Orhan Pamuk | Istanbul

Dove sta il segreto di Istanbul? Nella miseria di chi vive accando alla sua grande storia, nel suo condurre segretamente una vita chiusa di quartiere e di comunità, nonostante fosse così aperta agli influssi esterni, oppure nella sua vita quotidiana costituita di rapporti infranti e fragili, dietro la sua chiara bellezza monumentale? In realtà ogni frase sulle caratteristiche generali di una città, sulla sua anima e sulla sua essenza, si trasforma in un discorso sulla nostra vita, e soprattutto sul nostro stato d’animo. La città non ha altro centro che noi stessi [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

Istanbul” di Orhan Pamuk (trad. S. Gezgin, Einaudi) è il favoloso ritratto della città natale di Pamuk raccontata attraverso le sue emozioni personali, le sue lunghe passeggiate lungo il Bosforo, i suoi primi disegni, la storia della sua famiglia.

I ricordi di Orhan Pamuk hanno un sapore enciclopedico e risalgono ai suoi primi anni di vita: Pamuk racconta se stesso bambino grazie ai ricordi dei suoi genitori, quelle vicende raccontate ma che col tempo si ha la sensazione di averli vissuti in prima persona.

Negli anni Cinquanta, la grande famiglia Pamuk vive a Palazzo Pamuk, a Nişantaşı, tutti assieme, proprio come le antiche famiglie ottomane. I pianoforti mai suonati e le tazzine dei preziosi servizi da tè, sempre intrappolate nelle buie e polverose credenze chiuse a chiave, trasmettono una grande tristezza al piccolo Orhan, che cerca di curarla saltando sulle preziose poltrone del salotto, mentre la nonna lo ammonisce.

Pamuk è il cognome che si sono scelti in seguito alla Legge sul cognome emanata da Atatürk: essendo chiari di viso, i nonni di Orhan avevano scelto di nominarsi “Pamuk”, che in turco significa “cotone”. La politica di Atatürk era quella di occidentalizzare i turchi, renderli meno asiatici e più affini all’Europa; è così che molti turchi hanno iniziato a sentirsi divisi tra le vecchie tradizioni turche, molto asiatiche, e le nuove mode, molto europee.

L’impero ottomano è crollato da tempo, ma quel sentimento di sconforto e tristezza nel cuore dei turchi è ancora ben presente. Crollano le antiche dimore dei pascià, le loro splendide ville sul Bosforo prendono fuoco e nessuno se ne cura. Sono pezzi del passato che se ne va, mentre il futuro avanza.

Il sentimento di tristezza in cui era immersa la città, senza possibilità di liberarsene, simile a quello che provavo io ascoltando la musica “turca” che mia nonna seguiva muovendo la punta della pantofola, era qualcosa che mi spingeva a costruire un mondo di sogni, se non volevo farmi cogliere da un’ansia mortale [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

Nei primissimi e reali ricordi Pamuk vede Istanbul come una fotografia in bianco e nero. Pamuk ama soprattutto l’inverno; le notti di nebbia e le sirene delle navi che attraversano il Bosforo; la neve che ricopre i minareti delle moschee; il buio che incede lungo le viuzze; la luce pallida e triste dei lampioni a gas; le figure nere e veloci che rientrano in casa; le case di legno crollate, bruciate, divelte; il ghiaccio del Danubio che galleggia sul Bosforo.

Orhan Pamuk racconta del rapporto conflittuale con suo fratello e con la religione islamica – suo e della sua famiglia, una famiglia molto laica e quasi disinteressata ai precetti del Corano – e del suo unico e disastroso digiuno di un giorno per il Ramadan. Racconta del suo primo amore per Rosa Nera, un amore passionale quanto disperato. Racconta della sua passione per il disegno, Istanbul è ovviamente il suo soggetto prediletto, e della decisione di iscriversi ad Architettura e di quella, travagliata, di lasciare Architettura e diventare scrittore.

A quindici anni cominciai a disegnare ossessivamente panorami di Istanbul. Non era un amore speciale per la città a spingermi a farlo. Non sapevo e non volevo disegnare nature morte o figure umane. Il resto del mondo, cioè tutto quello che vedevo quando uscivo di casa o guardavo dalla finestra, era in ogni caso Istanbul [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

In “Istanbul” Pamuk non favoleggia solo se stesso: descrive Istanbul anche attraverso gli scrittori turchi classici da lui molto amati; gli scrittori europei; i pittori europei che tentarono di intrappolare per sempre Istanbul su tela; e soprattutto, Pamuk racconta la sua città attraverso le persone comuni.

Da bambino mi occupavo poco dei bizantini, come la maggior parte dei turchi. Durante l’infanzia, quando sentivo dire bizantino mi venivano in mente le vesti e le barbe sinistre dei preti greci ortodossi, gli archi bizantini sparsi per la città, le vecchie chiese di mattone rosso e quelle di Santa Sofia (…) Uno dei più grandi divertimenti della mia infanzia era andare con mia madre a fare acquisti a Beyoğlu, ed entrare e uscire da diversi locali gestiti da greci [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

“Istanbul” si trasforma così in un contenitore di ricordi, storie e sogni, dove persone, oggetti e fatti si intrecciano componendo un incantevole mosaico. La narrazione di Orhan Pamuk è sempre sospesa tra sogno e realtà, dalla quale si manifesta in chiaro l’amore sincero e vero che Pamuk nutre verso Istanbul. Le immagini che l’autore turco compone sono talmente meravigliose che mi sono spesso ritrovata a tornare indietro e a rileggere alcuni brani, come quando descrive l’arrivo della sera mentre è in salotto con la sua famiglia:

Quando vedevo che il colore del Bosforo e quello del cielo si trasformavano in un blu scuro e affascinante col tramonto, notavo che sulle grandi finestre che davano sullo stretto, alla luce arancione della lampada, non si rispecchiavano più i suoi panorami, o i traghetti e i battelli della linea Beşiktaş-Üsküdar, o i fumi delle navi, ma l’interno della nostra casa [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

Oppure, come quando crea paragoni romantici e struggenti parlando del sentimento chiamato “hüzün“, una sorta di tristezza generata da una perdita, la quale comporta dolore e afflizione spirituale:

Per me la tristezza è come il vapore sui vetri delle finestre, creato da una teiera che bolle continuamente in una fredda giornata d’inverno, perché non ha un istante di trasparenza e appanna la realtà (…) [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

“Istanbul” di Orhan Pamuk è un caleidoscopio di volti, sogni, sentimenti, fatti, oggetti, arricchito dalle splendide fotografie, rigorosamente in bianco e nero, del fotografo turco Ara Güler.

Le meravigliose fotografie che Ara Güler espone nel suo album Istanbul smarrita ritraggono uno dopo l’altro i sobborghi pittoreschi, Beyoğlu e la Istanbul della mia infanzia con i suoi tram, i suoi viali lastricati, i suoi cartelloni pubblicitari e la sua atmosfera in bianco e nero, sottolineando la stanchezza, l’invecchiamento e la tristezza della città [Istanbul, Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

“Istanbul” è un libro che ho amato profondamente, dalla cui lettura è nata una profonda emozione come di rado mi succede. È un libro che consiglierei a chi ha già avuto la fortuna di visitare Istanbul, a chi in futuro visiterà Istanbul o chi semplicemente sogna questa città adagiata lungo il Bosforo e a chi cerca un libro capace di ammaliare, sedurre e incantare.

I poeti e i pittori di Istanbul avevano rivolto il loro sguardo verso l’Occidente, a tal punto da non vedere più la città: si dibattevano per appartenere all’era moderna, con i filobus e i manifesti pubblicitari sul ponte di Galata. Invece io non  ero abituato alla tristezza, che era il prezzo per vedere la città: forse ero la persona più lontana dalla malinconia, io, il bambino felice e giocherellone, e non volevo abituarmi a questo sentimento (…) Il fascino di questa città, la ricchezza o il mistero della sua storia, perché dovevano essere un rimedio al nostro dolore? Forse amiamo il posto in cui viviamo solo perché non abbiamo altra soluzione, come in famiglia. Ma dobbiamo scoprire dove e perché amarlo [Istanbul Orhan Pamuk, trad. S. Gezgin]

Titolo: Istanbul
L’Autore: Orhan Pamuk
Traduzione: Şemsa Gezgin
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: a chi cerca un libro capace di ammaliare, sedurre e incantare

(© Riproduzione riservata)

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Percorsi di lettura: come cambiano e come si creano nel tempo

I gusti letterari cambiano con il tempo: chi cura un blog letterario se ne rende facilmente conto sfogliando le recensioni più datate. Dalla rilettura dei miei articoli più vecchi è nata una serie di riflessioni legate alla scelta delle mie letture e alla creazione dei miei percorsi di lettura.

