Quando il blog va in vacanza: arrivederci a settembre!

Buongiorno lettrici e lettori!

Come lo scorso anno, interrompo la scrittura di articoli, recensioni e rubriche durante il mese di agosto: non è solo il caldo a far svanire la voglia di mettermi di fronte allo schermo del computer a scrivere, ma ci sono altri motivi per tirare un po’ il fiato dopo la prima metà dell’anno.

Oltre a leggere, in estate c’è molto da fare: ho ripreso a frequentare con costanza le montagne vicine a me, ora che le escursioni le sento molto meno faticose e viaggio più spedita anche in salita. Ho scoperto che i nostri panorami possono regalare belle sorprese e ogni luogo ha un’anima, basta trovarla e apprezzare quei piccoli dettagli che lo rendono unico.

Nonostante il caldo, sfreccio quasi tutti i giorni per un’oretta con la mountain bike. È così bello star fuori, lasciare i pensieri vagare, decidendo all’ultimo secondo se imboccare il bivio a destra o sinistra.

Parco Nazionale del Gran Paradiso (foto: Claudia)

Il tempo per leggere ci sarà anche quest’estate, un’oretta riesco sempre a ritagliarmela. Ma vorrei approfittare di questo mese di fermo del blog per leggere con più calma, senza troppa urgenza di scrivere il mio commento sulle mie letture. Vorrei scegliere i libri con più cura, leggendo forse meno testi ma appunto con più tranquillità.

Non ho ancora scelto i libri che leggerò quest’estate: non riesco a fare programmi, leggo quel che mi pare quando mi viene in mente. Può darsi che ci saranno delle letture che mi porteranno a Nord e altre ad Est, i due punti cardinali che al momento mi interessano di più; mi piacerebbe anche leggere una saga famigliare, senza dimenticare una raccolta di racconti.

E poi, c’è da organizzare il viaggio estivo, anche se alla partenza manca ancora un bel po’. Dopo la Sardegna, Creta e Malta, sarà di nuovo un’isola quella che visiterò verso settembre. La terza isola più grande del Mediterraneo, la più orientale dell’Unione Europea, più vicina all’Asia che alla nostra cara Europa, divisa da una lunga linea da 44 anni. Avete indovinato?

Per vivere al meglio l’estate, ritornerò a scrivere sul blog la seconda settimana di settembre: ci saranno le recensioni delle letture dell’estate e i miei diari di viaggio.

Come sempre potrete consultare il blog per cercare suggerimenti di lettura, viaggiando attraverso oltre cento Paesi del mondo. Troverete suggerimenti di lettura per tutti i gusti: dai reportage di viaggio alle autobiografie, dai romanzi ai racconti.

Per seguire le mie letture ci sono la pagina Facebook e l’account Instagram, che saranno sempre attivi.

Vi auguro una buona estate, qualche bella lettura (ma non troppe! siete in vacanza) e soprattutto tanto divertimento!

A presto, Claudia

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Andonis Gheorghìu | Un album di storie

ti porterò a vedere anche i nostri album, quelli di famiglia, quei grandi album con la copertina spessa, sono interessanti, ci sono le fotografie tutte mescolate, quelle nuove insieme con quelle vecchie, (…) quelle “di gruppo” a scuola, alle feste di fidanzamento, ai matrimoni, ai battesimi, mescolate per età e periodi, alcuni in una fotografia sono bambini, nell’altra genitori, posano nello stesso album perfino da nonni (…) tutti insieme (…)
in una fotografia si ferma il tempo, lo si imprigiona per sempre in un pezzo di carta, la fotografia è un attimo di eternità (forse l’unico?), ti sembra poco? [Un album di storie, Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi]

Un album di storie” di Andoni Gheorghìu, tradotto da Valentina Gilardi per Stilo Editrice, è un libro meraviglioso dove protagonista è l’isola di Cipro, raccontata attraverso le voci dei suoi abitanti, sia greco-ciprioti che turco-ciprioti, gli articoli di giornale, le immagini d’epoca, le tradizioni e le lettere; le storie sono come le fotografie di uno di quei grossi album che conservano gli attimi preziosi della nostra vita e li fissano per sempre sulla cellulosa lucida.

Gheorghìu è un avvocato che vive a Limassol e con il tempo ha raccolto testimonianze e ricordi dei ciprioti che hanno voluto confidargli le proprie storie personali. Si racconta qualcosa di sé affinché non cada tutto nell’oblio; si regala un’immagine di famiglia ad uno sconosciuto, o una lettera, o un ritaglio di giornale, perché costui scriva una storia collettiva e corale che spieghi al mondo cosa è successo e cosa succede sull’isola di Cipro.

Fotografia di una classe di scuola elementare di Màratha. Nessuno di questi bimbi è vivo, sono tutti sepolti nella fossa comune di Màratha. Nella fila dietro, a destra, il fratello di Hussein, Erbàin, al quale furono legate le mani dietro la schiena prima che venisse decapitato [Un album di storie, Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi]

L’isola più orientale dell’Unione Europea è divisa da quarantaquattro anni; la linea verde separa la Repubblica Turca di Cipro del Nord dalla Repubblica di Cipro. La stessa capitale dell’isola, Nicosia, è l’ultima capitale al mondo divisa da un muro. Il settore greco-cipriota viene chiamato “zona libera“, l’area turco-cipriota è definita “zona occupata“.

Il confine tra le due Repubbliche si può attraversare solamente dal 2003 ed esclusivamente attraverso i varchi autorizzati: altrimenti, varcare i confini è non solo illegale e perseguibile penalmente, ma è pericoloso poiché tantissime zone non sono ancora state bonificate, ed è concreto il rischio di saltare in aria su una mina antiuomo.

dal 2004 la squadra di sminamento delle Nazioni Unite a Cipro ha rimosso e distrutto più di 14.000 mine, ripulito in totale 57 campi minati, per un’estensione di 6.500 chilometri quadrati [Un album di storie, Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi]

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Pezzo di muro che divide Nicosia in due porzioni, l’una turca e l’altra greca (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0)

Il 1974 è l’anno cruciale per Cipro. Dopo dieci anni di tensione, il tentativo di colpo di Stato da parte dei greco-ciprioti ai danni dell’Arcivescovo Makarios III è il pretesto affinché il 20 luglio 1974 le truppe turche invadano Cipro con l’idea di instaurare un governo nelle aree che sarebbe riuscita a conquistare. Inizia il conflitto.

In “Un album di storie” il 1974 viene ricordato come l’anno in cui tutto cambia, da quel momento in nessuna famiglia nulla è più come prima. C’è chi perde un figlio, chi un padre. Altri perdono le tracce di una figlia, o di una sorella. A Cipro, ancora oggi, si celebrano i funerali tardivi: può darsi che in occasione di lavori dove si mobilizzano tonnellate di terra ci si imbatta in una fossa comune.

Morti che attendono di riavere il nome che portavano in vita. C’era il piccolo Dimitris che giocava con delle letterine di plastica quando sono arrivati i turchi; quando hanno ritrovato le ossa di Dimitris accanto aveva ancora le letterine di plastica.

Dopo il 1974 la separazione è stata netta, senza scampo. I turco-ciprioti a nord, i greco-ciprioti a sud. Poco importa se un greco-cipriota viveva a Kyrenia, nel nord. Profughi verso nord, profughi verso sud. Persone che hanno abbandonato tutto, sono stati rinchiusi dentro la propria Repubblica, separati dagli altri da un muro per impedire alla gente di passare. Ognuno deve stare solo con la sua gente.

