Paolo Cognetti | Le otto montagne

Il paese di Grana si trovava nella diramazione di una di quelle valli, ignorata da chi passava di lì come una possibilità irrilevante, chiusa in alto da creste grigio ferro e in basso da una rupe che ne ostacolava l’accesso (…) Una strada sterrata si staccava dalla regionale e saliva ripida, a tornanti, fino ai piedi della torre; poi superandola si addolciva, voltava sul fianco della montagna ed entrava nel vallone a mezza costa, proseguendo in falsopiano. Era luglio quando la imboccammo, nel 1984. Nei prati stavano falciando il fieno. Il vallone era più ampio di come sembrava da sotto, tutto boschi sul lato in ombra e terrazzamenti al sole: giù in basso, tra le macchie di arbusti, scorreva un torrente che ogni tanto intravedevo luccicare, e quella fu la prima cosa di Grana a piacermi. Leggevo romanzi d’avventura all’epoca. Era stato Mark Twain a trascinarmi all’amore per i fiumi [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Pietro ha una decina di anni e una grande voglia di vivere tante avventure. I genitori di Pietro sono da sempre innamorati delle montagne: le Dolomiti prima, dove si sono conosciuti e sposati, e le montagne del massiccio del Monte Rosa poi. Nei primi anni Settanta si sono trasferiti dalle montagne venete a Milano per lavoro. Giovanni, il padre di Pietro, lavora in una grande azienda chimica e soffre in città, tanto da decidere di spendere i risparmi per affittare una casetta in montagna.

E’ la mamma di Pietro a scoprire il paesino di Grana, un abitato costituito da poche anime e tante baite ormai in rovina, un luogo per nulla frequentato dai turisti; tutti e tre se ne innamorano subito e da quel momento in poi ogni estate li vedrà a Grana. La mamma esplora i boschi e s’incanta di fronte ai colori dei rododendri selvatici, il papà sale in alta quota in montagna, sfida i ghiacciai e i Quattromila, scrive pensieri entusiasti dei diari di vetta. Pietro incontra Bruno, un ragazzino circa della sua età, l’unico di Grana.

C’era un ragazzino che pascolava le mucche nei prati lungo la riva (…) Portava sempre con sé un bastone giallo, di plastica, dal manico ricurvo, con cui spronava le mucche su un fianco per spingerle giù verso l’erba alta [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Da un laconico dialogo, grazie all’intervento della mamma durante la prima merenda con latte e biscotti, nasce una grande amicizia: Pietro e Bruno iniziano a frequentarsi e a vivere mille cose assieme, come le esplorazioni delle vecchie baite abbandonate, le gite al fiume, le escursioni in montagna con Giovanni. Il momento di lasciare Grana e tornare a Milano è sempre difficile, ma si sopporta il distacco pensando al ritorno.

Così adesso conoscevo anch’io la nostalgia della montagna (…) Anch’io adesso potevo incantarmi alla comparsa della Grigna in fondo ad un viale. Rileggevo le pagine della guida del Cai come fosse un diario, imbevendomi della loro prosa d’altri tempi (…) i giorni di Grana mi sembravano così lontani da chiedermi se fossero esistiti davvero (…) la primavera tornava perfino a Milano e la nostalgia si trasformava in attesa che arrivasse il momento di tornare su [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Pietro torna a Grana e Bruno è sempre lassù ad attenderlo. Trascorrono gli anni e sembra che nulla possa mutare in questa sorta di trasumanza estiva da Milano a Grana; invece, le cose cambiano, perché sia Bruno che Pietro crescono. Pietro e Giovanni si allontanano, un figlio adolescente spesso fatica a capire un genitore e Pietro non capisce perché Bruno non voglia scendere in città a studiare o a cercare un lavoro che dia più certezze economiche.

Pietro si mostra sempre introverso, solitario, timido: studia cinema, cambia diverse città, vola persino in Himalaya per girare documentari e realizzare reportage. Bruno non abbandona Grana, è un giovane pieno di iniziativa ed entusiasmo, il lavoro duro non lo spaventa, vuole creare un’azienda agricola nell’alpeggio dello zio ma si mantiene facendo il muratore con il padre.

Non possono essere più diversi, Pietro alla costante ricerca di sé, girovago che non sa esattamente cosa vuole e dove vuole stare, e Bruno che accetta il suo destino quasi segnato di non doversi allontanare dalle montagne per nessun motivo. Ma se Pietro per qualche tempo si allontana da Grana – e quindi da Bruno – sarà Giovanni, indirettamente a riavvicinarli grazie all’eredità che lascerà al figlio.

Lago Dres in autunno, Ceresole Reale, Parco Nazionale del Gran Paradiso (foto: Claudia)

Le otto montagne” di Paolo Cognetti (Einaudi, 199 pagine, 18.50 €) è un libro semplicemente bellissimo. Semplicemente perché sentimenti, paesaggi, personaggi, situazioni sono descritti con una tale delicatezza che arrivano dritti al cuore di chi legge. Il romanzo è suddiviso in tre parti – Montagna d’infanzia, La casa della riconciliazione e Inverno di un amico – e abbraccia circa trent’anni di vita.

Vengono indagati i sentimenti e i rapporti tra i tre protagonisti: l’amicizia di Bruno e Pietro, le incomprensioni tra Pietro e Giovanni, la stima reciproca tra Bruno e Giovanni, che gli farà quasi da padre dato che quello di Bruno non è una bella persona; sullo sfondo, sempre, le splendide montagne del Massiccio del Monte Rosa, magistralmente descritte dalla sensibilità di Cognetti.

Oltre alla storia, sono proprio le descrizioni della montagna ad avermi conquistata: da esse si legge tra le righe quando l’Autore conosca e ami profondamente quegli ambienti.

