio abbonda di curiosità sui russi, sul clima, sulla cultura, ma anche dei suoi viaggi siberiani. Per chi ama la geografia, le culture diverse dalla nostra occidentale, per chi ama i viaggi e le descrizioni di scenari lontani – non senza un pizzico di ironia – “Vladivostok. Nevi e monsoni” è un libro imperdibile

(Andrea Vincenzo Abbondanza, unsplash.com)

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Voi amate la letteratura di viaggio? C’è qualche libro che mi consigliereste, magari un libro che ha ispirato uno dei vostri viaggi o vi ha iniziato a farvelo sognare? Scrivetemi nei commenti, sono sempre curiosa di leggere suggerimenti di lettura!

Gaël Faye | Piccolo paese

Dov’è il Burundi? È un piccolo paese che si trova nel cuore dell’Africa, vicino al Ruanda, alla Tanzania e al lago Tanganica. Se il Ruanda lo conoscevo dopo aver letto alcuni libri sul genocidio e la Tanzania mi era nota per gli eccezionali ritrovamente paleontologici del dottor Leakey, sul Burundi non sapevo nulla prima di leggere “Piccolo paese” di Gaël Faye (Bompiani, trad. Mara Dompè, 193 pagine, 16 €).

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Lunedì 4 gennaio 1993
Cara Laure, il mio nome è Gaby (…) La mia città è Bujumbura. Il mio paese è il Burundi (…) Ho gli occhi marroni, quindi vedo gli altri in tonalità marrone. Mia madre, mio padre, mia sorella, Prothé, Donatien, Innocent, i miei amici… sono tutti color caffelatte. Ognuno vede il mondo attraverso il colore dei suoi occhi. Siccome tu hai gli occhi verdi, io per te sarò verde (…) Da grande, voglio fare il meccanico per non trovarmi mai in panne nella vita. Bisogna saper riparare le cose quando non funzionano più (…) Quest’anno ci saranno le elezioni per decidere un presidente per la Repubblica del Burundi. È la prima volta che succede. Io non potrò votare, devo aspettare di essere meccanico. Ma ti dirò il nome del vincitore. Promesso! A presto. Un bacio Gaby [Piccolo paese, Gaël Faye, trad. M. Dompè]

Gabriel – per gli amici Gaby – è un ragazzino di dieci anni che vive in Burundi col papà di origini francesi e la mamma di origini ruandesi. La famiglia di Gaby è benestante, il papà guadagna bene e possono permettersi di abitare in una bella casa e di essere serviti da personale burundese.

Gaby va bene a scuola, ha un’amica di penna in Francia, Laure, della quale è innamorato e gioca con i compagni a rubare manghi e a rivenderli per guadagnare qualche soldo da spendere in dolciumi o sigarette per poi rifugiarsi in un Combi Volkswagen arruginito. Quando sembra che la sua esistenza non possa essere più felice, i genitori smettono di andare d’accordo e decidono di separarsi. Una vera e propria tragedia, per un ragazzino così piccolo.

Alla separazione dei genitori, però, si aggiunge un altro orribile evento: in Ruanda infuria la guerra, hutu contro tutsi, sotto gli occhi della comunità internazionale si sta verificando un vero e proprio genocidio. Gaby pur essendo un bambino intuisce la gravità della situazione, capisce che i profughi ruandesi che si rifugiano in Burundi stanno scappando da qualcosa di molto simile ad un inferno.

Come se non bastasse, quando i parenti di mamma vengono mortalmente coinvolti dalla guerra in Ruanda, precipita anche la situazione in Burundi: il neo presidente, eletto democraticamente dal popolo per la prima volta, viene assassinato e inizia quello che diventerà un lungo colpo di stato seguito da notevole instabilità politica e sociale.

Essere un bambino in Burundi inizia a diventare molto, molto difficile…

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Colline del Burundi (fonte: Christine Vaufrey , Wikipedia Commons CC BY 2.0)

Papà è andato rapido in salotto, ha acceso la radio. Abbiamo sentito la stessa musica classica che aleggiava fuori. Si è messo la mano sulla fronte ripetendo: “Merda! Merda! Merda!”. Poi ho saputo che era una tradizione passare musica classica alla radio quando c’era un colpo di stato. Il 28 novembre 1966, per il colpo di stato di Michel Micombero, avevano trasmesso la Sonata per pianoforte n° 21 di Schubert; il 9 novembre 1976, per quello di Jean-Baptiste Bagaza, la Sinfonia n° 7 di Beethoven; e il 3 settembre 1987, per quello di Pierre Buyoya, il Bolero in do maggiore di Chopin. Quel giorno, il 21 ottobre 1993, ci è toccato il Crepuscolo degli dei di Wagner. Papà ha chiuso il cancello con una grossa catena e diversi lucchetti e ci ha ordinato di non uscire di casa e di tenerci lontani dalle finestre. Poi ha sistemato i materassi nel corridoio per mitigare il rischio di proiettili vaganti. Siamo rimasti distesi a terra per tutta la giornata. Era divertente, sembrava di fare campeggio nella nostra stessa casa [Piccolo paese, Gaël Faye, trad. M. Dompè]

Piccolo paese” di Gaël Faye è un romanzo che ho letto quasi tutto d’un fiato, perché la vicenda è raccontata molto bene ed è altamente coinvolgente. Gaël Faye sceglie di narrare quasi tutta la storia in modo ironico e disincantato, vista attraverso gli occhi di un bambino, senza dimenticare di descrivere con lucidità episodi e scene particolarmente forti.