Immaginate cosa voglia dire poter tornare a casa anni e anni dopo. Rivedere la propria casa oggi occupata dai turchi, o viceversa dai greci. C’è un padre che è morto senza poter rivedere la propria abitazione, essendo stato deportato a sud, così la figlia torna a casa e raccoglie un po’ di terra: la porterà sulla tomba del genitore, gli darà l’illusione di essere tornato a casa.

oltre 24.000 greco-ciprioti si sono recati martedì nei territori occupati attraverso i varchi di Lidra Palace, d Pèrgamos e di Strovìlia, e 2050 turco-ciprioti sono entrati nelle zone libere dal varco di Lidra Palace
molti di quelli che hanno visto la propria casa per la prima volta dopo ventinove anni erano commossi. Alcuni l’hanno trovata completamente distrutta, altri in condizioni fatiscenti. Altri hanno dichiarato che avrebbero preferito rimanere con il ricordo del 1974 [Un album di storie, Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi]

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Unbuffer Zone, Cipro (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0)

Le storie degli abitanti di Cipro, oltre di guerra, parlano di temi più attuali. Fino poco tempo fa l’omossesualità era vista di cattivo occhio: c’era un uomo che dopo aver manifestato la sua natura ha subito un pestaggio violento da parte del fratello maggiore; l’uomo ha dovuto emigrare in Australia, a Cipro lo avrebbero di certo ucciso. Con la terra natia è rimasto in contatto grazie ad una nipote: lei inviava allo zio le foto di Cipro e della famiglia, lo zio inviava le immagini di Sydney e della sua vita in Australia.

Ci sono le storie dei ciprioti che emigrano all’estero, per lavorare e costruirsi un futuro migliore. Quando si torna dall’estero ci si ritrova tutti assieme in famiglia, si presentano i nuovi nati e si commemora chi nel frattempo è mancato. Si ascoltano le storie, i pettegolezzi di paese.

Ci sono le storie degli immigrati che giungono a Cipro: africani, iracheni, iraniani, siriani, uzbeki, filippini, ucraini, russi, thailandesi. Loro sono qui per rubare il lavoro ai ciprioti, quei lavori che nessun cipriota però vorrebbe fare: le badanti o gli uomini delle squadre di sminamento. Lavoro, quest’ultimo, decisamente ad alto rischio.

“avete avuto anche voi la guerra e i profughi, nemmeno molto tempo fa, eppure non ci volete; dovreste capirci un pochino, siamo anche noi profughi” [Un album di storie, Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi]

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Zona di confine a Nicosia. Passare il confine tra le due Repubbliche al di fuori dei varchi autorizzati è tuttora illegale (fonte: Wikipedia: CC BY-SA 3.0)

Un album di storie” è un libro scritto con uno stile accattivante e colloquiale, con una punteggiatura tutta particolare, spesso senza maiuscole all’inizio delle frasi e senza punto al termine del periodo. È un libro a mio avviso bellissimo: leggendo ci si sente ospite ora in una casa turco-cipriota e ora in una greco-cipriota, mentre le famiglie ci mostrano le foto e raccontano aneddoti tristi, allegri e tragicomici.

Un libro nel quale non esistono buoni o cattivi: gli uomini sono tutti sullo stesso piano, vittime inconsapevoli di un disegno più grande di loro. Un libro con una raccolta di storie universali perché parla di tutti noi e di cosa succede quando qualcuno ti insegna ad odiare gli altri e ti porta sulla strada della violenza.

Un album di storie” fa riflettere, sorridere, arrabbiare e soprattutto commuovere. È uno di quei libri che io consiglio di leggere davvero di cuore.

ma anche la nostra vita, a pensarci bene, cos’è se non un gomitolo di storie? a volte le ricordiamo, le raccontiamo, le scriviamo, ci mettiamo un titolo, Un album di storie, e diventano come una storia unica, storia di ognuno di noi o storia di tutti noi; forse tutta la nostra vita non è altro che un album di storie? [Un album di storie, Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi]

Titolo: Un album di storie
L’Autore: Andonis Gheorghìu, vincitore del Premio Europeo per la Letteratura nel 2016
Traduzione dal greco: Valentina Gilardi
Editore: Stilo Editrice
Perché leggerlo: perché è un libro bellissimo che parla di Cipro e della sua gente, ma allo stesso tempo è un libro universale che racconta di tutti noi

(© Riproduzione riservata)

Stoccolma e arcipelago, una piccola guida letteraria

La Svezia, come il resto del Nord Europa, è sempre stato uno dei miei desideri. Ho sognato per lungo tempo di organizzare un viaggio in Svezia: immaginavo i luoghi, le città, i paesaggi e grazie alle mie letture riuscivo a vivere e i meravigliosi spazi svedesi.

Dopo aver tanto letto sulla Svezia, nel giugno scorso il mio sogno si è concretizzato prendendo un aereo per Stoccolma. La cosa buffa è che mi sono sentita come a casa, pur non avendo mai messo piede prima in Svezia.

Il potere dei libri è davvero grandioso.

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Stoccolma in noir

Era in gamba, aveva un’ottima presenza sullo schermo e sapeva farsi valere (…) Se avesse continuato, avrebbe avuto senza dubbio una carica dirigenziale molto meglio remunerata (…) Invece aveva scelto deliberatamente di abbandonare il mondo della tv e di puntare su Millenium, un progetto ad alto rischio che era iniziato in un angusto scantinato di Midsommarkransen, ma che aveva avuto sufficientemente successo da permettere il trasferimento, verso la metà degli anni novanta, nei locali più ampi e più accoglienti di Götgatbacken nel quartiere di Södermalm [Uomini che odiano le donne, Stig Larsson, trad. C. Giorgetti Cima, Marsilio]

Un caratteristico angolo del quartiere di Södermalm (foto: Claudia)

Il mio primo incontro con la Stoccolma letteraria avviene leggendo “Uomini che odiano le donne” di Stieg Larsson, edito in Italia da Marsilio. Inizialmente impressionata dalla mole del romanzo, leggendolo mi sono resa conto di quanto fosse scorrevole, accattivante e piacevole.

Mikael Blomkvist è un noto giornalista investigativo, co-direttore della rivista svedese Millenium. Un giorno, il giornalista riceve la chiamata del potente industriale Henrik Vanger: l’uomo ha bisogno di Blomkvist per scoprire che cosa sia successo alla prediletta nipote Harriet, scomparsa nel 1966. Nel giorno dell’anniversario della scomparsa, ogni anno, Vanger riceve un fiore secco incorniciato. Mikael Blomkvist indaga aiutato dall’hacker Lisbeth Salander.

Il successo della saga Millenium, che comprende altri due volumi oltre Uomini che odiano le donne, è stato talmente forte che l’ufficio turistico di Stoccolma e molte guide private hanno iniziato a proporre il Millenium tour, un giro che conduce i visitatori nei luoghi dei romanzi di Stieg Larsson.

Tra i più interessanti, l’abitazione di Mikael Blomkvist al principio di Bellmansgatan, un lussuoso edificio con una vista unica sul canale di Riddarfjaerden e sulla città vecchia Gamla Stan; la redazione della rivista Millenium, all’angolo tra Götgatan e Hökensgata, proprio accanto alla fermata della metropolitana Slussen.

L’incantevole piazza di Mosebacke, con al centro la statua delle Sorelle di Nils Siogren, un luogo dove Lisbeth incontra il suo avvocato Annika, e bevono birra sedute accanto al Södra Teatern.

Tramonto sul Riddarfjaerden e vista su Gamla Stan (foto: Claudia)

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Sandham, l’isola degli omicidi

Dopo dieci minuti di passeggiata nel bosco, sbucò sulla spiaggia occidentale e davanti a lei si aprì il consueto scenario mozzafiato. Era davvero splendido (…) Nora si sedette su un masso al limitare del bosco per godersi la pace di quel luogo (…) Sprofondò le mani nelle tasche e si incamminò verso est. Se percorreva tutta la costa fino a Trouville e poi tornava verso casa passando per il bosco, ci avrebbe messo all’incirca un’ora. Una passeggiata né troppo lunga né troppo corta [Nel nome di mio padre, Viveca Sten, trad. A. Ferrari, Feltrinelli]

Trouville, isola di Sandhamn (foto: Claudia)

Mi sono innamorata perdutamente dell’isola di Sandhamn leggendo due romanzi gialli di Viveca Sten: “Il corpo che affiora” e “Nel nome di mio padre“. Terminato di leggere il primo libro, ho deciso che sarei andata a visitare l’isola di Sandhamn.

