Martin Pollack | Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa

Come vivono le persone, come viviamo con quello che sappiamo, come ci regoliamo, come lo conciliamo con la nostra quotidianità? Vediamo con gli stessi occhi di prima il paesaggio in cui sono avvenuti i fatti, e in cui continuiamo a vivere, o dover vivere, perché lì siamo a casa, lì abbiamo le nostre case, i nostri campi? O esperienze simili causano un cambiamento nelle persone? E non solo nelle persone (…) Una volta che sappiamo cosa è successo in un posto, lo percepiamo diversamente [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Avete mai pensato a che cosa possa nascondersi dietro l’immagine da cartolina di un paesaggio? State osservando una radura circondata da pioppi, state passeggiando un altopiano di origine carsica, disseminato da doline, oppure state costeggiando il corso di un importante fiume: avete mai immaginato che il bucolico paesaggio che state fotografando sia poco ameno e molto infetto?

Nel reportage “Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa“, tradotto da M. Maggioni per Keller editore, lo scrittore e slavista Martin Pollack pone l’accento proprio su questo punto: quanti dei bei paesaggi europei – che siano campagne, rive fluviali, montagne o grotte – nascondono un oscuro segreto?

Pollack viaggia attraverso l’Europa dell’Est per catalogare questi luoghi e capire come si possa vivere oggi conoscendo uno o più dolorosi fatti avvenuti in quel punto preciso. Si chiede, nel corso del suo reportage, quanto un massacro, una battaglia, una lotta o una serie di esecuzioni abbiano modellato il paesaggio e la percezione che noi, conoscendo le vicende, abbiamo di quel luogo.

I cimiteri di guerra e i monumenti sono oggi attrazioni per turisti, punti di incontro per veterani e politici, che, accompagnati dai suoni delle cappelle militari, depongono fiori e corone e tengono discorsi ampollosi [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Se è vero che i cimiteri di guerra, gli altari ai militi ignoti, i luoghi degli eccidi oggi hanno una lapide che informa il visitatore, o addirittura ci sono pannelli esplicativi e visite turistiche guidate, Pollack è interessato alle tragedie che, frettolosamente, sono state nascoste, sepolte assieme alle vittime e per lungo tempo taciute, spesso con la complicità dei governi.

Ma non sempre si tiene alta la memoria dei morti. Non sempre e non ovunque vengono introdotti nel paesaggio monumenti commemorativi in loro onore (…) Almeno altrettanto spesso accade che i morti vengano sotterrati frettolosamente in prati e campi, in boschi isolati, nella natura selvaggia (…) [Queste persone] Devono essere cancellate per sempre. Vengono affidate all’oblio, al silenzio eterno. Che nessuno si ricordi di loro. Nessuno deve commemorarle. [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

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Campo fiorito nell’Oblast’ di Odessa, Ucraina (Wikipedia)

Ma perché questi esseri umani devono scomparire senza lasciare traccia, perché nessuno deve commemorarle, alcun parente deve sapere la fine che ha fatto, o semplicemente possa piangere sulla tomba di suo padre, o suo fratello, o suo nonno? Perché certe persone sono scomode, ecco. Sono fastidiose, inutili e potenzialmente pericolose. In un regime, sia esso di destra o di sinistra, è necessario eliminare i dissidenti, coloro che potrebbero aprire gli occhi agli altri e, addirittura, guidare una possibile rivolta.

Largamente sconosciuto all’Ovest è il nome Kurapaty, un bosco di circa 30 ettari alle porte della capitale bielorussa Minsk, dove tra il 1937 e il 1941 membri del Commissariato del popoloper gli Affari Interni sovietico spararono a decine di migliaia di civili nell’ambito di una repressione di massa rivolta contro intellettuali e patrioti bielorussi [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Pollack spiega che i carnefici hanno sempre lo stesso obiettivo: ingannare e mimetizzare. Tutti gli oppositori o nemici del regime devono sparire e non solo: anche la loro fossa deve sparire, altrimenti sarebbe necessario fornire spiegazioni sul massacro, con l’aggiunta del pericolo che le vittime possano poi trasformarsi in martiri ed essere osannati da chi si ribella al dittatore di turno.

Di Ponary ho già parlato nell’articolo dedicato al libro “Gli ebrei di Vilna” di Grigorij Šur, che vi invito a leggere. Nei boschi attorno a Ponary, in Lituania, pochi chilometri dalla capitale Vilnius, nel corso di soli tre anni furono uccise per mano nazista circa 100.000 persone: ebrei, rom, filosovietici e intellettuali polacchi e lituani.

Pollack viaggia attraverso la Slovenia alla ricerca delle “grotte maligne“: nella regione slovena del Kočevje sono presenti molte spaccature nel terreno calcareo, sono inghiottitoi e doline, luoghi perfetti per far sparire centinaia di persone. Si stima che in Slovenia siano presenti oltre 600 fosse comuni, ma nessuno lo saprà con precisione perché non si prevede né di avviare una ricerca, né tantomeno di aprire le fosse.

Quando qualche fossa viene aperta per sbaglio, durante dei lavori minerari o dei sondaggi di vario genere, l’orrore torna a galla e di fronte a 427 persone, quelle ritrovate nel cunicolo Barbara, non si può far finta di nulla. Ma chi erano queste vittime, e chi i loro carnefici?

Le vittime erano delle persone comuni, scomode, e i carnefici i partigiani comunisti di Tito. Uomini, donne e bambini giacciono nel buio delle profondità carsiche, uccisi con un colpo d’arma da fuoco, o morte per i colpi dovuti alla caduta (per risparmiare pallottole, veniva ucciso un uomo e il secondo era legato a lui con del fil di ferro, gettato quindi vivo nella dolina), o ancora uccisi con la testa sfondata dai colpi di piede di porco o martello.

Ora che abbiamo conosciuto vittime e carnefici, Pollack fa riflettere su chi oggi vive nei paesaggi contaminati. Come si può vivere pensando che, nel bosco dietro casa o nel proprio campo, una mano malvagia ha tolto la vita a decine di persone? Come vivono gli abitanti di Oświęcim, il cui nome non si slegherà mai da quello di Auschwitz?

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Škocjan Cave, Slovenia (fonte: Wikipedia)

[L’Ucraina] Il Paese intero è avvelenato con tutti i cadaveri che non hanno mai trovato una sepoltura decorosa, perché non c’era più nessuno che li seppellisse e che recitasse il Kaddish per loro. [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

E che cosa possiamo fare noi affinché questi morti non lo siano invano e soprattutto che vengano ricordati? Se è vero che oggi le località hanno cambiato nome, le tombe sono ben celate in un paesaggio ormai contaminato, se è vero che la Storia la scrive sempre chi vince, noi possiamo ugualmente fare qualcosa per i disgraziati nascosti.

È quello che dovrebbe fare anche la nostra mappa, rendere l’invisibile visibile e tangibile. Le mappe non mostrano soltanto dove si trova qualcosa, a quale longitudine e latitudine, a che distanza rispetto ad un altro luogo, ma raccontano anche delle storie. Anche dolorose [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Dobbiamo creare una mappa, una mappa che renda visibile ciò che non lo è e che mostri cosa realmente si cela dietro un bucolico campo di girasoli. Abbiamo il dovere di ricordare, di raccontare le storie di questi sconosciuti, di portare rispetto per chi, innocente, ha sofferto di una morte violenta. E abbiamo il dovere di viaggiare per l’Europa con la consapevolezza che il meraviglioso bosco lettone o la splendida foresta polacca o ancora lo struggente altopiano carsico sloveno al tramonto possono essere paesaggi contaminati.

Titolo: Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa
L’Autore: Martin Pollack
Traduzione dal tedesco: Melissa Maggioni
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: perché siamo cittadini europei e abbiamo il dovere di conoscere a fondo la nostra recente Storia

(© Riproduzione riservata)

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Marco Balzano | Resto qui

D’estate scendo a fare due passi e costeggio il lago artificiale (…) Nel giro di pochi anni, il campanile che svetta sull’acqua morta è diventato un’attrazione turistica. I villeggianti ci passano all’inizio stupiti e dopo distratti (…) Come se sotto l’acqua non ci fossero le radici dei vecchi larici, le fondamenta delle nostre case, la piazza dove ci radunavamo. Come se la storia non fosse esistita [Resto qui, Marco Balzano]

L’iconico campanile che si eleva dalle acque del lago di Resia è una delle attrazioni turistiche più struggenti dell’Alto Adige. A vederlo è bellissimo: si tratta di una torre campanaria trecentesca, che in inverno può essere raggiunta a piedi se il lago gela, circondata dalle alte Alpi Venoste.

Ma un luogo, all’apparenza romantico, può nascondere una storia ben più dolorosa: le vicende legate al lago di Resia e degli abitanti della Val Venosta, sono narrate nell’eccezionale romanzo “Resto qui” di Marco Balzano (Einaudi).

È Trina che, con tono malinconico ma mai melodrammatico, racconta alla figlia scomparsa in circostanze misteriose la storia della Val Venosta, delle sue genti e delle violenze subite nel corso degli anni, da persone con credo politici e obiettivi diversi, dagli anni Venti agli anni Cinquanta.

All’indomani della Prima Guerra Mondiale, i territori dell’Alto Adige passano dal controllo austriaco a quello italiano. Trina all’epoca è una giovane ragazza che studia per diventare maestra, ma quando nel Sud Tirolo arrivano i fascisti iniziano i primi guai.

Il fascismo sembrava esistere da sempre. Da sempre c’era stato il municipio col podestà e i suoi tirapiedi, da sempre c’era la faccia del duce appesa ai muri, da sempre c’erano i carabinieri che venivano a mettere il naso nei fatti nostri (…) Ci eravamo abituati a non essere più noi stessi (…) [Resto qui, Marco Balzano]

Mussolini vieta di parlare in tedesco nei luoghi pubblici, gli impiegati di madrelingua tedesca vengono licenziati se non si adeguano e sostituiti da impiegati giunti da ogni parte d’Italia; “Vietato parlare in tedesco“, un monito che serpeggia nella valle. Il duce disturba anche i morti: nomi e cognomi teutonici sulle lapidi vengono sostituiti con nomi italiani.