La guerra a Bujumbura si era intensificata. Il numero delle vittime aveva raggiunto cifre così alte che ormai la situazione in Burundi occupava le prime pagine dell’attualità internazionale. Una mattina papà ha trovato il cadavere di Prothé nel canaletto di scolo, davanti a casa di Francis. Era stato lapidato. Gino ha detto che non era altro che un inserviente, non capiva perché piangessi. Quando l’esercito ha attaccato Kamenge abbiamo perso le tracce di Donatien. Era stato ucciso anche lui? [Piccolo paese, Gaël Faye, trad. M. Dompè]

Un libro come questo fornisce molti spunti per la riflessione. Si legge la storia del Burundi, uno stato che dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Germania nel 1962 ha visto susseguirsi un colpo di stato dopo l’altro, con la crescente instabilità politica che ne consegue. Si legge dell’incertezza legata all’arrivo dei profughi dal Ruanda, durante il tristemente noto genocidio del 1994: non tutti i burundesi erano contenti di ospitare i ruandesi, anzi, ho quindi scoperto che il razzismo non è solo una prerogativa di noi bianchi, purtroppo.

Si leggono la difficoltà di essere una famiglia mista in un luogo dalla mentalità chiusa come il Burundi, dove i bianchi non sempre venivano visti bene, e ovviamente la difficoltà di essere un figlio ‘mezzosangue’ che è quasi obbligato da che parte della barricata stare, se con i bianchi o con i neri, anche se Gaby preferirebbe essere neutrale.

La guerra senza che glielo chiediamo s’incarica sempre di trovarci un nemico. Io, che desideravo restare neutrale, non ci sono riuscito. Ero nato con quella storia. Scorreva dentro di me. Le appartenevo. [Piccolo paese, Gaël Faye, trad. M. Dompè]

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Lungo la strada tra Bujumbura e Gitega (fonte: Dave Proffer, Wikipedia Commons CC BY 2.0)

Infine, la faticosa scelta di abbandonare il paese in cui si è nati per andare molto lontano, in Francia, in un luogo dove sicuro gli artigli della guerra non potranno afferrare il piccolo Gaby. Però è difficile lasciare quel piccolo paese lussureggiante, dove nei laghi e nei fiumi si possono incontrare gli ippopotami, dove i manghi maturi sono la miglior merenda, dove ci sono gli amici di una vita e dove decide di rimanere una persona molto importante per Gaby. Un luogo dove il ritorno, anni e anni dopo, non sarà facile.

“Gaby, non sapevo come dirtelo. Preferivo che lo scoprissi da solo. Viene qui tutte le sere da anni…” La voce, una voce d’oltretomba, mi penetra nelle ossa. Mormora una storia di macchie sul pavimento che non vanno via. Travolgo alcune ombre, inciampo in qualche cassetta di birra, mi muovo a tentoni nel buio, mi avvicino al fondo del capanno. Raggomitolata a terra, nell’angolo della stanza, beve da una cannuccia un’acquavite artigianale. La ritrovo dopo vent’anni, che hanno pesato come cinquanta sul suo corpo irriconoscibile. Mi chino verso la vecchia signora. Ho l’impressione che mi riconosca da come mi fissa al chiarore dell’accendino che avvicino al suo viso. Con una tenerezza infinita, mamma mi posa delicatamente la mano sulla guancia: “Sei tu, Christian?” [Piccolo paese, Gaël Faye, trad. M. Dompè]

Titolo: Piccolo paese
L’Autore: Gaël Faye
Traduzione dal francese: Mara Dompè
Editore: Bompiani
Perché leggerlo: perché apre una finestra su uno dei più poveri stati d’Africa, per riflettere su cosa una guerra può scatenare e per lasciarsi commuovere da come un bambino vede il suo mondo

(© Riproduzione riservata)

Arno Camenisch | Ultima sera

Una delle cose che amo di più del Salone del Libro di Torino è la possibilità di chiacchierare con gli editori, loro impegni permettendo; qualche anno fa, girovagando tra gli stand, ho incontrato Keller editore e un po’ travolta dal loro entusiasmo, un po’ dai titoli brillanti, ricordo che una di loro mi aveva parlato molto bene dell’autore svizzero Arno Camenisch. Seguendo il suo consiglio, ho da poco letto “Ultima sera” (trad. Roberta Gado, Keller editore, 120 pagine, 12 €) e appena finito sono corsa in libreria a comprarne un altro.