Durante le calde estati dei primi del Duemila, leggevo solo thriller americani o divoravo caterve di gialli firmati dalla Christie; sebbene oggi legga ogni tanto qualche libro giallo, non è più il mio genere prediletto: è palese che nel passaggio dall’adolescenza alla maturità cambino, spesso drasticamente, le preferenze letterarie.

In questo articolo proverò a spiegare come sono cambiati i miei gusti letterari nel corso del tempo, come scelgo un libro da leggere e come sto creando i miei percorsi di lettura.

 

Il ritorno della voglia di leggere

Quando ho aperto il blog “Il giro del mondo attraverso i libri” mi stavo riaffacciando al mondo della lettura. Nel corso della mia vita non ho letto in modo costante: se durante gli anni del liceo leggevo con perseveranza, negli anni dell’Università ho letto ben poco.

Una volta riacquisito un po’ di tempo libero, con esso è tornata anche la voglia di leggere. Nel 2012 il blog non era ancora nato, sebbene accarezzassi l’idea di aprirne uno su modello di quelli che all’epoca stavano nascendo; quando ho ripreso a leggere con assiduità, però, mi sono accorta che i thriller americani e i gialli non mi davano più le stesse soddisfazioni.

Era necessario capire cosa mi sarebbe piaciuto leggere, essendo più adulta e matura, e quindi avviare un percorso di lettura che mi appagasse e mi aiutasse a crescere e a formarmi. Ma come districarsi in mezzo a tanti libri?

I consigli dei lettori 

All’epoca lavoravo a Torino e spesso facevo un salto alla Libreria Feltrinelli della Stazione Porta Nuova. Si tratta di una grande libreria, molto fornita, ricchissima di testi nuovi e classici, un luogo pieno di ispirazioni. Eppure, avevo difficoltà a scegliere, così avevo deciso di affidarmi ai consigli degli altri lettori.

Seguivo una particolare pagina Facebook collegata ad un blog collettivo: in questi spazi digitali pescavo i consigli di lettura. Grazie ai suggerimenti degli utenti ho letto autori e autrici classici e più moderni.

Suppongo che quei consigli, oggi, forse non li seguirei pedissequamente come allora, per un motivo molto semplice: quando ho deciso di aprire il blog, è nato il mio progetto di compiere il giro del mondo attraverso i libri. Pertanto iniziavo ad avere necessità di leggere romanzi o libri più particolari e soprattutto volevo “scoprirli” in prima persona e, magari, dispensare io stessa consigli agli altri lettori.

Tra le tante letture quali scegliere? (foto: Claudia)

Come scelgo le mie letture

Per prima cosa, io leggo il nome dell’autore e la sua biografia; poiché sono soprattutto interessata alla narrativa straniera, mi affascinano in modo particolare gli autori e le autrici che raccontano appunto di luoghi e situazioni lontane dalla mia, senza però disdegnare la letteratura italiana.

Vi sono poi una serie di discriminanti che mi portano a propendere per una lettura o l’altra:

  • Vicende personali: se un libro è ambientato in un luogo che mi intriga, conosciuto o ancor meglio a me sconosciuto; se il libro ha come sfondo un’epoca storica alla quale sono legata; se il libro è stato scritto da un autore o un’autrice che ho già apprezzato; se la trama del libro presenta una realtà talmente diversa dalla mia da risultare affascinante ai miei occhi di lettrice italiana.
  • Un viaggio in programma: corollario della discriminante sopra, un viaggio in programma in un certo luogo mi porta a cercare romanzi o altri generi ambientati in quel determinato posto. A mio avviso non c’è nulla di meglio che leggere un libro ambientato nel luogo che si andrà a visitare: quando stavo organizzando il viaggio a Lisbona il bellissimo “Sostiene Pereira” mi ha incantata e sono certa che il mio soggiorno lusitano non sarebbe stato così emozionante senza la compagnia pregressa del caro dottor Pereira.
  • Libri dentro ai libri: quando si legge un libro è possibile che tra le righe siano citati altri libri; vuoi perché il protagonista della storia è un brillante lettore; vuoi perché l’Autore sente di dover citare i libri che lo hanno ispirato o le sue letture del cuore; vuoi perché ci si appassiona ad una certa letteratura o un certo luogo e, una volta finito di leggere, si ha voglia di approfondire e conoscere.

Come creare un percorso di lettura

Un percorso di lettura si avvia quando si decide di leggere libri che hanno elementi in comune e che forniscono un sguardo completo e preciso a proposito di un luogo, un argomento, un’epoca storica. 

Tra i miei percorsi di lettura:

  • Un luogo: le Repubbliche Baltiche, tre stati che ho amato e che ho potuto scoprire prima grazie ai libri e quindi grazie ai viaggi veri e propri.
  • Un argomento: le frontiere, un tema vastissimo e molto attuale che mi interessa approfondire attraverso storie, testimonianze, atlanti e saggi.
  • Un’epoca storica: l’era sovietica, con i racconti di viaggio, di autori sovietici e stranieri, e i romanzi ambientati nei paesi che facevano parte dell’Unione Sovietica, sempre di autori sovietici o stranieri.

I temi da scegliere sono tantissimi, tanti quanto le proposte di lettura che si possono trovare in libreria o in biblioteca: diventa necessario scegliere un argomento che appassiona e su questo impostare il proprio percorso di lettura, che si arricchirà man mano di spunti.

Una volta scoperto l’argomento oggetto del proprio interesse, è necessario selezionare le letture. Si può partire ricercando autori e autrici nati un determinato luogo o che hanno operato fotografando una precisa epoca storica (se state impostando un percorso legato al luogo o all’epoca); oppure cercare per argomento, lasciando da parte la nazionalità di chi scrive, concentrandosi sui titoli dei libri e sulle idee che sviluppano.

Dove cercare le letture?

  • In biblioteca, e sono certa che i bibliotecari saranno felici di aiutarvi a cercare libri sul vostro argomento, mostrandovi magari proposte che diversamente vi sfuggirebbero;
  • In libreria, dove i libri sono divisi per sezioni e spesso persino per argomento, per facilitarvi ulteriormente;
  • In rete, seguendo blog letterari o iscrivendovi alle newsletter degli editori che pubblicano libri che accendono il vostro interesse.

All’inizio potrà sembrare difficile, ma come scrivevo qualche riga fa, nei libri ci sono altri libri e sono certa che molti spunti di lettura li troverete proprio grazie ai primi volumi letti.

Man mano che leggerete, aggiornerete la vostra lista dei libri da leggere, o addirittura deciderete di approfondire nuovi argomenti scoperti proprio grazie a quelle letture.

Stefano Malatesta | Il cammello battriano. In viaggio lungo la via della seta

La storia dell’Asia Centrale si confonde con la storia dei popoli nomadi di ceppo mongolo, turco o tunguso. Non esistevano territori occupati stabilmente, ma pascoli, con mandrie che cercavano l’erba e cavalieri che seguivano le mandrie. Prima dell’unificazione effettuata da Gengis Khan, che pose tutte le tribù mongole sotto la bandiera dei mongoli blu, una parte dell’attuale Mongolia era turca. E ancora oggi un popolo turco, gli yakuti, occupano a nord dei tungusi il nord-est della Siberia [Il cammello battriano, Stefano Malatesta]

Stefano Malatesta è un giornalista e viaggiatore italiano. Da sempre appassionato di Storia, studiando gli oggetti esposti nelle sale d’arte orientale del British Museum di Londra, Malatesta scopre un rotolo buddhista, chiamato Diamond Sutra, il quale parrebbe stampato nel 866 d.C. in Cina, sei secoli prima della famosa Bibbia di Gutemberg.

Il prezioso oggetto è stato portato in Inghilterra dagli archeologi che lavorarono in un’oasi sperduta nel Turkestan Cinese, una regione della Cina dove la maggioranza è composta dagli uiguri, un’etnia turcofona e mussulmana, non distante dal temibile deserto del Taklamakan. La scoperta dell’intrigante rotolo è il pretesto per intraprendere un viaggio lungo uno dei tanti rami della Via della Seta.

Il viaggio di Stefano Malatesta inizia da Peshawar, in Pakistan, al cospetto di alcune delle montagne più alte del pianeta, e attraversa una parte del desolato altopiano del Pamir tagiko.