Il vallone di Grana a metà novembre era bruciato dalla siccità e dal gelo. Aveva il colore dell’ocra, della sabbia, della terracotta, come se nei pascoli un incendio fosse già passato e spento. Nei boschi divampava ancora: sui fianchi della montagna le fiamme d’oro e di bronzo dei larici illuminavano il verde cupo degli abeti, e ad alzare gli occhi al cielo scaldavano l’anima. Giù in paese invece regnava l’ombra. Il sole non arrivava nel fondo del vallone e la terra era dura sotto i piedi, coperta qua e là da una crosta di brina [Paolo Cognetti, Le otto montagne]

Per apprezzare qualcosa a volte dobbiamo rischiare di perderla. Solo così possiamo capire quando per noi è davvero importante e quando potrebbe mancarci se dovesse scomparire. La leggenda tibetana delle otto montagne non ve la racconto: è struggente, ve lo garantisco, e il finale del romanzo fa commuovere.

Nei silenzi della montagna i nostri pensieri riecheggiano più facilmente: dopo la conquista dell’agognata cima sentiamo noi stessi, tra i battiti convulsi del nostro cuore, e abbiamo una sensazione da tradurre a parole e da imprimere sul logoro diario di vetta.

Titolo: Le otto montagne
L’Autore: Paolo Cognetti
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un libro scritto bene, emozionante e struggente. Per chi ama la montagna, per chi ha perso qualcosa che ora non più avere, per chi pensa che più ci si sale verso le vette e più sia facile ascoltare i nostri pensieri

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José Eduardo Agualusa | Passeggeri in transito

Oggi viaggio per sapere il perché. Forse questo finale la delude? Se ne aspettava un altro? Se fossi rimasto là, sulle montagne del Perù, dove sono nato, venderei bottoni, come mio padre. Avrei qualcosa da perdere, famiglia e denaro, e sicuramente soffrirei di più. Per il resto, non so se, in sostanza, sarei molto diverso da ciò che sono. Ignorerei certe cose, sì, lei ha ragione, ma questa ignoranza non mi danneggerebbe, poiché non me ne renderei neanche conto. Forse un giorno mi fermerò. Forse no. [Passeggeri in transito, dal racconto Un ciclista, traduzione Luca Creta]

La raccolta di racconti “Passeggeri in transito” di José Eduardo Agualusa (Edizioni dell’Urogallo, trad. L. Creta, 116 pagine, 12 €) ha come sottotitolo “Nuovi racconti per viaggiare” e il tema del viaggio è uno dei fili conduttori dei venti brevi racconti che compongono il libro.

I protagonisti di questi racconti si muovono attraverso tre continenti: l’Europa, l’Africa e l’America del sud, passando dal Portogallo all’Angola e al Brasile. Paesi che all’apparenza di comune sembrano avere solo la lingua portoghese – seppur con sfumature e accenti molto differenti – invece hanno molto di più.

Agualusa è nato in Angola, ex colonia del Portogallo che ha ottenuto l’indipendenza da quest’ultimo nel 1975 – anno della caduta della dittatura portoghese e della perdita di tutte le colonie -, ma da grande viaggiatore e conoscitore del mondo non ha nessuna difficoltà nell’ambientare i suoi scritti in altri stati lusofoni e indagare la società portoghese, angolana e brasiliana.

“Quest’isola è un buco nero”, disse in un portoghese trionfante (…) Ordinò di servirci un succo di caju molto fresco e continuò: “Vedete, gli stranieri vengono su quest’isola per dimenticare qualcosa, o qualcuno, o per essere dimenticati. Il poeta Tomás António Gonzaga, per esempio, e i suoi compagni della Inconfidência Mineira. Le persone arrivano in questo posto e sono dimenticate e poi loro stesse si dimenticano di chi erano. Gonzaga si dimenticò della bella Marília. Forse si era perfino dimenticato del Brasile. Lasciò dei discedenti quei, lo sapevate?”
“E lei?”, gli chiesi. “E’ venuto per dimenticare o per essere dimenticato?” [Passeggeri in transito, dal racconto Sale e dimenticanza, traduzione Luca Creta]

Che cosa aspettarsi racconti di José Eduardo Agualusa? Drammaticità , qualche immagine cruda (“I cani”), divertimento (con il racconto dal finale a sorpresa “E’ dolce morire in mare”), surrealismo (“La trappola”) e addirittura un po’ di realismo magico quasi sudamericano (“Le ossa dell’ofido”).

Con notevole sapienza Agualusa mescola diversi contenuti che appartengono alle culture sviluppate in tre continenti, ma unite da diversi punti in comune, e lo fa utilizzando una scrittura limpida, pulita e a tratti molto lirica. Come primo assaggio dell’opera di José Eduardo Agualusa posso ritenermi soddisfatta e la curiosità di scoprirne di più – leggerlo come romanziere – è molto alta e proseguirò con “La regina Ginga“.

Titolo: Passeggeri in transito
L’Autore: José Eduardo Agualusa
Traduzione dal portoghese: Luca Creta
Editore: Edizioni dell’Urogallo
Perché leggerlo: per avvicinarsi alla scrittura di Agualusa, per cogliere le sfumature dietro le righe, per viaggiare attraverso tre continenti uniti dalla stessa lingua

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Non è il mio genere | Chiacchierando di… biografie, autobiografie e romanzi storici

Sabato 9 aprile alla Libreria Sulla Parola di Caluso (TO) Elisa La lettrice rampante, la libraia Stefania, io e gli altri partecipanti abbiamo parla di due generi che personalmente apprezzo molto: biografie e autobiografie e romanzi storici.

Anche questa volta i confronti nati dall’incontro sono stati molto interessanti e sono arrivati parecchi spunti di lettura; sicuramente, prima o poi, leggerò anche io la saga dei Cazalet!

Ecco tutti i consigli di lettura!