Trina non si arrende: su consiglio di Pa’, sceglie di insegnare nelle scuole tedesche clandestine. Lei adora insegnare il tedesco ai bambini, ma la punizione per chi viene scoperto è il confino. Nel frattempo, mentre sempre più valligiani incominciano a sperare nell’intervento risolutivo di Hitler e si avvicinano all’ideologia nazista, Trina si sposa con Erich.

Sperare in Adolf Hitler era la ribellione più vera. Quella ribellione si faceva palpabile ai tavoli dell’osteria, nei ritrovi clandestini (…) ma svaporava quando soli nelle stalle mungevano le mucche e s’incamminavano verso la fontana a dissetarle. Sonnecchiammo così (…) fino all’estate del ’39, quando i tedeschi di Hitler vennero ad annunciare che, se lo volevamo, potevamo entrare nel Reich e lasciare l’Italia. La chiamarono la “grande opzione” [Resto qui, Marco Balzano]

Erich è un uomo semplice, buono, dedito alle sue bestie e ai suoi pascoli. Un uomo che non si risparmia, che lavora duramente per mantenere la sua famiglia; e soprattutto, Erich ama la sua terra e per nulla al mondo l’abbandonerebbe.

“Allora prendiamo i bambini e andiamocene via”.
“No!” gridava.
“Perché vuoi stare qui se rimarremo senza lavoro, se non potremo più parlare tedesco, se distruggeranno il nostro paese?”
“Perché qui ci sono nato, Trina. Ci sono nati mio padre e mia madre, ci sei nata tu, ci sono nati i miei figli. Se ce ne andremo avranno vinto loro.” [Resto qui, Marco Balzano]

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Lago di Resia (fonte: Wikipedia)

Stretti tra due morse, i fascisti e i nazisti, Trina ed Erich resistono finché la guerra si fa troppo aspra, finché il primogenito si unisce ai nazisti, finché a malincuore i due capiscono che l’unico modo per sopravvivere a quegli anni è darsi alla macchia in montagna.

Fascismo e nazismo sono stati due grossi problemi per la valle, ma ce n’è un altro ben peggiore. Si tratta di una minaccia che torna puntuale, a ondate, uno spettro che aleggia sin dal 1911: il progetto della costruzione di una grande diga che avrebbe unito due laghi e prodotto, da progetto, notevoli quantità di energia elettrica.

I progetti e lavori per la costruzione della diga si sono interrotti, nel corso degli anni, a causa delle due guerre ma arrivati alle soglie degli anni Cinquanta, complice il boom economico e la richiesta di energia, non si può rimandare oltre. E il terzo nemico da combattere, per i valligiani, ha un nome e un obiettivo ben preciso: la Montecatini, che costruirà la diga e sommergerà Curon, con la sua piazza, la chiesa, il municipio e il maso di Erich e Trina.

Ci avessero domandato quel giorno qual era il nostro desiderio più grande, avremmo risposto che era continuare a vivere a Curon, in quel paese senza possibilità da dove i giovani erano scappati e tanti soldati non erano più tornati. Senza voler sapere niente del futuro e senza nessun’altra certezza. Solo restare. [Resto qui, Marco Balzano]

Resto qui” di Marco Balzano è un romanzo che mi è piaciuto così tanto che mi sono ritrovata più volte a tornare indietro e rileggere i capoversi che mi avevano colpita alla prima lettura, oltre a commuovermi in certi passaggi. Suddiviso in tre parti – Gli anni, Fuggire, L’acqua – “Resto qui” è uno di quei libri che contengono due storie: quella della Val Venosta, schiacciata e minacciata dalla Storia, e quella personale di Trina.

Per entrambe, Balzano adotta uno stile all’apparenza semplice, ma ogni parola è ben calibrata, senza sbavature ed eccessi, utilizzando spesso un tono poetico e a tratti lirico, come quando Trina ripensa alla figlia scomparsa, l’ideale uditrice di questa vicenda.

La tua immagine mi sfuggiva (…) Eri come il volo di una farfalla, lento e sbilenco eppure difficile da afferrare [Resto qui, Marco Balzano]

Marco Balzano è riuscito a raccontare una storia difficile, e lo ha fatto regalando ai lettori dei personaggi indimenticabili, sinceri, passionali, perfettamente reali. Balzano ha descritto una valle, la Val Venosta, così fiera e orgogliosa delle sue tradizioni, della sua lingua e della sua cultura; una valle abitata da persone caparbie e combattive, pronte a tutto per difendere i propri masi e campi dall’inondazione.

E soprattutto, Balzano ha dato voce ad un luogo che a prima vista sembra semplicemente una bizzarria, un campanile romanico perfettamente restaurato che emerge dalle cupe acque di un lago alpino, ma che in realtà nasconde storie lunghe e travagliate: quelle di Trina ed Erich, di un angolino di Sud Tirolo, di chi, nonostante i soprusi, guerre e violenze, ha cercato di non arrendersi, ha cercato di resistere.

Fatti, storie, fantasie, ciò che contava era averne fame e tenersele strette per quando la vita si complicava o si faceva spoglia. Credevo che mi potessero salvare, le parole [Resto qui, Marco Balzano]

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Curon Venosta, ricostruita dopo aver sommerso la vecchia Curon (fonte: Wikipedia)

Titolo: Resto qui
L’Autore: Marco Balzano
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché è un romanzo magnifico che racconta della Val Venosta e delle sue genti, perché insegna che dietro ad un luogo all’apparenza fiabesco, possono esserci storie difficili da accettare

(© Riproduzione riservata)

10 curiosità su Sofia, Bulgaria

Appena tornata dal mio viaggio a Sofia, la capitale della Bulgaria, avevo scritto un articolo nel quale raccontavo le mie impressioni sulla città e formivo qualche spunto per la visita.

Poiché l’articolo sta piacendo molto e noto che è uno dei più letti, ho pensato di scriverne un altro nel quale vi racconto 10 curiosità su Sofia e in generale sulla cultura bulgara.

Allacciate le cinture, vi porto in Est Europa!

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1- LEONI A SOFIA

Camminando tra le vie di Sofia, ti imbatterai nei leoni. Vedrai il leone rappresentato sullo stemma della capitale e ben tre leoni rampanti sullo stemma del Paese; durante tutta la sua Storia, la Bulgaria non ha mai rinunciato ai leoni nel suo stemma, persino mentre era sotto l’influsso sovietico: all’epoca era rimasto un solo leone rampante ed era stata aggiunta una stella rossa.

Noterai spesso statue di leoni in bronzo fuori dalle chiese e quando giungerai al ponte sul torrente Iskăr, scoprirai che è chiamato Ponte dei leoni. La moneta stessa in corso in Bulgaria è chiamata lev, ovvero leone. Ma perché tutta questa passione dei bulgari nei confronti dei leoni?

Pare che un tempo in Bulgaria fossero presenti molti leoni e non è escluso che migliaia di anni fa nei Balcani vivessero degli esemplari di Panthera leo, nelle sottospecie P. leo fossilis e P. leo spelaea. Però, si andrebbe troppo indietro nel tempo, per cui forse la passione dei bulgari per i leoni è dovuta al fatto che, se proprio dobbiamo scegliere un animale simbolo, è bene sceglierlo fiero e spaventoso. 

Il Ponte dei Leoni a Sofia (foto: Claudia)

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2. LA NASCITA DELLA LINGUA BULGARA: DALL’ANTICO GLAGOLITICO AL CIRILLICO

La lingua ufficiale è il bulgaro, anche se soprattutto i ragazzi giovani oggi parlano piuttosto bene l’inglese. Il bulgaro fa parte delle lingue slavoniche meridionali e usa i caratteri cirillici, proprio come il russo. L’alfabeto cirillico, composto da 30 lettere con pronuncia fonetica, fu il quarto aggiunto dopo l’ebraico, il greco e il latino, iniziò nel IX secolo d.C.

Prima, nei Balcani la lingua franca era il greco, ed era quella ufficiale anche nel primitivo stato Stato bulgaro, poiché né protobulgari né gli slavi avevano una lingua scritta, era solo orale. Pian piano iniziò a diffondersi l’alfabeto glagolitico, necessario per trascrivere la parlata bulgara. Ma fu l’alfabeto messo a punto dai fratelli Cirillo e Metodio, due greci, a trascrivere in modo preciso i suoni slavi: incominciò a diffondersi quindi l’alfabeto cirillico.

Una curiosità nella curiosità: alcune parole della lingua bulgara hanno radici turche, derivanti dagli anni della dominazione ottomana, e altre parole hanno invece radici più europee (francese, tedesca e inglese).

L’osteria della prima sera. L’oste, l’uomo a destra, non parlava che bulgaro, ma la sua gentilissima moglie ci ha tradotto il menù in inglese e ci ha suggerito quali pietanze ordinare (quello ai piedi dell’avventore non è un tappeto, bensì un coccoloso cocker nero) (foto: Claudia)

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3. UNO STATO, CINQUE RELIGIONI

La Bulgaria è ufficilamente uno stato laico, dove vige la piena libertà di culto dal 1991. Una delle cose che più mi incuriosivano di Sofia, era il crocevia della tolleranza religiosa. Si tratta di un punto della città, in pieno centro, dove sorgono molto vicine la cocattedrale cattolica di San Giuseppe, la Moschea Banya Bashi (risalente all’epoca in cui gli Ottomani dominarono i territori bulgari), la più grande sinagoga sefardita d’Europa, consacrata nel 1909, capace di ospitare circa 1200 persone al suo interno e una cappella ortodossa.

Ha il sapore decisamente affascinante immaginare i rintocchi delle campane cattoliche, assieme ai richiami del muezzin e i sussurri del Talmud degli ebrei. Inoltre, non molto distante si trova la splendida chiesa russa di San Nicola, con le sue cupole ortodosse color pastello. E se ci spostiamo appena più in là, eccola la splendida Cattedrale Ortodossa di Aleksandr Nevskji.

Una sola città, piccola tra l’altro, e cinque interessanti culti.

