Duilio Giammaria | La magnifica porta. Un paese chiamato Afghanistan

Dall’oblò dell’aereo riuscivo a intravedere il suo sorriso sdentato e luminoso, che sembrava voler dare il benvenuto a uno dei primi voli che giungevano a Kabul da lungo tempo. Anche la scritta “Kabul”, dipinta sulla facciata dell’aeroporto a carattere cubitali (…) mi parve un incoraggiante segnale di normalità; eppure bastava guardarsi attorno per rendersi conto che c’era dell’altro. Le carcasse scarnificate e arrugginite di relitti di aerei civili e militari d’epoca sovietica disseminate negli ampi spazi dell’aeroporto ricordavano a chiunque le vedesse che persino l’Armata Rossa non era stata in grado di venire a capo di questo indomabile paese, come non vi erano riusciti molti altri eserciti. L’Afghanistan, “tomba degli imperi”, smentisce con la sua stessa esistenza qualsiasi illusione di eternità del potere.
La magnifica porta. Un paese chiamato Afghanistan, Duilio Giammaria

La magnifica porta. Un paese chiamato Afghanistan” di Duilio Giammaria, edito da Marsilio, è un reportage intenso e ricco che racconta, con trasporto, ardore e rispetto, i numerosi lati di un paese dell’Asia Centrale da sempre conteso per la sua preziosa posizione geografia e per le ricchezze del suo sottosuolo.

Duilio Giammaria è un giornalista, scrittore e reporter profondo conoscitore delle regioni dell’Asia Centrale e inviato di lunga data in zone di conflitto e guerriglia. Nel monumentale reportage dedicato all’Afghanistan, Giammaria restituisce a chi legge uno sguardo attento e preciso di questi luoghi dei quali, personalmente, io subisco un notevole fascino; si tratta di regioni geografiche che calamitano il mio interesse.

Ne “La magnifica porta. Un paese chiamato Afghanistan” Giammaria narra con uno stile coinvolgente la lunga storia del paese conteso, sottolineando sin dalla premessa che in Afghanistan “niente sembra durare; niente tranne i suoi paesaggi, ancora intatti e aspri come dovevano essere il primo giorno della creazione“.

L’interessante libro è suddiviso in tre parti: nella prima, vengono raccontati gli eventi clou del passato glorioso del complesso territorio afghano, dalle invasioni di Alessandro Magno alla fondazione dell’Impero Moghul di Babur; nella seconda, lo sguardo si concentra sui vent’anni di conflitto tra talebani e americani, vissuto da Giammaria in qualità di reporter; infine, nella terza parte viene raccontato il bellissimo viaggio di Giammaria nel Corridoio del Wakhan e nelle valli struggenti e magnifiche che si suddividono tra Afghanistan, Tagikistan e Pakistan.

Con queste premesse, il libro non poteva che affascinarmi e interessarmi in ogni piccola fibra di me stessa. Il lungo e talvolta periglioso viaggio può iniziare.

Perché scrivere (o leggere) un libro sull’Afghanistan vuol dire soprattutto entrare in contatto con lo sguardo, le paure, le emozioni e le gioie di chi ci ha proceduto. E coloro che sono passati per quella porta – come attraverso un passaggio magico che ti conduce altrove, nell’infanzia del genere umano o nella tragicità di un presente lontano dal tuo – non sono mai più stati gli stessi.
La magnifica porta. Un paese chiamato Afghanistan, Duilio Giammaria
Photo by Farid Ershad on Unsplash

Nella prima parte del libro, Giammaria racconta la storia più antica dell’Afghanistan, sempre di pari passo con la sua personale esperienza nel paese. Così chi legge viene a conoscenza di qualcosa che forse non si sarebbe mai immaginato: il glorioso passato di una regione che ai nostri ciechi occhi occidentali vediamo solo e unicamente come il teatro di guerra devastanti e sanguinose.

L’Afghanistan è (o meglio, sarebbe) un territorio ricchissimo di siti archeologici di valore inestimabile, i quali purtroppo non possono essere indagati – e in passato lo sono stati in modo discontinuo e temporaneo – a causa delle difficoltà politiche degli ultimi cinquant’anni circa.

