Joan London | L’età d’oro

Davanti ai suoi occhi il suo corpo galleggiava, come alghe che chiunque avrebbe potuto gettar via. Provava vergogna per quel costume di seconda mano, per il peso di quelle gambe inutili. Per il sussurro con cui il padre aveva risposto a Nance. Era umiliante avere una figlia che si era presa la polio. Elsa aveva coperto di vergogna la famiglia. La gente si teneva alla larga dalle vittime della malattia (…) Galleggiava pallida e cupa, con gli occhi chiusi. Quando li riaprì si ritrovò a fissare quelli di Frank Gold (…) [L’età d’oro, Joan London, trad. Silvia Castoldi]

Frank Gold è un ragazzo ebreo ungherese che è riuscito a sopravvivere all’orrore della Seconda Guerra Mondiale. A Meyer e Ida, i genitori di Frank, viene proposto di emigrare a Perth, in Australia, e la famiglia Gold si trasferisce in quella terra desertica e lontana.

Sicuri di essersi lasciati alle spalle i peggiori momenti della loro vita, i Gold non sanno che le sfortune continueranno a perseguitarli anche nel grande continente australiano: il giovane Frank, infatti, contrae la poliomielite durante l’epidemia del 1949. I Gold portano Frank al sanatorio Golden Age, una struttura che accoglie e cura amorevolmente bambini e ragazzi poliomielitici; qui Frank, tra mille difficoltà causate dalla malattia, incontra Elsa, una ragazzina australiana anch’essa vittima della polio.

L’incontro tra i due ragazzi poliomielitici cambierà non solo la loro vita ma anche quella delle loro famiglie.

Ma quando Frank si allontanava lei ne sentiva la mancanza. All’improvviso tutto diventava noioso. Una luce si spegneva. Ogni mattina, quando si svegliava, tendeva l’orecchio in cerca del suono della sua voce. Di solito riusciva a sentirlo da qualche parte dentro l’edificio. Era un chiacchierone. Parlava spesso di chi era suo amico e di chi non lo era. Per lui era una questione importante (…) Sosteneva che Elsa fosse la migliore amica che avesse mai avuto. [L’età d’oro, Joan London, trad. Silvia Castoldi]

L’età d’oro” di Joan London (trad. S. Castoldi, edizioni E/O, 229 pagine, 16.50 €) è un romanzo che ho letto incuriosita dalle tematiche trattate, in particolare la gestione di un’epidemia di poliomielite. Purtroppo, si è rivelata una lettura deludente e faticosa.

Sin dalle prime pagine ho avvertito come la sgradevole sensazione che il meccanismo narrativo si inceppasse di continuo: come un orologio al quale si stanno scaricando le batterie, la storia a tratti partiva e proceva, a tratti si fermava e stazionava su dettagli irrilevanti. Più volte nel corso della lettura mi sono ritrovata a leggere frasi e capoversi perché non riuscivano ad entrarmi in testa.

A questo si è aggiunto lo stranissimo stile della London: la scrittrice australiana predilige frasi brevissime, quasi telegrafiche, che spezzano continuamente il discorso, con un risultato finale irritante e fastidioso.

Lui aveva bevuto. L’alcool gli dava coraggio. Era abituato alla propria forza. Poco più che trentenne, qualche anno meno di lei. Aveva fatto esperienza durante la guerra. Aveva appoggiato il berretto sulla scrivania [L’età d’oro, Joan London, trad. Silvia Castoldi]

Skyline di Perth, Australia (foto: Mark on Wikipedia, GFDL)

L’uso di molti flashback e il continuo cambio del punto di vista dei vari personaggi tra un capitolo e l’altro – pur mantenendo sempre la narrazione in terza persona – ha contribuito ad inceppare la lettura. Suppongo che la London volesse introdurre il lettore nel mondo ovattato e sterile del sanatorio, dando il punto di vista dei piccoli degenti, dei famigliari e delle infermiere. Scritto così, però, quest’idea potenzialmente interessante ha aumentato la confusione nella storia.

I dialoghi tra i personaggi sono nuovamente telegrafici, brevi e secchi; non vi sono quasi monologhi o discorsi più lunghi e articolati. Io sognavo l’Australia con i suoi vasti spazi, l’immensità dei deserti roventi, canguri e koala, la magia di tramonti infuocati sull’oceano indiano… beh, niente di tutto questo. C’è la descrizione di una giornata in spiaggia e ci sono dei riferimenti alla casa nel deserto della famiglia di Elsa, ma per il resto sembra quasi che la London dia per scontato che tutti noi conosciamo Perth e le sue campagne. Magari.

I personaggi stessi mi sono apparsi piatti e privi di spessore. Nemmeno i protagonisti principali, Frank ed Elsa, mi sono sembrati interessanti: descritti per sommi capi, conoscerli è stato come quando un amico ci presenta una terza persona e noi ne dimentichiamo il nome mentre gli stringiamo la mano.

Quando ho iniziato a leggere la storia ero più che altro interessata all’Australia (che come abbiamo visto, è descritta poco e nulla) e ciò che ruota attorno all’epidemia di poliomielite. Se sono riuscita a finire il romanzo “L’età d’oro” è proprio grazie alla poliomielite: ero curiosa di conoscere le condizioni di vita dei piccoli pazienti e gli stati d’animo dei loro genitori.

I bambini soffrono di nostalgia: di casa, dei loro giochi, della loro vita precedente alla polio. C’è, e si percepisce bene questa volta, una netta spaccatura tra la vita prima e dopo la malattia. All’epoca, per la poliomielite non c’erano vaccini e le cure erano ancora in fase di sperimentazione; chi all’epoca contraeva la polio restava invalido a vita. Alcuni riuscivano a riprendere a camminare, altri no.

In ogni caso, chi sopravviveva alla polio era segnato, vuoi per un difetto fisico visibile, vuoi per una ferita nell’animo. Pur non avendo apprezzato il modo in cui è scritto, sono contenta di aver letto “L’età d’oro” di Joan London perché mi ha dato la conferma di ciò in cui credevo già: l’importanza della ricerca scientifica e dei vaccini.

Un libro come “L’età d’oro” dovrebbe ricordarci di cosa sono state certe malattie, di quanti innocenti hanno ucciso e di quante giovani vite hanno rovinato per sempre; dovrebbe ricordarci quanto siamo fortunati, noi occidentali moderni che abbiamo a disposizione le armi per sconfiggerle.

Titolo: L’età d’oro
L’Autrice: Joan London
Traduzione dall’inglese: Silva Castoldi
Editore: edizioni E/O
Perché leggerlo: non certo per il modo in cui è scritto, ma per il contenuti e il messaggio ne vale la pena

(© Riproduzione riservata)

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Ti regalo un libro: speciale Natale

Regalare un libro è come regalare un’emozione. In un piccolo parallelepipedo con la copertina sgargiante e con quel profumo di carta appena stampata, sono contenuti storie, sentimenti, viaggi, gioie e dolori. Un libro può far compagnia, può divertire, può aiutare a superare un momento difficile, un libro può tante cose, ma deve essere il libro giusto.

Lungi dall’essere una guida all’acquisto consapevole, questo articolo è una breve lista di libri che in un modo o nell’altro mi hanno emozionata e che penso potrebbero andar bene per una certa tipologia di lettori.

Avete letto bene: una certa tipologia di lettori. Mi raccomando, non regalate un libro a chi non legge, non è molto carino perché sembra davvero che non sapevate cosa donare e avete arraffato la prima cosa che avete trovato al supermercato. Premesso ciò, Ti regalo un libro, speciale Natale.

Il libro: Trans Europa Express di Paolo Rumiz (Feltrinelli, 231 pagine, 9.50 €)
A chi regalarlo: ai lettori che amano viaggiare, che vogliono leggere aneddoti e notizie sulla nostra vecchia Europa; il libro perfetto per ha la valigia sempre pronta, con l’essenziale, e una mappa pasticciata e stroppicciata piena di appunti sulle cose da vedere.

Il libro: Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere di Marco Truzzi (fotografie di Ivano Di Maria, Exòrma edizioni, 158 pagine, 14.50 €)
A chi regalarlo: ai lettori che vogliono capire la situazione politica che stiamo vivendo, per chi vuole aprire gli occhi sull’attualità, per farsi un’idea su cosa sta diventando l’Europa e su cosa potremmo fare noi per invertire questa tendenza.

Il libro: Ombre. Dipinti ispirati a Edward Hopper AA. VV. (trad. L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini, Einaudi, 304 pagine, 18.50 €)
A chi regalarlo: ai lettori che amano i buoni racconti americani e apprezzano l’arte, in particolare le tele di Edward Hopper.