Il Pamir, che gli arabi chiamavano Bam-Dunya, il Tetto del Mondo, si trova alla latitudine del Mediterraneo, ma non nasconde da nessuna parte quei piccoli paradisi verdeggiandi come altrove nell’Himalaya. E’ una steppa gelida, spazzata dal vento come le montagne che le circondano. L’aridità dell’aria provoca una rapidissima evaporazione su qualsiasi superficie e i rari viaggiatori primaverili rimangono stupefatti quando le valanghe staccatesi dalle cime vaporizzano in nuvole d’argento prima di toccare il suolo (…) Nei tremila chilometri quadrati che costituiscono il cuore di ghiaccio e neve del Pamir, ci sono 1500 ghiacciai, di cui almeno 30 superano qualsiasi ghiacciaio delle Alpi [Il cammello battriano, Stefano Malatesta]

Dopo aver valicato i passi che uniscono Pakistan e Tagikistan, Malatesta scende in CIna e il suo itinerario tocca la millenaria città di Kashgar, nel Turkestan Cinese.

I cavalli erano la maggiore attrazione del mercato (…) Rimasi incantato ad ammirare i volteggi scuri, gli arresti imperiosi, la scioltezza morbida con cui stavano in sella i cavalieri che venivano dalle steppe. Kirghisi, kazaki, mongoli, uiguri, tagiki, che d’estate salivano dalla pianura per raggiungere i grassi pascoli delle montagne. Ma la domenica riscendevano, attratti dal mercato di Kashgar. La città esiste da almeno duemila anni. Ma la domenica riscendevano, attratti dal mercato di Kashgar. La città esiste da almeno duemila anni [Il cammello battriano, Stefano Malatesta]

Antica mappa che mostra i luoghi lungo la Via della Seta (fonte: Wikipedia)

L’obiettivo di Malatesta è quello di seguire le tracce degli archeologi – alcuni senza scrupoli – che qui scavarono giungendo a scoperte grandiose. Il viaggiatore italiano prosegue ancora nellla regione del Xinjiang, alla ricerca delle famose oasi, con la bussola sempre puntata verso est. Raggiunge infine Tun-huang, alle pendici dell’imponente catena montuosa dello Nan Shan.

Dando un semplice sguardo alla carta geografica ci si accorge che l’Asia Centrale non appartiene né alla Russia né alla Cina, e nemmeno a se stessa. Appartiene al vuoto [Il cammello battriano, Stefano Malatesta]

Il cammello battriano” è il racconto del lungo itinerario che Stefano Malatesta ha seguito attraverso Pakistan, Tagikistan e Turkestan Cinese. Nel corso del viaggio, Malatesta snocciola aneddoti, curiosità, storie e fatti legati a questa affascinante quanto sconosciuto frammento d’Asia, riuscendo perfettamente nell’intento di appassionare e stupire il lettore.

Una regione da sempre attraversata da carovane, uomini e oggetti che viaggiavano lungo l’asse ovest-est; le merci provenienti dall’estremo Oriente erano richieste in Occidente, e proprio grazie a questi scambi commerciali hanno anche circolato idee, religioni, culture, saperi. Qui si sono mescolate popolazioni per secoli, tanto che non è raro trovare alcune etnie con caratteri spiccatamente nordici, quali occhi azzurri e capelli chiari, come i cafiri del Palistan, o come le mummie del Tarim, una serie di corpi che mostrano spiccati caratteri caucasici ritrovati lungo il fiume Tarim risalenti a circa 2000 anni prima di Cristo.

La grande ricchezza dell’Asia Centrale sta nel fatto di essere stata, per molti secoli, una sorta di terra di mezzo che tutti dovevano attraversare. Era questo settore il fulcro, il motore del mondo dell’epoca. E come ricorda Stefano Malatesta, è vero che le civiltà sono nate una volta che l’uomo ha messo radici, ma senza il movimento – di uomini, oggetti, idee – non saremmo arrivati ai livelli culturali oggi.

La presenza dei nomadi metteva allegria. Sappiamo che le civiltà sono nate quando i popoli migratori sono diventati stanziali. Ma qualcosa continua a suggerirci che la nostra natura consiste nel moto e che la quiete assoluta è la morte [Il cammello battriano, Stefano Malatesta]

Titolo: Il cammello battriano
L’Autore: Stefano Malatesta
Editore: BEAT Edizioni
Perché leggerlo: perché è un viaggio attraverso i secoli e lungo uno dei molti rami della Via della Seta, luoghi che ancora oggi, dopo tanto tempo, hanno il potere di affascinare il viaggiatore moderno

(© Riproduzione riservata)

Paolo Ferruccio Cuniberti | Ultima Esperanza

Valparaíso, 10 gennaio 1869. In questa data, io Federico Sacco, veterinario, zoologo e naturalista, nato Piemontese e ora Italiano, mi accingo a redigere le prime note del mio diario di viaggio verso la Terra Australe altrimenti detta Patagonia. E che Dio mi protegga [Ultima Esperanza, Paolo Ferruccio Cuniberti]

Nel maggio del 1872 i soci della Società Geografica Italiana si riuniscono a Firenze. Lo scopo della riunione è quello di leggere e commentare il diario di Federico Sacco, giovane veterinario piemontese, del quale nessuno conosce il destino, poiché partito nel gennaio del 1869 per svolgere una spedizione naturalistica nelle Terre Australi, finanziata da privati e dalla Società Geografica stessa, è misteriosamente scomparso.

Solo poche lettere sono state scritte dal Sacco, destinatari la famiglia e la Società Geografica. A seguire, solo il silenzio. Ma all’improvviso giunge a Firenze uno dei due diari di Federico Sacco: il diario con le annotazioni scientifiche e naturalistiche non è pervenuto, ma i membri della Società Geografica possono leggere il diario personale.

Prende avvio l’avvincente e intrigante lettura delle annotazioni del Sacco, le quali iniziano nel gennaio del 1869, una volta raggiunta – dopo un lungo viaggio faticoso ed estenuante – la città di Valparaíso. Quando Federico Sacco racconta del suo ambizioso progetto ai compagni di nave, tra una tempesta e l’altra, alcuni di essi lo prendono per pazzo: Sacco non sa cosa lo aspetta, le Terre Australi sono selvagge, difficili da attraversare e soprattutto abitate da popolazioni indigene bellicose.

(…) percorrere una via di terra di oltre milletrecento miglia sul versante cileno della Patagonia da Puerto Montt fino a Punta Arenas è impossibile; i collegamenti avvengono solo via mare o passando oltre il confine argentino: sul lato del Pacifico è una miriade di isole, fiordi e canali; in terraferma i luoghi sono impraticabili con aspre e inaccessibili montagne a picco sul mare intersecate da valli glaciali. Lo vedrete con i vostri occhi (…) [Ultima Esperanza, Paolo Ferruccio Cuniberti]

Federico Sacco non si lascia intimidire dai commenti negativi delle persone che incontra; il veterinario è deciso ad affrontare il lungo viaggio nel cuore della Patagonia cilena sia per soddisfazione personale, sia per dovere nei confronti di chi lo ha gentilmente sponsorizzato.

Inizialmente, Sacco si unisce all’esercito del colonnello Cornelio Saavedra Rodríguez, un uomo senza scrupoli che cerca, con la violenza, di strappare le terre agli indigeni, nelle regioni del Bio-Bio. Staccatosi finalmente dagli altri bianchi, Federico Sacco può partire per il viaggio sognato, alla fine dell’ottobre del 1869, dall’isola di Chiloé.

Da questo punto in avanti, Federico Sacco potrà annotare ogni dettaglio, subirà furti e prepotenze, si ritroverà solo in mezzo al nulla, conoscerà avanzi di galera a Punta Arenas e gli indigeni aonikenk della regione di Ultima Esperanza. Vivrà una serie di avventure incredibili, peripezie che mai avrebbe immaginato, ma il punto fermo di tutto il suo viaggio sarà la costante meraviglia di trovarsi di fronte a luoghi e panorami di incomparabile bellezza che certamente nascondono clamorosi segreti.

Nel paesaggio primordiale in cui mi trovavo immerso, ho immaginato aggirarsi i mostruosi iguanodonti e gli altri giganteschi rettili che oggi sappiamo aver popolato il pianeta prima di noi. Mi sono convinto che se in futuro si avvieranno quaggiù sistematiche ricerche con appropriate spedizioni scientifiche, anche in questa parte di mondo non tarderanno ad emergere nuove e ancor più clamorose meraviglie. Chissà quali straordinarie vestigia di esseri antidiluviani affioreranno dagli abissi della preistoria di questo continente rimasto isolato così a lungo! [Ultima Esperanza, Paolo Ferruccio Cuniberti]

Patagonia cilena (fonte: photo by Ken Treloar on Unsplash)

Ultima Esperanza” di Paolo Ferruccio Cuniberti è uno di quei libri che riescono a trasportare il lettore completamente dentro la storia. Si seguono con trepidazione le tappe del viaggio di Federico Sacco: ci si meraviglia con lui di fronte alla grandiosità dei panorami, si trema quando ci si imbatte negli indios e ci si indigna quando si incontrano persone crudeli e violente le quali vogliono strappare la terra ai nativi.

