Maria Edgeworth | Il Castello Rackrent

Così la casa era nuda, e il mio giovane padrone, nel momento in cui entrò, scendendo dal suo calessino, pensò che tutte quelle cose dovessero venire da sole, credo, perché non si pose mai il problema, ma in modo irresponsabile le pretese tutte da noi, come se fossimo dei prestigiatori, o se si trovasse in una locanda. Per parte mia, non mi scomposi affatto; ero così abituato ai miei ultimi padroni che mi sentivo tutto sottosopra, e i nuovi servi nella stanza della servitù erano fuori dal mio controllo; non avevo nessuno con cui parlare, e se non fosse stato per la mia pipa e il mio tabacco credo proprio che mi si sarebbe spezzato il cuore per il povero Sir Muragh [Il Castello Rackrent, Maria Edgewoth, trad. P. Meneghelli]

Thady Quirk è l’anziano domestico che ha sempre vissuto e lavorato al Castello Rackrent. Nel corso degli anni, Thady ha servito una serie di padroni diversi, i quali si sono susseguiti come proprietari della tenuta. Il vecchio servo, voce narrante della storia, riassume sotto forma di cronaca l’ascesa e la caduta di alcuni dei suoi nobili padroni.

Come Sir Patrick, inguaribile amante della mondanità che muore d’infarto durante una delle sue gloriose feste organizzate proprio al Castello Rackrent; come Sir Murtagh, che s’impunta sul fatto di non voler pagare i debiti lasciati da Sir Patrick; o come Sir Kit, viziato dal giuoco d’azzardo, il quale per pagare i conti si trova costretto a vendere la tenuta. Infine, l’arrivo dell’ultimo padrone, Sir Condy, e della sua giovane e capricciosa moglie.

L’uno dopo l’altro, Thady Quick vede i suoi nobili padroni arrivare e andar via: dal Castello Rackrent c’è chi va via morto e chi povero con la coda tra le gambe. L’ironia tagliente che Thady sfodera riportando le vicende personali dei padroni fa capire che l’avere tanti soldi non mette al riparo le persone dalle disgrazie.

E per quanto concerne tutto quello che ho buttato giù dai ricordi e dal sentito dire della famiglia, è tutto vero, dall’inizio alla fine, e ci potete credere, perché per quale motivo dovrei dire bugie sulle cose che tutti conoscono come le conosco io? [Il Castello Rackrent, Maria Edgewoth, trad. P. Meneghelli]

Primavera a Windsor (Photo by JJ Jordan on Unsplash)

Prima di leggere “Il Castello Rackrent” non conoscevo la figura di Maria Edgeworth; benché la Edgeworth fu circa contemporanea delle famose sorelle Brontë e della celebre Jane Austen, non l’avevo mai sentita nominare, neppure al volo durante le lezioni di letteratura inglese del liceo. La Edgewoth scrisse una decina di romanzi (non tutti sono stati tradotti in italiano) e fu politicamente molto attiva, schierandosi per la causa irlandese benché fosse nata in Inghilterra, nell’Oxfordshire. In modo particolare, s’impegnò per aiutare i contadini durante la Grande Carestia irlandese di metà Ottocento.

Il Castello Rackrent” di Maria Edgeworth (trad. Pietro Meneghelli, Fazi editore, 113 pagine, 15 €) è un romanzo scritto alla fine del Settecento e pubblicato nel 1800, per cui ha tutto il sapore, il peso e lo spessore di un libro classico. Si tratta di una lunga cronaca, narrata talvolta in modo scorrevole e talvolta più arzigogolata, raccontata in prima persona dal vecchio Thady Quirk, dove a volte viene usato il tempo presente e a volte il passato remoto, quasi a non voler rimarcare che il tempo è trascorso e i padroni si sono succeduti o forse perché Thady non è poi così istruito.

Il susseguirsi dei nobili al Castello Rackrent, con le loro fortune e disgrazie, può anche essere letto come lo specchio della società dell’epoca e di quella di oggi: continuamente salgono al potere certi personaggi, vengono acclamati dal popolo, poi combinano un disastro o deludono l’elettorato, quindi vengono cacciati e cadono in disgrazia.

Oppure, “Il Castello Rackrent” può essere letto per quello che effettivamente è: la cronaca di una serie di nobili raccontata da un servo poco istruito ma capace di leggere e sondare il cuore dell’essere umano.

Titolo: Il Castello Rackrent
L’Autrice: Maria Edgeworth
Traduzione dall’inglese: Pietro Meneghelli
Editore: Fazi
Perché leggerlo: perché si tratta di un romanzo classico dal sapore ottocentesco, perché si può leggere una cronaca nobiliare oppure ritrovare la nostra società, con i suoi difetti e i suoi pregi

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Colson Whitehead | La ferrovia sotterranea

Ajarry morì in mezzo al cotone (…) Ultima sopravvissuta del suo villaggio, si accasciò tra le file di piante (…) Non che potesse morire in qualche altro posto. La libertà era riservata ad altre persone (…) Dalla notte in cui era stata rapita, era stata oggetto di continue valutazioni e perizie, svegliandosi ogni giorno sul piatto di una nuova bilancia. Se sai qual è il tuo valore, sai qual è il tuo posto nel sistema. Sfuggire ai confini della piantagione era come sfuggire ai principi basilari della tua esistenza: impossibile [La ferrovia sotterranea, Colson Whitehead, trad. Martina Testa]

Cora è una giovane schiava di proprietà di Terrance Randall. Come molti ragazzi della sua età, Cora non ha mai conosciuto la libertà, perché da tre generazioni la sua famiglia appartiene a Randall e la loro casa è una baracca di legno fatiscente ai margini della piantagione di cotone.

La nonna di Cora, Ajarry, era nata in Africa e da qui deportata verso gli Stati Uniti; dopo notevoli vicissitudini, violenze, cambi di padrone, era approdata in Georgia, nella piantagione dei fratelli Randall, James e Terrance, diventando a tutti gli effetti proprietà di quest’ultimo. Ajarry aveva visto morire i suoi figli uno per uno: solo una bambina era riuscita a sopravvivere, Mabel, la madre di Cora.

Mabel – sempre di proprietà di Terrance Randall – è l’unica schiava della piantagione ad essere riuscita a scappare, abbandonando Cora quando aveva circa dieci anni; per il cacciatore di schiavi Ridgeway, mecenate al soldo di Terrance Randall, la mancata cattura di Mabel è il suo unico fallimento.

Durante una delle poche feste autorizzate dai crudeli fratelli Randall, un pestaggio da parte di Terrance nei confronti di un piccolo schiavo apre definitivamente gli occhi a Cora, la quale decide di accettare l’invito dell’amico Ceasar: tentare di fuggire dalla piantagione per cercare la libertà su al Nord.

Caesar è un giovanotto sveglio e intelligente, sa leggere – capacità rara tra gli schiavi – e conosce Fletcher un uomo bianco disposto ad aiutare due neri in fuga. Fletcher è in contatto con Lumbly, un ometto che si definisce il capostazione di una delle misteriose stazioni della ferrovia sotterranea.

Dopo una rocambolesca fuga attraverso le paludi, Caesar e Cora raggiungono la stramba stazione della ferrovia sotterranea, il punto di partenza per la conquista della loro libertà. Cora resta senza parole mentre si approccia alla banchina della ferrovia sotterranea: è eccitata per la fuga ma allo stesso tempo è terrorizzata da ciò che troverà alla stazione di arrivo. I percorsi dei convogli sono sconosciuti, ricchi di diramazioni e deviazioni, non si sa bene quando partano né dove arrivino. Potrebbero approdare in uno Stato più liberale oppure in uno Stato schiavista ancora più crudele.

“Avete due alternative. C’è un treno che parte fra un’ora e un altro fra sei ore. Non sono comodissimi, come orari. Sarebbe bello che i passeggeri potessero pianificare più adeguatamente il loro arrivo, ma lavoriamo in condizioni un po’ difficili”.
“Il primo che passa”, disse Cora con fermezza (…) “Il fatto è che non vanno nello stesso posto”, disse Lumbly. “Uno va in una direzione e l’altro…”
“Dove?”, chiese Cora.
“Lontano da qui, posso dirvi solo questo. Capite quanto sia complicato comunicare tutti i cambiamenti nei percorsi (…) Si scoprono nuove stazioni di continuo, certe linee vengono dismesse. E’ impossibile sapere cosa vi aspetta in superficie finché il treno non si ferma”. I fuggiaschi non capivano [La ferrovia sotterranea, Colson Whitehead, trad. Martina Testa]

“Schiavi in attesa di essere venduti a Richmond, Virginia”, dipinto del 1853 (fonte: Wikipedia)

Nel 1619 fu l’allora colonia inglese della Virginia ad importare dall’Africa il primo carico umano da utilizzare come manodopera. Le altre colonie presero esempio dalla Virginia e quest’importazione divenne anno dopo anno sempre più massiccia e consistente. Col tempo, alcuni Stati americani – gli abolizionisti – tentarono di opporsi alla brutale detentezione dei neri nei campi di cotone, canna da zucchero, caffè o tabacco, mentre altri Stati – gli schiavisti – continuarono a sfruttare gli uomini di colore nelle loro piantagioni fino al 1865 .

