Nadeesha Uyangoda | L’unica persona nera nella stanza

La razza, una cosa che esiste e non esiste allo stesso tempo, è l’elemento che più ha definito la mia esistenza. Io sono la mia pelle, i miei capelli, il mio nome, sono le tradizioni dei miei genitori. Ho sfregato via quanto di me era possibile, eppure la razza è rimasta con me – nel mio passaporto che sembrava non superare mai i controlli d’ingresso in aeroporto, nelle ispezioni “casuali” oltre le casse automatiche dei supermercati, nel tu dell’impiegato di banca che ritornava al lei col cliente successivo. Ogni volta che grattavo via qualcos’altro: avevo smesso di parlare nella mia prima lingua (…) Ero – sono – la perfetta pubblicità per un programma di assimilazione culturale (…) Ma la razza continuava a perseguitarmi, ed era per questo, ancor più del concetto in sé, a definirmi. La maggior parte delle persone bianche, al contrario, vive la propria vita come se la razza fosse qualcosa di invisibile, irreale persino.

L’unica persona nera nella stanza, Nadeesha Uyangoda

Nadeesha Uyangoda nasce in Sri Lanka, a Colombo, e da bambina – come tutti i bambini del mondo – la sua immaginazione percepisce che il luogo in cui è nata sarà quello dove vivrà per sempre, l’unica realtà che conoscerà nella sua esistenza; quando Nadeesha compie sei anni, la madre le comunica che deve raggiungerla in Italia, in un piccolo paese della provincia lombarda.

Ad accogliere una confusa e spaesata Nadeesha ci sono, oltre alla mamma, Donatella e Giorgio, una coppia di persone speciali che più di altri aiuteranno nel tempo Nadeesha a crescere e a formarsi. Quando inizia a frequentare le scuole della provincia lombarda, Nadeesha scopre subito un paio di cose: che per molti docenti lei sarà sempre la straniera che ha delle difficoltà, e quindi dovrà lavorare e studiare molto di più degli altri, e per i compagni sarà la straniera che ha il colore della pelle diverso, nessun’altra caratteristica – occhiali, bellezza, timidezza, sfrontatezza – ma solo la straniera con la pelle scura.

Il tempo trascorre, la lingua cingalese che Nadeesha ha imparato nei primi anni di vita svanisce pian piano, il suo italiano assume la cadenza lombarda e lei inizia a scrivere articoli giornalistici per riviste e siti internet. Nel 2019 scrive un articolo titolato “L’unica persona nera della stanza“: il pezzo ha un successo notevole, tantissimi altri ragazzi e ragazze nati in un altro Paese o nati in Italia da genitori originari di altri Paesi, ci si identificano. Ma chi è l’unica persona nera nella stanza?

(…) mi ero ritrovata a essere l’unica nera in un gruppo di bianchi che si preparava a discutere di politica e multiculturalismo. L’Unica Persona Nera nella Stanza, in Italia, è destinata a rappresentare tutto ciò che è minoranza. E non serve a nulla che ti affanni a spiegare che un Nero Italiano di origini africane è diverso da uno di origini indiane o sudamericane o cinesi (…). Un Non Bianco in un gruppo di caucasici è semplicemente un Nero. I Neri Italiani (…) esistono solo nella propaganda politica (…) Sono la riforma della cittadinanza, l’immigrazione fuori controllo, i barconi, l’integrazione.

L’unica persona nera nella stanza, Nadeesha Uyangoda

E’ da questo articolo che nasce il libro – memoir, saggio e riflessione personale sulle dinamiche razziali in Italia – “L’unica persona nera nella stanza“, firmato da Nadeesha Uyangoda, edito da 66thand2nd. Nel libro l’Autrice usa uno stile tagliente e diretto per riportare le sue esperienze personali e per avviare le riflessioni sulla complessa – e talvolta mortificante – situazione del sentirsi sempre il rappresentante di una minoranza accettata di malavoglia o, per alcuni, addirittura invisibile.