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Come acqua, chiede la zia al tavolo fisso dell’Helvezia guardando l’Alexi, ti è andato di volta il cervello. Scuote la testa e si infila una Mary Long tra le labbra, l’acqua non te la porto, se proprio la vuoi arrangiati, dove sono i bicchieri lo sai. Prende un fiammifero dalla scatola del tavolo e si accende la Mary Long. L’Alexi fa per alzarsi, il Luis gli stringe l’avanbraccio, tu resti seduto, gli dice, qui nessuno beve acqua, non siamo ancora caduti così in basso, un paio di botte in testa, quelle sì che posso dartele se le vuoi, e poi magari ti rimetti a ragionare (…) La zia lascia la Mary Long sul posacenere (…) si alza e va dietro il bancone. Serve una birra alla spina all’Alexi, viva, dice (…) è tutta la vita che bevi soltanto birra e adesso mi chiedi l’acqua, vorrai mica ammazzarti [Ultima sera, Arno Camenisch, trad. R. Gado]

L’ultima sera di apertura dell’Helvezia, una locanda sperduta sulle montagne dei Grigioni in Svizzera, è una notte piovosa, fredda e buia di gennaio; anziché nevicare, piove, tutta quell’acqua alla fine provocherà un’alluvione.

La zia, che ha gestito l’Helvezia per moltissimi anni – e facendo solo un’unica vacanza di due settimane a Gran Canaria – chiuderà la mattina dopo, così quella a tutti gli effetti è l’ultima sera per andare a bere qualcosa nel suo locale. Ci sono avventori che hanno trascorso più tempo all’Helvezia che a casa propria; clienti affezionati che hanno tracannato birre chiare e scure, liquori alpini, caffé e vini; c’è la nonna sonnambula, ci sono l’Alexi, l’Otto, il Luis, la Silvia, il Gion Barretta. C’è un’umanità variegata, l’ultima sera nell’Helvezia, unita dalla passione per le bevute, per lo stare assieme, per l’affetto verso il proprio paese e le sue montagne. Ci si raccontano pettegolezzi, storie, aneddoti, si litiga, si discute, si viene quasi alle mani.

La scrittura di Arno Camenisch mi ha sorpresa: non utilizza mai i segni di punteggiatura per introdurre un discorso, le parole di un personaggio fluiscono in modo naturale e spontaneo sovrapposte a quello di un altro; il risultato è affascinante perché in questo modo, leggendo, si ha la sensazione di essere davvero in un bar dove tutti hanno qualcosa da dire e spesso si sovrappongono le voci.

I personaggi sono descritti in modo particolare nei loro difetti più che nei pregi, apparendo a tutti gli effetti come persone reali e vive. La Svizzera che Camenisch è molto lontana da quella ordinata e precisa delle grandi città: questa storia è ambientata in un piccolissimo paese di montangna speduto nei Grigioni, un luogo dal quale difficilmente gli abitanti si sono allontanati, se non per brevi periodi magari solo fino a Coira (ad eccezione della vacanza alle Canarie della zia, un colpo di testa, senza dubbio).

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L’abitato di Sedrun nei Grigioni, Svizzera (fonte: Wikipedia Commons CC BY-SA 3.0)

In “Ultima sera” si percepisce quella sensazione della gente di montagna di fare comunità, di essere un gruppo e di farne parte; di essere orgogliosi delle proprie tradizioni e delle proprie origini. Sono valori forti che vengono fuori dal cuore di persone molto, molto semplici. E infine, in “Ultima sera” si legge tra le righe quella vena di nostalgia per un luogo che non sarà più il punto di ritrovo del paese, perché quella è l’ultima sera di apertura dell’Helvezia, anche se la vita continuerà, come ha sempre fatto, dopo un giro di birra o di caffè.

Titolo: Ultima sera
L’Autore: Arno Camenisch
Traduzione dal tedesco: Roberta Gado
Editore: Keller
Perché leggerlo: perché è un libro dolce e amaro, pieno di nostalgia e allegria, un breve romanzo fatto di genti di montagna, bevute e di contrasti.

Kent Haruf | Le nostre anime di notte

Chissà se sarò in grado di trasmettere tutte le emozioni che ho provato leggendo “Le nostre anime di notte” di Kent Haruf (trad. F. Cremonesi, 166 pagine, 17 €), in particolare a chi a Holt non ci è ancora stato. Ho atteso questo romanzo di Kent Haruf con grande curiosità e quando l’ho avuto tra le mani, in anteprima, mi sono imposta di non leggerlo subito; ma non ci sono riuscita e sono corsa a leggerlo, sicura che mi avrebbe conquistata tanto quanto i libri che compongono la Trilogia della Pianura.

Sei di nuovo troppo severo con te stesso, osservò Addie. Chi riesce ad avere quello che desidera? Non mi pare che capiti a tanti, forse proprio a nessuno. E’ sempre un incontro alla cieca tra due persone che mettono in scena vecchie idee e sogni e impressioni sbagliate. Anche se, ripeto, questo non vale per noi due. Non in questo momento, non oggi.
Anche per me è così. Eppure persino tu potresti stancarti di me e non volerne più sapere.
Se dovesse succedere, possiamo smettere, disse lei. Questo è l’accordo tra noi, no? Anche se non ce lo siamo mai detti. [Le nostre anime di notte, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi]

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Addie e Louis sono due anziani vicini di casa che vivono a Holt, in Colorado, entrambi vedovi con figli adulti ormai lontani; le giornate sono lunghe ma le notti ancor di più, per questo ad Addie viene un’idea un po’ bislacca: chiedere a Louis se gli va di trascorrere le notti da lei. Non si tratta di sesso, precisa immediatamente Addie, è qualcosa di molto più profondo: attraversare le notti assieme, parlare a letto, nel buio, delle loro vite e dei loro progetti.

