Consigli di lettura: 11 libri da regalare a chi ama il Nord Europa

Per un lettore trovare sotto l’Albero di Natale un pacchetto a forma di parallelepipedo è sempre fonte di grande emozione e curiosità. Ma regalare un libro a un amico lettore è sempre una sfida: il libro che ho scelto gli piacerà? Lo ispirerà come ha ispirato me? Lo avrà già letto?

Quest’anno ho deciso di scrivere un articolo con un suggerimento un po’ particolare: non vi parlerò delle ultime uscite o delle storie da regalare ad una precisa tipologia di lettore. Quest’anno ho pensato di dedicarmi esclusivamente alla mia regione geografica d’elezione: il Nord Europa.

In pochi luoghi mi sono sentita a casa come in Nord Europa e, pur avendo ancora molti sogni nei cassetti e tanti viaggi da progettare in futuro, quando sento particolare nostalgia corro in libreria e cerco un libro ambientato in quelle magiche e affascinanti terre.

L’articolo che state leggendo vi condurrà attraverso il Nord Europa: visiteremo con la fantasia isole lontane, terre innevate, città sfavillanti che si affacciano sul Mar Baltico e remoti angoli ghiacciati del nostro pianeta. Se siete pronti a partire, seguitemi in questa bella e intrigante avventura letteraria.

*

DANIMARCA: Spesso sono felice di Jens Christian Grøndahl (trad. E. Kampmann, Feltrinelli)

Può una donna decidere di cambiare vita a settant’anni? Secondo Ellinor, sì. Anche se ha sempre lasciato che fossero le circostanze a scegliere per lei, appena rimasta vedova abbandona gli agi dei sobborghi di lusso per tornare nel quartiere operaio del centro di Copenaghen dove ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza. Il quartiere è cambiato: adesso ci sono le prostitute, i pusher e gli hipster, ma a lei non importa, le importa solo che dalle finestre della sua nuova casa si veda il portone di quella in cui ha vissuto da bambina. In una lunga lettera alla sua migliore amica, morta tanti anni prima, fa il bilancio della propria vita, segnata da inganni e tradimenti, da dolori e lutti, e da un grande, terribile segreto.

Spesso sono felice” è un buon romanzo, che ho apprezzato molto, e che fa riflettere su cosa resterà di noi quando non ci saremo più, su chi si occuperà delle persone che abbiamo lasciato e si interroga sul potrebbe prendere “il nostro posto” nel nostro piccolo mondo.

Copenaghen. Photo by Max Adulyanukosol on Unsplash

*

ESTONIA: La congiura di Jaan Kross (trad. G. Pieretto, Iperborea)

È questa ferita che attraversa il Novecento a riaprirsi nei racconti di Jaan Kross. Tre episodi chiave di una storia di formazione che ha per protagonista il suo alter ego Peeter Mirk, giovane scrittore dissidente in perenne fuga, imprigionato dai nazisti e poi dai sovietici nello stesso carcere di Tallinn. Tre confessioni di un intellettuale che porta su di sé tutto il peso della storia di un paese e tutto il prezzo della colpa: di aver mancato, di non aver osato, perché la voce della coscienza arriva sempre troppo tardi per cambiare il corso degli eventi, e forse di altre vite.

I tre racconti contenuti nella raccolta “La congiura“, pur narrando episodi diversi della vita di Peeter Mirk, letti di seguito risultano fluidi e omogenei: sono come tre flash sugli episodi salienti della storia estone. Una storia, quella estone – come quella lituana e lettone – davvero molto complessa: da sempre pizzicate tra Est e Ovest, le tre Repubbliche hanno saputo mantenere con orgoglio la loro dignità, la loro cultura e la loro lingua.

Tallinn. Photo by Beau Swierstra on Unsplash

*

ISOLE FAROE – Isola di Siri Ranva Hjelm Jacobsen (trad. M. V. D’Avino, Iperborea)

Dopo la morte della nonna, una giovane ragazza danese decide di tornare a Suduroy – l’isola dell’arcipelago delle Faroe da cui proviene la sua famiglia – a cercare le sue origini in una cultura che ha ereditato ma che non le appartiene e in una lingua estranea in cui «non sa neppure pronunciare il suo nome.» L’unico legame concreto con quel mondo è il rapporto con i nonni Marita e Fritz, emigrati in Danimarca negli anni ’30, la sua immaginazione e tutti gli aneddoti che fin da piccola le hanno raccontato.

Isola” è una storia raccontata con uno stile poetico e delicato, perché parla di una famiglia e dei suoi componenti che spesso hanno dovuto prendere decisioni drammatiche e impegnative. Questo libro pone l’accento sul fatto che il luogo in cui nascono i nonni o i genitori è sempre l’origine di tutto, anche se per i discendenti – magari emigrati – all’apparenza sembrano luoghi di vacanza o di passaggio.

Isole Faroe. Photo by Annie Spratt on Unsplash

*

FINLANDIA: Professione angelo custode di Arto Paasilinna (trad. F. Felici, Iperborea)

Quando il finlandese Aaro Korhonen, scapolo quarantenne, decide di aprire un caffè con annessa una libreria antiquaria, sa che ci sarà da lavorare ma avrà anche molte soddisfazioni; invece, Sulo Auvinen, ottantaduenne insegnante di religione appena passato a miglior vita, ha intrapreso un corso per diventare angelo custode e sa che  dovrà lavorare parecchio per vegliare sul suo protetto. Entrambi non sanno che dall’assegnazione di Sulo come angelo custode per Aaro scaturirà una serie di avventure davvero incredibili.

Professione angelo custode” è un romanzo scherzoso, scanzonato e scorrevole, che riesce a trattare con leggerezza temi particolarmente macabri e generalmente ben poco divertenti. In questo romanzo nulla viene dato per scontato e il colpo di scena è sempre dietro l’angolo, veloce come un battito d’ali celesti.

Laghi e parchi naturali finlandesi. Photo by Hannu Keski-Hakuni on Unsplash

*

GROENLANDIA: Safari artico di Jørn Riel (trad. S. L. Conventini, Iperborea)

Diciannove anni e un sogno: l’avventura nelle incontaminate distese di ghiaccio del Polo Nord. Diventare un cacciatore artico, capace di confrontarsi con una natura grandiosa, fatta di gigantesche montagne, interminabili fiordi, immensi laghi e ghiacciai, e in quel mettersi alla prova trovare il se stesso sconosciuto che ci si porta dentro.

Safari artico” è ambientato in Groenlandia ed è il libro giusto per viaggiare con la fantasia attraverso paesaggi ghiacciati, nevosi, dove l’orizzonte si perde e cielo e terra si fondono, in un magma bianco. Un libro davvero unico per chi ama l’estremo Nord del mondo, senza rinunciare a buffe situazioni e a qualche risata.

Terra di ghiaccio, la Groenlandia. Photo by Annie Spratt on Unsplash

*

ISLANDA: Atlante leggendario delle strade d’Islanda di Jón R. Hjálmarsson (trad. S. Cosimini, Iperborea)

Tra spettri, maghi e mostri marini un viaggio lungo la statale n. 1 in sessanta leggende. A cura dell’esperto in cultura e storia islandese Jón R. Hjálmarsson, un atlante sui generis e una guida di viaggio alternativa per percorrere (di persona o con l’immaginazione) le strade d’Islanda immergendoci nella storia, nel paesaggio e nelle leggende legate a ogni luogo.

È un vero e proprio viaggio, quello proposto dal professor Hjálmarsson nel suo “Atlante leggendario delle strade d’Islanda“; un viaggio per partire o per tornare – almeno con la fantasia – in quelle terre leggendarie e remote che costituiscono una delle isole più affascinanti del continente europeo. Per chi è già stato in Islanda, leggere queste storie sarà un po’ come tornare in luoghi già visti e vissuti; per chi, come me, non ci è ancora stato ma la sogna da tempo, sarà come sentirsi vicino alla millenaria cultura di quest’isola e, perché no, sarà una buona occasione per appuntarsi qualche luogo che si desidera vedere.

Cavallini islandesi. Photo by Charl van Rooy on Unsplash

*

LETTONIA: Come tessere di un domino di Zigmunds Skujiņš (trad. M. Carbonaro, Iperborea)

In un antico maniero nei dintorni di Riga vive una famiglia del tutto speciale: il figlio di un’artista circense giramondo e il suo fratellastro giapponese, l’eccentrico nonno che con marsina e cappello a cilindro gestisce un noleggio di carrozze, un misterioso Aviatore e la malinconica Baronessa proprietaria della tenuta, discendente di una casata tedesca del Baltico. È seguendo i destini individuali e fatalmente intrecciati di questa bizzarra comunità che ci ritroviamo immersi nella tumultuosa storia della Lettonia, tra l’alternarsi delle dominazioni nazista e sovietica, la tragica sorte degli ebrei, e il tormentato costruirsi di una nazione che è sempre stata un crocevia di popoli, lingue e culture.