Cuniberti crea un personaggio che è un uomo d’altri tempi: intelligente, curioso, rispettoso e corretto, il quale suscita immediatamente simpatia. Proprio al suo personaggio, Federico Sacco, è affidata la narrazione sotto forma di diario personale, inserita nella cornice della lettura delle note da parte della Società Geografica Italiana quando già si conosce il triste epilogo della vicenda.

Ultima Esperanza” è sia il fantasioso racconto delle esplorazioni di Federico Sacco, veterinario piemontese con la bruciante passione per la scoperta (tanto che, Cuniberti immagina che sia proprio il Sacco a scoprire la Cueva del Milodonte), sia un ritratto vivido e preciso di quella che doveva essere la Patagonia cilena verso la fine dell’Ottocento.

Prima che i coloni abbattessero alberi, distruggessero vilaggi, depradassero le terre degli indios ona, kaweshqar, chono, aonikenk – oggi tutti estinti -, la Patagonia cilena era davvero un luogo dove un uomo poteva sentirsi più estraneo che parte del posto. Un luogo che forse avrebbe dovuto restare tale, per preservare il suo fascino selvaggio e quasi intimidatorio.

Non fosse per i leoni, che mi pare di sentire in agguato dietro ogni cespuglio, siamo in una terra benedetta che offre del suo meglio, ma non posso non riflettere sul mio confronto costante con le risorse della natura, tra le quali sono un momento preda, un momento predatore, ma sempre con un che di estraneo. [Ultima Esperanza, Paolo Ferruccio Cuniberti]

Titolo: Ultima Esperanza
L’Autore: Paolo Ferruccio Cuniberti
Editore: Edicola Ediciones
Perché leggerlo: per stupirsi della piccolezza dell’uomo di fronte all’abbagliante maestosità e grandiosità della Patagonia cilena di fine Ottocento

(© Riproduzione riservata)

Mika Waltari | Gli amanti di Bisanzio

Il mio cuore è come quello di un adolescente. Devo ricorrere alla poesia perché non mi bastano le parole (…) Eppure sento di conoscerti come se ti conoscessi da una vita intera. Per me tu sei tutta Bisanzio. Sei Costantinopoli, la città dei Cesari. È così che ho riconosciuto le strade, le colonne, il marmo, i mosaici, l’oro e il porfido, come se ci avessi vissuto in passato (…) È per te che per tutta la vita ho desiderato vivere qui. Sognando la tua città sognavo te. E come la tua città mi è sembrata al vederla mille volte più incantevole di quanto avessi osato immaginarla, così tu sei mille volte più bella di quanto non ricordassi (…) [Gli amanti di Bisanzio, Mika Waltari, trad. N. Rainò]

Costantinopoli, dicembre 1452. Si fa chiamare Johannes Angelos, è un uomo dallo sguardo misterioso che emana un fascino particolare, grazie ai suoi caratteri fisici che ora paiono latini e ora greci. Si trova nella Basilica di Santa Sofia, a Costantinopoli, e ascolta le parole del Basileus Costantino XI in merito all’Unione delle Chiese cattolica e ortodossa.

Nessuno dei bizantini di Costantinopoli è d’accordo con l’Unione delle Chiese, è una concessione dettata dalla disperazione: l’Imperatore Costantino la autorizza a patto che i genovesi, i veneziani e il Papa inviino navi, armi e uomini per difendere la città dalle mire del Sultano Maometto II. Perché oltre le mura della città stanziano le truppe dei turchi, agguerriti e pronti ad espugnare la città dei Paleologi.

Johannes Angelos ascolta i discorsi di Costantino e del Patriarca, ma all’improvviso il suo sguardo ricade su una donna incantevole: Angelos credeva di essere giunto all’autunno dei suoi anni, ma si scopre follemente innamorato di questa donna. Si incontrano, si parlano: nessuno sa nulla dell’altro, se non che subiscono a vicdenda il fascino. La donna si chiede chi sia Angelos, e perché si trovi a Costantinopoli in questo delicato momento storico, mentre le mura iniziano a cedere sotto i colpi dei cannoni del Sultano Maometto II.

Sono fuggito dal Sultano, e ho lasciato una posizione che molti mi invidiavano, unicamente per venire a combattere per Costantinopoli. Non per te, né per il tuo Imperatore, ma per questa città che è stata il cuore del mondo. Di quel grande impero è rimasto soltanto il cuore. Che batte i suoi ultimi, malinconici palpiti [Gli amanti di Bisanzio, Mika Waltari, trad. N. Rainò]

Una spia, dunque? O forse un pazzo? C’è da fidarsi di un uomo che ha voltato le spalle al Sultano per venire a combattere a fianco dei genovesi, veneziani e bizantini per difendere una città che non gli appartiene?

Questa tua città è come un vecchio scrigno che ha perso le pietre preziose che l’ornavano e ha gli spigoli ammaccati. Ma al suo interno custodisce ancora la bellezza di un tempo [Gli amanti di Bisanzio, Mika Waltari, trad. N. Rainò]

Istanbul (fonte: Flickr, Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0))

Arruolato dal genovese Giustiniani, Angelos si divide tra la difesa armata della città e Anna, la sua amante. I turchi avanzano in modo inesorabile; posizionano i cannoni nei pressi delle mura teodosiane e cannoneggiano senza sosta. Scavano nel sottosuolo e aprono gallerie per cercare di entrare in città. Il contrattacco è pesante, la battaglia è logorante e procede per molto tempo.

Per Angelos, la città non ha nessuna possibilità: verrà conquistata da turchi, il Sultano entrerà trionfante a Costantinopoli, distruggerà i simboli cristiani e ucciderà coloro che non saranno d’accordo con lui. Per Angelos, la caduta di Costantinopoli è ormai prossima.

La sera ho pregato nel monastero di Chora. Mi sono inginocchiato davanti alla santa icona accanto ai miei fratelli greci. Estasiato, respirato il fumo dell’incenso (…) Per la mia fede, per il mio sangue, per Cristo, sono pronto a morire (…) Per tutta la vita ho detestato il fanatismo e l’intolleranza, ho fuggito quei sentimenti. Oggi quel fervore arde nel mio cuore come una fiamma viva [Gli amanti di Bisanzio, Mika Waltari, trad. N. Rainò]

Gli amanti di Bisanzio” di Mika Waltari, tradotto da N. Rainò per Iperborea, è il grandioso romanzo sulla caduta di Costantinopoli, avvenuta il 29 maggio 1453 per mano dei soldati agli ordini del Sultano Maometto II, passato alla storia col nome de Il Conquistatore. Una data divenuta cruciale per l’intera Europa, giacché da quel momento incomincia ad affermarsi l’Impero Ottomano, che conquisterà terre e regioni che un tempo fecero parte dell’ormai dissolto Impero romano.

Il romanzo di Waltari è scritto sotto forma di diario e copre un lasso di tempo che va dal 12 dicembre 1452 al 30 maggio 1453. Angelos narra in prima persona le vicende che ruotano attorno alla preparazione della difesa, alle battaglie e alla definitiva presa della città. Nel corso di circa cinque concitati mesi, Angelos racconta in realtà due storie parallele: la caduta di Costantinopoli e la sua passionale storia d’amore con Anna, la donna bellissima incontrata a Santa Sofia.

La conquista è il sentimento che accomuna le due storie: quella del Sultano Maometto II che tenta di sfondare le mura mentre l’Imperatore Costantino prega affinché ciò non avvenga, e quella di Angelos che con la sua notevole capacità dialettica riesce a conquistare il cuore di Anna.

Tornerò, amore mio (…) tornerò ancora una volta alle catene dello spazio e del tempo per trovarti. Uomini, nomi e popoli cambieranno, ma dalle rovine delle mura i tuoi occhi, come bruni fiori vellutati, torneranno a guardarmi. E tu, qualunque nazione o tempo apparterrai, tocca con la tua mano la polvere, quando tornerai, tocca attraverso il tempo le mie guance nella polvere fino a quando non ci ritroveremo [Gli amanti di Bisanzio, Mika Waltari, trad. N. Rainò]

Mosaici bizantini nel Monastero di Chora, Istanbul (fonte: Flickr Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0))

Waltari scrive con una fervente passione, dettagliando minuziosamente ogni oggetto, evento, sentimento o punto della città, in particolare il settore di Santa Sofia e i luoghi prossimi alle mura teodosiane. Quando la caduta è pressoché imminente, il tono diventa ancora più malinconico.

Se è vero che i lettori conoscono la fine della storia sin dall’inizio – tutti sappiamo della vittoria di Maometto II il Conquistatore – quello che viene lasciato al termine della vicenda è l’ultimo colpo di scena, quello che stupisce e grazie al quale si capiscono molte cose narrate in precedenza da Angelos e molti suoi comportamenti e modi di fare.