Louis accetta e inizia così a uscire di casa ogni sera dopo la cena. La prima sera Louis passa dal cortile sul retro, bussa alla porta di un’emozionata Addie che lo sta aspettando. La donna, però, preferisce che Louis passi dalla porta principale e non da quella di servizio; se la gente di Holt avrà voglia di spettegolare, che lo faccia pure, ad Addie non importa poiché sa che con Louis non sta facendo nulla di male.

Addie e Louis, con una tenerezza incredibile, attraversano le notti assieme. Addie racconta dell’incidente della figlia, della morte del marito e della difficile situazione famigliare di suo figlio; Louis parla del suo tradimento alle promesse matrimoniali, della sua redenzione, della malattia e della morte della moglie e infine del difficile rapporto con la figlia.

Ma la gente di Holt, specialmente quelli con la mente più chiusa, prendono a parlar male di questo bel rapporto tra Addie e Louis; parlano talmente tanto che le voci arrivano sino alle orecchie dei figli, che con prepotenza chiedono ai rispettivi genitori di non vedersi più.

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George Ault “Bright Light at Russell’s Corners” (1946)

Cos’è che ci siamo detti? Che è impossibile aggiustare le vite degli altri, no?
Questo vale per te, disse lei. Non per me.
Capisco, disse Louis.
Oh, mi sento già meglio a parlare con te avendoti accanto.
Non abbiamo parlato molto per il momento.
Eppure mi sento già meglio. Te ne sono grata. Ti ringrazio per tutto questo. Adesso mi sento di nuovo molto fortunata. [Le nostre anime di notte, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi]

Leggendo, anche questa volta Kent Haruf mi ha emozionata, con la sua capacità di intrecciare le storie delle vite dei suoi personaggi, descrive situazioni, sentimenti e paesaggi con grande semplicità.

Le nostre anime di notte” non è un romanzo molto lungo: in queste poche pagine sono condensati molti sentimenti ed episodi della vita di Addie e Louis, sia del passato che del presente. Quella di Kent Haruf è una scrittura asciutta e incisiva, mai ridondante eppure sempre precisa e coinvolgente.

Stava iniziando a fare caldo. Metà luglio. Il cielo terso e il grano già falciato nei campi lungo la strada, le stoppie regolari e ordinate, nel campo accanto il granturco verde scuro che correva in file dritte. Una luminosa, torrida giornata estiva [Le nostre anime di notte, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi]

Usa pochissime parole, Haruf, anche per descrive la campagna attorno a Holt, un campo di grano appena falciato, il mais verde brillante che sta crescendo lentamente, un cielo stellato che illumina le notti di Addie e Louis o la Main Street di Holt. E poche parole per rendere concetti quali l’amore, l’amicizia, l’essere genitori, i drammi della vita che tutti, purtroppo, ci ritroviamo ad affrontare.

Dopo aver letto i quattro romanzi di Kent Haruf finora editi in Italia ho capito che la potenza della sua scrittura è la semplicità ed è così che il lettore si identifica facilmente negli avvenimenti che accadono ai protagonisti.

Se volte farvi un regalo, leggete Kent Haruf: le sue storie vi arriveranno dritte dritte al cuore.

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Titolo: Le nostre anime di notte
L’Autore: Kent Haruf
Traduzione dall’inglese: Fabio Cremonesi
Editore:NN Editore
Perché leggerlo: per farvi un regalo, perché la scrittura di Kent Haruf vi entrerà dritta nel cuore

João Ricardo Pedro | Il tuo volto sarà l’ultimo

È per continuare la scoperta del Portogallo attraverso i libri che ho scelto di leggere “Il tuo volto sarà l’ultimo” di João Ricardo Pedro (Nutrimenti trad. G. De Marchis, 207 pagine, 16 €). Presentata in modo intrigante, la trama mi ha conquistata immediatamente, come la bellissima copertina e il titolo molto particolare. L’ho letto in circa una settimana, ci sono stati giorni in cui ho letto poche pagine e giorni in cui ne ho lette quasi cinquanta. Ci ho messo un po’ a raccogliere le idee e ora vi parlo di questa lettura e della mia possibile interpretazione.

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Era tardi. Il paese era in buone mani ed era tardi. Troppo tardi per un vecchio. Spense il televisore. Si ricordò del figlio. Si ricordò del nipote. Si ricordò della nuora. Spense le luci. Salì le scale. Entrò in camera. Estrasse la rivoltella che aveva le sue iniziali incise nel calcio. La mise nel cassetto del comodino. Chiuse il cassetto a chiave. Mise la chiave sotto il cuscino. La moglie, in pace con Dio e con il mondo, dormiva tranquillamente. Puntò la sveglia alle sette e mezza. Mentre si toglieva le scarpe, si accorse che aveva i calzini sporchi di sangue. Là fuori, un trambusto di gatti [Il tuo volto sarà l’ultimo, J. R. Pedro, trad. G. De Marchis]

Celestino scompare il giorno della Rivoluzione dei Garofani, il venticinque aprile millenovecentosettantaquattro. Gli uomini che vivono nel paese dal nome di mammifero lo cercano in lungo e in largo; Celestino, quell’uomo un po’ misterioso che quarant’anni prima era giunto in paese senza un occhio ed era stato soccorso dal dottor Augusto Mendes, viene trovato morto verso sera proprio da quello che fu il suo primo soccorritore, tanti anni prima.