Momento di pregheria all’interno della Moschea Banya Bashi a Sofia (foto: Claudia)

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4. MARTENICHKA, IL TALISMANO DELLA PRIMAVERA

Mia cugina Elena ed io siamo arrivate a Sofia il 23 marzo, mentre nevicava come mai ci saremmo immaginate. Iniziando a girovagare nei negozietti di souvenir, abbiamo notato che negli espositori c’erano delle graziose bamboline rosse e bianche e dei bellissimi braccialetti di corda intrecciata del medesimo colore.

Passeggiando per Sofia non era raro vedere questo fine bracciale indosso alle persone, persino il responsabile del nostro hotel ne indossava uno. Durante la passeggiata nel parco a fianco della Cattedrale Aleksander Nevskji ci siamo accorte che sui rami degli alberi erano appesi proprio quei braccialetti rossi e bianchi. Ma qual è il mistero della Martenichka, il talismano di primavera, e perché i bulgari lo amano così tanto?

La Martenichka è quell’ornamento che viene indossato il 1° marzo, giorno che secondo la tradizione bulgara segna l’inizio della primavera. Lo scambio della Martenichka risale al IX secolo è una delle tradizioni bulgare più antiche; è un talismano per augurare buona salute e lunga vita: il colore rosso per le guance rosse, floride, e il bianco simboleggia i capelli bianchi, la vecchiaia. Si indossano sul lato sinistro e si devono togliere solo quando si percepisce il primo segno tangibile della primavera: un fiore, una rondine, una giornata tiepida e piacevole.

Una volta rimosso, il bracciale si deve appendere ad un albero oppure mettere sotto una pietra. E non dimenticate di esprimere un desiderio!

NDK, Palazzo nazionale della cultura come si presentava il terzo giorno di primavera (foto: Claudia)

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5. LA TERZA CAPITALE PIU’ ANTICA D’EUROPA

Sofia fu fondata nel VII secolo a.C. pertanto risulta la terza capitale più antica d’Europa, dopo Atene e Roma. Nel corso della Storia, Sofia ha cambiato molti nomi, in funzione di chi dominava i territori bulgari in quel periodo.

Sotto i Traci, si chiamava Sardica, quando fu conquistata dai Romani nel 29 a.C. divenne la capitale della Dacia. Gli Unni la distrussero e quindi fu ricostruita da Giustiniano, che la chiamò Triadiza. Sotto i Bulgari prese il nome di Sredec e successivamente ribattezzata Sofia, che in lingua greca significa saggezza.

Nel 2000 è stata posta la Statua di Sveta Sofia (la Santa Sapienza) nel cuore della città, in sostituzione alla statua di Lenin oggi in mostra al Museo d’Arte Socialista della di Sofia.

Antico e moderno si incontrano a Sofia (foto: Claudia)

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6. LE SORGENTI D’ACQUA

Serdica, antichissimo insediamento tracio, sorse qui proprio per la via della presenza di sorgenti termali. I Traci costruirono un nymphaeum, mentre i Romani costruirono delle terme e un santuario dedicato ad una divinità traumaturgica.

La prosperità di Sofia sotto il dominio romano fu dovuta anche alle captazioni di acqua minerale, dal potere curativo. Oggi a Sofia sono presenti almeno 40 sorgenti termali, e la temperatura dell’acqua va dai 37° ai 45° gradi; ogni sorgente ha uno specifico potere curativo, poiché il chimismo delle acque varia.

I cittadini bulgari possono liberamente attingere l’acqua dalle sorgenti che si trovano in prossimità del Museo della Città di Sofia; recenti scavi in questa zona hanno portato alla luce i resti del tempo romano già citato e una statua di Apollo con un serpente attorcigliato al bastone.

Le sorgenti calde a Sofia: l’acqua è buona da bere, una volta raffreddata, ma è anche molto piacevole scaldarsi le mani durante un gelido giorno di inizio primavera (foto: Claudia)

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7. UNA STELLA DI DAVID AL MERCATO COPERTO CENTRALE HALI

Se dalla Moschea Banya Bashi proseguite verso il boulevard Maria Luiza, incontrerete il Mercato coperto Centrale Hali, dove potrete ammirare prodotti tipici bulgari, pranzare, fare shopping o bere un buon caffé Lavazza a 0.20 centesimi di euro (l’ha bevuto Elena, nota caffeinomane, e mi ha riferito che era ottimo).

Il mercato fu costruito sul progetto dell’architetto bulgaro Naum Torbov, negli anni Dieci del Novecento; per volontà di un imprenditore ebreo, la fontana fu realizzata a forma di stella di David. Il mercato, ricco di fascino, ha una superficie coperta di 3.200 mq, e se si osserva con attenzione la struttura portante in ferro si nota l’influsso dell’architettura dell’Esposizione universale di Parigi del 1900.

Il Mercato Centrale coperto Hali e la sua bella fontana (foto: Claudia)

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8. LA GRANDE LIBRERIA ALL’APERTO

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, alla quale la Bulgaria era assoggettata, venne abolita la censura sui libri e i bulgari iniziarono ad aver voglia di leggere qualche testo che arrivasse dall’Ovest dell’Europa. Dal 1937, infatti, il regime comunista che dominava la Bulgaria aveva fatto sparire tutte le case editrici indipendenti, assorbendole in case editrici controllate con cura dai censori.

Purtroppo, le neonate librerie dovettero chiudere presto a causa della crisi economica del post-comunismo; nacquero così le bancarelle di libri, dove si potevano scambiare o acquistare libri per pochi lev.

Plostad Slavejkov è oggi la via delle bancarelle dei libri, un luogo dal sapore decisamente retrò per noi europei occidentali, ma ricco di notevole fascino.

I libri nei miei viaggi non mancano mai, anche se questa volta non ho comprato nulla (foto: Claudia)

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9. ANTICHE ICONE

Dopo il viaggio a Creta, ho scoperto che adoro l’architettura delle chiese ortodosse e, dal punto di vista artistico, mi piacciono tantissimo le icone. Così è successo che ogni volta che sono stata un po’ ad Est, ho cercato una chiesa ortodossa, ammirandola in tutto il suo splendore (perché, sì, sono proprio splendide).

Sofia non fa eccezione perché è ricca di chiese ortodosse, la più importante – come detto – è quella di Aleksander Nevskji. Tornando alle preziose icone, in Bulgaria sono un vero e proprio oggetto di culto e la produzione artistica è di notevole livello.

La produzione di icone prese avvio nell’865, ma la dominazione ottomana pose un freno all’estro degli artisti. Nonostante il pugno di ferro dei turchi, le scuole di produzione di icone sopravvissero e oggi abbelliscono chiese e possono anche essere acquistate dai venditori di icone fuori dagli edifici religiosi.

Il venditore di icone (foto: Claudia)

10. UN INSOLITO REGALO DI NOZZE

Del viale dedicato allo zar Alessandro II di Russia ciò che colpisce maggiormente è senza dubbio quel pavimento giallo, incredibilmente scivoloso in caso di ghiaccio e neve (fortuna ha voluto che né io né Elena siamo scivolate, ma ci sono stati momenti al limite).

L’Imperatore Francesco Giuseppe volle festeggiare il secondo matrimonio del cugino, il principe Ferdinando I, regalandogli… un pavimento, e si sa che a caval donato non si guarda in bocca. Per costruire questo fantasioso pavimento vennero prelevati dei materiali da una cava presso Budapest, allora parte dell’Impero austro-ungarico; ai cittadini la nuova pavimentazione piacque fin da subito e oggi la possiamo ancora vedere lungo le strade di Sofia, poiché è diventata uno degli elementi tipici della capitale bulgara.

Ma che regalo di nozze originale, un pavimento! (foto: Claudia)

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Bene, siamo giunti alla fine del nostro viaggio attraverso le curiosità della città di Sofia e della Bulgaria. Con la speranza che il mio articolo vi sia piaciuto, vi segnalo che buona parte delle curiosità le ho tratte dal libro “Sofia e dintorni” scritto da Simonetta Zanutto e pubblicato da Odos casa editrice.

Siete mai stati a Sofia? Vi piacerebbe farci un salto? Conoscete qualche altra curiosità legata alla Bulgaria? Io mi auguro di tornarci, perché è una città carica di fascino.

Inoltre, vi segnalo che la città di Plovdiv (Filippopoli in italiano) nel 2019 sarà, assieme alla nostra Matera, Capitale della Cultura: potrebbe essere una bella occasione per iniziare a scoprire questo Paese carico di storia e cultura.

Joseph Roth | Viaggio ai confini dell’impero

Ma su questa terra piatta vaga incessante un vento eternamente uguale che si percepisce appena. Colline, preannuncio dei Carpazi, che diventano azzurre in lontananza. Corvi che volteggiano sopra i boschi. Sono sempre stati di casa, qui. Dalla fine della guerra sono diventati numerosi. Niente fabbriche, niente avvisi pubblicitari, niente fuliggine. Nei mercati si vendono primitive marionette di legno, come in Europa duecento anni fa. Si è fermata qui l’Europa? [Viaggio ai confini dell’impero, Joseph Roth, trad. V. Schweizer]

Galizia. Solo a prunciare questo nome si sente il sapore di terre ricche di mistero e fascino. La Galizia è stata una regione storica che indicativamente si poteva collocare tra la Polonia e l’Ucraina, nel cuore dell’Europa centrale. Il nome completo era: Regno di Galizia e Lodomiria, e fu la più settentrionale delle province dell’Impero Austro-Ungarico; la sua capitale era la città di Leopoli, che si trova oggi in Ucraina, e tra le principali città figura Cracovia, oggi in Polonia.

La Galizia nacque dall’assembramento dei territori presi alla Confederazione polacco-lituana quando fu spartita la Polonia, e la Galizia come entità durò sino alla totale dissoluzione dell’Impero Austro-Ungarico nel 1918.

Lo scrittore e reporter Joseph Roth, nato a Brody nel 1894, compie una serie di viaggi attraverso l’Europa centrale, studiando e analizzando questi territori usando l’occhio critico e il cuore entusiasta poiché la Galizia è stata la tua terra d’origine. Roth si mette in viaggio tra il 1924 e il 1927.

