I fili della memoria, un itinerario a Sarajevo

Raccontare le emozioni e le sensazioni che mi hanno travolta a Sarajevo, credo sia davvero difficile, ma ho bisogno di scrivere a proposito della capitale della Bosnia ed Erzegovina per non scordare ciò che in pochi giorni ho vissuto. Sono state preziose tutte le ore che ho trascorso in questa città e le voglio ricordare con vivo trasporto.

Sarajevo non è la semplice città dove potete passeggiare, ammirare un tramonto, gustare un ottimo gelato, acquistare oggetti che richiamano i racconti da Mille e una notte o entrare e uscire da musei e moschee, perché Sarajevo non è una capitale europea da visitare a cuor leggero. E’ una città da scoprire con rispetto, silenzio e con occhi, orecchie e cuore aperti.

Il dono di Sarajevo

A Sarajevo la storia antica stupisce e ammalia, incoraggia a scattare fotografie e a restarne meravigliati: i colori e i profumi della Baščaršija, il cuore ottomano della città, permettono di compiere un vero e proprio salto nel tempo e dal suo fascino ne sono stata rapita, amando la storia dell’impero ottomano. Ne racconterò prossimamente, perché la Sarajevo ottomana l’ho adorata.

In questo primo articolo voglio invece soffermarmi su un’altra storia, molto più recente e drammatica, capace di aprire il cuore di chi si approccia ad essa e di regalare al visitatore un nuovo sguardo, una nuova consapevolezza, una nuova capacità di vedere il mondo.

Questo è il vero dono prezioso della città, la Sarajevo dei vivi che abitano di fronte alla Sarajevo dei morti: cara Sarajevo, forse non sarò capace di raccontarti come si deve, farò del mio meglio.

Propongo un itinerario in cinque tappe per percorrere la storia recente di Sarajevo e al termine dell’articolo indicherò alcuni suggerimenti di lettura.

Abituati a vivere nel sangue

Alla Risiera di San Sabba, a pochi chilometri dal centro di Trieste, durante la visita, ho letto un estratto dell’ultima lettera scritta dal giovane Pino Robusti all’amata fidanzata. Una frase mi ha colpita nel profondo alla luce del viaggio a Sarajevo e in Bosnia, tanto da essermela trascritta per non scordarla: “Ormai l’umanità è abituata a vivere nel sangue“. Pino Robusti ha scritto questa frase di una potenza incredibile poche ore prima di essere ucciso alla Risiera, nell’anno 1945; dal momento in cui le parole furono scritte all’attimo in cui iniziò l’assedio di Sarajevo – il più lungo della storia bellica del XX secolo, ricordatelo sono trascorsi soltanto quarantasette anni.

All’indomani della Seconda Guerra Mondiale i propositi erano positivi: mai più guerra in Europa, tanto che sappiamo come la stessa Unione Europea sia nata con l’obiettivo di mantenere la pace tra gli Stati. Mai più luoghi come Auschwitz, mai più bombe sulle città e sui civili, mai più fame e morte, mai più stragi e genocidi come quello commesso contro gli ebrei. Nient’altro che bugie.

Robusti è così profetico, per me: “abituata a vivere nel sangue“. In Bosnia ed Erzegovina sono stati attivi dei campi di concentramento e detenzione: sapete cosa fa mi ha fatto più impressione? Non tanto il sangue, non tanto le ferite, la descrizione delle torture o i coltelli arrugginiti e addormentati nelle teche: ormai siamo abituati; ma lo schiaffo in faccia l’ho ricevuto dal fatto che le immagini delle persone liberate da questi campi siano foto a colori. Foto a colori, per me, vuol dire foto scattate nei miei anni, nei miei tempi.

Questa consapevolezza è un colpo troppo forte, ancora adesso sono commossa mentre scrivo. Perché è sufficiente buttare l’occhio verso i numerosi cimiteri che punteggiano la città; li si intravedono da distante, le tombe sono indicate da blocchi bianchi, che svettano verso il cielo. Non ci sono né fiori, né immagini, solo nomi, cognomi, brevi epitaffi e date. Le date di nascita corrispondono spesso a quelle dei miei genitori e degli anni durante i quali sono nata io; le date di morte indicano quanto erano drammatici quegli anni, quanto erano giovani coloro che hanno perso la vita.