Il libro: La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead (SUR edizioni, trad. Martina Testa, 376 pagine, 20 €)
A chi regalarlo: ai lettori che apprezzano i romanzi coinvolgenti, ricchi di colpi di scena e di azione. Un romanzo adatto anche ai giovani lettori che è giusto che imparino e sappiano che cos’è stata la schiavitù in America.

Il libro: Atlante leggendario delle strade d’Islanda a cura di Jón R. Hjálmarsson (trad. Silva Cosimini, Iperborea, 225 pagine, 16 €)
A chi regalarlo: ai lettori che sono affascinati dal Grande Nord e a coloro che apprezzano suggestioni e antiche leggende. Un libro per sognare l’Islanda e i suoi miti, i luoghi e i paesaggi; per immergersi in una cultura millenaria, per sorridere, inquietarsi e suggestionarsi; per chi c’è stato e per chi sogna di andarci, in quelle terre remote, tra ghiacci e vulcani.

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Se i miei suggerimenti non vi bastano e siete ancora curiosi, vi consiglio di fare un salto sul blog di Federica Una ciliegia tira l’altra perché anche lei ha scritto un bell’elenco di libri da regalare o regalarsi!

Ngūgī wa Thiong’o | Un matrimonio benedetto

Voleva capire l’Africa, toccarle il cuore e sentire l’immenso continente vibrare tra le sue dita. In quei giorni lei e lui erano molto vicini, i loro cuori sembravano battere all’unisono. Ma col passare degli anni, lui si era allontanato sempre di più. Lei aveva perso il suo slancio iniziale; le idee che prima le erano parse brillanti, erano adesso sbiadite e coperte di ruggine. Chi erano loro, in fondo, per civilizzare qualcun altro? E, in ogni caso, che cosa era la civiltà? [dal racconto Addio all’Africa, Ngūgī wa Thiong’o, traduzione Marco Ferrazza]

Ngūgī wa Thiong’o nasce in Kenya nel 1938 e nel 1977 vieen arrestato e incarcerato a causa delle critiche nei confronti delle ingiustizie della società keniota di quegli anni; attualmente, Ngūgī wa Thiong’o vive negli Stati Uniti e da diversi anni compare tra i nomi dei candidati al premio Nobel per la Letteratura.

Un matrimonio benedetto” di Ngūgī wa Thiong’o (Quarup, trad. M Ferrazza, 183 pagine, 13.90 €) è una raccolta di tredici racconti, limpidi e lucidi, che hanno come protagonisti i rappresentanti della società keniota, dai nativi ai coloni. I racconti sono suddivisi in tre parti  e seguono un filo logico ben preciso.

La prima parte è dedicata alle madri e ai figli. In questi tre racconti troviamo una donna  che cerca il coraggio di abbandonare il marito violento; una donna sterile che senza volerlo salva il figlio di una donna che invidia perché ha una numerosa prole; una donna, da tutti creduta pazza, che racconta la tragica morte del figlio a causa della siccità.

Nella seconda parte dedicata ai dominatori e alle vittime, troviamo un reverendo che prega affinché cada la pioggia ma che non inizi a cadere proprio quando giunge al villaggio lo stregone; c’è un ragazzo che, seppur diplomato, crede alla maledizione di famiglia; c’è la tragica vicenda di un servo che, cercando di avvisare i padroni bianchi di un pericolo imminente, subirà un incidente; c’è un uomo che torna dopo anni di prigionia al suo villaggio e scopre che tutto e tutti sono cambiati; c’è un ragazzo molto giovane, intelligente e promettente che prima di partire per l’università deve risolvere un problema con una ragazza superstiziosa e ignorante; infine, ci sono due coloni bianchi alla vigilia della loro partenza dall’Africa che si interrogano cosa sia davvero la civiltà.

Nella terza e ultima parte ci sono le vite nascoste: una ragazza che si svende agli uomini solo per qualche minuto di notorietà; un uomo che rinnega la sua religione pagana e la sua natura solo per compiacere il ricco suocero; un uomo che racconta in un bar segreti legati al funerale di un noto politico e infine un uomo che abbandona il villaggio per andare in città, rinnegando la sua vocazione, e si accorge che non è tutto oro ciò che luccica.

Non si dovrebbe mai pensare di poter afferrare il significato di un continente con le nostre piccole mani: un continente di può solo amare [dal racconto Addio all’Africa, Ngūgī wa Thiong’o, traduzione Marco Ferrazza]

Ol Donyo Sabuk Mountain, Kenya (foto: Sixtuskev, CC BY-SA 3.0)

I racconti di Ngūgī wa Thiong’o mi sono piaciuti molto: in generale, amo molto il genere del racconto, ma in questo caso l’ho apprezzato ancora di più perché grazie a tredici brevi storie ho avuto la possibilità di guardare la società keniota con un respiro molto più ampio e attraverso diverse sfaccettature.

Ognuno dei tredici racconti mi ha coinvolta, vuoi per lo stile semplice e diretto, vuoi per le descrizioni poetiche oppure per la mia innata curiosità nello scoprire culture diverse dalla mia; ma i racconti di Ngūgī wa Thiong’o non sono solo questo, non si leggono solo per diletto o divertimento: l’autore keniota analizza profondamente il suo paese, presentando un quadro ben definito e preciso nel breve lasso temporale del racconto.

Vengono fuori gli aspetti legati alla colonizzazione dei bianchi, con le disparità sociali che ne conseguono. Ci si chiede che cos’è davvero la civiltà e se ha senso – e giusto – andare a “civilizzare” quegli uomini che vengono ritenuti selvaggi e ignoranti, una tematica che avevo già ritrovato ne “Il crollo” di Chinua Achebe. Ci si chiede se abbia senso o meno abbandonare la propria religione (che è anche quella dei propri avi), la propria lingua e le tradizioni ancestrali solo perché giunge da lontano un uomo bianco a dare nuovi ordini e disposizioni. Una lettura decisamente consigliata.

Titolo: Un matrimonio benedetto
L’Autore: Ngūgī wa Thiong’o
Traduzione: Marco Ferrazza
Editore: Quarup
Perché leggerlo: perché si tratta di una bella raccolta di tredici racconti che analizzano in dettaglio e in modo coinvolgente la società keniota durante e dopo la colonizzazione dei bianchi.

(© Riproduzione riservata)

Elvis Malaj | Dal tuo terrazzo si vede casa mia

Trovarsi bene o meno in un posto non dipende dal posto, dipende da te. Ovunque vai ti porti sempre dietro qualcosa che alla fine rende ogni posto uguale ad un altro. Potrei anche rispondere alla sua domanda, ma non significherebbe niente. Tradirei semplicemente la mia capacità di trovarmi bene o male in Italia [Elvis Malaj, Dal tuo terrazzo si vede casa mia]

Dal mio terrazzo si vede casa tua e sbircio cosa stai facendo; mi sembra che tu non stia preparando bene la pastasciutta, secondo me l’hai cotta troppo. Ho visto che non lasci uscire tua figlia assieme alle amiche: perché? Mi hai risposto che non puoi far uscire una ragazza senza un fratello maschio o un parente adulto, hai paura che ritorni a casa con un “bastardo” nella pancia. Però tuo figlio lo lasci sempre uscire, e anzi gli fai i complimenti se ha concluso con una ragazza, che potrebbe a sua volta trovarsi con un “bastardo” nella pancia.

Dal mio terrazzo si vede casa tua e ho visto rientrare tuo figlio, il minore, dopo la scuola: che muso lungo! Suppongo che i compagni l’abbiano di nuovo preso in giro perché è albanese, pruncia male le parole e non capisce tutto ciò che il professore spiega. Ho notato, invece, che il maggiore non è più in casa con voi: è quello che è scappato con la ragazza italiana, vero? Mi sembra che il papà della ragazza abbia dato dei soldi a tuo figlio: cinquemila euro, tuo figlio li ha presi e poi è a prendere anche la ragazza.

Dal mio terrazzo si vede casa tua e ho visto tuo cugino che portava su all’ultimo piano un televisore guasto, uno di quelli raccattati dall’immondizia; no, ma dico, siete scemi? Ma se è guasto! Noi italiani se è una cosa è rotta la buttiamo, mica ci pensiamo due volte.

Ah, dato che da mio terrazzo si vede anche casa di tuo fratello, ho visto che tuo nipote si è introdotto a casa della ragazza italiana, quella carina, quella che ha studiato all’alberghiero con mia sorella; Kastriot, si chiama, giusto?, beh, lui dice che va a casa di Veronica per bagnare le piante sul terrazzo, ma secondo me è innamorato di lei.