Giunta sull’isola, la sensazione è stata nuovamente quella di essere a casa: grazie alla lettura del primo romanzo della Sten, ogni scorcio mi pareva famigliare e utilizzando una mappa fornita dall’ufficio del turismo ho percorso l’intera isola a caccia dei luoghi dei romanzi.

Nel primo romanzo “Il corpo che affiora” conosciamo i due amici protagonisti, il poliziotto Thomas Andreasson e l’avvocato Nora Linde, alle prese con un rompicapo apparentemente senza soluzione: il cadavere di un uomo, in avazato stato di decomposizione, è stato ritrovato su una delle spiagge dell’isola. Come se non bastasse, a pochi giorni di distanza, altre due persone muoiono e il mistero si fa più fitto. Sarà una casuale scoperta di Nora nel capanno di Villa Brand a fare luce sul mistero.

Kvarnberget, Villa Brand nei romanzi di Viveca Sten (foto: Claudia)

Nel romanzo “Nel nome di mio padre” s’intrecciano passato e presente degli abitanti di Sandhamn, una storia di famiglie rivali e rancori mai sopiti. I luoghi qui sono la foresta di pini, dove i figli di Nora e altri amichetti fanno una macabra scoperta; il centro dell’abitato di Sandhamn, innevato e gelido; la chiesetta sulla roccia e il lontano cimitero sul bordo occidentale dell’isola.

Lasciò di nuovo vagare lo sguardo sui tronchi che lo circondavano, mentre una sensazione di disagio lo invadeva inesorabile. Il bosco gli pareva non finire mai, anche se lui sapeva bene che terminava sull’altro lato dell’isola, poco prima della spiaggia. Ma dal punto in cui si trovava non vedeva nulla [Nel nome di mio padre, Viveca Sten, trad. A. Ferrari, Feltrinelli]

La fitta foresta di pini che ricopre il centro dell’isola (foto: Claudia)

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Runmarö, la magia delle notti d’estate

Ogni estate ci sono alcune notti – non molte, ma alcune – in cui tutto è perfetto. La luce, il caldo, i profumi, la foschia, il canto degli uccelli… le farfalle. Chi può dormire, allora? Chi vuole? La maggioranza, a quanto pare. A me invece viene da piangere di gioia e mi metto a girovagare per l’isola fino all’alba, sognando e pensando che le notti d’estate sono la nostra risorsa meno sfruttata. Questo pensiero è nuovo, ma i sogni e le passeggiate ci sono state sempre, da che ricordo. [L’arte di collezionare mosche, Fredrik Sjöberg, trad. F. Ferrari, Iperborea]

In viaggio verso Sandhamn, attraverso l’arcipelago di Stoccolma (foto: Claudia)

Forse il mio amore per l’arcipelago di Stoccolma ha radici più lontane, perché prima di leggere i gialli della Sten ho letto “L’arte di collezionare mosche” di Fredrik Sjöberg.

Questo è un libro che sfugge ad ogni classificazione, è impossibile da inserire in un genere letterario, ma per me è stata una lettura gradevole, divertente ed umoristica, mai noiosa o accademica, nemmeno quando Fredrik Sjöberg si lancia sulle disquisizioni a proposito dei suoi amati sirfidi.

Benché Sjöberg divaghi e parli di altri noti scienziati, artisti, scrittori ed esploratori, a me questo libro ha trasmesso soprattutto la voglia di andare a vedere dal vivo l’arcipelago, ammirare i suoi colori e assaporare i suoi profumi.

E ho pensato a Sjöberg quando, di ritorno da Sandhamn in traghetto, sorseggiavo un tè caldo e mangiavo biscotti al burro e cioccolato, mentre ammiravo i magnifici colori del tramonto, quasi alle dieci di sera.

Tramonto alle ore 22.30 sull’arcipelago di Stoccolma (foto: Claudia)

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Gita ad Uppsala in compagnia di un piastrellista

Veniva preso da una sorta di malinconica tristezza anche solo a passare nelle vicinanze e vedere giovani betulle e cardi crescere fra i binari dove un tempo correvano i vagoncini ribaltabili, riempiti fino all’orlo di pesante argilla dell’Uppland. Perché gli ricordava, in qualche modo vago e generico, un’epoca in cui la sua vita era ancora popolata di gente (…) Ogni cosa era mondo, e nulla in quel mondo gli apparteneva sul serio. Così ebbe inizio il giovedì di Torsten Bergam [Il pomeriggio di un piastrellista, Lars Gustafsson, trad. C. Giorgetti Cima, Iperborea]

Uppsala, Svezia (fonte: Paulius Malinovskis, Attribution 2.0 Generic CC BY 2.0)

Torsten Bergam è un piastrellista di Uppsala, una città a nord di Stoccolma. Torsten è un uomo che vive in compagnia della sua solitudine. Moglie e figlio sono morti, lui si arrangia con qualche lavoretto rigorosamente in nero e si concede giusto qualche goccetto ogni tanto. Torsten non ha amici, ma un conoscente finlandese un giorno gli telefona per chiedergli se ha voglia di sistemare le piastrelle del bagno di un edificio in ristrutturazione di proprietà di un facoltoso committente.

Quello di Torsten sarà un lungo pomeriggio, durante il quale il suo lavoro verrà rimestato dai ricordi che spesso tornano a tormentarlo.

Durante il mio viaggio a Stoccolma non ho avuto la possibilità di andare ad Uppsala, ma l’ho aggiunta al piccolo itinerario letterario perché, dalla immagini che ho visto, mi sembra una cittadina molto gradevole ed è facilmente raggiungibile in giornata dalla capitale svedese.

Nel romanzo di Gustafsson, Uppsala è tratteggiata come una città malinconica, dove la narrazione di concentra su un fabbricato fatiscente in periferia. “Il pomeriggio di un piastrellista” parla di una Svezia differente, quella di persone che hanno problemi con l’alcool e con i soldi, quella gente che vive ai margini, sola, nell’indifferenza della società ed è continua preda dei propri ricordi e malinconie.

La vita era quella che era, e diventava quel che diventava. E nemmeno era possibile tornare indietro e riparare. La miseria dell’esistere [Il pomeriggio di un piastrellista, Lars Gustafsson, trad. C. Giorgetti Cima]

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La letteratura nordica: uno sguardo d’insieme

La scelta del titolo Miniature deriva del resto dalla loro natura di testi brevi, ma anche dalla circostanza che non sempre trattano le opere centrali di ciascun autore. Tesi piuttosto a cogliere un piccolo particolare nel grande affresco rappresentato dalla produzione di uno scrittore e seguendo spesso una strada tracciata dall’occasione editoriale (…), i brevi testi si aprono all’osservazione di un particolare, di un’opera secondaria, verso un paesaggio più ampio sullo sfondo, l’intera produzione dell’autore e la mappa un tempo incerta, ora sempre più dettagliata, delle letterature nordiche nell’orizzonte del lettore italiano [Miniature. Frammenti di letterature dal Nord, Bruno Berni, Aguaplano]

L’ultimo libro del nostro itinerario letterario svedese è “Miniature. Frammenti di letterature dal Nord” di Bruno Berni, edito da Aguaplano. Nella raccolta di miniature del professor Berni, ritroviamo molti autori e autrici provenienti dal Nord Europa, dagli autori classici a quelli contemporanei, indicativamente attraverso due secoli di letteratura nordica.

