Ryszard Kapuściński | Imperium

Mi ero spinto avanti sul golfo. La città non si sentiva più. Soprattutto non si sentiva il Kolyma. Più in là, oltre l’altura digradante verso il mare, giacevano nel silenzio e nel buio i suoi morti. Ho letto in qualche memoriale che i ghiacci eterni del Kolyma conservano a tal punto le salme che i volti dei sepolti mantengono addirittura l’espressione (…) Pensavo all’atroce inutilità della sofferenza. L’amore lascia un segno: la nuova generazione che viene al mondo, il perpetuarsi della specie umana. Ma la sofferenza? Una parte così cospicua dell’esistenza umana, la più dolorosa e difficile, scorre via senza lasciare traccia. Se si potesse raccogliere l’energia dei patimenti subiti in questo luogo da milioni di persone e tradurla in forza creativa, si potrebbe trasformare il nostro pianeta in un giardino fiorito.
Che resta, invece?
Navi dalle chiglie rugginose, torrette di guardia marcite, profondi fossati da cui un tempo si estraeva chissà che minerale grezzo. Un deserto morto, sinistro, senza più un’anima: le colonne esauste sono già passate, svanite, nella gelida nebbia perenne [Imperium, Ryszard Kapuściński, trad. V. Verdiani]

Per ragionare sull’illuminante lettura di “Imperium” di Ryszard Kapuściński (trad. Vera Verdiani, Feltrinelli), occorre inquadrare il reportage: come sottolinea l’Autore, “Imperium” non racconta la storia della Russia o dell’Unione Sovietica, è l’insieme delle riflessioni scaturite dai viaggi compiuti dall’Autore in diversi anni e in varie parti dell’infinito Impero.

Il reportage è suddiviso in tre sezioni e segue un ordine temporale, dal primo incontro tra l’Autore e l’Impero agli anni appena successivi al crollo dell’URSS: “Primi incontri (1939-1967)“, “A volo d’uccello (1989-1991)” e “Continua (1992-1993)“.

I primi incontri tra Kapuściński e l’Impero avvengono quando lui è ancora bambini e l’Armata Rossa occupa il suo paese natale, Pińsk, nel territorio bielorusso. I sovietici distribuiscono libri scritti da Stalin, medagliette con i volti degli alti papaveri del Partito e nuove divise per le parate militari. Ma nello stesso tempo, iniziano a scomparire le persone.

Che significa “riempire un vagone”? Significa cacciarci dentro la gente a ginocchiate e con i calci dei fucili, finché non ci sta più neanche uno spillo [Imperium, Ryszard Kapuściński, trad. V. Verdiani]

Seguono negli anni successivi un viaggio in Transiberiana nel 1958, e dei viaggi in Asia Centrale e Caucaso, compresi nel grande Imperium sovietico, nel 1967.

Quale fu l’aspetto più sorprendente di questo terzo incontro con l’Impero? Alla nostra immaginazione l’URSS appariva una creazione uniforme, monolitica, dove tutto era ugualmente grigio e cupo e, per giunta, monotono, fatto in serie (…) Ebbene, malgrado la rigida corazzatura militaresca dell’autorità sovietica, a queste piccole ma antichissime nazioni è riuscito di conservare qualcosa delle loro tradizioni, della loro storia, del loro orgoglio (…) [Imperium, Ryszard Kapuściński, trad. V. Verdiani] 

L’URSS non è il monolite grigio e monotono, dove tutti sono identici. Lenin, Stalin e i loro successori avevano provato a rendere tutto uguale, piegando con la forza la volontà delle persone, limitando le libertà individuali, distruggendo opere d’arte di valore inestimabile, imponendo la lingua russa a discapito degli idiomi locali e dei dialetti. Ma le culture locali sono sopravvissute e Kapuściński le ritrova, viaggio dopo viaggio, in ogni angolo dell’Impero.

La parte del reportage intitolata “A volo d’uccello (1989-1991)” è senz’altro la più interessante. I numerosi viaggi di Kapuściński lo portano da Mosca  alla remota Siberia, dall’Asia Centrale al Caucaso, dove stanno nascendo nuovi Paesi e nuovi situazioni di conflitto, in modo particolare a causa delle frontiere.

La gente non è fatta per vivere in situazioni di frontiera, cerca di sfuggire o di liberarsene prima possibile. E tuttavia non fa che imbattercisi, trovarle e sentirle ovunque [Imperium, Ryszard Kapuściński, trad. V. Verdiani] 

Da grande conoscitore del mondo e dell’animo umano, Kapuściński sa che i confini e le diversità creeranno conflitti. Negli anni successivi sarà così tra Georgia e Abkhazia, tra Georgia e Ossezia del Nord, tra Armenia, Azerbaigian e  Nagorno Karabakh; tra russi e ceceni; tra molti popoli – baskiri, buriati, mordvini, jakuti e tuva – che vorrebbero una loro Repubblica. Ma chi ha creato il terreno fertile per le guerre? Chi ha gettato i presupposti di sanguinari conflitti?