Bashkim si avvicinò; era un modello vecchio, di quelli con lo schermo bombato, senza telecomando e con le manopole al posto dei tasti.
“Ma se l’hanno buttato come fa a essere buono?” chiese Bashkim.
“Non è detto che è rotto, può essere che l’hanno buttato perché ne hanno comprato un altro. Fanno così gli italiani, non sono come noi che prima telefoniamo a tutti i parenti, ai conoscenti, ai conoscenti dei parenti, per vedere se qualcuno lo vuole. Gli italiani lo buttano e basta.”
“Ma non hai detto che erano rumeni?”
“Ma che ne so! Per me è buono (…)”. [Dal tuo terrazzo si vede casa mia, Elvis Malaj]

Gjirokastra, Albania (crediti fotografici: Giulia, Viaggiare con gli occhiali)

Dal tuo terrazzo si vede casa mia” (Racconti edizioni, 164 pagine, 14 €) è la raccolta di racconti d’esordio di Elvis Malaj, giovane scrittore di origini albanesi che oggi vive, lavora e scrive in Italia. I protagonisti dei racconti sono albanesi – che vivono in Albania o che sono emigrati in Italia – e italiani che con quest’ultimi si confrontano. Leggendo si scoprono molte curiosità riguardo all’Albania, dall’origine del nome Marenglen – che esite solo in Albania – alle differenze di educazione tra figli maschi e figlie femmine.

Elvis Malaj ha tratteggiato sia personaggi positivi (e tenerissimi, come Kastriot del racconto “Dal tuo terrazzo si vede casa mia“) sia personaggi insopportabili e alquanto balordi (come Agron del racconto “A pritni miq?” e Dedë, tragicomico protagonista del racconto “Scarpe”). E mi è piaciuto il fatto che Elvis Malaj non abbia parlato solo positivamente dei suoi personaggi ma abbia messo in scena anche le pecche e i difetti; perché, lo sappiamo, nessuno è perfetto.

I racconti che ho apprezzato di più sono tre: “Il televisore“, “Scarpe” e “Dal tuo terrazzo si vede casa mia“; perché ho scelto questi? Perché qui ho riso e riflettuto, ho scoperto diverse cose della cultura albanese e ho letto di personaggi buoni e altri più sgradevoli; questi sono i tre racconti che mi hanno coinvolta di più, quelli che leggevo con urgenza e in modo febbrile per scoprire come sarebbero andati a finire.

Riguardo agli altri racconti, le idee sono buone e la voglia di raccontare l’Albania e gli albanesi agli italiani c’è, ma la penna non è ancora ben definita. Con il tempo verrò fuori la vera voce di Malaj, le premesse ci sono tutte, e mi piacerebbe leggere un racconto più lungo o un romanzo. Mi piace questa sensazione di guardarmi attraverso gli occhi di una persona super partes, una persona che proviene da un’altra cultura, che magari vede i miei difetti e li corregge, oppure che mi insegna qualcosa di nuovo.

Quando si guarda uno straniero lo si fa attraverso i propri filtri culturali; ciò che facciamo noi ci sembra più giusto. Se siamo convinti di fare la cosa giusta – l’unica possibile secondo la nostra rigidità mentale – non riusciamo ad accettare che si possa fare anche in altra maniera e che, magari, questa possa essere un’interessante alternativa.

Il razzismo non esiste. E siccome non ci credo, col razzismo non ho mai avuto problemi. [Dal tuo terrazzo si vede casa mia, Elvis Malaj]

Titolo: Dal tuo terrazzo si vede casa mia
L’Autore: Elvis Malaj
Editore: Racconti edizioni
Perché leggerlo: per guardasi attraverso gli occhi di chi proviene da un’altra cultura

(© Riproduzione riservata)

Zigmunds Skujiņš | Come tessere di un domino

Per i popoli vivere sotto governanti stranieri ha sempre significato vivere con una parte superiore estranea. Se ciò acccade spesso e a lungo, i geni programmano la situazione facendone la norma: noi siamo la parte di sotto. O si può dirla anche così: i popoli vengono messi alla prova, ciascuno in maniera diversa. Alcuni con terremoti e alluvioni, altri con eruzioni di vulcani o con la siccità. Noi lettoni per centinaia di anni siamo stati messi alla prova nella nostra resistenza e nella speranza che riotterremo la nostra parte superiore perduta, e che una volta per tutte impareremo a custodirla con rispetto [Come tessere di un domino, Zigmunds Skujiņš, trad. M. Carbonaro]

In un austero maniero nei dintorni di Riga vive una famiglia molto particolare. Il narratore è un ragazzino senza nome, figlio di due artisti circensi che hanno abbandonato la Lettonia per portare i loro numeri in Europa; privo delle figure genitoriali, il ragazzo viene cresciuto dal nonno, un uomo bizzarro che sembra nascondere nobili origini ma che gestisce il noleggio di carrozze e cavalli per cerimonie. Assieme al nonno, al maniero vive una Baronessa con origini tedesche ed ebree, e un bel giorno – anticipato da una breve lettera – compare Jānis, il fratellastro del narratore, figlio della mamma e di uomo giapponese. Infine, fa capolino al maniero un enigmatico Aviatore.

La vicenda dell’eccentrica famiglia si snoda nell’arco del Novecento, della rottura del patto Molotov-Ribbentrop, avvenuta nel 1939, all’agosto del 1991, quando la Lettonia tornerà nuovamente indipendente. Nel corso di questi concitati anni, i lettoni cambiano più volte governanti: sovietici, tedeschi e di nuovo sovietici, i quali si alternano in un macabro balletto. In tutta questa confusione sociale e politica, il narratore e il fratellasto Jānis cercano di seguire le proprie inclinazioni e di diventare adulti.

Nel contempo, Skujiņš ci racconta la surreale storia di Waltraude von Brügger, Baronessa vissuta nel Diciottesimo secolo. L’avventura della Baronessa è quanto mai orginale e strampalata: l’amato marito, il Barone Eberhard von Brügger, pare sia morto in guerra, anzi, forse è morto solo per metà; un misterioso alchimista ha ricucito la parte inferiore del corpo del Barone a quella di un certo capitano Bartolomejs Ulste, un soldato lettone affabile e seducente, il quale durante la stessa battaglia ha perso la metà del corpo, dall’ombelico in giù.

Ma è davvero possibile che di due uomini ne possa venir fuori solo uno? Alla Baronessa non resta che scoprirlo andando a conoscere il capitano Ulste, viaggiando da Riga alla regale città di Jelgava, alla ricerca dell’alchimista Gibram e di un misterioso Cagliostro, giunto direttamente dal Cinquecento.

Si sa ancora pochissimo sull’essenza dell’amore. Come si sa pochissimo sul cosmo, dove l’umanità vive da almeno duecentosessantamila anni. Le teorie più recenti spiegano l’innamoramento in maniera prosaica, cioè attraverso l’azione di dopamina e noradrenalina sul sistema limbico del cervello. Comunque sia, la chimica non ha saputo offrire nessuna chiarezza. Il meccanismo di accensione che mette in moto la chimica, facendo in modo che venga notata da una persona e non da un’altra, continua ad essere avvolto nel mistero [Come tessere di un domino, Zigmunds Skujiņš, trad. M. Carbonaro]

Palazzo a Jelgava, Lettonia (fonte: Valdis Veinbergs, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons)

Come tessere di un domino” di Zigmunds Skujiņš (tradotto da Margherita Carbonaro, Iperborea, 364 pagine, 18.50 €) è il primo romanzo dell’autore lettone tradotto in Italia. Romanzo storico, di fantasia, di formazione, di riflessione e saga famigliare: “Come tessere di un domino” è un collage di personaggi e vicende storiche che intimamente sono legate tra loro.

Le due vicende narrate – la storia della famiglia baltica del Novecento e le avventure della Baronessa von Brügger del Diciottesimo secolo – sembrano due rette parallele, sempre pronte ad inseguirsi pur senza toccarsi mai; raccontate con due stili diversi, più colloquiale e riflessiva la prima e più pomposa e solenne la seconda, in realtà i personaggi di queste storie all’apparenza così diverse hanno un punto in comune: la ricerca della propria identità.

“(…) Perché non saresti lettone, se hai un cuore lettone? Il cuore però non lo vede nessuno. La faccia sì.” [Come tessere di un domino, Zigmunds Skujiņš, trad. M. Carbonaro]

A pronunciare questa frase è Jānis, il fratellastro mezzo giapponese del narratore. Jānis si sente lettone, ma gli occhi a mandorla e i capelli neri e listi tradiscono ben altre origini; la Baronessa che vive con loro al maniero ha origini tedesche ed ebree: si ritroverà a rinnegare le une o le altre in base a chi saranno i padroni in quel momento in Lettonia. La Baronessa von Brügger è alla ricerca del marito, morto forse, oppure no, morto solo a metà, ammesso che possa esistere un uomo creato partendo dai corpi di due uomini. E nel caso fosse possibile, la Baronessa si interroga se il risultato sarebbe ancora suo marito e in quale misura.