Gli spunti per la lettura e l’approfondimento sono tanti, e nel caso della letteratura svedese sono davvero numerosi. Il viaggio attraverso “Miniature. Frammenti di letterature dal Nord” permette di spiccare il volo dalla Groenlandia alla Danimarca, dalla Finlandia all’Islanda. La mia lista di libri da leggere si è allungata notevolmente, dopo aver letto “Miniature”. Sono sicura che, se siete appassionati di Nord Europa come me, si allungherà anche la vostra.

Stoccolma, in tutta la sua meraviglia (foto: Claudia)

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Questo articolo è stato scritto per il progetto #particongoodbook ideato da Giulia Cuter della redazione GoodBook.it.

Tierno Monénembo | Il re di Kahel

Aveva davvero attraversato il Mediterraneo, veniva davvero dall’Europa? Aveva l’impressione di no, di essere partito direttamente dalla brulicante mangrovia della sua infanzia per quella, reale e splendida, che si dispiegava sotto i suoi occhi. L’Africa, lui aveva voglia di costeggiarla lentamente prima (…) Il mistero di quel paese gli andava dritto al cuore [Il re di Kahel, Tierno Monénembo, trad. G. Fredianelli]

Marsiglia, novembre 1879. Il visconte francese Olivier de Sanderval è figlio di periti chimici e ingegneri, e per mantenere moglie e figli ha lavorato nel settore industriale in fiorente espansione, ma il suo sogno è sempre stato un altro. Sin da bambino, Sanderval sognava di essere un esploratore: a otto anni si era convinto che un giorno sarebbe diventato il sovrano dei selvaggi in qualche luogo remoto e lontano.

Compiuti quarant’anni, Sanderval si imbarca sulla Niger, con direzione Africa occidentale. Sanderval vuole andare nella regione del Fouta-Djalon, un’area dell’Africa occidentale complessa e impenetrabile, che affascina il visconte francese per via del nome e della sua geografia.

L’idea di Sanderval è quella di proporre all’almâmi, il sovrano del Fouta-Djalon, la costruzione di una ferrovia che possa collegare il remoto regno tra le foreste e altopiani con la costa. Francesi, portoghesi e inglesi sono ben presenti nell’Africa occidentale, hanno parecchi interessi e Sanderval si dovrà scontrare anche con loro, oltre ai regnanti locali e all’almâmi.

Sanderval trascorre in Africa molti anni: effettuerà cinque soggiorni nel Fouta-Djalon tra il 1880 e il 1919, anno della sua morte. Torna in Francia per rendere conto delle sue scoperte alla Società Geografica, ma scende di nuovo in Africa perché sente di appartenere a quei luoghi e crede che sia vicino al momento in cui si ritaglierà un regno tutto suo. Si ammala, rischia di restare ucciso, subisce un tentativo di avvelenamento, si innamora di una donna bellissima, si inimica dei regnanti, se ne fa amici altri. Tutto questo, nonostante le immense difficoltà, è per lui la realizzazione di un sogno.

Ma quel paese ora lo conosceva, lo desiderava, ne aveva bisogno: era diventato la sua droga. Capiva la magia delle sue luci e i misteriosi segreti dei suoi boschi. Si inebriava dei suoi odori di fonio e di gelsomino, si stordiva di piacere davanti ai suoi fiumi e alle sue vallate tortuose. I suoi sogni più pazzi si confondevano con i suoi orizzonti luminescenti e le sue cime coperte di azzurro [Il re di Kahel, Tierno Monénembo, trad. G. Fredianelli]

Fouta Djallon

Fouta Djallon (fonte: Wikipedia, Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic)

Il re di Kahel” di Tierno Monénembo (trad. G. Fredianelli, Nuova Editrice Berti, 19€) è un romanzo storico che racconta in modo preciso e corposo la storia del visconte Olivier de Sanderval, avventuriero ed esploratore dell’Africa occidentale.

Il motto di Sanderval era “conoscere piuttosto che combattere“. Il visconte era europeo lungimirante, visionario, perché nell’epoca delle grandi colonizzazioni, si opponeva a colonialismo in senso stretto, preferiva aprire il dialogo con le popolazioni, arrivare in pace nei regni dei sovrani d’Africa e non usare nessun tipo di arma, se non un po’ di dialettica per convertire i sovrani al progresso.

Con la sua capacità di dialogo e la sua infinita pazienza, Sanderval riuscirà a farsi regalare l’altopiano del Kahel e a diventarne simbolicamente il sovrano, sempre e comunque agli ordini del più potente almâmi. Sanderval sarà anche uno dei primi fondatori della città di Conakry, sull’isola di Timbo: Conakry diventerà la capitale della Guinea e la principale città di riferimento.

Allo stesso tempo, grazie a Olivier de Sanderval, i francesci riusciranno ad unire tutti i territori dell’attuale Guinea Conakry: unendo la regione del Fouta-Djalon ai settori precedentemente conquistati, i francesi fonderanno la Guinea nel 1895 e la incorporeranno ai territori dell’Africa Occidentale Francese. Tale resterà fino al 1958 quando la Guinea Conakry voterà per la propria indipendenza al referendum indetto da De Gaulle.

Pur essendo un romanzo storico, “Il re di Kahel” è scritto con uno stile molto scorrevole e piacevole da leggere. Monénembo riesce perfettamente a rendere l’idea dell’epoca storica, degli intrighi legati alla colonizzazione e alle diffoltà quotidiane che i colonizzatori o gli esploratori dovevano sopportare e risolvere.

Tierno Monénembo è nato in Guinea ma sceglie di scrivere il suo romanzo dal punto di vista di un francese, un estraneo, riuscendo a mostrare l’Africa e le sue popolazioni viste dagli occhi di un europeo. Monénembo descrive gli ambienti del Fouta-Djalon e dell’Africa attraverso la meraviglia e il trasporto che percepisce Sanderval, l’europeo che per tutta la vita ha sognato di essere in Africa.

È un romanzo che consiglio a chi è appassionato di storia, a chi è curioso e vuole conoscere la figura del visconte Olivier de Sanderval, e a chi desidera avvicinarsi alla cultura e alle vicende dell’Africa appena prima e durante l’epoca coloniale.

Titolo: Il re di Kahel
L’Autore: Tierno Monénembo
Traduzione dal francese: Gabriele Fredianelli
Editore: Nuova Editrice Berti
Perché leggerlo: per chi desidera avvicinarsi alla cultura e alle vicende dell’Africa appena prima e durante l’epoca coloniale.

(© Riproduzione riservata)

A. Igoni Barrett | L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto

L’ultima volta che abbiamo litigato le avevo appena detto che l’amavo. Lei ha detto “fatti, non parole”, e che se l’amavo sul serio le avrei dato un bambino, non l’avrei mai lasciata in quel modo, neanche per sogno.
“Amore significa che torni anche quando non puoi”.
A quel punto abbiamo litigato. Ho raccattato le mie cose e me ne sono andato [dal racconto Una storia tira e molla a Nairobi, A. Igoni Barrett, trad. M. Martino]

Amore significa che torni anche quando non puoi: in questa frase è contenuto il denominatore comune dei nove, bellissimi racconti di A. Igoni Barrett raccolti ne “L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto“, tradotti da Michele Martino per 66thand2nd editore. L’amore come sentimento è il protagonista dei nove racconti e viene declinato in ogni sua sfaccettatura; nel contempo, per i personaggi creati da A. Igoni Barrett, amore significa tornare sempre, o quasi, anche e soprattutto quando è impossibile.

Un figlio torna dalla madre alcolizzata e tossicodipendente. Una moglie continua a restare con il marito per mantenere l’onore della famiglia, benché sia gelosa dell’affetto che il consorte regala alla figlia. Un uomo innamorato di una bellissima donna ritorna sempre, dopo ogni litigata, nonostante il pessimo carattere di lei.

È sempre la Nigeria – ad eccezione di un racconto ambientato in Kenya, Una storia tira e molla a Nairobi – a far da sfondo alle storie di Igoni Barrett, una nazione descritta in modo sincero e priva di imbarazzo, rappresentata senza mezze misure, con difetti e pregi compresi.