Il romanzo “La ferrovia sotterranea” di Colson Whitehead (SUR edizioni, trad. Martina Testa, 376 pagine, 20 €) è ambientato diversi anni prima della Guerra di Seccessione, in un periodo in cui la schiavitù era ancora legale. I luoghi della narrazione sono la Georgia – dove Cora è nata – la Carolina del Sud, la spietata Carolina del Nord, il Tennessee e la fredda Indiana; Cora attraversa tutti questi Stati, in parte con la ferrovia sotterranea e in parte con altri mezzi.

Come anticipato da Lumbly, Cora non ha idea di cosa troverà nelle tappe successive della sua fuga. In Carolina del Sud sembra trovarsi bene, finché non inizia a capire che cosa significa “sterilizzazione”; nella Carolina del Nord Cora vede coi suoi occhi quanto la crudeltà dei bianchi possa essere fantasiosa e inquietante; nel Tennessee incontra una persona che le potrebbe stravolgere la vita, se la sfortuna e il cacciatore di taglie Ridgeway non si mettessero di nuovo nel mezzo; infine, in Indiana Cora riesce a riscattarsi e il lettore viene condotto verso un finale aperto ma colmo di speranza.

Un’idea le si fece avanti nella testa come un’ombra: che quella stazione non fosse l’inizio della linea ma la sua fine. I lavori di costruzione non erano iniziati sotto la casa ma all’altro capo del buco nero. Come se nel mondo non fossero posti in cui andarsi a rifugiare, solo posti da cui scappare [La ferrovia sotterranea, Colson Whitehead, trad. Martina Testa]

La scrittura di Colson Whitehead è decisamente americana: frasi non troppo lunghe ma descrizioni accurate, sia dei paesaggi che del contesto storico; i dialoghi sono quasi sempre brevi e taglienti, le azioni dei protagonisti sono ben contestualizzate e coerenti. La narrazione ha un taglio cinematografico, ricco di colpi di scena e rivelazioni.

I personaggi del romanzo sono credibili, ben descritti nelle loro azioni. Caesar è un uomo che ispira immediatamente fiducia: ha una cultura basilare ed è deciso ad aiutare la sua giovane amica Cora; i fratelli Randall sono crudeli e malvagi e sfuttano le libertà che la legge americana concede per abusare dei loro poteri e fare violenza agli schiavi; il cacciatore di schiavi Ridgeway è un personaggio ambiguo e insopportabile, più fortunato che intelligente.

E poi c’è Cora che nel corso dei mesi da fuggiasca si ritrova a crescere molto velocemente, diventando adulta e più consapevole nel giro di poco tempo. Cora acquista sicurezza, coraggio e consapevolezza, e dimostra di essere una ragazza molto intelligente.

“La vendita degli schiavi” (fonte: https://www.thestoryoftexas.com)

Se la condizione della vita degli schiavi e i costumi degli Stati schiavisti sono realistici, l’unica libertà che Whitehead si è preso è stata quella di inventare la ferrovia sotterranea. Questo è l’espediente che utilizza l’autore per spostare i suoi personaggi dal Sud verso il Nord degli Stati Uniti. I treni sotterranei non sono mai esistiti, ma io voglio credere che qualche bianco, nel profondo Sud o nelle colonie dell’Est, abbia aiutato qualche schiavo a fuggire dall’inferno.

L’America in quel periodo non era un buon posto per chi stava dalla parte degli schiavi: gli schiavisti erano numerosi e la legge era dalla loro parte; c’erano punizioni molto cruente per i bianchi che aiutavano gli schiavi a fuggire o peggio se li nascondevano in casa in attesa di farli scappare. La legge permetteva agli schiavisti di poter recuperare gli schiavi di loro proprietà anche a distanza di chilometri e spesso anche se si erano rifugiati negli Stati abolizionisti.

L’America era un vero inferno, in quel periodo, per molte persone. Però, la speranza non si è mai spenta: numerose persone hanno lavorato e combattuto per far sì che la schiavitù fosse abolita. Ci sono voluti anni, una Guerra Civile, e il Proclama di Emancipazione per arrivare alla ratifica al XIII Emendamento, firmata dal Presidente Lincoln, dove di fatto si aboliva in modo definitivo la schiavitù in tutto il territorio degli Stati Uniti d’America.

Quella firma ha rappresentato un grande evento storico, una svolta civile, una presa di coscienza giunta 246 anni dopo l’arrivo in Virginia dei primi 20 africani rapiti per diventare schiavi.

Il mondo può anche essere cattivo, ma le persone non devono esserlo per forza, possono rifiutarsi [La ferrovia sotterranea, Colson Whitehead, trad. Martina Testa]

Titolo: La ferrovia sotterranea
L’Autore: Colson Whitehead
Traduzione dall’inglese: Martina Testa
Editore: SUR
Perché leggerlo: perché si tratta di un memorabile romanzo sulla schiavitù e sul quanto possa spingersi la cattiveria umana, ma è anche un libro che lancia un messaggio positivo: la speranza deve sempre restare viva, nonostante le avversità

(© Riproduzione riservata)

Nimrod | Le gambe di Alice

A circa trenta metri di distanza, emergevano dalla mischia le teste di Alice e Harlem (…) Tre settimane di guerra civile hanno sconvolto le nostre vite (…) N’Djamena è diventata una città pericolosa. Le banche sono chiuse, l’elettricità e il telefono tagliati; le relazioni d’affari, le reti di amicizia interrotte. Saccheggi, racket e omicidi prosperano… Tutti hanno dovuto cambiare posto, condizione, speranza. E per strada, ognuno, in silenzio, ripercorre tra sé e sé le tappe di quest’odissea [Nimrod, Le gambe di Alice, trad. C. Poli]

La voce narrante del romanzo “Le gambe di Alice” di Nimrod (trad. Cinzia Poli, nottetempo, 126 pagine, 14€) è un giovane professore di ventisette anni innamorato di Alice, una delle sue studentesse. Mentre N’Djamena brucia sotto il fuoco nemico e infuria la guerra civile, il professore incontra Alice e la sua amica Harlem, giovani studentesse e promesse del basket.

Per strada i miliziani sparano, N’Djamena, la capitale del Ciad, non è più sicura e il professore si offre di dare un passaggio alle ragazze per portarle via dalla città; una volta lasciata Harlem a casa, il professore riesce ad esternare ad Alice tutto il suo amore.

Il professore è sposato e ha una figlia, ma Alice… Alice è perfetta, a diciannove anni è già una donna magnifica. E grazie allo sport che pratica, il basket, ha delle gambe e dei piedi davvero bellissimi, che per il professore sono molto erotici.

Alice è affascinata dal giovane professore, non ci sono neppure dieci anni tra loro, per cui la ragazza gli si concede; il professore, dal canto suo, è al settimo cielo ma allo stesso tempo roso dai sensi di colpa. La guerra civile, sullo sfondo, non aiuta i due amanti a essere sereni. Il professore cerca di portare in salvo Alice e di approfittare della drammatica situazione politica per dichiararle il suo amore e farla sua. Ma amare, in guerra, può essere molto difficile e pericoloso.

Fare l’amore diventava per me il modo di ottenere un perdono al quale non avevo diritto. Perché avevo il cuore pesante; perché mi ero reso colpevole di un’azione indegna… La consolazione: perché ne sentivo così intensamente il bisogno? A tratti non riuscivo a dimenticare che eravamo in guerra, né che avevo abbandonato la mia famiglia. Ma bastava questo per alimentare in me quella sensazione di non appartenenza generalzzata? L’isolamento della mia famiglia: era questo l’intralcio che impediva al mio nuovo amore di sbocciare? [Nimrod, Le gambe di Alice, trad. C. Poli]

Yoa Lake, Ciad (foto: Jacques Taberlet, CC BY-SA 3.0, Wikipedia)

La letteratura africana mi mette sempre a dura prova, per storie e contenuti, eppure leggerla mi piace e mi dà sempre grandi soddisfazioni. È successo anche con “Le gambe di Alice” di Nimrod, un libro che ho letto principalmente per la curiosità di conoscere e scoprire qualcosa in più sul Ciad, uno stato africano di cui non sapevo nulla.

