Banine | I miei giorni nel Caucaso

Se mi volgo indietro, tutto mi stupisce. Quell’infanzia mezza orientale, mezza tedesca, e più tardi russa, è la mia. La ragazza sognatrice, chiusa in se stessa e piuttosto cattiva, sono io. Ecco che cosa mi sorprende: tutti questi ricordi riportati alla superficie della memoria mi sembrano fittizi, faccio fatica a credere che siano i miei. Mi muovo in mezzo a loro da turista e non da proprietaria; Baku mi sembra un sogno remoto, la famiglia un’invenzione della mia mente.

I miei giorni nel Caucaso, Banine, trad. G. Bogliolo

Baku, 1905. Banine è una bambina nata in una famiglia musulmana di petrolieri azeri, molto ricchi, molto poco a posto e molto numerosa. Baku all’epoca è una cittadina con un misero centro circondata dai campi petroliferi, raggiungibili da strade accidentate e polverose. Il mar Caspio è sullo sfondo, l’aria è satura dall’odore dei gas e dell’olio che si estraggono dal sottosuolo.

La piccola Banine ha tre sorelle maggiori, la madre è morta quando l’ultima figlia è nata e il padre non ha ancora deciso se risposarsi o meno, nonostante le insistenze della propria madre, la quale lo vorrebbe nuovamente maritato ad una buona e brava musulmana.

Banine cresce in questa famiglia ricchissima, seguendo i due selvatici cugini gemelli e spesso facendo ciò che le va, senza seguire granché le regole e le convenzioni dell’epoca. Banine è profondamente bisognosa d’affetto, si innamora rapidamente e in modo travolgente, di luoghi, persone, oggetti, situazioni.

Di tanto in tanto Banine dorme negli appartamenti di zia Reina, la quale, tornando a tarda notte dopo varie mani di poker, permette alla nipote di usufruire della sua biblioteca personale: Banine legge avidamente, tutta la notte, i capolavori russi dell’Ottocento e si innamora perdutamente del principe Andrej Bolkonskij del romanzo “Guerra e pace“.

La grande famiglia di Banine riflette perfettamente i cambiamenti epocali che si trova a vivere il piccolo stato dell’Azerbaigian agli inizi del Novecento. Gli uomini, grazie al petrolio, si sono ritrovati tra le mani un’immensa ricchezza; le zie di Banine occupano il tempo litigando con i mariti o giocando a poker (e perdendo talvolta notevoli somme); Banine, le sorelle e i cugini, in particolar modo la cugina Gulnar, vogliono emanciparsi, sognano un futuro più libero dai vincoli convenzionali dettati dalla nonna.

La scoperta a Baku di giacimenti petroliferi ha certamente accelerato la rapida emancipazione dei musulmani del Caucaso: l’improvvisa ricchezza metteva nelle loro mani immense risorse, che permettevano di approfittare di tutti i piaceri della civiltà togliendo il gusto della vita degli antenati, semplice e rigorosa.

I miei giorni nel Caucaso, Banine, trad. G. Bogliolo

La nonna di Banine è infatti una donna che sembra giungere da un’altra epoca, epoca destinata a morire con lei: fervente religiosa, severa soprattutto nel controllare i comportamenti delle nipoti e capace in modo particolare a dare ordini a bacchetta ai figli e alle nuore; odia profondamente i cristiani, in generale tutti coloro che ai suoi occhi sono infedeli.

Vorrebbe, la nonna, che le nipoti si sposassero con bravi musulmani trovati da lei stessa o dai propri genitori – i classici matrimoni combinati – e si maritassero da giovanissime, non più tardi dei 15 anni. La cugina di Banine, Gulnar, è promessa sposa di un uomo molto più vecchio di lei, ma la ragazza – sveglia oltremodo – ha già in mente un piano per costruirsi una rete di amanti.

Banine conduce la sua esistenza immersa in questa famiglia litigiosa, religiosa e spaccata a metà tra tradizione e voglia di modernità: grazie ai grandi flussi danaro si gioca a poker, ci si procura alcol, si invitano fotografi affinché ritraggano i membri della famiglia; insomma, tutte attività vietate dal Corano.

Ma ciò che Banine ancora non sa è che nulla è eterno e la sua infanzia dorata da ricca ereditiera non durerà a lungo.

Della Baku della mia infanzia non rimane più nulla, e chi le rimpiangerà, a parte qualche vecchio emigrato che porta la sua nostalgia sempre desta in giro per il mondo? Il ricordo dei sordidi milionari non commuoverà nessuno: la loro scomparsa è giusta. L’Islam aveva cessato di essere il vero Islam e questo gli faceva perdere la sua ragione di esistere.

