Le frontiere stanno nella testa: intervista a Lorenzo Gambetta, autore di “Jugo-bike”

Se c’è uno spazio geografico in Europa che sogno di visitare e di scoprire in modo approfondito, sono i Balcani. Lo scorso anno ne ho avuto un piccolo assaggio, soggiornando in Croazia e in Slovenia, ma vorrei approfondire ancora.

Nel corso della strana primavera appena trascorsa, ho letto molto riguardo ai Balcani e tra i testi letti c’era anche “Jugo-bike. In bicicletta in Bosnia, Croazia e Serbia” di Lorenzo Gambetta, edito da Infinito edizioni.

Lorenzo Gambetta è stato molto gentile e ha risposto alle domande che sono nate dopo la lettura del suo diario di viaggio. Eccole qui, pronte per voi! Buona lettura!

1. La bicicletta: iniziamo da qui. Com’è nata questa tua passione?

La bicicletta è sempre stata importante nella mia esistenza. Se penso alla mia adolescenza la vedo come una focosa amante di tante giornate vissute a mille, a prendere il vento in faccia in discesa e a sudare anni di vita in salita. Ho mosso i primi passi con il “Pedale Morbegnese”, società sportiva della città in cui sono nato. Un ragazzino con tanta voglia di pedalare e fare fatica prendendo a calci i pedali. Crescendo, maturando, invecchiando, la bicicletta ha accettato di buona lena come inesorabilmente il tempo da poterle dedicare andasse sempre più assottigliandosi. Non se l’è presa ma anzi, ha avuto l’intelligenza di mostrarsi ai miei occhi adulti come una fedele compagna con la quale condividere la nuova dimensione del viaggio che stavo cercando.

2.Per molte persone “viaggiare significa spostarsi” il più in fretta possibile per non sprecare tempo. Per te viaggiare significa “vivere, mettersi in strada, assaporare ogni metro che ci separa dalla meta”. Ci racconti com’è nata questa tua filosofia?

Un giorno, durante una visita a Roma, osservando un’orda di turisti con cappellini e smartphone protesi verso il Pantheon, mi sono guardato dal di fuori e mi sono trovato nella stessa loro posizione anatomica. Mi sono quindi chiesto che cosa stessi facendo e se fosse davvero questo l’unico modo di prendere contatto con la realtà appena fuori dal giardino di casa mia. Ho scoperto poi che il viaggio è molto di più. E’ una scelta, una presa di posizione ben definita, complessa, profonda. Viaggiare in bicicletta poi, pedalare, è un atto politico. Pedalare in gruppo è rivoluzione silenziosa. Viaggiare è un’esplosione di sensi che ci fa sentire vivi e che ci ricorda come, in fondo, l’uomo di natura non sia un animale sedentario.

3. I Balcani sono luoghi che con la loro ruvidezza fanno innamorare: quando hai capito che non potevi più fare a meno di organizzare nuovi viaggi per continuare la loro scoperta?

Dopo il primo viaggio in bicicletta da Zagabria a Sarajevo sono tornato a casa ma una parte di me è rimasta in quelle terre. I Balcani sono entrati prepotentemente nel mio cuore, nella mia anima, in quella parte irrazionale e pura del mio ego. E così mi sono presto reso conto di non poter più far finta di nulla. Andava organizzato un altro viaggio, in bicicletta, per continuare la conoscenza reale, profonda, vera, di quei territori ma soprattutto delle persone che li popolano. Sono loro, con le loro piccole grandi storie, il vero tesoro del viaggio. Sono stati travolti dalla Storia e, oltre ad un sentimento di “giustizia negata”, ho percepito in loro una gran voglia di raccontare e raccontarsi, tra voci e suoni, confessioni e ricordi, magari davanti a una rakija o a una birra.

Stari Most, Mostar, Bosnia Erzegovina (fonte: Flickr Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-NC-SA 2.0)

4. “(…) abbiamo oltrepassato confini che non esistevano quando c’era la Jugoslavia”, scrivi al termine del tuo reportage. Quanto pensi che pesino, oggi, i confini nei territori della ex-Jugoslavia e tra i vicini, come Ungheria e Romania?

Le frontiere stanno sempre nella testa prima che sulla terra. In Jugoslavia sono stati messi cippi, controlli, pattuglie e filo spinato laddove le guerre lo hanno stabilito. In un attimo è cambiato tutto e niente è rimasto come prima, perché purtroppo sulle frontiere sono state costruite identità “contro” un muro. Un muro spesso freddo, imposto, che è andato a dividere persone che prima vivevano in armonia. Sono così sorti muri invisibili dappertutto, anche tra un podere sloveno e una cascina croata, un pollaio bosniaco e un orto serbo. La Jugoslavia è un Paese crollato miseramente, scomparso dalle carte geografiche e politiche. Sono sicuro, però, che il concetto di patria non sia né politico né geografico. E’ invece un territorio emozionale. E la patria di tutte le persone incontrate lungo il nostro viaggio è ancora compresa tra Ljubljana e Skopje.