Da questo incipit prende avvio la storia della famiglia Mendes, dal nonno Augusto, medico, al figlio António soldato due volte in Angola e Congo nei periodi appena precedenti alla decolonizzazione, fino a Duarte, l’enigmatico nipote.

Mentre vengono presentati gli episodi, sempre narrati in terza persona ma con protagonisti una volta Augusto, una António e una Duarte, conosciamo questi tre uomini, così diversi uniti solo dallo stesso cognome. Augusto è stato medico, ha curato tantissima gente, e aveva deciso di andare a vivere in campagna dopo aver visto la tenuta in rovina dell’amico Policarpo, uomo che al contrario di Augusto, aveva deciso di lasciare il Portogallo per scoprire e vivere il mondo; António, ribelle e un po’ violento fin da ragazzo, non poteva che avviarsi alla carriera militare: due volte in Africa, dopo aver conosciuto quasi per caso la ragazza che gli avrebbe fatto prima da madrina di guerra e poi da moglie e madre di Duarte; infine, Duarte, bambino enigmatico, strano, appassionato di musica e d’arte ma così sfuggente e misterioso da non riuscire a inquadrarlo correttamente.

Dalla scomparsa di Celestino, che sembra venir dimenticata in fretta, João Ricardo Pedro racconta al lettore episodi dei tre protagonisti maschili, avanti e indietro nel tempo, saltando qua e là, tanto spesso è complesso raccapezzarsi.

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Campo di grano in Alentejo (fonte: Faísca from Lisboa, Wikipedia Commons CC BY 2.0)

João Ricardo Pedro passa da un periodare lunghissimo, frasi che occupano quasi una pagina, a frasi asciutte e secche dove si trovano esclusivamente un articolo, un soggetto e un verbo, la rapida descrizione di un’azione. Lo stile di João Ricardo Pedro è molto originale: polifonico ma in terza persona e alcuni episodi sembrano dei racconti a sé, come uno dei più bei capitoli “Le lettere di Policarpo“, bello forse perché proprio una delle lettere di Policarpo dovrebbe essere la chiave per risolvere un mistero perso nei meandri del tempo.

Il Portogallo, con Lisbona e il paese di campagna dal nome di mammifero, assieme alle colonie, è sullo sfondo e viene accennato solo con brevi pennellate di colore, mentre i personaggi vengono analizzati attraverso l’occhio preciso di João Ricardo Pedro, mostrati nelle loro paure, debolezze e particolarità.

Gli eventi dei tre rappresentanti della famiglia Mendes, dicevo, sembrano essere sconnessi tra loro e quando emerge una coincidenza e sembra di aver compreso qualcosa – un dettaglio, un particolare, un fatto – in realtà si ribalta tutto poco dopo, perché in un libro come questo non è facile distinguere il vero dal falso.

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Serra do Topo, isole Azzorre (fonte: José Luís Ávila Silveira e Pedro Noronha e Costa, Wikipedia Commons, Pubblic Domain)

Durante questa lettura ho pensato molto al romanzo “Le ossa di San Lorenzo” di Vincente Alfonso (NN editore, trad. F. Cremonesi), perché come stile e modalità di presentare la storia e soprattutto gli enigmi, mi pareva simile. Ma se ne “Le ossa di San Lorenzo” alla fine ognuno può avere un’interpretazione diversa dei misteri del libro, e Alfonso fornisce ai lettori le chiavi di lettura, ne “Il tuo volto sarà l’ultimo” non si risolve nulla, i dubbi persistono e sono più forti che all’inizio della lettura.

João Ricardo Pedro tiene sulle spine il lettore fino all’ultimo, lettearlmente fino all’ultima pagina, e quando si arriva a leggere una lettera che dovrebbe spiegare almeno in parte un fatto ma, no, di nuovo Ricardo Pedro non ci fornisce la spiegazione. Forse, la vita è un po’ così, spesso pensiamo di essere arrivati alla soluzione ma questa ci sfugge; pensiamo di aver chiara la verità, ma un fatto la confuta.

O forse, non tutta la verità può essere svelata completamente, perché nella vita di ognuno un pizzico di mistero permane nel tempo. Come la morte – incidente? omicidio? –, misteriosa e cruenta, del povero Celestino.

Titolo: Il tuo volto sarà l’ultimo
L’Autore: João Ricardo Pedro
Traduzione dal portoghese: Giorgio De Marchis
Editore: Nutrimenti
Perché leggerlo: per mettervi alla prova

(© Riproduzione riservata)

Non è il mio genere | Chiacchierando di… Romanzi rosa

Sabato 18 febbraio alla Libreria Sulla Parola di Caluso (TO) Elisa La lettrice rampante, la libraia Stefania, io e gli altri partecipanti abbiamo amabilmente chiacchierato di romanzi rosa e libri dove le storie d’amore rivestono un ruolo primario o molto importante. Federica del blog Una ciliegia tira l’altra, espertissima di romanzi rosa, ha cercato – come già in passato – di avviarmi verso la lettura del suddetto genere, senza però convincermi del tutto.