Come tessere di un domino” è un collage di personaggi e vicende storiche che intimamente sono legate tra loro. Le due vicende narrate – la storia della famiglia baltica del Novecento e le avventure della Baronessa von Brügger del Diciottesimo secolo – sembrano due rette parallele, sempre pronte ad inseguirsi pur senza toccarsi mai; raccontate con due stili diversi, più colloquiale e riflessiva la prima e più pomposa e solenne la seconda, in realtà i personaggi di queste storie all’apparenza così diverse hanno un punto in comune: la ricerca della propria identità.

Riga. Photo by Gilly on Unsplash

*

LITUANIA: Anime baltiche di Jan Brokken (trad. C. Di Palermo e C. Cozzo, Iperborea)

Mark Rothko, Hannah Arendt, Romain Gary, Gidon Kremer. C’è un legame sotterraneo tra alcuni grandi nomi della cultura mondiale: i paesi baltici dove sono nati e la cui anima li ha accompagnati nella fuga oltre confine. È sulle tracce di quest’anima che Jan Brokken attraversa Lettonia, Lituania ed Estonia ricostruendo le vite straordinarie di personaggi celebri e persone comuni, per riscoprire la vitalità di una terra da sempre invasa e contesa, dove la violenza della Storia è stata combattuta con l’arte, la poesia e la musica. Un romanzo per capire il XX secolo, perché “viaggiare, insieme a leggere e ascoltare, è la via più breve per arrivare a se stessi”.

Anime baltiche” contiene dentro di sé l’universo baltico. Si tratta di un reportage che farà la felicità di appassionati di viaggi, d’arte, di letteratura e per chi desidera scoprire la magia delle Repubbliche baltiche, una regione ancora un poco sconosciuta alla maggioranza delle persone ma che racchiude cultura, natura e molte sorprese.

Il castello di Trakai, Lituania. Photo by Tomas Kor on Unsplash

*

NORVEGIA: Il libro del mare o come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone sul vasto mare di Morten A. Strøksnes (trad. F. Felici, Iperborea)

“Il libro del mare” è la storia vera di due amici, Morten Strøksnes e un eccentrico artista-pescatore, che con un piccolo gommone e quattrocento metri di lenza partono alla caccia di questo temuto abitante dei fiordi norvegesi. Un’avventura sulla scia di Melville e Jules Verne che diventa un caleidoscopico compendio di scienze, storia e poesia dell’universo marino, ambientato nei mari delle suggestive isole Lofoten.

Il libro del mare” di Morten A. Strøksnes è un’opera che sfugge ad ogni definizione, un testo impossibile da inquadrare in un solo genere. C’è la storia di un’amicizia, alla base, e la conseguente caccia allo squalo di Groenlandia che ne fa da collante. Ma il vero protagonista è il mare: Strøksnes scrive di miti, leggende, storie del Nord, curiosità naturalistiche, ecologiche e geologiche, insomma un vero caleidoscopio di informazioni che divertono e coinvolgono profondamente il lettore.

Reine, isole Lofoten. Photo by John O’Nolan on Unsplash

*

ISOLE SVALBARD: La leggenda del sesto uomo di Monica Kristensen (trad. M. V. d’Avino, Iperborea)

E’ febbraio alle isole Svalbard, calano le tenebre e le temperature non si alzano mai sopra lo zero: è l’inverno polare, il cielo nerissimo illuminato da piccole stelle e tappezzato da magnifiche aurore boreali. Durante il pomeriggio del 22 febbraio, Ella Olsen scompare misteriosamente: chi può averla portata via dall’asilo che frequenta? Alle Svalbard non succede quasi mai nulla, qualche cacciatore di frodo o qualche contrabbandiere, ma niente di grave. Da qualche tempo, però stanno succedendo delle cose strane: arrivano minacce a pioggia e nel buio delle miniere di carbone, aleggia la leggenda del sesto uomo… che sia lui ad aver rapito la piccola Ella?

La leggenda del sesto uomo” è uno di quei romanzi gialli incalzanti e scorrevoli da leggere mentre fuori nevica, per entrare meglio nella sintonia del romanzo, con una buona tazza di tè tra le mani e la curiosità di scoprire cosa stia succedendo alle pacifiche isole Svalbard. Il colpo di scena è dietro la pagina, e come la neve copre le tracce appena lasciate, donando nuovamente candore al mondo e nasconde tutto, nulla di ciò che sembra è così realmente .

Isole Svalbard. Photo by Patrick Schneider on Unsplash

*

SVEZIA: Cucinare un orso di Mikael Niemi (trad. A. Alberari e A. Scali, Iperborea)

Lars Levi Laestadius è un carismatico pastore di origini sami, esperto botanico e fondatore di un movimento religioso revivalista che a metà ’800 si diffonde a macchia d’olio tra la gente del Tornedal, nell’estremo Nord della Svezia e della Finlandia. Jussi è il suo fedele compagno e discepolo, un ragazzo sami che Laestadius ha adottato, salvandolo dalla miseria. Nell’estate del 1852 nel villaggio di Kengis, Jussi e il pastore sono chiamati d’urgenza da una famiglia di contadini della zona perché una ragazza che badava alle mucche è scomparsa nella foresta. Pochi giorni dopo viene ritrovata uccisa e la gente del posto subito sospetta di un orso. Lo sceriffo Brahe è pronto a offrire una ricompensa per catturare l’animale, ma il predicatore trova altre tracce che indicano un assassino assai peggiore ancora in libertà, e insieme a Jussi s’improvvisa detective, ignaro del male che lentamente si sta avvicinando a lui e che minaccia di distruggere la sua azione di rinnovamento spirituale.

Cucinare un orso” non è un semplice giallo, come potrebbe sembrare a prima vista. Si tratta di un bellissimo romanzo, molto corposo ma sempre scorrevole, che mostra uno spaccato della vita quotidiana di una piccola comunità svedese in una regione di confine, nella metà dell’Ottocento. Eccezionale è il personaggio di Læstadius, uomo capace di coniugare scienza e fede, ed è un libro che con le sue descrizioni della natura lappone fa sognare coloro che, come me, sono innamorati del Nord Europa.

Lapponia svedese. Photo by daniel tegeland on Unsplash

*

Mi auguro che i miei suggerimenti di lettura legati al Nord Europa vi siano piaciuti. Questo Natale regalerete libri? Vi piace riceverli o preferite acquistarveli da soli? Avete altri romanzi ambientati in Nord Europa da suggerirmi?

Annunci

Mikael Niemi | Cucinare un orso

Il pastore lo guardò senza scomporsi, senza lasciar trapelare alcun fastidio per il fatto di essere stato interrotto. Eppure lo sapevo bene che quando lavorava nel suo studio ci teneva molto a non essere disturbato. Ma ora davanti a lui c’era un ragazzo madido di sudore (…) Gesticolava convulsamente come a sottolineare l’urgenza (…) “Cosa è successo?” “Lei è… non lo sappiamo… era nel bosco con le vacche”. “Di chi state parlando?” “Della nostra serva, Hilda… Hilda Fredriksdotter Alatalo (…) È… è scomparsa. Dovete venire subito.” Il pastore mi lanciò un’occhiata. Era già tardi, e dopo aver camminato tutto il giorno eravamo entrambi stanchi. Ma era estate e la luce non ci avrebbe abbandonato per tutta la notte (…) “Arriviamo,” disse il pastore [Cucinare un orso, Mikael Niemi, trad. A. Albertari e A. Scali]

1852, Lapponia svedese. Nell’estremo Nord della Svezia, a un passo dal confine della Finlandia, nella piccola comunità di Kengis il pastore Læstadius, di origini sami, accende gli animi dei fedeli con le sue appassionate prediche sul Risveglio, un rivoluzionario movimento religioso da lui stesso avviato. Læstadius è un personaggio del tutto singolare: è un uomo di chiesa votato a Dio, ma allo stesso tempo è un uomo che crede nelle scienze, capace di classificare le forme di vita e di osservarle con occhio scientifico e critico.

Durante una delle sue passeggiate, Læstadius nota un vagabondo coperto di stracci e, seguendo ciò che il suo cuore caritatevole gli sussurra, lo accoglie in casa, lo sfama, lo cura con l’aiuto della moglie Brita Kasja e gli dà un nome, registrandolo all’anagrafe. Il vagabondo di origini sami come Læstadius viene chiamato Jussi. Giorno dopo giorno Jussi impara a leggere, scrivere e prendere appunti per conto del pastore.

Una notte d’estate una serva di nome Hilda scompare. Raggiungendo la tenuta del padrone prima del giudice distrettuale Brahe, Læstadius si fa accompagnare dal padrone nel bosco dove la serva ha pascolato le mucche per l’ultima volta e, utilizzando il metodo scientifico, raccoglie indizi, prende appunti e incomincia a farsi un’idea di ciò che potrebbe essere accaduto alla disgraziata Hilda.

Quando il cadavere della povera Hilda viene ritrovato, il giudice distrettuale interpreta i segni sul corpo come quelli dell’aggressione di un orso e liquida il caso. Læstadius non è convinto e prosegue la sua personale indagine.

Mentre la luminosa e splendida estate lappone lascia il posto ad un fresco autunno, Jolina, un’altra serva, viene aggredita e a Læstadius inizia a farsi un’idea più chiara di chi potrebbe aver commesso il crimine; continua ad indagare, a studiare, a classificare gli indizi e a studiarli con metodi moderni e ingegnosi per arrivare alla risolvere il caso.