La Galizia si trova in un isolamento trasognato, e tuttavia non è isolata; è confinata, ma non tagliata fuori; ha più cultura di quanto lascino presumere i suoi difettosi canali di scolo; un gran disordine e ancor più stranezza. Molti la conoscono dai tempi della guerra, ma allora camuffava il suo volto. Non era un paese. Era retrovia o fronte. Ma in realtà ha il proprio piacere, le proprie canzoni, la propria gente e un suo peculiare splendore; lo splendore triste degli oltraggiati [Viaggio ai confini dell’impero, Joseph Roth, trad. V. Schweizer]

La linea ferroviaria che univa la Galizia, 1897 (fonte: Wikipedia)

Viaggio ai confini dell’impero” di Joseph Roth (trad. V. Schweizer, Passigli editori) è un libro che raccoglie quindi le testimonianze preziose di un luogo che fu. Roth tratteggia le genti, le città, descrive panorami, luoghi e caratteri peculiari.

(…) sto viaggiando da due settimane attraverso la Polonia – attraverso una terra antica e uno Stato nuovo (…) Sebbene gran parte di questo paese sia stata nostra retrovia e nostro campo di battaglia, sebbene abbiamo vissuto nelle sue città e villaggi e abbiamo amato le sue donne, sebbene abbiamo potuto conoscere o per lo meno sentir parlare i suoi cittadini, i suoi contadini, i suoi ebrei, malgrado tutto ciò, è stata proprio l’idea con la quale la paggior parte di noi è venuta in Polonia ad essere il fondamento dei giudizi raccolti; e quel cassetto dove decenni fa abbiamo inserito luoghi e persone rimane il contenitore anche delle nostre nuove impressioni [Viaggio ai confini dell’impero, Joseph Roth, trad. V. Schweizer]

Riguardo alle persone, Roth si sofferma soprattutto sulle minoranze tedesche della Galizia, sulla presenza degli ebrei, su come si comportano e vivono gli ucraini e i polacchi. Racconta in modo vivido tutto ciò che osserva, con una scrittura scorrevole, a tratti informale, ma sempre apprezzabile.

Joseph Roth con questa serie di reportage di alto valore culturale e storico, trasporta il lettore direttamente nel cuore dell’Europa centrale, in un luogo che formalmente non esiste più, poiché si è trasformato, ma che non può fare a meno di ammaliare coloro che si mettono in viaggio – idealmente o nella realtà – sulle tracce dell’antica e affascinante Galizia.

Cimitero ebraico nell’est dell’Ucraina (fonte: Wikipedia)

Questa è la città dei confini annullati. La propaggine più orientale dell’antico mondo imperial-regio. Dopo Leopoli inizia la Russia, un altro mondo. La molto più occidentale Cracovia è meno austriaca. È rimasta sempre un museo nazionale. Tra Vienna e Leopoli c’è tutt’oggi, come da sempre, un grande scambio culturale. Ma vi si è aggiunta anche Bucarest. Il rivolgimento politico, infatti, ha spostato tutte le città galiziane di qualche miglio verso est. Forse per il bene dell’Oriente… [Viaggio ai confini dell’impero, Joseph Roth, trad. V. Schweizer]

Titolo: Viaggi ai confini dell’impero
L’Autore: Joseph Roth
Traduzione: Vittoria Schweizer
Editore: Passigli editori
Perché leggerlo: per far rivivere l’affascinante Galizia, le sue usanze, le sue genti e la sua immensa cultura

(© Riproduzione riservata)

Federico Pace | Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita

Ma ogni viaggio non porta mai con sé solo una cosa, non ci conduce mai in un solo luogo. Il viaggio ci porta sempre in uno spazio infinito, ci restituisce sempre un ampio spettro di emozioni [Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita, Federico Pace]

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono“. José Saramago, premio Nobel per la Letteratura, conclude con queste frasi il libro sul suo amato Portogallo, e più leggo queste parole, più mi trovo d’accordo con lo scrittore portoghese.

Il viaggio, è vero, non finisce mai e il libro “Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita” di Federico Pace (Einaiudi, 14 €) ne è una bella conferma. Pace incomincia il viaggio raccontando della prima volta che, bambino, si allontanò senza permesso dal paese abruzzese dove si trovava in vacanza con i suoi genitori. Il brivido della scoperta e della marachella lo attraversavano come una scossa elettrica, e proprio mentre veniva recuperato da uno zio, in automobile, Federico Pace si rende conto che da quel momento in poi nulla sarà più come prima.

Ci sono viaggi che spaventano, altri che insegnano, altri ancora sono necessari o di piacere, qualche viaggio è in realtà un ritorno o un percorso volto a ritrovare noi stessi o a cercare migliori condizioni di vita.

Lo stesso cammino. Poi però quel cammino, quello stesso percorso, all’improvviso porta in un posto in cui non pensavamo mai di giungere [Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita, Federico Pace]

L’alba sul Mar Baltico a Pirita, Estonia. E’ uno dei luoghi che mi ha riempito l’anima e mi ha commossa profondamente (foto: Claudia)

Leggere il libro di Federico Pace è compiere realmente un giorno intorno al mondo: seguendo le orme di personaggi più o meno noti, si attraversano oceani, steppe siberiane, deserti, confini; si raggiungono città splendide, come Parigi, Praga o Lisbona; si viaggia sulle isole dell’Irlanda o quelle più lontane della Polinesia francese. Durante un viaggio, soprattutto di ritorno, c’è chi si rende conto di quanto sia cambiato, dal tempo del primo viaggio.

O forse perché siamo cambiati noi stessi o ci cambierà proprio quell’avventatezza che ci ha spinti a tornare fin laggiù [Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita, Federico Pace]

Ma perché un uomo dovrebbe mettersi in viaggio, uscendo dalla propria zona comfort, dalla propria casa o dal proprio ben noto Paese? Come dicevo, i viaggi che compiono i personaggi che rivivono negli scritti di Federico Pace hanno molteplici motivi. Frida Kalho torna a casa per salutare la madre morente; Albert Einstein abbandona l’Europa a causa del nazismo; l’uomo che cadde sulla Terra attraversa la Russia in treno per tornare a Mosca senza prendere l’aereo; Julio Cortazar ritorna a Mendoza perché ha bisogno di sapere com’è cambiata durante la sua assenza.

E c’è chi viaggia per scoprire posti remoti, nuovi, diversi da quello in cui vive. Come Paul Gauguin che si imbarca per Tahiti per vedere quanto è diverso quel mondo dalla sua Francia.

Tutto quel viaggio (…) tutti quei frammenti di mondo, non per rimanere affascinato dall’infinita diversità degli uomini, ma per capire cosa c’è di unico e comune in tutta l’umanità [Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita, Federico Pace]

Un viaggio è talvolta faticoso, a volte sfibrante, spesso si incappa in seccature o si fa fatica a farsi comprendere dalle persone del posto. Un viaggio, però, è anche fonte di sapere, se si parte con gli occhi e il cuore ben aperti. Ci si adatta, perché nessun luogo sarà mai come la nostra confortevole casa; bisogna prepararsi ai disagi e alle difficoltà, ma si viene sempre ripagati e man mano si acquista sempre più sicurezza e autostima.

I viaggi aprono varchi su ciò che stiamo diventando. Certificano la nostra condizione. Ci scuotono dall’incosapevolezza e di quell’andare altrove, nel confrontarci con l’altro, ci obbligano a prendere consapevolezza di ciò che altrimenti cerchiamo di nascondere a noi stessi. Il velo che cela le cose, in viaggio viene strappato senza esitazione. La solitudine, in viaggi come questi, diventa crudele, severa e racconta di noi, delle nostre condizioni, con una sincerità priva di dubbi [Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita, Federico Pace]

A Sofia, in Bulgaria, ho vissuto l’atmosfera dell’Est Europa. E mi è piaciuta così tanto che sogno di tornarci (foto: Claudia)

E un viaggio deve ricominciare, sempre. Saramago, sempre nel suo Viaggio in Portogallo, ricorda che il viaggiatore deve ricominciare il suo viaggio, rimettersi in cammino, rivedere ciò che ha già visto e rivivere le emozioni già vissute. Quando si dice: “Ho visto tutto“, si sa che è una bugia.

Il viaggio deve riprendere sempre, e una guida emotiva come il libro di Federico Pace, è senza dubbio il modo perfetto per rimetterci in cammino.

Titolo: Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita
L’Autore: Federico Pace
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: per ricominciare il viaggio, sempre

(© Riproduzione riservata)

Grigorij Šur | Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944

Il 23 settembre 1943 iniziò l’ultimo atto del terribile dramma. Alle undici e trenta di mattina il ghetto venne strettamente accerchiato da soldati tedeschi armati fino ai denti, muniti di elmetti, di bombe a mano e fucili, proprio in assetto di battaglia. Questa volta i soldati non si limitarono a circondare il ghetto: in ranghi serrati si disposero, a partire dall’ingresso del ghetto, lungo le vie Getmanskaja e Sirotskaja, fino alla diramazione ferroviaria della via Rossa, dove precedentemente venivano caricati sui convogli gli ebrei deportati in Estonia (…) A tutti fu chiaro che era arrivato il loro ultimo giorno [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944” di Grigorij Šur, tradotto da Paola Buscaglione Candela per Giuntina, è una di quelle testimonianze che avrebbero potuto perdersi tra pieghe della Storia, se non fosse stato per Anna Šimajte, una donna conosciuta quasi per caso da Šur, come spesso accade.

Grigorij Šur nasce a Vilna, in Lituania, in una famiglia ebrea nel 1888. Sin da giovane si interessa di politica e giornalismo e capisce subito che non sempre si può manifestare la propria idea; dopo essere stato confinato nella steppa precaspica, nel governatorato di Astrakan, Šur riesce a ritornare a Vilna e a proseguire la carriera giornalistica.

Di nuovo arrestato come dissidente, per un po’ si tiene lontano dalla politica, ma nel 1940 mentre la Lituania è sotto il controllo sovietico, Grigorij Šur dirige un giornale dell’amministrazione ferroviaria. Quando è convinto di poter stare tutto sommato in pace, il vento della Storia prende a soffiargli di nuovo contro.

Nella notte tra il 21 e il 22 giugno 1944 la Germania nazista infrange il patto Molotov-Ribbentrop e invade i Paesi Baltici. Le truppe sovietiche si ritirano e i nazisti prendono il controllo di Estonia, Lettonia e Lituania.