BIOGRAFIE E AUTOBIOGRAFIE

OPEN, biografia di Agassi (Einaudi)
L’ULTIMA LEZIONE di Randy Pausch (Rizzoli)
PER QUESTO MI CHIAMO GIOVANNI di Luigi Garlando (BUR)
UN UOMO di Oriana Fallaci (BUR)
SANTA EVITA di Tómas Eloy Martínez, Santa Evita (SUR)
LA TERRAZZA PROIBITA di Fatima Mernissi (GIUNTI)
LIFE, di Keith Richards (FELTRINELLI)
LA SIGNORA DEGLI ABISSI, Silvya Earle si racconta – Chiara Carminati (editoriale Scienza)
SE QUESTO È UN UOMO Primo Levi (Einaudi)
IL SISTEMA PERIODICO (Primo Levi (Einaudi)
LA RIVINCITA DI CAPABLANCA di Fabio Stassi (minimum fax)
IL TRAMONTO BIRMANO di Inge Sargent (ADD editore)
UNA VITA CINESE du Li Kunw (ADD editore)

ROMANZO STORICO

Trilogia Alexander di Valerio Massimo Manfredi (Mondadori)
IL LIBRO DI MIO PADRE di Urs Widmer (Keller)
L’UOMO AMATO DA MIA MADRE – Urs Widmer (Bompiani)
LE OSSERVAZIONI di Jane Harrys, (BEAT)
GLI ARUSPICI DEL REICH di Marco Antoniol (Imprimatur)
Tutti i romanzi storici di C.J. Samson
LA SAGA DEI CAZALET Elizabeth Jane Howard (Fazi editore)
TRE UOMINI IN BARCA Jerome K. Jerome (Feltrinelli)
L’ARMATA DEI SONNAMBULI di Wu Ming (Einaudi)
NON LUOGO A PROCEDERE di Claudio Magris (Garzanti)
IL RE DELL’UVETTA di Fredrik Sjöberg (Iperborea)
CIGNI SELVATICI Jung Chang (TEA)

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Qualche consiglio di lettura vi ispira? Avete qualche biografia/autobiografia e romanzo storico da suggerirci?

Aglaja Veteranyi | Lo scaffale degli ultimi respiri

Concepita ero stata concepita a Cracovia, dice mia madre. Concepita a Cracovia e partorita a Bucarest. Sono una valacca. Cos’è una valacca? Le mani della mia levatrice venivano dalla Germania. La mia appendice rimase in Cecoslovacchia, in un ospedale militare. Si dovette tirare il freno d’emergenza del treno. All’epoca c’erano ancora mio padre e mia sorella (…) Le mie adenoidi rimasero a Madrid [Aglaja Veteranyi, Lo scaffale degli ultimi respiri, trad. A. Lorenzini]

La protagonista de “Lo scaffale degli ultimi respiri” di Aglaja Veteranyi (trad. A. Lorenzini, Keller editore, 129 pagine, 13 €), la voce narrante senza nome, è una giovane donna che ha girovagato tutta l’Europa. Dalla Romania, dove i suoi genitori e parenti hanno radici, alla Polonia, passando per la Cecoslovacchia e la Spagna, per poi giungere – finalmente – in Svizzera, l’attuale punto di arrivo di questa famiglia di circensi.

La giovane protagonista racconta la sua vita e quella della sua famiglia di girovaghi, ma si focalizza in particolare sull’amata zia, la sorella della mamma; la zia per la protagonista è una figura importante, molto più importante della stessa madre.

Il breve romanzo della Veteranyi è suddiviso in tre parti: nella prima vengono narrati con grande drammaticità la malattia della zia; nella seconda parte invece viene narrata la storia personale della protagonista; infine, nella terza, viene ripresa la vicenda della malattia della zia, l’agonia e la triste dipartita.

Quando la zia leggeva i fondi di caffè a qualcuno, si doveva infilare una moneta sotto la tazza capovolta. Propiziava la fortuna. La fortuna aveva attraversato tutte le monete sotto il letto matrimoniale della zia. La lettura dei fondi di caffè la zia l’aveva ereditata da sua nonna. La gente si faceva leggere i fondi di caffè da lei come il giornale. Portava monete e regali. I fondi di caffè raccontavano del tempo dietro al tempo. Delle buone notizie, dei lunghi viaggi, di ricchezza e fecondità, di invidia e malattia [Aglaja Veteranyi, Lo scaffale degli ultimi respiri, trad. A. Lorenzini]

Aglaja Veteranyi girovagò per tutta Europa assieme alla sua famiglia di circensi, infatti la vicenda narrata nel romanzo breve “Lo scaffale degli ultimi respiri” ha molti aspetti autobiografici. La Veteranyi rimase analfabeta sino a quattordici anni, quando finalmente iniziò ad imparare a leggere e scrivere in tedesco; è il tedesco, infatti, che usa come lingua per scrivere “Lo scaffale degli ultimi respiri“.

Le frasi sono semplici, molto brevi, quasi lapidarie e spesso c’è esclusivamente l’essenziale. Ma anche utilizzando poche parole l’autrice, di origine romena naturalizzata svizzera, riesce a rendere il dolore che la donna protagonista prova durante la malattia e l’agonia della zia. E’ un libro che tra un sorriso e l’altro, tra una ricetta tradizionale e un po’ di ironia, nasconde molto disagio.

Oltre alla malattia della zia, vi è il disagio di non appartenere a nessun popolo; di non sentirsi parte del Paese dove si vive e della scarsa conoscenza della cultura degli antenati. L’essere divisa in tanti mondi: quello dei circensi romeni, quello degli svizzeri, quello di tutti i luoghi e le persone incontrate durante i vagabondaggi.

E’ questo disagio di non appartenenza, unito certamente ad altri problemi, che porta la giovane Aglaja Veteranyi a darsi la morte in riva al Lago di Zurigo, pochi giorni prima dell’uscita del romanzo che ho appena recensito. Forse per nostra natura sentiamo di dover necessariamente appartenere a qualcosa, un luogo, una lingua, una cultura. Possiamo migrare, spostarci, viaggiare, girovagare, ma da qualche parte le radici ci devono essere, le dobbiamo sentire e anche custodire e raccontare con orgoglio, perché no. Non si devono dimenticare solo perché si vive in un Paese straniero. Perché possiamo andare dall’altra parte del mondo ed essere felici, ma credo si possa essere ancora più felice se sappiamo che da qualche parte c’è quel posto che possiamo chiamare ‘casa’.