Infine, alla ricerca della propria identità, c’è tutto il popolo lettone. Dichiarata la propria indipendenza nel 1918 – all’indomani della caduta dei baroni baltici – la Lettonia verrà invasa nel 1940 dai sovietici. Nel 1941 arriveranno i nazisti, accolti inizialmente come salvatori, che non daranno però al popolo lettone la libertà tanto agognata, anzi ne deporteranno a migliaia nei lager sparsi per l’Europa centrale (lo stesso faranno i sovietici, deportando i baltici in Siberia); ritorneranno quindi i sovietici nel 1944 e ci resteranno fino alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Quello che più di ogni alta cosa amo dei popoli baltici è il loro grande, grandissimo orgoglio baltico: nonostante la Storia abbia tentato in tutti i modi di reprimere le loro lingue, le loro tradizioni e la loro cultura, i popoli baltici hanno saputo resistere. E nel romanzo i personaggi sono proprio così: fieri di essere baltici.

Sono stati anni lunghi, quelli della dominazione straniera, e una volta riacquistata la libertà ne sono seguiti altrettanti di confusione e incertezza; eppure, come scrive il narratore al termine del romanzo, durante i festeggiamenti per l’unità lettone, la Lettonia e il suo popolo impareranno a trovare la parte perduta – quella che i dominatori stranieri volevano reprimere – e a custodirla nel cuore per sempre.

Viviamo tutti in un mondo reale e in un altro fantastico. Quello fantastico è probabilmente più comodo. [Come tessere di un domino, Zigmunds Skujiņš, trad. M. Carbonaro]

Titolo: Come tessere di un domino
L’Autore: Zigmunds Skujiņš
Traduzione dal lettone: Margherita Carbonaro
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: per immergersi in una storia vera e in una surreale, per imparare qualcosa di più sulla storia del Novecento e per innamorarsi di quei Paesi lassù, appesi tra l’Europa centrale e l’immensa Russia.

(© Riproduzione riservata)

J. M. Coetzee | Vergogna

In questo momento vengo punito per ciò che è successo fra me e sua figlia. Sono caduto in disgrazia, e non sarà facile risollevarmi. Non rifiuto la punizione. Non mi ribello. Anzi, la vivo giorno dopo giorno, cercando di accettare la vergogna come la condizione della mia esistenza. Pensa che a Dio sia sufficiente, se vivrò per sempre nella vergogna? [Vergogna, J. M. Coetzee, trad. G. Bona]

David Lurie vive a Cape Town, è un professore universitario sui cinquant’anni, ha due matrimoni alle spalle ed si ritiene un uomo piacente. David ama le donne, ne frequenta parecchie, sempre diverse; quando al campus universitario incontra Melanie, una giovane studentessa di colore, decide di averla a tutti i costi.

Melanie viene sedotta dal professor Lurie, il quale stravede per quel corpo così giovane e perfetto. Dopo l’ennesimo incontro, Melanie prende coraggio decide di denunciare il professor Lurie per molestie sessuali. La carriera di David è in pericolo: l’accusa grava su di lui come un peso insopportabile; all’inizio David è sicuro che se la caverà, che tutto finirà nel dimenticatoio e che lui potrà tornare ad insegnare all’università. Ma la vicenda prende una piega diversa.

David Lurie, stimato professore di linguistica, è costretto ad abbandonare l’insegnamento e l’università; decide di rifugiarsi nella fattoria della figlia Lucy, la quale vive nelle remote e pericolose campagne lontane da Cape Town.

Lucy è una donna forte, omossessuale e sicura di sé che manda avanti una fattoria da sola e che si occupa di ospitare cani dietro compenso e vende prodotti agricoli e fiori al mercato di una città vicina. David stenta a comprendere la vita che Lucy ha scelto, ma la aiuta spinto dallo spirito paterno.

Una notte, alla fattoria, arrivano tre uomini di colore: picchiano selvaggiamente David, violentano Lucy, uccidono i cani e distruggono tutto. È a questo punto che David inizia ad interrogarsi sulla violenza che permea il luogo in cui vive e a capire ancora meno il perché Lucy si ostini a non andare da quel luogo e a non denunciare le violenze subite.

Lucy non risponde. Vorrebbe nascondere la faccia, e David sa perché. A causa della vergogna. Ecco cosa hanno ottenuto i tre visitatori, ecco cosa hanno fatto a questa giovane donna moderna e sicura di sé. La storia si sta diffondendo a chiazza d’olio. Non quella di Lucy, la loro, perché ne sono i proprietari. E la storia dice che l’hanno rimessa in riga, che le hanno fatto vedere a che cosa serve una donna. [Vergogna, J. M. Coetzee, trad. G. Bona]

Kgaswane Mountain Reserve, South Africa (fonte: Marco Schmidt, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons)

“Vergogna” (trad. Gaspare Bona, Einaudi, 229 pagine, 12 €) è uno dei romanzi più noti dello scrittore sudafricano J. M. Coetzee, Premio Nobel per la Letteratura nel 2003. È uno di quei libri scritti in modo eccezionale che sollevano una serie di interrogativi e di questioni, tanto che chi legge si deve necessariamente fermare e pensare a ciò che avrebbe fatto al posto dei protagonisti.

All’inizio del romanzo, David Lurie appare come un professore arrogante e sicuro che potrà ottenere tutto ciò che vuole; ottiene Melanie, quasi con la forza, dopo averla sommersa di moine e colta di sorpresa. Quello che David non si aspetta è che Melanie – giovane, fragile e timida – sia capace di denunciarlo. È così che si sgretolano, pezzo dopo pezzo, le sicurezze di David Lurie.

Ora David è un uomo che ha perso il lavoro, la sicurezza economica e certezze. La narrazione si sposta quindi in una campagna violenta, dove vendette e ripicche tra bianchi e neri sono all’ordine del giorno.

– Sii ragionevole, Lucy. Le cose sono cambiate. Non possiamo fare finta che non sia successo niente.
– Perché no?
– Perché non è una buona idea. Perché è pericoloso.
– Quel posto non è mai stato sicuro, e poi ci torno per amore di un’idea, buona o cattiva che sia. Ci torno e basta.

[Vergogna, J. M. Coetzee, trad. G. Bona]

David Lurie è sconvolto: Melanie, la studentessa da lui sedotta, è riuscita a trovare il coraggio di ribellarsi e a sporgere denuncia; Lucy, la figlia che appare così forte e sicura di sé, non reagisce agli episodi violenti, anzi li accetta, tanto quell’angolo di mondo non può che essere così.

E se… e se questo fosse il prezzo da pagare per restare sulla mia terra? Forse loro la vedono così, e io dovrei mettermi nei loro panni. Pensano che io sia in debito. E si considerano dei semplici esattori. Perché lasciarmi vivere qui senza pagare? Forse è questo che si dicono [Vergogna, J. M. Coetzee, trad. G. Bona]

Dopo l’aggressione notturna alla fattoria, David inzia a rendersi conto del male che ha inflitto a Melanie e alla sua famiglia. Vorrebbe rimediare, ma la sensazione di vergogna per ciò che ha fatto alla studentessa e per quello che hanno vissuto lui e Lucy alla fattoria, lo perseguita, gli schiaccia il cuore come fosse un macigno.

La vergogna per il suo comportamento è ogni giorno più forte e l‘unico modo per cercare di andare avanti non è combatterla o eliminarla, ma è imparare a conviverci.

Sì, concordo con te, è umiliante. Ma forse è il punto di partenza giusto per ricominciare da capo. Forse è una lezione da accettare. Bisogna saper ricominciare dal fondo. Senza niente. Senza una carta da giocare, senza un’arma, senza una proprietà, senza un diritto, senza dignità. [Vergogna, J. M. Coetzee, trad. G. Bona]

Titolo: Vergogna
L’Autore: J. M. Coeztee
Traduzione dall’inglese: Gaspare Bona
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: per chi vuole rendersi conto di ciò che significa vivere in Sudafrica, dove l’apartheid è finito ma quella sgradevole sensazione di vendetta e risentimento sono più vivi che mai.