Nei racconti vengono descritti gli ingorghi quotidiani di un traffico caotico e ingestibile; l’estrema povertà contrapposta al lusso sfrenato di chi lavora per il governo nigeriano; parte della recente storia della Nigeria, con i numerosi colpi di stato che si sono susseguiti nel tempo; le discriminazioni tra chi è bianco e chi è nero; la corruzione dei politici e l’abuso di potere da parte dei militari.

Benché si tratti di racconti più o meno brevi, A. Igoni Barrett ha la notevole capacità di descrivere in modo perfetto i protagonisti, evidenziando le caratteristiche positive e negative che li rendono realistici; i suoi personaggi non sono mai solo buoni o solo cattivi: sono esseri umani, persone comuni provenienti da differenti classi sociali, per cui fallibili.

Il tutto è sempre raccontato con un taglio a tratti ironico, a volte commovente o addirittura tragico, utilizzando uno stile semplice e coinvolgente allo stesso tempo, capace di trascinare con estrema facilità il lettore nelle vicende narrate.

Perpetua era confusa. Ciò che vedeva nel visto di Tene non somigliava affatto a quello che si aspettava. Cercava segni tangibili di un’emozione posticcia, ma non riusciva a coglierne nemmeno uno. Voleva gioia, ma trovava solo compassione. Eppure, ragionò, il fatto di non riuscire a vedere quello che aveva immaginato non faceva che confermare che la sua rivale era più scaltra del previsto [dal racconto Godspeed e Perpetua, A. Igoni Barrett, trad. M. Martino]

Lagos, Nigeria (fonte: Wikipedia CC BY 2.0)

L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto” è una raccolta di racconti entusiasmante e piacevole da leggere, dove l’amore, in ogni sua forma, corre tra le polverose strade della Nigeria, sempre pronto a costruire o distruggere speranze e gioie nel cuore degli uomini.

Se siete curiosi, qui potete leggere gli incipit dei nove racconti.

Titolo: L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto
L’Autore: A. Igoni Barrett
Traduzione dall’inglese: Michele Martino
Editore: 66thand2nd
Perché leggerlo: perché si tratta di una raccolta di racconti coinvolgenti e piacevoli da leggere dove il sentimento preponderante è l’amore mostrato in ogni sua declinazione, e allo stesso tempo è un sincero e vivido ritratto della Nigeria di oggi

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Eugenio Cambaceres | Sin rumbo

Nulla al mondo lo attirava ormai, nulla gli sorrideva, nulla di nulla lo teneva legato alla vita. Né l’ambizione, né il potere, né la gloria, nulla gli importava, nulla voleva, nulla possedeva, nulla provava. Ne suo ardore, nel suo folle affanno di consumare gioie terrene, tutte le forze segrete del suo essere si era guastate come si guasta una macchina coi motori sempre accesi. Disperato, abbattuto, esausto, andava alla deriva, senza rotta, nella notte nera e gelida della vita [Sin rumbo, Eugenio Cambaceres, trad. M. Magliani e L. Marfé]

Ricchezza e agiatezza non fanno la felicità. Può apparire un cliché, ma Andrés – ricco proprietario di terreni, hacienda, mandrie e datore di lavoro di servi e braccianti – è un uomo insoddisfatto dalla vita. Da sempre in disaccordo col padre ma difeso strenuamente dalla madre, Andrés è cresciuto con la consapevolezza che con potere e denaro è possibile fare qualsiasi cosa. L’animo di Andrés, però, è inquieto e l’uomo non riesce a capire cosa davvero voglia dalla vita.

Insensibile, dilaniato, senza fede, con il cuore di pietra, l’anima inaridita, annoiato dalla conoscenza della vita, da quell’insieme di bassezze umane: provvisto di un immenso arsenale di disprezzo per il prossimo, per se stesso, che ne sarebbe stato di lui? Chi era alla fine? [Sin rumbo, Eugenio Cambaceres, trad. M. Magliani e L. Marfé]

Così Andrés approfitta di Donata, la giovane figlia di un misero bracciante; quando la ragazza confessa di essere incinta, Andrés la abbanonda per evitare problemi e responsabilità. Una volta giunto a Buenos Aires, Andrés incontra diversi personaggi dello spettacolo e diventa molto intimo con una cantante lirica; ma nemmeno l’affetto dell’amante riesce a calmarlo, a far scomparire la sua irrequietezza, perché non è neppure questa la vita che vuole condurre.

Il ritorno alla hacienda, fuggendo di nuovo dalle proprie responsabilità nei confronti dell’amante, sarà all’apparenza gioioso, ma il destino avrà in serbo per lui nuove difficoltà. Andrés, nella sua cattiveria e crudeltà verso il prossimo, ha la sensazione che il cielo ce l’abbia proprio con lui.

Dio… ma dov’era quel Dio, il Dio della misericordia e della bontà, il Dio onnipotente che guardava impassibile ingiustizie come quella? Lui… beh, lui era stato un farabutto, un miserabile, che scontasse le sue colpe, che il cielo lo punisse, era giusto! [Sin rumbo, Eugenio Cambaceres, trad. M. Magliani e L. Marfé]

Parque Nacional Nahuel Huapi, Argentina (Photo by bruno camargo on Unsplash)

Sin rumbo” di Eugenio Cambaceres (trad. M. Magliani e L. Marfè, Arkadia editore, 14.50 €) è un romanzo scritto nel 1885 e per la prima volta è stato tradotto in italiano. “Sin rumbo” – letteralmente, “Senza rotta” – è un’opera che si inserisce nella corrente letteraria del naturalismo, della quale Cambaceres fu uno dei maggiori esponenti in Argentina, facente parte della generaciòn del ochenta, tra i quali – oltre agli scrittori – sono compresi anche i politici che iniziarono a rinnovare il Paese.

Eugenio Cambaceres, figlio di un chimico francese e di un’argentina di origini inglesi, nacque e visse a Buenos Aires ma viaggiò molto in Francia, assorbendo e restando colpito dal naturalismo di Émile Zola. “Sin rumbo” ha molto di autobiografico: Cambaceres frequentò una cantante lirica, sposata, e questo generò un vero e proprio scandalo. Lo scrittore fuggì in Europa e laggiù si legò ad una cantante italiana, dalla quale ebbe una figlia. Nel romanzo, Andrés non scappa dall’Argentina, ma ha una figlia da una bracciante.

In “Sin rumbo” si ritrovano le tematiche care agli scrittori dell’epoca: il vivido e sincero affresco dell’epoca, delle proprietà terriere dei ricchi padroni, delle mandrie e dei numerosi quanto poveri e ignoranti braccianti; vi è l’ideale della colonizzazione dei vasti spazi argentini; ci si sofferma sul senso dell’immigrazione, e in “Sin rumbo” gli immigrati e indigeni lavorano nelle haciendas, ma a Buenos Aires gli immigrati – soprattutto italiani – si danno da fare anche nell’illecito.

Nel romanzo, il protagonista Andrés è un uomo giovane, tanto ricco quanto crudele, e il destino – o il cielo – si accanisce contro di lui, in particolar modo quando  Andrés è sicuro di aver trovato uno scampolo di gioia. Ma il male di vivere, la noia, l’incapacità di apprezzare ciò che ha e la sfortuna non lo abbandonano mai, e si sente sempre più solo. I sentimenti di Andrés sono ancora molto attuali, per questo “Sin rumbo” è un romanzo che può leggersi con una chiave di lettura molto moderna.

Sin rumbo” di Eugenio Cambaceres è quindi un classico che riflette sulla condizione umana dell’epoca ma è facilmente calabile anche nella nostra attualità.

