Slovenia: cosa vedere nell’Alta Valle Isonzo

Sono pronta per raccontare l’ultima tappa del nostro viaggio estivo attraverso la Slovenia e l’Ungheria. Dopo avervi raccontato cosa abbiamo visto nel Carso Verde e sul lago Balaton, ecco la tappa che più mi è piaciuta per diversi motivi: è meravigliosa dal punto di vista paesaggistico, è ricca di Storia, tanto da poterla letteralmente toccare con mano, ed è un luogo che volevo tanto visitare perché più di cento anni fa per l’esercito italiano combatté il mio bisnonno Firmino, che all’epoca aveva vent’anni.

La nostra base era nella cittadina di Bovec (Plezzo), in un grazioso residence in prossimità del nuovo centro storico. Ho scritto nuovo perché la storia della piccola Bovec è decisamente drammatica: nel corso della Grande Guerra, Bovec si trovava tra i due fronti, italiano e austroungarco, pertanto fu distrutta nel corso dei sanguinosi combattimenti; vent’anni dopo fu di nuovo distrutta nel corso della Seconda Guerra Mondiale, trovandosi tra il fuoco incrociato dei nazisti, fascisti e partigiani sloveni; infine ben due terremoti la danneggiarono pesantemente: il tristemente noto sisma con epicentro a Gemona nel 1976 e un sisma minore nel 1998.

Oggi Bovec è un piacevole paesino circondato da stupende montagne, punto nevralgico per chi ama le escursioni, il rafting, la canoa, il parapendio e moltissimi altri sport. Per me è stata eccezionale come base perché a pochissimi chilometri ho potuto toccare con mano la Storia, visitando molti monumenti e siti dove si sono combattute la Prima e la Seconda Guerra Mondiale.

Inoltre, Bovec è nota come la città dei superlativi in Slovenia, entro i suoi confini vi sono: la più elevata strada di montagna della Slovenia; il Vrsic, il più elevato passo montuoso del Paese; la Slap Boka, la cascata con la maggior portata d’acqua; il Kanin Sella Nevea, la più elevata pista da sci. 

Quindi allacciate le cinture, dall’Ungheria torniamo in Slovenia!

Kranjska Gora e la strada del Trenta

Entriamo in Slovenia dallo stesso valico di confine sperduto in mezzo alle campagne, con le cicogne come unica compagnia. Per raggiungere Bovec, la nostra nuova base, decidiamo di allungare la strada per passare nel paesino di Kranjska Gora e scendere dalla spettacolare strada del Trenta.

Uno dei due laghetti a Kranjska Gora (foto: Claudia)

Kranjska Gora è un paesino molto carino, circondato dalle Alpi Giulie e bagnato da due bellissimi laghetti alpini, dalle acque tanto cristalline quanto gelide; è un posticino delizioso per bambini e famiglie che vogliono rilassarsi, fare un pic nic e per i più temerari (giuro che i bambini lo facevano) fare bagni rinvigorenti.

Prima di imboccare la panoramica strada del Trenta, che dopo numerosi tornanti conduce a Bovec, è doveroso fermarsi ad ammirare la Cappella russa, la quale è stata costruita per onorare una drammatica storia. E se si parla di Russia, non potevo non fermarmi.

“Ai figli della Russia”, cappella ortodossa in memoria di chi morì costruendo la strada del Trenta (foto: Claudia)

Nel 1915, quando era già chiaro che l’Italia avrebbe dichiarato guerra all’Impero Austro-Ungarico, si decise la costruzione di una strada militare che avrebbe collegato Kranjska Gora con Trenta per poi scendere verso Bovec. Per la costruzione della strada vennero impiegati oltre 1200 prigionieri di guerra russi, catturati sui fronti orientali; detenuti in condizioni disumane, obbligati a lavorare con ogni condizione meteorologica, mal nutriti e poco vestiti, tanti prigionieri non sopravvissero alle dure fatiche e alle malattie.

A coronare il quadro già tragico, nell’inverno del 1916 dalle montagne si staccò una valanga che seppellì oltre cento prigionieri. Per commemorare la memoria dei compagni morti, i prigionieri superstiti impiegarono le loro forze per costruire una cappella in legno di culto ortodosso: la “Ruska Kapelica” che vi invito a visitare se vi ritroverete a passare di qui.

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Il cimitero austroungarico di bovec e il Sentiero della Pace

L’Alta Valle Isonzo, nel corso della Grande Guerra, è stata parte del fronte isontino, dove hanno combattuto, sofferto e perso la vita numerosi giovani di diverse nazionalità. Tra le pianure, le colline e le montagne, si conta che riposino oltre ventimila ragazzi e uomini. 

Per ricordare i tragici fatti, fortunatamente si sono conservati i forti, le linee di fronte, le trincee, le caverne e le grotte e i monumenti dell’epoca. Nel 2000 è stato creato un ente, Fondazione Le vie della Pace dell’Alto Isonzo, che si è occupato di mettere in sicurezza i sentieri e di collegarli attraverso una precisa segnaletica, al fine di renderli fruibili a tutti.