(©Riproduzione riservata)

Mary Ann Shaffer e Annie Barrows | Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey

(…) sono davvero felice che la sua lettera sia riuscita a trovarmi e che il mio libro abbia trovato lei. Fu uno strazio dovermi separare da Saggi scelti di Elia. Avevo due copie del libro e un estremo bisogno di spazio sugli scaffali, tuttavia venderlo mi ha fatto sentire una traditrice. Lei ha placato la mia coscienza. Mi chiedo come abbia fatto ad arrivare a Guernsey. Forse i libri hanno un istinto segreto per cercare la strada di casa, che li porta dal loro lettore ideale. Come sarebbe bello se fosse vero! [Mary Ann Shaffer & Annie Barrows, Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey, trad. G. Scocchera e E. Rinaldi]

Londra, 1946. La Seconda Guerra Mondiale è terminata ma la capitale inglese è ancora ferita benché i cuori degli abitanti siano più leggeri. Juliet Ashton è una giovane e stralunata giornalista londinese che ha scritto un libro pubblicato dalla casa editrice Stephen & Stark Ltd., diretta dal suo amico d’infanzia Sidney Stark; Juliet è in giro per le città inglesi a presentare il suo romanzo quando accadono due cose che le cambieranno la vita: incontra un seducente editore americano chiamato Markham Reynolds jr.  e riceve una lettera dall’isola di Guernsey, firmata da un certo signor Dawsey Adams.

Nella lettera, il signor Dawsey di Guernsey si dichiara in possesso di un vecchio libro appartenuto a Juliet, il libro di Charles Lamb, che lei aveva venduto anni prima; Dawsey chiede a Juliet se può dargli il nome di una libreria di Londra, perché sulla sua isoletta non ce ne sono più. Quando, nella lettera, Dawsey cita di sfuggita il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey, Juliet si incuriosisce e in risposta alla richiesta la donna chiede informazione in merito al Club.

Dawsey mette Juliet in contatto con gli altri membri del Club: Amelia, Eben e Isola. Nelle loro lettere raccontano storie personali, le vicende e le difficoltà legate all’Occupazione tedesca, la gioia della fine della guerra e tutti scrivono un gran bene di Elizabeth, la vulcanica ragazza che ha fondato il Club. È grazie a questo scambio epistolare che a Juliet viene l’idea di scrivere un libro sull’isola, sul Club e sull’Occupazione.

Quando l’affascinante Markham chiede a Juliet di sposarlo, la giovane giornalista decide di partire per Guernsey, affrontando il capriccioso canale della Manica. E una volta giunta a Guernsey si sentirà a casa e giorno dopo giorno Juliet capirà qual è davvero il suo destino.

Caro Sidney, ho così tante cose da raccontarti! Sono a Guernsey da sole venti ore, ma ognuna  è stata così piena di facce e idee nuove che ho pagine e pagine da scrivere. Vedi quanto è stimolante la vita su un’isola? (…) Nel momento in cui il battello entrava beccheggiando in porto, ho visto St. Peter Port che si ergeva dal mare, e in cima una chiesa, come la decorazione di una torta. Il cuore mi batteva all’impazzata. Anche se ho cercato di ripetermi e di convincermi che era per via del panorama emozionante, in realtà sapevo il vero motivo. Tutte quelle persone che non il tempo sono arrivata a conoscere, e anche ad amare, erano in attesa di vedere… me. [Mary Ann Shaffer & Annie Barrows, Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey, trad. G. Scocchera e E. Rinaldi]

Guernsey, autore Nicolas Raymond on Flickr (Attribution 2.0 Generic CC BY 2.0)

Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey di Mary Ann Shaffer e Annie Barrows (Astoria, trad. G. Scocchera e E. Rinaldi, 292 pagine, 17 €) è un romanzo che mi ha conquistata sin dalle prime pagine, o forse a conquistarmi è stata la protagonista, Juliet Ashton, nel suo essere impacciata, ironica e stralunata.

Il romanzo è composto da lettere, più qualche telegramma e un paio di cablogrammi: l’intreccio di lettere, scritte da mittenti verso destinatari sempre diversi, funziona alla perfezione, ogni tassello va al suo posto e compone una storia davvero molto scorrevole e coinvolgente.

I personaggi sono decisamente riusciti, tutti ben caratterizzati, alcuni preda delle loro manie e difetti, altri più decisi e sicuri, e molti di loro, come ad esempio Juliet, dotati di una buona dose di humor tipicamente britannico e un po’ di autoironia che rende il racconto – oltre che scorrevole – decisamente frizzante e divertente.

Tra i personaggi che ho perferito, ci sono Juliet ed Elizabeth, due figure molto interessanti benché diametralmente opposte. Juliet è un personaggio straordinario, una giovane donna confusa dopo la guerra, con alle spalle due proposte di matrimonio andate in fumo (entrambe per validi motivi), ma che una volta arrivata a Guernsey capisce qual è la sua vera vocazione, oltre la scrittura, e impara a mettere da parte se stessa a favore di chi ha più bisogno. Elizabeth, nelle lettere e nel romanzo, non interviene mai in prima persona ma vive attraverso i racconti e i ricordi degli abitanti di Guernsey e viene presentata come una ragazza generosa, buona, coraggiosa e ricca di inventiva.

L’ambientazione passa da Londra, le campagne inglesi e la Scozia verso l’isola di Guernsey, dove Juliet si reca nella seconda parte del libro; sullo sfondo ci sono Londra e Guernsey che si ritrovano a fare i conti dopo la Seconda Guerra Mondiale e nelle lettere degli abitanti dell’isoletta della Manica vengono spesso raccontati episodi – più o meno crudi – legati al periodo dell’Occupazione tedesca.

Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey è un romanzo epistolare che mi è piaciuto davvero tantissimo e che consiglio vivamente a chi ama le storie d’amore, l’ambientazione del Dopoguerra e quel savoir faire che hanno gli inglesi nell’affrontare i problemi.

Un libro per chi crede che le persone buone e capaci a sacrificare se stesse per il bene degli altri esistano; questo è un romanzo sul potere dei libri e su ciò che possono fare per noi: salvarci e farci incontrare le persone che cambieranno per sempre la nostra vita.

Pensaci! Avremmo potuto andare avanti in eterno a desiderarci l’un l’altra e a fingere di non saperlo. Questa ossessione per l’orgoglio può rovinarti l’esistenza, se glielo permetti (…) Ho sempre pensato che la storia finisse, una volta che l’eroe e l’eroina si erano felicemente fidanzati (…) Ma è una bugia. La storia deve ancora cominciare e a ogni ora aggiungeremo un nuovo pezzo della trama. [Mary Ann Shaffer & Annie Barrows, Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey, trad. G. Scocchera e E. Rinaldi]

Titolo: Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey
Le Autrici: Mary Ann Shaffer e Annie Barrows
Traduzione dall’inglese: Giovanna Scocchera ed Eleonora Rinaldi. Revisione a cura di Bruna Mora
Editore: Astoria
Perché leggerlo: perché è un romanzo epistolare adorabile e frizzante, un romanzo sul potere dei libri e su ciò che possono fare per noi: salvarci e farci incontrare le persone che cambieranno per sempre la nostra vita.

(© Riproduzione riservata)

Non stancarti di andare | Intervista agli autori Stefano Turconi e Teresa Radice

Quando la casa editrice BAO Publishing mi ha chiesto se avrei voluto leggere in anteprima il graphic novel “Non stancarti di andare” e intervistare Stefano Turconi e Teresa Radice ho accettato subito. Mi diverte molto preparare le domande per le interviste ma ancor di più mi piace leggere le risposte degli autori.

Vi presento subito l’intervista realizzata grazie alla collaborazione di Stefano e Teresa, in primis, e della disponibilità della casa editrice BAO Publishing e in calce all’articolo troverete le istruzioni per vincere una copia del graphic novel “Non stancarti di andare“.

  1. Come è nata la vostra passione per il disegno e la scrittura? Quando avete deciso di diventare fumettisti?

Stefano: La mia passione per il disegno è nata da molto piccolo, conservo un paio di disegni miei fatti all’età di 3 anni (almeno, così mi hanno detto) dove ci sono un cow boy a cavallo in uno e un Topolino e un Pippo nell’altro (un destino segnato!) chiaramente distinguibili. E, su una mensola del mio studio, c’è una coppa con scritto “1° classificato” a un concorso di disegno, e datata 1979 (avevo 5 anni). Insomma, che il disegno sarebbe stato il mio lavoro è sempre stato abbastanza evidente; la passione per il fumetto nello specifico viene invece dalle prime letture (soprattutto Topolino e Asterix). Passavo le ore a copiare, soprattutto i personaggi e gli animali, e ancora oggi è il consiglio che dò sempre ai giovani che vogliono accostarsi al disegno: copiare, copiare, copiare.

