Jessica Bruder | Nomadland. Un racconto d’inchiesta

Ho incontrato per la prima volta Linda mentre facevo delle ricerche per un articolo sullo sviluppo della subcultura dei nomadi americani, persone che vivono a tempo pieno sulla strada. Come Linda, molte di queste anime vagabonde cercavano di sfuggire a un paradosso economico: la collisione tra affitti in aumento e salari stagnanti, una forza irrefrenabile che incontra un oggetto immobile. Si sentivano come intrappolati in una morsa, mentre impiegavano tutto il proprio tempo in occupazioni estenuanti che risucchiavano l’anima e rendevano appena necessario coprire l’affitto o il mutuo, senza nessuna possibilità di migliorare la propria sorte nel lungo termine e nessuna promessa di poter andare in pensione prima o poi.

Nomadland. Un racconto d’inchiesta, Jessica Bruder, trad. Giada Diano

Jessica Bruder è una giornalista americana specializzata in reportage riguardanti le sottoculture, l’antropologia e le tematiche sociali delicate. Qualche anno dopo la crisi immobiliare del 2008, alla Bruder viene l’idea di realizzare un documentato reportage con protagonisti quegli americani e quelle americane che hanno deciso di abbandonare una fissa dimora per una mobile.

L’inchiesta firmata da Jessica Bruder titolava “Dopo la pensione“: il pezzo ha vinto un premio giornalistico molto importante nel 2015 e il libro “Nomadland. Un racconto d’inchiesta“, tradotto in italiano da Giada Diano per Clichy edizioni, approfondisce le tematiche contenute nell’articolo al fine di darne, a chi legge, un quadro ben più preciso e completo.

Nel corso delle ricerche per la realizzazione del pezzo e, quindi, del reportage d’inchiesta, Jessica Bruder ha vissuto – non in modo continuativo – per tre anni a bordo di un mezzo motorizzato, attrezzato per viverci su, girovagando per buona parte degli Stati Uniti.

In questo tempo, la Bruder ha conosciuto Bob, Linda May, Silvianne, LaVonne, Peter, Swankie e molti altri nomadi che non si definiscono “senza tetto“, un tetto tutto sommato ce l’hanno, preferiscono dirsi “senza casa“.

Ho ascoltato con attenzione, assorbendo quanto più ho potuto. Speravo che mi aiutasse a risolvere alcune questioni insistenti: in che modo un’instancabile lavoratrice di sessantaquattro anni si ritrova senza una casa o un posto fisso in cui vivere, affidandosi a imprevedibili lavori a basso salario per sopravvivere?

Nomadland. Un racconto d’inchiesta, Jessica Bruder, trad. Giada Diano

Com’è possibile ritrovarsi alla soglia dell’età pensionabile (quasi) senza rendita? Le storie raccolte da Jessica Bruder evidenziano una larga fetta di popolazione americana, quasi interamente bianca, quasi oltre i sessant’anni, che per motivazioni diverse non riescono a pagare gli affitti o le spese delle abitazioni fisse, decidendo per una vita nomade.

Il Sogno Americano che ha attirato generazioni di persone da tutto il mondo, nell’inchiesta della Bruder, si rivela un’effimera illusione.

C’è chi ha un costoso divorzio alle spalle, che ha prosciugato i risparmi; chi ha subito la recessione della grande crisi del 2008; chi ha dovuto pagarsi cure mediche importanti, spendendo molti soldi nelle assicurazioni private; chi è stato licenziato a pochi anni dal ritiro dal lavoro, e che ora fatica a trovare una nuova occupazione dignitosa; chi ha avuto problemi con alcol, droghe o altre dipendenze, le quali hanno fatto evaporare i – talvolta già pochi – risparmi; chi, ancora, scopre che il valore economico della sua pensione, nel contesto economico degli Stati Uniti di oggi, ha uno scarso o nullo potere d’acquisto.

Così, migliaia – o forse già milioni – di persone bianche di una certa età investono gli ultimi, sudatissimi risparmi per acquistare un camper o un furgoncino o una roulotte scassata (c’è addirittura chi viaggia su vecchi scuolabus!), attrezzati per viverci su mantenendo un minimo di dignità.

“Quante persone ci sono secondo te?” ho chiesto.
“Nessuno lo sa!” ha replicato allegramente. “E’ proprio questo il punto. E’ l’America fuori dai radar”.