Il cimitero austroungarico a Bovec (foto: Claudia)

Così, nel corso delle giornate trascorse nei dintorni di Bovec ci siamo ritrovati diverse volte sul Sentiero della Pace. Proprio accanto al Forte Kluze, pochi chilometri al di fuori del centro abitato di Bovec, si dirama il sentiero e noi percorrendone un tratto abbiamo trovato molte postazioni di guardia.

La visita è libera, suggerisco un paio di calzature robuste e una torcia. Si può entrare a proprio rischio nei casotti, nelle casematte, nei piccoli bunker. Per me è stato davvero impressionante affacciarmi da uno dei molti bunker: semi nascosta dalla vegetazione, stava la strada e la vedevo perfettamente; ho fatto un salto indietro nel tempo, ho immaginato che dalla strada passasse un convoglio militare: prima che i soldati se ne potessero rendere conto, l’uomo di guardia proprio dove tenevo io i piedi avrebbe potuto sparare e colpirli.

Il bunker lungo il Sentiero della Pace dal quale mi sono affacciata (foto: Claudia)

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Caporetto: la memoria lungo il fiume Isonzo

Tutti noi abbiamo studiato i fatti relativi alla Grande Guerra e uno degli episodi più infelici per il nostro esercito avvenne proprio nei dintorni del paese di Caporetto (Kobarid in sloveno). Caporetto all’epoca della guerra fu uno dei primi centri che l’esercito italiano occupò, fin dai primi giorni dall’entrata nel conflitto. Il 24 ottobre 1917 le unità tedesche e austroungariche, nel corso della dodicesima battaglia isontina, sfondarono le linee italiane.

L’Isonzo smeraldino costeggia il Sentiero della Pace nei pressi di Caporetto (foto: Claudia)

A Caporetto sono tante le cose da vedere e suggerisco di predisporre almeno mezza giornata. Noi abbiamo iniziato camminando lungo l’Isonzo alla ricerca delle postazioni italiane sul fronte, per poi seguire il Kozjak, un affluente dell’Isonzo e raggiungere la bellissima Slap Kozjak, una delle più celebri cascate slovene.

La Slap Kozjak in tutto il suo splendore (foto: Claudia)

La cascata si raggiunge seguendo un agevole sentiero che entra nelle gole del Kozjak. La cascata si è generata dallo scavo di una caverna sotterranea, il cui fondo è sommerso dal tonfo sul quale l’acqua cade, ad una quindicina di metri di altezza.

Un altro importante monumento alla memoria è l’Ossario italiano. Per raggiungerlo dovete salire su un’altura (dove vi è un ampio parcheggio gratuito); costruito attorno alla chiesa di Sant’Antonio, l’opera in cemento è stata voluta da Benito Mussolini e da lui inaugurata nel 1938. L’Ossario ha una forma particolare perché ricorda tre ottagoni che dal basso verso l’alto si restringono in modo concentrico. Dai cimiteri di guerra nei dintorni sono stati qui trasportate le spoglie di 7014 soldati caduti durante la Grande Guerra, in posti diversi. I nomi dei militari sono riportati sulle lapidi che rivestono la struttura.

L’Ossario italiano a Kobarid (foto: Claudia)

Prima di lasciare Caporetto, ci fermiamo al Museo della Prima Guerra Mondiale, uno spazio curato e molto interessante che racconta in estremo dettaglio i fatti avvenuti sull’Isonzo durante il primo conflitto mondiale.

Come si può immaginare, molto spazio viene dato alla Battaglia di Caporetto, ma io l’ho trovato interessante perché vi si trovano gli equipaggiamenti dei soldati, cimeli dell’epoca, vestiario, materiale medico, attrezzature, armi, medaglie, oggetti d’uso quotidiano e piani di battaglia.

Due sono le cose che più di tutto mi hanno colpita durante la visita del museo: la prima è stato scoprire che Erwin Rommel, tenente dell’esercito tedesco, si dimostrò incredibilmente brillante e astuto proprio durante la Battaglia di Caporetto, e dal 1917 iniziò una fulgida carriera militare. Rommel fu infatti il più giovane militare tedesco a ricevere la più alta onoreficienza militare; la seconda è stata scoprire che nei pressi di Log Pod Mangartom, frazione di Bovec, durante la guerra esisteva una moschea, costruita da numeroso soldati bosniaci che qui combatterono. Della moschea, purtroppo, oggi non resta nulla. 

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Javorca. In ricordo dei soldati austroungarici caduti sul fronte isontino

Nella remota valle del Fiume Tolminka, a pochi chilometri da Tolmin, immersa dai boschi e cinta delle Alpi Giulie, ecco la lignea chiesa commemorativa di Sv. Duh, a Javorca, in ricordo dei militari austroungarici caduti sul Fronte isontino. Al di là della scenograficità del luogo, abbiamo raggiunto questo lungo perché di nuovo molto interessante dal punto di vista storico.