Teresa: La mia passione per le storie nasce da piccolissima, grazie a un nonno che, con vocine e “vocione”, mi leggeva le Fiabe Italiane di Calvino sul divano in salone. La passione per il fumetto è invece “colpa” di un giovane zio biondo appassionato di Topolino e Alan Ford. Mi dicono che a tre anni leggevo; di certo mi sono avventurata molto presto tra le pagine da sola, anche perché, essendo figlia unica, nelle storie trovavo luoghi da esplorare e compagni di viaggio che mi tenevano compagnia. In età di asilo, riempivo quaderni di storie disegnate; alle elementari le raccontavo a puntate agli altri bambini nell’intervallo; al liceo scrivevo le mie prime cose lunghe rintanata dietro una pila di libri e le facevo leggere alle mie compagne. Insomma, le storie fanno parte di me da sempre: sono l’unica cosa che so fare cavandomela decentemente. Poi, la vita prende strade strane e fa giri lunghissimi; nel 2001, in università, sono incappata in un corso di sceneggiatura per fumetti Disney… ed è stato l’inizio di un cammino che mi ha portato fin qui.

  1. Siete due autori decisamente poliedrici: dalle storie Disney, da Topolino a Witch, a fumetti per ragazzi come Tosca o Viola Giramondo, per arrivare a graphic novel per adulti, come “Il porto proibito” e “Non stancarti di andare”: c’è una tipologia di storie che in modo particolare preferite raccontare e disegnare?

Stefano & Teresa: Ci piace raccontare storie “in costume”, come si direbbe se si trattasse di film. Storie, cioè, ambientate in epoche storiche diverse, magari con dei fatti accaduti realmente ma sempre in secondo piano, inseriti in una narrazione di fantasia. Raccontiamo di personaggi che, per citare Mario Monicelli, “si muovono nelle retrovie della Storia”. Non Stancarti di Andare è l’unico nostro libro, finora, ad essere ambientato in epoca contemporanea, anche se, a ben guardare, si svolge nel 2013 (un passato vicino, ma comunque passato) ed è una storia che affonda le sue radici in tempi più lontani, gli anni ’30, e gli anni ’70.

  1. A questo proposito, ci raccontate come lavorare per ottenere un prodotto destinato a lettori adulti e per lettori piccoli?

Stefano & Teresa: In realtà non facciamo mai troppi ragionamenti da questo punto di vista: pensiamo semplicemente a cosa avremmo voglia di leggere noi, se ci rivolgiamo a degli adulti, e a cosa vorremmo far leggere ai nostri figli, se ci rivolgiamo a dei bambini. Lavoriamo molto “d’istinto”: troppi ragionamenti, troppi “calcoli” finiscono sempre (o quasi) per uccidere le idee e trasformare qualcosa di “forte” e di “emozionante” in qualcosa di “freddo”, di “calcolato” appunto. Il concetto credo sia di non pensare che stai lavorando a un “prodotto” (brutta parola!), ma a una “storia”, perché questo è il nostro mestiere: raccontare storie.

  1. La storia contenuta in “Non stancarti di andare” è ricca di personaggi e storie parallele, oltre a quella tra Ismail e Iris. Ci raccontate com’è nata l’idea per questo intreccio di vicende?

Teresa: Sono partita da un luogo, in realtà, un luogo della Siria che ci era rimasto scritto dentro, al termine del nostro viaggio del 2007: quel monastero che gioca una parte molto importante e di svolta nella storia di Iris e Ismail, e non solo nella loro. Volevo che quel luogo, e l’incontro con padre Saul, il suo fondatore, diventassero una sorta di nucleo incandescente della vicenda, una sorta di “cuore” che batte nelle vite di diversi personaggi che, per i motivi più diversi, sono passati da lì e da allora non sono più gli stessi, perché da quel momento, come afferma Linda a un certo punto, “sono riconoscibili per la cittadella che portano nel cuore”. Quello che si respira al Monastero è quello che volevo far respirare in tutto il libro, attraverso le vicissitudini dei personaggi: che siamo tutti fatti della stessa cosa, che il fatto di essere tutti differenti è quello che ci rende uguali, che c’è un’enorme ricchezza, nella diversità. Per rafforzare questa sensazione, abbiamo voluto due “protagonisti” (sento in realtà protagonisti anche molti altri personaggi, oltre a Iris e Ismail: persino la casa di Verezzi è, a suo modo, fortemente protagonista!) “impuri”, con delle storie di famiglia e di migrazione forti, alle spalle, o davanti a sé: Iris ha radici argentine, Ismail ha studiato in Italia, ed è lì che lo aspetta il futuro, pur essendo siriano. Da questa scelta sono venuti i personaggi “di contorno”, le famiglie di entrambi, non necessariamente biologiche.

  1. Come sono nati i personaggi principali di questa storia? E, di conseguenza, come li create graficamente? Vi ispirate a persone che avete conosciuto oppure lasciate galoppare la fantasia?

Teresa: Mi piace ripetere che “come in ogni storia di finzione, non c’è quasi nulla di inventato”. Succede anche qui. Raccontiamo solo storie che abbiamo voglia o addirittura bisogno di raccontare, quindi è chiaro che hanno sempre molto a che fare con noi, anche quando sono ambientate su velieri ottocenteschi tra l’Inghilterra e il Siam. Anche in questo caso, siamo partiti da nostre esperienze, conoscenze, realtà che abbiamo sperimentato personalmente. La fantasia poi galoppa ugualmente, le due cose non sono in contrasto: semplicemente ci viene più semplice essere “sinceri” se parliamo di cose che conosciamo. Potremmo dire che praticamente tutti i personaggi del libro esistono nella realtà: magari sono persone mescolate tra loro, hanno età diverse o provenienze diverse da quelle del romanzo, hanno vissuto esperienze differenti, ma emotivamente simili… ma comunque esistono, o sono esistite. Ed è questo che ci dà la forza e la voglia di raccontarle.

Stefano: Graficamente i modi di creare i personaggi sono tanti: ci si ispira alla realtà, prendendo spunto da conoscenti, amici, facce notate sul metrò, o dagli attori di qualche film, o da altre storie a fumetti, o da libri illustrati… insomma, da quello che si ha intorno, e poi si mescola il tutto. A volte capita di usare la barba di un attore sulla faccia del tuo vicino di casa con gli occhiali di una vecchia prof del liceo… Per questo libro ho seguito il medesimo procedimento: Teresa mi ha dato una descrizione “psicologica” dei personaggi (che è quello che serve al disegnatore: non mi importa di sapere se uno è alto o basso o con i capelli rossi o neri, mi interessa sapere se è simpatico, antipatico, gentile, burbero, cosa pensa, cosa prova, come reagirebbe in determinate situazioni…) e io ho creato il loro aspetto fisico, mescolando elementi delle più svariate provenienze (così svariate che non sono più in grado di ricostruire cosa ho preso dove, ma è normale così…).

  1. Qual è il personaggio di “Non stancarti di andare” che preferite? E perché?

Stefano: Maite, perché dice un sacco di parolacce.

Teresa: Anch’io ho un debole per Maite che, come sto dicendo spesso nelle primissime presentazioni del libro, “mi è scappata di mano”: pensata per essere un personaggio secondario, ha finito per prendersi un posto di primo piano. Ma forse alla tua domanda risponderei Padre Saul, perché è per raccontare lui che ho costruito tutte le storie che lo circondano.

  1. Tecnicismi grafici: quando si ha in mente l’idea per una scena, come avviene il processo grafico che porta alla tavola?

Stefano: Io parto sempre da un piccolo schizzo sulla pagina di sceneggiatura, poi passo a un “rough”, cioè la tavola (in formato più grande di come verrà stampata, ovviamente) disegnata su un foglio A3 da fotocopie: in questa fase lavoro con matite grasse senza minimamente preoccuparmi di non sporcare o di stare attento a quello che faccio, tanto questo foglio lo vedrò solo io. Questa prima versione della tavola è in genere apparentemente confusa, pasticciata, piena di ripensamenti, di appunti a margine. A questo punto, col tavolo luminoso, passo al “clean up”, cioè “finalizzo” la tavola, ripassandola a china, o a pastelli, o con qualunque tecnica mi passi per la testa (Non Stancarti di Andare è ripassato quasi interamente con una banalissima penna a sfera).

  1. Tecnicismi scenografici: quando si ha in mente una storia – o una scena in particolare – la si scrive su carta o la si trasforma in un bozzetto?

Teresa: Sarebbe un disastro se la trasformassi in un bozzetto, io che non so disegnare! Io parto sempre dai dialoghi: quando immagino una scena, la prima cosa che faccio è buttare giù i dialoghi a matita su un foglietto. Solo in un secondo momento divido quei dialoghi in vignette e ci costruisco attorno il set e le azioni. Vale per la sceneggiatura dell’intera storia, che scrivo interamente a mano, in matita… e poi batto a computer perché possa essere leggibile per Stefano.