Ogni morto porta a Dio il suo ultimo respiro, secondo Costel. Un respiro in cui Dio può leggere la vita di quell’uomo come in un libro. La biblioteca di Dio è uno scaffale pieno di ultimi respiri [Aglaja Veteranyi, Lo scaffale degli ultimi respiri, trad. A. Lorenzini]

Brian Friel | Tutto in ordine e al suo posto

Sulla via del ritorno venne preso da un senso di solitudine. Solo una volta cedette alla tentazione di guardare dallo specchietto, ma s’era ormai fatto buio ed Errigal era già stata inghiottita dall’oscurità alle sue spalle. Era stato un errore tornarci (…) Perché il passato è un miraggio: una dolce illusione nella quale uno entra per sfuggire al presente (…) Cosa si aspettava di trovare a Corradinna: il recupero della sua innocenza? La conferma di un sogno? Non se lo ricordava più. Ora sapeva solo che quel viaggio era stato uno sbaglio. Lo aveva derubato di una cosa preziosa, l’immagine idealizzata che lui s’era fatto del suo passato, e al posto di quella immagine ora non c’era niente: solo la verità [Brian Friel, dal racconto “Fra le rovine”, trad. D. Benati]

Nei dieci racconti raccolti in “Tutto in ordine e al suo posto” di Brian Friel (trad. Daniele Benati, marcos y marcos, pag. 236, 18 €) l’autore nordirlandese con abilità e ironia mette in scena un carosello di personaggi e situazioni che conquistano e divertono il lettore.

Ne “Il rabdomante” una vedova sposa in seconde nozze un uomo che appare integerrimo, mentre in realtà nasconde un segreto molto comune a tutti i nordirlandesi del paese; in “L’oro in fondo al mare” un ragazzo si unisce ad una nave che esce di notte per andare a pesca di salmoni, scoprendo amare verità.

Nel racconto “Il sistema della vedovanza” un uomo decide di allevare un colombo per farlo gareggiare in velocità con un metodo assai particolare. “I raccoglitori di patate” è un racconto amaro sulla questione del lavoro minorile e l’abbandono scolastico; “Foundry House” è uno scritto sulle disillusioni infantili quando si cresce; ne “Gli illusionisti” un bambino scoprirà la verità riguardo al mago che ogni anno visita la sua scuola elementare.

Anche in “Ginger l’Eroe” ci sono due uomini che allenano un gallo per farlo combattere; “Fra le rovine“, il miglior racconto della raccolta, è un bellissimo scritto sui sogni e le aspirazioni che abbiamo da bambini e che talvolta da adulti non si realizzano. “La valle delle allodole” nasconde incandevoli descrizioni dei paesaggi della costa ovest dell’Irlanda del Nord, un luogo bellissimo che si chiama Gleann-na-fuiseóg. Infine, il racconto che dà il titolo alla raccolta “Tutto in ordine e al suo posto“, ovvero la presa di coscienza di un uomo nei confronti del passato della famiglia della moglie e in parte anche di sé stesso.

Sullo sfondo di tutti i racconti, Friel presenta e descrive un’Irlanda del Nord senza un tempo preciso, ma bellissima e romantica, in grado di far sognare il lettore.

A settecendo metri dalla punta del promontorio, il sentiero scendeva a precipizio in una minuscola valle, un piattino di erba verde contornato da dune di sabbia giallastra, mentre il promontorio terminava in una collina alta e smussata che rompeva il vento dell’Atlantico. L’impeto del vento continuò per un po’ a risuonare nelle loro orecchie dopo che furono entrati nella valle (…) Poi si resero conto del silenzio e, non appena ne furono zittiti, udirono le allodole: non un paio, né una dozzina o una ventina, ma centinaia di allodole, tutti invisibili nella calura azzurra del cielo, come un ombrello di musica aperto su quel piccolissimo mondo [Brian Friel, dal racconto “La valle delle allodole”, trad. D. Benati]

Tempesta a Rossbeigh Beach, contea di Kerry, Irlanda (fonte: Sascha Müller, Flickr CC BY-NC-SA 2.0)

I personaggi di Friel provengono da ogni estrazione sociale e sono persone semplici: il maestro della piccola scuola elementare, le madri con nove o dieci marmocchi, gli uomini che sperperano la paga in scommesse e whisky. E ognuno di loro, nell’umiltà, conserva dei sogni e delle speranze: combattere l’analfabetismo, far crescere sani e robusti i marmocchi, allevare colombi o galli per vincere alle gare e guadagnare soldi, mentre i ragazzini sognano di diventare illusionisti, pescatori di salmoni o ‘ricchi’ contadini.

Eppure, nonostante lo humor con il quale Friel impregna le proprie storie arrivando quasi ad ironizzare su situazioni alquanto drammatiche, nelle vicende narrate lo svolgimento è molto simile: un personaggio umile ha dei sogni e dei progetti, ecco la grande occasione che si palesa e quindi i grandi sforzi per sfruttarla in meglio e infine il momento della disillusione o l’impatto con la realtà, spesso cruda e poco romantica.

Possono sembrare tristi, i racconti di Friel, invece trasmettono allegria, vivacità e brio nonostante qualche nota amara. Sono storie semplici da comprendere e facili da amare, sono lo specchio di un’epoca che forse non c’è più – o forse c’è ancora – nascosta in qualche piccolo paesino della verde, luminosa e piovosa Irlanda del Nord, una società fatta di persone che nonostante le avversità della vita riescono sempre a cogliere l’aspetto positivo e a sciogliersi in una risata liberatoria.

 Ma ora, per la prima volta, li vedeva sotto un’altra luce ed erano ridicoli: due uomini di mezz’età che sprecavano la loro vita ad aspettare che un colombo tornasse a casa! Cominciò a ridere sotto i baffi. La risatina si trasformò in una risata più grossa. Alla fine rise così tanto che gli vennero a far male i fianchi, e fiumi di lacrime gli colarono dagli occhi. E, nella stretta del suo braccio, Judith rideva anche lei, e piangeva pure. E per quella mezz’ora, con tutto quel piangere, furono la coppia più felice di tutta Mullaghduff [Brian Friel, dal racconto “Il sistema della vedovanza”, trad. D. Benati]

Titolo: Tutto in ordine e al suo posto
L’Autore: Brian Friel
Traduzione dell’inglese: Daniele Benati
Editore: marcos y marcos
Perché leggerlo: per conoscere aspetti dell’Irlanda del Nord, per affezionarsi ai personaggi che nonostante le difficoltà sorridono e perché sono racconti scorrevoli, divertenti e molto coinvolgenti, da leggere e rileggere