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In effetti, il romanzo rosa non è proprio il mio genere, tanto che ho consigliato un libro che non è prettamente un rosa ma ha una storia d’amore molto importante nella trama, tanto importante da modificare pesantemente le vite dei protagonisti.

Non so bene come mai io non abbia letto romanzi rosa, o meglio, forse quei pochissimi che ho letto non mi sono piaciuti per niente, quindi ho pensato di lasciare perdere; immagino che dovrei dar loro un’altra chance, prima o poi, magari in un periodo in cui non mi andrà di leggere qualcosa di veramente impegnativo. Ci proverò. Nel frattempo, ecco tutti i consigli che sono arrivati, e sono davvero tanti!

Innamorarsi a New York – Melissa Hill (Newton & Compton)

Biscotti e sospetti – A neve ferma –  La soavissima discordia dell’amore –  Stefania Bertola (TEA)

Quasi quasi mi innamoro – di Anna Mittone (Piemme)

Aspettando domani – Guillaume Musso (Sperling e Kupfer)

Io prima di te – Jojo Mojes (Mondadori)

Colpa delle stelle – John Green (Rizzoli)

Io che amo solo te – Luca Bianchini (Mondadori)

Le ho mai raccontato del vento del nord – Daniel Glattauer (Feltrinelli)

La lettera d’amore – Cathleen Schine (Adelphi)

Orgoglio e pregiudizio – Persuasione – Jane Austen (Feltrinelli)

Cime tempestose – Charlotte Brontë (Mondadori)

Quel che il giorno deve alla notte – Yasmina Khadra (Mondadori)

I love shopping (saga) – Sophie Kinsella (Mondadori)

I cercatori di conchiglie – Ritorno a casa – Settemnbre – di Rosamund Pilcher (Mondadori)

L’allieva (saga) – Alessia Gazzola (Longanesi)

La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo – Audrey Niffenegger (Mondadori)

L’amore graffia il mondo – Ugo Riccarelli (Mondadori)

Lettera di una sconosciuta – Stefan Zweig (Adelphi)

E non disse nemmeno una parola – Heinrich Böll (Mondadori)

L’amore ai tempi del colera – Gabriel García Márquez (Mondadori)

I ponti di Madison CountyRobert James Waller (Frassinell)

*

Il prossimo appuntamento è per il 18 marzo 2017 e ci incontreremo per chiacchierare e consigliare poesie e teatro, due generi molto particolari e intriganti. Aspettiamo i vostri consigli!

Seguiteci sui rispettivi blog e sulle nostre pagine Facebook: Libreria Sulla Parola, La lettrice rampante e Il giro del mondo attraverso i libri.

Intervista d’autore #4 | “Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati” di Davide Bacchilega

Grazie al progetto Book Bloggers Blabbering, ho potuto rispolverare la rubrica “Interviste d’autore” e in questo nuovo appuntamento ho avuto la possibilità di porre alcune domande a Davide Bacchilega, autore del romanzo giallo “Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati” edito da Las Vegas edizioni: ringrazio Davide per aver dedicato il suo a rispondere alle mie domande. Buona lettura!

La prima è una domanda personale: diventare scrittore era un tuo sogno o è semplicemente successo?

Sono diventato scrittore? Non me ne ero accorto! Battute a parte, la mia personale teoria è che per definirsi “scrittore” sia necessario guadagnarsi da vivere con la scrittura, riuscire a pagare la spesa al supermercato e le bollette che spuntano dalla buchetta. Chi ce la fa, ha il diritto di compilare con la parola “scrittore” il campo Professione sulla carta d’identità. Sulla mia, invece, si legge “pubblicitario”. Nonostante questo, e grazie a questo, per me diventare scrittore è più di un sogno: è un obiettivo.

Il romanzo “Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati” ha un meccanismo narrativo pressoché perfetto: dove hai tratto l’ispirazione per scrivere questo incredibile giallo?

Le idee per il romanzo sono arrivate da tutto ciò che ho letto, visto e sentito prima di iniziare a lavorare sul testo. In particolare, le narrazioni che più di altre sono state fondamentali per spingermi a scrivere Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati sono state quelle di Una squillo per l’ispettore Klute, un film noir del 1971 diretto da Alan Pakula, e dei romanzi 1974 e 1977 di David Peace.

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Il libro di Davide Bacchilega edito da Las Vegas edizioni (foto: Claudia)

“Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati” è un romanzo con un titolo decisamente evocativo: vivo in un piccolo paese ed è spesso vero che i peccati sembrano molto più grandi. Come avete scelto, tu e gli editori, questo titolo?