L’unica persona nera nella stanza è quella persona che viene invitata nei programmi TV solo per lavarsi la coscienza e pareggiare le quote; è comunque una minoranza, forse non gli si dà nemmeno parola, deve semplicemente stare seduta lì in modo che chi conduce il programma possa sentirsi tranquillo, “che lo straniero lo abbiamo invitato“.

Le domande che spesso pongono le persone possono essere fraintese oppure possono essere poste proprio per mettere in difficoltà l’interlocutore o per sentirsi superiore: “Com’è stata la tua infanzia in un Paese povero?” e se la risposta è tutto sommato positiva, ovvero che non si sono vissute troppe privazioni e violenze, allora arriverà quasi sicuramente l’osservazione: “Quindi perché sei emigrata, se al tuo Paese stavi bene?

Da piccola ricevevo un sacco di complimenti, secondo quella dicotomia per cui i bambini di colore sono sempre belli, poi crescono e diventano solo degli adulti extracomunitari.

L’unica persona nera nella stanza, Nadeesha Uyangoda

Demilitarize the Police, Black Lives Matter | Johnny Silvercloud | Flickr
Filckr Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

Essere nero in un Paese a maggioranza bianca non è semplice. Si è l’eccezione, il diverso, la persona da tenere d’occhio perché non si sa mai. I pregiudizi verso chi ha un colore più scuro della pelle e soprattutto chi proviene da molto lontano, sono radicati nella nostra società da secoli; derivano dall’antica mentalità eurocentrica: l’Europa era – per alcuni è – il solo luogo della civiltà, dello sviluppo, della ragione: lo straniero, soprattutto se facile da identificare perché è nero o ha caratteristiche fisiche che fanno capire essere non-europeo, è diffidenza, paura, intolleranza.

Lo straniero è la persona da isolare, da segregare assieme ad altri stranieri, che agli occhi dei bianchi sono in fondo tutti uguali. Se ci riflettiamo è paradossale: si tende a pensare che tutti i neri siano uguali, sia che provengano dal Ghana o dal Congo, benché abbiano culture e lingue differenti, l’etichetta per loro è unica: siete neri, quindi state insieme, condividete lo stesso quartiere, lo stesso palazzo, gli stessi spazi, tra di voi vi capite.

Il colonialismo europeo, oltre ad essere terreno fertile per un razzismo che si è radicato profondamente nella nostra società e in molte menti, ha dato origine al fenomeno del light skin privilege, ovvero il privilegio di essere un nero con la pelle più chiara degli altri; quello che in italiano si potrebbe tradurre come “colorismo“, esisteva in realtà già prima della colonizzazione europea, ma gli abitanti del Vecchio Continente lo hanno strumentalizzato e utilizzato in chiave razziale. Ecco perché oggi in molte società africane, sudamericane o asiatiche è più semplice ottenere buoni lavori e privilegi per chi ha la pelle più chiara degli altri.

Se negli Stati Uniti o in Inghilterra è difficile che qualcuno si opponga al fatto che esistano cittadini americani o inglesi di colore, in Italia non è così scontato. L’idea che esistano italiani o italiane di colore, o con gli occhi a mandorla, o con tratti palesemente non caucasisi, da molti non è ancora accettata. Ciò si deve in modo particolare alla politica. L’Autrice apre un lungo dibattito sulla cittadinanza e sulla difficoltà di ottenerla a causa di leggi eccessivamente obsolete e restrittive.

Il problema non è che gli chiedano se è italiano, il problema è perché non è ancora italiano (…) Il razzista inconsapevole non ha idea di cosa sia il razzismo (…) è interiorizzato, fatto a volte di azioni e di linguaggi involontari.

L’unica persona nera nella stanza, Nadeesha Uyangoda

Sentirsi italiani è una condizione che non deve (dovrebbe?) andare in conflitto con il non essere bianco o bianca. Ma la politica italiana insiste sulla propaganda “prima gli italiani”, sottointendendo che chi è italiano è per forza bianco. Ecco perché, secondo l’Autrice, la politica italiana è il luogo perfetto per comprendere che cos’è il privilegio bianco, mentre la realtà dovrebbe essere ben diversa.