Lo scorso anno siamo stati in Polonia e con trasporto abbiamo visitato Auschwitz, dalla cui visita sul blog non ho mai parlato. Riguardo ad Auschwitz eravamo molto preparati, grazie alla scuola che ci racconta tanto, ai libri, ai film, alle Giornate della Memoria che celebriamo in Italia, ai nostri nonni e genitori che ci hanno ricordato di non dimenticare mai. Una promessa che noi giovani manteniamo.

A proposito della guerra dei Balcani ho letto parecchio e pensavo di essere preparata. Ho letto giganti come Paolo Rumiz, autori balcanici famosi, diari di viaggio, guide, libri fotografici. Io pensavo di essere preparata, ne ero proprio convinta: invece non sapevo niente, e scoprire il dolore direttamente a Sarajevo è stato un duro colpo.

I fili della memoria, un itinerario

Prima tappa: il Monte Trebević e Ratni muzej – War Museum 1992

Da qualche parte ho letto che Sarajevo è “nata per essere assediata” perché è circondata da colline e montagne, così una delle prime cose che abbiamo fatto, di buon ora, sotto un cielo di zaffiro punteggiato di nuvolette, è stato salire in cabinovia sul Monte Trebević. Da lassù ho capito come facevano i serbo-bosniaci a controllare la città, come sono riusciti ad assediarla e a far vivere nel terrore per tutti quegli anni tutte quelle persone. Era troppo facile.

Da lassù ho guardato verso il viale dei cecchini, non potendo nemmeno lontanamente immaginare i drammi che lungo quelle strade si sono consumati; gli abitanti attraversavano la strada di corsa oppure a passo lentissimo scortati dai blindati dell’ONU. Gli abitanti hanno vissuto senza acqua corrente ed elettricità durante l’assedio. In inverno, senza riscaldamento, e all’epoca Sarajevo era molto più fredda di oggi. Riuscite a immaginarlo?

Quelle che furono le montagne olimpiche nel 1984, qualche anno dopo sono diventate le montagne dalle quali pioveva morte su Sarajevo. Il 22 luglio 1993 piovvero sulla città 3777 missili, cioè ogni 23 secondi quel giorno cadeva un missile. Si può immaginare?

Una volta scesi dal monte, ci siamo diretti al Ratni Muzej – War Museum 1992, un piccolo ma decisamente impattante museo gratuito (è gradita una donazione), che raccoglie oggetti personali e racconta, con notevole intensità, la quotidianità degli abitanti di Sarajevo durante l’assedio.

Seconda tappa: Galerija 11/07/1995

Parlare di Srebrenica è difficile: di questa storia ciò che mi fa soffrire di più è che non venga neppure lontanamente menzionata ai nostri studenti, durante gli anni della scuola dell’obbligo, eppure è accaduta in un luogo e in un tempo vicini a noi.

L’obiettivo del museo che raccoglie le fotografie di Tarik Samarah, il quale è stato numerose volte nella Bosnia orientale per documentare i ritrovamenti, è quello di preservare la memoria delle 8372 persone massacrate nei dintorni di Srebrenica. Ogni anno qualche nuovo resto salta fuori, qualcuno ritrova un parente.

La visita alla Galerija 11/07/1995 è emotivamente impegnativa: il biglietto è valido per due giorni consecutivi, nel caso non si riesca a terminare la visita in un giorno solo, e non per la grandezza della galleria. Le audioguide sono in lingua italiana, raccontano le immagini in bianco e nero esposte. Le storie dietro le immagini sono pazzesche, vi ritroverete a scuotere la testa e a pensare “Non è possibile”.