D’impulso volli salvarlo, prima che fosse troppo tardi, afferrarlo per la mantella consunta, tenerlo stretto, riportarlo lì nello studio, alla luce del giorno. Il pericolo incombeva. C’erano forze che era meglio non risvegliare. Questi erano i pensieri che mi affollavano la mente mentre leggevo le parole che aveva scritto: E ora catturiamo l’orso [Cucinare un orso, Mikael Niemi, trad. A. Albertari e A. Scali]

Photo by Janko Ferlič on Unsplash

Cucinare un orso” di Mikael Niemi (trad. A. Albertari e A. Scali, Iperborea) è un romanzo che ho amato davvero molto. Per prima cosa, mi è piaciuto personaggio di Læstadius, il pastore di origine sami esistito davvero, che oltre ad essere uomo di fede, è un uomo di scienza capace di applicare alla vita quotidiana il metodo scientifico. È un uomo che non si sofferma alle apparenze, ma scava in profondità e si pone mille dubbi per raggiungere la verità.

Nel romanzo sono presenti diversi crimini da risolvere e Læstadius è l’investigatore perfetto: uomo dal sapere scientifico, critico e spesso dubbioso, mette assieme i frammenti e gli indizi senza sbilanciarsi fin quando non è certo di ciò che potrebbe essere realmente successo; al suo fianco, Jussi, spalla di Læstadius, è un ragazzo curioso e intelligente, che impara lesto ciò che il pastore gli insegna e che lo segue ovunque per aiutarlo nelle ricerche e nei ragionamenti.

Come ogni giallo che si rispetti, oltre al detective e alle vittime, ci sono gli antagonisti: il giudice distrettuale Brahe e il suo tirapiedi Michelsson, un omuncolo che dà sempre ragione al giudice. Entrambi negano che i crimini siano stati commessi da mano umana e sono loro ad aprire la battuta di caccia contro il povero orso preso come capro espiatorio.

Eppure, nonostante le premesse, “Cucinare un orso” è molto più che un semplice giallo. Mikael Niemi ha riprodotto l’universo lappone di metà Ottocento con una incredibile maestria. È un romanzo didascalico scritto con una incredibile fluidità che mette in mostra un mondo che oggi si è evoluto e non esiste più: qui si parla ampiamente del Risveglio, il movimento religioso avviato proprio dal pastore Læstadius, e dei rapporti – non sempre pacifici – tra Regno di Svezia, minoranze finlandesi a Kengis e popolazioni sami.

Infine, ho amato “Cucinare un orso” perché le descrizioni degli ambienti lapponi, del susseguirsi delle stagioni e dei sentimenti dei personaggi nei confronti della natura sono incantevoli e romantiche. Durante il viaggio in Svezia mi sono fermata a Stoccolma e ho navigato attraverso il suo arcipelago, ma sogno di ritornare e spingermi più a Nord, per vedere con i miei occhi i luoghi dove la padrona di tutto è la Natura.

D’estate la linfa risale lungo i tronchi degli alberi. Le uova si schiudono, il cielo si riempie di uccelli, gli insetti sciamano in grosse nubi. Al maschio dell’alce spuntano le corna, i salmoni risalgono la corrente a balzi pesanti. La luce fluisce ininterrottamente a tutte le ore, rendendo l’estate un unico, interminabile giorno, un chiarore perpetuo che dura un paio di mesi. E allora sì che è bello vivere al nord [Cucinare un orso, Mikael Niemi, trad. A. Albertari e A. Scali]

Tramonto estivo sull’arcipelago di Stoccolma (foto: Claudia)

“Cucinare un orso” è un romanzo scorrevole, coinvolgente e splendido che io consiglio a chi ama il genere giallo, a chi ama il meraviglioso universo del Nord Europa e a chi ogni tanto si ritrova a sognare ad occhi aperti i bellissimi paesaggi lapponi, siano essi illuminati dalla luce del sole che non tramonta mai o brillino grazie alla luce delle aurore boreali.

Titolo: Cucinare un orso
L’Autore: Mikael Niemi
Traduzione dallo svedese: Alessandra Albertari e Alessandra Scali
Editore: Iperborea
Perché leggerlo: perché è un romanzo che non è un semplice giallo, ma mostra uno spaccato della vita quotidiana di una piccola comunità svedese in una regione di confine, a metà dell’Ottocento, presenta il personaggio di Læstadius, pastore capace di conciliare fede e scienza, e fa sognare coloro che – come me – sono innamorati del Nord Europa

(© Riproduzione riservata)

Enrique González Tuñón | Letti da un soldo

Sono stato amico di ladri, biscazzieri, gente miserabile. Ho conosciuto gente spregevole, donne ipocrite, puttane. La vita è amara, pesante, difficile. Adesso penso che avrei dovuto morire quando mi operarono per non so quale malanno, venti e più anni fa. Ero un bambino, e mi avrebbero portato al cimitero in una cassa bianca. Invece di trascinarmi per il mondo starei molto più in alto delle nubi, nella purissima felicità che cantano gli angeli nel cielo limpido [dal racconto I cinque, Enrique González Tuñón, trad. M. Magliani e R. Ferrazzi]

La raccolta di racconti “Letti da un soldo” di Enrique González Tuñón uscì in Argentina nel 1932 ed è stato pubblicato in italiano dalla casa editrice Arkadia editore, con la traduzione di M. Magliani e L. Marfè, secondo volume della collana Xaimaca. I racconti presenti provengono da tre diverse raccolte di González Tuñón.

Letti da un soldo” comprende cinque racconti provenienti dall’opera orginale “Cama desde un peso“, cinque storie che si possono leggere quasi come un romanzo, dove i protagonisti portano nel cuore il personale carico di dolori e dispiaceri, e si ritrovano nella squallida e lurida locanda chiamata “La pignatta misteriosa“, un luogo dove i letti per dormire costano solo un peso, un soldo.

Sei racconti brevi provenienti da “El alma de las cosas inanimadas“, dove i protagonisti sono bizzarri e molteplici: un telefono epilettico, un gliptodonte, uno smilodonte e un uomo sui pattini; infine, due racconti provenienti da “La rueda del mulino mal pintado“, che hanno come protagonsiti uomini nuovamente sull’orlo del disagio sociale.

Enrique González Tuñón, fratello del celebre poeta argentino Raúl, nacque nel periferico quartiere di Once, a Buenos Aires, e fu scrittore di romanzi, racconti e giornalista. Entrambi non furono molto apprezzati in vita e subirono parecchie critiche legate, in particolare Enrique, all’essere romanticamente anarchico e bohémien.

Aspetto l’amore con il disperato desiderio dei vent’anni. Se tardasse a venire uscirei in strada ad annunciare come un banditore la mia disgrazia perché qualche donna mi consolasse con una carezza; andrei a bussare a tutte le porte fino a quando una mano gentile e sensibile mi chiamasse e una voce mai sentita, una voce appena nata, mi dicesse, vieni (…) L’avventura della mia gioventù non è altro che una meschina e interminabile scaramuccia [dal racconto La miseria permanente, Enrique González Tuñón, trad. M. Magliani e R. Ferrazzi]

Cama desde un peso“, titolo originale della raccolta, raccoglie quindi le storie di persone disagiate, perdenti della vita, ladri, ubriaconi, disperati, prostitute, spacciatori e vagabondi, affrescando la periferia di Buenos Aires degli anni Venti e dei primissimi anni Trenta del Novecento.

Anni in cui il cambiamento sociale fu importante: le periferie vennero quasi inglobate con la città vera e propria, la quale si ritrovò ad diventare una capitale grande e cosmopolita, abitata in particolar modo da migranti giunti da ogni dove e da persone di nazionalità argentina in cerca di fortuna e ricchezza.

Perché vivono in me tanti ricordi di epoche trapassate? Occorre credere per vivere (…) Il giorno in cui non ci crederai più finirai di esistere [dal racconto Lo smilodonte scettico, Enrique González Tuñón, trad. M. Magliani e R. Ferrazzi]

Si tratta di una raccolta di racconti completa, utile per scoprire una voce della letteratura argentina pressoché sconosciuta in Italia. I racconti sono inoltre interessanti per conoscere la situazione dell’Argentina a cavallo tra gli anni Venti e Trenta, con particolare riguardo verso i ceti sociali meno abbienti. I racconti proveniente dalle altre due raccolte originali offrono uno sguardo su quella che sarà una letteratura dell’assurdo e del grottesto.

“Letti da un peso” è una raccolta di racconti che consiglio a chi cerca una letteratura sudamericana di nicchia, una serie di storie scritte da autore sudamericano poco noto in Italia, una tipologia di storie che la collana Xaimaca della casa editrice Arkadia mira a proporre ai lettori italiani.

Titolo: Letti da un soldo
L’Autore: Enrique González Tuñón
Traduzione dallo spagnolo: Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi
Editore: Arkadia Editore
Perché leggerlo: perché si tratta di un autore poco noto in Italia, pubblicato per la prima volta in traduzione italiana, utile a scoprire una letteratura sudamericana più di nicchia

(© Riproduzione riservata)

Shirley Jackson | L’incubo di Hill House

Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola [L’incubo di Hill House, Shirley Jackson, trad. M. Pareschi]

Nel corso di una settimana d’estate, il professor John Montague, emerito antropologo, contatta una serie di persone per dare avvio ad un esperimento a Hill House. L’oggetto del lavoro è il paranormale, in ogni sua declinazione. Il professor Montague invia una serie di inviti a persone sapientemente scelte, e solo due – due donne – hanno i requisiti giusti, Eleanor e Theodora.

