Sara Bertrand | Album di famiglia

Io non avevo che un sogno: che morisse il dittatore. Che cadesse sotto la stessa violenza che aveva diffuso. Che morisse, così non avremmo più pronunciato il suo nome, come se il suo stupido modo di parlare fosse meno percepibile degli acari. Come se non fosse mai stato vero, e potessimo ridurlo a zero. Come le cose che tendono allo zero, che spariscono, come lui aveva fatto sparire tante persone.

Album di famiglia, Sara Bertrand, trad. M. Galassi

La memoria è quanto di più prezioso possa avere una persona. Lo sa bene Elena, la cui madre è affetta da una malattia che le intacca i ricordi, la confonde e la manda in crisi. Quasi a voler cancellare fisicamente entità che giungono dal passato, la madre di Elena distrugge con precisione chirurgica le vecchie fotografie, conservate nell’album dei ricordi. Per non dimenticare, Elena ritorna con i ricordi e il pensiero alla sua giovinezza.

Erano nove, tra fratelli e cugini, tutti piccoli e spensierati. Vivevano in una grande città, non molto distante dalla costa e dall’oceano, dove sorge la casa del poeta premio Nobel morto l’anno dell’arrivo del dittatore. Elena vorrebbe ricordare e raccontare un’infanzia allegra, ma improvvisamente un uomo dall’aria arcigna, con i baffetti e il cappotto con il collo alla coreana, prende il potere e instaura una dittatura.

La spensieratezza dell’infanzia, quella dei giochi in strada a qualsiasi ora, del poter dire o fare ciò che si vuole e andare dove si vuole quando si vuole, viene meno. Fratelli e cugini scoprono sentimenti negativi, quali la paura che la polizia venga ad interrogare mamma o papà; l’ansia del tornare a casa senza essere fermato da nessuno; il timore di essere visto con un libro proibito in mano oppure di scomparire dentro quelle automobili dai vetri oscurati, come succedeva agli adulti.

Appena preso il potere, il regime aveva imposto il coprifuoco, con la promessa di toglierlo appena la situazione si fosse normalizzata: lo mantenne per vent’anni. Noi nascemmo sotto la sua ombra e ci abituammo ad alzarci col sorgere del sole e a coricarci prima che calasse. Giravano storie sulla notte, gente sparita, annientata da macchine infernali che sorvegliavano le strade.

Album di famiglia, Sara Bertrand, trad. M. Galassi

Elena racconta di una città che si trasforma pian piano sotto i suoi occhi: i blackout sono frequenti, le notti sono nerissime perché la fornitura di corrente viene interrotta; la nonna si affanna a bruciare il libri dello zio Juan, il quale è nascosto perché è contrario al regime; gli adulti della famiglia sono via via sempre più preoccupati: un “fumo grigio” si “portava via i loro pensieri”.

I ragazzini incominciano a non fidarsi più dei propri compagni di classe: se fossero delatori? I genitori inculcano ai figli la diffidenza, non raccontate nulla a nessuno, non parlate mai di zio Juan. Nei piccoli cuori impavidi dei fratelli e cugini nasce il desiderio di affrontare l’uomo dal colletto alla coreana, di sfidarlo, di farlo cadere.

Quando crescono, Elena e il cugino Camilo decidono di partecipare alle rivolte, entrare tra le fila di chi a gran voce chiede la democrazia, stanchi dell’oppressione, della paura e delle crudeltà dell’uomo del regime. Sebbene opporsi sia pericoloso e possa costare molto caro.

Fu come una valanga. Una piccola fessura lasciò scappare un fiume intero. La prima volta lo scoprimmo per caso. Stavamo tornando a casa e sentimmo le sirene e quello stridore inconfondibile delle automobili del regime. Con Camilo corremmo verso la strada. Giunti alla Gran Via, ci sorprese una colonna di persone che gridavano contro l’uomo dal colletto alla coreana; la sua faccia e i suoi baffi apparivano in molti striscioni, caricature accompagnate da insulti e una marea di gente che gridava: cadrà, cadrà, cadrà.

Album di famiglia, Sara Bertrand, trad. M. Galassi

Valparaìso, Chile. Photo by Olivier Chatel on Unsplash

Album di famiglia” di Sara Bertrand, tradotto da Manuela Galassi per Albe edizioni, è un romanzo decisamente interessante, ben scritto e tradotto, illustrato, che offre una visione della dittatura da un punto di vista decisamente originale: lo sguardo di un gruppo di bambini e ragazzini, che crescono in quegli anni difficili.

La vicenda è ambientata in Cile, si intuisce nel momento in cui i bambini a scuola cantano l’inno nazionale; la città dove Elena ha trascorso l’infanzia è la capitale cilena, Santiago del Chile. Il dittatore, che non viene mai chiamato per nome – quasi a volerlo sminuire e renderlo uguale a qualsiasi despota – è Augusto Pinochet, la cui dittatura, però, nella fantasia della Bertrand, avrà un esito diverso.

I ricordi di Elena, oggi adulta, narrati in prima persona, permettono al lettore di rivivere la loro infanzia. Ciò che ho apprezzato di questo breve romanzo è la capacità dell’Autrice di essere stata in grado di trasportarmi lontana dello spazio e nel tempo, come risucchiata da un vortice, ho seguito con vivo interesse lo svolgersi della storia e la crescita dei ragazzi.

Dolceamaro, tragico e pieno di speranza allo stesso tempo, “Album di famiglia” è un buon punto di partenza per scoprire la recente storia del Cile, immaginare la vita quotidiana, in compagnia di un ottimo libro.

*

Questo romanzo è stato scelto per rappresentare la terza tappa del progetto “Sudamerica A/R. Viaggio in tappe in compagnia delle voci femminili sudamericane“, un percorso di lettura che mira ad esplorare cultura, società a storia del Sudamerica attraverso le voci delle donne.

Approfondimenti sul Cile:
Qui i romanzi, graphic novel e reportage che ho letto sul Cile
Il diario di viaggio in Cile di Federica del blog Una ciliegia tira l’altra

Titolo: Album di famiglia
L’Autrice: Sara Bertrand
Traduzione dallo spagnolo: Manuela Galassi
Illustrazioni: Francesco Quadri
Perché leggerlo: perché offre un punto di vista molto originale riguardo alla dittatura cilena, quello di un gruppo di bambini

2 pensieri su “Sara Bertrand | Album di famiglia

  1. lisecharmel ha detto:

    sai sempre scegliere titoli interessanti e non scontati, tra l’altro una casa editrice che non avevo mai sentito nominare, nonostante io bazzichi parecchio il circuito indipendente.
    io ho appena finito di leggere I casi del Commissario Croce (che non sono gialli, ma a volte risolvono enigmi) che è ambientato in Argentina, dove pure ci fu una feroce dittatura. La dittatura in quella raccolta non viene mai nominata apertamente, ma si capisce che esiste un giro di polizia segreta e che le persone scompaiono nel nulla, quindi in un certo senso mi ha messo comunque addosso una certa angoscia. a presto!

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