La frase “più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati” è una sorta di tormentone che ricorre in diverse pagine. Viene pronunciata per la prima volta dall’ex direttore del quotidiano Romagna Sera, il cinico Sabatini; è ripetuta più volte da uno dei protagonisti, il non meno cinico Michele Zannoni, giornalista di cronaca nera. È un motto che fa da filo conduttore a tutta la vicenda e in un certo senso la riassume. Quando l’ho suggerito come titolo del libro, l’editore ha avuto inizialmente qualche perplessità, per via della sua lunghezza. Chi sarebbe riuscito a ricordarlo? Di contro, aveva riconosciuto che la formula era originale e adeguata allo spirito della storia, con tutte le potenzialità per incuriosire il lettore. Come è finita lo sappiamo. A mia difesa posso comunque affermare con certezza che i titoli dei film di Lina Wertmüller sono molto più lunghi!

I tuoi personaggi, Mauro su tutti, sono pieni di tic e manie, caratteristiche che li rendono a dir poco unici: per qualche personaggio in particolare ti sei ispirato a persone che in passato hai davvero conosciuto o sono tutti frutto della fervida fantasia?

Tutti i personaggi del libro, in fin dei conti, possiedono dei tratti di personalità piuttosto diffusi,  presenti in misura diversa in ognuno di noi (anche in te, non credere!). Solo che io ho calcato la mano su certe caratteristiche, ingigantendo ad esempio disturbi ossessivo-compulsivi (Mauro) o portando alle estreme conseguenze disillusione e disfattismo (Michele). Ho iniettato nei miei personaggi tic e manie comuni, ma in quantità così massicce da renderli insoliti. “Normalità” e devianza sono irrorate dalla stessa linfa. La differenza la fa il dosaggio.

Stile narrativo: una delle cose che più ho apprezzato del tuo romanzo è il fatto che ogni capitolo sia affidato ad un personaggio diverso, e ogni capitolo successivo riprenda la frase finale del precedente. Questa forma narrativa, che ha lo scopo di rendere avvincente e originale la vicenda, era già presente nella prima edizione del romanzo – pubblicato con il titolo “Bad news” (Giulio Perrone Editore, 2011) – oppure è una delle rivisitazioni di questa seconda edizione con Las Vegas Edizioni?

Era presente fin dall’inizio. Nella prima edizione del libro così come nel primo manoscritto uscito dalla mia stampante. La rivisitazione effettuata con Las Vegas non ha riguardato la struttura narrativa, ma si è concentrata su aspetti più formali. Riprendere in mano il romanzo dopo qualche anno mi ha fatto capire che nel frattempo avevo guadagnato una maggiore consapevolezza e maturità come autore. Senza cambiare nulla della storia e senza tradire le intenzioni espressive della prima versione, ho ritenuto necessario migliorare l’efficacia del testo condensando la scrittura ed eliminando qualche pagina superflua.

Hai ambientato il tuo romanzo in Romagna, la tua terra, non in estate bensì in inverno. Scelta insolita, dato che la fama della Riviera romagnola è legata soprattutto all’estate. Come mai hai scelto questo periodo e ci potresti dare qualche buon motivo per visitare la Romagna fuori stagione?

Avevo in mente di scrivere un noir oscuro, torbido e nebbioso, seppure intriso di ironia. L’inverno e l’indole romagnoli hanno contribuito a ricreare il clima perfetto per questo tipo di narrazione. Vuoi visitare la Romagna fuori stagione? Beh, ti potrei raccontare di quanto è romantico il mare in inverno, descriverti come luccicano di storia i mosaici bizantini di Ravenna, illustrarti qual è la sottile differenza tra la piadina romagnola e la piada riminese… Ma lascia perdere: vieni in estate che ti diverti molto di più.

In questo momento stai lavorando ad un nuovo libro? Se sì, ci puoi raccontare qualcosa in più?

Ho terminato da qualche mese un nuovo romanzo, ma per ora è un progetto segretissimo. Così segreto che non ho ancora capito nemmeno io di cosa si tratta.

Chiudo con un consiglio: da scrittore, hai qualche suggerimento per quei ragazzi che oggi vorrebbero diventare scrittori?

Leggere tanti libri e poi leggerne altri ancora. E quando si è finito di leggerli, uscire di casa, fare una passeggiata, infilarsi nella prima libreria che capita e comprarne un altro paio. E altri due ancora, già che si è lì. Insomma, vivere per la lettura. E se mentre si vive per la lettura si inizia a scrivere qualcosa, bisogna essere consapevoli che lo si può scrivere meglio, e poi meglio ancora, e che quel meglio ancora non sarà mai abbastanza perché qualcuno alla fine lo boccerà. E sarà il primo di mille rifiuti. Solo dopo avere completato il giro completo dei fallimenti si inizierà a scrivere davvero. Da quel momento, oltre che per la lettura, si dovrà iniziare a vivere anche per la scrittura. E farlo con umile ambizione, spregiudicata dedizione e disciplinata follia.

Intervista a cura di Claudia Pezzetti

Jens Christian Grøndahl | Spesso sono felice

Ho scoperto il nuovo romanzo di Jens Christian Grøndahl “Spesso sono felice” (trad. E. Kampmann, Feltrinelli, 103 pagine, 12 €) sui social network, precisamente sulla pagina facebook de I Boreali – Nordic Festival; la copertina essenziale e il titolo romantico mi hanno incuriosita e una volta letta la trama, che presupponeva un romanzo nostalgico e malinconico, ho deciso di leggerlo.