Gli amanti di Bisanzio” di Mika Waltari è un romanzo che consiglio agli appassionati di storia, a coloro che cercano un romanzo che è il vivo ritratto di Costantinopoli, di un’epoca e di un amore struggente sullo sfondo di una città che, cadendo, ha segnato il destino dell’Oriente e dell’Occidente. Una città destinata a diventata la capitale di un nuovo impero che per secoli avrebbe scritto intere pagine di storia e cambiato il volto alla stessa Europa, giungendo alle porte di Vienna: la Sublime Porta, ovvero l’Impero Ottomano.

Viandante, che un giorno camminerai sulle rovine di queste mura. Dalle pietre e dalla cenere, tra i fiorellini gialli, ti guardano gli occhi tristi e profondi degli ultimi greci [Gli amanti di Bisanzio, Mika Waltari, trad. N. Rainò]

Titolo: Gli amanti di Bisanzio
L’Autore: Mika Waltari
Traduzione dal finlandese: Nicola Rainò
Editore: Iperborea
Il mio consiglio: ai cuori appassionati, agli amanti dell’Oriente, a chi vuole organizzare un viaggio a Istanbul o, se preferite, a Bisanzio

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Dušan Jelinčič | I fantasmi di Trieste

Già da bambino mi piaceva sognare, ma per poterlo fare devi avere il luogo adatto. La finestra di casa, che dava sul grande giardino della chiesa degli Armeni, era il loggione ideale per i miei sogni infantili. Dal mio podio reale vedevo i tre gradoni del giardino: il più basso era all’altezza del primo piano della casa dove vivevo, e con un balzo ci potevo andare per la via più breve (…); il secondo, con gli alberi da frutto e un pendio di pochi metri che con la pioggia diventava scivoloso, era il più vasto; in quello superiore, invece, c’era il giardino proibito, con le siepi ben curate e la ghiaia del piccolo sagrato che dava sull’entrata della chiesa. Poi c’era la chiesa stessa, che allora mi sembrava enorme con i due campanili gemelli svettanti verso il cielo, e la facciata giallo pallida con la sua finestra centrale slanciata con i vetri scuri [I fantasmi di Trieste, Dušan Jelinčič]

I fantasmi di Trieste” di Dušan Jelinčič (Bottega Errante Edizioni) è una raccolta di racconti che hanno come protagonisti la città di Trieste, alcuni personaggi realmente esistiti, luoghi particolari e i ricordi di Dušan Jelinčič stesso, attraverso una scrittura fluida, sempre briosa e brillante.

Trieste è una città con una storia complessa ma affascinante, una città che pare quasi la porta verso l’Est. “Trieste” scrive Dušan Jelinčič nella postfazione, “è una collana con tante perle, tutte diverse tra loro, ma ognuna col suo fascino sempre nuovo“.

Ci sono tante storie e fantasmi che si aggirano lungo le strette vie di Trieste. C’è il fantasma di Diego de Henriquez, l’uomo che voleva combattere i nuovi fascisti, accumulando ogni sorta di reperto bellico, e cercando i carnefici delle vittime della Risiera San Sabba. Ma proprio a causa di questa ostinazione farà una brutta fine.

C’è il bellissimo racconto sulla chiesa degli Armeni di Trieste, con sottili rimandi al popolo armeno che nel 1915 subì una terribile tragedia per mano turca; Dušan Jelinčič in questo racconto intesse vicende reali, come quella dell’organista Krugy, e personali, come i suoi pomeriggi a sognare guardando il giardino della chiesa degli Armeni.

C’è la storia dell’uomo che si vendicò di un collaborazionista ai tempi dell’occupazione nazista, incontrato per caso sul tram per Opicina; il racconto dove i ricordi di Dušan Jelinčič fluiscono liberamente dopo aver rivisto il campo da calcio dove andava una volta a giocare, ricordi fatti anche insulti da parte dei ragazzini dai cognomi italiani, perché lui, Dušan Jelinčič, è di origini slovene. “Sciavo” è un dispregiativo che usavano gli italiani per riferirsi con cattiveria agli sloveni di Trieste.

Ci sono anche racconti sui matti di Trieste all’indomani della chiusura definitiva dei manicomi, con la legge Basaglia del 1978; e la storia del bagno di Trieste dove uomini e donne sono separati: un romantico retaggio austroungarico. Non può mancare, poi, lo scrittore che elesse Trieste come seconda patria: James Joyce. Il suo fantasma si aggira spesso tra le viuzze della Città Vecchia di Trieste.

Infine, nuovamente il calcio: dai ricordi di una partita combattuta tra nazisti e occupati, ai ricordi di nuovo personali di Dušan Jelinčič quando col primo lavoretto riuscì a guardagnarsi l’ingresso allo stadio.

Le città non sono un’entità atratta, ma sono fatte di persone e palazzi, di strade e ricordi. E questi sono a volte insostenibili. Allora ho voluto dare ai fantasmi astratti dei volti concreti, descrivendo storie e persone reali che hanno fatto, nel bene e nel male, la storia della mia città attraverso le proprie angosce, alcuni esorcizzandole, e altri invece uscendone sconffitti [I fantasmi di Trieste, Dušan Jelinčič]

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Bora sul Molo Audace, Trieste (fonte: Wikipedia)

I fantasmi di Trieste“, come dicevo, è un libro affascinante e coinvolgente, che raccoglie ricordi personali e curiosità legati ad una città. Ogni città ha i suoi incanti e i suoi spettri, e Jelinčič gli ha dato voce con il fine ultimo di omaggiare Trieste.

Oggi Jelinčič vive in una casa sulla collina, nel Carso, dalla quale abbraccia con lo sguardo la città di Trieste. Da questo osservatorio privilegiato, Jelinčič ha intessuto la rete di storie che compone la bella raccolta “I fantasmi di Trieste“, realizzando a tutti gli effetti un’originale mappa della città, un libro piacevole da leggere che permette di sognare ad occhi aperti.

Titolo: I fantasmi di Trieste
L’AutoreDušan Jelinčič
Illustrazioni: Elisabetta Damiani
Editore: Bottega Errante
Perché leggerlo: per compiere un’originale passeggiata a Trieste in compagnia di un bravissimo scrittore capace di dare voce ai fantasmi omaggiando una città.

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Daniel Vogelmann | Piccola autobiografia di mio padre

Infine tornai a Firenze. Andai subito alla Tipografia Giuntina e fui accolto come un “eroe”: tutti piangevano e mi abbracciavano. Ci fu anche un articoletto di ben tornato sulla Nazione. Ora si trattava di ricominciare a vivere, di risorgere dopo quella morte [Piccola autobiografia di mio padre, Daniel Vogelmann]

Ci sono persone che vivono la Storia in modo più intenso rispetto agli altri. Sono coloro che si ritrovano, vuoi per caso oppure per motivi diversi, impigliati nelle strette maglie delle vicende che caratterizzano un’epoca intera.

Schulim Vogelmann la Storia l’ha vissuta sulla sua pelle e oggi suo figlio Daniel scrive in sua memoria l’autobiografia che Schulim avrebbe voluto scrivere, ma che la vita non gli ha dato l’opportunità di portarla a compimento. Inizia con un treno in corsa, questa storia, mentre la città brucia e la famiglia di Schulim scappa.

Dalla Galizia polacca alla Palestina, peregrinando per l’Europa, Schulim infine raggiunge Firenze e qui inizia a lavorare in una tipografia. A Firenze si sposa con Annetta e la nascita della figlia Sissel, chiamata col nome dell’amata madre prematuramente scomparsa, sembra il raggiungimento della vera felicità.

Purtroppo, quando i fascisti prendono il potere, si inizia a tollerare sempre meno gli ebrei sul suolo italiano, e il 6 febbraio 1944 Schulim Vogelmann, con la sua famiglia, si ritrova a varcare i cancelli di Auschwitz. Il drammatico ritorno in Polonia.

In questo luogo pregno d’orrore e privo di umanità, Schulim perde per sempre la moglie Annetta e l’adorata figlia Sissel. Gli viene tatuato un numero sul braccio, 173484, ma grazie alle sue conoscenze della lingua polacca e del mestiere di tipografo, viene assunto dai nazisti al campo di lavoro di Plaszow, un sobborgo di Cracovia.

A Plaszow conosce Oscar Schlinder che lo mette in salvo assieme a molti altri ebrei. Il rientro a Firenze sarà per Schulim un nuovo inizio, doloroso a causa delle importanti perdite affettive subite, ma necessario per risorgere la morte ad Auschwitz. E sarà una donna, anch’essa segnata dal dolore e dalla perdita, a mostrare a Schulim che il miracolo della vita può sconfiggere la morte e che questo miracolo si può perpetuare in eterno.