Gli ebrei erano consapevoli che dopo l’occupazione da parte dell’esercito tedesco la loro situazione in quella zona sarebbe stata difficile, ma nessuno avrebbe mai pensato che alla maggior parte di loro non sarebbe stato consentito di rimanere in vita. Sembrava probabile che dopo il primo, turbolento periodo di transizione, tutto sarebbe rientrato nei binari consueti, i pacifici cittadini avrebbero continuato la solita vita, misera forse, difficile, ma comunque sarebbero vissuti [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Gli ebrei di Vilna sanno che sarebbe iniziato un periodo difficile. I nazisti incominciano emanando leggi antisemite, istituendo coprifuoco e regole assurde, infine creano prima un ghetto, il principale, e poi un secondo. Nel secondo ghetto, liquidato prima del principale, le persone vengono messe in attesa di essere trasferite a Ponary: a piedi o sui treni, quasi sempre con un inganno sottile, gli ebrei vengono portati in questa località a pochi chilometri da Vilna, e qui brutalmente massacrati.

Il 15 settembre [1941], dal ghetto 1 furono condotte via 1200 persone e l’1 ottobre, nella sera del Yom Kippur, altre 2300. Nella notte tra il 3 e il 4 ottobre portarono via dal ghetto 2 2000 persone, il 16 altre 3000 e cinque giorni dopo 13000 (fra cui 60 paralizzati e malati di mente). Così il ghetto 2 cessò di esistere, e a Vilna rimase un solo ghetto. [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

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Targa che ricorda la conformazione dei due ghetti di Vilnius (fonte: Wikipedia)

La famiglia di Šur viene trasferita nel ghetto, mentre Grigorij viene rinchiuso nella fabbrica di pellicce “Kailis”, dove è costretto a lavorare. Ma Grigorij Šur, appena può, scrive.

Scrive tutto ciò che accade agli ebrei, senza edulcorare la realtà, raccontando minuziosamente le crudeltà naziste; confessa la cattiveria dei poliziotti ebrei che vogliono ingraziarsi i tedeschi e non si risparmia nel parlare di cosa succede a Ponary. Scrive appena ha un attimo di tregua, su fogli di recupero, frasi disconnesse, in disordine, casuali. E poi nasconde tutto perché se questi appunti dovessero essere scoperti, per lui e la sua famiglia sarebbe senz’altro la fine.

E la fine arriva. La Germania sta perdendo la guerra, gli Alleati e i sovietici avanzano, così viene autorizzata la liquidazione del ghetto di Vilna: è il 23 settembre 1943.

E così, dopo la liquidazione del ghetto di Vilna, in vita erano rimasti in tutto circa tremila ebrei; nei blocchi della fabbrica di pellicce “Kailis”, nelle officine automobilistiche e in qualche altra impresa. Insomma, la città era “libera da ebrei” (Judenfrei), come “liberi” erano anche i villaggi e molte città di Polonia, Estonia, Lituania, Bielorussia, Ucraina. Nei blocchi e nelle officine automobilistiche si viveva in costante attesa della liquidazione e dell’invio a Ponary (…) oppure nel trasferimento in qualche altra località in Estonia, per esempio, dove si sarebbe stati uccisi più lentamente da lavori sfibranti (se non forse all’improvviso durante il tragitto, in qualche bosco) [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Grigorij Šur perde la moglie e il figlio Aaron, mentre la figlia Miriam riesce a fuggire in modo alquanto rocambolesco grazie all’amica Anna Šimajte, una donna che Grigorij Šur aveva conosciuto anni prima. Dopo un anno circa dalla liquidazione del ghetto di Vilna, i nazisti spostano gli uomini dalla fabbrica di pellicce al lager di Stutthof. Nei concitati momenti che precludono la fine della Germania nazista, i soldati tedeschi caricano i prigionieri di Stutthof su una chiatta e, portata al largo, la affondano nel Mar Baltico.

Ma forse hanno ragione quanti vivono come se intorno non ci fosse quella situazione da incubo, quanti non vogliono vedere le mura che ci rinchiudono, quasi dimenticando che ci troviamo sul palmo di una mano di acciaio che a ogni momento può chiudersi, schiacciandoci tutti come moscerini [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

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Ragazze nel ghetto di Vilna (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0 de)

La testimonianza di Grigorij Šur è preziosa perché è scritta da colui che assiste e osserva il crescendo della follia nazista nei confronti della comunità ebraica di Vilna, e viene raccontata con uno sguardo lucido e oggettivo; ed è fondamentale perché descrive la vita e la morte degli ebrei di Vilna mentre il dramma si compie.

Grigorij Šur non vivrà abbastanza per vedere i suoi preziosi appunti pubblicati; essi vengono salvati da Anna Šimajte, quindi curati dai responsabili del neonato Museo Ebraico di Vilna e stampati sotto forma di libro testimonianza. Il risultato è un libro emotivamente coinvolgente, molto scorrevole e tradotto usando parole semplici ma efficaci, capaci di arrivare a tutti. Perché questa tipologia di libri deve arrivare a tutti, senza lasciare indifferente nessuno.

Oggi, a oltre settant’anni dai fatti narrati, abbiamo ancora bisogno di libri come questo, perché come sottolinea Vladimir Porudominskij nella prefazione al testo, da sempre una comunità ha cercato il nemico all’esterno, mai tra i membri della comunità stessa. 

Avremo sempre bisogno di documenti storici come questo, e non solo per onorare la memoria degli oltre 65.000 ebrei lituani morti nei tre anni di occupazione nazista, ma per mandare a memoria ciò che è stato e cercare, ognuno nel nostro piccolo, di evitare che succeda di nuovo.

Chi avrebbe potuto credere che nel XX secolo, nel cuore dell’Europa, in un paese dai livelli altissimi di civiltà, sarebbe sorta una dottrina della razza e che si sarebbero trovati uomini capaci di mettere in atto tale dottrina compiendo azioni impensabili persino in epoche barbariche? Menzogne, demagogia, violenza brutale, repressione del diverso, crudele eliminazione dei non allineati, una fitta rete di delatori e di agenti segreti, un onnipresente, sanguinario terrore: ecco i fondamenti che hanno permesso al nazismo di corrompere il proprio popolo e i popoli sottomessi e di spingere migliaia di uomini ad eliminare altri uomini, in primo luogo gli ebrei [Gli ebrei di Vilna. Una cronaca dal ghetto 1941-1944, Grigorij Šur, trad. P. Buscaglione Candela]

Titolo: Gli ebrei di Vilna. Cronaca dal ghetto 1941-1944
L’Autore: Grigorij Šur
Traduzione dal russo: Paola Buscaglione Candela
Con una nota di: Vladimir Porudominskij
Editore: Giuntina
Perché leggerlo: perché si tratta di una testimonianza preziosa e unica dell’occupazione nazista in Lituania, perché racconta dove può spingersi la follia degli uomini, una follia che non dovrebbe ripetersi mai più

(© Riproduzione riservata)

Jill Eisenstadt | Rockaway Beach

Cara Alex, come stai? In questo momento sto aspettando la telefonata di un tizio che mi ha promesso di trovarmi un lavoro a Fish R Us. Non c’è altro sostanzialmente. La storia di fare il vigile del fuoco è andata a farsi benedire: la lista degli iscritti al test d’ingresso è già lunga sei isolati. Potrei entrare nella guardia costiera, fare lo sbirro o cose del genere ma non so (…) Il fratello di Chowder diventerà insegnante di ginnastica. È strano dover diventare qualcosa, così all’improvviso [Rockaway Beach, Jill Eisenstad, trad. L. Taiuti]

È strano dover diventare qualcosa o scegliere di diventare qualcuno all’improvviso. E quando si ha la sensazione che il periodo più bello della propria vita stia per terminare, oltre che strano è anche angosciante.

Sono gli anni Ottanta, a Rockaway Beach, e la trama non potrebbe essere più classica: ci sono quattro amici, Timmy, Chowder, Peg ed Alex, e ci sono i loro dubbi e paure sul futuro. Le incertezze legate alla loro identità e a quello che vorrebbero fare nella vita, i litigi tra loro e i dissapori tra le proprie famiglie.

Se Peg e Chowder, assieme ad altri, sono quasi di contorno e non si sognano di lasciare il luogo dove hanno sempre vissuto, i veri protagonisti del romanzo – che poi sono quelli che nel corso della vicenda crescono di più – sono Timmy ed Alex.

Timmy lascia la scuola, più per fare un dispetto alla madre bigotta e alla zia suora, e preferisce trascorrere le giornate in spiaggia sulla torre di guardia del corpo dei bagnini, poi vedrà; forse per l’inverno cercherà un lavoro in un supermarket o farà il concorso per diventare vigile del fuoco, o non sa.

Alex vince e accetta una borsa di studio per un college nel New Hampishire ed è la sua partenza il punto di rottura. Timmy ed Alex stavano insieme, si amavano, ma lei sembra sapere cosa vuole, diversamente da Timmy e dagli altri.

Ma al college Alex scopre che l’ambiente è molto diverso da come se l’era immaginato: all’interno della scuola ci sono passaggi obbligati, prove da superare per essere accettati, bisogna avere un ragazzo altrimenti si passa per sfigati. Così Alex conosce Joe, forse ne innamora o forse no, comunque lo porta a conoscere i suoi genitori a Rockaway a Natale. Forse lo porta a casa solo per far ingelosire Timmy, che a Rockaway d’inverno senza Alex si annoia e gli sembra che il tempo non passi mai.

Quando ritorna l’estate e Alex rientra a Rockaway Beach, trova cose diverse e cose uguali. E matura una certezza: che alla fin fine lei si sente fuori posto, in ogni luogo.

Fuori posto a scuola, fuori posto a casa, a corto di argomenti, a corto di fiato, lenta a capire qualsiasi cosa di ogni cosa. Quando si allontana da Peg, che rimane lì con i capelli sul viso, non sa più come sentirsi, solo giovane e un pochino triste [Rockaway Beach, Jill Eisenstad, trad. L. Taiuti]

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Rockaway Beach Boulevard (fonte: Wikipedia)

Rockaway Beach” di Jill Eisenstadt, tradotto da Leonardo Taiuti per Black Coffee edizioni, è un romanzo che arriva dritto dagli anni Ottanta e leggendo lo si capisce molto bene. Quando la Eisenstadt pubblicò “From Rockaway” era il 1987 e lei aveva ventiquattro anni, uscita indenne da poco dall’adolescenza dei primissimi anni Ottanta.