  1. I luoghi del libro: Italia, Siria, Argentina. Quanto i vostri viaggi influiscono e ispirano i vostri lavori grafici?

Teresa & Stefano: I viaggi hanno da sempre ispirato tantissimo le nostre storie. A volte sono viaggi recenti, fatti magari apposta per cercare documentazione (vedi il caso de Il Porto Proibito: abbiamo girato i porti storici del sud dell’Inghilterra in cerca di spunti, fotografie, libri), altre volte viaggi del passato, come nel caso di NSDA: qui, alla base di tutto, c’è un viaggio in Siria di 10 anni fa (era il 2007). Un viaggio in un Paese magnifico, accogliente, lontanissimo dalle immagini che invece vediamo oggi. Un Paese che ci ha lasciato tantissimi ricordi di incontri e di emozioni.

  1. Per inventare e disegnare storie bisogna avere una buona propensione allo studio e alla ricerca. Quante e quali ricerche avete fatto per realizzare “Non stancarti di andare”?

Teresa & Stefano: D’abitudine siamo abbastanza “maniacali” nell’espetto documentazione, e questo libro non ha fatto eccezione: Il libro parla anche di argomenti emotivamente “difficili” come il dramma dell’immigrazione o la guerra in Siria, e volevamo trattarli con tutto il rispetto dovuto a tragedie che colpiscono degli esseri umani: abbiamo quindi letto e studiato tantissimo, incontrato esperti, per essere più accurati possibile, e poi selezionato cosa raccontare, cosa mostrare, e cosa no.

  1. Quali consigli dareste ai ragazzi che vorrebbero avviarsi alla carriera da fumettista?

Stefano & Teresa: Copiate, copiate, copiate! Non solo fumetti. E leggete, leggete, leggete! Non solo fumetti. Siate curiosi. Mettetevi nelle cose che scrivete e disegnate. Siate onesti (non è detto che le storie debbano essere vere, ma fate che siano autentiche le emozioni che provano i vostri personaggi). Mettetevi nei panni degli altri. Non fate storie solo “di testa”, anche se sono su commissione o su personaggi di altri: metteteci il cuore. Osate rischiare. Cercate nuovi punti di vista sulle cose note. Documentatevi molto bene su quel che pubblica l’editore al quale vi state proponendo. Non insultate l’editore che vi ha rifiutato un progetto; se siete nervosi, andate a mangiarvi una fetta di torta, poi tornate a casa, cambiate pagina e ricominciate. E, se sentite che raccontare è esattamente la cosa che vi brucia dentro, non lasciatevi scoraggiare dalle porte in faccia: fanno parte del gioco.

  1. Curiosità: la gestazione di “Non stancarti di andare” è stata lunghissima e state iniziando ora a raccogliere i frutti del vostro lavoro, ma… vi chiedo quali sono i vostri prossimi progetti per il futuro, se potete rivelarci qualcosa!

Stefano & Teresa: Al momento ci troviamo nel medioevo italiano, in una Toscana un po’ reale un po’ immaginata, alle prese con le avventure di un trio di ragazzini diversissimi tra loro, ma che stanno diventando inseparabili. Potrete leggere le avventure di “Tosca dei Boschi” tra un annetto circa. Teresa ha da poco terminato di scrivere una seconda avventura di Orlando Curioso, che Stefano si appresta a disegnare. Poi c’è Orgoglio e Pregiudizio, versione Disney del romanzo della Austen, 100 tavole di paperi ottocenteschi (pubblicazione prevista entro il 2018). E, dallo scorso aprile, stiamo macinando letture per immergerci nell’atmosfera del nostro prossimo graphic novel adulto: speriamo di riuscire a preparare un progetto da presentare a BAO all’inizio del 2018.

*

“Non stancarti di andare” Book Blog & Vlog Tour, 5 tappe, dal 8 al 17 novembre 2017!

Un modo per conoscere meglio il nuovo libro di Stefano Turconi e Teresa Radice, Non stancarti di andare, edito da BAO Publishing, attraverso una serie di recensioni, video-recensioni e interviste che vi sveleranno, secondo diversi punti di vista, i lati più interessanti di questo graphic novel!

Per il giveaway, saranno estratti 3 vincitori o vincitrici tra i partecipanti.
Ognuno/a di loro vincerà:
– 1 copia di “Non stancarti di andare” con dedica disegnata degli autori
– 1 esclusiva serigrafia numerata di “Non stancarti di andare”

Per partecipare e poter vincere è necessario:

– Mettere mi piace alla pagina Facebook BAO Publishing
– Diventare lettori fissi/seguire i blog/vlog partecipanti
– Commentare tutte le tappe del blog tour
Compilare il form con i dati (per il givaway)
– Condividere il blogtour sui social

“Non stancarti di andare” Teresa Radice e Stefano Turconi, Book Blog & Vlog tour, 8-17 novembre 2017

8 novembre: Il colore dei libri
10 novembre: Chibi is the way
13 novembre: Every POP
15 novembre: Books and tea
17 novembre: Il giro del mondo attraverso i libri

Chimamanda Ngozi Adichie | L’ibisco viola

Il profumo dei frutti mi riempì le narici quando Adamu aprì il cancello del nostro compound. Era come se le alte mura tenessero prigioniero l’odore degli anacardi, dei manghi e degli avocado che stavano maturando. Mi diede la nausea.
– Vedi, l’ibisco viola sta per sbocciare, – disse Jaja quando uscimmo dalla macchina. Lo stava indicando, anche se non ce n’era bisogno. Vedevo bene i boccioli ovali, addormentati, che oscillavano nella brezza della sera. Il giorno dopo era la domenica delle Palme, il giorno in cui Jaja non fece la comunione, il giorno in cui papà lanciò il suo pesante messale dall’altra parte della stanza e ruppe le statuine [L’ibisco viola, Chimamanda Ngozi Adichie, trad. M. G. Cavallo]

Kambili ha quindici anni e vive ad Enugu, in Nigeria, con la famiglia benestante: il padre di Kambili, Eugene, è un imprenditore talentuoso e possiede l’unico giornale indipendente dello stato.

Eugene è un grande benefattore, amato e rispettato dalla comunità cristiana. È un devoto cattolico, cresciuto con i preti in un collegio, ma dietro quest’aura di persona dedita ai più deboli e a Dio Eugene nasconde un lato malvagio:  non disdegna la violenza per educare i figli e per imporre le proprie decisioni alla moglie.

Kambili e Jaja crescono in un clima di continua soggezione e devozione; i ragazzi non osano contraddire il padre, lo compiacciono e non parlano se non sono interpellati. Kambili e Jaja possono solo obbedire, pregare e studiare per essere sempre i primi della classe.

I rigidi divieti di Eugene sono tanti: niente pantaloni per Kambili, niente televisione per entrambi, niente musica se non quella sacra, nessuna distrazione dallo studio e dall’obbedienza, e una visita di solo un quarto d’ora all’anno a casa del nonno, che segue una religione animista e per Eugene è un ‘pagano’.

Quando il giornale di Eugene inizia a ricevere minacce e il suo socio viene arrestato, Eugene si lascia convince da sua sorella Ifeoma a portare i suoi figli da lei, a Nsukka, dove la situazione politica è all’apparenza migliore. Kambili e Jaja vanno a casa delle zia e inizialmente hanno paura di qualsiasi cosa, persino di parlare. Sarà grazie alla travolgente allegria della zia, dei suoi figli e di padre Amadi che Jaja e Kambili incominceranno a capire cosa significa divertirsi, essere liberi, avere una propria opinione.

Mentre scendevo dall’auto davanti a casa ripassai mentalmente le immagini di quel pomeriggio. Avevo sorriso, corso, riso. Il mio petto era pieno di qualcosa che sembrava bagnoschiuma. Leggero. La leggerezza era così dolce che la assaporavo sulla lingua, la leggerezza di un frutto giallo acceso di anacardio troppo maturo [L’ibisco viola, Chimamanda Ngozi Adichie, trad. M. G. Cavallo]

L’ibsco viola” di Chimamanda Ngozi Adichie è un meraviglioso romanzo di formazione sullo sfondo di una Nigeria sconquassata dai continui colpi di stato e cambi di governo del periodo post-coloniale, narrato in prima persona da Kambili.

Kambili e Jaja all’inizio del romanzo sono due ragazzini intimoriti dalla figura del padre, timidi e impacciati con gli sconosciuti e incapaci persino di ridere; nel corso della storia incontrano una serie di personaggi che faranno loro capire che nella vita si può essere un buon cristiano ma allo stesso tempo si può essere una persona allegra e divertente. Le figure chiave di questa crescita interiore dei ragazzi sono tre: zia Ifeoma, Papa-Nnukwu (il nonno di Kambili e Jaja) e il sacerdote padre Amadi.