Titolo: Sin rumbo
L’Autore: Eugenio Cambaceres
Traduzione dallo spagnolo e postfazione: Marino Magliani e Luigi Marfè
Editore: Arkadia editore
Perché leggerlo: perché è un classico che riflette sulla condizione umana dell’epoca ma è facilmente calabile anche nella nostra attualità

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Lola Larra e Vicente Reinamontes | A Sud dell’Alameda. Diario di un’occupazione

Ammetto che quando ho deciso di rimanere l’ho fatto soprattutto per te. Perché mi avevi sfidato, perché mi piacevi e perché ero curioso. Ma non è per te che sono ancora qui (…) Non posso dire che mi sento coinvolto in tutto quello che succede e che credo in tutto quello che viene detto nelle assemblee. Però ormai ci sono dentro, ormai sento di farne parte (…) mi emoziona pensare che in questo stesso momento ci sono molti altri come noi, ognuno nella propria scuola (…) che reclamano attenzione sulla pessima educazione che riceve la maggior parte degli studenti, e noi qui (…) siamo solidali con loro [A Sud dell’Alameda, Lola Larra e Vicente Reinamontes, trad. R. D’Alessandro]

Santiago del Cile, maggio 2006. Il Cile non si è qualificato per i Mondiali di calcio e Nicolas, portiere di una squadra di dilettanti, ne è dispiaciuto e ha deciso di tifare per la Francia. In quel maggio autunnale, mentre incomincia a soffiare una brezza ben più fredda, Nicolas però ha altro a cui pensare.

Assieme ad un gruppetto di compagni e amici, Nicolas sta occupando da tre giorni la sua scuola privata. Nel resto della città e del Cile, sono tanti gli studenti come lui che stanno facendo occupazione: chiedono, tutti in coro, una scuola più giusta, servizi gratuiti alle fasce più povere, l’abolizione della LOCE, una legge che risale agli anni della dittatura e volta a discriminare i ragazzi poveri, e il test gratuito di ammissione alle università. La stampa chiama questi studenti pinguini, per via della divisa adottata nelle scuole cilene, e la protesta assume il nome di “Revolución de los pingüinos“.

Sebbene la mamma e il papà di Nicolas abbiano partecipato con animo e cuore alle proteste dell’ottantacinque e dell’ottantasei contro Pinochet, Nicolas non si sente un rivoluzionario ma decide di proseguire l’occupazione perché è affascinato da Paula, una compagna di classe dal carattere piuttosto vivace.

Nicolas affida i suoi pensieri al diario personale che tiene ben nascosto nell’aula 6, dove dorme. Racconta del cibo che scarseggia, dei carabinieri che vorrebbero farli sgomberare, del supporto del preside, della paura e dei dubbi se restare davvero o tornare a casa, il luogo sicuro dove è rimasta la sua sorellina minore.

Allo stesso tempo, tra le righe del suo diario, si legge una consapevolezza via via crescente: Nicolas cambia e matura, capisce che l’occupazione significa combattere pacificamente per chiedere alla Presidente Bachelet ciò che è giusto per la scuola cilena. I ragazzi e i bambini sono il futuro del Cile ed essi devono essere formati in modo migliore per far crescere il Paese.

In quest’occupazione sembra che tutti abbiano un titolo, un incarico e un lavoro. A parte me [A Sud dell’Alameda, Lola Larra e Vicente Reinamontes, trad. R. D’Alessandro]

A Sud dell’Alameda. Diario di un’occupazione” scritto da Lola Larra e illustrato da Vicente Reinamontes (Edicola ediciones, 18 €) è il racconto, scritto in modo semplice, scorrevole e a tratti ironico, di quattro giorni di occupazione in una scuola privata a Santiago del Cile: le pagine azzurre del diario di Nicolas, con i testi scritti da Lola Larra, si alternano alle belle tavole disegnate da Vicente Reinamontes.

A raccontare le dinamiche interne del gruppetto di giovani occupanti, è appunto Nicolas, un ragazzo che proviene da una buona famiglia, la voce narrante dell’intero libro.

Man mano che si avvicina la data della marcia di protesta, durante la quale tutti gli studenti delle scuole aderenti all’iniziativa si uniranno, la tensione nell’istituto cresce. In questo lasso di tempo, Nicolas impara a mettere da parte i timori e i dubbi sulla sua partecipazione, capendo quanto è davvero importante che lui sia lì. Si mangia poco, si dorme male, si vive con la costante paura di uno scontro con i carabinieri, ma si va avanti.

Perché quello che Nicolas arriverà a capire poco prima della marcia di protesta è che è giusto – anzi, necessario – combattere per i propri diritti e quelli dei ragazzi meno abbienti. “A Sud dell’Alameda. Diario di un’occupazione” potrebbe essere un buon libro da leggere per gli studenti italiani, per far loro conoscere una realtà diversa e per far capire come e quanto si deve lottare, spesso, per i propri ideali e per il proprio futuro.

Sette giorni possono cambiarti. Da allora è passato un anno e adesso più che mai credo che la battaglia per un’educazione di qualità per tutti, per un paese più giusto, sia qualcosa di possibile. Ci stiamo lavorando. Siamo tanti. Siamo dappertutto [A Sud dell’Alameda, Lola Larra e Vicente Reinamontes, trad. R. D’Alessandro]

Titolo: A Sud dell’Alameda. Diario di un’occupazione
L’Autrice: Lola Larra
Il disegnatore: Vicente Reinamontes
Traduzione dallo spagnolo: Rocco D’Alessandro
Editore: Edicola Ediciones
Perché leggerlo: per conoscere una realtà diversa e per capire come e quanto si deve lottare, spesso, per i propri ideali e per il proprio futuro

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Paolo Rumiz | La Regina del Silenzio

Un tempo, quando le notti erano più buie e nei villaggi ardeva solo il lume di qualche candela, oltre al grande fiume chiamato Duma non esistevano ancora le montagne (…) Non esisteva al mondo una frontiera naturale così facile da attraversare. Tutti i popoli circostanti lo sapevano, e avevano battezzato quella terra di foreste, acque e praterie col nome Terra del Passo (…) i Burjaki dovettero divendersi dalle invasioni e imparare in fretta il mestiere delle armi (…) nessuno era mai riuscito a farli schiavi (…) Ma un giorno d’autunno essi videro qualcosa che superò la loro immaginazione. Era arrivata l’Orda [La Regina del Silenzio, Paolo Rumiz]

Per secoli i Burjaki, abitanti della Terra del Passo, hanno saputo respingere invasori ed eserciti, vivendo come anime libere e felici. Un giorno, l’Orda del malvagio re Urdal – figlio della crudele regina Ubiaga – invade la Terra del Passo e grazie all’aiuto di tre orrendi mostri, Antrax, Uter e Saraton, conquista i territori dei Burjaki, imponendosi sovrano. Durante una battaglia, Eco, il mago che fa risuonare il mondo, viene fatto prigioniero da re Urdal.

La regina Ubiaga odia la musica, quindi vieta ai Burjaki gli strumenti musicali e il canto, così sulla Terra del Passo cala un silenzio irreale. Ma c’è un uomo che, nonostante il divieto, continua a suonare e cantare a bassissima voce canzoni e filastrocche: è Tahir il bardo, suonatore di tambùriza, un uomo che proviene dalle terre oltre il Negroponto.

Da bravo vagabondo, viaggiava anche da fermo (…) I suoi sogni erano la continuazione della vita reale. Era un cacciatore celeste, amava il buio della foresta. Diceva ai ragazzi che i luoghi si attraversano di giorno ma si capiscono davvero solo di notte [La Regina del Silenzio, Paolo Rumiz]

Tahri si trova tra i Burjaki perché assiste la vedova del soldato Vadim, caduto in battaglia. Tahir suona la tambùrinza e canta per la creatura che Thassìa porta in grembo, Mila, che non vedrà mai suo padre. Gli anni passano e Tahir il bardo torna nelle sua terra natia e la giovane si sente orfana per la seconda volta.