Che cos’è la scacchiera di Stalin? Quello ha combinato un tale rimescolio di popoli, li ha spostati e trasferiti in modo che ormai appare impossibile toccarne uno senza smuoverne o danneggiarne un altro [Imperium, Ryszard Kapuściński, trad. V. Verdiani] 

Riguardo alla questione del Nagorno Karabakh, Kapuściński descrive il suo rocambolesco ingresso in questa sorta di Armenia compresa entro il territorio azerbaigiano, terra di grandi tensioni e fucina di futuri conflitti (1992-1994).

Di grande potenza, capace di suscitare notevole commozione, sono le riflessioni dedicati alla Siberia. Kapuściński visita gli ampi spazi siberiani, in particolare la regione della Kolyma, con profondo rispetto, quasi in punta di piedi, quasi per non disturbare l’eterno sonno dei morti che giacciono lungo le strade infangate, sotto le traversine del treno e nei campi di lavoro, i Gulag.

Il fatto è che qui, ovunque si posi il piede, si calpestano ossa umane. E, una volta appreso il fatto, non serve a nulla spostarsi di un passo o allontanarsi di un centinaio di metri: ovunque sono cimiteri su cimiteri [Imperium, Ryszard Kapuściński, trad. V. Verdiani] 

Gli ampi spazi siberiani (fonte: Wikipedia)

La Siberia ha una doppia anima. Qui hanno trovato la morte, tra le sue gelide e crudeli braccia, migliaia e migliaia di prigionieri e dissidenti (molti già al tempo degli zar); allo stesso tempo, la Siberia – con i suoi spazi infiniti – ha protetto molte civiltà dalla russificazione forzata, permettendo di mantenere vive lingue e tradizioni. 

Kapuściński viaggia ancora: visita le remote terre prossime al Lago Aral, raccontando la drammatica tragedia che vi sta dietro: per impiantare infiniti campi di cotone, era necessaria acqua. Attingendo l’acqua dai fiumi Syr Darja e Amu Darja, immissari del Lago d’Aral, realizzando chilometri e chilometri di canali, si è portato pian piano alla morte il lago stesso.

Il risultato? Buona parte dell’acqua nei canali non ha mai irrigato nulla, è evaporata prima. L’umidità dell’acqua in superficie ha sciolto le formazioni saline sottoterra, facendo risalire i sali e bruciando i coltivi. Infine, la forte evaporazione del Lago Aral ha anch’essa liberato sali, che con il vento si insinuano nei polmoni delle persone, assieme alle tonnellate di concimi buttati dai sovietici per far crescere il cotone.

Il centro di chiama Mujnak: fino a qualche anno fa era un porto di pesca marittima. Ora si trova in mezzo al deserto, a sessanta, ottanta chilometri dal mare. Accanto al villaggio, nel punto in cui si trovava il porto, sulle dune sabbiose stanno gli scafi rugginosi di pescherecci a vela e a motore, di barche e battelli (…) Tutt’intorno, deserto, non un’anima viva  [Imperium, Ryszard Kapuściński, trad. V. Verdiani] 

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Navi abbandonate a Moynaq, dove il Lago Aral non esiste più (fonte: Wikipedia)

Il reporter raggiunge il Donezk, per riflettere sulla Grande Carestia degli anni Trenta in Ucraina, quando a causa delle scellerate politiche agricole di Stalin – e per piegare alla sua volontà i kulaki – li affamò e li portò alla morte.

L’ultima parte del reportage, “Continua (1992-1993)” l’Autore riassume gli ultimi anni di vita dell’URSS e si abbandona a qualche previsione sul futuro di quello che fu l’Impero, che per Kapuściński sarà positivo.

L’Occidente può anche dire di no a tutti, ma alla Russia dirà sempre di sì [Imperium, Ryszard Kapuściński, trad. V. Verdiani] 

La grandezza del reportage sta nel fatto che Kapuściński conduce il lettore attraverso un lunghissimo viaggio spaziotemporale, polifonico, all’interno di una realtà che non esiste più; regala ai posteri un documento di notevole importanza, perché la sua è una testimonianza viva e diretta, appassionata e accorta, di emozioni e sensazioni vissute sulla propria pelle, prima e durante la caduta del grande Impero.

“Imperium” è un reportage fondamentale per entrare nel cuore della Russia e dell’Unione Sovietica in compagnia di uno degli scrittori di viaggio e reporter più profondi e acuti del XX secolo. 

(…) l’occidentale gettato allo sbaraglio nel mondo sovietico sente continuamente il terreno sfuggigli sotto ai piedi, fino a quando non gli viene spiegato che la realtà che vede non solo non è l’unica, ma neanche la principale [Imperium, Ryszard Kapuściński, trad. V. Verdiani] 

Titolo: Imperium
L’Autore: Ryszard Kapuściński
Traduzione dal polacco: Vera Verdiani
Editore: Feltrinelli
Perché leggerlo: perché si tratta di una serie di viaggi in un mondo ricco di fascino che non esiste più, ma  pesante eredità dell’URSS riecheggerà negli anni a venire

(© Riproduzione riservata)

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