Molte di queste spedizioni archeologiche furono condotte da professionisti italiani e solo grazie all’audacia – o alla follia – del responsabile del museo archeologico di Kabul, i pezzi più preziosi non sono andati perduti durante i numerosi conflitti che hanno martoriato questi luoghi.

Alessandro Magno, Gengis Khan e l’Orda d’Oro, Tamerlano e Babur sono alcuni dei noti condottieri del passato che hanno tentato di conquistare le terre afghane, sottometterle e annetterle ai solo vasti regni. Da questi incontri tra culture diverse restano le tracce di siti archeologici di notevole pregio, come Ai-Khanoum o gli scavi di Bagram.

Ma già i condottieri del passato, come gli inglesi, gli zar e gli americani molto tempo dopo, si erano resi conto di un dettaglio legato all’Afghanistan: queste terre, così preziose per la posizione e per le ricchezze del sottosuolo, erano impossibili da domare. Nessuno, nonostante guerre sempre più atroci, cruente e dannose, è riuscito a sottomettere il popolo afghano.

Forse più che in qualsiasi altra regione al mondo, in Afghanistan le armi sono parte integrante della vita di tutti i giorni. Quando di preciso l’uso delle armi sia diventato una consuetudine nazionale è difficile dirlo; ma i racconti di coloro che hanno attraversato il paese, dai primi vaghi resoconti citati da Erodoto ai dettagliati rapporti delle spie dell’epoca del Grande Gioco, finiscono sempre con il concordare sulla bellicosità e sulle capacità difensive del popolo afghano.
La magnifica porta. Un paese chiamato Afghanistan, Duilio Giammaria
Photo by Darmau on Unsplash

Nella seconda parte, senz’altro la più forte e drammatica, Giammaria racconta dei recenti anni di guerra che hanno dilaniato e distrutto le terre afghane. Dapprima, la guerra tra sovietici e i mujahideen dell’Alleanza del Nord – guidati da Massoud, il Leone del Panshir – e, in un secondo momento, tra americani e talebani, all’indomani dell’attentato delle Torri Gemelle, l’11 settembre 2001, con l’invasione dell’Afghanistan e l’avvio dell’Operazione Anaconda.

In questa parte, Giammaria ricorda con affetto Annette, la cooperante francese che nonostante la guerriglia in atto a Kabul è rimasta nel paese per aiutare i più poveri; racconta dei temibili contractor, soldati senza nessuno scrupolo addestrati a uccidere qualunque persona, anche bambini, sospettata di essere affine ai talebani; e racconta di come l’Afghanistan è diventato uno dei principali produttori di oppio per sostentare le guerre e guerriglie.

Trascorrono anni di dura lotta: gli eserciti occidentali faticano a tenere testa ai talebani. E’ vero che gli americani hanno armi più precise e migliori rispetto ai talebani, ma questi ultimi dalla loro hanno una precisa conoscenza del territorio – aspro e duro se non lo si conosce – e in cuor loro sono mossi dall’odio verso l’Occidente e difendono il loro paese a tutti i costi. Un soldato americano buttato laggiù a combattere, a migliaia di chilometri dai propri affetti, certamente è meno motivato di un locale. Tutto ciò non ricorda l’esperienza americana in Vietnam?

Così si giunge all’amara conclusione che le missioni americane in Afghanistan non sono riuscire nel loro intento; sono trascorsi lunghi anni di guerra, durante i quali la popolazione è stata portata allo stremo, per tentare di scacciare i talebani e amministrare in modo il più democratico possibile questo paese, per poi scoprire che una volta terminata l’ammistrazione americana (agosto 2021), dalle montagne i talebani sono scesi pe riprendere Kabul e il controllo su tutto l’Afghanistan (che ancora oggi controllano).