Il Ciad è uno degli stati africani più poveri e, destino comune di tanti altri, nel corso del tempo è stato teatro di sanguinose guerre; il romanzo è ambientato durante la guerra civile a seguito dell’invasione della Libia di Gheddafi: Nimrod non dà informazioni temporali precise, ma si suppone che gli anni in cui si svolge il breve romanzo siano i primi anni Ottanta, una lunga guerra che durò quasi dieci anni, prima del colpo di stato del 1990 del generale Idriss Déby.

(In guerra è sempre così. Rifiutiamo di credere; in testa abbiamo una topografia immaginaria: a causa della tensione scatenata dall’angoscia, le città, i ponti, i corsi d’acqua sono separati gli uni dagli altri. A pensarci bene, il dubbio diventa assurdo e ci ricrediamo, vinti, sollevati dalla realtà dei fatti) [Nimrod, Le gambe di Alice, trad. C. Poli]

Nimrod sceglie di raccontare la storia in prima persona, facendo sì che risulti decisamente coinvolgente e toccante. Il breve romanzo non scade mai nel sentimentale e anche le scene più sensuali tra Alice e il professore vengono raccontate con estrema delicatezza e tatto; è un amore folle, tra i due, una follia che sembra attraversare tutto il Ciad.

Un libro quindi, “Le gambe di Alice”, che può essere un buon modo per addentrarsi nei meadri della letteratura africana, con le sue zone di luce e di buio, con la sua storia spesso drammatica e complessa.

Titolo: Le gambe di Alice
L’Autore: Nimrod, pseudonimo di Nimrod Bena Djangrang
Traduzione dal francese: Cinzia Poli
Editore: nottetempo
Perché leggerlo: perché può essere un buon modo per addentrarsi nei meadri della letteratura africana, con le sue zone di luce e di buio, con la sua storia spesso drammatica e complessa.

(© Riproduzione riservata)

Otto domande per Alejandra Costamagna, scrittrice cilena

Conoscete il blog di Good Book.it La scimmia dell’inchiostro? Si tratta di un bel blog di approfondimento culturale che propone suggerimenti di lettura, interviste, anteprime, news ed eventi legati al mondo editoriale; la redazione de La scimmia dell’inchiostro ogni mese sceglie una casa editrice e la presenta al pubblico italiano attraverso interviste agli editori e agli autori, il tutto volto a conoscere le diverse realtà editoriali italiane, soprattutto quelle più piccoline.

Il mese di ottobre sarà dedicato alla scoperta di Edicola ediciones, una casa editrice tosta che fa spola tra l’Italia e il Cile, traducendo nel Belpaese autrici e autori cileni e viceversa verso il Cile.

Quale ruolo ha il mio blog in questo progetto? Giulia Cuter di Good Book.it mi ha proposto di leggere “C’era una volta un passero“, raccolta di tre racconti brevi scritti da Alejandra Costamagna, e quindi di porre alla scrittrice cilena alcune domande per la rubrica Interviste del blog La scimmia dell’inchiostro. Le otto domande che ho posto alla gentilissima Alejandra sono state tradotte da Paolo Primavera e Alice Rifelli di Edicola ediciones; le trovate di seguito in questo articolo e sul blog La scimmia dell’inchiostro a questo link.

Buona lettura!

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Claudia: Scrittori per desiderio o per caso. Lei, Alejandra, come e quando ha capito che voleva diventare scrittrice?

Alejandra: Non credo si sia trattato di una decisione consapevole. Credo che tutto sia partito dalla lettura. La scrittura è, in un certo senso, la proiezione della lettura. Forse nel momento della pubblicazione del mio primo romanzo, En voz baja, mi sono trovata di fronte a un dato di fatto. Che ho assecondato.

Claudia: Nel racconto “C’era una volta un passero” quando la protagonista adolescente, Amanda, va a trovare il padre in carcere afferma: “La perquisizione non ci sembra la cosa peggiore; forse la cosa peggiore è che ci siamo abituate” e in questa frase lei ha condensato tutto il disagio che deriva dal vivere in una dittatura. Com’è stato, per lei bambina e adolescente, vivere gli anni della dittatura di Augusto Pinochet? Quali sono state le limitazioni che ha patito di più?

Alejandra: Non ho vissuto l’esperienza più dura, non ho famigliari desaparecidos né torturati o uccisi. Le limitazioni che ho dovuto vivere, in questo senso, sono state più domestiche. Ho trascorso l’infanzia e la prima adolescenza sotto coprifuoco e in stato d’assedio, in un paese dalla falsa normalità, dove avevamo paura a camminare per strada e, al tempo stesso, nutrivamo il desiderio di imparare il linguaggio degli adulti, che ci avrebbe permesso – credevamo allora – di capire il significato dei silenzi, delle estreme attenzioni dei nostri genitori, degli eufemismi, dei militari in strada, delle persone che non c’erano più, dei blackout, delle parole proibite.

Claudia: Sempre nel racconto “C’era una volta un passero”, di nuovo Amanda – ma riferendosi anche alla sorella Virginia –, dichiara: “Noi continuiamo a fare domande, non smetteremo mai di farne”, riferito al fatto che spesso la madre taceva alle figlie le informazioni a proposito del destino del padre. Lo stesso è stato anche per lei? Anche lei poneva domande e questioni ai suoi genitori, quando la realtà irrompeva nelle vostre vite? E che cosa le raccontavano i suoi? Indoravano la pillola o le presentavano la realtà così come stava?

Alejandra: Come molte famiglie durante quegli anni, anche i miei genitori cercavano di proteggermi ed evitavano di raccontarmi tutto quello che stava succedendo. Non per indorare la pillola, quanto per non espormi ai pericoli. I miei genitori sono argentini e si sono traferiti in Cile nel 1967, dopo l’arrivo al potere di Juan Carlos Onganía. Ricordo che, chissà perché, percepivo la loro argentinità come una specie di salvacondotto. Sapevo molto bene che la parola “comunismo” era una bomba verbale che in quegli anni nebbiosi non potevamo assolutamente sganciare. A volte mi facevo scappare altre parole, come Quilapayún [gruppo cileno di musica popolare che appoggiò il governo di Salvador Allende, N.d.T.] o Víctor Jara [cantautore cileno, militante del Partito Comunista, imprigionato, torturato e assassinato dai militari pochi giorni dopo il colpo di stato, N.d.T.], che era la musica che si ascoltava in casa mia. A volte canticchiavo addirittura le loro canzoni. Ed è capitato che ogni tanto qualche curioso mi chiedesse se i miei genitori fossero comunisti. Era in quei momenti che tiravo fuori il salvacondotto: «Sono argentini». Ora che ci ripenso, a quell’età ero convinta che il comunismo fosse cileno e che, in quanto argentini, i miei genitori fossero immuni da quegli strani sospetti.

Claudia: Nel racconto “Lancette d’orologio” la protagonista afferma: “Una madre è una foto sul muro di una casa”, mentre nel racconto “C’era una volta un passero” Amanda dichiara: “un padre è una bomba ad orologeria”. In queste due dichiarazioni, fatte da due ragazze adolescenti, si legge il riferimento alle persone scomparse durante i diciassette anni del regime di Augusto Pinochet. La madre che scompare e diventa una foto, un padre che si ribella al regime e potrebbe mettersi in pericolo. Quanto è ancora forte in Cile – e in Argentina – la questione dei desaparecidos?

Alejandra: Non avevo mai dato questa interpretazione alle frasi che hai citato, ma la tua mi sembra una lettura possibile e interessante. Il tema continua senza dubbio a essere presente. E fino a quando la verità, tutta la verità sui detenuti desaparecidos, non verrà a galla e non si farà vera giustizia, questa continuerà a essere una questione in sospeso.

Alejandra Costamagna (© Alberto Sierra)

Claudia: Uno dei libri che ho amato di più è “Ho paura torero” di Pedro Lemebel (edito in Italia da marcos y marcos e tradotto da M. L. Cortaldo e G. Mainolfi), che ha un incipit drammatico e bellissimo allo stesso tempo: “Come scorrere una garza sul passato, una tenda bruciacchiata che sventola alla finestra aperta di quella casa nella primavera dell’86. Un anno marchiato a fuoco dai copertoni fumanti per le strade di Santiago, schiacciata dal pattugliamento. Una Santiago che si svegliava al suono delle pentole sbattute nei cortei, al lampi dei black out, per i cavi elettrici scoperti, esposti alle catene, alle scintille. Poi il buio pesto, le luci di un camion blindato, i Fermo lì stronzo, agli spari e le corse a perdifiato (…) Quelle notti funeree, trafitte dalle grida, dall’incessante “Cadrà”, e dai tanti, tanti comunicati dell’ultimo minuto, sussurrati dall’onda sonora del “Diario de Cooperativa”. Quando è terminato il regime di Augusto Pinochet, lei aveva vent’anni: cosa ricorda degli ultimi anni della dittatura?