Non è possibile che i serbo-bosniaci abbiano minato le fosse con i cadaveri, di modo che chiunque si fosse messo a cercare di recuperare un parente potesse saltare in aria e morire; non è possibile che i serbo-bosniaci abbiano più e più volte disseppellito i resti per sparpagliarli, per rendere impossibile i ritrovamenti. I resti di una persona sono stati trovati in tre punti diversi, due dei quali distavano oltre 30 kilometri.

Due immagini che mi hanno svuotato la testa dai pensieri:

c’è un’immagine con una bambolina rotta, gettata a terra, sulla quale corrono delle formiche. La bambolina è comparsa in quel punto durante la notte, qualche ora dopo l’arrivo degli esperti forensi e dei giornalisti nelle aree attorno a Srebrenica, giunti lì per ricercare le persone scomparse . La mattina dopo, vista la bambolina, gli esperti iniziano a scavare nel sottostante terreno: da qui emergono i resti ossei di circa 600 persone

c’è l’immagine di un rudimentale fotomontaggio di una madre anziana contornata dalle foto dei suoi cinque figli, tutti e cinque scomparsi e mai ritrovati. Il collage fotografico è stato trasformato in una collana da indossare e la donna anziana la sfoggia, con commozione e ricordo

Vero che anche voi vi siete detti non è possibile?

Terza tappa: War Childhood Museum

Il Museo dell’infanzia durante la guerra è l’esposizione senza dubbio più commovente e intensa dell’itinerario che vi propongo. Si tratta di un museo piuttosto recente, molto essenziale nel design, ma di notevole contenuto: l’idea nasce da Jasminko Halilović che si propone di raccogliere oggetti e ricordi personali di coloro sono stati bambini, bambine, ragazzi e ragazze durante il conflitto dei Balcani e non solo, vi sono infatti anche ricordi di bambini che hanno vissuto guerre più recenti; il museo opera anche nei confronti dei bambini vittime delle guerre in Siria e in Ucraina.

Ogni oggetto contiene una storia e per noi italiani, se non ci va di leggerle in inglese, è a disposizione un tablet con la raccolta dei racconti tradotti nella nostra lingua.

Non ci sono armi o oggetti particolarmente cruenti, la maggior parte sono oggetti di uso quotidiano oppure giocattoli; poiché si tratta del museo dell’infanzia durante la guerra, è possibile farlo visitare ai bambini e vengono indicati con un adesivo giallo le storie che i genitori possono leggere loro. E’ chiaro che alcune storie sono molto forti, quindi è consigliabile non leggerle ai bambini; altre sono a lieto fine, per cui compaiono adesivo e panchetta per far salire i bimbi a vedere bene l’oggetto nella teca.

Tra le storie a lieto fine, commovente, c’è la storia di due amiche che si ritroveranno nella Belgrado del 2008 e si riconosceranno perché l’una indossa la collana che l’altra le aveva regalato più di quindici anni prima; oppure la storia di una bambina che impara a far maglia nei bunker dell’ospedale dove lavorano i suoi genitori e intesse un golfino per il suo orsacchiotto con fili e lane di recupero; o ancora la storia dolce amara di un’altalena costruita dall’amato nonno ma mai utilizzata dal bambino perché è dovuto scappare da Sarajevo.

Tra le storie drammatiche ricordo la vicenda di una mamma che per anni ha lavato, stirato e conservato il corredo delle nozze della figlia Enesa, scomparsa a Srebrenica con il futuro marito. Entrambi scomparsi e mai ritrovati. La madre, però, ha tenuto con amore quella coperta blu, forse conservando la speranza che figlia e genero tornassero e potessero finalmente sposarsi per ricevere il regalo. Il fratello di Enesa che narra la storia, scopre solo quando la madre sta per morire che in realtà gli scomparsi non erano solo due, Enesa e il fidanzato, bensì tre, perché Enesa era in attesa di un bambino e con gioia lo aveva rivelato alla mamma pochi giorni prima di sparire.