Quello che salta subito agli occhi, è il forte disagio giovanile che vivono i ragazzi. A parte Alex, nessuno di loro sa esattamente cosa vuole dalla vita e mirano unicamente a far passare il tempo, anche se allo stesso tempo hanno paura che passi troppo in fretta e che il miglior periodo della vita scivoli via.

Il romanzo è una serie di instantanee che abbracciano un anno, dal momento in cui i quattro amici escono dal ballo di fine anno – sì, c’è anche Timmy, benché abbia lasciato la scuola – al momento in cui si riuniscono dodici mesi dopo, con Alex completamente cambiata e con Timmy che è in dubbio se la ama ancora oppure no.

Proprio perché è il tempo a dare ritmo alla vicenda – il suo trascorrere inesorabile – “Rockaway Beach” ha una narrazione con velocità altalenante: a tratti scorre rapida, a tratti non procede perché sembra che non succeda assolutamente nulla. In effetti, nelle località marine come Rockaway, in inverno il tempo è davvero infinito.

Tra le feste in spiaggia, gli scherzi pesanti e la vita del college aleggia sempre un’insoddisfazione di fondo. Più i protagonisti provano a raggiungere l’estremo, meno capiscono di loro stessi. E allora entrano nel circolo vizioso di provare qualcosa di ancora più mortale: come gettarsi in acqua tuffandosi da diciotto metri d’altezza.

“Perché hai dovuto farlo?” vuole sapere Alex (…) “Ma per vedere se sarei sopravvissuta, è ovvio”. [Rockaway Beach, Jill Eisenstad, trad. L. Taiuti]

Più leggevo, più mi sentivo distante dalla realtà dei ragazzi. Non li biasimo, e nemmeno li comprendo. A volte avrei voluto scuoterli, gridar loro che – mannaggia – sono giovani e hanno tutta la vita davanti, non sono né dei falliti. Avrei voluto dir loro che la vita vera è là fuori che li aspetta, e che anche se non sono perfetti, non è necessario esserlo. E che è veramente troppo breve, effimera, sfuggente.

Una volta ho letto che le larve delle effimere vivono diciotto anni nel fango, sul fondo delle pozze, e che quando escono e finalmente diventano insetti, si accoppiano e muoiono nel giro di un’ora. Questa sì che è vita, eh? Be’, non sentirti in obbligo di rispondermi ma [Rockaway Beach, Jill Eisenstad, trad. L. Taiuti]

Titolo: Rockaway Beach
L’Autrice: Jill Eisenstadt
Traduzione dall’inglese: Leonardo Taiuti
Perché leggerlo: per essere catapultati nei veri anni Ottanta su una spiaggia del Queens e per vivere il vero disagio di un gruppo di adolescenti che ha il terrore di crescere, e di perdere tutto

(© Riproduzione riservata)

10 curiosità sull’isola di Cipro

Torno a scrivere di Cipro, l’isola del Mediterraneo che ho potuto visitare quest’estate. L’idea di organizzare un viaggio a Cipro è nata diversi mesi fa, per cui ho avuto parecchio tempo per documentarmi e leggere curiosità e leggende riguardo questa splendida terra.

Nell’articolo raccolgo le 10 curiosità che mi hanno colpita di più. Buona lettura!

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1. NICOSIA, L’ULTIMA CAPITALE DIVISA

Un tempo fu Ledra, poi divenne Nicosia sotto la dinastia franca dei Lusignano e oggi si trova al centro della Mesaoria di Cipro, ai piedi delle alture dei monti di Keryenia. Arrivando a Nicosia dall’autostrada, due cose colpiscono immediatamente: la prima è la grande bandiera di Cipro del Nord che domina sul fianco delle montagne e la seconda sono gli alti minareti della Selimiye Camii, una chiesa gotica trasformata in una moschea dopo l’occupazione turca.

Nicosa è oggi l’ultima capitale divisa in Europa: un lungo muro separa la porzione a Nord controllata dal governo de facto di Cipro del Nord e la porzione Sud controllata dalla Repubblica di Cipro. Il muro segue la traccia della Linea Verde, che fu disegnata nel 1964 dagli ufficiali inglesi con una matita di colore verde. Per passare da una porzione all’altra della città, si transita lungo Ledra Street e si attraversa la “buffer zone“, la terra di nessuno, disseminata di edifici in rovina e case senza finestre.

Nicosia (foto: Claudia)

2. IL TRAGICOMICO INCIDENTE DELLA ZIA DI MAOMETTO

La presenza mussulmana a Cipro ha origini lontane e la leggenda vuole che anche la zia del Profeta di Maometto mise piede sull’isola nel 649. La zia, giunta in prossimità del Lago Salato che oggi si trova nell’Akrotiri, nel distretto di Larnaka, cadde dal mulo che la trasportava e morì sul colpo. Nel punto dove l’amata zia morì, venne eretta una moschea chiamata Hala Sultan, dal nome della donna. La moschea è oggi un luogo di pellegrinaggio molto importante nel mondo islamico.

La Moschea di Pafo, nel quartiere turco – purtroppo non ho immagini della Hala Sultan (foto: Claudia)

3. PIU’ GATTI CHE CIPRIOTI

Gli amanti dei felini sono avvisati: a Cipro troveranno più gatti che ciprioti. I felini a Cipro sono davvero dappertutto: li troverete addormentati tra le rovine, all’ombra degli alberi, sugli scalini dei monasteri, nei pressi dei ristoranti (con la speranza che dai tavoli cada qualche ghiottoneria) e vi faranno compagnia vicino alle spiagge. Si dice addirittura che ci siano, a Cipro, un milione e cinquecentomila gatti… E sappiate che i ciprioti, tra Nord e Sud dell’isola, sono a malapena un milione!

Dolcissimi cuccioli al Monastero di Kykkos (foto: Claudia)

4. L’ARCIVESCOVO CHE FU PRESIDENTE

L’Arcivescovo Makarios III fu un religioso e politico ciprota: nel 1960, oltre ad essere capo della Chiesa Ortodossa di Cipro, diventò primo Presidente della Repubblica di Cipro dopo l’indipendenza dal Regno Unito. Si ritrovò ad affrontare i gravi dissapori tra greco-ciprioti e turco-ciprioti, la creazione del movimento per l’annessione alla Grecia, l’EOKA e, successivamente, l’EOKA B, e infine il tentativo di colpo di Stato da parte dei greco-ciprioti il 14 luglio del 1974.

Makarios III abbandonò l’isola prima che le truppe turche invadessero Cipro, il 20 luglio del 1974, in risposta al tentato colpo di Stato. I suoi sostenitori lo credettero morto ma egli rientrò a Cipro nel 1975 dichiarando che se avessero diviso l’isola questa non si sarebbe riunita mai più.

Oggi la tomba dell’Arcivescovo Makarios III si trova nei pressi del Santuario di Throni, nel cuore dei Monti Troodos. Tre militari armati fino ai denti vigilano, ventiquatt’ore su ventiquattro, sulla tomba del loro primo Presidente.

Il sobrio memoriale all’Arcivescovo Makarios III a Throni (foto: Claudia)

5. UNA SEPOLTURA DA RE

Chi mi segue lo sa, adoro l’archeologia e a Pafo non mi sono lasciata scappare l’opportunità di visitare le Tombe dei Re (2.5 € l’ingresso). Il sito spettacolare è situato in una zona fatta di scogliere e scarpate e gli ipogei visitabili sono stati costruiti intorno al III secolo a.C., distanti dalle mura di Nea Paphos, poiché i morti dovevano essere seppelliti lontani dai centri abitati.

In realtà, chi veniva sepolto qui non era un vero re, ma era una persona ricca e facoltosa. Le tombe dovevano essere delle vere e proprie case, con cortile, peristilio e colonne, poiché ogni anno i parenti rimasti in vita dovevano tenere un banchetto in onore dei cari defunti.

Le Tombe dei Re a Pafo (foto: Claudia)

6. PAFO, LA CAPITALE ROMANA

Pafo oggi è composta da due insediamenti limitrofi: Kato Pafos, sul mare, e Ktima nell’interno. La leggenda vuole che fu Agapenore, re di Tegeia di ritorno dalla guerra di Troia a fondare la città, mentre i documenti dicono che fu Nicocles, ultimo re di Palai Paphos (oggi Kuklia), a dare origine a Pafo.

Quando i romani giunsero a Cipro, nel 58 a.C., Nea Paphos era la città più importante e in questo periodo vennero costruite splendide ville completamente pavimentate da eccezionali mosaici oggi visibili al Parco Archeologico di Paphos (4.5 € l’ingresso).

Col tempo, iniziò il declino di Pafo: gravi terremoti la danneggiarono e le incurisioni arabe divennero sempre più frequenti. Inoltre, era un luogo poco salubre, a causa dell’avanzata delle paludi una volta abbandonato il porto. Infine, a capitale di Cipro passò da Pafo a Nicosia, che nella Mesaoria e lontana dal mare aveva poche possibilità di essere saccheggiata dai pirati!

Gli eccezionali mosaici ritrovati a Pafo (foto: Claudia)

7. FRAMMENTI DI REGNO UNITO

Campi da golf, villette a schiera di colore chiaro con un fazzoletto di prato verde di fronte. Aspetta, ma siamo in Inghilterra? Quando abbiamo attraversato il distretto di Limassol, verso Pissouri, ci siamo chiesti se per caso non fossimo capitati in Inghilterra e in effetti così è: l’Akrotiri (Limassol) e Dhekelia (Larnaka) sono due settori che appartengono alla Corona Britannica, sono ovvero due Territori d’Oltremare a tutti gli effetti.

La cosa curiosa, oltre le villette e i campi da golf, è che sono gli unici due Territori d’Oltremare della Corona dove non si usa la Sterlina inglese: si utilizza, infatti, l’Euro!