(© Riproduzione riservata)

Bonnie Nadzam | Lions

La loro era una terra inospitale, troppo dura, polverosa, secca, povera, che non offriva lavoro né prospettive. La cosa davvero stupefacente era che fossero rimasti tutti così a lungo. Per anni, come uccellini che spiccano il volo uno ad uno, gli abitanti di Lions avevano gradualmente abbandonato la città. Poi, quest’estate, se n’erano andati anche i restanti, tranne undici. Nei vecchi negozi di mattoni e nelle case imbiancate le finestre erano state sbarrate o rotte a sassate, occhi ciechi di un mondo che molti anni prima era stato reclamato al prezzo di tanto sangue (…) a Lions la vita non era fatta per essere vissuta. Scivolava tra le dita [Lions, Bonnie Nadzam, trad. L. Taiuti]

È l’estate dei diciassette anni di Leigh e Gordon: la cittadina di Lions brucia sotto il sole spietato che arroventa gli altopiani del Colorado mentre la polvere sollevata dall’impetuoso vento ricopre ogni antica leggenda, ogni vecchio edificio abbandonato.

Leigh lavora nel dinner gestito dalla madre May e dal marito Boyd, scongela e frigge unti hamburger e riscalda caffè scadenti, mettendo da parte ogni centesimo di mancia perché Leigh ha un sogno: abbandonare Lions e frequentare il college. Gordon lavora in officina con John Walker, impara a saldare alla perfezione, a costruire e riparare macchinari agricoli, ma Gordon più che un sogno è convinto di avere un percorso già segnato: il destino degli Walker.

È l’estate dei diciassette anni di Leigh e Gordon quella in cui tutto cambia e l’evento catalizzatore è l’arrivo, a Lions, di uno sconosciuto vestito di nero accompagnato da un’affettuosa cagnolina. Gli Walker sono persone ospitali e danno cibo, abiti e conforto allo sconosciuto giunto dalla statale, ma qualche giorno dopo il passaggio di quest’uomo, John Walker muore all’improvviso.

La morte di John Walker turba Gordon, la moglie Georgianna e la stessa Leigh, per la quale John era come un padre; mentre la vicenda dello sconosciuto si trasforma essa stessa nell’ennesima leggenda che grava su quelle aspre terre polverose, mentre Lions muore giorno dopo giorno divenendo una città fantasma, Leigh è sempre più convinta di portare avanti le sue decisioni, esattamente come Gordon è sempre più convinto di affrontare il destino già segnato per ogni Walker nato in suolo americano.

Dunque la vita era dolce da un lato e amara dall’altro. L’avrebbe abbracciata nella sua totalità, senza condizioni né riserve, e senza desiderare che fosse diversa. Non perché fosse un uomo virtuoso o buono, ma perché era stanco, a mani vuote e non aveva la forza di fare altrimenti. Il mondo pulsava intorno a lui e in esso non c’erano poi troppe cose che, a suo parere, valesse la pena di inseguire [Lions, Bonnie Nadzam, trad. L. Taiuti]

Lions” di Bonnie Nadzam (trad. L. Taiuti, Black Coffee edizioni, 271 pagine, 15 €) è un romanzo di sogni, illusioni, speranze e destini che s’intrecciano tra loro. Lions è una città che muore: avrebbe dovuto essere una delle tante concretizzazioni del sogno americano, ma qualcosa non ha funzionato e le attività a poco a poco hanno chiuso, mentre le persone abbandonavano la città. A Lions vivono solamente vecchie leggende: l’improbabile morte di uno sconosciuto nel 1923, la storia di Lucy Graves, la tragedia della scuola elementare, la Echo Station e la vicenda di Lamar Boggs.

I personaggi protagonisti, Leigh e Gordon, sono caratterizzati molto bene: si amano eppure solo in parte condividono le idee sul futuro; sembrano solo sfiorarsi, senza toccarsi mai. Leigh ha la certezza che abbandonare Lions sia la scelta giusta; Gordon ha dei dubbi sulla capacità di adattarsi in un altro luogo che non sia l’officina del padre o le polverose strade verso gli altipiani.

“Lions” è un romanzo perfetto che mescola emozioni, sentimenti, leggende e vite così ben descritte da vederle davvero come reali; l’idea in sé, quella di una città che muore, è lo sfondo ideale per un libro che si pone parecchie domande: quali sono le conseguenze delle nostre scelte? Le decisioni che abbiamo preso sono giuste oppure avremmo dovuto pensarci di più e meglio? Non tutte le domande avranno una risposta come non tutti gli enigmi troveranno una soluzione: un alone di mistero continuerà ad ammantare la cittadina di Lions.

Le storie – nuove e vecchie, reali e leggendarie – raccontate in “Lions” trascinano il lettore e lo coinvolgono intensamente. La strada che ogni protagonista traccia per sé è come un senso unico che una volta imboccato non è possibile percorrere all’indietro: si può solo procedere in avanti senza sapere dove porterà esattamente. Ammesso che la strada scelta sia quella giusta.

Molti anni dopo (…) si sarebbe resa conto di aver passato tutta la vita in preda all’entusiasmo o alla depressione. Si sarebbe accorta che gli ultimi giorni della sua ultima, vera estate erano stati violentati da un desiderio insostenibile. Avrebbe tentato di richiamare alla mente un evento, un dono o una situazione che l’aveva soddisfatta, a diciassette, diciotto, e poi più tardi a venticinque, trenta, ma la verità era che nulla ci sarebbe mai riuscito [Lions, Bonnie Nadzam, trad. L. Taiuti]

Titolo: Lions
L’Autrice: Bonnie Nadzam
Traduzione dall’inglese: Leonardo Taiuti
Editore: Black Coffee edizioni
Perché leggerlo: perché è un romanzo che fa riflettere sulle conseguenze delle nostre scelte, per leggere un’America diversa dalla quale siamo abituati e perché certi fantasmi continuano a perseguitarci anche se facciamo di tutto per cacciarli via

Marco Truzzi | Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere

I reportage che si occupano di approfondire il nostro tempo interessano molto: non conosciamo tutto del mondo che ci circonda, ma possiamo informarci per imparare qualcosa di più. “Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere” di Marco Truzzi (fotografie di Ivano Di Maria, Exòrma edizioni, 158 pagine, 14.50 €) è uno di quei libri brevi, ma intensi, che aprono gli occhi su situazioni che spesso si tende ad ignorare.