Alejandra: Anche se gli ultimi anni non furono i più duri della dittatura, ci sono stati casi atroci dei quali ci è toccato essere testimoni diretti. Tra questi, i fatti del 29 marzo del 1985, ovvero l’assassinio dei fratelli Rafael e Eduardo Vergara Toledo nella Villa Francia, e il sequestro, e successivo sgozzamento, del sociologo José Manuel Parada, a quei tempi capo della documentazione della Vicaría de la Solidariedad, del pittore e pubblicista Santiago Nattino, e del dirigente sindacale dei professori Manuel Guerrero. Sono molti i crimini commessi durante quegli anni dalla dittatura, una lista a cui voglio aggiungere l’assassinio del giornalista José Carrasco e di altri tre militanti di sinistra nel 1986 e la cosiddetta “Operazione Albania” nel 1987. Furono degli avvertimenti, la dittatura ci stava dicendo di essere ancora viva, sempre vigile. Nonostante questo eravamo giovani, e come giovani credevamo che il futuro potesse portare un cambiamento e ci consegnavamo a quell’idea con una dolce e ingenua speranza.

Claudia: La sua collega scrittrice Nona Fernández nel suo libro “Chilean electric”, portato in Italia da Edicola e tradotto da Rocco D’Alessandro, scrive: “Per molti anni Salvador Allende fu per me soltanto una voce. Sapevo che era stato l’ultimo presidente eletto dal paese, sapevo che era morto all’interno della Moneda, però non avevo mai visto nessuna sua immagine, era solo un’ombra oscura e sfocata. In casa mia non c’erano foto di Allende. In nessuna casa di nessun amico, di nessun parente, di nessun vicino. E se c’erano, stavano ben nascoste”. Lei era molto piccola quando Salvador Allende morì, ma qualcuno dei suoi famigliari o amici più grandi è riuscito a trasmetterle qualcosa del Presidente? Ha ascoltato a posteriori i suoi discorsi registrati? Se sì, che idea si è fatta del Presidente Allende?

Alejandra: Sì, chiaramente ho ascoltato i discorsi di Allende più volte. Senza andare troppo indietro nel tempo, ho riascoltato il discorso di Radio Magallanes [fu l’ultimo discorso alla nazione di Salvador Allende, trasmesso da Radio Magallanes mentre i militari stavano bombardando il palazzo presidenziale, N.d.T.] proprio l’11 di settembre appena trascorso. Non ho conosciuto Allende, ma mia madre mi portò sulle spalle a più di uno dei suoi comizi. Ero molto piccola e ovviamente non ho ricordi, ma con il tempo mi sono creata un’immagine molto precisa e delineata del suo personaggio. Che fosse soprannominato “El Chicho” [letteralmente, il piccolo, N.d.T.] già fa capire quanto venisse considerato un tipo tranquillo, simpatico a tutti. I miei genitori parlavano con infinito rispetto del Chicho e io conservo questo ricordo ereditato da loro.

La copertina del libro “C’era una volta un passero”, edito da Edicola ediciones

Claudia: Nella graphic novel “Gli anni di Allende” di Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta, tradotto da Paolo Primavera per Edicola, quando il Presidente Allende è sotto assedio al Palazzo della Moneda, lancia un ultimo messaggio ai cileni: “Lavoratori della mia patria: ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Continuate voi, sapendo che, più prima che poi si riapriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Via il Cile! Viva il Popolo! Viva i lavoratori!”. Dopo i diciassette anni della dittatura di Pinochet, cosa è successo al Cile? Ha seguito il commovente, ultimo messaggio del Presidente o ha intrapreso una strada diversa, lasciandosi alle spalle sia la dittatura sia l’eredità dei tre anni del mandato di Allende?

Alejandra: Senza dubbio, e finalmente, il Cile è uscito dalla lunga notte della dittatura. Anche se credo che i legami istituzionali con il regime, l’ossessione nei confronti del consenso, gli accordi inclini all’impunità e il rafforzamento del sistema neoliberale hanno finito per ostacolare il coronamento effettivo di questa nuova democrazia. Temo che l’ultima parte del discorso di Allende (“Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore”) non si sia ancora compiuta.

Claudia: L’ultima domanda è una curiosità. Quali libri consiglia di leggere, a noi lettori italiani, per capire il Cile della dittatura e il Cile di oggi?

Alejandra: Poco hombre, di Pedro Lemebel. È stato pubblicato da Ediciones UDP poco prima della sua morte e riunisce settantatré cronache tratte dai suoi libri. Un ripasso del Cile degli ultimi decenni: dagli anni settanta del secolo scorso fino al 2012.

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Ringrazio Alejandra Costamagna per aver risposto alle mie domande, grazie a Edicola ediciones, nelle persone di Alice e Paolo per la traduzione e le imamgini per l’articolo, e un grande grazie a Giulia di Good Book.it per avermi coinvolta in questo progetto.

Máirtín Ó Cadhain | Parole nella polvere

— Chiedo la parola! Chiedo la parola…
— Gesù, Giuseppe e Maria! Sono viva o morta? E questi qui sono vivi o morti? Tutti discutono come quando erano sulla terra! Pensavo che una volta sottoterra, senza più preoccupazioni e lavori domestici e neanche la paura del vento e del brutto tempo, sarei stata in pace… Ma perché tutti questi litigi nella terra del cimitero?… [Parole nella polvere, Máirtín Ó Cadhain, trad. L. Anzolin, L. Macedonio, V. Perna e T. Siciliano]

Riposi in pace, amen. Questa è la formula che utilizza il sacerdote per benedire la salma. Suona come una minaccia, anziché come un augurio di riposo eterno, ma nel piccolo cimitero del Connemara, in Irlanda, i morti protagonisti del romanzo “Parole nella polvere” di Máirtín Ó Cadhain (trad. L. Anzolin, L. Macedonio, V. Perna e T. Siciliano, Lindau edizioni, 26 €) fanno di tutto tranne che riposare.

Il piccolo cimitero del Connemara è un’entità romantica, è una distesa di tombe impostate in lotti cimiteriali di diverso valore- che ricordano che anche da morti esiste la suddivisione tra ricchi e poveri – che guardano il ruggente e capriccioso Oceano Atlantico.

C’è chi ha già la croce in pietra dell’isola, chi ancora l’aspetta. Chi è sepolto nel lotto più economico e s’indigna contro i parenti che hanno voluto speculare anche sulla morte. Chi il silenzio non sa cosa sia, perché è sempre in vena di sproloquiare con il vicino di tomba.

Ma c’è una cosa che tutti i morti del piccolo cimitero del Connemara attendono con trepidazione: l’arrivo di un nuovo morto, uomo o donna che sia, l’importante che è sia informato e aggiornato sulle ultime novità del mondo di lassù; sì, perché i morti del cimitero del Connemara non possono interagire con i vivi, per cui i nuovi morti che giungono sono gli unici a portare con sé nuovi pettegolezzi e nuove informazioni.

Può capitare che arrivi un morto direttamente addosso ad un altro già piazzato in quel lotto; può arrivare un morto che non ha molta voglia di parlare; può arrivare un morto che ha voglia solo di parlare di se stesso e del suo debole cuore, ma non dei pettegolezzi di paese. E può succedere che Caitríona si arrabbi. In realtà, Caitríona si arrabbia fin troppo.

— … Davvero, Muraed, dicono che Caitríona, dopo tutto quel gran sparlare di Nell, quando suo marito è morto era contenta di avere una sorella. All’epoca era messa male, con Pádraig ancora piccolo…
— Sì, contenta di avere una sorella! Contenta di avere Nell! Come se avessi mai accettato qualcosa da lei! Signore Gesù, cosa mi tocca sentire, che ho accettato qualcosa da quella cagna! Basta! Sto per scoppiare! Scoppio!… [Parole nella polvere, Máirtín Ó Cadhain, trad. L. Anzolin, L. Macedonio, V. Perna e T. Siciliano]

Caitríona è stata un donnone con una precisa vocazione: comandare a tutti. Una donna forte che per tutta la vita ha cercato di non farsi mettere i piedi in testa da nessuno, e se non se li è fatti mettere in testa da viva non lo farà di certo da morta!

Oltre ai pettegolezzi, nel sempre più affollato cimitero del Connemara, i morti parlano di quelle che furono le loro vite, dei loro lavori, della miseria vissuta o delle piccole ricchezze; parlano di sport e qualcuno ce l’ha ancora male per il furto delle alghe. Si parla di politica irlandese e internazionale.