Quando Mila cresce, attraversa mari e terre per andare da Tahir il bardo; la aiuterà a riportare la musica tra la sua gente, perché sin da piccola Mila scopre di avere doti innate per le melodie e vuole che l’armonia risuoni di nuovo tra i Burjaki.

Mila cresceva e sentiva ogni cosa: il mormorio del torrente, il canto del vento tra i rami dei pruni e degli albicocchi, il frullo d’ali delle farfalle, il richiamo siderale dei lupi, persino lo scricchiolio impercettibile delle stelle più lontane. D’inverno, quando gelavano i ruscelli e la neve cadeva soffice per giorni (…) Mila sentiva l’arpeggio eseguito da ogni singolo cristallo di neve (…) [La Regina del Silenzio, Paolo Rumiz]

Tramonto d’inverno (crediti: Artyom Gorbatyuk, Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic CC BY-NC-SA 2.0)

La Regina del Silenzio” di Paolo Rumiz (La Nave di Teseo, 16 €) è una fiaba che si legge tutta d’un fiato e che risuona come una delicata melodia. Rumiz è un narratore eccezionale, capace di descrizioni così poetiche che permettono a chi legge di sognare ad occhi aperti.

Scese la prima neve, i ruscelli gelarono, poi anche i fiumi, e le giornate si accorciarono. Un sole basso allungò a dismisura l’ombra delle betulle e illuminò di luce rossa le case di legno del villaggio, che sembrarono ardere sulla neve al tramonto [La Regina del Silenzio, Paolo Rumiz]

Nella storia narrata da Rumiz ci sono tutti gli elementi caratteristici di una fiaba: i buoni contro i cattivi, le creature mostruose e crudeli, gli elementi magici come l’anello del nonno di Mila, la natura che comunica e aiuta i buoni. Rumiz crea una geografia per il mondo nel quale vive Mila, ma non la colloca in un tempo preciso; sappiamo che il tempo trascorre e passa per via del semplice susseguirsi delle stagioni.

Come in tutte le fiabe, si arriva ad un punto in cui sembra tutto perduto. I cattivi stanno prevaricando, i buoni o sono imprigionai oppure sono deboli, senza forze e armi. Solo grazie all’unione di tanti si possono sconfiggere i tre mostri, re Urdal e la malvagia madre; solo restando uniti i buoni potranno ripristinare l’armonia e la musica nella terra dei Burjaki. Come nella vita reale, quando si trova un ostacolo o si deve superare una difficoltà: meglio affrontarle insieme che in solitudine.

Titolo: La Regina del Silenzio
L’Autore: Paolo Rumiz
Editore: La Nave di Teseo
Perché leggerlo: perché è una fiaba dolce e delicata come una melodia, che si legge tutta d’un fiato e tra le sue magie permette agli adulti di tornare un po’ bambini

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Shifra Horn | Quattro madri

Avevo la pelle d’oca e sapevo che questo fotografo, il cui nome non era stato mai pronunciato a casa, le era stato vicino più di ogni altro uomo. E così, cullata nel suo letto di ottone che mi risucchiò nel suo grembo con la gentile insistenza del silenzioso, discreto, vecchio materasso, che aveva soffocato i singhiozzi di persone da tempo perdute, e inghiottito i lamenti appassionati di quanti erano affogati nella sua morbidezza, mi immersi in quella montagna di foto. In quella notte insonne, fra un cambio di pannolini e l’allattamento, mi preparai a imbarcarmi per un viaggio in cerca della mia famiglia [Quattro madri, Shifra Horn, trad. S. Kaminski]

Amal è diventata madre e suo marito è scomparso il giorno successivo alla nascita del figlio. La bisnonna di Amal, Sarah, la consola dicendo che nella loro famiglia è sempre andata così: gli uomini hanno abbandonato le mogli, ma ora che ad Amal è nato un maschio, Ben Ami, nessun’altra donna, d’ora in poi, sarà costretta a subire questa pesante eredità.

Qualche giorno dopo la nascita di Ben Ami, Sarah muore e la giovane nipote Amal eredita tre cose appartenute alla bisnonna: il letto d’ottone dove lei stessa è nata, un napoleone d’oro che fu diviso e di nuovo unito e un grande baule di legno. Amal aprendo il baule trova un’infinità di fotografie che hanno fissato per sempre istantanee di vita delle generazioni passate.

Così, nel corso di una lunga notte, Amal ripercorre la storia delle donne della sua famiglia attraverso gli scatti fotografici. La madre di Sarah, Mazal, sposatasi giovane perché orfana; Sarah, la bisnonna di Amal, donna bellissima ed eccezionale, capace di aiutare le donne che non possono avere figli; Pnina Mazal, la nonna di Amal, bambina prodigio in grado di imparare con estrema facilità ogni lingua e capace di comunicare con il fratello maggiore muto; Gheula, la madre di Amal, avvocatessa che difende strenuamente i diritti degli arabi benché nata in una famiglia ebraica.

Infine, Amal, nata nel 1948 insieme allo Stato di Israele, con quel nome così difficile da portare – significa ‘lavoro’ in ebraico, ‘speranza’ in arabo – che non ha mai conosciuto suo padre perché Gheula si è sempre rifiutata di parlare di lui.

Da Israele a Salonicco, quindi di nuovo a Gerusalemme, grazie alle immagini che escono come per magia dal baule di Sarah, Amal compie il lungo peregrinare delle donne della famiglia, attraverso momenti felici e grandi difficoltà, sullo sfondo di uno Stato che sta nascendo ma già segnato da conflitti e lacerazioni.

Nell’anno in cui mia madre lasciò Meah Shearim, scoppiò la guerra d’indipendenza. La maggior parte degli edifici fu danneggiata dai proiettili sparati dal confinante quartiere arabo. Uomini, donne e bambini furono uccisi come mosche, soltanto il caseggiato della yeshivà e gli appartamenti vicini ne uscirono indenni: il che fu visto come un segno divino (…) [Quattro madri, Shifra Horn, trad. S. Kaminski]

Monte degli Ulivi, Gerusalemme (foto: Wikipedia CC BY-SA 4.0)

Quattro madri” di Shifra Horn (trad. S. Kaminski, Fazi editore, 17.50 €) è un romanzo che ha come protagoniste principali cinque donne israeliane, diverse tra loro, ma unite da un destino comune: crescere i propri figli da sole, perché abbandonate dagli uomini.

Il romanzo si apre con la voce di Amal che, in prima persona, racconta del suo tragico matrimonio e della nascita di suo figlio Ben Ami. Una volta trovato il baule della bisnonna, ripercorrendo le tappe della storia della famiglia, la narrazione passa alla terza persona, per poi tornare nuovamente alla voce di Amal che parla della sua nascita, delle difficoltà con la madre Gheula e della voglia di scoprire chi era suo padre.

Shifra Horn scrive un romanzo con un linguaggio scorrevole e semplice, ma allo stesso tempo utilizza immagini ricercate per descrivere luoghi, caratteri e azioni delle sue protagoniste. Tra le pagine si respira un’atmosfera a tratti surreale, che ammicca al realismo magico sudamericano: sono presenti elementi e fatti inspiegabili ma nella storia appaiono perfettamente normali e lineari. Mentre si legge, sembra del tutto normale che Pnina Mazal parli tantissime lingue o che Sarah aiuti le donne che desiderano un figlio a restare incinte.

Sull sfondo, appena accennata qua e là, c’è la storia di Israele, che si srotola nel corso di circa cento anni. Shifra Horn cita qualche evento cruciale, con leggerezza, per non appesantire la narrazione, toccando le tappe fondamentali: l’arrivo degli ebrei in massa, i primi conflitti con la popolazione araba, la fine del protettorato britannico, la nascita ufficiale di Israele, l’inasprimento dei conflitti tra le genti israeliane e palestinesi.