Eleanor è una giovane donna che ha vissuto gli ultimi dieci anni della sua vita intrappolata in casa ad accudire la madre ammalata. È una donna che si rende conto, all’improvviso, di non aver mai vissuto veramente e di aver rinunciato a tutti i suoi sogni per restare al capezzale della genitrice; al contrario, la sorella di Eleanor si è sposata e ha avuto una bambina, lasciando alla sorella il gravoso compito di assistere la madre.

Eleanor decide quindi di accettare l’invito del professor Montague e, rubata l’auto di proprietà in parte sua e in parte di sua sorella, corre a Hill House. Inizialmente, la donna, si sente respinta dalla casa: percepisce appunto una forza respingente e il suo stesso subconscio le suggerisce di scappare a gambe levate.

Ma mentre Eleanor medita sul da farsi, a Hill House giunge Theodora, l’altra donna prescelta per l’esperimento sul paranormale; Theodora è una donna che appare più sicura di sé, avvenente, bella, con gran gusto nell’abbigliamento e con un savoir faire che la rende spesso potragonsita della scena. L’isterica Eleanor si ritrova ad ammirare e allo stesso tempo odiare amabilmente Theodora.

Oltre al professor Montague, direttore dell’esperimento, in casa vi è Luke Sanderson, il più prossimo erede della proprietaria di Hill House, un’anziana donna che ha autorizzato l’esperimento del professore con l’unica condizione che fosse presente anche il giovane Luke.

Sin dal primo momento, i partecipanti all’esperimento si rendono contro che quella casa è infetta, anormale, viva. Le porte si chiudono da sole, i pavimenti hanno punti gelidi, gli angoli non esistono e i corridoi sono un vero e proprio labirinto, perdersi è più semplice che ritrovare la propria camera. Nel corso delle giornate successive i fenomeni paranormali si manifestano con sempre più intensità, aumentando le angosce dei partecipanti, fino al drammatico epilogo.

C’è una lista impressionante di tragedie collegate a Hill House, ma è anche vero che è così per la maggior parte delle case. Dopotutto per persone devono pur vivere e morire da qualche parte, ed è difficile che una casa esista per ottant’anni senza veder morire fra le sue mura alcuni dei suoi abitanti [L’incubo di Hill House, Shirley Jackson, trad. M. Pareschi]

Photo by Ján Jakub Naništa on Unsplash

L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson (trad. M. Pareschi, Adelphi editore) è il più classico dei romanzi appartenti al genere gotico, scritto nel 1959. Grande protagonsita del romanzo è, assieme a Eleanor Vance, la casa stessa di Hill House, quell’orrenda e ripugnante dimora fondata sulla collina.

Nella casa avvengono fatti curiosi, strampalati ed eclatanti. Nel gruppo, ma mano che passa il tempo e i fenomeni si materializzano, cresce l’inquietudine e dilaga l’isteria, in particolare proprio nel cuore di Eleanor.

Ho letto “L’incubo di Hill House” perché dalle recensioni e dalla trama mi ispirava parecchio: mi piaceva l’idea dell’atmosfera cupa, l’ambientazione del romanzo in una casa isolata, la casa stregata stessa, capace di muoversi, di respirare e di caricare d’ansia chi vi entra.

Inizialmente la narrazione, sempre in terza persona ma con un attento riguardo agli isterici pensieri dei protagonsiti, mi ha coinvolta e interessata. Dalla metà in avanti ho iniziato ad annoiarmi: sembrava che non succedesse nulla, che le giornate si ripetessero senza grandi eventi degni di nota. È vero che qualche fenomeno paranormale accadeva, come quei colpi notturni contro le porte delle camere delle donne o quelle scritte col sangue, ma nulla di che.

Verso la fine, invece, mi ha proprio annoiata. Il finale stesso, poi, mi è sembrato una modalità un po’ frettolosa per finire il romanzo, quasi non si sapesse bene come farlo terminare. Theodora ed Eleanor mi sono risultate particolarmente antipatiche e insopportabili, a tratti persino un po’ stupide, noiose e ripetitive nei gesti e nei ritornelli.

Insomma, per le descrizioni della casa e per l’inquietudine nella prima parte, senza dubbio lo salvo. Dalla metà circa in poi mi è sembrato un romanzo del tutto ordinario, tanto che non è riuscito a tenere alta la mia attenzione.

Forse mi aspettavo di più da questo libro che viene considerato il capolavoro di Shirley Jackson; causa aspettattive troppo altre e non pienamente soddisfatte, non consiglierei la lettura di questo romanzo.

Titolo: L’incubo di Hill House
L’Autrice: Shirley Jackson
Traduzione dall’inglese: Monica Pareschi
Editore: Adelphi

(© Riproduzione riservata)

Pinar Selek | La casa sul Bosforo

S’infilarono per le vie della città, avanzarono fino alla casa più bella di Imrahor, di Yedikule, di Istanbul. La casa della signora Zabel (…) “La casa sul Bosforo! Che cos’è?” “Forse un luogo dove ospitare la mia bella viaggiatrice…” (…) Le voci di tutti si mescolarono in un’allegra confusione (…) Sema rispose a tutti quanti (…) La magia dell’istante era più forte del desiderio di capire. “È come nelle fiabe”, pensò Sema. Ma allora tutto si riduceva a una fiaba? [La casa sul Bosforo, Pinar Selek, trad. A. Tosatti e C. Diez]

Istanbul, 1980. L’esercito ha organizzato un colpo di stato e la situazione politica in Turchia è nuovamente precaria. Nel quartiere di Yedikule, una città nella città, si muovono i personaggi del romanzo “La casa sul Bosforo” della scrittrice di origini turche Pinar Selek.

I quattro ragazzi protagonisti sono giovani e, come tutti i ragazzi di vent’anni, hanno il cuore pieno di sogni. Hasan studia musica e il suo desiderio più grande è diventare musicista per professione, mantenersi suonando e componendo musica. Elif, la ragazza di Hasan, orfana di madre e con il padre Jemal, farmacista, in carcere, ha l’animo inquieto, si iscrive alla facoltà di Filosofia ma non è convinta delle sue scelte.

Salih è un ragazzo responsabile, pur essendo giovane, lavora nella bottega di un falegname armeno e con il suo magro stipendio mantiene tutte le donne della sua famiglia. Sema, anch’essa orfana di padre, vive con la madre che la opprime ma trova una via d’uscita nell’amore verso Salih e nel lavoro come commessa nella farmacia di Jemal, la farmacia Lela, riaperta a Yedikule dopo la scarcerazione del farmacista.

Istanbul aveva molti cuori, ma per Sema quello di Beyoğlu era di diamante. Ogni volta che ci andava era costretta a strizzare gli occhi, abbagliata, e percepiva con ancora più forza l’isolamento di Yedikule. I palazzi vecchi, gli incontri, le sorprese. Gente con i vestiti strappati, uomini avvinazzati, donne longilinee in tailleur, la minigonna o con vestiti dalle stoffe stampate, studenti, artisti, passeggiatori, persone che vanno di fretta… Un autentico spettacolo. Sema volle sedersi nel posto più brulicante di Istiklal Caddesi, un caffé che permetteva di vedere l’intera strada [La casa sul Bosforo, Pinar Selek, trad. A. Tosatti e C. Diez]

A Yedikule vivono, lavorano, si incontrano molte altre persone. Jemal il farmacista, il falegname armeno per il quale lavora Salih, la signora Zabel, Belguin la donna che legge i fondi del caffé, la signora Nahidé e i suoi gemelli, Kemal che è innamorato segretamente della signora Nahidé.

Turchi, greci, armeni, curdi, zingari, ebrei. È variegata la popolazione di Yedikule, perché lunga e complessa è la storia di Istanbul.

La gente del luogo? Ma chi c’è di autoctono in questo Paese? Tutti i popoli sono emigrati, cambiando costantemente posto” [La casa sul Bosforo, Pinar Selek, trad. A. Tosatti e C. Diez]

Uno dei punti di ritrovo più amati del quartiere è proprio la Farmacia Lale. Jemal e Sema ogni mattina aprono il negozio e le persone arrivano non solo per acquistare farmaci o farsi misurare la pressione; Jemal legge il giornale e commenta le notizie, Sema prepara il caffé o il tè e chi frequenta la farmacia si sente accolto come in una casa.

Ma così come le persone non sono mai ferme e il tempo scorre, inesorabile, ogni cosa muta. Hasan insegue il suo sogno di diventare musicista e vola in Francia; Elif prende coraggio e si lancia nell’avventura della rivoluzione. Sema studia per conseguire il diploma che le consentirà di tentare il test di ingresso all’Università, mentre Salih resta nella bottega dell’armeno, a dare forma al legno, a creare oggetti meravigliosi con la fatica e il sudore.