Questa, in breve, è stata la mia esistenza su questa terra. Vorrei soltanto aggiungere che la parola che ho ripetuto sempre in tutta la mia vita, soprattutto nelle ore più buie (e anche poco prima di morire), è stata una parola, paradossalmente, araba: maktùb, che vuol dire “era scritto”. Però che non saprò mai se c’è qualcuno che scrive il destino degli uomini o è tutto un caso [Piccola autobiografia di mio padre, Daniel Vogelmann]

Auschwitz (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0 de)

Piccola autobiografia di mio padre” di Daniel Vogelmann, Giuntina, è un libro molto breve, che si legge in fretta ma che contiene fatti e insegnamenti destinati a perdurare nell’animo del lettore.

Scritto in prima persona, è Schulim che ci racconta la sua vita attraverso la penna di Daniel, il figlio che dà voce al padre. In calce, c’è una serie di brevi ma intense poesie che Daniel ha composto per la sorellina Sissel, mai conosciuta.

Piccola autobiografia di mio padre” è un libretto piccolino che Daniel Vogelmann ha inizialmente scritto per le sue nipotine, affinché non dimentichino la storia del loro bisnonno e vengano a conoscenza delle loro origini. Poi, però, la piccola autobiografia è stata date alle stampe: così che tutti possano leggerla e riflettere su cosa accade alle persone che vivono la Storia più intensamente degli altri.

Titolo: Piccola autobiografia di mio padre
L’Autore: Daniel Vogelmann
Editore: Giuntina
Perché leggerlo: perché è una storia destinata a perdurare nell’animo del lettore e apre una serie di riflessioni su cosa accade a chi vive la Storia più intensamente degli altri

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John Steinbeck | Diario russo. Un reportage culturale unico sulla Russia della Guerra Fredda

“Non dovete pensare che noi siamo venuti con idee già favorevoli o sfavorevoli (…) Siamo qui per un servizio giornalistico, se sarà possibile farlo. Intendiamo scrivere e fotografare esattamente quello che vediamo e sentiamo, senza nessun commento editoriale. Se c’è qualcosa che non ci piace, o non comprendiamo, diremo anche quello. Ma siamo venuti per scrivere qualche cosa. Se potremo scrivere ciò per cui siamo venuti, lo scriveremo. Se non potremo, avremo sempre da scrivere qualche cosa a questo proposito” [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

Se c’è un luogo che non esiste più ma che mi interessa in modo sproporzionato, è l’Unione Sovietica. Pertanto, appena mi imbatto in romanzi o, come in questo caso, in reportage degli anni sovietici, inizio a leggere con la mente aperta e la curiosità elevatissima. “Diario russo. Un reportage culturale unico sulla Russia della Guerra Fredda” di John Steinbeck, tradotto da Giorgio Monicelli per Bompiani, ha ampiamente soddisfatto la mia curiosità di lettrice.

All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, com’è noto, Stati Uniti e Unione Sovietica iniziano a guardarsi con notevole circospezione e sospetto; è calata la Cortina di Ferro, prendono a circolare notizie fasulle sull’Unione Sovietica in America, volte a demonizzare i comunisti e il popolo sovietico in generale.

John Steinbeck è uno scrittore americano affermato quando, nel 1947, ottiene i permessi necessari per entrare in Unione Sovietica e intraprendere un viaggio che, una volta compiuto, avrebbe dovuto fornirgli il materiale per un corposo reportage sull’URSS e suoi popoli. Poiché spesso le parole non sono sufficienti, Steinbeck si fa accompagnare dal noto fotografo Robert Capa.

L’idea è semplice: Steinbeck e Capa dovranno entrare in contatto col popolo sovietico, dovranno chiedergli come vivono, cosa mangiano, come si vestono, quali sono le loro idee sull’America, cosa è cambiato – in meglio o in peggio – dopo la guerra. Insomma, cercheranno di comprendere l’animo dei sovietici, anche se fin da principio sanno bene che non tutto sarà comprensibile alle loro mentalità occidentali.

Il viaggio incomincia da Helsinki, dove Steinbeck e Capa atterrano con il volo proveniente dagli Stati Uniti; il trasbordo sul velivolo sovietico è di per sé piuttosto avventuroso, premessa di ciò che i due americani vivranno nei giorni sovietici.

I C-47 sono un po’ malandati, per quel che riguarda arredi e parati, ma i motori sono ben tenuti e i piloti sembrano eccellenti. Hanno un equipaggio un po’ più numeroso dei nostri apparecchi, ma poiché non mettemmo piede in cabina di comando non sappiamo che cosa abbiano da fare (…) Ci sono usanze che sembrano un tantino bizzarre (…) Manca qualsiasi cintura di sicurezza (…) Non si vola di notte (…) Una volta seduti i passeggeri, il bagaglio viene accatastato nella corsia (…) [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

Raggiunta Mosca, il viaggio può iniziare. La burocrazia sovietica è farraginosa, complessa, macchinosa e necessita di innumerevoli passaggi di documenti, timbri, scartoffie che corrono di mano in mano. Ed è molto buffo che sia così complessa, agli occhi di Steinbeck sembra come quando i governi americani o inglesi emettono le leggi, mentre questi ardui passaggi di carte avvengono per esempio per ordinare un piatto al ristorante.

Mosca, capitale della Russia (fonte: Wikipedia)

Mosca è una città ancora ferita dalla guerra appena terminata. Gli abitanti hanno l’aria plumbea, cupa, si mettono in coda pazientemente per comprare generi di prima necessità che spariscono nei negozi quasi subito. Stenbeck e Capa incontrano diplomatici americani a Mosca, visitano i musei che celebrano la Rivoluzione e i suoi personaggi e cercano di farsi un’idea di questi moscoviti depressi e bui.

C’è davvero poca allegria nelle strade e di rado qualcuno sorride (…) C’è una grande serietà per le strade e forse è stato sempre così, non lo sappiamo [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

La seconda tappa del viaggio è molto più allegra: Kiev e le campagne ucraine. Qui Steinbeck e Capa incontrano ucraini molto più sorridenti, gioiosi e curiosi. Se è vero che l’Ucraina è stata, come Mosca, profondamente colpita e distrutta dagli attacchi aerei nazisti, è anche vero che il popolo ucraino ha reagito con molta più positività e, tra un ballo e una festa, benché siano ancora molte le macerie tra le città, si guarda al futuro con occhi colmi di speranza.

Kiev, capitale dell’Ucraina (fonte: Wikipedia)

In mezzo a quella musica lieve, alla luci, di fronte al pacifico scorrere del fiume, i nostri amici ricominciarono a parlare della guerra, come se fosse un pensiero assillante di cui non potevano liberarsene. Parlarono di cose terribili che non riuscivano a dimenticare [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

Terza tappa, Stalingrado. La città sul Volga è stata duramente colpita dalla guerra e l’assedio ha messo a dura prova le sue genti. Ma anche qui, a Stalingrado, i russi hanno due cose in mente: lavoro e ricostruzione. Lavorano tutti faticosamente e in maniera incessabile, mostrando un senso del dovere fuori dal comune.

Il mondo aveva preparato per Stalingrado una falsa medaglia, mentre ciò di cui aveva bisogno era una mezza dozzina di scavatrici [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

La tappa più attesa è la quarta, la visita al Paese che ha dato i natali all’uomo d’acciaio: la Georgia. Nel corso del viaggio attraverso la Russia e l’Ucraina, molti cittadini sovietici decantavano le glorie della Georgia, pertanto sia Steinbeck che Capa hanno aspettative altissime. Aspettative che, nel corso del viaggio tra Tbilisi, Gori e Batumi, verranno ampiamente soddisfatte.

Si parlava del Caucaso e della regione intorno al Mar Nero come di un paradiso in terra. Cominciammo addirittura a credere che la maggior parte dei russi sperasse, vivendo bene e virtuosamente, di finire dopo morti non in cielo, ma in Georgia [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

In Georgia, Steinbeck e Capa vengono trattati con i guanti bianchi. Invitati a vedere le meraviglie di questa terra, il pomposo museo dedicato a Stalin a Gori, le stazioni balneari di elevato prestigio sulla costa nel Mar Nero, le coltivazioni di tè e, dato il culto georgiano per il cibo e il bere, i due americani vengono rimpinzati di ogni sorta di ben di Dio.