Quattro madri” è un bel romanzo famigliare epico, che abbraccia quasi un secolo della storia di Israele, dove si muovono donne sorprendenti che mai si perdono d’animo, capaci di reinventarsi in continuazione e di rialzarsi dopo ogni caduta.

Titolo: Quattro madri
L’Autrice: Shifra Horn
Traduzione dall’ebraico: Sarah Kaminski
Editore: Fazi editore
Perché leggerlo: perché è un romanzo famigliare epico, che abbraccia quasi un secolo della storia di Israele, fatto di donne straordinarie sempre pronte a rialzarsi dopo ogni caduta

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Viveca Sten | Nel nome di mio padre

Lina Rosén è sparita lo scorso autunno, in una notte di tempesta. L’isoletta di Sandhamn, nella parte esterna dell’arcipelago (…) Un paradiso estivo rinomato per le belle spiagge e le magnifiche regate (…) I genitori l’hanno vista per l’ultima volta venerdì 3 novembre dell’anno scorso. Stava uscendo per andare da un’amica nella zona residenziale di Trouville, nella parte sudorientale dell’isola. Sappiamo che attorno alle dieci di sera è ripartita in bicicletta per tornare a casa, dopodiché si perdono per sempre le sue tracce. Nonostante gli sforzi della polizia, non è mai stata ritrovata [Nel nome di mio padre, Viveca Sten, trad. Alessia Ferrari]

Il romanzo e le girelle alla canella cucinate da me

In una buia notte di novembre, Lina Rosén, vent’anni, scompare mentre una tempesta si abbatte sull’isoletta di Sandhamn, nell’arcipelago di Stoccolma. Dalla casa dell’amica, dove è stata in visita, alla sua abitazione ci sono circa tre chilometri da percorrere in bicicletta, lungo una strada fiancheggiata di maestosi pini. Un percorso breve, dritto e privo di ostacoli: ma Lina Rosén non torna a casa.

I genitori della giovane lanciano l’allarme e la polizia di Nacka, nella persona di Thomas Andreasson, si occupa di setacciare l’isola, anche grazie all’aiuto dei cani molecolari. Non viene fuori neppure indizio: a quanto pare Lina è  svanita nel nulla.

Qualche mese dopo, a febbraio, durante le vacanze invernali, un gruppo di ragazzini adolescenti fa una macabra scoperta in uno dei boschi che ricoprono l’isola: da un sacco della spazzatura emergono dei resti umani. Due dei ragazzini sono Adam e Simon, i figli di Nora Linde, avocatessa di Stoccolma e amica d’infanzia di Thomas Andreasson, in vacanza a Sandhamn nella sua casa di famiglia.

Nora ha alcuni problemi famigliari da risolvere, e la vacanza sull’isola avrebbe dovuto essere il modo per rilassarsi e distendere i nervi. Il ritrovamento dei resti umani spazza via la quiete di febbraio: giungono i poliziotti da Nacka e i collaboratori della scientifica. L’istinto investigativo di Nora Linde si mette in moto, soprattutto per non pensare alle sue difficoltà famigliari.

Chi poteva avercela con una ragazza di soli vent’anni al punto di ucciderla e farla a pezzi? Thomas raccoglie testimonianze, indizi, registra dettagli, interroga gli abitanti dell’isola vicini a Lina e alla sua famiglia, inoltre si mette in discussione per via di un incidente nautico occorso due anni prima. Tassello dopo tassello, Thomas e Nora iniziano ad intravedere un disegno ben preciso, il movente dell’omicidio di Lina forse affonda le radici in un passato lontano.

La conversazione con sua madre aveva continuato a ronzarle in testa. Susanne le aveva raccontato di Thorwald e della sua famiglia, e anche di cosa era successo tra lui e Karolina (…) Era possibile che quegli avvenimenti fossero in qualche modo collegati alla ragazza scomparsa? Era un ragionamento contorto, ma Nora non riusciva a toglierselo dalla testa (…) Forse la soluzione del mistero era da cercare nel passato, e nessuno l’aveva preso in considerazione [Nel nome di mio padre, Viveca Sten, trad. Alessia Ferrari]

I fitti boschi sull’isola di Sandhamn, laggiù all’orizzonte c’è il Mar Baltico (foto: Claudia)

Nel nome di mio padre” di Viveca Sten (trad. A. Ferrari, Feltrinelli, 9.90 €) l’ho letto appena sono ritornata dal viaggio a Stoccolma, perché la Svezia mi ha lasciato un bellissimo ricordo e tanta nostalgia. Dopo “Il corpo che affiora“, mi sono buttata a capofitto nella lettura, riprendendo le fila delle vite dell’ispettore di Thomas Andreasson e della sua amica avvocato Nora Linde; i personaggi sono meglio descritti e indagati, c’è più analisi psicologica e i protagonisti, anche quelli minori, hanno maggiore spessore. Di nuovo, la Sten descrive in dettaglio i luoghi dove si svolge il romanzo, la stupenda isola di Sandhamn, e lo fa tanto bene che mi è sembrato di rivivere il mio viaggio.

Lasciò di nuovo vagare lo sguardo sui tronchi che lo circondavano, mentre una sensazione di disagio lo invedeva inesorabile. Il bosco gli pareva non finire mai, anche se lui sapeva bene che terminava sull’altro lato dell’isola, poco prima della spiaggia (…) C’era silenzio, troppo silenzio [Nel nome di mio padre, Viveca Sten, trad. Alessia Ferrari]

Nel nome di mio padre” è un romanzo coinvolgente, trascinante e ben scritto; la Sten ha migliorato le sue capacità narrative, tessendo una storia intrigante e più complessa da risolvere. Infatti, se ne “Il corpo che affiora” scoprire il colpevole dei crimini era alquanto scontato, ne “Nel nome di mio padre” non lo è, perché Viveca Sten in realtà in questo romanzo racconta due storie parallele, che si incroceranno solo alla fine.

Una è quella che si svolge tra il novembre del 2006 e il febbraio del 2007, e vede i poliziotti e Nora Linde impegnati a risolvere il mistero legato alla scomparsa di Lina Rosén. L’altra storia, avvincente quanto la prima – se non di più – è quella di Thornwald e la sua famiglia, che si svolge a Sandhamn tra il 1899 e il 1962.

[Karolina] Era la figlia del ricco capitano di pilotina Alarik Brand, il cui padre, Carl Wilhelm Brand, aveva costruito la magnifica Villa Brand, nel bel mezzo di Kvarnberget, dove una volta sorgeva l’unico mulino di Sandhamn (…) La villa era stata costruita senza badare a spese alla fine del secolo precedente, c’era addirittura una vasca da bagno che poggiava su zampe di leone, una stravaganza che nessuno aveva mai sentito prima. Thorwald ricordava la descrizione che suo padre gli aveva fatto del momento in cui era stata scaricata dal battello (…) Nonostante le ridotte dimensioni dell’isola, li separava una distanza abissale Nel nome di mio padre, Viveca Sten, trad. Alessia Ferrari]

Una delle ville di Sandhamn: Viveca Sten ha preso spunto da questa dimora per descrivere Villa Brand, ereditata da Nora Linde da parte di zia Signe (foto: Claudia)

Per la capacità di tenere alta l’attenzione del lettore, riservando qualche colpo di scena, mostrando una Svezia non proprio perfetta e soprattutto senza annoiare mai, “Nel nome di mio padre” di Viveca Sten è un romanzo che mi è piaciuto parecchio e che consiglio a chi cerca un buon giallo da leggere.

Titolo: Nel nome di mio padre
L’Autrice: Viveca Sten
Traduzione dallo svedese: Alessia Ferrari
Editore: Universale Economica Feltrinelli (in originale, Marsilio)
Perché leggerlo: perché è un buon romanzo giallo che sa tenere alta l’attenzione del lettore, riservando colpi di scena e mostrando una Svezia non proprio perfetta

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