Insomma, nel piccolo cimitero del Connemara i morti sembrano più vivi che mai e nei lotti può accadere di tutto, tranne riposare in silenzio.

Nel Cimitero non esistono tempo né vita. Né luce né oscurità. Non esistono alba, maree o cambiamenti di vento e clima. Le giornate non si allungano, né le Pleiadi e il Grande Carro si manifestano; né le creature viventi si abbigliano col manto della Gioia e della Festività. Non ci sono gli occhi vivaci dei bambini, né gli stravaganti desideri dei giovani, né le rosee gote delle fanciulle, né la dolce voce della madre affettuosa, né il sorriso sereno degli anziani. Occhi, desideri,gote, voci e sorrisi si dissolvono tutti in una massa amorfa nell’alambicco generoso della terra. La carnagione qui non ha voce, né la voce ha carnagione, perché la chimica indifferente della tomba non possiede voce né carnagione. Soltanto ossa che si sbriciolano, carne che imputridisce e parti del corpo un tempo vitali che si decompongono. Solo un guardaroba di terra, dove l’abito smesso della vita è buono per le tarme… [Parole nella polvere, Máirtín Ó Cadhain, trad. L. Anzolin, L. Macedonio, V. Perna e T. Siciliano]

Cimitero irlandese (foto: William Murphy, CC BY-SA 2.0 Wikipedia Free Commons)

È la prima volta che il libro “Parole nella polvere” di Máirtín Ó Cadhain vede la luce in Italia; scritto originariamente in gaelico e quindi tradotto in inglese, il romanzo “Parole nella polvere” è stato tradotto in italiano partendo dalla versione inglese. Un gioco di parole un pochino arzigogolato, ma se siete curiosi ecco l’articolo in cui viene spiegato il processo traduttivo.

Lo stile di Máirtín Ó Cadhain non è semplice ma molto originale: leggendo “Parole nella polvere“, sin dalle prime pagine, il lettore capisce che avrà a che fare con una moltitudine di personaggi, fatti e situazioni, che s’intrecciano via via che procede la narrazione.

Immaginate di essere ad una grande festa, dove non conoscete nessuno; vi avvicinate ad un gruppetto di persone e iniziate ad ascoltare le loro conversazioni. Capite le parole, ma non capite a chi si riferiscono, però voi registrate tutto. Vi allontanate e vi avvicinate ad un altro gruppetto: questa volta, però, cogliete il nome di qualcuno di cui avete già sentito parlare poco prima, ma viene descritto completamente in modo diverso.

Ecco, è così che mi sono sentita leggendo “Parole nella polvere” di Máirtín Ó Cadhain: ero ospite di quel piccolo cimitero del Connemara ad ascoltare le voci e le storie di una moltitudine di personaggi. La lettura di “Parole nella polvere” non è sempre stata semplice; “Parole nella polvere” non è un romanzo, è quasi un canovaccio teatrale, ed è un’idea che può funzionare bene rappresentata a teatro, anziché sulla carta scritta (infatti, dal libro è stato tratto un film).

I dialoghi che s’intrecciano, gli eventi e le pochissime descrizioni (se non quelle della Tromba del Cimitero) danno origine ad una narrazione che rallenta la lettura, la quale deve essere affrontata con calma. I lunghi monologhi dei personaggi, spesso infarciti di ripetizioni continue, confesso che mi hanno annoiata un po’ e spesso ho dovuto rileggere per riprendere il filo della narrazione. Ma se ci pensate, succede proprio così nella realtà, quando qualcuno di logorroico insiste a raccontarci la sua storia!

Date queste premesse, “Parole nella polvere” di Máirtín Ó Cadhain resta un libro senza dubbio molto, molto particolare.

I cimiteri sono luoghi associati ad un qualcosa di lugubre e triste; ma chi lo sa se i morti sepolti qui non possano proseguire a discure, litigare, battibeccare, come hanno fatto per tutta la vita. Con buona pace del sacerdote che augura riposo eterno. Amen.

Titolo: Parole nella polvere
L’Autore: Máirtín Ó Cadhain
Traduzione dall’inglese: Luisa Anzolin, Laura Macedonio, Vincenzo Perna e Thais Siciliano
Editore: Lindau Edizioni
Perché leggerlo: perché un cimitero può essere popolato – molto più che il mondo dei vivi – di personaggi morti ma simpatici, isterici, ripetitivi, che hanno ancora voglia di raccontare qualcosa di loro stessi

(© Riproduzione riservata)

Cinque libri da leggere in autunno: i miei consigli di lettura

L’autunno è la mia stagione preferita. La luce tiepida e avvolgente, i colori delle foglie che assumono tutte le tonalità che vanno dall’oro al rosso, l’aria che al mattino e sera diventa frizzante e arrossisce le gote. È anche la stagione delle letture accompagnate ad una buona tazza di tè caldo, della coperta sulle ginocchia, delle storie che scaldano il cuore.

Per questo, Federica del blog Una ciliegia tira l’altra ed io abbiamo voluto selezionare cinque libri che, secondo noi, sono perfetti per essere letti in autunno. Nell’elenco troverete le mie cinque proposte con il perché leggerlo proprio in autunno; come sempre cliccando sul titolo del romanzo verrete reindirizzati alla mia recensione. L’elenco delle letture autunnali di Federica, invece, lo trovate cliccando su questo link.

Buona lettura!

“Gilead” di Marilynne Robinson (trad. Eva Kampmann, Einaudi, 257 pagine, 12 €)

Perché leggerlo in autunno: perché Gilead è come una trapunta calda quando a settembre iniziano le prime serate fredde. Perché il reverendo Ames, col suo gran cuore, è uno dei personaggi più belli e meglio riusciti incontrati nei tanti romanzi americani che ho letto.

“Fiabe così belle che non immaginerete mai” di Ivano Porpora (LiberAria, 165 pagine, 15 €)

Perché leggerlo in autunno: perché tutti abbiamo bisogno di una storia che scaldi il cuore.

“Spesso sono felice” di Jens Christian Grøndahl (trad. E. Kampmann, Feltrinelli, 103 pagine, 12 €)

Perché leggerlo in autunno: perché è un romanzo malinconico, un po’ come l’autunno, che fa riflettere sul tempo che passa e su cosa resterà di noi quando non ci saremo più.

“Benedizione”di Kent Haruf (trad. F. Cremonesi, NN Editore, 273 pagine, 17 €)

Perché leggerlo in autunno: perché Dad Lewis se ne sta andando, assieme all’estate, benché abbia ancora molte cose in sospesto, e perché Holt è il paese perfetto per assaporare l’autunno che incalza.

“Le otto montagne” di Paolo Cognetti (Einaudi, 199 pagine, 18.50 €)

Perché leggerlo in autunno: perché Cognetti è un maestro nel descrivere le stagioni, e lo splendore dell’estate che se ne va, a Grana, è qualcosa bellissimo e malinconico allo stesso tempo.

*

A voi piace l’autunno? Quali romanzi o racconti ci suggerireste di leggere in questa stagione?

Alejandra Costamagna | C’era una volta un passero

Mio padre è il protagonista di questa storia, ma mio padre non c’è più. Devo andare all’indietro e grattarmi la testa per farlo comparire. Con la sua partenza molte cose cambiarono in casa. Non sto parlando della carta da parati o degli elettrodomestici. Mi riferisco al fatto che tutti cominciarono a dare un po’ di matto. Anche se sembra che a dirlo sia una persona sana, anch’io ero diventata matta [C’era una volta un passero, Alejandra Costamagna, trad. M. Nicola ]

C’era una volta un passsero” di Alejandra Costamagna (trad. Maria Nicola, Edicola ediciones, 75 pagine, 10 €) è una raccolta di tre racconti brevi ambientati in Cile durante gli anni della dittatura di Augusto Pinochet. Hanno, tutti e tre i racconti, ragazze adolescenti come protagoniste, le quali sono immerse in questa realtà stagnante e pericolosa, della quale sanno o capiscono poco.

Nel primo racconto della raccolta, “Mai nessuno si abitua” la protagonista è Jani, una ragazzina che lascia il Cile per andare in Argentina dalla zia, accompagnata dal papà. Quello che non sa è che la mamma e il papà si stanno separando, e che è stato deciso che trascorrerà più tempo col papà e la zia in Argentina che con la mamma in Cile.

Il secondo racconto, “Lancette d’orologio“, è brevissimo, in due pagine sole, la Costamagna riesce a trasmettere l’infinito vuoto che una madre lascia quando scompare.