Le strade di alcuni si separano, quelle degli altri si congiungono, ombrose o soleggiate, sinuose o lineari. A ogni passo, numerose scelte vengono offerte ai viaggiatori. Alcuni le vedono, altri no. [La casa sul Bosforo, Pinar Selek, trad. A. Tosatti e C. Diez]

Photo by Damla Özkan on Unsplash

Il romanzo “La casa sul Bosforo” di Pinar Selek (trad. A. Tosatti e C. Diez, Fandango libri) abbraccia un arco di tempo che va dal 1980, l’indomani del colpo di stato, al 2001, l’anno prima che l’ex-sindaco di Istanbul, Recep Tayyip Erdoğan, diventasse Primo Ministro.

Mentre i personaggi del romanzo si muovono tra i vicoli di Yedikule, viaggiano sui traghetti attraverso il canale del Bosforo, escono dal Paese per andare in Francia e in Armenia, la Turchia in quel lasso di tempo vede delle elezioni più democratiche, appoggia gli americani alla guerra in Iraq, subisce e cerca di gestire la crisi curda, vede nascere l’organizzazione terroristica del PKK e infine viene devastata, nel 1999, dal un drammatico terremoto nell’Anatolia, al confine con l’Armenia.

Il romanzo di Pinar Selek è scritto con uno stile quasi etereo, impalpabile e sognante, pur essendo ricco di descrizioni della città di Istanbul e del quartiere di Yedikule, e dettagliando le esistenze, i desideri, le paure e le speranze dei personaggi del libri.

Chi legge ha la sensazione di entrare solo in punta di piedi nella vita dei protagonisti: li seguiamo quando corrono nelle viuzze del quartiere, sentiamo il gelo entrarci nelle ossa quando su Istanbul si posa una spessa coltre di neve, respiriamo l’aria salmastra del Bosforo e udiamo le grida acute dei gabbiani. Sembra si sentire il profumo delle spezie dei mercati, il suono delle sirene delle navi che fanno spola dalla sponda europea a quella asiatica.

Si percepisce la vita che incede, nel romanzo, la complessità delle esistenze, la difficoltà di prendere certe decisioni e gli intrecci e gli amori tra i giovani protagonisti; e sullo sfondo c’è l’immensa Istanbul, il piccolo quartiere di Yedikule, un microscopico lembo della grande Turchia che continua ad ammaliarmi e affascinarmi.

Titolo: La casa sul Bosforo
L’Autrice: Pinar Selek
Traduzione dal francese: Ada Tosatti e Camilla Diez
Editore: Fandango libri
Perché leggerlo: per avvicinarsi alla cultura turca, per respirare l’aria salmastra del Bosforo, per chi crede che la musica, la poesia e l’amicizia aiutino le persone nelle mille difficoltà della vita

(© Riproduzione riservata)

Claudio Fava | Mar del Plata

Il Mono se lo sarebbero portati per sempre cucito sul cuore ma la vita li tirava avanti e quando hai quell’età la vita sono sempre cose da pazzi, perfino in Argentina, perfino nei giorni infami dei generali, perché a vent’anni la vita è un vento che ti si arrampica in faccia ti entra negli occhi ti scombina i pensieri e allora capisci che non c’è tempo per i rimorsi, non c’è tempo per piangersi il morto [Mar del Plata, Claudio Fava]

Nel 1978 l’Argentina si prepara ad ospitare i Mondiali di calcio e la giunta militare, comandata da Videla, ha la necessità di far sparire le persone scomode. Oppositori politici, simpatizzanti della sinistra, comunisti più o meno dichiarati, sindacalisti o semplici dissidenti: queste persone scompaiono nel nulla, nell’indifferenza generale perché la gente ha paura di parlare.

Raul è un ragazzo di vent’anni, robusto e dalle idee chiare: oltre a Teresa, ama il rugby, tutta la sua vita. Gioca nella squadra Club La Plata, allenata da Hugo Passarella, il mister sempre arrabbiato che si trascina la gamba sciancata. Il nome della squadra deriva dal Mar de la Plata, quella lingua d’acqua che entra a Buenos Aires e incanta chiunque la guardi.

(…) non gli pareva vero quello che vedeva dal finestrino della corriera adesso che le case erano finite e cominciava l’oceano, entrava dentro la terra, s’infilava in mezzo alle campagne, le allagava di un’acqua che pareva finta, una cosa dipinta come in quella cartolina che suo padre aveva mandato (…) Davanti invece c’era il mare, blu come non lo aveva mai visto, un blu denso, compatto, senza graffi, senza niente [Mar del Plata, Claudio Fava]

Dopo uno dei soliti allenamenti, Raul accompagna a casa il Mono, al secolo Javier, ma appena la Guzzi di Raul schizza via, da un’auto nera scendono uomini dalle intenzioni molto chiare: fare un paio di domande al Mono, in particolare a proposito dell’associazione studentesca che frequenta.

Quando il Mono non si presenta agli allenamenti successivi, i compagni si chiedono cosa gli sia successo e due giorni le acque del Mar del Plata restituiscono il cadavere del giocatore.

Il Mono tornò due giorno dopo. Con le mani legate dietro la schiena da due giri di filo di ferro e un buco nella nuca grosso come una noce. Tornò a galla, sulle acque sporche del Rio de la Plata [Mar del Plata, Claudio Fava]

La partita successiva si gioca in casa col Córdoba e i ragazzi del Club La Plata chiedono di poter fare un minuto di silenzio. Solo che il minuto di silenzio diventa lunghissimo, nessuno incomincia a giocare quando finiscono quei lunghissimi sessanta secondi, e il minuto arriva a durare dieci minuti.

No, un minuto non basta, ne serve un altro, e un altro ancora (…) aveva diciotto anni, pensate che ci basti un minuto? [Mar del Plata, Claudio Fava]

Dieci minuti di silenzio per un dissidente morto: per il regime è un vero e proprio affronto. Montonero, ufficiale dell’Esma  si mette sulle tracce dei giocatori, li studia, li fa pedinare, li controlla.

E li fa sparire. Uno per uno. Per ogni giocatore ucciso o scomparso, uno nuovo del vivaio viene promosso titolare e i ragazzi del Club La Plata continuano a giocare, a vincere, a fare dieci minuti di silenzio per gli amici morti.

Il mister non ha dubbi: loro li stermineranno tutti, se restano. Ma i ragazzi restano, bisogna finire il campionato, bisogna omaggiare i compagni scomparsi. Non bisogna darla vinta, a loro.

Avete vent’anni. Vi ammazzano perché non conoscono i vostri pensieri e questo li fa impazzire [Mar del Plata, Claudio Fava]

https://i0.wp.com/mondovale.corriere.it/files/2015/11/laplatasquadra.jpg

I ragazzi della squadra di rugby decimata dal regime di Videla (fonte: Wikipedia)

Mar del Plata” di Claudio Fava, add editore, è un minuscolo libro che racconta una storia immensa e potente. È una storia vera, questa, è la storia dei rugbisti del Club La Plata sterminati dal regime militare di Videla, nel 1978. Ben diciassette ragazzi verranno massacrati o fatti scomparire dagli uomini dell’Esma e della squadra originale sopravviverà solo Raul, l’uomo che si occupa di raccontare questa storia nell’Argentina di oggi.

Ricordare fa male, ma fa anche bene“, sostiene Raul, ed è vero. Leggere questa storia è doloroso, non posso negarlo, se ci si sofferma a pensare, ci si rende conto di quanto quegli anni in Argentina siano stati bui, pericolosi e assurdi. Ma che allo stesso tempo siano stati anni pieni di voglia di ribellarsi al regime, anni fatti da persone coraggiose che con la loro morte, l’estremo sacrificio, si sono opposti e hanno provato a riscriverla, la Storia del loro Paese.

La storia dei ragazzi del Club La Plata è raccontata da Claudio Fava con estrema semplicità, senza nessun giro di parole, buttando in faccia al lettore la dura realtà: questo è quello che è successo, è andata proprio così, non nasconde nulla. Lo stile di Fava è diretto, i dialoghi serrati, le descrizioni della città, del Mar de le Plata e degli ambienti argentini sono struggenti.

S’era alzato un vento di tramontana che tagliava la faccia come una lama. Aveva spazzato per tremila chilometri una campagna di cieli bassi ed era arrivato fino alla periferia di Buenos Aires gonfio di freddo della Patagonia. Magari a Teresa sarebbe piaciuto andarsene laggiù, a cercarsi un ultimo lembo di terra di fronte ai due oceani che si mescolano. A chi sarebbe venuto in testa di andarli a cercare alla fine del mondo? [Mar del Plata, Claudio Fava]

Mar del Plata“, come dicevo, è una storia breve ma di grande potere. È la storia di chi ha detto ‘no’ e ha sperimentato sulla propria pelle cosa significasse scegliere di ribellarsi; ma con coraggio è andato avanti sulla propria strada, senza piegarsi o senza scendere a compromessi.

È una storia terribile e bellissima, una vicenda che tutti dovremmo conoscere, per renderci conto di quanto siamo fortunati, per ora, che possiamo pensarla in modo diverso rispetto ai nostri governanti e viviamo come persone libere.