Ritengo che l’identità di una persona possa essere singola o multipla, individuale o collettiva, senza necessariamente far coincidere una classificazione razziale con una cultura identitaria.

L’unica persona nera nella stanza, Nadeesha Uyangoda

L’unica persona nera nella stanza” è un libro intelligente e brillante, l’ho apprezzato molto e penso che sia un perfetto punto di partenza per aprire un dibattito costruttivo e rispettoso verso tutti coloro che non sono bianchi ma sono perfettamente italiani; verso tutti coloro che si sentono discriminati – per tanti motivi – o che vengono automaticamente etichettati e classificati in una condizione dalla quale difficilmente riusciranno a staccarsi. Ancora più complessa e difficile è la vita di chi è discriminato per più condizioni, le quali sono viste con ulteriore sospetto e pregiudizio: nero (straniero) e omosessuale o nera (straniera) e lesbica.

Affinché in Italia le forme di razzismo più o meno velate possano essere sradicate, l’aiuto maggiore deve partire dai singoli individui e si deve espandere verso la collettività.

Penso che anche il più piccolo gesto possa aiutare (…) Possiamo mettere in atto questi cambiamenti nei luoghi che frequentiamo, gli uffici, le scuole, i mezzi pubblici, i palchi (…) So per esperienza che avviare e ascoltare la conversazione sulla razza non è facile, ma sono dei passaggi fondamentali (…) L’antirazzismo parte anche da un dialogo con sé stessi, sui pregiudizi e gli stereotipi che nutriamo per primi.

L’unica persona nera nella stanza, Nadeesha Uyangoda

Titolo: L’unica persona nera nella stanza
L’Autrice: Nadeesha Uyangoda
Editore: 66thand2nd
Perché leggerlo: perché si tratta di un memoir e saggio illuminante, onesto e intelligente, che fotografa e analizza la situazione delle minoranze che vivono in Italia. Un utilissimo testo che chiarisce e approfondisce, rivela e apre gli occhi sull’attualità che, necessariamente, dobbiamo cambiare per vivere in una società più equa

(Riproduzione riservata)

4 pensieri su “Nadeesha Uyangoda | L’unica persona nera nella stanza

  1. Ivana Daccò ha detto:

    La cosa strana sta nel fatto che gli italiani sono il popolo più meticciato che esista al mondo: non che ci siano, credo, studi precisi in merito ma si tratta di un dato indiscutibile, il risultato di una storia di benemerite immigrazioni-emigrazoni millenarie. L’italiano si riconosce in base a elementi (comportamenti, usanze) di tipo culturale, più presunti che veri (pizza, mafia, mandolino, più qualcuno di positivo) ma non certo per una tipologia diciamo fisica: capelli biondi, capelli neri, occhi di ogni colore, bassi, alti, ecc. La pigmentazione della pelle, ecco, no – diciamo che non appartiene, per ora, e spero ancora per poco, se non marginalmente, all’Europa intera.
    La speranza, la sola, temo, sta in un meticciamento delle nostre comunità sempre maggiore che porti alla scomparsa della parola riferite impropriamente alla specie umana. Nel frattempo, è vero, i comportamenti individuali, ad ognuno la sua responsabilità, sono importantissimi.
    Sicuramente interessante il libro. Per non dire della bella recensione.

    Piace a 1 persona

    • Claudia ha detto:

      Concordo, siamo decisamente meticciati ma praticamente siamo meticciati solo con popolazioni bianche (salvo forse con qualche popolazione arabica…) per questo crediamo di essere “puri”.

      Il libro è denso di riflessioni e spunti, a me è piaciuto moltissimo e proprio grazie all’Autrice ho iniziato un percorso di lettura su queste tematiche.

      Grazie per aver apprezzato la mia recensione 🙂

      "Mi piace"

    • Claudia ha detto:

      Grazie 🙂 come te, anche io mi sono resa conto di aver letto poco in merito al fenomeno – subdolo ma potente – del razzismo in Italia. Infatti sto preparando un percorso di lettura in merito… Continua a seguirmi! 🙂

      Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.