Era la fine di un’epopea militare che – con i suoi successi, le sue aspettative deluse, gli errori dettati perlopiù da scarso realismo – sembrò sintetizzare le fragilità e i paradossi dell’avventura americana in Afghanistan.
La magnifica porta. Un paese chiamato Afghanistan, Duilio Giammaria

Photo by Joel Heard on Unsplash

L’ultima parte del libro racconta dei viaggi compiuti da Giammaria e la sua troupe in luoghi di suggestiva bellezza, ai confini tra Afghanistan, Pakistan e Tagikistan. Per me, si tratta di un capitolo ricco di suggestioni e di descrizioni che mi hanno di tanto in tanto lasciato senza parole, soprattutto quando ripercorrevo i loro spostamenti su Google Maps e guardavo le immagini dei luoghi raccontati.

Accolti da persone di etnie diverse (wakhi, kalash) rispetto a quella principale che vive in Afghanistan (pashtun), Giammaria e i suoi compagni di viaggio assaporano l’ospitalità di chi non ha quasi nulla ma quel poco che ha lo vuole condividere con chi giunge a trovarli. Lungo strade sterrate ridosso canyon profondi ove scorrono fiumi impetuosi, con taniche di carburante di scorta, sembra di essere giunti in luoghi appena creati e dove l’uomo non ha mai messo piede, tanto sono puri e semplici, i nostri italiani raggiungono gli altopiani del Pamir, dove scintillano vette e ghiacciai a oltre 7000 metri di quota.

I viaggi proseguono nella valle dello Swat e nella valle di Chitral, in Pakistan, non senza vicissitudini e con un rocambolesco ritorno a Kabul per realizzare un reportage d’urgenza. Ciò che lascia questo capitolo è l’immensità degli spazi, la purezza dei luoghi, la bellezza primordiale di una delle catene montuose più alte al mondo, l’Hindo Kush. Mi sono spesso emozionata e ritrovata a sognare ad occhi aperti.

Era diventata una vera ossessione. Ogni volta che prendevo in mano una mappa – e a me capitava spesso, perché amo la sensazione che il mondo abbia un suo ordine, quantomeno geografico – il mio sguardo cadeva sul corridoio del Wakhan, tra il Tagikistan a nord e il Pakistan a sud. Sulle carte lo si nota subito. Stretta tra catene di montagne che raggiungono anche i settemila metri d’altezza, in mezzo alle quali scorre impetuoso l’omonimo fiume, dagli altipiani del Badakshan la valle si spinge fino alle porte della Cina.
La magnifica porta. Un paese chiamato Afghanistan, Duilio Giammaria

La magnifica porta. Un paese chiamato Afghanistan” immagino avrete capito che è un libro che ho apprezzato profondamente. Sono pressoché certa che io non avrò la fortuna di poterlo vedere dal vivo, di poter visitare i siti archeologici citati, né di poter passeggiare e ammirare le cime delle montagne del Pamir. Però concordo con le parole di Duilio Giammaria, quando conclude il suo bel racconto. L’Afghanistan avrà sempre l’attenzione di Duilio Giammaria, e anche la mia, da distante, al sicuro tra le pagine di libri interessanti, utilissimi e bellissimi come questo.

Per quanto innumerevoli tensioni continuino a covare sotto la cenere, (…) gli ultimi decenni ci hanno insegnato che, se anche dimentichiamo ciò che accade in Afghanistan, prima o poi accadrà qualcosa che ce lo riporterà alla memoria. Personalmente, credo che questo paese – per l’aspra bellezza che a nessun’altra somiglia, per le luci e le ombre della sua lunga storia, per il suo popolo così generoso e vitale – meriti la nostra attenzione anche quando non c’è motivo apparente che la giustifichi. Di certo avrà sempre la mia.
La magnifica porta. Un paese chiamato Afghanistan, Duilio Giammaria

Titolo: La magnifica porta. Un paese chiamato Afghanistan
L’Autore: Duilio Giammaria
Editore: Marsilio
Perché leggerlo: perché si tratta di un testo ricco, brillante e intrigante scritto da un giornalista e reporter profondo conoscitore – e amante – dell’Afghanistan, capace di portare chi legge alla scoperta di un luogo aspro ma bellissimo che merita la nostra attenzione
Cosa leggerò dello stesso Autore: Seta e veleni. Racconti dell’Asia Centrale (Feltrinelli)

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