(…) quel giorno l’Argentina era morta, morti gli amici, morti i suoi vent’anni. Eppure qualcosa restava, qualcosa viveva. Qualcosa che non s’era spezzata. Non ancora. [Mar del Plata, Claudio Fava]

Titolo: Mar del Plata
L’Autore: Claudio Fava
Editore: add editore
Perché leggerlo: per renderci conto di quanto siamo fortunati, per ora, che possiamo pensarla in modo diverso rispetto ai nostri governanti e conosciamo cosa significa essere persone libere
Per approfondire: La vera storia del rugby Club La Plata

(© Riproduzione riservata)

Kent Haruf | Vincoli. Alle origini di Holt

(…) so che nella primavera seguente, quella del 1896, partirono insieme dall’Iowa su un carro sovraccarico e si trasferirono sugli altipiani del Colorado (…) probabilmente viaggiavano soli, dato che le carovane di carri non esistevano ormai da trent’anni, e forse a metà della seconda settimana Ada smise di guardarsi indietro. In ogni caso arrivarono fin qui, e quando furono nel Colorado nordorientale cosa trovarono? (…) Questa campagna era sabbiosa ed era arida e perlopiù piatta, con qualche bassa collina di sabbia che si perdeva a nordest (…) Praticamente non c’erano alberi [Vincoli. Alle origini di Holt, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi]

Nel 1896 Roy Goodnough lascia lo Iowa deciso a insediarsi nel Colorado. Grazie all’Homestead Act, firmato dal Presidente Lincoln già nel 1862, era possibile ottenere terre coltivabili e sfruttabili al di fuori delle tredici colonie. Roy coglie l’occasione e con la moglie Ada, dopo un estenuante viaggio, raggiunge gli altipiani del Colorado, liberate dai rissosi indiani, e si insedia ad una decina di chilometri dalla cittadina di Holt.

Le pianure attorno a Holt sono aride, secche, polverose e senza alberi. Roy costruisce la sua casa di legno, Ada non si dà pace, pensando sempre all’Iowa e rattristandosi ogni giorno di più, e in queste polverose piane nascono Edith e Lyman. Roy Goodnough si rivela un uomo sanguigno e violento, che non tollera l’ozio e che costringe ognuno dei membri della famiglia a seguire i duri ritmi di lavoro nei campi e nella fattoria.

Ad un chilometro di distanza dalla fattoria dei Goodnough si trova la casa della famiglia Roscoe, composta da una donna mezza indiana e da suo figlio John, appena più grande di Edith e Lyman. I ragazzi fanno amicizia, iniziano ad uscire assieme e tra Edith e John sembrerebbe esserci un tenero sentimento, ma una serie di drammatici avvenimenti stronca l’amore sul nascere e obbliga i due fratelli Goodnough a sottostare ai vincoli dettati dal vecchio Roy.

Niente in questa faccenda è giusto. La vita non lo è. E tutti i nostri pensieri su come dovrebbe essere non servono a un cavolo, a quanto pare. Tanto vale che lo sappia subito [Vincoli. Alle origini di Holt, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi]

“L’ultima luce” di Andrew Wyeth

Vincoli. Alle origini di Holt“, tradotto da Fabio Cremonesi per NN Editore, è il romanzo d’esordio di Kent Haruf, pubblicato negli Stati Uniti nel 1984. Il legame famigliare è il nocciolo della storia, un legame di sangue che è forte e minaccioso, e che si tramuta nei rigidi vincoli che Roy Goodnough impone ai figli.

In quest’opera, la scrittura di Kent Haruf è descrittiva e ricca, riuscendo ad essere allo stesso tempo scorrevole, semplice, limpida e naturale. Haruf affida la narrazione a Sanders Roscoe, il figlio di John Roscoe.

Sanders conosce la famiglia Goodnough poiché è sempre vissuto nella fattoria ad un chilometro di distanza da quella del vecchio Roy. Da bambino, Sanders ha aiutato sovente i Goodnough nei lavori agricoli, ha dato una mano a Edith quando Lyman se ne andava a spasso per gli States, viaggiando senza meta e inviando alla sorella delle cartoline. E Sanders conosce l’epilogo della disgrazia che ha coinvolto Edith e Lyman, giusto otto giorni fa.

È quindi attraverso la voce di Sanders che veniamo a conoscenza dell’intera storia della famiglia Goodnough, dal momento dell’arrivo di Roy e Ada a fine dell’Ottocento alla primavera dell’incidente alla fattoria, nel 1977.

Edith rinuncia all’amore e alla vita a causa dei doveri che sente nei confronti dell’arcigno padre. È una donna che sente di avere delle responsabilità in casa e sacrifica la sua felicità personale per gli obblighi dettati da Roy; Lyman detesta lavorare in campagna, mietere il grano e curare le vacche, così all’indomani dell’attacco di Pearl Harbour coglie l’occasione e, fingendo di volersi arruolare nella Marina, si terrà ben lontano da Holt per vent’anni.

Sullo sfondo ci sono gli avvenimenti più significativi della storia del Novecento, che hanno toccato anche gli agricoltori di Holt: la Grande Depressione del 1929, il Proibizionismo, la ripresa economica, l’attacco giapponese a Pearl Harbour e la guerra in Vietnam.

“Vincoli. Alle origini di Holt” è un romanzo che, abbracciando quasi ottant’anni, permette di assistere al cambio dei costumi e della mentalità americana: dall’indiscutibile rispetto del capofamiglia alla sua più aperta contestazione; dal legami verso la terra ad un lavoro più cittadino; da una donna arrendevole ad una più indipendente; dalla limitata visione racchiusa tra le pianure a quella più aperta verso il mondo.

Perché se sai come guardarlo, questo è davvero un bel posto [Vincoli. Alle origini di Holt, Kent Haruf, trad. F. Cremonesi]

Ma Haruf ci racconta, in modo particolare, quanto sia difficile spezzare un vincolo, quanto coraggio serva per farlo e quanto possa essere drammatico passare dall’idea all’azione.

Titolo: Vincoli. Alle origini di Holt
L’Autore: Kent Haruf
Traduzione dall’inglese: Fabio Cremonesi
Editore: NN Editore
Perché leggerlo: perché si tratta di un romanzo che racconta quanto sia difficile spezzare un vincolo, quanto coraggio serva per farlo e quanto possa essere drammatico passare dall’idea all’azione

(© Riproduzione riservata)

Carmen Korn | Figlie di una nuova era

Henny si era messa dietro al fotografo e, distolto lo sguardo dal gruppo verso il reparto maternità dall’altra parte della strada, aveva visto una donna uscire dal portone della clinica con un fagottino tra le braccia. In quel momento aveva capito qual era il suo posto. Non sarebbe diventata infermiera, ma ostetrica. Avrebbe assistito al nascere della vita, dopo tutto il dolore e lo strazio che aveva avuto sotto gli occhi ogni giorno all’ospedale militare [Figlie di una nuova era, Carmen Korn, trad. M. Francescon e S. Jorio]

La Prima Guerra Mondiale è terminata, la Germania si sta riprendendo dalla sconfitta e dalle condizioni imposte dagli Stati vincitori. In questo contesto storico si inserisce il romanzo “Figlie di una nuova era” di Carmen Korn, tradotto da M. Fracescon e S. Jorio per Fazi editore. Lo sfondo è la città di Amburgo, e le vicende narrate abbracciano un periodo che va dal 1919 al 1948.

Le protagoniste del romanzo sono quattro ragazze, i cui destini si intrecceranno nel corso degli anni a venire; seguiremo le loro vicende in particolar modo durante l’avvento del nazismo e della sua affermazione, fino allo scoppio e alla risoluzione della Seconda Guerra Mondiale.

Henny ha perso suo padre durante il conflitto e s’appresta a inziare il suo nuovo lavoro come ostetrica alla prestigiosa clinica Finkenau. Sua madre Else, una donna piuttosto invadente, ma è fiera di sua figlia. Käthe, la migliore amica di Henny, ha seguito lo stesso percorso scolastico: anche lei inizierà a lavorare come ostetrica alla clinica. A Käthe – e al suo compagno Rudi – interessa molto la politca poiché si batte per la causa comunista.

Ida è una ragazza ricca e viziata; per motivi puramente economici, è costretta dal padre a sposare un uomo che non ama, ma Ida – con la sua voglia incredibile di conoscere il mondo – si ritrova presto ad avvicinarsi al mondo della comunità cinese di Amburgo. Infine, c’è Lina, la sorella maggiore di Lud, che ha studiato per diventare insegnante; i due fratelli sono orfani per motivi drammatici legati alla estrema povertà in cui la loro famiglia ha versato durante il conflitto.

Pur essendo molto diverse tra loro, le ragazze matureranno assieme – durante certi periodi saranno più vicine, altri meno. Le loro idee crescono con loro, cambiano, col tempo imparano a conoscere i loro stessi caratteri, a scendere necessariamente a compromessi e imparano a vivere sotto la costante minaccia del nazismo prima e di un nuovo conflitto armato poi.

Oltre alle quattro ragazze, tra i personaggi troviamo due eccezionali medici della Finkenau: Theo Unger e Kurt Landmann, uomini che insegneranno a Henny e Käthe non solo il mestiere di ostetriche, ma anche lo stare al mondo, soprattutto in tempi così bui.