Zia Ifeoma è una giovane professoressa universitaria già vedova, con tre figli a carico, che sogna l’America. Nonostante le difficili condizioni economiche – vivono in una casetta modesta, senza gas, con la luce che salta di continuo – zia Ifeoma e i figli sono spontanei e sempre pronti a ridere e scherzare. Anche mentre cenano fanno chiasso, cosa che a casa di Kambili e Jaja non si fa, poiché si mangia in silenzio e apre bocca solo per pregare.

Papa-Nnuku è il padre di Eugene, ma è un pagano ai suoi occhi, e i figli non possono stare con lui più di un quarto d’ora all’anno, per non essere contaminati dalle sue stupide storie sugli antenati, animali parlanti e leggende popolari; ma mentre Kambili e Jaja sono ospiti da zia Ifeoma, Papa-Nnukwu si sente male e la zia lo prende con sé per un periodo. Kambili e Jaja sono terrorizzati perché si tratta del primo divieto che infrangono: stare sotto lo stesso tetto di un pagano, addirittura Kambili dorme nella stessa stanza. Papa-Nnukwu è felice di avere tutti i nipoti accanto, così felice che inizia a raccontare storie che incantano anche Jaja e Kambili.

Io la fissai. Pagano, tradizionalista, che importanza aveva? Non era cattolico, tutto qui; non era della nostra fede. Era una di quelle persone di cui chiedevamo la conversione nelle nostre preghiere perché non finisse negli eterni tormenti del fuoco infernale [L’ibisco viola, Chimamanda Ngozi Adichie, trad. M. G. Cavallo]

Infine, padre Amadi, un sacerdote che non veste sempre in modo tradizionale, che gioca a calcio con i ragazzini di strada, che prende a cuore Kambili e Jaja e cerca di far loro capire che la religione non è solo imposizione, punizioni, divieti e preghiere, ma si possono fare un sacco di cose che fanno piacere a Dio, come ballare, cantare e scherzare. E soprattutto, padre Amadi aiuta Kambili a esprimere se stessa e a tirare fuori la sua vera indole.

– È bello vedere che sei di nuovo te stessa, – disse padre Amadi guardandomi dalla testa ai piedi (…) Io sorrisi. Lui mi fece segno di alzarmi per un abbraccio (…) Avrei voluto essere capace di dirgli che la sua presenza mi dava una sensazione di calore, che ora il mio colore preferito era la sfumatura argilla bruciata della sua pelle [L’ibisco viola, Chimamanda Ngozi Adichie, trad. M. G. Cavallo]

La grande capacità della Adichie è quella di raccontare con estrema naturalezza i sentimenti di Kambili, che cambiano nel corso della storia: da ragazzina paurosa a ragazza più sicura di sé stessa, anche se non riuscirà a imporsi alla volontà del padre come invece farà Jaja, rifiutandosi di fare la comunione durante la domenica delle Palme. I personaggi che l’autrice nigeriana crea sono reali, perfetti nelle loro debolezze e insicurezze e sono capaci di cambiare opinioni e comportamenti nel corso del tempo.

E poi c’è l’immagine – bellissima – dell’ibisco viola: quando Jaja vede per la prima volta il giardino di zia Ifeoma, nota l’ibisco viola, un fiore che non aveva mai visto prima; la zia spiega che quella varietà d’ibisco è stata creata dalla sua amica botanica: Jaja vuole mica un paio di talee per piantarle nel suo giardino?

Jaja prende le talee con sé e le pianta a Enugu, nel giardino della tenuta del padre; contro ogni aspettativa, l’ibisco attecchisce e fiorisce nonostante l’harmattan, un vento secco e polveroso che spazza ciclicamente il Golfo di Guinea in inverno. L’ibisco diventa il simbolo di ciò che zia Ifeoma, il nonno e padre Amadi hanno regalato a Jaja e Kambili, la libertà di vivere, che cresce e si rinforza nonostante il vento avverso della volontà di Eugene.

Titolo: L’ibisco viola
L’Autrice: Chimamanda Ngozi Adichie
Traduzione dall’inglese: Maria Giuseppina Cavallo
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un romanzo di formazione scritto in modo magistrale, perché è una storia che fa commuovere, ridere e riflettere; per conoscere qualcosa in più sulla Nigeria post-coloniale e perché ogni fanatismo è pericoloso e va combattuto.

(© Riproduzione riservata)

Saghe famigliari: 5 storie in giro per il mondo

Saghe famigliari e storie di famiglie: perché ci piacciono tanto?

Io le apprezzo perché amo leggere quei romanzi – o quei racconti – dove si intrecciano relazioni e rapporti di persone che appartengono alla stessa famiglia. Ci sono sempre i personaggi più antipatici, quelli buoni, quelli buffi, quelli simpatici. Ogni famiglia, in qualsiasi parte del mondo, in fondo ha sempre le stesse caratteristiche e i suoi componenti hanno gli stessi dubbi, le stesse paure e gli stessi motivi per essere felici. E nelle storie di famiglie trovo un po’ me stessa, qualche volta, in certi personaggi.

Per questo motivo l’articolo di oggi elenca cinque storie di famiglie sparse in giro per il mondo. Viaggeremo attraverso quattro continenti – Europa, Africa, Asia e Oceania – per osservare che, come dicevo, le famiglie si assomigliano tutte.

Come me, Federica del blog Una ciliegia tira l’altra ha selezionatocinque storie di famiglie nel mondo e vi invito ad andare a leggere il suo articolo, che trovate a questo link.

Siete pronti per partire?

Luogo: Londra e il Sussex, Europa
Tempo: Estate 1937, Estate 1938
La famiglia: i Cazalet sono dei borghesi inglesi, il capostipite è William Cazalet, commerciante di legname. Durante le due estati – 1937, 1938 – s’intrecciano e disfano rapporti tra i membri di questa numerosa famiglia. Sullo sfondo delle vicende famigliari incombe lo spettro di una nuova guerra in Europa.

Luogo: Cuneo e Torino, Italia, Europa
Tempo: da fine Ottocento ai giorni nostri
La famiglia: i Levi, famiglia ebrea piemontese. La storia dei Levi inizia in un paesino della provincia di Cuneo, quindi si sposta a Torino. I Levi col tempo diventeranno commercianti di tessuti, si sparpaglieranno per tutti i continenti e saranno sempre più numerosi, come le stelle del cielo, e saranno impossibili da contare.

  • L’ibisco viola di Chimamanda Ngozi Adichie (tradotto da Maria Giuseppina Cavallo, Einaudi, 275 pagine, 12 €)

Luogo: diverse città della Nigeria, Africa
Tempo: 1993
La famiglia: agli occhi di tutti, la famiglia di Kambili sembrerebbe a tutti gli effetti la famiglia perfetta; il padre, Eugene, è un ricco borgese di Enugu, Nigeria, benefattore della chiesa cattolica sempre pronto ad aiutare il prossimo con soldi e parole cristiane. Ma in famiglia è ben diverso, e Kambili e suo fratello Jaja non conoscono la parola “libertà”, la impareranno solo quando, dopo un colpo di Stato, andranno a rifugiarsi da zia Ifeoma.

Luogo: Filippine, Asia
Tempo: anni Novanta, giorni nostri
Le famiglie: nella raccolta di racconti di Mia Alvar trovano posto tante famiglie filippine, tutti figli della diaspora che ha interessato il grande arcipelago asiatico dagli anni Novanta in avanti. La Alvar racconta di famiglie di diversa estrazione sociale ma col denominatore comune di essere divise, per motivi di studio o di lavoro.

  • Figlia della giungla di Sabine Krueger (tradotto da A. Petrelli, TEA, pagine, 9.60 €)

Luogo: Papua Nuova Guinea, Oceania
Tempo: primi anni Novanta
La famiglia: i Kuegler sono antropologi missionari tedeschi, trasferiti nella giungla della Papua Nuova Guinea occidentale, presso una popolazione che vive come all’età della pietra. Sabine ha cinque anni quando arriva in Papua Nuova Guinea; Sabine e i suoi fratelli imparano a cacciare, nuotare nei fiumi infestati dai coccodrilli e giocare con animali bizzarri e coi i bambini della tribù. L’infanzia di Sabine è un inno alla libertà ma nel momento in cui crescerà e dovrà tornare in Germania – terra a lei sconosciuta – sarà un trauma terribile.

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Per aiutarvi ad ripercorrere il viaggio delle famiglie citate, ho realizzato questa mappa interattiva:

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E voi amate le saghe famigliari e le storie di famiglia? Avete qualche suggerimento per noi?