5. Ci racconti un aneddoto che ricordi con piacere legato a Sarajevo? E uno legato a Belgrado?

A Sarajevo ho appreso dell’esistenza di un bellissimo posto, tra i tanti, dove poter mangiare. E’ situato vicino alla Baščaršija, il quartiere centrale di stampo ottomano. Si chiama Inat Kuća, la “casa del dispetto”, e il suo nome racconta la sua storia. Attorno al diciannovesimo secolo questo edificio era già esistente e fu disposto dalla municipalità, sotto il dominio austriaco, che venisse abbattuto per lasciar posto all’attuale Biblioteca Nazionale. Il proprietario della casa però pretese e ottenne che la sua abitazione venisse trasferita, pietra su pietra, dall’altro lato del fiume. E cosi oggi la casa del dispetto sorge sulla sponda opposta del fiume Miljacka.

A Belgrado invece ricordo la trepidazione e l’emozione nel salire alla fortezza di Kalemegdan, luogo privilegiato da cui poter osservare il punto in cui Sava e Danubio si danno appuntamento. Un po’ ovunque, leggendo ed ascoltando testimonianze, l’incontro tra i due fiumi viene descritto come un matrimonio. A me è invece da subito sembrato un funerale. La Sava più che confluire nel Danubio, ci si scontra, bucandone il fianco come una pugnalata. E’ come se prima di morire decidesse con un tentativo disperato di difendersi, di colpire il Grande Fiume “imbroglione, frequentatore impenitente di terre di confine e linee d’ombra”, come lo definiva Rumiz. E così, colpito, il Danubio sembra virare, piegando a nord, cercando quasi controcorrente di gestire l’impatto con la Sava, rallentando come fosse sfiancato e tramortito dal carico di storia che il suo nobile affluente gli porta in eredità. In ogni caso uno spettacolo magnifico.

6. Una difficoltà che vi siete ritrovati a dover superare durante il viaggio

Spesso quando si intraprende un viaggio in bicicletta lontano da casa si prova a pensare in chissà quali insidie ci si possa imbattere. In realtà la difficoltà più grande l’abbiamo dovuta affrontare grazie alle politiche del leader ungherese, Victor Orbán. Ripartendo da Pécs diretti verso Vukovar, dopo aver pedalato nella terra fertile tra la Drava e il Danubio, tra oche, letame, albicocche e pesche, nel punto in cui ci aspettavamo di trovare una porosa dogana europea tra Ungheria e Croazia, abbiamo trovato uno sbarramento. Abbiamo quindi chiesto informazioni a una coppia di contadini intenti a dare da mangiare alle galline nel pollaio vicino alla strada, che ci hanno fatto capire gesticolando che la strada che stavamo percorrendo non portava in Croazia. “Fal, fal”, ci hanno detto scuotendo la testa. C’è un muro quindi, non si passa. Abbiamo quindi dovuto cambiare strada, ripercorrere un tratto di quella già fatta e trovare un altro varco nel confine. Un contrattempo di quasi cinquanta chilometri, che nell’economia di una giornata sui pedali condiziona non poco l’incedere.

Sarajevo, Bosnia Herzegovina (fonte: Flickr Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-NC-SA 2.0)

7. Quali letture hanno ispirato i tuoi viaggi nei Balcani?

La mia infatuazione per i Balcani nasce proprio dalle letture. Fanno parte del mio bagaglio i libri storici e imprescindibili di Ivo Andrić, su tutti “Il Ponte sulla Drina”, di Meša Selimović, “Il derviscio e la morte”, ma anche le opere di Miroslav Krleža, di Danilo Kiš e di Peter Handke. Inoltre mi hanno aiutato a meglio comprendere il passato recente e il presente, i libri di Paolo Rumiz e di Luca Leone, passando poi per Božidar Stanišić, Azra Nuhefendić, Jože Pirjevec. Ne sto sicuramente dimenticando qualcuno, ma direi che questi sono un ottimo inizio per meglio comprendere la complessità e la fragilità di determinati equilibri dei territori jugoslavi.