Tutti loro, legati da rapporti diversi, non esiteranno aiutarsi a vicenda quando i venti di guerra si faranno più minacciosi.

Erano tempi difficili per cominciare una vita nuova. Ma non era ancora troppo tardi. Che bello [Figlie di una nuova era, Carmen Korn, trad. M. Francescon e S. Jorio]

Hamburg Binnenalster & Rathaus.jpg

Tramonto su Amburgo (fonte: Wikipedia)

Figlie di una nuova era” di Carmen Korn, Fazi editore, trad. da M. Francescon e S. Jorio, è uno di quei romanzi che vanno dritti al cuore. Primo di una trilogia – che verrà pubblicata da Fazi, il secondo volume uscirà nella primavera del 2019 – il romanzo è scritto con uno stile semplice e diretto, ricco di descrizioni per far sì che il lettore si immedesimi nella storia, la Korn riesce perfettamente a far scorrere il tempo, mostrando come la Germania è cambiata nel corso di trent’anni.

Nel romanzo, ogni personaggio è toccato dalla minaccia nazista e dalla guerra, e ognuno in cuor suo si schiera, più o meno apertamente, a favore o contro i politici dell’epoca. Narrando la storia in terza persona, la Korn permette al lettore di entrare nei pensieri di ognuno dei personaggi, dando così la possibilità di conoscerli profondamente.

La Storia verrà a bussare alla porta di ognuno di loro. Sarà necessario prendere decisioni, anche dolorose; ci saranno perdite, lutti e scomparse; alcuni di loro verranno imprigionai e il loro destino non sarà noto. Allo stesso tempo, ci saranno matrimoni – più o meno felici -, nascite e successi lavorativi. Qualche personaggio crescerà di più, lasciandosi alle spalle la vecchia vita. Il tutto raccontato con eleganza e notevole sensibilità.

Sullo sfondo degli anni più difficili per la Germania e i tedeschi, nella bellissima Amburgo martoriata dalle bombe, le quattro protagoniste e gli altri personaggi de “Figlie di una nuova era” vi mostreranno quanto la Storia possa essere crudele ma anche quanto l’amicizia e l’amore possano ridare speranza agli uomini.

Titolo: Figlie di una nuova era
L’Autrice: Carmen Korn
Traduzione dal tedesco: Manuela Francescon e Stefano Jorio
Editore: Fazi
Perché leggerlo: perché si tratta di un bellissimo romanzo, scorrevole e piacevole da leggere, che racconta quando la Storia possa essere crudele e quanto, in contrapposizione, l’amore e l’amicizia possano ridare speranza

(© Riproduzione riservata)

Levan Berdzenišvili | La santa tenebra

Tbilisi. Via Vedzini 17. Il 23 giugno 1983. Sono le sei del mattino. In casa ci siamo io, mia moglie Inga e mio fratello Dato. Stiamo dormendo tutti e tre (…) A svegliarmi sono l’andirivieni su quei gradini e il trambusto che si sente fin dentro casa. Guardo fuori e sulla scala dei Kočoradze intravedo la sagoma di un uomo dall’aspetto ufficiale (…) bussano delicatamente alla porta de nostro appartamento (…) “Davit, alzati! (…) Sono qui!”. Non occorre aggiungere altro. Vado ad aprire la porta e mi ritrovo sei sconosciuti nell’appartamento [La santa tenebra, Levan Berdzenišvili, trad. F. Peri]

1984, Repubblica di Mordovia, URSS. I fratelli georgiani Berdzenišvili, Levan e Davit, arrivano alla colonia penale di Baraševo, a seguito del provvedimento disclipinare ŽCH 385/3-5. I due uomini sono accusati di propaganda antisovietica poiché hanno fondato, assieme ad altri due elementi, un giornale – Samreklo – e un partito repubblicano. Levan è laureato in lettere classiche e stava per consegnare la tesi di dottorato, prima che il KGB bussasse lievemente alla sua porta.

Levan resterà a Baraševo per tre anni, Davit per due. I prigionieri trascorrono il tempo infinito cucendo guanti per soldati dell’Unione Sovietica, ne devono produrre ogni giorno almeno 92 paia. Per questo lavoro ricevono pochissimi rubli – talvolta solo copechi: questi possono essere utilizzati al larëk, lo spaccio ufficiale, per acquistare ridotte quantità di foglie di tè, o un po’ di tabacco o qualche grammo di margarina. Alla sera, in mensa, vengono proiettati cinegiornali e documentari per celebrare la grandezza dell’URSS, per rieducare i dissidenti del campo.

Si soffrono fame, freddo e solitudine. Agli internati vengono vietate cose assurde, come per esempio possedere le penne di colore rosso. La censura, impersonata dall’incorruttibile Ganičenko, obbliga tutti i prigionieri del campo a scrivere lettere e messaggi per le famiglie solo in lingua russa. I prigionieri hanno nazionalità molto diverse: ci sono russi, georgiani, armeni, ucraini, moldavi, lettoni, lituani. Giungono da tutta l’Unione Sovietica e se si trovano a Baraševo è per via di una sola colpa: aver cospirato contro l’URSS.

Nel campo, i fratelli Berdzenišvili conoscono una incredibile e variegata umanità: ci sono uomini un po’ matti, ma molto divertenti; ci sono ebrei, letterati, un geologo matematico, un inventore, poeti, uno psicologo, filosofi, poltici innovatori, linguisti, esperti di filosofia greca e un bibliotecario che ha fatto circolare illegalmente le opere proibite in tutta l’URSS.

Sono gli anni della perestrojka, la vita nei gulag è molto lontana dagli anni delle grandi purge stlianiale, sebbene non sia comunque semplice. In questo luogo di prigionia, Levan partecipa a molte discussioni. Si parla di calcio, e con gran passione; si gioca a backgammon e a ping-pong, sempre e solo dopo aver prodotto 92 paia di guanti.

Allo stesso tempo si organizzano conferenze appassionate su temi filosofici e prigionieri più acculturati immaginano quale potrebbe essere il futuro dell’Unione Sovietica: continuerà ad esistere come un’unione di Repubbliche, o i singoli Stati chiameranno a gran voce l’indipendenza? E loro, i prigionieri, che cosa faranno una volta usciti dal campo di prigionia? 

Anderson era il resposabile della piccola ma “ben fornita” biblioteca del campo, e questo lo sapevamo tutti. Quello che Anderson non sapeva, in compenso, era di avere davanti il creatore di una biblioteca clandestina di letteratura antisovietica entrata nella leggenda, una biblioteca talmente ricca, completa e ben nascosta da rovinare il sonno degli agenti del KGB per un intero decennio. Né allora potevamo sapere, ovviamente, che a distanza di anni mi sarebbe stata offerta la direzione della terza biblioteca nazionale dell’ex-URSS, quella di Tbilisi [La santa tenebra, Levan Berdzenišvili, trad. F. Peri]

Tbilisi – Veduta

Tbilisi, capitale della Georgia (fonte: Wikipedia CC BY-SA 2.0)

Il memoir di Levan Berdzenišvili, “La santa tenebra“, E/O edizioni, tradotto da F. Peri, è uno di quei libri molto interessanti per comprendere una piccola parte della storia dell’Unione Sovietica. La voce narrante è quella di Berdzenišvili, che racconta la sua storia ad un dottoressa americana mentre lui si trova nel reparto di terapia intensiva di un importante, e costoso, ospedale di Washington D.C.

La narrazione è scorrevole, non si inceppa mai, spesso è ironica e una serie di note del traduttore ben congegnate spiegano a chi legge i dettagli sui persone, luoghi o fatti storici citati.

Ogni capitolo è dedicato a uno dei quattordici personaggi che lui ha conosciuto nel campo, più un capitolo per suo fratello Davit e uno per se stesso. Attraverso i diversi prigionieri, chi legge si ritrova immerso non solo nel clima politico di quegli ultimi anni dell’URSS, confinati dentro il campo, ma si viene catapultati nelle mille contraddizioni dell’Imperium e nelle culture degli Stati che ne fecero parte.

In modo particolare, essendo lo sfondo un campo di prigionia, per ogni personaggio vengono illustrati i motivi per cui si trovano nel campo e quanto è grave la loro pena: il famigerato “sette più cinque“, ovvero sette anni di lavoro e cinque di confino, era quella più severa per chi praticava attività controrivoluzionarie, disciplinate dall’articolo 70 “Agitazione e propaganda antisovietica“.

Molti sono gli approfondimenti proprio sulla Georgia, all’epoca Repubblica Socialista Sovietica Georgiana, che tra l’altro fu la patria di Stalin; vengono fuori i poeti nazionali, come Shota Rustaveli, le tradizioni georgiane, come quella del tamada, colui che tiene il discorso al supra, il banchetto tradizionale georgiano; qualche piccola perla storica su Stalin, come quella della rapina in banca eseguita con falso nome con il suo complice; la storia dei tre meravigliosi alfabeti georgiani, l’attuale oggi è patrimonio immateriale dell’UNESCO; e uno sguardo speranzoso al futuro della Georgia che sarà, una volta caduta l’Unione Sovietica, senza sapere che i georgiani conosceranno colpi di stato e sanguinose guerre.