Una madre è una foto sul muro di una casa; un primo piano di famiglia felice. Una madre è un orologio, dice un padre. Non sapete quanto può essere perniciosamente bello un padre [Lancette d’orologio, Alejandra Costamagna, trad. M. Nicola ]

Infine, l’ultimo racconto è “C’era una volta un passero“, quello che dà il titolo alla raccolta. Qui ci sono due sorelle adolescenti come protagoniste, Virginia e Amanda, la voce narrante della storia, e c’è un padre che all’improvviso sparisce. La madre è avida nel dare informazioni alle figlie, l’unica cosa che sanno è che il padre è in carcere. Poi, però, sparisce.

La calligrafia è inconfondibile. Mio padre ha sempre scritto tutto attaccato, come se ogni frase fosse un’unica lunga parola. Non c’è mittente (…) E’ una lettera per mia sorella e per me, quindi dovremmo aprirla insieme (…) vado avanti, leggo, torno indietro, gratto, rileggo (…) Non capisco tutte le parole, alcune frasi mi sfuggono. Ma so che rileggerò questa lettera mille volte, fino a impararla a memoria [C’era una volta un passero, Alejandra Costamagna, trad. M. Nicola ]

I racconti di Alejandra Costamagna trattano di temi molto importanti e impegnativi: la scomparsa, la morte, la dittatura, la perdita di un genitore, l’arrivo della consapevolezza che forse il mondo non è un luogo così bello. Con uno stile diretto, che parla al lettore con delicatezza ma senza troppi sconti, la Costamagna sviscera una delle pagine più delicate della storia del Cile: l’avvento della dittatura, la perdita delle libertà individuali e il terrore di essere imprigionati con la sola colpa di aver espresso un’idea.

Però, quello che ho colto in ogni racconto è la speranza, soprattutto ne “C’era una volta un passero“. Sì, è vero che Amanda e Virginia non sanno che fine abbia fatto il loro papà – la immaginano, la suppongono, ma nono sicure che sia andata proprio così; eppure, la speranza di rivederlo c’è, e penso che per tutti coloro che hanno perso qualcuno durante la dittatura la speranza di sapere che fine hanno fatto, o magari riabbracciarli dopo tanto tempo, sia ancora viva, luminosa, accesa.

Titolo: C’era una volta un passero
L’Autrice: Alejandra Costamagna
Traduzione dallo spagnolo: Maria Nicola
Editore: Edicola ediciones
Perché leggerlo: perché si tratta di tre racconti graffianti ma delicati che gettano luce su una pagina importante della storia del Cile

(© Riproduzione riservata)

Amy Fusselman | Il medico della nave/8

La storia della mia vita non era una linea retta che mi lasciavo dietro come una scia, un avvenimento dopo l’altro, alcuni più vicini e altri più lontani. Era come se la storia della mia vita non fosse affatto collegata a me. Era una sfera sul tavolo di una biblioteca chissà dove, e le violenze che avevo subito erano finite sul suo fondo, una chiazza bianca come l’Antartide sul mappamondo. E non è un posto in cui ti viene voglia di andare, l’Antartide, se non per condurre ricerche [8, Amy Fusselman, trad. L. Taiuti]

Le storie intime sono difficili da raccontare. Pensate alla morte di un padre, alla voglia di una maternità che non arriva, ad un’infanzia profanata da un vecchio pedofilo. Pensate a quanto possa essere difficile riportare su carta questi sentimenti, quanto possa essere faticoso rielaborarli, anche se un lieto fine c’è stato.

Dall’elaborazione di questi eventi drammatici, Amy Fusselman ha scritto due lunghi racconti fortemente autobiografici, raccolti insieme nel volume “Il medico della nave/8” (trad. Leonardo Taiuti, Edizioni Black Coffee, 205 pagine, 13€). I racconti vanno letto nell’ordine di pubblicazione, prima “Il medico della nave”, quindi il racconto “8”.

Ne “Il medico della nave” Amy Fusselman racconta della morte del padre (che durante la seconda guerra mondiale fu apprendista medico su una nave militare ma che quando rientrò non completò gli studi in medicina) e del suo desiderio di maternità. Amy è una donna adulta e sposata, un’artista che vive a New York, ma sotto l’apparenza è fragile e preda di malinconie e dispiaceri.

Amy racconta del suo rapporto con il padre, della malattia, dell’agonia e della morte di quest’ultimo; intervalla questi racconti con i numerosi tentativi di riuscire a restare incinta; descrive i meccanismi che stanno dietro alla fecondazione artificiale, ai farmaci, ai trattamenti e alle delusioni di scoprire che neppure dopo l’ennesimo tentativo è rimasta incinta.

C’è la voce di Amy Fusselman, ne “Il medico dela nave“, c’è la sua voce emozionata quando parla del padre e quella distaccata quando racconta del difficile cammino per diventare madre. Oltre alla voce di Amy, ci sono stralci del diario che il padre teneva quando era medico apprendista sulla nave da guerra.

Prima che mio padre morisse, consideravo il mondo un luogo. Con luogo intendo uno spazio. Fisso. Lo spazio non si muovo, sono le persone a spostarsi al suo interno. Le persone e lo spazio possono toccarsi, ma solo superficialmente. Alla sua morte ho capito che persone e spazio sono compenetrabili, a differenza delle persone tra loro. Ho capito che lo spazio è come l’acqua. Le persone possono entrarci [Il medico della nave, Amy Fusselman, trad. L. Taiuti]

New York (Photo by ben o’bro on Unsplash)

Nel secondo racconto della raccolta, intitolato “8” come una delle figure che si realizzano nelle gare di pattinaggio artistico, Amy torna a parlare della sua famiglia, di suo marito Frank e dei loro figli King e Mick, e di un personaggio che ha cambiato la sua infanzia, colui che chiama “il mio pedofilo“.

I pedofili sono fuori di testa. Lo so perché ne ho avuto uno. Ho avuto il mio pedofilo personale. Era il marito della donna che mi faceva da baby-sitter. Di cognome faceva Dauth, ed era una patita di Gesù. Anche il pedofilo si chiamava Dauth. Di nome non so. Ormai sarà morto. [8, Amy Fusselman, trad. L. Taiuti]

Questa rivelazione può essere scioccante, e a tutti gli effetti lo è. Ma nel racconto “8” benché compaia spesso lo spettro del signor Dauth, Amy parla con entusiasmo della sua famiglia, della voglia di tornare a scuola guida per imparare a guidare una motocicletta, dei progressi dei suoi figli e della gioia che finalmente ha nel cuore essendo riuscita a diventare madre, anche se non è sempre uno spasso occuparsi di bambini piccoli.

Parla delle gare di pattinaggio artistico, una delle sue passioni, racconta dei trattamenti medici ai quali si sottopone per ritrovare equilibrio e rielaborare vecchi traumi. Parla di un segreto che la madre le ha sempre tenuto nascosto e del quale non vuole aggiungere molto. Parla del passato, del significato dell’infazia, del tempo che scorre in modo diverso tra bambini e adulti; parla del presente, della gioia, della musica.

Provavo gioia quando pattinavo. Adoravo accendere lo stereo e pattinare liberamente. Era come ballare con un motore attaccato, perché andavo più veloce, piroettavo più veloce e non pensavo, ascoltavo la musica con il corpo e mi abbandonavo a essa per parla entrare dentro di me (…) A volte cadevo e non mi importava, saltavo e cadevo e non mi importava. La felicità in tutto ciò sta nell’aprirsi a un qualcosa che è migliore di te [8, Amy Fusselman, trad. L. Taiuti]

New York (Photo by Karla Alexander on Unsplash)

I racconti della Fusselman sono caratterizzati da una forte componente autobiografica e non sono ascribili ad alcun genere, per questo vengono definiti non-fiction. La trama non si svolge in modo lineare, bensì da un perfetto collage di episodi distanti tra loro nel tempo. La scrittura di Amy Fusselman è fortemente magnetica e lucida, decisamente coinvolgente pur dando l’impressione di essere una voce monotonale.

Tra la vicenda del padre, quella della maternita, i traumi infantili e le successive rielaborazioni, Amy Fusselman trova lo spunto per porre il lettore di fronte a riflessioni sulla vita, sulla morte e sul tempo. Come se la Fusselman stoppasse l’andamento della storia – già trasformata in collage, con i suoi salti temporali annessi – e obbligasse con gentilezza il lettore a fermarsi e a pensare. E’ in questi punti che mi sono ritrovata, che mi sono fermata, che ho chiuso il libro e poi l’ho riaperto per sottolineare le frasi, per ricordarmele, per tornare a rifletterci su. Male non fa mai.