I miei giorni nel Caucaso, Banine, trad. G. Bogliolo

Porzione vecchia della città di Baku, Azerbaigian (fonte: Wikipedia)

Nel 1917 nella vicina Russia scoppia la Rivoluzione e le scintille di tale rivolta raggiungono l’Azerbaigian e lo infiammano. I soldati dell’Armata Rossa raggiungono Baku di notte, dopo aver oltrepassato un’effimera frontiera. Annientata la neonata Repubblica di Azerbaigian, gli occhi dei sovietici sono puntati sui pozzi di petrolio ed essi annettono rapidamente queste terre, senza sparare un colpo di fucile.

I commissari del popolo sequestrano le case dei ricchi; inventariano i mobili, i beni, gli oggetti al fine di ridistribuirli ai poveri. Si impossessano delle terre, le collettivizzano. Diffondono gli ideali comunisti con un tale fervore e una tale foga che Banine, lesta ad innamorarsi, li abbraccia e li ama immediatamente e incodizionatamente.

Le due cugine, Banine e Gulnar, condividono gli ideali comunisti, quasi per ripicca verso la nonna e la famiglia; ma più di tutto, entrambe si innamorano dei commissari del popolo. Banine ritrova il principe Bolkonskij in Andrej, un ragazzo russo meraviglioso, dolce e passionale, mosso dal fermento comunista della nuova Russia.

Però per Banine staccarsi dalla famiglia è impensabile, rompere le convenzioni millenarie è impensabile e sebbene il padre e le sue sorelle siano emigrati in Francia, per lei la strada da percorrere sarà ancora insidiosa e accidentata.

“Lo sa cosa vuol dire vivere? Vuol dire agire sulle cose, sulle persone, sugli avvenimenti; perseguire uno scopo preciso nell’immensa complessità di un grande paese. Vuol dire sentire i propri doveri e compierli; vuol dire sentire fortemente; vuol dire trasformare ogni proprio minimo atto in uno slancio. Vivere vuol dire essere intensi, appassionati. Noi arderemo insieme”

I miei giorni nel Caucaso, Banine, trad. G. Bogliolo

Piattaforma petrolifera sul Mar Caspio, Azerbaigian (fonte: Wikipedia)

I miei giorni nel Caucaso” di Umm-El-Banine Assadoulaeff, detta Banine, tradotto da Giovanni Bogliolo per Neri Pozza, è un romanzo meraviglioso, scorrevole, coinvolgente scritto nel 1954 e che viene riproposto alle lettrici e ai lettori italiani.

Scritto in prima persona e narrato da Banine stessa, le vicissitudini della famiglia, ricca quanto litigiosa, cattiva e perfida, mi hanno letteralmente travolta, trascinata e divertita; il dissacrante ritratto che l’Autrice fa della sua vita nell’Azerbaigian, della sua famiglia e del passaggio tra ricchezza ed epoca comunista, è stupendo perché capace di chiamarci in causa a dismisura.

Il memoir permette ad un’epoca di rivivere, scintillante e prorompente, proprio come i focosi e litigiosi caratteri dei membri della famiglia. Con toni irresistibili venati di una nostalgia dolceamara, Banine ci prende per mano e ci trasporta nel suo passato, mostrandoci gioie e dolori della sua vita precedente trascorsa tra la polvere e il lezzo del petrolio lungo le rive del mar Caspio.

Una lettura intelligente, irriverente e simpatica che permette ai lettori di divertirsi e di rivivere un tempo e un luogo che non esistono più.

Baku era una città ancora molto piccola, cosicché in pochi minuti si copriva qualunque distanza e, appena messa in moto la macchina, si era già arrivati nel posto desiderato (…) Bibi-Eibat era una periferia petrolifera che terminava in una stretta lingua di terra che s’inoltrava per qualche chilometro nel mare. Andavamo lì: le torri di trivellazione, le onde, il vento ci mandavano effluvi diversi, e tutto ciò aveva un’aria quanto mai malinconica.

I miei giorni nel Caucaso, Banine, trad. G. Bogliolo

Titolo: I miei giorni nel Caucaso
L’Autrice: Banine
Traduzione dal francese: Giovanni Bogliolo
Editore: Neri Pozza
Perché leggerlo: perché è divertente e irriverente, offre uno sguardo sul Caucaso – in particolare sull’Azerbaigian – nei primi del Novecento, in un’epoca di transizione che ha cambiato per sempre la vita delle genti del luogo

(Riproduzione riservata)

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