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Adesso è morto anche tuo marito, Anna. Tuo marito, nostro marito. Mi sarebbe piaciuto che riposasse accanto a te, ma tu hai già due vicini di posto, un avvocato e una signora seppellita un paio di anni fa. Quando arrivasti tu, l’avvocato c’era già da parecchio tempo. Ho trovato un lotto libero per Georg nella fila successiva; dalla tua tomba si vede il dietro della sua lapide. Ho scelto l’arenaria, nonostante il marmista mi abbia detto che risente delle intemperie. E allora? Il granito non mi piace. I gemelli invece lo avrebbero preferito, su questo punto una volta tanto erano d’accordo [Spesso sono felice, Jens Christian Grøndahl, trad. E. Kampmann]

Ellinor è una donna di settant’anni, determinata e decisa, convinta di sapere come vuole trascorrere questi ultimi anni che le restano; dopo la morte del secondo marito, Georg, Ellinor vende la grande casa senza quasi interpellare i gemelli, figli di Georg e di Anna la prima moglie di lui, e decide di tornare a vivere nel quartiere di Copenaghen dove viveva da bambina, Amerikavej.

I gemelli Stefan e Morten, piccati dalla scelta di vendere la proprietà, cercano di dissuadere Ellinor e ci prova anche Mie, l’insopportabile e dispotica moglie di Stefan; Ellinor, però, non vuole altro che vivere in quel quartiere e guardare dalle finestre la vecchia casa dove visse con la madre.

La vita di Ellinor, benché lei l’abbia sempre affrontata con ottimismo e determinazione, non è sempre stata facile. Tre eventi hanno interessato la vita di Ellinor, stravolgendola per sempre: la scoperta dell’identità di suo padre, il tradimento da parte del suo primo marito e un terribile incidente mortale occorso sulle Dolomiti molti anni prima.

Ellinor racconta tutto questo, con un tono malinconico ma striato di positività, sotto forma di lettera ad Anna danese di origini italiane, la sua amica scomparsa moltissimi anni prima. E’ attraverso queste righe che Ellinor traccia un preciso bilancio della sua esistenza, raccontando all’amica tutto ciò che è successo dopo la sua drammatica e prematura morte.

L’amore era. Non è più? Sì, che è, muore con l’uomo, ma per quanto tempo potrà svolazzare per conto suo, tendersi nella stanza vuota cercando di acchiappare i granelli di polvere in un raggio di sole? A che punto si trasforma nel ricordo di un sentimento, e non è più il sentimento stesso? (…) Finii con l’amare Georg al posto tuo, e non avrei mai immaginato neanche questo, ma di qui a continuare a vivere in casa sua, senza di lui? Per qualche motivo mi pare inconcepibile, e vorrei capire perché [Spesso sono felice, Jens Christian Grøndahl, trad. E. Kampmann]

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Canale Nyhavn, Copenhagen (fonte: Benjamin Janecke, Wikipedia Commons CC BY-SA 3.0)

 Ho apprezzato il romanzo di Jens Christian Grøndahl in modo particolare perché è essenziale e in pochissime pagine riesce a raccontare avvenimenti e sentimenti; un romanzo come questo avrebbe potuto benissimo svilupparsi per trecento pagine, ma Grøndahl sceglie di essere incisivo senza allungare troppo la storia. In poche righe concentra emozioni, descrizioni, sentimenti e questo per me è un valore aggiunto. Una delle più belle storie d’amore contenute in questo libro viene raccontata in poco meno di dieci pagine, quando con un’idea come quella si sarebbe potuta sviluppare per almeno cinquanta o settanta pagine.

Oltre ad essere essenziale, la scrittura di Grøndahl è delicata, lieve e molto poetica. E malinconica, logicamente, trattandosi a tutti gli effetti di una lunga lettera scritta per Anna, l’amica di Ellinor scomparsa da giovane.

Nella lettera di Ellinor vi sono appunto dei segreti personali, dalla scoperta dell’identità del padre a quella del tradimento del suo primo marito e benché l’idea di raccontare il tutto attraverso una lettera non sia un espediente narrativo originale, la vicenda funziona benissimo, e la storia diventa via via sempre più appassionante.

Ellinor è una donna decisa, intraprendente, che nonostante le difficoltà della vita non si è mai arresa, descritta magistralmente nell’intimo, emerge è un personaggio a tutto tondo che spicca notevolmente per la sua voglia di indipendenza.

Spesso sono felice” di Jens Christian Grøndahl è un buon romanzo che ho apprezzato molto e che fa riflettere sul tempo che passa e che lava via discordie e rancori, ma che acuisce la potenza dei segreti taciuti per troppo tempo; fa riflettere su cosa resterà di noi quando non ci saremo più, chi si occuperà delle persone che abbiamo lasciato e chissà se qualcuno prenderà “il nostro posto” nel nostro piccolo mondo.

Titolo: Spesso sono felice
L’Autore: Jens Christian Grøndahl
Traduzione dal danese: Eva Kampmann
Editore: Feltrinelli
Perché leggerlo: il romanzo è un’emozionante storia di amori, relazioni famigliari e segreti personali, perfetta per chi cerca un libro essenziale scritto in modo incisivo e delicato