Tbilisi – Veduta

Tbilisi, capitale della Georgia (fonte: Wikipedia)

La Georgia non è stata toccata più di tanto dalla guerra, grazie alla sua posizione un po’ defilata, laggiù tra le montagne e il Mar Nero. Non ci sono paesi distrutti, non c’è gente che ha perso tutto, cari e oggetti; qui non ci sono macerie per strada, né visi lugubri o musi lunghi. Il viaggio georgiano degli americani è scandito da brindisi, feste, banchetti e un po’ di cultura.

La Georgia è davvero una terra incantata e quando la lasciate rimane in voi come un sogno. Il suo popolo è un magico popolo. Vive in una delle più belle e più ricche terre del mondo e ne è assolutamente degno Finalmente comprendevamo perché i russi ci avevano sempre detto: “Finché non avrete visto la Georgia, non avrete visto nulla” [Diario russo, John Steinbeck, trad. G. Monicelli]

Il rientro a Mosca è esaltante: la città si sta preparando per le celebrazioni dell’anniversario della sua fondazione e presto ci saranno anche i festeggiamenti per l’anniversario della Rivoluzione. È settembre, inizia a far freddo: sembra quasi che cadano i primi fiocchetti di neve. Gli americani sono felici: Steinbeck ha molto materiale per il suo reportage, un reportage che si presenta coinvolgente, scorrevole e molto accattivante; privo di qualsiasi pregiudizio o giudizio, “Diario russo” è un volume che mostra il popolo sovietico così com’era, senza filtri occidentali e senza aggiunte né censure.

Il popolo sovietico, come scrive Steinbeck, è come tutti gli altri popoli del mondo. E’ indubbia la presenza di qualche individuo meschino e cattivo, ma secondo lo scrittore americano – data la sua esperienza – i sovietici buoni sono la stragrande maggioranza.

Titolo: Diario russo.Un reportage culturale unico sulla Russia della Guerra Fredda
L’Autore: John Steinbeck
Fotografie nel testo: Rober Capa
Traduzione dall’inglese: Giorgio Monicelli
Editore: Bompiani
Perché leggerlo: perché si tratta di uno straordinario affresco dell’Unione Sovietica nel 1947, perché è un viaggio attraverso l’umanità, i paesi, i paesaggi, gli usi e i costumi delle genti sovietiche

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Petros Markaris | La balia

“Maria vive con il fratello minore in un paesino fuori Drama. È originaria del Mar Nero. Da qualche tempo diceva che avrebbe voluto vedere per l’ultima volta la Città (…) Maria è molto in là con gli anni. Se non ha novanta, poco ci manca. Di sicuro ha un fisico molto resistente ma, insomma, un viaggio come questo sarebbe faticoso per una donna della sua età. Ho cercato di dissuaderla, ma non c’è stato niente da fare (…) È partita in pullman da Salonicco. Ma da allora se ne sono perse le tracce (…)” [La balia, Petros Markaris, trad. A. Di Gregorio]

Il commissario Kostas Charitos è ad Istanbul, con la moglie Adriana, con un gruppo di greci. Per i greci, soprattutto quelli chiamati romèi, ovvero nati ad Istanbul e poi migrati in Grecia, la megalopoli turca è ancora chiamata Costantinopoli, oppure la Città. Nel gruppo di greci in visita ci sono persone originarie della Città, come la signora Mouràtoglou, la donna che meglio conosce Istanbul e dispensa curiosità a non finire ai partecipanti della gita.

Charitos e Adriana sono giunti nella Città per cercare di dimenticare un grosso torto subito da parte della figlia Caterina: la ragazza, avvocato di successo, si è sposata civilmente, dando ai genitori – soprattutto alla madre, devota ortodossa – un grande dispiacere.

La Città, con le sue meraviglie da mille e una notte, si dipana sotto gli occhi del gruppo dei greci estasiati. Se Adriana, per sbollire la rabbia, compra oggetti a non finire, Charitos non può fare a meno di avviare paragoni tra la sua Atene e Costantinopoli.

All’improvviso capisco qual è la differenza tra Atene e la Città. Ad Atene le cose da vedere sono meno di quelle da evitare. L’Acropoli, le colonne di Dioniso Olimpo, il Ceramico, mettici pure Sunio, anche se è un po’ fuori mano. Tutto il resto è sepolto (…) Invece a Costantinopoli ogni cosa è esposta alla vista generale, come se chi fosse passato di qua avesse abbandonato tutto in fretta e furia, poi fossero sopraggiunti altri e anche loro avessero abbandonato ogni cosa com’era e per fortuna poi a nessuno fosse venuto in mente di fare ordine. Esci da Santa Sofia e ti inoltri in quartieri pieni di costruzioni poverissime (…) La Moschea Blu è circondata di alberghi hollywoodiani, ma poi entri nel palazzo del Topkapi e ti senti piccolo come Alì Pascia davanti alla Sublime Porta (…) Ti soffermi sulla riva del Corno d’Oro, e tra le case mezzo diroccate il tuo sguardo cade sulla Torre veneziana di Galata (…) Ad Atene, dovunque si affondi una vanga si troverà un resto archeologico. Qui, se affondi una vanga rischi di buttar giù mezza Città [La balia, Petros Markaris, trad. A. Di Gregorio]

Vecchia scuola greca a Fener (fonte: Flickr Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

Dopo un’intensa giornata di visita nel quartiere di Sultanahmet, il gruppo di Charitos viene invitato a mangiare in una tipica taverna greca nel quartiere di Pera; qui, uno scrittore di origini greche, sentendo parlare la sua lingua, interrompe i discorsi del gruppo e chiede se, per caso, tra loro ci sia una certa Maria Hambou. Maria è una donna anziana, sui novant’anni, era stata la sua balia e aveva manifestato l’intenzione di ritornare nella Città per vederla ancora una volta. Ma nel gruppo di Charitos non c’è nessuna Maria.

Qualche giorno dopo, giunge la notizia di una tragica morte a Drama, il paese greco dove Maria viveva. L’anziano fratello della donna è stato trovato morto, avvelenato, mentre di Maria nessuna traccia. Il mistero si infittisce quando, sebbene non si sappia dove sia Maria, una donna di origini greche viene trovata morta avvelenata nel quartiere di Fener, lo storico quartiere romèo.

Charitos si vede affiancare un poliziotto turco, Murat, per condurre le indagini legate agli omicidi e alla scomparsa di Maria. Gli eventi sono collegati? Per scoprirlo, i due dovranno mettere da parte le naturali diffidenze tra greci e turchi, anche se verrà rispolverata una dolorosa storia, il probabile movente degli omicidi. Una vicenda che affonda le sue origini nelle ingiustizie che la minoranza greca ha dovuto subire in Turchia.

La fotografia mostra un vecchio piroscafo dalla ciminiera altissima. È ormeggiato in un porto, e intorno alla poppa è circondato di barche in attesa. Il mare è calmo e, sulla spiaggia, sul fondo, si vedono le case della costa. Dietro la nave si estende una collina coperta di pini (…) Deve trattarsi della nave che ha portato la famiglia di Maria dal Ponto alla Città, dal Mar Nero a Istanbul, penso. Per tutti questi anni si è portata con sé la fotografia e ora l’ha data a Emine, perché sa che la fine si avvicina. Ma dov’è questo porto del Ponto? [La balia, Petros Markaris, trad. A. Di Gregorio]

Moschea Blu, Sultanahmet (fonte: Flickr Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

La balia” di Petro Markaris, tradotto da Andrea Di Gregorio per Bompiani, è un romanzo afferente al genere giallo coinvolgente e molto gradevole. In questo romanzo ci sono tutte le caratteristiche del genere: una serie di crimini, un probabile colpevole, un mistero di risolvere e, in questo caro, due investigatori che inizialmente si osteggiano un po’ a causa delle loro diverse orgini, turche e greche.

In realtà, il giallo in sé è semplice da risolvere e il movente è uno dei più classici in assoluto: la vendetta. E allora perché promuovo a pieni voti questo intenso romanzo? Ho apprezzato “La balia” per diversi motivi: lo stile ironico e accattivante della scrittura di Markaris; il carattere un po’ burbero ma solo in apparenza del commissario Kostas Charitos; le descrizioni stupende della Città e della storia della comunità romèa di Istanbul.

Petros Markaris è nato a Istanbul, per cui ha certamente a cuore la Città e la minoranza greca; questi sentimenti emergono nel romanzo che, sebbene sia impostato come un giallo, parla molto della comunità romèa e trattandosi per me di una nuova scoperta, ho dato immediatamente più peso a questo aspetto, anziché al giallo in sé.

In epoca bizantina erano molti i greci, definiti romèi, che vivevano a Costantinopoli; con la sua caduta e l’avvento degli Ottomani, i greci si spostarono nel quartiere di Fener. Nel 1921, però, i turchi fecero di tutto per mandar via i cittadini di lingua greca, tanto che nel 1923 iniziarono le migrazioni forzate di massa. Nel 1955 ci fu un pogrom contro i romèi voluto dall’allora dittatore turco e infine, con l’inasprisi della crisi di Cipro, nel 1964 la comunità romèa fu nuovamente colpita in modo pesante. Oggi i cittadini di lingua greca a Istanbul sono pochi e quasi tutti vivono nel quartiere di Fener.