Gli anni seguiti alla caduta del muro di Berlino, nel 1989, sembravano indicare una prospettiva, il riconoscimento dei diritti umani e un’Europa più inclusiva e solidale. Eppure ci troviamo oggi a fronteggiare il ritorno di istanze nazionaliste, protezionistiche, separatiste; intolleranza e spinte xenofobe, divaricazione della forbice nella distribuzione della ricchezza, economia interna a due velocità, crisi dei modelli delle politiche sociali. Cosa succede sulle frontiere? Che significato hanno oggi? Dove sono? E dove siamo noi? Quali fossili culturali si incontrano andando per confini? [Marco Truzzi, Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere]

Il giornalista Marco Truzzi e il fotografo Ivano Di Maria intraprendono un viaggio attraverso l’Europa alla ricerca di vecchi confini. L’idea di partenza è quella di raccontare, documentare e fotografare gli ex-confini tra gli Stati europei prima dell’avvento di Schengen, ma durante i primi viaggi entrambi si rendono conto che non si può parlare di confini caduti perché stiamo vivendo anni in cui i confini vengono anzi rimarcati in modo violento.

L’autore e il fotografo decidono quindi di viaggiare in Europa scegliendo di raccontare i luoghi dove vengono eretti muri, fili spinati, griglie, dove la polizia grida alla gente di stare indietro, di andarsene, lanciando lacrimogeni e spesso usando la violenza.

Il reportage di Truzzi, accompagnato dalle fotografie di Ivano Di Maria, inizia da Ceuta l’enclave spagnola che si trova in Africa; quanti disperati ogni giorno giungono al confine, ma non per entrare in Spagna, bensì per contrabbandare merci marocchine da vendere sul suolo spagnolo.

Giungono a Basilea, città svizzera dove si intrecciano tre confini nazionali; l’autore e il fotografo proseguono verso il Nord Europa, dalla Danimarca alla Svezia correndo in auto sul ponte dell’Øresund, un ponte che in teoria unisce due nazioni ma in sostanza no, poiché anche in Nord Europa i due italiani scopriranno quanto razzismo si annida tra le genti nordiche.

Quindi attraversano quelli che furono i confini della ex-Jugoslavia, infine fanno tappa a Ventimiglia e poi a Calais e infine a Idomeni, tutti luoghi tristemente noti per gli episodi di chiusura totale dei confini. A Ventimiglia gente accampata sugli scogli; a Calais nella “giungla” fatta di baracche e tende senz’acqua e senza luce; e Idomeni dove i tantissimi bambini giocano nella polvere mentre la polizia greca e quella macedone sparano proiettili di gomma ad altezza d’uomo.

È l’inferno. E in mezzo all’inferno, lì, seduta per terra, con un carrarmato alle spalle, mentre gli altri gridano e scalciano e corrono via e urlano ancora più forte, lì in mezzo una bimba gioca con alcuni rametti. Ivano allunga la mano, ma lei non si muove e lo guarda. Vuole solo giocare. Sono soltanto pochi secondi, che a lui sembrano un’eternità. E in quel tempo sospeso non ci sono più fotografie da fare, un progetto da raccontare, confini da descrivere. C’è solo la voglia di dire adesso ti prendo e ti porto via, lontano da qui, dove ci sono altri giochi da fare, dove ci sono la scuola e un compito e magari un cartone animato da guardare prima di andare a letto [Marco Truzzi, Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere]

I confini mi hanno sempre affascinata, perché in Europa posso attraversali in modo libero, senza controllo: dalla Grecia all’Estonia, nessuna autoritù mi ha chiesto di esibire i documenti. Questa è sempre stata la mia idea di Europa, un luogo accogliente dove poter girovagare liberamente e imparare frammenti della cultura del Vecchio Continente.

Logicamente, il controllo sugli extraeuropei va fatto, anche se non tutti avranno i documenti, dopo certi viaggi per mare o nel deserto… La soluzione, in ogni caso, non può essere quella di intrappolare, per settimane, mesi o addirittura anni, queste persone in campi profughi come Calais o Idomeni o peggio sugli scogli di Ventimiglia, e le ONG o i civili non possono sobbarcarsi tutte le responsabilità che spetterebbero ai governi europei.

L’autore e il fotografo come ultima tappa si prefiggono una visita ad Auschwitz, uno dei luoghi dove la follia razzista ha generato un vero e proprio inferno in terra. Auschwitz, come altri campi di prigionia e sterminio non solo nazista, dovrebbero semplicemente essere lì per ricordarci gli errori del passato, ma sempre di più al giorno d’oggi si sentono cose del tipo “riapriamo i lager“.

Sono cose che mi inquietano perché significa che il germe dell’odio e del razzismo non si sono estinti, ma sono scintille pronte a prendere fuoco. Inge, la donna svedese incontrata da Marco Truzzi e Ivano Di Maria, ne è un esempio: lei sostiene che la gente dovrebbe semplicemente stare a casa propria. Certo, se si abita in Svezia in una casa calda e con una cospicua pensione perché no?, anch’io starei a casa mia. Diversamente, se non si ha più una casa perché bombardata oppure se i militari hanno ucciso tutta la famiglia o se semplicemente quello che dovrebbe essere il mio Paese non mi rappresenta più. Perché dovrei restare, se non è più casa mia?

La direzione che ha preso l’Europa in questi ultimi anni non è in linea con i propri principi, con le idee originali che hanno permesso la stessa creazione dell’Unione Europea. Se la tendenza non verrà invertita, idee razziste e cruente prenderanno sempre più piede, assieme a populismo di vario genere, e si tenderà a diventare sempre più chiusi e a curare solo il proprio giardino, senza pensare che magari un giorno – in un futuro nemmeno troppo lontano – potremmo essere proprio noi a dovercene andare dal nostro Paese e a subire un’accoglienza tutt’altro che festosa.