A Baraševo, a parte qualche matto, la maggioranza dei prigionieri incontrati da Berdzenišvili possedevano livelli di istruzione molto elevati: gli intellettuali sono sempre stati i peggiori nemici di un regime, capaci con le loro abilità ad aprire gli occhi del popolo intorpidito dagli slogan e dalla propaganda, di qualunque genere.

Levan Berdzenišvili, infine, ha conseguito il dottorato dopo la scarcerazione nel 1987. Diventa bibliotecario e deputato del Parlamento georgiano. Prima di questo memoir non aveva mai raccontato a fondo della sua esperienza nel gulag: anni di prigionia e di privazione di libertà, difficili certo, ma che a guardarsi indietro sono stati necessari per diventare l’uomo che è oggi.

Titolo: La santa tenebra
L’Autore: Levan Berdzenišvili
Traduzione dal georgiano: Francesco Peri
Editore: edizioni E/O
Perché leggerlo: per aprire una finestra sul mondo dei gulag sovietici, sebbene agli sgoccioli dell’Imperium; per scoprirne di più sulla cultura georgiana e sui Paesi che un tempo composero l’URSS

(© Riproduzione riservata)

Martin Pollack | Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa

Come vivono le persone, come viviamo con quello che sappiamo, come ci regoliamo, come lo conciliamo con la nostra quotidianità? Vediamo con gli stessi occhi di prima il paesaggio in cui sono avvenuti i fatti, e in cui continuiamo a vivere, o dover vivere, perché lì siamo a casa, lì abbiamo le nostre case, i nostri campi? O esperienze simili causano un cambiamento nelle persone? E non solo nelle persone (…) Una volta che sappiamo cosa è successo in un posto, lo percepiamo diversamente [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Avete mai pensato a che cosa possa nascondersi dietro l’immagine da cartolina di un paesaggio? State osservando una radura circondata da pioppi, state passeggiando un altopiano di origine carsica, disseminato da doline, oppure state costeggiando il corso di un importante fiume: avete mai immaginato che il bucolico paesaggio che state fotografando sia poco ameno e molto infetto?

Nel reportage “Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa“, tradotto da M. Maggioni per Keller editore, lo scrittore e slavista Martin Pollack pone l’accento proprio su questo punto: quanti dei bei paesaggi europei – che siano campagne, rive fluviali, montagne o grotte – nascondono un oscuro segreto?

Pollack viaggia attraverso l’Europa dell’Est per catalogare questi luoghi e capire come si possa vivere oggi conoscendo uno o più dolorosi fatti avvenuti in quel punto preciso. Si chiede, nel corso del suo reportage, quanto un massacro, una battaglia, una lotta o una serie di esecuzioni abbiano modellato il paesaggio e la percezione che noi, conoscendo le vicende, abbiamo di quel luogo.

I cimiteri di guerra e i monumenti sono oggi attrazioni per turisti, punti di incontro per veterani e politici, che, accompagnati dai suoni delle cappelle militari, depongono fiori e corone e tengono discorsi ampollosi [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Se è vero che i cimiteri di guerra, gli altari ai militi ignoti, i luoghi degli eccidi oggi hanno una lapide che informa il visitatore, o addirittura ci sono pannelli esplicativi e visite turistiche guidate, Pollack è interessato alle tragedie che, frettolosamente, sono state nascoste, sepolte assieme alle vittime e per lungo tempo taciute, spesso con la complicità dei governi.

Ma non sempre si tiene alta la memoria dei morti. Non sempre e non ovunque vengono introdotti nel paesaggio monumenti commemorativi in loro onore (…) Almeno altrettanto spesso accade che i morti vengano sotterrati frettolosamente in prati e campi, in boschi isolati, nella natura selvaggia (…) [Queste persone] Devono essere cancellate per sempre. Vengono affidate all’oblio, al silenzio eterno. Che nessuno si ricordi di loro. Nessuno deve commemorarle. [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Odessa oblast' field.jpg

Campo fiorito nell’Oblast’ di Odessa, Ucraina (Wikipedia)

Ma perché questi esseri umani devono scomparire senza lasciare traccia, perché nessuno deve commemorarle, alcun parente deve sapere la fine che ha fatto, o semplicemente possa piangere sulla tomba di suo padre, o suo fratello, o suo nonno? Perché certe persone sono scomode, ecco. Sono fastidiose, inutili e potenzialmente pericolose. In un regime, sia esso di destra o di sinistra, è necessario eliminare i dissidenti, coloro che potrebbero aprire gli occhi agli altri e, addirittura, guidare una possibile rivolta.

Largamente sconosciuto all’Ovest è il nome Kurapaty, un bosco di circa 30 ettari alle porte della capitale bielorussa Minsk, dove tra il 1937 e il 1941 membri del Commissariato del popoloper gli Affari Interni sovietico spararono a decine di migliaia di civili nell’ambito di una repressione di massa rivolta contro intellettuali e patrioti bielorussi [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Pollack spiega che i carnefici hanno sempre lo stesso obiettivo: ingannare e mimetizzare. Tutti gli oppositori o nemici del regime devono sparire e non solo: anche la loro fossa deve sparire, altrimenti sarebbe necessario fornire spiegazioni sul massacro, con l’aggiunta del pericolo che le vittime possano poi trasformarsi in martiri ed essere osannati da chi si ribella al dittatore di turno.

Di Ponary ho già parlato nell’articolo dedicato al libro “Gli ebrei di Vilna” di Grigorij Šur, che vi invito a leggere. Nei boschi attorno a Ponary, in Lituania, pochi chilometri dalla capitale Vilnius, nel corso di soli tre anni furono uccise per mano nazista circa 100.000 persone: ebrei, rom, filosovietici e intellettuali polacchi e lituani.

Pollack viaggia attraverso la Slovenia alla ricerca delle “grotte maligne“: nella regione slovena del Kočevje sono presenti molte spaccature nel terreno calcareo, sono inghiottitoi e doline, luoghi perfetti per far sparire centinaia di persone. Si stima che in Slovenia siano presenti oltre 600 fosse comuni, ma nessuno lo saprà con precisione perché non si prevede né di avviare una ricerca, né tantomeno di aprire le fosse.

Quando qualche fossa viene aperta per sbaglio, durante dei lavori minerari o dei sondaggi di vario genere, l’orrore torna a galla e di fronte a 427 persone, quelle ritrovate nel cunicolo Barbara, non si può far finta di nulla. Ma chi erano queste vittime, e chi i loro carnefici?

Le vittime erano delle persone comuni, scomode, e i carnefici i partigiani comunisti di Tito. Uomini, donne e bambini giacciono nel buio delle profondità carsiche, uccisi con un colpo d’arma da fuoco, o morte per i colpi dovuti alla caduta (per risparmiare pallottole, veniva ucciso un uomo e il secondo era legato a lui con del fil di ferro, gettato quindi vivo nella dolina), o ancora uccisi con la testa sfondata dai colpi di piede di porco o martello.

Ora che abbiamo conosciuto vittime e carnefici, Pollack fa riflettere su chi oggi vive nei paesaggi contaminati. Come si può vivere pensando che, nel bosco dietro casa o nel proprio campo, una mano malvagia ha tolto la vita a decine di persone? Come vivono gli abitanti di Oświęcim, il cui nome non si slegherà mai da quello di Auschwitz?

Plants near Škocjan cave2.jpg

Škocjan Cave, Slovenia (fonte: Wikipedia)

[L’Ucraina] Il Paese intero è avvelenato con tutti i cadaveri che non hanno mai trovato una sepoltura decorosa, perché non c’era più nessuno che li seppellisse e che recitasse il Kaddish per loro. [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

E che cosa possiamo fare noi affinché questi morti non lo siano invano e soprattutto che vengano ricordati? Se è vero che oggi le località hanno cambiato nome, le tombe sono ben celate in un paesaggio ormai contaminato, se è vero che la Storia la scrive sempre chi vince, noi possiamo ugualmente fare qualcosa per i disgraziati nascosti.

È quello che dovrebbe fare anche la nostra mappa, rendere l’invisibile visibile e tangibile. Le mappe non mostrano soltanto dove si trova qualcosa, a quale longitudine e latitudine, a che distanza rispetto ad un altro luogo, ma raccontano anche delle storie. Anche dolorose [Paesaggi contaminati, Martin Pollack, trad. M. Maggioni]

Dobbiamo creare una mappa, una mappa che renda visibile ciò che non lo è e che mostri cosa realmente si cela dietro un bucolico campo di girasoli. Abbiamo il dovere di ricordare, di raccontare le storie di questi sconosciuti, di portare rispetto per chi, innocente, ha sofferto di una morte violenta. E abbiamo il dovere di viaggiare per l’Europa con la consapevolezza che il meraviglioso bosco lettone o la splendida foresta polacca o ancora lo struggente altopiano carsico sloveno al tramonto possono essere paesaggi contaminati.

Titolo: Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa
L’Autore: Martin Pollack
Traduzione dal tedesco: Melissa Maggioni
Editore: Keller editore
Perché leggerlo: perché siamo cittadini europei e abbiamo il dovere di conoscere a fondo la nostra recente Storia

(© Riproduzione riservata)