Marta Dillon | Aparecida

L’avevano trovata? Cosa avevano trovato di lei? A che scopo volevo le sue ossa? Perché io le volevo. Volevo il suo corpo. Di ossa avrei cominciato a parlarne più avanti, di fronte all’evidenza di un certo numero di bastoncini secchi e uguali a quelli di chiunque altro (…) Schegge di una vita. Scintillio d’avorio spogliato dagli uccelli necrofagi in aperta campagna (…) Quello che rimane quando ciò che nel corpo continua ad accompagnare il tempo si è fermato (…) Le avevo cercate, le avevo aspettate. Le volevo.

Aparecida, Marta Dillon, trad. C. Cattarulla

Nel 2010, Marta Dillon si trova in vacanza in Spagna, con la moglie Albertina e il figlio Furio, quando riceve la telefonata che attende da tempo; l’Équipe Argentina di Antropologia, con buone probabilità, tra i resti ossei analizzati dopo l’ennesima riesumazione, ne ha individuati alcuni appartenenti alla madre di Marta.

Era un’avvocata, Marta Taboada, sua madre. Era un’attivista, una rivoluzionaria, era contro il regime di Videla. E per questo, in una notte di ottobre del 1976 era scomparsa senza lasciare traccia.

Marta Dillon ricorda, sebbene all’epoca fosse una bambina, quella notte terribile; ricorda la Ford Falcon che si parcheggia fuori di casa, gli uomini che bussano, le urla e poi la porta che si chiude; mamma e il suo compagno scompaiono. La Dillon ricorda che il padre, contrario alle attività clandestine della ex moglie, racconta qualche storia ai quattro figli e per la sicurezza di tutti abbandona temporaneamente Buenos Aires per Mendoza, con la nuova compagna Graciela.

Quella mattina di ottobre del 1976, mezzo svestiti, avevamo camminato insieme a loro mano nella mano verso la stazione di Sarmiento. Alle nostre spalle rimaneva una casa distrutta e, sparpagliati tra orme di stivali e bossoli sparati, gli inviti per il compleanno di Andrés.

Aparecida, Marta Dillon, trad. C. Cattarulla

Mendoza è molto lontana dalla capitale, il padre di Marta è convinto che ai piedi dell’imponente cordigliera i ragazzi saranno al sicuro e soprattutto distanti dalle brutture; ma Marta appena diventa maggiorenne torna a Buenos Aires e incomincia a ricercare le flebili tracce della madre ufficialmente desaparecida.

Gli anni trascorrono, Marta Dillon non si arrende mai. Talvolta giungono segnalazioni che in seguito si rivelano errate, escono nuovi testimoni, nuove voci degli ex compagni di lotta di mamma, i pochi sopravvissuti. Il nome della madre viene citato in qualche processo, la strada per arrivare ai resti ossei è costellata di sconfitte e di vicoli ciechi.

Da lì erano stati tolti tutti nel 1984, avevano determinato il sesso di ciascuno, annotato qualche segno particolare, li avevano infilati nei sacchetti e portati a La Plata per un’infruttuosa identificazione e, nel 1986, quando io compivo vent’anni e andavo di casa in casa in preda a un pianto interminabile che non riuscivo neanche a spiegare, li avevano di nuovo ficcati nei sacchetti, senza più distinguere un osso dall’altro, spogliati anche del loro carattere di individui, e seppelliti ancora una volta nello stesso posto, stesso riquadro, stesso stettore.

Aparecida, Marta Dillon, trad. C. Cattarulla

Marta è giornalista, spesso è in contatto proprio con l’Équipe Argentina di Antropologia per narrare ai lettori del suo giornale le storie di uomini e donne che hanno perso la vita combattendo contro la dittatura e da desaparecidos sono diventati aparecidos.

Così, quando Marta finalmente riceve la telefonata che attendeva, ritorna in Argentina e ricostruisce la storia dei reperti ossei; provengono da una celletta comune di uno dei numerosi cimiteri della capitale argentina, erano assieme ad altri resti. Non c’è lo scheletro completo, troppi rimaneggiamenti. Ma per Marta è già incredibile così, è già incredibile poter vedere e in un secondo tempo seppellire i resti della genitrice.

Ma io, quando mamma si era trasformata in aparecida, avevo già imparato a convivere con la costanze presenza dell’assenza senza nome.

Aparecida, Marta Dillon, trad. C. Cattarulla

Aparecida” di Marta Dillon, tradotto da Camilla Cattarulla per gran vía edizioni, è un libro che raccoglie le intense memorie, dense e torbide, in riferimento alla scomparsa e alla comparsa della madre dell’Autrice. Grazie ad una scrittura magnetica e allo stesso tempo turbolenta, vorticosa e circonvoluta, la Dillon riesce a intrappolare chi legge, conducendolo tra l’Argentina degli anni Settanta e di oggi.

La speranza di ritrovare i resti della madre non ha mai abbandonato la Dillon, sebbene sia incappata in numerosi vicoli ciechi e false piste. L’assenza della madre ha pesato – e ancora pesa – nel cuore dell’Autrice, a sua volta madre, per cui capisce perfettamente quando sia forte il legame che unisce genitrice e figli.

Perseguitata dal ricordo della notte della scomparsa, dai nomi di chi le ha fornito indicazioni riguardo a Marta Taboada, dall’idea di seppellire a tutti i costi i resti – se mai li avesse trovati, “Aparecida” è anche la riflessione di chi è sopravvissuto agli anni bui della dittatura, con tutto il suo bagaglio di inquietudini e mancanze.

Aparecida” di Marta Dillon diventa, quindi, il potente e forte manifesto per dare voce a chi è rimasto e cerca, senza mai perdersi d’animo, chi è scomparso; paradossalmente, le persone scomparse occupano ben più spazio che le persone presenti, in un dato tempo: ci sembrano fantasmi, intrappolati in una fotografia, un nome in un elenco o una falange estratta da un loculo, quasi un oggetto; ma questi fantasmi aleggiano su di noi e ognuno di loro attende che la sua storia venga raccontata, per vivere di nuovo e per trovare finalmente la pace.

Tutti quei nomi e quei visi che avevo conservato nella memoria da bambina e fino all’adolescenza, malgrado il mio compito militante fosse di dimenticarli, non erano l’apparizione di fantasmi ma storie e corpi vivi, capaci di soffrire, di resistere e di morire, non solo di scomparire.

Aparecida, Marta Dillon, trad. C. Cattarulla

Titolo: Aparecida
L’Autrice: Marta Dillon
Traduzione dallo spagnolo: Camilla Cattarulla
Editore: gran vía
Perché leggerlo: per ricordare gli anni della dittatura argentina, per onorare la memoria delle persone scomparse in quegli anni, affinché ognuno di loro possa raccontare – attraverso le ossa – la sua difficile storia

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