Se non è lo spazio, allora cosa separa le persone? Conoscevo la risposta: quello che separa le persone non è lo spazio ma il tempo [8, Amy Fusselman, trad. L. Taiuti]

Titolo: Il medico della nave/8
L’Autrice: Amy Fusselman
Traduzione dall’inglese: Leonardo Taiuti
Editore: Edizioni Black Coffee
Perché leggerlo: i due racconti di stampo autobiografico di Amy Fusselman sono magnetici, lucidi, coinvolgenti benché all’apparenza monotonali e forniscono notevoli spunti per riflettere. Quella della Fusselman è una voce interessante del panorama newyorkese, per la prima volta tradotta in lingua italiana.

(© Riproduzione riservata)

Kim Thúy | Il mio Vietnam

Nell’aria, risuonavano solo i messaggi del governo diffusi dagli altoparlanti per ricordare il giorno delle grandi pulizie, quando tutti insieme gli abitanti del quartiere dovevano tirare fuori la scopa per sistemare le strade; oppure per annunciare un processo (…); oppure per denunciare le famiglie che avevano celebrato un matrimonio con troppa allegria o pianto con troppo sentimento per la perdita di un caro… Non sapevo che mia madre approfittasse di questi annunci pubblici per sussurrare all’orecchio di Hà l’indirizzo di un passatore che avrebbe organizzato la nostra partenza dal Vietnam [Il mio Vietnam, Kim Thúy, trad. Cinzia Poli]

Il suo nome in significa “minuscola”: Vi è la quarta figlia di una famiglia benestante di Saigon, la femmina dopo tre maschi.

Il nonno di Vi, Antoine Lê Văn An, ha studiato presso i francesi, diventando uno stimato giudice e creando un notevole e solido patrimonio economico. Grazie alla stima e ai soldi, il padre di Vi, unico figlio maschio di Antoine Lê Văn An, ha vissuto da sempre nella bambagia, circondato da tate che anticipavano i suoi desideri e da ogni sorta di lusso, diventando, da adulto, una persona piuttosto capricciosa e imprevedibile.

Durante le vacanze estive, i Lê Văn An frequentano una tenuta distante dalla città, a Đa Lat, ed è qui che il padre di Vi incontra la donna che diventerà sua moglie. Se il nonno aveva incontrato una donna meravigliosa, una donna al cui passaggio tutti i capi si voltavano per guardarla, al contrario il padre di Vi sposa una donna bruttina, naso schiacciato, mascella squadrata, pelle scura come quella di una contadina, ma con una forza di volontà incredibile.

La madre di Vi è una donna decisa, dura a tratti, capace di mandare avanti una famiglia con una precisione quasi militare. Soprassede anche i tradimenti del marito, vive per la sua famiglia, inghiotte amari bocconi e brilla della luce riflessa del marito bellissimo.

Ma si sa che la vita spesso gioca brutti scherzi e succede che all’improvviso una situazione favorevole si trasformi in una tragedia. Così, prima che i gemelli vengano chiamati a partecipare ad una saguinosa guerra, la madre di Vi inizia ad raccogliere informazioni circa la possibile fuga dal Vietnam.

La sua amica Hà, una donna maltrattata dal marito che ha voglia di reinventarsi un futuro, passa alla madre di Vi le informazioni necessarie per abbandonare il Vietnam; fuggono, madre e figli, dalle lussureggianti terre vietnamite, si lasciano alle spalle la loro cultura, le loro certezze e i loro affetti. La barca solca le acque del Golfo del Siam e approda in Malesia. Il campo profughi malesiano sarà solo la prima tappa di quello che, per la minuscola Vi, diventerà un lungo viaggio.

Il mio nome non mi predestinava ad affrontare le tempeste in alto mare e ancor meno a condividere una baracca in un campo profughi in Malesia con un’anziana signora che ha pianto giorno e notte per un mese senza spiegarci chi fossero i quattordici bambini che erano con lei (…) Quando le parole avevano cominciato a sfiorare le labbra incolori della donna ridotta a un fantasma, mia madre mi ha mandata fuori per salvaguardare l’innocenza dei miei otto anni [Il mio Vietnam, Kim Thúy, trad. Cinzia Poli]

I boat people passano dalla loro barca di legno alla nave cargo che li porterà in Malesia (fonte: Wikipedia, autore senza nome, immagine di pubblico dominio)

Il mio Vietnam” di Kim Thúy (trad. C. Poli, Nottetempo, 142 pagine, 15 €) è un breve romanzo che ha come protagonista una bambina che a otto anni si vede costretta ad abbandonare la sua terra per andare dall’altra parte del mondo ad inventarsi una nuova vita. La storia di Vi è la rielaborazione del passato vissuto da Kim Thúy stessa: l’autrice, a dieci anni, ha lasciato il Vietnam per rifugiarsi in Canada, dove è diventata avvocato e quindi critico gastronomico.

Leggere “Il mio Vietnam” è come fare il giro del mondo, saltellando qua e là, perché la protagonista Vi, dopo essere fuggita dal Vietnam ed essersi rifugiata in Canada, ha la possibilità di viaggiare: Brasile, Stati Uniti, Cambogia, Francia, Inghilterra, Cina, Hong Kong, Italia, Giappone… Raccontando la storia di Vi – e di se stessa – con tono brillante e gioviale, “Il mio Vietnam” è una lettura che scorre in fretta.

Vi ricorda con spensieratezza gli anni dell’infanzia, quelli in cui si sentiva “la custode del tempo” semplicemente perché aveva il permesso di voltar pagina al calendario; racconta della fuga, vista con gli occhi di una bambina che non comprende completamente che, forse, non rivedrà più la sua casa. Parla del Canada, dell’accoglienza calorosa riservata ai vietnamiti (la stessa calorosa accoglienza che i canadesi riservarono agli ugandesi, raccontata nel romanzo “Dove l’aria è più dolce” di Tasneem Jamal).

Infine, racconta della sua passione per lo studio e il momento in cui torna in Vietnam, anni dopo la fine della guerra. Il Vietnam che Vi trova non è più il suo Vietnam, è un mondo diverso, ribaltato, nuovo. Un luogo dove la gente non ha dimenticato il calore mortale dei gas usati dagli americani o il sibilo delle pallottole, ma dove si cerca di andare avanti e guardare al futuro; per volontariato, dopo il lavoro, Vi inizia a frequentare un orfanotrofio, un luogo triste ma anche pieno di speranza. Ed è in questo luogo, tra le mura dell’orfanotrofio, che scopre un dettaglio della vita di suo padre, l’unico membro della famiglia a non aver – probabilmente – mai lasciato il Vietnam. Mentre culla un neonato abbandonato o cambia una fasciatura, Vi aspetta.

Aspetta che da quella porta entri una parte del suo passato, quella ancora da chiarire.

Mio padre pensava che la vita fosse giusta nel ricompensare mia madre con la nostra presenza e punire lui con la nostra assenza (…) Forse aveva capito che avevo bisogno di silenzio per sentire di nuovo la sua voce, e di tempo per ripercorrere il cammino fino a lui [Il mio Vietnam, Kim Thúy, trad. Cinzia Poli]

Titolo: Il mio Vietnam
L’Autrice: Kim Thúy
Traduzione: Cinzia Poli
Editore: Nottetempo
Perché leggerlo: perché “Il mio Vietnam” è un libro scorrevole e brillante, che racconta come il destino favorevole possa volgere all’improvviso a sfavore, ma anche che esiste per tutti una seconda possibilità per riscattarsi

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Marilynne Robinson | Gilead

Ammesso che tu abbia qualche ricordo di me, mi capirai meglio grazie a quello che ti sto raccontando. Se potessi guardarmi con gli occhi di un uomo fatto anziché con quelli di un bambino, noteresti senz’altro in me un che di crepuscolare. Mentre leggi queste pagine, spero tu capisca che quando parlo della lunga notte che precedette questi miei giorni di felicità, più che la sofferenza e la solitudine ricordo la pace e il conforto: sofferenza, certo, ma mai senza conforto; e solitudine, ma mai senza pace [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Gilead” di Marilynne Robinson (trad. Eva Kampmann, Einaudi, 257 pagine, 12 €), scritto nel 2004 e vincitore del Pulizer Prize of Fiction 2005, è il primo volume di una trilogia incentrata sugli abitanti di Gilead, immaginaria cittadina rurale del Midwest americano. “Gilead” si svolge nel 1957 ed è incentrato sulla figura del reverendo John Ames, la voce narrante.

Il reverendo John Ames ha quasi settantasette anni e sente di essere prossimo alla morte. Sapendo che non avrà la possibilità di veder crescere suo figlio, decide di scrivergli una lettera diario.

Nella lettera s’intrecciano personaggi, luoghi ed episodi che riaffiorano dai ricordi del reverendo Ames. Storie che si legano l’una con l’altra, come i rami nodosi di una vecchia quercia, e che vanno a comporre un preciso ritratto di Ames, dai suoi sentimenti alle sue paure, dai suoi dubbi alla sua umiltà.

