Golnaz Hashemzadeh Bonde | Un popolo di roccia e vento

E’ possibile che una vita vissuta intensamente bruci più in fretta? Mi hanno sempre detto che rido troppo forte. Forse ogni risata troppo fragorosa ha sottratto giorni alla mia vita. Forse abbiamo a disposizione solo un numero prestabilito di respiri che si esauriscono se ridiamo troppo forte o discutiamo animatamente o balliamo fino a sfinirci (…) Forse.

Un popolo di roccia e vento, Golnaz Hashemzadeh Bonde, trad. A. G. Calabrese

Nahid è una donna di origini iraniane che vive in Svezia da diversi anni. Dopo aver accusato dolori vari, riceve l’infausta diagnosi: il cancro di Nahid è incurabile, è solamente possibile intervenire con una terapia per accompagnare la persona malata verso una morte dignitosa.

Donna di forte carattere, temprata da numerosi dolori e vicissitudini, Nahid non vuole arrendersi al destino che le si prospetta. Non ha vissuto una Rivoluzione in Iran e non ha subito la grave perdita della sorella minore Noora per venire a morire, troppo giovane, in Svezia.

La figlia Aram cerca di stare vicino alla madre, ma Nahid ha un umore altalenante, quasi insopportabile; un attimo prima accetta le cure e le attenzioni della figlia, un attimo dopo la rifiuta, la respinge e la manda via in malo modo.

Il dramma della vita che pian piano la abbandona, fa di Nahid una donna con un peso immenso da portare. Non telefona alla madre rimasta in Iran, non vuole che la signora ormai anziana venga a sapere di questo terribile dramma.

Nahid ripercorre la sua storia. Si rivede giovanissima, appena ammessa all’Università di Medicina e Chirurgia di Teheran, negli anni Settanta; racconta dell’incontro con Masood, un uomo che successivamente si rivela tutt’altro che un buon marito e padre; in modo concitato e drammatico, ricorda le proteste in piazza durante la Rivoluzione e la scomparsa della giovanissima Noora.

Una vita difficile, quella vissuta da Nahid: la Rivoluzione, la perdita della sorella amatissima, la fuga dall’Iran, l’arrivo in Svezia come profughi, la nascita di Aram e il terribile matrimonio con Masood. Infine, la malattia incurabile.

Mi hanno detto: “Hai il cancro, devi morire”. E io ho scelto di lottare contro la morte invece di spremere le ultime gocce di vita dalla mia esistenza. Non mi è del tutto chiaro che cosa mi abbia spinto a fare questa scelta. Eppure la rifarei ancora, se me ne fosse data di nuovo la possibilità. Lo so. So che ho sempre più paura di morire che di vivere a metà.

Un popolo di roccia e vento, Golnaz Hashemzadeh Bonde, trad. A. G. Calabrese

Un popolo di roccia e vento” di Golnaz Hashemzadeh Bonde, tradotto da Anna Grazia Calabrese per Feltrinelli, è un romanzo che racconta una vita divisa tra Iran e Svezia, costellata da molti dispiaceri e vicissitudini, che non mi convinta del tutto e che, in parte, mi ha un po’ delusa.

Con uno stile di scrittura asciutto, asettico, povero di dettagli, l’Autrice narra le storie di Nahid usando la prima persona; la voce di Nahid, pur cercando di compatire il personaggio e le sue disgrazie, mi è risultata assai fastidiosa e insopportabile.

In sostanza, ho acquistato questo romanzo perché attratta dall’idea di approfondire i fatti relativi alla Rivoluzione islamica iraniana del 1978, seguendo la voce di una scrittrice iraniana che l’ha vissuta ed ha successivamente riparato in Svezia. Purtroppo, nel romanzo, della Rivoluzione si parla ben poco, e i mondo molto superficiale, quasi criptico, e ciò mi ha delusa parecchio. Per chi non ha dimestichezza con la Rivoluzione islamica in Iran, capirà ben poco i riferimenti troppo velati che l’Autrice lancia.

Buona parte del romanzo è dedicato alla tragica malattia di Nahid, alle sue conseguenze e alla sua paura di morire. Più che comprensibile, allora perché non venderlo come un romanzo sulla riflessione di una malattia incurabile anziché promuoverlo come romanzo sulla migrazione, le radici e la Storia?

Il titolo scelto per l’edizione italiana non è conforme nella maniera più assoluta a quello originale: in svedese, dato che l’Autrice scrive in questa lingua, verrebbe tradotto come “Eravamo noi” (“Det var vi”). Che oggettivamente non ha nessun senso trasformare in “Un popolo di roccia e vento“, dato che nel romanzo non si menziona mai tale figura retorica.

Poiché mi aspettavo un altro tipo di storia, anche grazie all’affabile trama in quarta di copertina, “Un popolo di roccia e vento” mi ha molto delusa e quando l’ho terminato ho emesso un sospiro di sollievo.

Titolo: Un popolo di roccia e vento
L’Autrice: Golnaz Hashemzadeh Bonde
Traduzione dallo svedese: Anna Grazia Calabrese
Editore: Feltrinelli
Perché leggerlo: non certo per avere uno sguardo sull’Iran del passato, piuttosto per una riflessione cruda e amara sulle malattie che pongono fine troppo prematuramente alle esistenze

2 pensieri su “Golnaz Hashemzadeh Bonde | Un popolo di roccia e vento

  1. Ivana Daccò ha detto:

    Lo premetto: non è il genere di libro – di storia – che oggi, in questo momento, sceglierei di leggere. E’ tuttavia sempre molto dificile l’incontro con un libro sul quale si era costruita una attesa erronea.
    Ci si pensa poco, ma è di grande importanza, per la vita di un libro, la cura editoriale, dalla traduzione di un titolo, alla quarta di copertina, che talvolta la CE non azzecca: forse per adeguarla al, vero o supposto, target dei propri lettori? Mah.
    Complimenti per la tua restituzione, che permetterà di sceglierne la lettura, eventualmente.

    Piace a 1 persona

    • Claudia ha detto:

      Ciao Ivana, grazie per il commento.
      A me questo romanzo non ha coinvolta come avevo supposto, ma sicuramente piacerà a molte altre persone 🙂
      Non credo sia una lettura per scoprire l’Iran dall’interno, è più una riflessione sulla vita trascorsa nel momento in cui – purtroppo – si riceve un’infausta diagnosi.

      Piace a 1 persona

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