Wojciech Tochman | Come se mangiassi pietre

Recensire “Come se mangiassi pietre” di Wojciech Tochman, tradotto da M. Borejczuk, edito da Keller, è impossibile. È impossibile parlare di un reportage così, dove ogni pagina stilla di dolore, paura, miseria, morte. Forse è persino impossibile, per noi, comprendere, benché siano cose accadute vicino a noi.

Per questo ho deciso di scrivere una breve introduzione al libro e quindi riportare alcune citazioni degne di essere ricordate. Parole che dovremo portarci dentro per sempre. 

Wojciech Tochman è un reporter polacco. Giunto nella ex-Jugoslavia, Tochman incontra la dottoressa Eva Klonowski, antropologa forense che si occupa di dare un nome e un cognome alle ossa che vengono ritrovate in Bosnia. Ossa che riemergono dai campi, dalle fosse comuni, dalle cavità carsiche. Da un grumo d’ossa e abiti lacerati, la dottoressa Klonowski dona dignità ai morti e un corpo da seppellire a chi è rimasto vivo.

Un giorno è capitata da noi e ha visto che vivevo in un garage. Era la dottoressa Eva. In Bosnia la conoscono tutti. Scava le ossa, identifica le persone. È lei che ha trovato mio figlio. Mi ha promesso anche l’altro [Come se mangiassi pietre, W. Tochman, trad. M. Borejczuk]

Il reportage di Tochman racconta cosa succede quando una guerra finisce e i riflettori si spengono. In Bosnia oggi ci sono famiglie e amici in attesa di conoscere cosa è successo ai loro cari scomparsi. Descritto con notevole professionalità ed emozione, la domanda che il reporter polacco si pone è talmente semplice da essere spiazzate: a che cosa è servita questa guerra?

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Dopo tutto quello che abbiamo passato, come facciamo a vivere gli uni accanto agli altri? Come faremo a guardarci negli occhi? Le persone non sono mica di pietra. Dove andrò a stare con i miei bambini? Nelle baracche? A cosa è servita la guerra? [Come se mangiassi pietre, W. Tochman, trad. M. Borejczuk]

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Srebrenica (fonte: Flickr Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-NC-SA 2.0)

Per tre anni i serbi avevano tenuto Sarajevo sotto tiro. La città era rimasta senza acqua. Non c’era né luce né gas. I cecchini miravano con precisione infallibile alla fronte dei passanti, oppure dirigevano raffiche di fuoco contro intere code di persone in attesa del pane o dell’acqua. Oggi non è facile venire in città come se nulla fosse successo [Come se mangiassi pietre, W. Tochman, trad. M. Borejczuk]

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A Srebrenica ci sono le case, i palazzi, una scuola, e una chiesa ortodossa sulla collina. C’è il silenzio che spacca le pietre (…) la maggior parte di loro non sa indicare il posto in cui, soltanto pochi anni prima, sorgeva la moschea. Un tempo su Srebrenica svettavano ben cinque moschee bianche. Ora, non vi è più traccia di nessuna, non una sola pietra [Come se mangiassi pietre, W. Tochman, trad. M. Borejczuk]

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Ci sono tre domande che oggi in Bosnia non si fanno: Come sta tuo marito? Come sta tuo figlio? Che cosa facevi durante la guerra? [Come se mangiassi pietre, W. Tochman, trad. M. Borejczuk]

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Np sutjeska maglic.JPG

Parco Nazionale Susjeska, Bosnia Erzegovina (fonte: Wikipedia)

Le ossa trovate nei boschi appartengono a quattrocentodiciassette persone: uomini, donne, bambini. Qualche volta, infatti, intere famiglie tentavano di fuggire attraverso le montagne. Se sono tutti morti, nessuno li cerca, nessuno si prende briga di compilare le schede di ricerca, né di fornire le informazioni ante mortem. Non figurano nelle statistiche. Sono destinati a cadere nell’oblio [Come se mangiassi pietre, W. Tochman, trad. M. Borejczuk]

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Jasna è l’unica madre sopravvissuta allo scantinato della centrale di riscaldamento. Le altre madri hanno avuto più fortuna: sono morte insieme ai loro figli [Come se mangiassi pietre, W. Tochman, trad. M. Borejczuk]

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Titolo: Come se mangiassi pietre
L’Autore: Wojciech Tochman
Traduzione dal polacco: Marzena Borejczuk
Editore: Keller
Perché leggerlo: perché è parte della nostra storia, della storia di tutti noi

(© Riproduzione riservata)

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