Kourion, superbo sito archeologico nel Distretto di Limassol, ricade in uno dei Territori d’Oltremare della Corona Britannica (foto: Claudia)

8. RAPITE LA SPOSA!

I Royal Wedding si sono sempre celebrati in Inghilterra, ad eccezione di uno. Riccardo Cuor di Leone fece tappa a Cipro mentre scendeva in Terra Santa a combattere come Crociato, nell’estate del 1189. La sua promessa sposa, Berengaria, stava raggiungendo Cipro in compagnia della futura cognata Giovanna, sorella di Riccardo, quando una ingloriosa tempesta fece naufragare la nave su cui viaggiava.

Il monarca cipriota cercò di prendere in ostaggio le due donne, ma non riuscendoci, si rifiutò di soccorrerle. Riccardo si vendicò dichiarando guerra e sconfisse Commeno non lontano da Nicosia. Ma prima che la sua promessa sposa potesse essere rapita di nuovo, Riccardo e Berengaria convolarono a nozze al Castello di Limassol, dando luogo così all’unico matrimonio reale celebrato fuori dall’Inghilterra.

Le coste rocciose e insidiose presso Episkopi (foto: Claudia)

9. LA SPIAGGIA DOVE NACQUE AFRODITE

La certezza è che a Cipro sentirete sicuramente parlare di lei, la dea della bellezza Afrodite. Il motivo è molto semplice: la leggenda vuole che la dea sia emersa dalle acque e sia approdata sulle rive della spiaggia di Petra tou Romiou, letteralmente “le pietre di Romios“. Perché questo nome insolito?

Perché un’altra leggenda legata a questo luogo suggestivo è questa: un eroe popolare, Dhiyenis Akritas detto Romios, per scacciare i pirati dalle coste dell’isola avrebbe scagliato enormi rocce contro le navi degli invasori.

Che queste leggende siano vere o no, resta il fatto che Petra tou Romiou è una spiaggia decisamente scenografica e parecchio fotogenica.

La spiaggia dove la tradizione vuole che Afrodite sia emersa dalle acque (foto: Claudia)

10. LAZZARO, ALZATI E CAMMINA (E VAI A CIPRO)

Tutti conosciamo la storia di Lazzaro. Quando Gesù giunse a Betania, Lazzaro era morto gà da quattro giorni, così chiese di rimuovere la pietra del sepolcro e chiamò l’amico, il quale si levò dal giaciglio e uscì vivo e vegeto dalla tomba.

D’accordo, Lazzaro risorse dai morti, ma poi cosa gli successe? Nell’Antico Testamento e nei Vangeli non viene più nominato, ma la tradizione orientale vuole che Lazzaro giunse proprio a Cipro, dove divenne vescovo e rimase nell’episcopato per un trentennio. Fino alla morte. Quella definitiva, suppongo.

La Chiesa cattolica Agia Kyriaki circondata dalle rovine di Panagia Chrysopolitissa (foto: Claudia)

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Se conoscete altre curiosità su Cipro raccontatemele nei commenti! Spero che l’articolo (e le mie fotografie) vi siano piaciuti!

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Laura Fusconi | Volo di paglia

Quando arrivò alla curva del cespuglio di corniolo si fermò a guardare la Valle. Nel fienile i balloni c’erano ancora: lei e Luca avrebbero potuto giocare come sempre a Volo di paglia. L’avevano inventato insieme, quel gioco: Luca era stato il primo ad arrampicarsi sui balloni di fieno e a lanciarsi nel mucchio di paglia che c’era sotto. E poi aveva riso, dicendo che era la cosa più bella che avesse mai fatto [Laura Fusconi, Volo di paglia]

Luca e Lidia sono amici: lui vive in campagna, tra Agazzano e Verdeto, mentre Lidia vive a Piacenza e lo raggiunge solo durante l’estate. Appena Lidia lascia la città, corre a cercare Luca: l’idea è quella di trascorrere, come sempre, i pomeriggi a giocare a volo di paglia e a sfidare le proprie paure entrando nella casa della Valle.

Ma Luca, quell’estate del 1998, è diverso. Luca è taciturno, strano, evita di proposito Lidia e parla sempre di una bambina che si chiama Lia. Per quanto si sforzi, Lidia non riesce a capire chi sia questa Lia, ma la odia perché le ha portato via il suo migliore – e unico – amico.

La Casa della Valle, quella struttura diroccata che inquieta le campagne e i suoi abitanti, nasconde una serie di segreti perché venne abitata dalla famiglia Draghi e tutti, negli anni del fascismo, temevano la famiglia Draghi. Gerardo Draghi, nel 1942, era il crudele ras della zona, sempre pronto a malmenare chi non la pensava, come il povero Don Antonio. Anche Tommaso e Camillo, oggi adulti e all’epoca solo bambini, avevano il terrore di Draghi. Perché si sa, Franco, il piccolo di Baldini, non era mica scomparso da solo.

Ed è una storia di dolore e morte, quella dei Draghi. Oggi, tutti loro sono scomparsi: Gerardo, Ada, Lia, Guglielmo e persino Stefano, il nipote di Gerardo, è morto molto giovane. Stefano è morto nel 1990 e Mara, la sua vecchia fidanzata dell’estate dell’incidente, è anche lei tra Agazzano e Verdeto per sfidare i suoi fantasmi e cambiare i suoi ricordi.

(…) all’interno della Valle ci abitava l’Ombra, un’entità che poteva assumere diverse forme e risucchiare le persone fino a inglobarle, facendogli perdere conoscenza (…) Se l’Ombra ti assorbiva, eri perduto. Non c’era nessun rimedio. Potevi solo concentrarti sulla luce, se c’era, per provare a salvarti [Laura Fusconi, Volo di paglia]

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Paese, Giuseppe Abbati (fonte: Wikipedia)

Volo di paglia” di Laura Fusconi (Fazi editore, 15.50 €) è una storia di fantasmi, sfide, paure, inquietudini e ricordi. La storia incomincia nel 1942 e si conclude nel 1998, circa cinquant’anni di vicende che si svolgono nelle campagne piacentine. Lo stile della Fusconi è molto semplice, perché il romanzo è raccontato quasi per intero guardando attraverso gli occhi dei bambini, i quali non capiscono cosa succeda nel mondo degli adulti; erano bambini Tommaso e Camillo e Lia nel 1942, sono bambini Luca e Lidia nel 1998. Mara non è una bambina, è una donna, e pur essendo alla ricerca di qualcosa di complesso, i suoi pensieri vengono descritti il più semplicemente possibile.

Il romanzo è un continuo salto temporale, avanti e indietro nel tempo: inizialmente ci si deve aggrappare a nomi ed eventi, per non perdersi nel flusso della storia. Poi, man mano che la narrazione incede, si incomincia a mettere a fuoco la storia, che assume via via dei contorni sempre più inquietanti.

Pur collocando i fatti narrati in un tempo preciso – dagli anni del fascismo a pochi anni prima del Duemila – la Fusconi riesce a dare alla storia una connotazione onirica, come sospesa nel tempo. Questo perché, a distanza di anni, dai bambini degli anni quaranta a quegli degli anni novanta, sembra essere cambiato poco: i timori legati alla Valle sono le stesse, come identiche sono le voci e le leggende che aleggiano sul Bosco delle Fate e il Bosco delle Streghe.

E anche il Volo di paglia è lo stesso: ci giocavano Camillo, Tommaso e Lia, da bambini, e anni dopo ci giocano Luca e Lidia, nello stesso fienile, come una continua, inquietante simmetria che solo alla fine avrà un punto di svolta diverso. Camillo, ormani affetto da demenza senile, riuscirà con un gesto a mettere in salvo chi nel passato non gli riuscì di salvare.

Titolo: Volo di paglia
L’Autrice: Laura Fusconi
Editore: Fazi editore
Perché leggerlo: perché è una storia narrata in modo semplice, ma che nasconde inquietudini e segreti. Più ci si addentra nelle vicende, più si fa chiaro ed emergono i fantasmi che popolano il romanzo e tormentano i protagonisti

(© Riproduzione riservata)

Viaggio a Cipro, pensieri emotivi sparsi di un microcosmo di meraviglie

Tappa d’ogni passante e posteggio d’ogni guerra
Fui pianta che della furia dei venti sta nel mezzo.
E nonostante tutte le bufere che mi si son precipitate
(…) Non m’hanno sdradicata, ché profonde erano le mie radici.
(…) M’hanno sconvolta, piegata e m’han tagliato i rami,
Eppure dentro di me radice e cuore stanno saldi.

Vasilis Michailidis

L’isola di Cipro, laggiù alla periferia sudorientale dell’Europa, è un microcosmo di meraviglie. Lo avevo immaginato mentre organizzavo il nostro viaggio e una volta arrivati ne abbiamo avuto conferma. Cipro è un’isola più vicina all’Asia che all’Europa, e a causa della sua posizione geografica è stata conquistata e invasa nel corso della sua millenaria storia.

La storia di Cipro non può prescindere da ciò che l’isola è oggi, su queste frastagliate coste di calcare molti popoli e culture sono passati: fenici, minoici, greci, egiziani, persiani, romani, bizantini, crociati, veneziani, turchi, inglesi. Ognuno di loro ha preso e lasciato qualcosa: l’isola è costellata da splendidi siti archeologici minoici, greci e romani, curatissimi e meravigliosi.

Infine, quarantaquattro anni fa Cipro è stata vergognosamente divisa: a nord i turco-ciprioti e a sud i greco-ciprioti. Le popolazioni turche che vivevano a sud hanno dovuto andare a nord, e viceversa per le genti greco-cipriote. A Kouklia, vicino Pafos, ci sono i resti delle case turche, abbandonate in gran fretta e oggi in rovina, forse come monito di ciò che l’esodo delle popolazioni è stato.

Da un cuore pietrificato,
che soltanto il pianto disseta,
che altro germoglia se non
spine e rovi?

Andis Pernaris

Kouklia, parte del villaggio abbandonato (foto: Claudia)

Per tutti questi motivi l’isola è risultata così affascinante ai nostri occhi e abbiamo deciso di visitarla, viverla intensamente, scoprirla, cercare di capirla.