Nomadland. Un racconto d’inchiesta, Jessica Bruder, trad. Giada Diano

Per aiutare e aiutarsi a far crescere questa comunità viaggiante, sono nati dei festival annuali dove i nomadi si possono ritrovare, conoscersi, scambiarsi idee e oggetti. Fondatore di un forum sulla vita nomade è Bob, il quale ha anche avviato il Rubber Tramp Rendezvous a Quarzite, in Arizona. Per una comunità fragile e delicata come questa, l’avere amici che possono darti una mano è fondamentale.

Si cerca di parcheggiare in posteggi gratuiti, come quelli dei supermercati, sebbene la notte possa essere sempre foriera di pericoli; si cerca di spostarsi prima dello scadere dei quattordici giorni di permesso federale di posteggio, per evitare grane con la polizia; chi di loro non ha una cabina doccia inclusa nel mezzo sottoscrive un abbonamento alle catene delle palestre per farsi, di tanto in tanto, una doccia calda; nei discount si cerca l’offerta, il prodotto in scadenza che costa meno; si fornisce al governo americano l’indirizzo di un amico o di un parente, per non far capire che, in realtà, si è diventati nomadi.

Si cerca un’occupazione stagionale, nota assai dolente della vita di un nomade ultra sessantenne. I lavoretti che queste persone trovano sono, per lo più, occupazioni dure, sfiancanti, talvolta pericolose e soprattutto sottopagate.

Capofila nell’approfittare della disperazione di queste persone è il colosso Amazon. Camperforce è un’elegante trovata pubblicitaria per reclutare forza lavoro a bassissimo costo: Amazon assume stagionalmente lavoratori in età da pensione, o già pensionati, permettendo loro di posteggiare il proprio mezzo in prossimità dello stabilimento.

Per circa 8 o 9 dollari l’ora, i lavoratori possono correre per oltre venti chilometri al giorno all’interno degli immensi magazzini Amazon, mettere in ordine tonnellate di merci che – molto probabilmente – finiranno presto nelle discariche, fare migliaia di piegamenti al giorno e, come Linda, procurarsi un’infiammazione grave al pollice a furia di leggere codici a barre con la pistola a lettore ottico.

In particolar modo, tra la festa del Ringraziamento e il Natale, lavorare con Amazon è un inferno. Ma oltre a questo colosso, i nomadi fanno gola anche ai gestori dei campeggi nei grandi parchi nazionali americani, a chi gestisce immense piantagioni e li assume per la raccolta – per esempio di barbabietole da zucchero.

La Bruder ricorda che anche negli Anni Trenta, appena dopo la crisi del 1929, molti americani avevano abbandonato le fisse dimore per spostarsi alla ricerca di un lavoro, in qualsiasi parte degli Stati Uniti. Però, sottolinea la giornalista, all’epoca l’intenzione era quella di tornare in un’abitazione immobile, mentre l’intenzione di molti nomadi di oggi è quella di proseguire la loro vita nell’abitazione mobile.

Ma non è l’intenzione di Linda, quella di girovagare per sempre. Lei, uno dei personaggi più presenti nel libro perché la Bruder ne è diventata amica a tutti gli effetti, ha intenzione di comprare un terreno e costruire una casa autonoma, indipendente dal punto di vista energetico e idrico, insomma una Earthship.

Così Linda, ancora una volta, si fa assumere da Amazon, con la sola intenzione di mettere da parte altri soldi per acquistare un pezzo di terra sassoso, polveroso e infestato dai serpenti a sonagli in Arizona, a due passi dal confine col Messico; qui, e io stessa glielo auguro di cuore, potrà realizzare il suo sogno.

Riusciva già a vedere il lato positivo del lavoro da Amazon: andar via con dei soldi e un piano per utilizzarli, arrivare in Arizona e accamparsi sulla sua terra. Far scorrere la terra tra le dita, progettare un futuro. Quell’immagine la sosteneva durante i chilometri di viaggio.

Nomadland. Un racconto d’inchiesta, Jessica Bruder, trad. Giada Diano

Titolo: Nomadland. Un racconto d’inchiesta
L’Autrice: Jessica Bruder
Traduzione dall’inglese: Giada Diano
Editore: Edizioni Clichy
Perché leggerlo: il reportage offre una chiara e limpida visione della disillusione di una larga fetta di popolazione americana, oggi costretta, per tanti motivi, alla mobilità, capaci però di riuscire a creare – con notevole inventiva – un nuovo modo di vivere, solidale e umano

(Riproduzione riservata)

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