La chiesa commemorativa di Sv. Duh a Javorca, un santuario meraviglioso tra le montagne (foto: Claudia)

La valle fu teatro di scontri durante la Grande Guerra, mentre nel corso della Seconda Guerra Mondiale le creste delle montagne erano il confine tra Regno d’Italia e Jugoslavia, per questo qui si trovano dei bunker in cemento costruiti dagli italiani durante gli anni Trenta. Proprio nel corso della Seconda Guerra Mondiale, qui accadde uno dei fatti più tragici: nell’agosto del 1944 i nazisti giustiziarono senza pietà numerosi partigiani sloveni. 

La chiesa è oggi il monumento più bello della Grande Guerra sul territorio della Repubblica Slovena, è Patrimonio UNESCO dal 2018 e occupa un posto speciale nel Sentiero della Pace. 

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La sella del Mangart: passeggiata sul confine tra Italia e Slovenia

Da brava amante dei confini, in realtà non avevo ancora toccato con mano dei cippi di confine di Stato: ho potuto farlo una volta salita alla sella del Mangart, un pianoro in quota dove appunto corre la linea del confine tra Slovenia e Italia.

Se si lancia lo sguardo verso ovest, ecco i laghi delle Fusine, il Friuli Venezia Giulia; se si rivolge lo sguardo a est, ecco la vetta del Mangart, una spettacolare montagna alta 2677 metri, divisa tra Italia e Slovenia.

Il Mangart, sembra quasi di poterlo sfiorare… (foto: Claudia)

Per raggiungere la sella del Mangart occorre percorrere una strada asfaltata che da Log Pod Mangartom conduce in quota (la strada è a pagamento). L’ultimo chilometro, causa frane, lo si percorre a piedi e per me, oltre alla passeggiata un passo in Slovenia, uno in Italia, ne è valsa la pena: nell’attimo in cui le nuvole non si erano ancora addensate, abbiamo intravisto il Mar Adriatico!

Panorama dalla sella del Mangart (foto: Claudia)

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Ravelnik, un museo all’aperto per non dimenticare

Nei pressi del cimitero militare di Bovec, è facilmente raggiungibile il museo all’aperto di Ravelnik (al momento l’ingresso è libero) che sorge su due colli, il Ravelnik e lo Strzisce. Ravelnik fu la prima linea di difesa dell’esercito austroungarico; oltre alle trincee, in questo spazio vi sono baracche, bunker, nidi per mitragliatrici, caverne e passaggi nel sottosuolo.

Una delle baracche dove dormivano i soldati sulle alture di Ravelnik (foto: Claudia)

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Cave del Predil: cosa accade quando sfuma un sogno

Nel corso del nostro soggiorno a Bovec, abbiamo dedicato mezza giornata a Cave del Predil, frazione di Tarvisio, in Friuli Venezia Giulia.

Cave del Predil fu una vivace e attiva cittadina nel periodo in cui erano attive le miniere di piombo e zinco. Numerose famiglie vivevano grazie all’estrazione dei preziosi minerali, sebbene la vita dei minatori fosse tutt’altro che semplice.

Poiché la città stessa è nata in funzione delle miniere, l’architettura è fredda e monotona e oggi, che molti edifici sono abbandonati e fatiscenti, è davvero un luogo che mette un grande magone. Le miniere hanno chiuso ufficialmente negli anni Novanta, perché i minerale era esaurito e ormai era più comodo importare dall’estero anziché estrarre dalle miniere.

Ricostruzione di uno dei trenini dei minatori (foto: Claudia)

Purtroppo non siamo riusciti a entrare nelle miniere perché ho dimenticato di prenotare la visita, ma abbiamo ripiegato sul museo geologico e sul museo storico.

Mi ha invece esaltata scoprire che tra Cave del Predil e Log Pod Mangartom esisteva un tunnel di oltre quattro chilometri, sotto le montagne, per permettere agli allora cittadini jugoslavi di venire a lavorare in Italia, appunto nelle miniere. Il tunnel non è visitabile per motivi di sicurezza, ma appena rientrata in Slovenia ne abbiamo cercato l’ingresso.

L’ingresso al tunnel che portava i minatori jugoslavi in Italia (foto: Claudia)

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Eccoci giunti alla fine del nostro viaggio sulle tracce della Prima e della Seconda Guerra Mondiale. Questa terza tappa è stata certamente la più coinvolgente e la più interessante; se ci pensate, non sono luoghi così lontani da noi, eppure ogni angolo, ogni curva, ogni montagna o fiume sono stati toccati direttamente da eventi che hanno determinato il corso della Storia del Novecento.

Un viaggio on the road davvero meraviglioso, per il quale ringrazio il mio instancabile compagno di viaggio, che senza mai scomporsi (“C’è scritto: Strada forestale, percorretela a vostro rischio e pericolo. Ah, perfetto, andiamo pure!”) mi ha spesso strappato un sorriso e ha impostato interessanti conversazioni geologiche e storiche (il bello di essere una coppia di ingegnere e geologa appassionati di Storia).

Quest’anno non mi sono potuta addentrare nel cuore dei Balcani a causa dei divieti imposti dal nostro Governo, ma li ho sfiorati di nuovo. Confido nel fatto che il futuro sarà positivo e finalmente potrò realizzare un altro dei miei sogni. E questo auguro a tutti voi che mi avete letta fin qui.

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