Anne Berest | La cartolina

Poi ha letto i quattro nomi scritti uno sotto l’altro, come una lista.
Ephaïm
Emma
Noémie
Jacques
Erano i nomi dei suoi due nonni materni, della zia e dello zio. Tutti e quattro deportati prima che lei nascesse. Tutti e quattro morti ad Auschwitz nel 1942. E sessantun anni dopo, il 6 gennaio 2003, risorgevano dalla nostra cassetta delle lettere.
“Chi diavolo mi ha mandato quest’orrore?” si è chiesta Lélia.
(…) Mio padre ha preso la cartolina e se l’è avvicinata agli occhi per osservarla da vicino, ma non c’erano spiegazioni né firma. Niente. Solo quei quattro nomi.

La cartolina, Anne Berest, trad. A. Bracci Testasecca

Parigi, 2003. Nella buca delle lettere della famiglia Berest compare una misteriosa cartolina, indirizzata a Myriam Bouveris; sul retro della cartolina, oltre ai recapiti della destinataria, ci sono solo quattro nomi: Ephaïm ed Emma, padre e madre di Myriam, e Noémie e Jacques, i fratelli minori di Myriam. Osservando la cartolina si capisce che l’immagine dell’Opéra Garnier è vecchiotta, probabilmente è stata scritta anni prima, ma è stata spedita pochi giorni prima, nella posta più grande di Parigi, quella del Louvre.

Lélia, la figlia di Myriam, e suo marito restano piuttosto sconvolti. Myriam è morta anni prima e sulla cartolina, oltre ai quattro nomi dei suoi parenti deceduti tutti nel campo di concentramento di Auschwitz durante la Seconda Guerra Mondiale non c’è scritto nulla.

Anne Berest, nipote di Myriam, non conosce granché la storia della vita della nonna, tantomeno dei suoi bisnonni e prozii scomparsi durante l’ultimo conflitto mondiale. La quotidianità prende il sopravvento e in un primo momento la cartolina viene relegata in una scatola. Circa dieci anni dopo, Lélia inizia a raccontare alla figlia Anne, tutto ciò che ha scoperto sulla storia di Ephaïm ed Emma, i suoi nonni, e su Noémie e Jacques, i suoi prozii.

“Come nei romanzi russi” ha detto mia madre, “tutto comincia con una storia d’amore contrastata. Ephaïm Rabinovitch amava Anna Gavronsky, la cui madre, Liba Gavronsky nata Yankelevitch, era cugina dei Rabinovitch. Ma la loro passione era mal vista dai Gavronsky…”
Rendendosi conto che non ci stavo capendo niente, Lélia si è infilata la sigaretta all’angolo delle labbra e, strizzando gli occhi per via del fumo, si è messa a frugare nella scatola.
“Aspetta, ti leggo una lettera che ti renderà tutto più chiaro…”

La cartolina, Anne Berest, trad. A. Bracci Testasecca

Parigi (Photo by Léonard Cotte on Unsplash)

Il magnifico libro “La cartolina” di Anne Berest è la storia appassionate e intrigante del ramo materno della sua famiglia, una vicenda che si interseca con i principali – quanto drammatici – eventi che hanno caratterizzato la prima metà del Novecento.

Nella prima parte del libro, “Terre promesse“, viene raccontata la storia di Ephaïm ed Emma, bisononni di Anne. Ephaïm, ebreo russo nato a Mosca, dopo non aver potuto sposare la cugina Anna, si unisce a Emma, una donna forte e resiliente nata a Łódź, in Polonia. Dalla loro unione nasceranno appunto Myriam, Noémie e Jacques; la famiglia Rabinovitch vive in Russia, Lettonia e Palestina prima di trovare nella Francia quella che il capostipite vorrebbe fosse la sua patria.

I primi anni sono piacevoli, ricchi di successi personali per Ephaïm, brillante ingegnere, e di successi scolastici dei suoi figli. I parenti di Ephaïm sono sparsi per l’Europa, mentre i suoi genitori hanno deciso di vivere stabilmente in Palestina, nonostante le fatiche e le difficoltà nel domare una terra così brulla e aspra. Purtroppo, l’avvento in Germania del partito Nazionalsocialista, nel 1933, cambia le carte in tavola e avvia una spirale di odio e follia, che necessariamente andrà a toccare la famiglia di Ephaïm.

Quando la Germania nazista occupa la Francia, è l’inizio della fine. Ormai fuggire diventa impossibile.

“Vai a nasconderti” le dice prendendole saldamente il braccio.
“Ma papà…” protesta Myriam.
Ephaïm sente i poliziotti che bussano per entrare in casa. Afferra la figlia per la camicetta, stringe fino quasi a strozzarla, poi fissandola negli occhi le ordina con la bocca distorta dalla paura: “Fila via, nasconditi più lontano che puoi, capito?”

La cartolina, Anne Berest, trad. A. Bracci Testasecca

Auschwitz II (foto: Claudia)

Nella seconda parte, “Ricordi di un bambino ebreo senza sinagoga“, Anne prosegue la sua ricerca attraverso la storia della famiglia, con l’intento di capire chi ha inviato la cartolina a nonna Myriam; allo stesso tempo, Anne Berest riflette su cosa significhino l’ebraismo e le tradizioni ebraiche, sull’essere ebrea – non praticante – nella Parigi dei primi anni del Duemila, su come si senta una persona che porta il peso di avere dei famigliari morti ad Auschwitz, su come gli altri vedano gli ebrei.