Quando ero piccolo, la gente credeva che fossi più grande e spesso pretendeva da me di più – più buonsenso, di solito – di quanto fossi in gredo di tirar fuori all’epoca. Divenni molto bravo a fingere di capire, un’abilità che mi è servita ad andare avanti nella vita. Ti dico questo perché coglio che tu ti renda conto che sono tutt’altro che un santo (…) Godo di molto più rispetto di quanto non meriti [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Parla della sua famiglia originaria del Maine ma vissuta in Kansas, di sé stesso, del suo rapporto con la religione e il sacerdozio, delle rare amicizie, dell’amore che prova per la moglie e per il figlio, il tutto descritto con struggente sentimento e commozione. Ciò che il reverendo John Ames ha vissuto è stato filtrato attraverso i suoi occhi e il suo cuore di pastore di anime, è un uomo che ha sempre rispettato il prossimo, che ha perdonato chi ha sbagliato e che si è privato dei suoi magri guadagni per aiutare chi era in difficoltà.

Andrew Wyeth (1943)

Il reverendo Ames descrive suo nonno, John Ames a sua volta sacerdote, un uomo dai modi coloriti che sosteneva i Free Soiler ad affermare il diritto al voto schierandosi come antischiavista, dichiarandosi a favore della guerra per liberare gli schiavi, e richiamava i fedeli in chiesa sparando un colpo di pistola in aria. Scrive di suo padre, John Ames anch’esso uomo di religione, pacifista convinto e spesso in conflitto con il padre, eppure sempre pronto al perdono, tanto da scendere in Kansas con il figlio adolescente per cercare la tomba di suo padre John Ames: durante gli ultimi anni della sua vita, il vecchio Ames era tornato in Kansas a predicare e da laggiù non era mai tornato.

Mio padre nacque in Kansas, come me, perché il vecchio si era spinto fin laggiù dal Maine col solo scopo di aiutare i Free Soiler ad affermare il diritto al voto, in quanto si doveva votare sulla costituzione che avrebbe deciso se il Kansas sarebbe entrato a far parte dell’Unione degli Stati Uniti come stato schiavista o antischiavista (…) ovviamente, molti abitanti del Missouri che volevano annettere il Kansas al Sud fecero la stessa cosa. Perciò, per un certo periodo la situazione fu completamente fuori controllo. Un’esperienza da dimenticare, diceva mio padre. Non gli piaceva sentir accennare a quei tempi, e questo fatto fu causa di rancori tra lui e il genitore [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Descrive la sua gioventù spensierata con le marachelle combinate con l’amico Robert Boughton, l’ammirazione smisurata per il fratello maggiore Edward, uomo con teorie e idee contrapposte a quelle del padre; racconta della piccola Louise, una bambina con le trecce che da adulta diventerà sua moglie, ma disgraziatamente perirà in seguito al parto di Rebecca, la loro sfortunata primogenita.

Il reverendo Ames descrive gli anni solitari dopo essere diventato vedovo, le serate infinite, le pie donne di Gilead sempre pronte a fargli trovare un pasto caldo; dopo le bravate giovanili, anche Boughton è diventato un sacerdote e nella lettera diario vengono riportate molte costruttive discussioni a sfondo religioso con l’amico sacerdote Boughton. Intere pagine vengono riservate al rapporto tra il sacerdote Boughton e suo figlio, John Ames “Jack” Boughton, pecora nera della famiglia Boughton e figlioccio del reverendo John Ames.

Uno dei personaggi più interessanti, benché sia il più silenzioso ed elusivo, è Lila, la giovane moglie del reverendo Ames, descritta con una delicatezza incredibile. Nella lettera, il reverendo Ames usa solo parole commoventi per raccontare l’attimo in cui ha conosciuto la donna che sarebbe diventata la sua seconda moglie, incontrata nel 1947, durante una funzione. Il reverendo è immediatamente attratto da Lila, egli capisce che quella donna rappresenta qualcosa di unico e la avvicina, invitandola al circolo biblico.

Pian piano la donna si avvicina alla religione, impara a vivere assieme alle persone e diventa una voracissima lettrice. Lila ha un passato turbolento, del quale il reverendo non scrive molto. Durante una lumiosa giornata, mentre sono in giardino, la donna propone al reverendo di sposarla.

Cominciò a venire a casa mia insieme ad alcune delle altre donne per prendere le tende da lavare, o sbrinare la ghiacciaia. E poi cominciò a venire da sola per prendersi cura del giardino. Lo fece diventare bellissimo e rigoglioso. E una sera, quando la trovai là, vicino alle splendide rose, le chiesi: – Come potrò sdebitarmi di tutto questo? E lei mi rispose: – Dovrebbe sposarmi – . E lo feci. [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Andrew Wyeth (1963)

Ma la gioia più grande per il reverendo Ames è la nascita del figlio. È ormai anziano, Ames, ha quasi sett’anni quando diventa padre: è felice ma allo stesso tempo la paura di morire prima che al piccolo restino ricordi di lui. Nel descrivere i momenti della loro vita quoditiana, si percepisce un amore fortissimo e straordinario, un sentimento profondo, autentico, emozionante.

Tu e tua madre eravate seduti sul dondolo, avvolti in una trapunta. Lei ha detto: – Forse questa è l’ultima serata mite -. Mi ha fatto posto al suo fianco, mi ha sistemato la trapunta sulle ginocchia e ha appoggiato la testa sulla mia spalla (…) E così siamo rimasti seduti al buio per un po’, tu più o meno addormentato mentre tua madre ti carezzava i capelli [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Per il figlio, il reverendo Ames è disposto a tutto, anche a giocare con lui nonostante gli accacchi dell’età e mentre lo tiene in braccio prega per il suo futuro, per lui augura solo il meglio. Non ci sarà, accanto a lui, gli anni che li dividono sono troppi e il tempo scorre fin troppo in fretta; ma il reverendo prega affinché il figlio diventi un uomo intelligente, buono e misericordioso.

Pregherò per tu diventi un uomo coraggioso in un paese coraggioso. Pregherò perché tu trovi un modo per renderti utile [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Come avrete intuito dalla mia recensione, “Gilead” è un romanzo che mi è piaciuto moltissimo, che mi ha emozionata, commossa e colpita. Le vicissitudini dei pochi personaggi legati alla cittadina di Gilead sono filtrate dagli occhi e dai sentimenti del reverendo Ames, che restituisce al lettore un ritratto unico di alcuni abitanti della cittadina del Midwest degli anni Cinquanta. Lo stile di Marilynne Robinson è coinvolgente, studiato nei minimi dettagli, ogni parola usata è calibrata, nulla è lasciato al caso o allo sproposito. I personaggi, pochi appunto, sono caratterizzati con un dettaglio incredibile e vengono indagati in profondità, presentati con le loro paure e sicurezze, certezze e debolezze.

Solo un personaggio è evanescente, pur raccontandone le gesta. È il figlio di Amese e Lila, il bambino di sette anni che rappresenta la gioia del padre, ma non viene descritto in quanto bambino, bensì immaginato dall’anziano padre quando sarà un vecchio.

(…) quando sarai vecchio come me, forse ti verrà in mente di scrivere una sorta di resoconto personale, come sto facendo io (…) Perché mi piace pensarti vecchio? Quella prima fitta dell’artrite nel tuo ginocchio la immagino con tutta la tenerezza di quando mi ha mostrato il tuo dente dondolante. Sii assiduo con le tue preghiere, vecchio mio [Gilead, Marilynne Robinson, trad. E. Kampmann]

Eppure, benché possa sembrare che “Gilead” parli di morte – da quella del nonno a quella repentina della voce narrante – io in questo romanzo ho trovato la vita e la speranza, tanta speranza, la fiducia nel futuro e la certezza che tutti possiamo cambiare in meglio.

Andrew Wyeth (1998)

La vita del figlio che continuerà e che un giorno diventerà adulto; la speranza e la fiducia in un futuro radioso per tutti; e la certezza che se si vuole, se si lavora duramente, si può cambiare. Potrà cambiare Jack Bougthon come è cambiata Lila quando ha incontrato il reverendo Ames. Ma questo lo scoprirò solo ritornando a Gilead, ritornando a casa.

Titolo: Gilead
L’Autrice: Marilynne Robinson
Traduzione dall’inglese: Eva Kampamann
Editore: Einaudi
Perché leggerlo: perché Gilead è come una trapunta calda quando a settembre iniziano le prime serate fredde. Perché racconta un’America rurale che esiste solo più nei ricordi, o nelle lettere polverose che si disfano se le si legge. Perché il reverendo Ames, col suo gran cuore, è uno dei personaggi più belli e meglio riusciti incontrati nei tanti romanzi americani che ho letto.
Acquista: formato brossura

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