8. Un veloce consiglio per chi vuole intraprendere un viaggio nei Balcani, con o senza bicicletta

Un ottimo consiglio può essere quello di prestare una curiosa attenzione ai confini, spesso invisibili, che si attraversano e constatare poi come questi possano essere desunti dalla   marca della birra, pivo, che si trova al bar o al ristorante. Si, perché in queste terre, soprattutto in Bosnia Erzegovina, le birre sono indicative di un certo modo di essere o non essere. Hanno il nome esclusivo di Sarajevsko pivo, Ožujsko pivo, Jelen pivo, Nektar pivo, Karlovačko pivo e altre ancora. Ci si può quindi facilmente accorgere di un’importante verità: quando si ordina una birra non si ha la possibilità di scegliere tra quella morbida di Sarajevo, quella fina croata o quella corposa serba. A seconda della regione in cui ci si trova, la scelta che comunemente effettua il consumatore al bancone deve fare i conti con ben altre decisioni. E non intendo quelle prese dal ristoratore e nemmeno quelle legate alle leggi di mercato. Si tratta di decisioni politiche ben precise e paradigmatiche. Zona musulmana, Bosnia, Sarajevsko, Sarajevo. Zona serba, Republika Srpska, Jelen, Belgrado. Zona croata, Erzegovina, Ožujsko, Zagabria. La birra si lega al gruppo nazionale e culturale di riferimento, che e radicato sul territorio, che si attorciglia spesso tra enclave e corridoi. Quando si perde la bussola e sufficiente chiedere una birra in un bar per capire in che zona ci si trovi. Un particolarità tutta balcanica, insomma, che non può sfuggire agli occhi di un viaggiatore attento.

9. Com’è cambiata la tua visione del viaggio dopo l’esplosione dell’emergenza sanitaria globale che stiamo vivendo?

L’ingresso “uraganico” del Covid-19 nelle nostre vite e nella nostra quotidianità, ha condizionato ogni aspetto della vita, sociale e privata di ognuno di noi. Solo il tempo dirà se in meglio o in peggio, ma ciò con cui al momento, personalmente, devo fare i conti sono le restrizioni alla frontiere che non consentono di fare voli pindarici verso terre lontane. In maggio, ad esempio, avrei dovuto pedalare tra i rilievi caucasici per un viaggio a due ruote da Tbilisi a Baku.

Questo mi ha portato a dover ragionare su un orizzonte contiguo, vicino. E devo dire che sto rivalutando luoghi dati troppo spesso per scontati e sottovalutati, proprio perché vissuti e pensati come “a portata di mano”. In tal senso mi sono riscoperto follemente innamorato del “Sentiero Valtellina”, una pista ciclabile che si snoda lungo la Valtellina, cesta di diamanti incastonata tra maestose montagne incantate, dal Lago di Como ai Passi Alpini dello Stelvio e del Gavia, a Bormio, seguendo il corso del fiume Adda. Un’infatuazione che mi ha portato a voler ripercorrere gli eventi storici, sociali, culturali che si snodano attorno a questo percorso. Ho pensato quindi fosse giusto condividere con quante più persone possibile questo lavoro, raccontandolo in maniera leggera ma efficace, proprio come una pedalata in mezzo alla sconfinata bellezza della natura della Valtellina. Nel mese di luglio uscirà quindi “Sentiero Valtellina. In bicicletta e a piedi nel cuore delle Alpi” (Infinito Edizioni).

Belgrado, Serbia (fonte: Flickr Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-NC-SA 2.0)

10. Qual è il tuo sogno nel cassetto legato ai viaggi in bicicletta?

A volte mentre pedalo sogno scenari strani, forse perché i pensieri che faccio quando pedalo hanno una musicalità particolare. E allora immagino una grande pedalata di pace e armonia, con persone che si aggiungono mano a mano che si procede, pedalando tutti assieme. Mi sovviene la scena cult del film “Forrest Gump”, dove il protagonista corre, corre e corre ancora. Nessuno capisce perché lo faccia, eppure lo seguono. Chi per curiosità, chi per emulazione, chi per dimagrire, chi perché vede gli altri farlo, chi per cercare risposte. Si perché in questa società consumista e capitalista che ha come unico fine il profitto, le persone sono talmente insoddisfatte da cercare sempre risposte altrove, anche in un tipo strambo che corre. Ecco allora che mi ritrovo a sognare di pedalare attorno al mondo, semplicemente per spiegare che non c’è nessun senso oggettivo, nessuna verità assoluta nel farlo, come non c’è un senso universale nella vita intera. Pedali o corri perché ti va di farlo, ciascuno per un suo personalissimo motivo e vivi allo stesso modo. Ognuno a modo suo, nel rispetto degli altri, prendendola però non troppo seriamente, perché come recitava una scritta storica su un muro della mia città natale, Morbegno, “tanto dalla vita non ne uscirai vivo”.

Ringrazio Lorenzo Gambetta per la sua disponibilità nel rispondere alle mie domande. Se l’intervista vi è piaciuta o vi ha incuriositi, leggerò volentieri i vostri commenti.

Un pensiero su “Le frontiere stanno nella testa: intervista a Lorenzo Gambetta, autore di “Jugo-bike”

  1. Ivana Daccò ha detto:

    Un colloquio molto bello, interessante. Un “incontro”, direi: e non è facile averne. Bicicletta a parte (non fa per me, ma invidio moltissimo chi la sa davvero usare. Il io sogno è – era – camminare) per identficare il senso del “viaggio”; il senso del vivere un luogo, dell’entrarvi, dell’incontrare; e una realtà, quella dei Balcai, che non conosco a sufficienza (se mai questo si possa dire di qualunque posto, compreso qullo in cui si vive).
    Spero di leggere questo libro.

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