Il giorno dopo a Idomeni arrivano quelli di Alba Dorata a far casino. Arrivano in massa da Salonicco. Un tempo, Salonicco si chiamava Tessalonica. San Paolo scrisse ai Tessalonicesi due lettere. La prima è considerata la parte più antica del Nuovo Testamento. Parlava di carità [Marco Truzzi, Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere]

Titolo: Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere
L’Autore: Marco Truzzi
Fotografie: Ivano Di Maria
Editore: Exòrma editore
Perché leggerlo: per aprire gli occhi sulla realtà che stiamo vivendo, per farsi un’idea su cosa stia diventando l’Europa e su cosa potremmo fare noi per invertire questa tendenza

Antonio Tabucchi | Requiem

Sono tornata a Lisbona e l’ho fatto di nuovo con Antonio Tabucchi leggendo “Requiem” (Feltrinelli, trad. S. Vecchio, 139 pagine, 8 €), un romanzo breve che profuma di salsedine, alghe, sole e sogni.

(…) oggi per me è un giorno molto strano, sto sognando ma mi pare che sia vero, e devo incontrare delle persone che esistono soltanto nel mio ricordo [Requiem, Antonio Tabucchi, trad. S. Vecchio]

Il protagonista è un uomo senza nome – alter ego dell’autore – che a mezzogiorno di una caldissima domenica di luglio si trova sul molo Alcântara ad attendere che arrivi “un tizio“, anzi, un “grande poeta“; ma il grande poeta è in ritardo, oppure l’appuntamento non era per mezzogiorno bensì per mezzanotte.

Il protagonista occupa le dodici ore di quella calda domenica a Lisbona iniziando un lungo viaggio attraverso la città e le sue coste, il fiume Tago e i paesi di Cascais nell’Estoril, incontrando persone reali – la Vecchia Zingara, il guardiano del cimitero, il Venditore di Storie – e altr che vivono solo nei suoi ricordi – come Tadeus ed Isabel. A mezzanotte in punto si ritroverà al moldo Alcântara ad attendere – se arriverà – il grande poeta al quale vorrà dimostrare tutta la sua ammirazione

Il battello che veniva da Cacilhas fischiò all’attracco. La notte era veramente magnifica, con una luna sospesa sopra gli archi del Terreiro do Paço così che bastava stendere una mano per acchiapparla. Mi misi a guardare la luna, accesi una sigaretta e il Venditore di Storie cominciò a raccontare la sua storia [Requiem, Antonio Tabucchi, trad. S. Vecchio]

Lisbona (fonte: Jason Briscoe, unsplash.com)

È questa, in estrema sintesi, la trama del romanzo “Requiem” e non aggiungo molto altro per non rovinare il gusto della lettura a chi non l’ha ancora letto. “Requiem” è piuttosto diverso da “Sostiene Pereira“: a fare da sfondo ad entrambi i romanzi c’è sempre Lisbona, caldissima e sfavillante, ammantata di una luce accecante e avvolta da una cappa di umidità che fa sudare i due protagonisti; ma se in “Sostiene Pereira” la trama ha un filo logico ben preciso, con una precisa serie di eventi che conducono al magnifico e commovente finale, in “Requiem” gli incontri del protagonista sono dettati più dal caso che dalla logica. Proprio come nei sogni, quando si sovrappongono cose vissute e cose immaginate.

In “Requiemil tempo scorre a tratti velocemente e tratti più lentamente, l’obiettivo finale del protagonista è ritornare all’Alcântara e incontrare questo personaggio che è facile indovinare che si tratti di Fernando Pessoa, il più noto poeta e scrittore portoghese del Novecento.

Di “Requiem” ho amato molto le atmosfere lisboete, quella sensazione di essere costantemente sospesa tra la verità e l’illusione, tra l’incontro con chi è vivo e chi vive solo nella memoria; il tutto scritto con lo stile coinvolgente e ammaliante di Tabucchi che avevo già apprezzato nel romanzo “Sostiene Pereira”. Un altro bel libro che è un vivo omaggio a Lisbona e al Portogallo, un racconto che ha davvero il potere di far innamorare il lettore.

Praia da Barra Aveiro, Gafanha da Nazaré (fonte: Miss Porcelain, unsplash.com)

Titolo: Requiem
L’Autore: Antonio Tabucchi
Traduzione dal portoghese:
Editore: Feltrinelli
Perché leggerlo: per sognare Lisbona, il Portogallo, la sua cucina, la sua gente e per sognare, sognare, sognare in una caldissima domenica di luglio

Non è il mio genere | Chiacchierando di… poesia e teatro

Sabato 18 marzo alla Libreria Sulla Parola di Caluso (TO) Elisa La lettrice rampante, la libraia Stefania, io e gli altri partecipanti abbiamo amabilmente chiacchierato di due generi che sono letti ma che sono poco recensiti sui blog, dove di solito si tente maggiormente a parlare di romanzi o racconti.

Io stessa ammetto di parlare pochissimo di teatro e poesia su questo blog: le poesie le leggo, spesso, mi piacciono diversi autori e sono curiosa di scoprirne di nuovi, ma ho paura di non avere le competenze per descrivere una raccolta poetica e tanto meno un’opera teatrale (a maggior ragione se la fama dell’autore precede persino le parole che compongono il titolo).

Forse dovrei azzardare un po’ di più e provare a scrivere anche di poesia… Proverò a mettere questo proposito tra le cose da migliorare per rendere il blog un po’ più completo. Promesso.

Tornando al nostro incontro, sono arrivati diversi suggerimenti molto interessanti e, superato l’imbarazzo iniziale del “oddio cosa dico di un’opera teatrale?”, l’incontro di sabato si è svolto con la solita allegria e spensieratezza. Ecco tutti i consigli che sono arrivati, sia in libreria su suggerimento dei partecipanti che on line.

