Ryszard Kapuściński | Ancora un giorno

Dalla mia finestra vedevo la baia e il porto. Lungo la costa stazionavano i mercantili delle linee oceaniche europee. I loro comandanti, in continuo contatto radio con l’Europa, sapevano quel che accadeva in Angola molto meglio di noi, rinchiusi nella città assediata (…) Ogni volta che la baia si svuotava mi preparavo al peggio. Tendevo l’orecchio per spiare il rombo dei cannoni. Mi domandavo se non ci fosse del vero in ciò che si sussurrava tra i portoghesi, vale a dire che in città si tenessero nascosti duemila soldati di Holden Roberto, in attesa di un segnale per dare il via alla carneficina.

Ancora un giorno, Ryszard Kapuściński, trad. V. Verdiani

E’ il 1975 e il reporter e giornalista polacco Ryszard Kapuściński si trova in Angola, per seguire da molto vicino la guerriglia che imperversa nel Paese. Il 1975 è l’anno in cui i coloni portoghesi abbandonano l’Angola, attraverso una serie di azioni militari in tutto lo stato, al fine di conquistare l’agognata indipendenza.

Kapuściński è l’inviato di un giornale polacco: ogni sera, dal lugubre e ormai quasi vuoto hotel di Luanda, la capitale assediata, trasmette via telex le ultime novità ai suoi colleghi giornalisti; Luanda è circondata dagli eserciti angolani, di fazioni diverse – l’MPLA, l’FNLA e l’UNITA -, che vogliono mandare via gli europei.

Così, giorno dopo giorno, i portoghesi abbandonano l’Angola, la terra dove alcuni di loro sono nati – molti, infatti, del Portogallo non conoscevano nulla – per salpare via nave o via aerea verso l’Europa. I coloni ammassano ogni ben di Dio: mobili, vettovaglie, oggetti strampalati; li caricano in grandi navi e li spediscono in Portogallo, o in Brasile o in Sudafrica.

Non so se mai, nella storia, sia successo che un’intera città abbia attraversato l’oceano, ma quella volta fu proprio così. La città partì nel vasto mondo per ricongiungersi ai propri abitanti, gli ex coloni dell’Angola: quei portoghesi di cui parte si era sparpagliata per l’Europa e l’America e parte stabilita in Sudafrica. Se n’erano andati dall’Angola in fretta e furia, fuggendo dall’incalzare della guerra, convinti che in quel paese la vita fosse finita e che non ci sarebbero rimasti che i cimiteri.

Ancora un giorno, Ryszard Kapuściński, trad. V. Verdiani

Mobilitazione generale. Lunghe file di giovani, perlopiù disoccupati. Piuttosto che oziare appoggiati contro un muro, meglio presentarsi all’appello, almeno sotto le armi avranno da mangiare. Vanno a combattere e a uccidere: finalmente un lavoro, forse addirittura la gloria. Li accompagnano madri e mogli, molte delle quali con la pancia. La gente continuerà a nascere e a uccidere fino alla fine del mondo.

Ancora un giorno, Ryszard Kapuściński, trad. V. Verdiani

Kapuściński non resta a Luanda, le mani in mano o a trasmettere solo telex in Polonia. No: Kapuściński partecipa alle azioni militari come osservatore, rischia la vita tra il fuoco incrociato delle pallottole, la sete e la fame in mezzo al nulla più assoluto delle sterminate lande dell’Angola e il caldo assassino, o le piogge torrenziali.

“Il nostro è un paese disgraziato, un po’ come quelle persone a cui le cose vanno sempre storte. Negli ultimi duecento anni i portoghesi non hanno mai smesso di organizzare spedizioni armate per conquistare tutta l’Angola. Non c’è mai stato un attimo di pace. Abbiamo fatto quindici anni di guerriglia. Nessun alto paese africano è stato in guerra così a lungo, nessuno è stato così devastato (…)”

Ancora un giorno, Ryszard Kapuściński, trad. V. Verdiani

L’Angola è un luogo incredibile, schiacciato tra stati burberi e minacciosi. Quante lingue e dialetti oltre al portoghese dei coloni, una povertà indicibile che imperversa nel paese, tanto che gli eserciti delle fazioni opposte tra loro, e in lotta contro i portoghesi, non hanno nemmeno una divisa e difficilmente si riconoscono tra loro.

Durante un’azione militare, Kapuściński si spinge nel sud e qui incontra la militante Carlotta. Sono soprattutto le donne a combattere. Ai suoi lettori Kapuściński regala un commosso ricordo di questa bellissima e giovanissima ragazza militante.

Carlotta arrivò con il mitra a tracolla. Benché infagottata in una tuta mimetica per lei troppo grande, si capiva che era ben fatta. Tutti, dal primo all’ultimo, cominciammo immediatamente a farle la corte (…) Malgrado i suoi vent’anni, Carlotta era già una leggenda (…) La nostra ragazza era una mulatta affascinante e bellissima o, almeno, così allora ci apparve.

Ancora un giorno, Ryszard Kapuściński, trad. V. Verdiani

Avrete notato che in questa breve recensione ho inserito molte citazioni: ho preferito che a raccontarvi “Ancora un giorno” fosse Kapuściński, il più possibile. Il suo sguardo acuto e preciso, sempre onesto e veritiero, mi ha emozionata tanto quando qualche tempo fa lessi “Imperium“, un altro bellissimo reportage.

Per cui io vi consiglio “Ancora un giorno“, senza dubbio per la profondità d’animo e lo spessore della scrittura di Kapuściński, ma soprattutto perché si tratta di una riflessione su un’umanità che a noi sembra così lontana, ma che divide la Terra con noi. Un’esperienza, quella degli angolani, che può sembrare individuale e unica, ma se si legge tra le righe, si ritrova la storia di buona parte delle ex-colonie dei paesi europei.

Titolo: Ancora un giorno
L’Autore: Ryszard Kapuściński
Traduzione: Vera Verdiani
Editore: Feltrinelli

4 pensieri su “Ryszard Kapuściński | Ancora un giorno

    • Claudia ha detto:

      Ciao! Grazie di questo bel commento! Manco da molto tempo, è vero… sono stata impegnata con lavoro e studio ma voglio tornare presto a scrivere sul blog! Mi ha fatto piacere questo commento! Grazie!

      "Mi piace"

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