L’itinerario realizzato ci ha portati alla scoperta di alcuni punti davvero suggestivi dell’isola, un paio addirittura intatti e non contaminati. Sui Monti Troodos abbiamo guidato per chilometri e chilometri vedendo solo alberi, montagne, piccole chiesette e scorci sulla parte turca dell’isola. Ci è capitato di trovare una spiaggia deserta, tutta per noi, e una quasi deserta, un po’ impervia da raggiungere ma si sa che le cose più difficili da trovare sono le più belle.

On the road nella penisola di Akamas (foto: Claudia)

Il periodo è stato perfetto, a settembre il sole brilla sempre e il costante vento tiepido regala cieli di un blu abbagliante, la luce avvolge prepotentemente ogni cosa: gli ulivi arroccati nelle campagne brulle, i profumati cedri dei Monti Troodos, le baie che compaiono all’improvviso, le vestigia greche e romane, e il grande lago salato dell’Akrotiri. L’acqua del mare è così calda che un bagno è d’obbligo.

Ma è quando arriva l’ora del tramonto, l’ora più bella, che le emozioni aumentano. Le scogliere di calcare da bianche diventano rosa, copiando il cielo che rapido si tramuta, e il colore mare si trasforma di nuovo. I ciottoli della spiaggia di Petra tou Romiou si scuriscono ancora, l’acqua imperterrita li leviga e l’ultima luce li accarezza. Mi commuoverò per sempre a ricordarmi di quanto sono stata felice ad ammirare simili tramonti.

Bello adagiarsi in questa eterna marea,
nelle braccia degli imperscrutabili abissi.
Bello sentirne il canto nelle dolci notti d’autunno,
lontano dalla tempesta, lontano dal silenzio.
Tra poco la bassa marea getterà le sue reti
per irretire nel suo fascino il mare che s’è incantato
e che ininterrottamente ritma l’eco della vita.

Xanthos Lysiotis

Tramonto a Petra tou Romiou (foto: Claudia)

Le emozioni, a Cipro, sono forti come il caldo. Ci si riempe davvero gli occhi di meraviglia, soprattutto se si ha la sensibilità di apprezzare i piccoli dettagli, perché è nelle cose piccole e all’apparenza insignificanti che si nasconde la bellezza. Si vive intensamente, inebriati dalla curiosità di vedere cosa nasconde la prossima curva.

In otto giorni di viaggio abbiamo percorso 1047 chilometri, dalle coste dell’ovest siamo giunti nel cuore delle montagne e abbiamo raggiunto la capitale Nicosia. Per più di 80 chilometri abbiamo guidato su strade di montagna e per circa 20 chilometri abbiamo guidato su piste sterrate e polverose. Ci siamo stancati per il caldo ma ogni sera, a riguardare le fotografie e a ripensare ai luoghi, avevamo il cuore felice.

*

Il nostro itinerario ha toccato molte zone dell’isola, lo avevo studiato per vedere più cose possibili e il maggior numero di panorami e ambienti. Ecco l’itinerario in sintesi con qualche consiglio:

GIORNO 1 – PAFO

Per raggiungere Pafo abbiamo preso un volo diretto Ryanair dall’aeroporto di Bergamo Orio al Serio (costo 85 Euro a/r), abbiamo noleggiato una piccola Kia per una settimana al prezzo di 189 Euro con la Cyprus Car Hire, abbiamo alloggiato a Kato Pafo agli appartamenti Panklitos, a pochi passi dalle Tombe dei Re, al prezzo di 260 Euro per sette notti.

Arrivati a Pafo nel pomeriggio, una volta sbrigate le formalità per il noleggio dell’auto e il check in nel residence, siamo corsi ad ammirare il primo tramonto cipriota sulla spiaggia di fronte al faro di Pafo.

Un consiglio: a Cipro si guida a sinistra, come nei Paesi anglosassoni, ma i ciprioti guidano in modo prudente e tranquillo, la velocità consentita nei centri abitati è molto bassa (da 30 a 50 km/h) e in autostrada di 100 km/h e praticamente tutti rispettano i limiti. Le autostrade di Cipro sono gratuite. La valuta è l’Euro e le prese sono come quelle inglesi, quindi è meglio munirsi di adattatore. Cipro mi ha dato l’impressione di essere davvero un posto sicuro.

GIORNO 2 – AD OVEST DI PAFO E PENISOLA DI AKAMAS

Il primo giorno di visita lo abbiamo dedicato alla zona ad ovest della città di Pafo. Il nostro giro è stato il seguente: il quartiere turco di Pafo, il Monastero ortodosso di Agios Neofytos (vedere sotto il protico il pope che puliva le verdure mentre chiacchierava con le donne che lo aiutavano mi ha dato l’idea di sbirciare un po’ nella sua vita), le Gole di Akamas, la spiaggia di Lara nella penisola di Akamas, piena di nidi di tartarughe.

Un consiglio: per raggiungere la spiaggia di Lara la strada è sterrata per cui si consiglia di andare molto piano se non dispone di un mezzo fuoristrada e di prestare attenzione alla caduta massi dalle pareti. Per affrontare un pezzo del sentiero nelle Gole di Akamas sarebbe meglio indossare scarpe da ginnastica perché si rischia di scivolare sulle rocce bagnate.

Spiaggia di Lara, penisola di Akamas (foto: Claudia)

GIORNO 3 – MONTI TROODOS, VALLE DEI CEDRI E DISCESA AL GOLFO DI CRYSOCHOU

Un’intera giornata sui monti, passando da zero metri sul livello del mare alla quota massima di 1450 m sul livello del mare. Visita al paesino di Kakopetria, al Santuario di Throni e alla tomba dell’Arcivescovo Makarios III, al Monastero di Kykkos e alla spiaggia di Polis nel golfo di Crysochou.

Un consiglio: addentratevi nelle montagne di Cipro solo se siete guidatori esperti e se non soffrite il mal d’auto perché ci sono infinite curve e per moltissimi chilometri non ci sono paesi. Prestare molta attenzione alla caduta massi dalle pareti che spesso invadono la carreggiata. Infine, non sottovalutate le distanze.

Affreschi al Monastero di Kykkos (foto: Claudia)

GIORNO 4 – ANTICA KOURION, BAIA DI EPISKOPI, SANTUARIO DI APOLLO YLATIS E PETRA TOU ROMIUO

Visita al sito archeologico di Kourion, che si affaccia sul paese omonimo e sosta alla spiaggia di Kourion. Nel pomeriggio, visita al Santuario di Apollo Ylatis e sosta alla spiaggia di Zapalo, selvatica e spettacolare. Rientrando verso Pafo, sosta a Petra tou Romiuo, la più scenografica spiaggia del distretto di Pafo, dove la leggenda vuole che sia nata la dea Afrodite.

Un consiglio: i siti archeologici a Cipro costano poco, sono molto curati  e decisamente grandi. Aprono presto al mattino e causa il gran caldo dei mesi estivi, sarebbe meglio visitarli al mattino presto. Tutti i siti archeologici che ho visitato disponevano di parcheggi gratuiti, servizi e di macchinette automatiche per acquistare bibite fresche. Il personale è gentilissimo.

Sito archeologico di Kourion (foto: Claudia)

GIORNO 5 – SITI ARCHEOLOGICI A PAFO, WHITE RIVER BEACH E CORAL BAY

Visita a due spettacolari siti archeologici a Pafo: le Tombe dei Re e il Parco Archeologico di Pafo con i suoi bellissimi mosaici di stampo mitologico. Nel pomeriggio, mare alla selvatica White River Beach e alla più classica Coral Bay, una spiaggia attrezzata perfetta per bambini e famiglie.

Sito archeologico delle Tombe dei Re (foto: Claudia)

GIORNO 6 – NICOSIA (SUD e NORD)

Giornata dedicata alla capitale di Cipro, la città di Nicosia. Appassionata di confini, non vedevo l’ora di attraversare i varchi a Ledra Street, dove dopo il controllo dei documenti (da entrambe le parti, sia greco-cipriota che turco-cipriota) si transita per pochi metri nella “buffer zone”, la Linea Verde tracciata dagli inglesi quando l’isola è stata divisa.

Tra le due parti ho di gran lunga preferito la parte turca, più pittoresca e colorata. A Nicosia Nord ho adorato le moschee e il caravanserraglio. I turco-ciprioti sono persone squisite e gentilissime tanto quanto i greco-ciprioti. Provate a bere il caffé turco: io l’ho allungato due volte con l’acqua tanto era forte!

Un consiglio: parcheggiate l’auto fuori le mura, i parcheggi costano poco e sono custoditi (3.50 euro per 6 ore). Il traffico a Nicosia può essere sfiancante. Nicosia è una città che mi ha dato l’impressione di essere tranquilla e sicura, non ho avvertito nessuna tensione tra le due parti. Nella parte turca di Nicosia sono accettati gli euro e per entrarci basta esibire la carta di identità, doppio controllo al check point di Ledra Street.

Il Caravanserraglio di Nicosia Nord (foto: Claudia)

GIORNO 7 – CAPO ASPRO A PISSOURI, SITO DI PALAI PAPHOS A KOUKLIA

Mattinata dedicata a rivedere la spiaggia di Petra tou Romoiu e alla scoperta della baia di fronte a Pissouri. Visita al sito di Palai Paphos, la vecchia Pafo, che ha resistuito i resti del tempio di Afrodite e lo splendido mosaico di Leda e il cigno.

Sito archeologico di Palai Paphos (foto: Claudia)

GIORNO 8 – VOLO PAFO-BERGAMO

Il nostro bellissimo viaggio a Cipro si conclude con un volo con orario da vampiri, ma siamo così felici che non ci facciamo caso.

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CONSIGLI DI LETTURA

  • Cipro. Nicosia, Pafos, Famagosta, i monasteri sui monti Troodos, le baie e le vestigia greche” Guide Verdi d’Europa, Touring Editore
  • Cipro nella letteratura. Prosa e poesia“, AA. VV., Argo editore
  • Un album di storie” di Andonis Gheorghìu, trad. V. Gilardi, Stilo editore
  • L’Aurora” di Victoria Hislop trad. M. ed E. Gislon, Bompiani

 

Per me Cipro è stato concentrato di bellezze, un’isola che vale davvero la pena di visitare e che se vista con occhi curiosi, sono certa che saprà regalare immense emozioni.

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