POESIA E RACCOLTE POETICHE

I fiori del male di Charles Baudelaire (BUR)

Poesie di Dylan Thomas (Einaudi)

Tutte le poesie di Eugenio Montale (Einaudi)

E quel che è di Erich Fried (Einaudi)

Rimas di Gustavo Adolfo Becquer (Shearsman Books)

Poesie di Antonio Machado (Newton & Compton)

Orientarsi con le stelle di Raymond Carver (minimum fax)

Ogni volta che mi baci muore un nazista di Guido Catalano (Rizzoli)

Sinfonia di novembre e altre poesie di Oscar Vladislas de Lubicz-Milosz (Adelphi)

Alcools di Guillaume Apollinaire (Acquaviva)

La gioia di scrivere di Wislawa Szymborska (Adelphi)

È flebile la mia voce di Anna Ahmatova (Via del Vento edizioni)

Sono fluito e altre poesie di Fernando Pessoa (Via del Vento edizioni)

Poesie di Álvaro de Campos di Fernando Pessoa (Adelphi)

Poesie scelte di Trilussa (Mondadori)

TEATRO E OPERE TEATRALI

Storia di una scala di Antonio Buero Vallejo (Le Lettere)

Aspettando Godot di Samuel Beckett (Einaudi)

Teatro di Harold Pinter (Mondadori)

Harry Potter e la maledizione dell’erede di John Tiffany e Jack Thorne (Salani)

Trappola per topi di Agatha Christie (Mondadori)

Amleto di William Shakespeare (Mondadori)

Il servitore di due padroni – La locandiera di Carlo Goldoni (Mondadori)

Morte di un commesso viaggiatore di Henry Miller (Einaudi)

Divina Commedia di Dante Alighieri (ed. varie)

La casa de Bernarda Alba di Federico García Lorca (Leone)

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Il prossimo appuntamento è per l’8 aprile 2017 e ci incontreremo per chiacchierare e consigliare biografie, storie vere e romanzi storici. Come sempre aspettiamo i vostri consigli!

Seguiteci sui rispettivi blog e sulle nostre pagine Facebook: Libreria Sulla Parola, La lettrice rampante e Il giro del mondo attraverso i libri.

Irena Brežná | Straniera ingrata

I libri testimonianza di esperienze reali mi interessano sempre e “Straniera ingrata” di Irena Brežná (trad. S. Forti, Keller editore 150 pagine, 14.50 €) è uno di questi. Scritto in realtà a due voci, il romanzo della Brežná invita il lettore a riflettere sui sentimenti e sulle paure di chi abbandona il proprio paese alla volta della terra straniera, che non sempre – anzi, quasi mai – è il paradiso.

Dovevo essere grata di poter vivere qui. E sempre puntuale. A chi e per che cosa dovevo essere puntualmente grata, se nel mondo migliore mi andava tutto così male? Casa propria è là dove si può stare imbronciati e io non avevo casa (…) Mi avevano offerto riparo nel migliore dei mondi possibili, ma la straniera ingrata rideva della loro concezione del mondo [Straniera ingrata, Irena Brežná, trad. S. Forti]

Il breve romanzo di Irena Brežná è raccontato attraverso due voci, che si alternano durante la narrazione. La prima voce è quella di una giovane donna straniera giunta nel paese ospite anni prima, ma che non è ancora riuscita ad integrarsi perfettamente; ci sono modi di fare degli autoctoni che lei non capisce, spesso non usano il tedesco standard bensì i loro dialetti locali, parlate che la donna straniera non comprende totalmente.

La nuova lingua era la più grande avventura dell’esilio e io non mi sottraevo al duro compito di esplorarla. La posta in gioco era più alta della sopravvivenza come essere comunicante: volevo la mia dignità linguistica. Parlando la lingua standard, affermavo ogni giorno: I dialetti appartengono a voi. Imparerò a capirli, ma non a parlarli. [Straniera ingrata, Irena Brežná, trad. S. Forti]

La seconda voce è quella di un’interprete che mette in comunicazione i medici e gli infermieri di un ospedale con gli stranieri giunti nel loro paese, ma lavora anche nelle scuole e nei tribunali, in ogni luogo dove sia necessaria la traduzione da una lingua cesellata di accenti, tettucchi e ghirigori verso il tedesco standard. E interpretare il dolore e i problemi degli stranieri può essere emotivamente molto pesante.

Il destino degli altri mi spinge in mare aperto e il vento scompiglia i miei sentimenti e i miei pensieri [Straniera ingrata, Irena Brežná, trad. S. Forti]

Bratislava, capitale della Slovacchia (fonte: bredus, Wikipedia Commons, CC BY 3.0)

Irena Brežná presenta con leggerezza e in punta di piedi le problematiche legate all’integrazione e all‘interpretazione dei bisogni degli stranieri in terra ospite; non rinuncia all’ironia, in fondo è una straniera ingrata verso il paese che l’ha accolta, con la freddezza mascherata abilmente di sorrisi e cortesie.

La scrittrice non menziona mai né il paese di origine della straniera ingrata protagonista né il paese ospite, ma si intente piuttosto semplicemente che sono la Slovacchia – al tempo della Brežná era ancora Cecosclovacchia – mentre il paese ospite è la Svizzera. “Straniera ingrata” pur non essendo una vera e propria autobiografia è un testo liberamente ispirato alla vita di Irena Brežná stessa, che fuggì dalla Cecoslovacchia comunista nel 1968 verso la Svizzera più liberale.

Per l’osservatore superficiale, ogni straniero che giunge nella nuova terra dovrebbe essere solo grato di essere lì e dovrebbe integrarsi in fretta, scordare le proprie origini, imparare la nuova lingua e memorizzare immediatamente le nuove regole: cambiare, quindi, nazionalità a tutti gli effetti. In realtà, integrarsi non è per niente semplice e le piccole sconfitte quotidiane possono diventare davvero molto pesanti da sopportare; la pazienza e la comprensione verso queste persone più che un fatto politically correct dovrebbe essere quasi un automatico gesto di gentilezza umana: chissà se domani saremo noi “stranieri ingrati” in una terra che non ci appartiene.

Titolo: Straniera ingrata
L’Autrice: Irena Brežná
Traduzione dal tedesco: Scilla Forti
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: per arrivare a comprendere che non sempre la terra straniera dove si approda è il paradiso