Quarta tappa: Museum of Crimes Against Humanity and Genocide

Il Museo del Genocidio e dei Crimini contro l’Umanità è molto impegnativo da visitare ma allo stesso tempo fornisce una serie di informazioni necessarie e fondamentali, per questo l’ho inserito nell’itinerario. E’ stato aperto nel 2016, si tratta di un museo privato e non statale, raccoglie testimonianze relative all’assedio, ai crimini commessi a Srebrenica e pone l’accento sulla tematica dei campi di detenzione e concentramento attivi in Bosnia in quegli anni (sì, avete capito bene: campi di concentramento a due passi da casa nostra, negli anni Novanta).

Dicevo, il museo è veramente impegnativo, non solo a livello emotivo: è piccolo, gli oggetti e le foto sono tante, alcune sono appese molto in alto e per chi è basso di statura si fatica a leggere le didascalie, inoltre le luci sono piuttosto forti e non aiutano la lettura dei testi in bianco scritti su sfondo nero.

I video proposti nella stanza multimediale raccontano bene la vita durante la guerra e da essi ho compreso molte cose. Come ci si procurava l’acqua, come si attraversava la strada, come si moriva in strada, come si cercava di scappare (penso che l’immagine dei neonati legati tra loro sui bus per evitare che rotolassero durante il viaggio non la dimenticherò mai), come si approntava l’orto per avere le verdure fresche, come è nato il Sarajevo Film Festival (sì, proprio durante l’assedio!).

Un ricordo toccante è l’immagine del militare ONU di 19 anni ucciso mentre portava aiuti alla popolazione di Sarajevo: spesso ci dimentichiamo che la guerra l’hanno fatta anche quei ragazzi.

Quinta tappa: il Tunnel D-B, il “tunnel della speranza”

Si trova vicino una casetta tutta crivellata da colpi di proiettile e mortai, la casa della famiglia Kolar, un tunnel lungo 760 metri e alto non più di 1.60 metri. Nel corso del lungo assedio di Sarajevo, fu costruito il tunnel per collegare la città, allora isolata dalle milizie serbe, con la porzione libera, fortunatamente sotto l’area neutrale dell’aeroporto istituita dalle Nazioni Unite.

Scavare il tunnel con mezzi di fortuna e cercando di lavorare in segretezza non fu cosa semplice, ma grazie ai volontari la galleria fu completata nella metà del 1993; i volontari lavoravano fino a 8 ore al giorno, pagati con pacchetti di sigarette che all’epoca erano la moneta principale.

Grazie al tunnel giunsero in città medicinali, alimenti, aiuti umanitari, spostamento di militari e armi. Inoltre, permise alla popolazione di abbandonare la città. Oggi il tunnel è aperto ai visitatori, se ne possono percorrere circa 20 metri.

*

Eccomi giunta al termine di questo articolo, certamente di livello emotivo piuttosto alto, rispetto agli altri articoli che scrivo tornata dai miei viaggi. Ci tenevo a proporre questo itinerario, in parte per ricordarmelo e in parte per ispirare chi vorrà visitare la straordinaria Sarajevo.

Essere contro ogni forma di violenza e guerra dovrebbe essere un insegnamento da trasmettere alle future generazioni, un monito che ahimé stride contro la frase di Robusti, troppo attuale oggi anche in merito a tutti i conflitti che insanguinano le nazioni nel mondo.

Grazie per avermi letta fin qui. Attendo i vostri commenti.

*

Consigli di lettura

Il muggito di Sarajevo di Lorenzo Mazzoni

Shooting in Sarajevo di Luigi Ottani e Roberta Biagiarelli

Maschere per un massacro di Paolo Rumiz

Come se mangiassi pietre di Wojciech Tochman

Le stelle che stanno giù. Cronache dalla Jugoslavia e dalla Bosnia Erzegovina di Azra Nuhefendić

Capire la Bosnia ed Erzegovina di Cathie Carmichael

Jugo-bike. In bicicletta in Bosnia, Croazia e Serbia di Lorenzo Gambetta

4 pensieri su “I fili della memoria, un itinerario a Sarajevo

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