Passando sotto il grande porticato di legno ho sentito che Myriam e Noémie non erano mai state così vicine (…) Sono salita per guardare il cortile dal ballatoio del primo piano e i mi è sembrato che la guerra fosse ancora presente ovunque, nella mente di quelli che l’avevano vissuta, di quelli che non l’avevano fatta, dei figli di quelli che avevano combattuto, dei nipoti di quelli che non avevano fatto niente e che avrebbero potuto fare di più. La guerra continuava a guidare le nostre azioni, i nostri destini, le nostre amicizie e i nostri amori. Tutto ci riportava sempre lì, le deflagrazioni continuavano a risuonarci dentro.

La cartolina, Anne Berest, trad. A. Bracci Testasecca

La terza parte, “I nomi“, è un brevissimo scambio epistolare tra Anne e sua sorella Claire.

La quarta parte, “Myriam“, è la più coinvolgente in assoluto, il racconto di ciò che accade nel Sud della Francia a Myriam, dopo la deportazione dei suoi famigliari ad Auschwitz. Per non rovinare il gusto della lettura, non rivelo nulla in merito, ma sottolineo che in questa parte del libro rivive la Francia negli ultimi anni dell’occupazione, la Resistenza – con i suoi affiliati e i suoi traditori -, si percepisce il fermento dello sbarco in Normandia e i contrastanti sentimenti della liberazione, sollievo per la libertà ritrovata e angoscia nello scoprire le drammatiche sorti dei famigliari e amici che non torneranno più e nel veder tornare i deportati sopravvissuti, che si aggirano per Parigi come fantasmi dallo sguardo vuoto.

Ha visto le immagini dei campi di sterminio pubblicate dai giornali e mostrate ai cinegiornali, ma non riesce a far combaciare quelle immagini con la scomparsa dei suoi genitori, di Jacques e Noémie.
“Sono necessariamente da qualche parte” pensa. “Devo trovarli”.

La cartolina, Anne Berest, trad. A. Bracci Testasecca

Provence, France (Photo by Léonard Cotte on Unsplash)

Come avrete capito dal mio entusiasmo e dalla mia emozione, “La cartolina” di Anne Berest, tradotto da Alberto Bracci Testasecca per Edizioni E/O, mi è piaciuto tantissimo. Ho amato ogni riga, ogni parola, mentre non mi accorgevo che le pagine scorrevano via un po’ troppo in fretta. Con una scrittura – e traduzione in italiano – perfetta, fluida, veloce, con brevi capitoli e suspense ben dosata, mi sono sentita talmente coinvolta nelle vicende che mi sono affezionata a ognuno dei personaggi.

Nel libro rivivono i primi cinquant’anni del Novecento: ci sono le speranze e le paure, ci sono le piccole gioie e le grandi tragedie, ci sono le persone umili che subiscono la Storia e ci sono coloro che invece, in positivo o in negativo, la scrivono. Le atmosfere storiche tornano a vivere, scintillanti e brillanti, nei loro drammi o nei momenti di grande felicità. La Francia durante e dopo l’occupazione viene raccontata attraverso la famiglia di Anne Berest, con notevole accuratezza storica, tanto che io personalmente da questa lettura ho imparato molto.

Consiglio e consiglierò questo libro a chiunque cerchi una storia emozionante, bella, forte e a tratti anche cruda, che racconta i destini di una grande famiglia che si sparpaglia per l’Europa, si perde e si ritrova, in parte scompare a causa del Male, ma in parte si salva e pur sentendosi come un seme in preda del vento, alla fine un luogo suo Myriam lo trova, e laggiù nel Sud attecchisce e mette le radici, creando una nuova famiglia.

Già… e la cartolina? Verrà risolto anche questo mistero. Leggete il libro: sarà un vero colpo di scena scoprire chi l’ha inviata e perché.

Cerco nei libri la storia che non mi hanno raccontato. Voglio leggere e leggere, la mia fame di conoscenza non è mai sazia. A volte mi sento un’estranea, vedo ostacoli dove altri non li vedono, non riesco a far combaciare l’idea della mia famiglia con quel riferimento mitologico che è il genocidio, e questa difficoltà costituisce il mio essere, è una cosa che mi definisce. Per quasi quarant’anni ho provato a tracciare un disegno che mi rassomigliasse senza riuscirci, ma oggi sono in grado di collegare tutti i punti tra loro per veder apparire, in mezzo alla costellazione di frammenti sparpagliati sulla pagina, una figura in cui finalmente mi riconosco: sono figlia e nipote di sopravvissuti.

La cartolina, Anne Berest, trad. A. Bracci Testasecca

Titolo: La cartolina
L’Autrice: Anne Berest
Traduzione dal francese: Alberto Bracci Testasecca
Editore: edizioni E/O
Perché leggerlo: perché è magnifico, fidatevi

2 pensieri su “Anne Berest | La cartolina

  1. lisecharmel ha detto:

    mi ispirava già tanto dal primo giorno che l’ho visto in libreria, la mia migliore amica l’ha letto e me lo presterà, anche lei era entusiasta, io dopo aver letto questo tuo commento ancora di più.
    che bello che sei tornata a scrivere!

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