È attorno a questi dolorosi fatti che Markaris compone il suo romanzo. E regala ai lettori descrizioni della Città intense e vive: da Sultanahmet con i suoi monumenti di importanza mondiale, ai quartieri di Fener e Balat, dai colori e profumi del Kapalıçarşı – dove Adriana compra l’impossibile pur non riuscendo nell’arte della contrattazione – ai quartieri asiatici raggiungibili grazie ai traghetti sul Bosforo, fino alle stupende descrizioni dei tramonti sul Corno d’Oro.

Un romanzo consigliato a chi ama il genere giallo e le ambientazioni dal sapore orientale; per chi vuole conoscere la storia dei cittadini di lingua greca che abitano in Turchia, una storia forse poco nota ma molto affascinante, e chi vuole scoprire una Istanbul molto lontana dalle classiche rotte turistiche.

Titolo: La balia
L’Autore: Petros Markaris
Traduzione dal greco: Andrea Di Gregorio
Editore: Bompiani
Perché leggerlo: perché il giallo è basato sulla storia della minoranza greca in Turchia e perché la scrittura di Markaris conduce il lettore alla scoperta delle culture e dei popoli che si affacciano sul Mar Egeo

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Isaac Bashevis Singer | Nemici. Una storia d’amore

Lui intanto rifletteva su come fosse fantastico essere in America, in un paese libero, senza la paura dei nazisti, della polizia segreta russa, delle guardie di confine, degli informatori. Non aveva nemmeno portato con sé la carta di identità. Negli Stati Uniti non chiedevano i documenti a nessuno. Però non riusciva a dimenticare che in una strada tra Mermaid e Neptune Avenue Jadwiga lo stava aspettando (…) Quelle donne avevano diritti legittimi su di lui, non se ne sarebbe mai liberato [Nemici. Una storia d’amore, Isaac B. Singer, trad. M. Morpurgo]

Coney Island, anni Quaranta. Herman si sveglia nel suo asettico appartamento newyorkese, la sua seconda moglie Jadwiga lo attende in cucina con la colazione pronta e la tavola apparecchiata. Herman è un ebreo polacco, scampato ai nazisti proprio grazie a Jadwiga, la contadina polacca che lo ha tenuto nascosto nel fienile dei suoi padroni per tre lunghi anni.

Herman, una volta terminata la guerra, ha immediatamente fatto richiesta per entrare in America, il grande paese che ai suoi occhi da profugo polacco appariva come il migliore al mondo. Tamara, la prima moglie di Herman, è morta in un campo di concentramento, assieme ai loro due figli piccoli. Così, Herman ha deciso di ricominciare dall’America, riprendere tutto daccapo, compreso un nuovo matrimonio, con la donna polacca che lo ha salvato dalla furia dei nazisti.

Ma Herman, mentre era in Germania in attesa di imbarcarsi sul piroscafo che avrebbe portato lui e la nuova consorte in America, conosce Masha. Masha è una donna volitiva, capricciosa, ma tosta: è sopravvissuta ai campi di lavoro nazisti e anche lei ha tutte le migliori intenzioni per ricominciare da zero negli Stati Uniti.

Herman perde la testa per Masha, che diventa la sua amante. In America, Herman trova uno squallido lavoro presso un avido rabbino: Herman è il suo ghostwriter, ma per fare la spola tra Coney Islanda, dove vive, e il Bronx, dove vive la sua amante Masha, Herman spiega alla moglie Jadwiga che vende anche i libri del rabbino in giro per la costa orientale.

Così, Herman inizia la sua doppia vita, un’esistenza costellata di continue menzogne alla moglie Jadwiga e dei capricci di Masha, che si dimostra una donna prepotente, gelosa e volubile.

Mentre Herman si districa tra bugie e verità, tra lunghi viaggi tra Coney Island e il Bronx, tra le sgridate del rabbino e le scenate di Masha, un giorno riceve una telefonata da un lontano parente. C’è un’importante novità per Herman: la donna che lui credeva morta, la prima moglie ebrea Tamara, pare che sia viva e sembra proprio che sia a New York.

Nella tristezza si consuma la mia vita e i miei anni tra i sospiri, vien meno per mia colpa la mia forza e si consumano le mie ossa. Sono diventato un obbrobrio per tutti i miei nemici, una cosa spregevole per i miei vicini, e il terrore dei miei conoscenti [Nemici. Una storia d’amore, Isaac B. Singer, trad. M. Morpurgo]

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Skyline di New York (fonte: Wikipedia)

Nemici. Una storia d’amore” di Isaac Bashevis Singer (trad. M. Morpurgo, Adelphi) è il primo romanzo del premio Nobel per la Letteratura Isaac B. Singer che ho il piacere di leggere. Ciò che più di ogni altra cosa mi ha colpita, della penna di Isaac B. Singer, è la capacità di condurre il lettore nel cuore della storia. Qui, in questo romanzo, non si tratta solo di leggere belle descrizioni di luoghi o persone: in “Nemici. Una storia d’amore” si ha la vera sensazione di vivere la storia, perché essendo narrato in terza persona Singer illustra ed esprime in estremo dettaglio i pensieri, le paure, le gioie e le delusioni di tutti i suoi personaggi.

Ho apprezzato i numerosi rimandi alla cultura ebraica, presenti sottoforma di festività, prescrizioni sulla dieta e sulla vita quoditiana; al fondo del libro si trova un glossario molto interessante per approfondire o lasciarsi incuriosire dalla cultura ebraica, che è particolarmente complessa ma molto affascinante.

Ho amato parecchio le riflessioni su ciò che ha colpito e cambiato in modo irreparabile i protagonisti: la Seconda Guerra Mondiale e le sue dirette conseguenze, primo su tutti l’Olocausto, la morte di milioni di persone innocenti. E spesso i protagonisti riflettono sulla condizione di sopravvissutto e sulla vergogna di avercela fatta mentre parenti, amici e conoscenti sono spirati dopo numerosi stenti nei campi o durante le lunghe marce della morte.

Ognuno di loro ha incubi e preoccupazioni, ma le menti sono occupate sempre dai nazisti. Per Herman, i nazisti sono coloro che lo hanno costretto a vivere per tre anni nascosto in un fienile; per Jadwiga, cristiana al momento della Guerra, i nazisti sono stati coloro che le hanno fatto rischiare la vita quotidianamente per tenere nascosto Herman, l’ebreo. Per Masha i nazisti e i russi solo coloro che le hanno fatto vivere l’orrore dei campi di concentramento e di lavoro; per Tamana i nazisti sono coloro che le hanno ucciso i figlioletti davanti ai suoi occhi.

Mi è piaciuto leggere come i profughi polacchi, nella persone di Herman, Jadwiga, Masha e Tamara, hanno reagito all’arrivo in America. Herman continua a vedere nazisti ovunque, li sogna e li teme come se non fosse mai uscito dalla Polonia; Jadwiga si rifiuta di imparare l’inglese, ma vuole avvicinarsi alla cultura ebraica; Masha lavora in una tavola calda, vorrebbe lasciarsi alle spalle l’orrore ma non riesce, perché ciò che ha vissuto non è possibile che venga dimenticato; infine Tamara, la donna che in Polonia ha lasciato tutta la sua vita, i suoi figli, e per lei l’America è un posto come un altro.

Ciò che ho apprezzato meno, invece, è a tratti la lentezza della storia e i momenti in cui sembrava che, pagine dopo pagine, gli eventi si ripetessero nello stesso modo e che le vicende non procedessero. Le menzone di Herman si ripetevano spesso; talvolta i capricci di Masha erano davvero esagerati; ho provato pena per Jadwiga, la seconda moglie tradita e trattata come un’idiota da Herman. Herman stesso in certi punti mi ha irritato con la sua incapacità di prendere in mano la situazione e di decidere cosa fare per sistemare i guai originatisi a causa delle sue bugie.

Nel complesso lo giudico un buon romanzo, in particolare per l’approfondimento sulla condizione di profughi europei in America, sulla cultura ebraica e sulle riflessione storiche sulla Shoah.

Titolo: Nemici. Una storia d’amore
Autore: Isaac Bashevis Singer
Traduzione dall’inglese: Marina Morpurgo
Editore: Adelphi
Perché leggerlo: è un buon romanzo, in particolare per l’approfondimento sulla condizione di profughi europei in America, sulla cultura ebraica e sulle riflessione storiche sulla Shoah